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2018-08-27
«Il Papa sapeva degli abusi sessuali del cardinale gay. Però ha deciso di coprire tutto»
da Wikipedia
In questo tragico momento che sta attraversando la Chiesa in varie parti del mondo, Stati Uniti, Cile, Honduras, Australia, eccetera, gravissima è la responsabilità dei vescovi. Penso in particolare agli Stati Uniti d'America dove fui inviato come nunzio apostolico da papa
Benedetto XVI il 19 ottobre 2011, memoria dei primi martiri dell'America Settentrionale. I vescovi degli Stati Uniti sono chiamati, e io con loro, a seguire l'esempio di questi primi martiri che portarono il Vangelo nelle terre d'America, a essere testimoni credibili dell'incommensurabile amore di Cristo, Via, Verità e Vita.
Vescovi e sacerdoti, abusando della loro autorità, hanno commesso crimini orrendi a danno di loro fedeli, minori, vittime innocenti, giovani uomini desiderosi di offrire la loro vita alla Chiesa, o non hanno impedito con il loro silenzio che tali crimini continuassero a essere perpetrati.
Per restituire la bellezza della santità al volto della Sposa di
Cristo, tremendamente sfigurato da tanti abominevoli delitti, se vogliamo veramente liberare la Chiesa dalla fetida palude in cui è caduta, dobbiamo avere il coraggio di abbattere la cultura del segreto e confessare pubblicamente le verità che abbiamo tenuto nascoste. Occorre abbattere l'omertà con cui vescovi e sacerdoti hanno protetto loro stessi a danno dei loro fedeli, omertà che agli occhi del mondo rischia di far apparire la Chiesa come una setta, omertà non tanto dissimile da quella che vige nella mafia. «Tutto quello che avete detto nelle tenebre… sarà proclamato sui tetti» (Luca, 12:3).
Avevo sempre creduto e sperato che la gerarchia della Chiesa potesse trovare in sé stessa le risorse spirituali e la forza per far emergere la verità, per emendarsi e rinnovarsi. Per questo motivo, anche se più volte sollecitato, avevo sempre evitato di fare dichiarazioni ai mezzi di comunicazione, anche quando sarebbe stato mio diritto farlo per difendermi dalle calunnie pubblicate sul mio conto anche da alti prelati della Curia romana. Ma ora che la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchica della Chiesa la mia coscienza mi impone di rivelare quelle verità di cui, in relazione al caso tristissimo dell'arcivescovo emerito di Washington,
Theodore McCarrick, sono venuto a conoscenza nel corso degli incarichi che mi furono affidati, da san Giovanni Paolo II come delegato per le Rappresentanze pontificie dal 1998 al 2009, e da papa Benedetto XVI come nunzio apostolico negli Stati Uniti d'America dal 19 ottobre 2011 a fine maggio 2016.
Come delegato per le Rappresentanze pontificie nella Segreteria di Stato, le mie competenze non erano limitate alle nunziature apostoliche, ma comprendevano anche il personale della Curia romana (assunzioni, promozioni, processi informativi su candidati all'episcopato, eccetera) e l'esame di casi delicati, anche di cardinali e vescovi, che venivano affidati al delegato dal cardinale Segretario di Stato o dal sostituto della Segreteria di Stato.
Per dissipare sospetti insinuati in alcuni articoli recenti, dirò subito che i nunzi apostolici negli Stati Uniti,
Gabriel Montalvo e Pietro Sambi, ambedue deceduti prematuramente, non mancarono di informare immediatamente la Santa Sede non appena ebbero notizia dei comportamenti gravemente immorali con seminaristi e sacerdoti dell'arcivescovo McCarrick. Anzi, la lettera del padre domenicano Boniface Ramsey datata 22 novembre 2000, secondo quanto scrisse il nunzio Pietro Sambi, fu da lui scritta su richiesta del compianto nunzio Montalvo. In essa padre Ramsey, che era stato professore nel seminario diocesano di Newark dalla fine degli anni Ottanta fino al 1996, afferma che era voce ricorrente in seminario che l'arcivescovo «shared his bed with seminarians», invitandone cinque alla volta a passare il fine settimana con lui nella sua casa al mare. E aggiungeva di conoscere un certo numero di seminaristi, di cui alcuni furono poi ordinati sacerdoti per l'arcidiocesi di Newark, che erano stati invitati a detta casa al mare e avevano condiviso il letto con l'arcivescovo.
L'ufficio che allora ricoprivo non fu portato a conoscenza di alcun provvedimento preso dalla Santa Sede dopo quella denuncia del nunzio
Montalvo alla fine del 2000, quando Segretario di Stato era il cardinale Angelo Sodano.
Parimenti, il nunzio
Sambi trasmise al cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, una memoria di accusa contro McCarrick da parte del sacerdote Gregory Littleton della diocesi di Charlotte, ridotto allo stato laicale per violazione di minori, assieme a due documenti dello stesso Littleton, in cui raccontava la sua triste storia di abusi sessuali da parte dell'allora arcivescovo di Newark e di diversi altri preti e seminaristi. Il nunzio aggiungeva che il Littleton aveva già inoltrato questa sua memoria a circa una ventina di persone, fra autorità giudiziarie civili ed ecclesiastiche, di polizia e avvocati, fin dal giugno 2006, e che era quindi molto probabile che la notizia venisse presto resa pubblica. Egli sollecitava pertanto un pronto intervento della Santa Sede.
Nel redigere l'appunto su questi documenti che come delegato per le rappresentanze pontificie mi furono affidati il 6 dicembre 2006, scrissi per i miei superiori, il cardinale
Tarcisio Bertone e il sostituto Leonardo Sandri, che i fatti attribuiti a McCarrick dal Littleton erano di tale gravità e nefandezza da provocare nel lettore sconcerto, senso di disgusto, profonda pena e amarezza, e che essi configuravano i crimini di adescamento, sollecitazione ad atti turpi di seminaristi e sacerdoti, ripetuti e simultaneamente con più persone, dileggio di un giovane seminarista che cercava di resistere alle seduzioni dell'arcivescovo alla presenza di altri due sacerdoti, assoluzione del complice in atti turpi, celebrazione sacrilega dell'eucaristia con i medesimi sacerdoti dopo aver commesso tali atti.
