
Susanna Tamaro, che cosa hanno in comune la vicenda di Vittorio Sgarbi e quella della famiglia nel bosco che lei ha messo in parallelo sul Corriere della Sera?
«Hanno in comune la psichiatrizzazione della persona, di Sgarbi e dei bambini. Cioè il fatto che chi non rispetta dei canoni di normalità efficiente è classificato come persona bisognosa di cure, di tutori e via dicendo. È una cosa veramente vergognosa, segno di regimi totalitari. Una democrazia non può imporre la psichiatria come metro di giudizio nei riguardi delle persone. Per le persone è normale avere un momento di cedimento, di debolezza. Accanirsi chiedendo tutele psichiatriche è una crudeltà assoluta e non rientra nell’ambito della civiltà, almeno per come la conosciamo noi».
Anche ai tempi del Covid c’era chi chiedeva una normalizzazione di questo genere per i non vaccinati...
«Certo. Tutto questo sistema poliziesco nasce da lì, certamente».
Sulla famiglia del bosco che idea si è fatta?
«Mi sono chiesta se l’assistente sociale che ha avuto con la famiglia solo cinque incontri, di cui due con i carabinieri, avesse una buona padronanza della lingua inglese. Perché parliamo di una famiglia straniera che padroneggia poco la lingua italiana. Dunque se sei una persona che dialoga, devi conoscere bene la loro lingua, altrimenti si rischia di prendersi fischi per fiaschi».
In effetti sembra che non si siano compresi molto bene.
«Quanto accaduto è una cosa folle, è anche un danno di immagine internazionale importante. Parliamo di persone che vengono da un altro Paese perché amano il nostro e si stabiliscono qui, fanno una scelta di vita alternativa, hanno dei figli amatissimi, si vogliono bene - si capisce dalle facce - e poi sono costretti a un regime di sequestro e a un regime di indagine psichiatrica, che durerà 4 o 5 mesi. Davvero basta guardarli in faccia per capire che sono persone che semplicemente hanno fatto una scelta di vita diversa».
Per altro legittima e non così inaudita.
«Vorrei ricordare che tutti i big della Silicon Valley mandano ad esempio i loro figli alle scuole steineriane, esattamente come la famiglia nel bosco segue un metodo steineriano. C’è una frattura in tutto questo. Mi pare che si voglia avere dei bambini malati, nevrotici, dipendenti, che li si voglia parte di quel proletariato mentale, come lo chiamo io, che è stato costruito ad arte da tutti i media che invadono la testa dei bambini e dei ragazzi. Proletariato mentale che sarà molto utile nel futuro».
Che cosa intende esattamente con proletariato mentale?
«L’assenza di pensiero critico, l’assenza di una vita interiore propria, l’essere omologati in tutto e per tutto, su tutto, l’avere un controllo sociale continuo. Il proletariato mentale è una grande massa di persone che non sa opporsi, non sa capire cos’è giusto ed è manovrabile molto facilmente. È una cosa molto pericolosa».
Che cosa andrebbe cambiato secondo lei nel sistema di gestione dei minori?
«Mi occupo da tantissimi anni di bambini perché ho una fondazione e sono in contatto con situazioni di fragilità. Voglio citare il caso di cui sono venuta a conoscenza 15 anni fa. Il caso di una bambina affidata dalla nascita a una coppia di miei amici. Questa bambina passa quattro anni con la coppia, assieme ai fratelli. Poi un bel giorno queste persone vengono convocate in tribunale. Quando arrivano, l’assistente sociale prende la bambina in braccio e la porta in un’altra stanza, poi esce e dice: la bambina non è più vostra perché è stata adottata. Di fronte allo sgomento di questa coppia l’assistente sociale ha risposto: non dovevate affezionarvi. In caso come questo vediamo un sistema mostruoso, in cui l’assistente sociale ha un potere assoluto, un potere su cui nessuno indaga mai. Strappare una bambina dopo quattro anni a una famiglia per darla a un’altra è follia totale, vuol dire non rispettare la persona. Significa che il bambino è un oggetto da spostare secondo i cavilli della legge. Questa è la situazione italiana dell’assistenza ai bambini».
