Putin minaccia di sospendere da subito le forniture di gas. Snam: «Coperti fino a marzo»

- Con lo choc energetico, lo zar valuta se anticipare il divorzio europeo e fermare lui i flussi. Il colosso della rete: «Navi Gnl per adesso sicure. Da aprile vedremo».
- Il Cremlino scarica gli alleati sciiti. L’Ucraina denuncia forniture militari di Mosca ai pasdaran. Il portavoce dello zar però smentisce: «A noi nessuna richiesta di sostegno. Quella non è la nostra guerra».
Lo speciale contiene due articoli.
La guerra aperta in Medio Oriente sta di nuovo sovvertendo il panorama internazionale e gli impatti sull’energia rimangono. Ad aggiungere incertezza al quadro già complicato arrivano da Mosca dichiarazioni che riportano il tema della sicurezza energetica europea al centro del dibattito. Il presidente russo Vladimir Putin ha affermato infatti che la Russia potrebbe valutare l’ipotesi di interrompere le forniture di gas all’Europa, collegando questa possibilità alla strategia dell’Unione europea che punta a eliminare progressivamente l’import di gas russo entro il 2027. Putin ha precisato che non si tratta di una decisione già presa ma di una valutazione allo studio. Secondo il presidente russo, in un contesto segnato dalla crisi con l’Iran e dal blocco dello stretto di Hormuz, la Russia potrebbe scegliere di indirizzare le proprie esportazioni verso mercati dove i prezzi risultano più elevati.
Negli ultimi anni il peso del gas russo nel mercato europeo si è ridotto in modo significativo. Prima dell’invasione dell’Ucraina nel 2022, la Russia copriva circa il 40% delle importazioni di gas via gasdotto dell’Unione europea. In alcuni trimestri questa quota è stata superiore anche al 50%. Nel 2025 la quota è scesa attorno al 6% per le forniture via tubo (gasdotto Turkstream), mentre le esportazioni di Gnl verso l’Europa sono state stimate attorno ai 20 miliardi di metri cubi.
Ieri al Ttf i prezzi del gas sono saliti ma senza far segnare nuovi massimi e chiudendo con un gestibile +4% a 50,73 €/MWh. Dal punto di vista delle forniture fisiche, per l’Italia non ci sono problemi. Ieri, l’amministratore delegato di Snam Agostino Scornajenchi ha indicato che la situazione delle forniture resta sotto controllo nel breve periodo. L’Italia non registra criticità immediate per l’approvvigionamento di gas almeno fino alla fine di marzo.
«Non abbiamo nessun problema di forniture fino a marzo», ha affermato Scornajenchi durante la presentazione dei risultati del gruppo a Milano. Gli stoccaggi nazionali risultano riempiti al 45%, un livello superiore di circa dieci punti percentuali rispetto alla media europea. Secondo il manager, potranno verificarsi tensioni sui prezzi, come in effetti già accade, ma non difficoltà di disponibilità del combustibile. Una parte dei flussi di Gnl attesi nelle prossime settimane proviene dal Qatar, ma i carichi destinati all’Italia erano già partiti prima dell’esplosione della crisi e sono in viaggio verso i terminali nel Mediterraneo. Il Gnl qatarino rappresenta una quota tra il 25 e il 30% del Gnl importato nel Paese. Scornajenchi ha sottolineato che il sistema italiano può contare su un’ampia diversificazione degli approvvigionamenti grazie a dieci punti di ingresso nella rete e a un portafoglio di infrastrutture di trasporto, stoccaggio e rigassificazione distribuite sul territorio. Secondo l’amministratore delegato, queste caratteristiche riducono l’esposizione del Paese rispetto ad altri mercati europei.
Nel corso della presentazione del piano strategico 2026-2030, il manager ha anche richiamato il ruolo del gas nel sistema energetico europeo con una dichiarazione molto netta: «Il gas continua a rimanere fondamentale. L’epoca in cui era considerato come il nemico da eliminare è giunta al termine ed è stato proprio questo approccio fuorviante a trascinare l’industria europea in una spirale di crisi», ha dichiarato.
Secondo Scornajenchi, la domanda di gas rimarrà sostanzialmente stabile fino al 2035. Le stime presentate dal gruppo indicano per l’Italia consumi pari a circa 62 miliardi di metri cubi entro il 2030 e 61,5 miliardi nel 2035. I livelli di domanda saranno sostenuti dai consumi industriali, dalla generazione elettrica a gas e dalle esigenze di bilanciamento legate all’integrazione nel sistema elettrico delle fonti rinnovabili. Le esportazioni potrebbero crescere fino a circa 7 miliardi di metri cubi dal 2030, rafforzando il ruolo dell’Italia come hub meridionale del gas in Europa.
Il piano strategico 2026-2030 di Snam prevede investimenti per 14 miliardi di euro destinati soprattutto al rafforzamento delle infrastrutture di trasporto del gas, allo sviluppo degli stoccaggi e al potenziamento dei terminali di rigassificazione.