In quel mio appunto, che consegnai quello stesso 6 dicembre 2006 al mio diretto superiore, il sostituto
Leonardo Sandri, proponevo ai miei superiori le seguenti considerazioni e linea d'azione:
- Premesso che a tanti scandali nella Chiesa negli Stati Uniti, sembrava che se ne stesse per aggiungere uno di particolare gravità che riguardava un cardinale;
- e che in via di diritto, trattandosi di un cardinale, in base al canone 1.405 paragrafo 1, punto 2, «
ipsius Romani Pontificis dumtaxat ius est iudicandi»;
- proponevo che venisse preso nei confronti del cardinale un provvedimento esemplare che potesse avere una funzione medicinale, per prevenire futuri abusi nei confronti di vittime innocenti e lenire il gravissimo scandalo per i fedeli, che nonostante tutto continuavano ad amare e credere nella Chiesa.
Aggiungevo che sarebbe stato salutare che per una volta l'autorità ecclesiastica avesse a intervenire prima di quella civile e, se possibile, prima che lo scandalo fosse scoppiato sulla stampa. Ciò avrebbe potuto restituire un po' di dignità a una Chiesa così provata e umiliata per tanti abominevoli comportamenti da parte di alcuni pastori. In tal caso, l'autorità civile non si sarebbe trovata più a dover giudicare un cardinale, ma un pastore verso cui la Chiesa aveva già preso opportuni provvedimenti, per impedire che il cardinale, abusando della sua autorità, continuasse a distruggere vittime innocenti.
Quel mio appunto del 6 dicembre 2006 fu trattenuto dai miei superiori e mai mi fu restituito con un'eventuale decisione superiore al riguardo.
Successivamente, intorno al 21-23 aprile 2008, fu pubblicato su Internet - nel sito
richardsipe.com - lo Statement for Pope Benedict XVI about the pattern of sexual abuse crisis in the United States, di Richard Sipe. Esso fu trasmesso il 24 aprile dal Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale William Levada, al cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, e fu a me consegnato un mese dopo, il successivo 24 maggio 2008. Il giorno seguente consegnavo al nuovo sostituto, Fernando Filoni, il mio appunto, comprensivo del mio precedente del 6 dicembre 2006. In esso facevo una sintesi del documento di Richard Sipe, che terminava con questo rispettoso e accorato appello a papa Benedetto XVI: «I approach Your Holiness with due reverence, but with the same intensity that motivated Peter Damian to lay out before your predecessor, pope Leo IX, a description of the condition of the clergy during his time. The problems he spoke of are similar and as great now in the United States as they were then in Rome. If Your Holiness requests, I will submit to you personally documentation of that about which I have spoken».
Terminavo questo mio appunto ripetendo ai miei superiori che ritenevo si dovesse intervenire quanto prima, togliendo il cappello cardinalizio al cardinale
McCarrick e infliggendogli le sanzioni stabilite dal codice di diritto canonico, le quali prevedono anche la riduzione allo stato laicale. Anche questo secondo mio appunto non fu mai restituito all'ufficio del personale, e grande era il mio sconcerto nei confronti dei superiori per l'inconcepibile assenza di ogni provvedimento nei confronti del cardinale, e per il perdurare della mancanza di ogni comunicazione nei miei riguardi fin da quel mio primo appunto del dicembre 2006.
Ma finalmente seppi con certezza, tramite il cardinale
Giovanni Battista Re, allora Prefetto della Congregazione per i vescovi, che il coraggioso e meritevole statement di Richard Sipe aveva avuto il risultato auspicato. Papa Benedetto XVI aveva comminato al cardinale McCarrick sanzioni simili a quelle ora inflittegli da papa Francesco: il cardinale doveva lasciare il seminario in cui abitava, gli veniva proibito di celebrare in pubblico, di partecipare a pubbliche riunioni, di dare conferenze, di viaggiare, con obbligo di dedicarsi a una vita di preghiera e di penitenza.
Non mi è noto quando papa
Benedetto abbia preso nei confronti di McCarrick questi provvedimenti, se nel 2009 o nel 2010, perché nel frattempo ero stato trasferito al Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, così come non mi è dato sapere chi sia stato responsabile di questo incredibile ritardo. Non credo certo papa Benedetto, il quale da cardinale aveva già più volte denunciato la corruzione presente nella Chiesa, e nei primi mesi del suo pontificato aveva preso ferma posizione contro l'ammissione in seminario di giovani con profonde tendenze omosessuali. Ritengo che ciò fosse dovuto all'allora primo collaboratore del Papa, cardinale Tarcisio Bertone, notoriamente favorevole a promuovere omosessuali in posti di responsabilità, e solito gestire le informazioni che riteneva opportuno far pervenire al Papa.
In ogni caso, quello che è certo è che papa
Benedetto inflisse a McCarrick le suddette sanzioni canoniche, e che esse gli furono comunicate dal nunzio apostolico negli Stati Uniti, Pietro Sambi. Monsingor Jean François Lantheaume, allora primo consigliere della nunziatura a Washington e Chargé d'affaires ad interim dopo la morte inaspettata del nunzio Sambi a Baltimora, mi riferì quando giunsi a Washington - ed egli è pronto a darne testimonianza - di un colloquio burrascoso, di oltre un'ora, del nunzio Sambi con il cardinale McCarrick convocato in nunziatura: «La voce del nunzio», mi disse monsignor Lantheaume, «si sentiva fin nel corridoio».
Le medesime disposizioni di papa
Benedetto furono poi comunicate anche a me dal nuovo Prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Marc Ouellet, nel novembre 2011 in un colloquio prima della mia partenza per Washington, fra le istruzioni della medesima Congregazione al nuovo nunzio.
A mia volta le ribadii al cardinale
McCarrick al mio primo incontro con lui in nunziatura. Il cardinale, farfugliando in modo appena comprensibile, ammise di aver forse commesso l'errore di aver dormito nello stesso letto con qualche seminarista nella sua casa al mare, ma me lo disse come se ciò non avesse alcuna importanza.