Come hanno reagito quei genitori suoi amici?
«Hanno creato un’associazione che si batte da anni contro queste storture. Si chiama 21 luglio, che è il giorno appunto in cui la bambina è stata portata via. Ma ho seguito molti altri casi in questi anni di bambini, in situazioni di fragilità, anche magari figli di coppie straniere, che vengono sequestrati e messi nelle case famiglia con una facilità da paura. Da paura».
Dietro queste strutture c’è anche un bel business.
«Esatto, io dico che le case famiglia sono fumo negli occhi. Verrebbe da dire: meno male, c’è una casa famiglia, quindi c’è casa più famiglia. Ma la verità è che non c’è né casa né famiglia, cioè c’è un tetto sulla testa, va bene, ma sono situazioni in cui si accumulano bambini e ragazzi che hanno un passato problematico. Il tutto spesso gestito dalle cooperative, con bambini che potrebbero tranquillamente rimanere a casa, in situazioni magari di maggiore assistenza. I bambini dovrebbero essere tolti ai genitori in situazioni gravissime, non altrimenti. Per paradosso, poi, abbiamo bambini che in situazioni gravissime ci sono realmente e che però rimangono anni in queste situazioni, perché i tribunali sono lenti e poi c’è l’assistenza sociale, poi c’è la psicologa forense... È un sistema tossico, altamente tossico, per i bambini e le famiglie. Ed è un business perché i numeri ormai sono spaventosi».
Marina Terragni, garante per l’infanzia, ha pubblicato un documento in cui sostiene proprio che i bambini vanno tolti solo in casi estremi. Subito l’associazione dei magistrati minorili ha risposto piccata.
«Il potere fa fare cose abominevoli, quello che ho visto fino ad ora è stato terribile. Giudici e assistenti sociali hanno un potere immenso e non hanno nessuna responsabilità civile o penale. Lavorano, cambiano la vita delle persone, ma non si può mettere in discussione il loro operato, questa è una cosa su cui possiamo riflettere».
Torniamo sulla famiglia del bosco. Dicono: i bambini non sanno leggere.
«Sono piccoli e la madrelingua è un’altra, no? Dunque, voglio sapere: quanti bambini nella scuola italiana, dopo la prima elementare, non sanno leggere? Ognuno ha i suoi tempi. Poi sono bambini bilingui, dunque è un altro problema, imparano con il tempo necessario, insomma non è che essere efficienti in prima elementare sia l’unico segno possibile di salute. E poi dovrebbe dar da pensare molto il fatto che ci sono sempre più scuole parentali. Anche il paese in cui io vivo, un piccolo paese di campagna, ha la sua scuola parentale, perché i genitori più accorti, quelli che si rendono conto della situazione, fanno dei sacrifici per pagare la scuola parentale e non mettere i figli in una scuola che li omologherà».
Anche perché potremmo discutere se viva meglio un bambino che passa la giornata tra la scuola calcio e il tablet o i bambini che vivono a contatto con gli animali, no?
«Appunto. Tra gli animali si trova sanità mentale. Anche io vivo in una casa in mezzo al bosco, ed è un bosco sempre più fitto per fortuna. I bambini che vivono davanti al tablet sono bambini che hanno un danno cerebrale, punto. I bambini che vivono con le caprette sono bambini che vivono in armonia col mondo. Non fanno il bagno ogni settimana? Pazienza. Fino a poco tempo fa il bagno settimanale era la norma nel nostro paese. Si prendono delle cose assurde come ragione per togliere la responsabilità genitoriale, ma ci rendiamo conto? Ma ci rendiamo conto della follia di questa cosa? Se questi bambini avranno dei danni permanenti la responsabilità ricade su quelli che hanno organizzato tutto ciò».