Sul piano internazionale emergono intanto segnali di aggiustamento nelle politiche energetiche europee. Su richiesta della Germania, gli Stati Uniti hanno deciso di esentare a tempo indeterminato la controllata tedesca di Rosneft dalle sanzioni contro il gruppo petrolifero russo. La società possiede partecipazioni in tre raffinerie tedesche che rappresentano circa il 12% della capacità di raffinazione del Paese e quote nell’oleodotto Transalpino. Si tratta di un chiaro trattamento di favore per Berlino, per evitare interruzioni nell’attività delle raffinerie in una fase di tensione sui mercati energetici.
Oggi a Bruxelles, poi, è previsto un vertice straordinario della Commissione europea dedicato alla nuova crisi energetica. Tra i temi in discussione figurano possibili modifiche al sistema europeo di scambio delle emissioni (Ets), tema su cui molto si sta spendendo il governo italiano. Si parlerà anche di disaccoppiamento tra prezzi dell’elettricità e del gas, argomento resiliente, per usare un eufemismo molto usato a Bruxelles. Su spinta di alcuni Paesi si discuterà anche della possibilità di sospendere l’abbandono definitivo del gas russo, appena deciso dall’Ue poche settimane fa. Sempre se Mosca è d’accordo, naturalmente. In questo senso, le dichiarazioni di Putin sull’interruzione delle forniture di gas all’Europa suonano beffarde.
Il Cremlino scarica gli alleati sciiti
Per i generali sono effetti collaterali. Le bombe su Teheran per Vladimir Putin non sono una buona notizia. Per tre ragioni: gli ayatollah sono alleati storici del Cremlino, che però per soccorrerli deve mollare sul fronte ucraino; l’Iran ha sin qui fornito a Mosca i droni «martire» per attacchi via area a basso costo e alta intensità, come capita da mesi a Zaporozhzhia, ma ora non è più in grado di esportarli; la strategia aggressiva di Donald Trump ha isolato la Russia, perché, caduti Nicolás Maduro e Bashar al-Assad, con la morte di Ali Khamenei a Putin sono rimasti come alleati solo la Cina, parte dei Brics e la Bielorussia. Può consolarsi vendendo più petrolio a Pechino, che deve rimpiazzare quello iraniano (vale circa il 20% del consumo cinese), ma è sicuro che per Putin prima si risolve il conflitto in Iran e meglio è.
Ieri il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, lo ha ammesso con una dichiarazione all’agenzia di stampa Vesti. Due sono i messaggi di Peskov: «La guerra in corso non è la nostra guerra e solo chi ha iniziato la guerra in Medio Oriente può fermarla», corredato dall’affermazione per cui «la Russia non è in grado di fermare questa guerra». Il Cremlino non vuole (o non può) farsi trascinare sul «fronte» di Teheran e non si vuole alienare una possibilità di trattativa con Donald Trump, qualora permanesse lo stallo in Ucraina.
La conferma arriva dal ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, che, a rafforzare la «linea Peskov» che fa risaltare come «l’Iran non ha chiesto nessun aiuto a Mosca se non sul piano politico», ha fatto sapere: «Facciamo appello perché si crei un fronte unito per porre fine alla guerra nel Golfo Persico». Mosca - ha aggiunto Lavrov - «farà tutto il possibile anche in seno al Consiglio di sicurezza e all’Assemblea Onu per creare un’atmosfera che renda completamente impossibile il perdurare dell’operazione contro l’Iran». Tradotto: a Mosca questa guerra dà fastidio.
Lo certifica anche Volodymyr Zelensky, che rafforza l’impressione che Vladimir Putin potrebbe voler attivare i colloqui di «pace» con Donald Trump per stabilizzare la situazione in Ucraina.
Zelensky, nei giorni scorsi, aveva detto che la guerra in Iran indeboliva l’Ucraina nella prospettiva che gli Usa rallentino gli aiuti militari proprio nel momento in cui l’esercito russo inizia a dare segni di fragilità. E tuttavia il blocco delle forniture di Teheran verso la Russia oggi ribalta, almeno in prospettiva, la situazione. Il presidente ucraino, a proposito dei negoziati, ieri ha affermato: «Nella notte abbiamo parlato con gli Stati Uniti, forse verrà cambiato il luogo del vertice, verrà posticipata la data di qualche giorno a causa della guerra in Medio Oriente». Ha poi ribadito che per quanto si dica che Putin sarebbe pronto a fermare il conflitto se gli venisse ceduto il Donbass, lui non ha alcuna intenzione di accettare questa condizione, ma ha rilevato - con una dichiarazione a Rai Italia - di non credere al disimpegno russo dall’Iran. «Sono sicuro», ha detto Zelensky, «che i russi forniscono armi al regime iraniano. Possono fornire componenti elettronici per i missili Sayyad. Se i servizi segreti dei nostri partner condivideranno le informazioni, questo sarà confermato. Nei missili iraniani ci sono componenti di produzione russa. La Russia all’Iran può fornire sistemi di difesa aerea. Ne ha in abbondanza». Ma sembra una dichiarazione destinata a raffreddare la possibilità che gli Usa siano propensi ad accettare colloqui col Cremlino in questa fase. Una cosa è certa: il conflitto in Iran, per Putin, è come i vaccini Covid: ha diversi effetti avversi.






