Al di là del prezzo. E se iniziasse a scarseggiare il petrolio, da cui dipende il 70% circa dell’economia mondiale? I Paesi del G7 stanno valutando il rilascio coordinato di una parte delle riserve strategiche di greggio per contenere l’impennata dei prezzi sui mercati internazionali dopo l’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran. Secondo quanto riportato dal Financial Times, l’operazione potrebbe arrivare fino a 400 milioni di barili e verrebbe coordinata dall’Agenzia internazionale per l’energia. Finora almeno tre Paesi del gruppo, tra cui gli Stati Uniti, hanno espresso sostegno all’ipotesi, mentre la Ue - come al solito - deciderà oggi. Forse.
Nel complesso, i membri del G7 dispongono di circa 1,2 miliardi di barili di riserve strategiche. Il possibile rilascio avrebbe però un impatto limitato sui consumi globali. Con una domanda mondiale stimata tra 102 e 103 milioni di barili al giorno, 400 milioni di barili coprirebbero circa quattro giorni di fabbisogno globale. Tuttavia il dato più rilevante riguarda i flussi provenienti dal Golfo Persico: circa il 20% del petrolio mondiale passa attraverso lo Stretto di Hormuz. In questo scenario, una liberazione di 400 milioni di barili garantirebbe circa venti giorni di petrolio «sicuro», cioè sufficiente a compensare temporaneamente la quota di greggio che normalmente transita attraverso lo Stretto in caso di blocco delle spedizioni. Se però rilasci ora le riserve, cosa si fa se tra un mese Hormuz è ancora chiuso?
Con tutte queste ipotesi sul tavolo il prezzo del petrolio, Wti texano e Brent europeo, sembravano in giostra a Gardaland ieri. Partiti a quasi 120 dollari al barile, sono crollati sotto i 100 per poi risalire. In ogni caso la tendenza è rialzista, in assenza di novità dal fronte bellico, spinta dai timori di carenze legate alle interruzioni delle forniture dal Medio Oriente. Il blocco - o la riduzione - del traffico nello Stretto di Hormuz rappresenterebbe uno dei più gravi shock dell’offerta nella storia del mercato petrolifero. Secondo diverse stime, la chiusura della rotta comporterebbe una perdita di circa 20 milioni di barili al giorno, una quantità superiore a quella registrata nelle principali crisi energetiche degli ultimi decenni, come la guerra dello Yom Kippur del 1973, la rivoluzione iraniana del 1979 o il conflitto tra Iraq e Kuwait del 1990.
Alcuni produttori della regione hanno già iniziato a ridurre la produzione. Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita avrebbero rallentato i flussi, mentre le infrastrutture di stoccaggio locali stanno progressivamente raggiungendo la capacità massima. Gli analisti di JP Morgan stimano che nei prossimi giorni i tagli potrebbero superare i quattro milioni di barili al giorno. Finora nessun Paese ha interrotto completamente l’estrazione, ma diversi osservatori ritengono che la situazione possa peggiorare se le tensioni militari dovessero protrarsi. «Se i produttori al di fuori di Iraq e Kuwait fossero costretti a ridurre la produzione, la capacità di ripristinare rapidamente l’approvvigionamento pre-crisi diventerebbe sempre più limitata», spiegano gli analisti di Société Générale in una nota. «Il fattore tempo è quindi fondamentale: più a lungo persistono le interruzioni, maggiore è la probabilità che quelle che inizialmente sembrano interruzioni temporanee si trasformino in perdite di approvvigionamento più durature». E «gli Emirati Arabi Uniti sono probabilmente il prossimo produttore a rischio di interruzione della produzione, potenzialmente entro i prossimi cinque-sette giorni», scrivono. «Anche il Qatar è vulnerabile».
Se in Europa, come dicono a Bruxelles, «non c’è rischio di una imminente carenza di petrolio», in Asia, particolarmente esposta alle forniture provenienti dal Golfo, Corea del Sud e Thailandia hanno già annunciato tetti ai prezzi dei carburanti. Il presidente sudcoreano Lee Jae Myung ha parlato di un «peso significativo» sull’economia nazionale e ha promesso interventi rapidi per stabilizzare il mercato. In Thailandia il governo ha invitato la popolazione a non accumulare carburante e ha deciso di limitare temporaneamente il prezzo del gasolio per quindici giorni, mentre in alcune aree si sono già registrate code ai distributori. Anche altri Paesi stanno valutando misure straordinarie. Il Vietnam sta preparando la sospensione temporanea di alcune tasse sulle importazioni di carburante, mentre nelle Filippine il presidente Ferdinand Marcos Jr. ha annunciato l’introduzione di una settimana lavorativa di quattro giorni per parte degli uffici pubblici con l’obiettivo di ridurre i consumi energetici.
Pure negli Usa i prezzi dei carburanti sono in rally. E la Casa Bianca sta esaminando diverse opzioni per contenere l’aumento dei prezzi del petrolio. Secondo Reuters, tra le misure allo studio figurano la limitazione delle esportazioni statunitensi di greggio, l’intervento sui mercati dei future e la sospensione di alcune imposte federali sui carburanti. L’amministrazione starebbe inoltre valutando la possibilità di sospendere temporaneamente alcune norme del Jones Act, che impone il trasporto domestico di carburante su navi battenti bandiera americana.
Il presidente Donald Trump ha definito l’aumento dei prezzi del petrolio un «piccolo prezzo da pagare» rispetto all’obiettivo di neutralizzare la minaccia nucleare iraniana, mentre il segretario all’Energia Chris Wright ha sostenuto che le quotazioni dell’energia potrebbero ridursi se verrà ripristinata la sicurezza del traffico nello Stretto di Hormuz. Ok, ma quando sarà?