I fedeli si chiedono insistentemente come sia stata possibile la sua nomina a Washington e a cardinale, e hanno pieno diritto di sapere chi fosse a conoscenza, chi abbia coperto i suoi gravi misfatti. È perciò mio dovere rendere noto quanto so al riguardo, incominciando dalla Curia romana. Il cardinale
Angelo Sodano è stato Segretario di Stato fino al settembre 2006: ogni informazione perveniva a lui. Nel novembre 2000 il nunzio Montalvo inviò a lui il suo rapporto trasmettendogli la già citata lettera di padre Boniface Ramsey in cui denunciava i gravi abusi commessi da McCarrick.
È noto che
Sodano cercò di coprire fino all'ultimo lo scandalo di padre Marcial Maciel, rimosse persino il nunzio a Città del Messico, Justo Mullor, che si rifiutava di essere complice delle sue manovre di copertura di Maciel e al suo posto nominò Sandri, allora nunzio in Venezuela, ben disposto invece a collaborare. Sodano giunse anche a far fare un comunicato alla sala stampa vaticana in cui si affermava il falso, che cioè papa Benedetto aveva deciso che il caso Maciel doveva ormai considerarsi chiuso. Benedetto reagì, nonostante la strenua difesa da parte di Sodano, e Maciel fu giudicato colpevole e irrevocabilmente condannato.
Fu la nomina a Washington e a cardinale di
McCarrick opera di Sodano, quando Giovanni Paolo II era già molto malato? Non ci è dato saperlo. È però lecito pensarlo, ma non credo che sia stato il solo responsabile. McCarrick andava con molta frequenza a Roma e si era fatto amici dappertutto, a tutti i livelli della Curia. Se Sodano aveva protetto Maciel, come appare sicuro, non si vede perché non lo avrebbe fatto per McCarrick, che a detta di molti aveva i mezzi anche finanziari per influenzare le decisioni. Alla sua nomina a Washington si era invece opposto l'allora Prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Giovanni Battista Re. Alla nunziatura di Washington c'è un biglietto, scritto di suo pugno, in cui il cardinale Re si dissocia da detta nomina e afferma che McCarrick era il quattordicesimo nella lista per la provvista di Washington.
Al cardinale
Tarcisio Bertone, come Segretario di Stato, fu indirizzato il rapporto del nunzio Sambi, con tutti gli allegati, e a lui furono presumibilmente consegnati dal sostituto i miei due sopra citati appunti del 6 dicembre 2006 e del 25 maggio 2008. Come già accennato, il cardinale non aveva difficoltà a presentare insistentemente per l'episcopato candidati notoriamente omosessuali attivi - cito solo il noto caso di Vincenzo di Mauro, nominato arcivescovo-vescovo di Vigevano, poi rimosso perché insidiava i suoi seminaristi - e a filtrare e manipolare le informazioni che faceva pervenire a papa Benedetto.
Il cardinale
Pietro Parolin, attuale Segretario di Stato, si è reso anch'egli complice di aver coperto i misfatti di McCarrick, il quale dopo l'elezione di papa Francesco si vantava apertamente dei suoi viaggi e missioni in vari continenti. Nell'aprile 2014 il Washington Times aveva riferito in prima pagina di un viaggio di McCarrick nella Repubblica Centroafricana, per giunta a nome del Dipartimento di Stato. Come Nunzio a Washington, scrissi perciò al cardinale Parolin chiedendogli se erano ancora valide le sanzioni comminate a McCarrick da papa Benedetto. Ça va sans dire che la mia lettera non ebbe mai alcuna risposta!
Lo stesso si dica per il cardinale
William Levada, già Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e per i cardinali Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i vescovi, e Lorenzo Baldisseri, già segretario della medesima Congregazione per i vescovi, e l'arcivescovo Ilson de Jesus Montanari, attuale segretario della medesima Congregazione. Essi, in ragione del loro ufficio, erano al corrente delle sanzioni imposte da papa Benedetto a McCarrick.
I cardinali
Leonardo Sandri, Fernando Filoni e Angelo Becciu, come sostituti della Segreteria di Stato, hanno saputo in tutti i particolari la situazione del cardinale McCarrick.
Così pure non potevano non sapere i cardinali
Giovanni Lajolo e Dominique Mamberti, che, come Segretari per i rapporti con gli Stati, partecipavano più volte alla settimana a riunioni collegiali con il Segretario di Stato.
Per quanto riguarda la Curia romana per ora mi fermo qui, anche se sono ben noti i nomi di altri prelati in Vaticano, anche molto vicini a papa
Francesco, come il cardinale Francesco Coccopalmerio e l'arcivescovo Vincenzo Paglia, che appartengono alla corrente filo omosessuale favorevole a sovvertire la dottrina cattolica a riguardo dell'omosessualità, corrente già denunciata fin dal 1986 dal cardinale Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, nella Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali. Alla medesima corrente, seppur con una ideologia diversa, appartengono anche i cardinali Edwin Frederick O'Brien e Renato Raffaele Martino. Altri poi, appartenenti a detta corrente, risiedono persino alla Domus Sanctae Marthae.
Vengo ora agli Stati Uniti. Ovviamente, il primo a essere stato informato dei provvedimenti presi da papa
Benedetto fu il successore di McCarrick alla sede di Washington, il cardinale Donald Wuerl, la cui situazione è ora del tutto compromessa dalle recenti rivelazioni sul suo comportamento come vescovo di Pittsburgh.
È assolutamente impensabile che il nunzio
Sambi, persona altamente responsabile, leale, diretto ed esplicito nel suo modo di essere da vero romagnolo, non gliene abbia parlato. In ogni caso, io stesso venni in più occasioni sull'argomento con il cardinale Wuerl, e non ci fu certo bisogno che entrassi in particolari perché mi fu subito evidente che ne era pienamente al corrente. Ricordo poi in particolare il fatto che dovetti richiamare la sua attenzione perché mi accorsi che in una pubblicazione dell'arcidiocesi, sulla copertina posteriore a colori, veniva annunciato un invito ai giovani che ritenevano di avere la vocazione al sacerdozio a un incontro con il cardinale McCarrick. Telefonai subito al cardinale Wuerl, che mi manifestò la sua meraviglia, dicendomi che non sapeva nulla di quell'annuncio e che avrebbe provveduto ad annullare detto incontro. Se, come ora continua ad affermare, non sapeva nulla degli abusi commessi da McCarrick e dei provvedimenti presi da papa Benedetto, come si spiega la sua risposta?
