
«Sevizie e maltrattamenti atroci». Scrivono così gli inquirenti, con una chiarezza che fa male al cuore: Beatrice, prima di morire per un trauma alla testa, ha vissuto per appena ventiquattro mesi scanditi da «violenze continue». Schiaffi, calci, pugni, umiliazioni.
Ed è soltanto quello che si riesce a raccontare, perché la relazione di un magistrato o di un medico non può rendere il terrore costante, la solitudine o la tristezza che la piccina deve avere provato nel ricevere dagli adulti attorno a sé dolore e percosse continue. Le facevano addirittura i filmati con il telefonino mentre piangeva perché l’avevano costretta a fumare una sigaretta, e intanto tutti ridevano. Quando era già moribonda e forse potevano salvarla non volevano portarla all’ospedale, anche se le sorelline, piccolissime pure loro, insistevano perché si andasse di corsa. Povere bambine anche queste, obbligate a crescere prima del tempo, e con tale ferocia poi. I racconti che le piccine fanno sono atroci. Beatrice vomitava a ripetizione nelle ultime ore di vita. «Sputava carne», hanno raccontato le sorelline. La testa le cadeva giù ma il compagno della madre insisteva: «Non è niente». Però era chiaro persino alle bimbe di 9 e 7 anni che non andava bene per niente. Le alzavano le braccia e Beatrice incosciente le lasciava ricadere. A un certo punto aveva il corpo e le labbra viola. Uno scempio.
Beatrice è morta per le botte, e i responsabili sono, secondo gli inquirenti, la madre e il compagno di lei. Che le infliggevano «percosse di selvaggia intensità» e «violenze crudeli». Per questi criminali non c’è altro da augurarsi se non che se le sognino ogni notte, le brutalità che hanno compiuto. Si spera che trovino un po’ di lucidità cosi da poter scontare l’ergastolo della coscienza che senza dubbio meritano.
Ma sulla madre e il di lei compagno è persino inutile aggiungere altro rispetto a quello che già sappiamo. Semmai, a questo punto, il compito di tutti dovrebbe essere quello di chiedersi come sia stato possibile uno sfacelo del genere e come evitare che si ripeta. Una domanda da mesi aleggia nell’aria, giustamente esplicitata tempo fa dalla criminologa Roberta Bruzzone. Risulta che i criminali di Bordighera fossero da tempo seguiti dai servizi sociali. E allora ci si domanda: con quale diamine di criterio si lavora in Italia? Come è possibile che in Abruzzo vengano tolti i figli a due genitori amorevoli che li curano e li coccolano mentre in Liguria si lascino tre bambine piccole nelle mani di aguzzini? Le istituzioni devono rispondere. Forse nel caso di Bordighera non si poteva immaginare che la madre e lo sciagurato compagno sarebbero giunti fino all’omicidio. Sappiamo però che esistono foto della piccola Beatrice coperta di lividi e segni di percosse. Nessuno li ha visti? Il padre biologico era in carcere, la madre era nota per assentarsi per lunghe ore anche di notte. Se questo nella provincia di Imperia non è sufficiente per portare tre minori in una casa protetta (dove le piccole sopravvissute stanno ora), perché a Vasto è bastato alla famiglia Trevallion vivere al limitare di un bosco e non sottoporre i tre figli alle vaccinazioni (per altro non obbligatorie) per essere separata con ferocia? Questa evidente disparità non emerge per la prima volta. Anzi continuiamo a vedere casi incredibili: una bimba di Roma che viene affidata al padre anche se ne è terrorizzata, un altro bimbo che è stato lasciato mesi fa con la madre di cui aveva paura e che ha finito per ucciderlo.
I media in questi giorni affastellano analisi accorate, fior di commentatori si industriano a spiegarci come nel cuore della famiglia possa annidarsi il male. Tutto prevedibile: fa comodo demonizzare l’istituzione famigliare, giova al pensiero dominante che la famiglia vorrebbe abolirla. La verità è che ci si dovrebbe chiedere tutt’altro e cioè come lavorino i servizi e i tribunali che dovrebbero prendersi cura dei minori. Nella migliore delle ipotesi in Italia non esiste uniformità di trattamento, non esistono metodologie efficaci e infallibili. Quando ci sono vicende mostruose come quella di Beatrice si invoca la fallibilità delle decisioni umane, si dice che certi esiti sono imponderabili. Parlando della famiglia nel bosco invece si sostiene ogni volta che i tribunali sanno come agire per il meglio, le associazioni dei magistrati si indignano se arriva una ispezione, l’Ordine degli assistenti sociali si offende se si avanzano dubbi o critiche. Ma le chiacchiere stanno a zero: se con i Trevallion si è agito per il meglio, allora qualcuno deve pagare per quanto accaduto a Beatrice. Se al contrario per il caso di Bordighera non si poteva fare di più, allora si è sbagliato con i Trevallion. Altre possibilità non esistono. Aspettiamo fiduciosi risposte da Anm, servizi sociali, tribunali e esperti vari.






