La Guida suprema c’è ma non si vede. Mentre sugli iraniani piovono bombe

Nel pieno della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele, a Teheran prende forma uno dei misteri più inquietanti di questa crisi: quello che riguarda Mojtaba Khamenei, indicato come successore della Guida Suprema dopo la morte del padre Ali Khamenei negli attacchi della scorsa settimana. Dopo l’eliminazione del leader della Repubblica islamica, l’apparato di potere iraniano ha cercato di reagire rapidamente per evitare un vuoto ai vertici dello Stato. L’8 marzo 2026 l’Assemblea degli Esperti ha annunciato ufficialmente la nomina di Mojtaba Khamenei come nuova guida del Paese, nel tentativo di trasmettere un’immagine di continuità politica e religiosa. Da quel momento, però, attorno alla figura del nuovo leader è calato un silenzio sempre più inquietante. Non esistono infatti immagini pubbliche recenti, dichiarazioni ufficiali o messaggi registrati del successore designato. Nessun discorso alla nazione, nessuna apparizione televisiva e nessuna prova della sua presenza alla guida dello Stato. Un’assenza che sta alimentando interrogativi sempre più insistenti tra osservatori internazionali, analisti e oppositori del regime. Secondo alcune valutazioni diffuse da fonti israeliane, Mojtaba Khamenei sarebbe rimasto gravemente ferito durante i bombardamenti che hanno colpito obiettivi strategici iraniani. Negli ambienti dell’opposizione iraniana circola però una versione ancora più radicale. Secondo questa ricostruzione il figlio dell’ex guida suprema sarebbe morto proprio a causa delle ferite riportate negli stessi attacchi in cui è rimasto ucciso Ali Khamenei. In questo modo, il regime starebbe cercando di guadagnare tempo presentando Mojtaba come un leader semplicemente «ferito», mentre in realtà non sarebbe più in vita. L’obiettivo sarebbe quello di evitare il crollo immediato della catena di comando e mantenere almeno formalmente una parvenza di stabilità istituzionale mentre il sistema di potere cerca di riorganizzarsi. I media controllati dalle autorità continuano infatti a parlare di condizioni di salute non specificate, limitandosi a riferire che il nuovo leader sarebbe stato colpito nei raid ma resterebbe comunque formalmente alla guida del Paese. Se Mojtaba Khamenei è davvero vivo, il regime iraniano non potrà nasconderlo a lungo: prima o poi dovrà mostrarsi davanti al popolo, perché un leader che resta invisibile rischia di trasformarsi in un fantasma del potere.
Nel frattempo il conflitto prosegue con intensità crescente. All’undicesimo giorno di guerra, Stati Uniti e Israele hanno continuato a colpire obiettivi militari e infrastrutture strategiche in diverse zone dell’Iran. Forti esplosioni sono state segnalate nel nord e nel centro di Teheran, mentre attacchi mirati hanno interessato anche l’area dell’aeroporto di Mehrabad, che ospita una sezione militare. Raid sono stati registrati anche in altre città come Karaj, Isfahan, Shiraz, Khorramabad, Zanjan e Bushehr. Nel mirino delle operazioni sono finiti anche i porti meridionali del Golfo Persico, tra cui Bandar Abbas e Bandar Lengeh, oltre alle isole strategiche di Qeshm e Kharg, snodi fondamentali per l’export energetico iraniano. Sul piano politico la risposta di Teheran resta estremamente dura. Il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Ali Larijani, ha respinto le minacce del presidente americano Donald Trump, che aveva parlato della possibilità di colpire l’Iran «venti volte più duramente» e su X, ha scritto: «Il popolo dell’Ashura non teme le vostre minacce vuote». Il dirigente iraniano ha poi aggiunto: «Nemmeno uomini più potenti di te sono riusciti a cancellare la nazione iraniana. Fai attenzione a non essere tu a scomparire». Sul fronte diplomatico il presidente russo Vladimir Putin ha avuto una seconda telefonata in una settimana con il presidente iraniano Massud Pezeshkian, auspicando una rapida «de-escalation» della crisi nel Golfo Persico, secondo quanto riferito dal Cremlino.
Intanto il Paese si prepara a celebrare funerali solenni per diversi alti funzionari della difesa rimasti uccisi nel primo giorno dell’offensiva. Secondo quanto riferito dall’agenzia Tasnim, tra i dirigenti militari che riceveranno esequie ufficiali figurano il capo di Stato maggiore Seyed Abdolrahim Mousavi, il comandante dei Pasdaran Mohammad Pakpour, il segretario del Consiglio di difesa Ali Shamkhani e il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh.
A queste perdite si aggiunge anche la morte di Asadollah Badfar, responsabile delle forze paramilitari Basij presso lo Stato maggiore delle forze armate iraniane mentre in serata è stata resa nota la morte del colonnello Majid Kashfi, noto per il suo ruolo nelle operazioni di sicurezza del regime. Sul fronte interno cresce anche la repressione. Il ministero dell’Intelligence iraniano ha annunciato l’arresto di 30 persone accusate di spionaggio durante i combattimenti in corso. Tra i fermati figura anche un cittadino straniero, accusato di aver condotto attività informative «per conto di due Paesi del Golfo al servizio del nemico americano-sionista». Resta infine aperto il capitolo nucleare. Mentre Donald Trump continua a sostenere che il programma atomico iraniano sia stato distrutto nell’operazione «Midnight Hammer» del giugno 2025, la valutazione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) appare più prudente. Il direttore generale dell’ente Rafael Grossi ha affermato che parte delle scorte di uranio arricchito al 60% dell’Iran potrebbe essere ancora nascosta nei tunnel sotterranei di Isfahan. Secondo le ultime ispezioni, nel sito erano presenti oltre 200 chilogrammi di materiale e non ci sono prove che sia stato spostato, neppure dalle immagini satellitari. Una valutazione che riaccende i dubbi sull’effettivo indebolimento del programma nucleare iraniano.