Le sue recenti dichiarazioni in cui afferma di non aver saputo nulla, anche se all'inizio furbescamente riferite ai risarcimenti alle due vittime, sono assolutamente risibili. Il cardinale mente spudoratamente e per di più induce a mentire anche il suo cancelliere, monsignor
Antonicelli.
Del resto, già in altra occasione il cardinale
Wuerl aveva chiaramente mentito. A seguito di un evento moralmente inaccettabile autorizzato dalle autorità accademiche della Georgetown university, avevo richiamato l'attenzione del suo presidente, dottor John DeGioia, indirizzandogli due successive lettere. Prima di inoltrarle al destinatario, per correttezza, ne consegnai personalmente copia al cardinale con una mia lettera di accompagnamento. Il cardinale mi disse che non ne era al corrente. Si guardò bene però di accusare ricevimento delle mie due lettere, contrariamente a quanto puntualmente era solito fare. Poi seppi che detto evento alla Georgetown aveva avuto luogo da sette anni. Ma il cardinale non ne sapeva nulla!
Il cardinale
Wuerl inoltre, ben sapendo dei continui abusi commessi dal cardinale McCarrick e delle sanzioni impostegli da papa Benedetto, trasgredendo l'ordine del Papa gli permise di risiedere in un seminario in Washington D.C. Mise così a rischio altri seminaristi.
Il vescovo
Paul Bootkoski, emerito di Metuchen, e l'arcivescovo John Myers, emerito di Newark, coprirono gli abusi commessi da McCarrick nelle loro rispettive diocesi e risarcirono due delle sue vittime. Non possono negarlo, e devono essere interrogati perché rivelino ogni circostanza e responsabilità al riguardo.
Il cardinale
Kevin Farrell, intervistato recentemente dai media, ha anch'egli affermato di non avere avuto il minimo sentore degli abusi commessi da McCarrick. Tenuto conto del suo curriculum a Washington, a Dallas e ora a Roma, credo che nessuno possa onestamente credergli. Non so se gli sia mai stato chiesto se sapesse dei crimini di Maciel. Se dovesse negarlo, qualcuno forse gli crederebbe, atteso che egli ha occupato compiti di responsabilità come membro dei Legionari di Cristo?
Del cardinale
Sean O'Malley mi limito a dire che le sue ultime dichiarazioni sul caso McCarrick sono sconcertanti, anzi hanno oscurato totalmente la sua trasparenza e credibilità.
La mia coscienza mi impone poi di rivelare fatti che ho vissuto in prima persona, riguardanti papa
Francesco, che hanno una valenza drammatica, e che come vescovo, condividendo la responsabilità collegiale di tutti i vescovi verso la Chiesa universale, non mi permettono di tacere, e che qui affermo, disposto a confermarli sotto giuramento chiamando Dio come mio testimone.
Negli ultimi mesi del suo pontificato papa
Benedetto XVI aveva convocato a Roma una riunione di tutti i nunzi apostolici, come avevano già fatto Paolo VI e San Giovanni Paolo II in più occasioni. La data fissata per l'udienza con il Papa era venerdì 21 giugno 2013. Papa Francesco mantenne questo impegno preso dal suo predecessore. Naturalmente anch'io venni a Roma da Washington. Si trattava del mio primo incontro con il nuovo Papa, eletto solo tre mesi prima, dopo la rinuncia di papa Benedetto.
La mattina di giovedì 20 giugno 2013 mi recai alla Domus Sanctae Marthae, per unirmi ai miei colleghi che erano ivi alloggiati. Appena entrato nella hall mi incontrai con il cardinal
McCarrick, che indossava la veste filettata. Lo salutai con rispetto come sempre avevo fatto. Egli mi disse immediatamente con un tono fra l'ambiguo e il trionfante: «Il Papa mi ha ricevuto ieri, domani vado in Cina».
Allora nulla sapevo della sua lunga amicizia con il cardinale
Bergoglio, e della parte di rilievo che aveva giocato per la sua recente elezione, come lo stesso McCarrick avrebbe successivamente rivelato in una conferenza alla Villanova university e in un'intervista al Catholic National Reporter, né avevo mai pensato al fatto che aveva partecipato agli incontri preliminari del recente conclave, e al ruolo che aveva potuto avere come elettore in quello del 2005. Non colsi perciò immediatamente il significato del messaggio criptato che McCarrick mi aveva comunicato, ma che mi sarebbe diventato evidente nei giorni immediatamente successivi.
Il giorno dopo ebbe luogo l'udienza con papa
Francesco. Dopo il discorso, in parte letto e in parte pronunciato a braccio, il Papa volle salutare uno a uno tutti i nunzi. In fila indiana, ricordo che io rimasi fra gli ultimi. Quando fu il mio turno, ebbi appena il tempo di dirgli «sono il nunzio negli Stati Uniti», che senza alcun preambolo mi investì con tono di rimprovero con queste parole: «I vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati! Devono essere dei pastori!». Naturalmente non ero in condizione di chiedere spiegazioni sul significato delle sue parole e del modo aggressivo con cui mi aveva apostrofato. Avevo in mano un libro in portoghese che il cardinale O'Malley mi aveva consegnato per il Papa qualche giorno prima, dicendomi: «Così ripassa il portoghese prima di andare a Rio, per la Giornata mondiale della gioventù». Glielo consegnai subito, liberandomi così da quella situazione estremamente sconcertante e imbarazzante.
Al termine dell'udienza il Papa annunziò: «Chi di voi domenica prossima è ancora a Roma è invitato a concelebrare con me alla Domus Sanctae Marthae». Io naturalmente pensai di restare, per chiarire quanto prima cosa il Papa avesse inteso dirmi.
Domenica 23 giugno, prima della concelebrazione con il Papa, chiesi a monsignor
Battista Ricca, che come responsabile della casa ci aiutava a indossare i paramenti, se poteva chiedere al Papa se nel corso della settimana seguente avrebbe potuto ricevermi. Come avrei potuto ritornare a Washington senza aver chiarito ciò che il Papa voleva da me? Terminata la messa, mentre il Papa salutava i pochi laici presenti, monsignor Fabian Pedacchio, il suo segretario argentino, venne da me e mi disse: «Il Papa mi ha detto di chiederle se lei è libero adesso!». Naturalmente gli risposi che ero a disposizione del Papa e che lo ringraziavo di volermi ricevere subito. Il Papa mi condusse al primo piano nel suo appartamento e mi disse: «Abbiamo 40 minuti prima dell'Angelus».
Iniziai io la conversazione, chiedendogli che cosa avesse inteso dirmi con le parole che mi aveva rivolto quando l'avevo salutato, il venerdì precedente. E il Papa, con un tono ben diverso, amichevole, quasi affettuoso, mi disse: «Sì, i vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, non devono essere di destra come l'arcivescovo di Filadelfia (il Papa non mi fece il nome dell'arcivescovo), devono essere dei pastori; e non devono essere di sinistra», e aggiunse, alzando tutte e due le braccia: «E quando dico di sinistra, intendo dire omosessuali». Naturalmente mi sfuggì la logica della correlazione fra essere di sinistra ed essere omosessuali, ma non aggiunsi altro. Subito dopo il Papa mi chiese con tono accattivante: «Il cardinale McCarrick com'è?». Io gli risposi con tutta franchezza, e se volete con tanta ingenuità: «Santo Padre, non so se lei conosce il cardinale McCarrick, ma se chiede alla Congregazione per i vescovi c'è un dossier grande così su di lui. Ha corrotto generazioni di seminaristi e di sacerdoti, e papa Benedetto gli ha imposto di ritirarsi a una vita di preghiera e di penitenza». Il Papa non fece il minimo commento a quelle mie parole tanto gravi, e non mostrò sul suo volto alcuna espressione di sorpresa, come se la cosa gli fosse già nota da tempo, e cambiò subito di argomento. Ma allora, con quale finalità il Papa mi aveva posto quella domanda: «Il cardinal McCarrick com'è?». Evidentemente voleva accertarsi se fossi alleato di McCarrick o no.
Rientrato a Washington, tutto mi divenne molto chiaro, grazie anche a un nuovo fatto accaduto solo pochi giorni dopo il mio incontro con papa Francesco. Alla presa di possesso della diocesi di El Paso da parte del nuovo vescovo Mark Seitz, il 9 luglio 2013, inviai il primo consigliere, monsignor Jean François Lantheaume, mentre io quel medesimo giorno andai a Dallas per un incontro internazionale di bioetica. Di ritorno, monsignor Lantheaume mi riferì che a El Paso aveva incontrato il cardinale McCarrick, il quale, presolo in disparte, gli aveva detto quasi le stesse parole che il Papa aveva detto a me a Roma: «I vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, non devono essere di destra, devono essere dei pastori…». Rimasi esterrefatto! Era perciò chiaro che le parole di rimprovero che papa Francesco mi aveva rivolto quel 21 giugno 2013 gli erano state messe in bocca il giorno prima dal cardinale McCarrick. Anche la menzione da parte del Papa «non come l'arcivescovo di Filadelfia» conduceva a McCarrick, perché fra i due c'era stato un forte diverbio a riguardo dell'ammissione alla comunione dei politici favorevoli all'aborto: McCarrick aveva manipolato nella sua comunicazione ai vescovi una lettera dell'allora cardinale Ratzinger che proibiva di dare loro la comunione. Di fatto, poi, sapevo quanto certi cardinali come Roger Mahony, William Levada e Wuerl, fossero strettamente legati a McCarrick, avessero osteggiato le nomine più recenti fatte da papa Benedetto, per sedi importanti come Filadelfia, Baltimora, Denver e San Francisco.
Non contento della trappola che mi ha aveva teso in 23 giugno 2013 chiedendomi di McCarrick, solo qualche mese dopo, nell'udienza che mi concesse il 10 ottobre 2013,papa Francesco me ne pose una seconda, questa volta a riguardo di un suo secondo protetto, il cardinale Donald Wuerl. Mi chiese: «Il cardinale Wuerl com'è, buono o cattivo?». «Santo Padre», gli risposi, «non le dirò se è buono o cattivo, ma le riferirò due fatti». Sono quelli a cui ho già sopra accennato, che riguardano la noncuranza pastorale di Wuerl per le deviazioni aberranti alla Georgetown university e l'invito da parte dell'arcidiocesi di Washington a giovani aspiranti al sacerdozio a un incontro con McCarrick! Anche questa seconda volta il Papa non manifestò alcuna reazione.
Era poi evidente che, a partire dalla elezione di papa Francesco, McCarrick, ormai sciolto da ogni costrizione, si era sentito libero di viaggiare continuamente, di dare conferenze e interviste. In un gioco di squadra con il cardinale Rodriguez Maradiaga era diventato il kingmaker per le nomine in Curia e negli Stati Uniti, e il consigliere più ascoltato in Vaticano per i rapporti con l'amministrazione Obama. Così si spiega il fatto che, come membri della Congregazione per i vescovi, il Papa sostituì il cardinale Raymond Burke con Wuerl e vi nominò immediatamente Blase Cupich, fatto poi subito cardinale. Con tali nomine, la nunziatura a Washington era ormai fuori gioco per la nomina dei vescovi. Per giunta, nominò il brasiliano Ilson de Jesus Montanari - grande amico del suo segretario privato argentino Fabian Pedacchio - segretario della medesima Congregazione per i vescovi e segretario del Collegio dei cardinali, promuovendolo in un sol balzo da semplice officiale di quel dicastero ad arcivescovo segretario. Cosa mai vista per un incarico così importante!
Le nomine di Blase Cupich a Chicago e di William Tobin a Newark sono state orchestrate da McCarrick, Maradiaga e Wuerl, uniti da un patto scellerato di abusi del primo e quantomeno di coperture di abusi da parte degli altri due. I loro nominativi non figuravano fra quelli presentati dalla nunziatura per Chicago e per Newark. Di Cupich non può certo sfuggire l'ostentata arroganza e sfrontatezza nel negare l'evidenza ormai palese a tutti: che cioè l'80% degli abusi riscontrati è stato nei confronti di giovani adulti da parte di omosessuali in rapporto di autorità verso le loro vittime.
Nel discorso che fece alla presa di possesso della sede di Chicago, a cui ero presente come rappresentante del Papa, Cupich disse, come battuta di spirito, che certo non ci si doveva aspettare dal nuovo arcivescovo che camminasse sulle acque. Sarebbe forse sufficiente che fosse capace di restare con i piedi per terra e che non cercasse di capovolgere la realtà, accecato dalla sua ideologia pro gay, come ha affermato in una recente intervista ad America. Ostentando la sua particolare competenza in materia - essendo stato presidente del Committee on protection of children and young people della Uscb - ha asserito che il problema principale nella crisi degli abusi sessuali da parte del clero non è l'omosessualità, e che affermarlo è solo un modo per distogliere l'attenzione dal vero problema che è il clericalismo. A sostegno di questa sua tesi, Cupich ha fatto «stranamente» riferimento ai risultati di una ricerca fatta nell'apice della crisi di abusi sessuali nei confronti di minori dell'inizio degli anni 2000, mentre ha ignorato «candidamente» che i risultati di quell'indagine furono totalmente smentiti dai successivi rapporti indipendenti del John Jay college of criminal justice del 2004 e del 2011, in cui si concludeva che nei casi di abusi sessuali l'81% delle vittime erano maschi. Infatti, padre Hans Zollner S.J., vicerettore della Pontificia università gregoriana, presidente del Centre for child protection, membro della Pontificia commissione per la protezione dei minori, ha recentemente dichiarato al giornale La Stampa che «nella maggior parte dei casi si tratta di abusi omosessuali».
Anche la nomina, poi, di Robert McElroy a San Diego fu pilotata dall'alto, con un ordine perentorio cifrato, a me come nunzio, dal cardinale Parolin: «Riservi la sede di San Diego per McElroy». Anche McElroy ben sapeva degli abusi commessi da McCarrick, come risulta da una lettera indirizzatagli da Richard Sipe il 28 luglio 2016.
A questi personaggi sono strettamente associati individui appartenenti in particolare all'ala deviata della Compagnia di Gesù, purtroppo oggi maggioritaria, che già era stata motivo di gravi preoccupazioni per Paolo VI e per i successivi pontefici. Basti solo pensare a padre Robert Drinan S.J., eletto quattro volte alla Camera dei rappresentanti, accanito sostenitore dell'aborto, o a padre Vincent O'Keefe S.J., fra i principali promotori del documento The Land o' lakes statement del 1967, che ha gravemente compromesso l'identità cattolica delle università e dei collegi negli Stati Uniti. Si noti che anche McCarrick, allora presidente dell'università cattolica del Portorico, partecipò a quell'infausta impresa, così deleteria per la formazione delle coscienze della gioventù americana, strettamente associato com'era all'ala deviata dei gesuiti.
Padre James Martin S.J., osannato dai personaggi sopra menzionati, in particolare da Cupich, Tobin, Farrell e McElroy, nominato consultore del dicastero per le comunicazioni, noto attivista che promuove l'agenda Lgbt, prescelto per corrompere i giovani che si raduneranno prossimamente a Dublino per l'incontro mondiale delle famiglie, altro non è se non un triste recente esemplare di quell'ala deviata della Compagnia di Gesù.
Papa Francesco ha chiesto più volte totale trasparenza nella Chiesa e a vescovi e fedeli di agire con parresia. I fedeli di tutto il mondo la esigono anche da lui in modo esemplare. Dica da quando ha saputo dei crimini commessi da McCarrick abusando della sua autorità con seminaristi e sacerdoti.
In ogni caso, il Papa lo ha saputo da me il 23 giugno 2013 e ha continuato a coprirlo, non ha tenuto conto delle sanzioni che gli aveva imposto papa Benedetto e ne ha fatto il suo fidato consigliere insieme con Maradiaga.
Quest'ultimo si sente così sicuro della protezione del Papa che può cestinare come «pettegolezzi» gli appelli accorati di decine di suoi seminaristi, che trovarono il coraggio di scrivergli dopo che uno di loro aveva cercato di suicidarsi per gli abusi omosessuali nel seminario. Ormai i fedeli hanno ben capito la strategia di Maradiaga: insultare le vittime per salvare sé stesso, mentire a oltranza per coprire una voragine di abusi di potere, di cattiva gestione nell'amministrazione dei beni della Chiesa, di disastri finanziari anche nei confronti di intimi amici, come nel caso dell'ambasciatore dell'Honduras Alejandro Valladares, già decano del corpo diplomatico presso la Santa Sede.
Nel caso del già vescovo ausiliare Juan José Pineda, dopo l'articolo apparso sul settimanale L'Espresso nel febbraio scorso, Maradiaga aveva dichiarato al giornale Avvenire: «È stato il mio vescovo ausiliare Pineda a chiedere la visita, in modo da “pulire" il suo nome a seguito di molte calunnie di cui è stato oggetto». Ora, di Pineda si è pubblicato unicamente che le sue dimissioni sono state semplicemente accettate, facendo così sparire nel nulla qualsiasi eventuale responsabilità sua e di Maradiaga.
In nome della trasparenza dal Papa tanto conclamata, si renda pubblico il rapporto che il «visitatore», il vescovo argentino Alcides Casaretto, ha consegnato più di un anno fa solo e direttamente al Papa.
Infine, anche la recente nomina a sostituto dell'arcivescovo Edgar Peña Parra ha una connessione con l'Honduras, cioè con Maradiaga. Peña Parra infatti dal 2003 al 2007 ha prestato servizio presso la nunziatura di Tegucigalpa in qualità di consigliere. Come delegato per le Rappresentanze pontificie mi erano pervenute informazioni preoccupanti a suo riguardo.
In Honduras si sta per ripetere uno scandalo immane come quello in Cile. Il Papa difende a oltranza il suo uomo, il cardinale Rodriguez Maradiaga, come aveva fatto in Cile con il vescovo Juan de la Cruz Barros, che lui stesso aveva nominato vescovo di Osorno, contro il parere dei vescovi cileni. Prima ha insultato le vittime degli abusi, poi, solo quando vi è stato costretto dal clamore dei media, dalla rivolta delle vittime e dei fedeli cileni, ha riconosciuto il suo errore e si è scusato, pur affermando che era stato mal informato, provocando una situazione disastrosa nella Chiesa in Cile, ma continuando a proteggere i due cardinali cileni Francisco Errazuriz e Ricardo Ezzati.
Anche nella triste vicenda di McCarrick, il comportamento di papa Francesco non è stato diverso. Sapeva perlomeno dal 23 giugno 2013 che McCarrick era un predatore seriale. Pur sapendo che era un corrotto, lo ha coperto a oltranza, anzi ha fatto propri i suoi consigli non certo ispirati da sane intenzioni né da amore per la Chiesa. Solo quando vi è stato costretto dalla denuncia di un abuso di un minore, sempre in funzione del plauso dei media, ha preso provvedimenti nei suoi confronti per salvare la sua immagine mediatica.
Ora negli Stati Uniti c'è un coro che si leva specialmente dai fedeli laici, a cui ultimamente si sono uniti alcuni vescovi e sacerdoti: chiedono che tutti quelli che hanno coperto con il loro silenzio il comportamento criminale di McCarrick o che si sono serviti di lui per fare carriera o promuovere i loro intenti, ambizioni e il loro potere nella Chiesa si dimettano.
Ma ciò non sarà sufficiente per sanare la situazione di gravissimi comportamenti immorali da parte del clero, vescovi e sacerdoti. Occorre proclamare un tempo di conversione e di penitenza. Occorre recuperare nel clero e nei seminari la virtù della castità. Occorre lottare contro la corruzione dell'uso improprio delle risorse della Chiesa e delle offerte dei fedeli. Occorre denunciare la gravità della condotta omosessuale. Occorre sradicare le reti di omosessuali esistenti nella Chiesa, come ha recentemente scritto Janet Smith, professoressa di teologia morale nel Sacred Heart major seminary di Detroit. «Il problema degli abusi del clero», ha scritto, «non potrà essere risolto semplicemente con le dimissioni di alcuni vescovi, né tanto meno con nuove direttive burocratiche. Il centro del problema sta nelle reti omosessuali nel clero che devono essere sradicate». Queste reti di omosessuali, ormai diffuse in molte diocesi, seminari, ordini religiosi, eccetera, agiscono coperte dal segreto e dalla menzogna con la potenza dei tentacoli di una piovra e stritolano vittime innocenti, vocazioni sacerdotali e stanno strangolando l'intera Chiesa.
Imploro tutti, in particolare i vescovi, di rompere il silenzio per sconfiggere questa cultura di omertà così diffusa, di denunciare ai media e alle autorità civili i casi di abusi di cui sono a conoscenza.
Ascoltiamo il messaggio più potente che ci ha lasciato in eredità San Giovanni Paolo II: «Non abbiate paura! Non abbiate paura!».
Papa Benedetto nell'omelia dell'Epifania del 2008 ci ricordava che il disegno di salvezza del Padre si è pienamente rivelato e realizzato nel mistero della morte e risurrezione di Cristo, ma richiede di essere accolto dalla storia umana, che rimane sempre storia di fedeltà da parte di Dio e purtroppo anche di infedeltà da parte di noi uomini. La Chiesa, depositaria della benedizione della nuova alleanza, siglata nel sangue dell'Agnello, è santa ma composta di peccatori, come scrisse Sant'Ambrogio: la Chiesa è «immaculata ex maculatis», è santa e senza macchia pur essendo composta nel suo itinerario terreno da uomini macchiati di peccato.
Voglio ricordare questa verità indefettibile della santità della Chiesa ai tanti che sono rimasti così profondamente scandalizzati dagli abominevoli e sacrileghi comportamenti del già arcivescovo di Washington, Theodore McCarrick, dalla grave, sconcertante e peccaminosa condotta di papa Francesco e dall'omertà di tanti pastori, e che sono tentati di abbandonare la Chiesa deturpata da tante ignominie.
Papa Francesco all'Angelus di domenica 12 agosto 2018 ha pronunciato queste parole: «Ognuno è colpevole del bene che poteva fare e non ha fatto… Se non ci opponiamo al male, lo alimentiamo in modo tacito. È necessario intervenire dove il male si diffonde; perché il male si diffonde dove mancano cristiani audaci che si oppongono con il bene». Se questa, giustamente, è da considerarsi una grave responsabilità morale per ogni fedele, quanto più grave lo è per il supremo pastore della Chiesa, il quale nel caso di McCarrick non solo non si è opposto al male ma si è associato nel compiere il male con chi sapeva essere profondamente corrotto, ha seguito i consigli di chi ben sapeva essere un perverso, moltiplicando così in modo esponenziale con la sua suprema autorità il male operato da McCarrick. E quanti altri cattivi pastori Francesco sta ancora continuando ad appoggiare nella loro azione di distruzione della Chiesa!
Francesco sta abdicando al mandato che Cristo diede a Pietro di confermare i fratelli. Anzi con la sua azione li ha divisi, li induce in errore, incoraggia i lupi nel continuare a dilaniare le pecore del gregge di Cristo.
In questo momento estremamente drammatico per la Chiesa universale riconosca i suoi errori e in coerenza con il conclamato principio di tolleranza zero, papa Francesco sia il primo a dare il buon esempio a cardinali e vescovi che hanno coperto gli abusi di McCarrick e si dimetta insieme a tutti loro.
Seppur nello sconcerto e nella tristezza per l'enormità di quanto sta accadendo, non perdiamo la speranza! Ben sappiamo che la grande maggioranza dei nostri pastori vivono con fedeltà e dedizione la propria vocazione sacerdotale.
È nei momenti di grande prova che la grazia del Signore si rivela sovrabbondante e mette la sua misericordia senza limiti a disposizione di tutti; ma è concessa solo a chi è veramente pentito e propone sinceramente di emendarsi. Questo è il tempo opportuno per la Chiesa, per confessare i propri peccati, per convertirsi e fare penitenza.
Preghiamo tutti per la Chiesa e per il Papa, ricordiamoci di quante volte ci ha chiesto di pregare per lui!
Rinnoviamo tutti la fede nella Chiesa nostra madre: «Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica». Cristo non abbandonerà mai la sua Chiesa! L'ha generata nel suo sangue e la rianima continuamente con il suo Spirito! Maria, madre della Chiesa, prega per noi! Maria Vergine Regina, madre del Re della gloria, prega per noi!
Roma, 22 Agosto 2018
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La testimonianza di monsignor Carlo Maria Viganò, arcivescono di Ulpiana, nunzio apostolico: fin dal 2006 ero venuto a conoscenza dei sospetti su Theodore McCarrick: «Scrissi a Tarcisio Bertone e Leonardo Sandri consigliando di anticipare la giustizia civile. Non ebbi risposta». McCarrick era stato confinato alla solitudine dalla linea dura di Benedetto XVI. Ma poi è stato riabilitato e coperto. E s'è vantato di aver fatto eleggere Jorge Mario Bergoglio. Il 23 giugno 2013 mi chiese un parere su McCarrick. Gli spiegai che Ratzinger aveva agito contro di lui. Ma non ne fu sorpreso. In questo tragico momento che sta attraversando la Chiesa in varie parti del mondo, Stati Uniti, Cile, Honduras, Australia, eccetera, gravissima è la responsabilità dei vescovi. Penso in particolare agli Stati Uniti d'America dove fui inviato come nunzio apostolico da papa Benedetto XVI il 19 ottobre 2011, memoria dei primi martiri dell'America Settentrionale. I vescovi degli Stati Uniti sono chiamati, e io con loro, a seguire l'esempio di questi primi martiri che portarono il Vangelo nelle terre d'America, a essere testimoni credibili dell'incommensurabile amore di Cristo, Via, Verità e Vita. Vescovi e sacerdoti, abusando della loro autorità, hanno commesso crimini orrendi a danno di loro fedeli, minori, vittime innocenti, giovani uomini desiderosi di offrire la loro vita alla Chiesa, o non hanno impedito con il loro silenzio che tali crimini continuassero a essere perpetrati. Per restituire la bellezza della santità al volto della Sposa di Cristo, tremendamente sfigurato da tanti abominevoli delitti, se vogliamo veramente liberare la Chiesa dalla fetida palude in cui è caduta, dobbiamo avere il coraggio di abbattere la cultura del segreto e confessare pubblicamente le verità che abbiamo tenuto nascoste. Occorre abbattere l'omertà con cui vescovi e sacerdoti hanno protetto loro stessi a danno dei loro fedeli, omertà che agli occhi del mondo rischia di far apparire la Chiesa come una setta, omertà non tanto dissimile da quella che vige nella mafia. «Tutto quello che avete detto nelle tenebre… sarà proclamato sui tetti» (Luca, 12:3). Avevo sempre creduto e sperato che la gerarchia della Chiesa potesse trovare in sé stessa le risorse spirituali e la forza per far emergere la verità, per emendarsi e rinnovarsi. Per questo motivo, anche se più volte sollecitato, avevo sempre evitato di fare dichiarazioni ai mezzi di comunicazione, anche quando sarebbe stato mio diritto farlo per difendermi dalle calunnie pubblicate sul mio conto anche da alti prelati della Curia romana. Ma ora che la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchica della Chiesa la mia coscienza mi impone di rivelare quelle verità di cui, in relazione al caso tristissimo dell'arcivescovo emerito di Washington, Theodore McCarrick, sono venuto a conoscenza nel corso degli incarichi che mi furono affidati, da san Giovanni Paolo II come delegato per le Rappresentanze pontificie dal 1998 al 2009, e da papa Benedetto XVI come nunzio apostolico negli Stati Uniti d'America dal 19 ottobre 2011 a fine maggio 2016. Come delegato per le Rappresentanze pontificie nella Segreteria di Stato, le mie competenze non erano limitate alle nunziature apostoliche, ma comprendevano anche il personale della Curia romana (assunzioni, promozioni, processi informativi su candidati all'episcopato, eccetera) e l'esame di casi delicati, anche di cardinali e vescovi, che venivano affidati al delegato dal cardinale Segretario di Stato o dal sostituto della Segreteria di Stato. Per dissipare sospetti insinuati in alcuni articoli recenti, dirò subito che i nunzi apostolici negli Stati Uniti, Gabriel Montalvo e Pietro Sambi, ambedue deceduti prematuramente, non mancarono di informare immediatamente la Santa Sede non appena ebbero notizia dei comportamenti gravemente immorali con seminaristi e sacerdoti dell'arcivescovo McCarrick. Anzi, la lettera del padre domenicano Boniface Ramsey datata 22 novembre 2000, secondo quanto scrisse il nunzio Pietro Sambi, fu da lui scritta su richiesta del compianto nunzio Montalvo. In essa padre Ramsey, che era stato professore nel seminario diocesano di Newark dalla fine degli anni Ottanta fino al 1996, afferma che era voce ricorrente in seminario che l'arcivescovo «shared his bed with seminarians», invitandone cinque alla volta a passare il fine settimana con lui nella sua casa al mare. E aggiungeva di conoscere un certo numero di seminaristi, di cui alcuni furono poi ordinati sacerdoti per l'arcidiocesi di Newark, che erano stati invitati a detta casa al mare e avevano condiviso il letto con l'arcivescovo. L'ufficio che allora ricoprivo non fu portato a conoscenza di alcun provvedimento preso dalla Santa Sede dopo quella denuncia del nunzio Montalvo alla fine del 2000, quando Segretario di Stato era il cardinale Angelo Sodano. Parimenti, il nunzio Sambi trasmise al cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, una memoria di accusa contro McCarrick da parte del sacerdote Gregory Littleton della diocesi di Charlotte, ridotto allo stato laicale per violazione di minori, assieme a due documenti dello stesso Littleton, in cui raccontava la sua triste storia di abusi sessuali da parte dell'allora arcivescovo di Newark e di diversi altri preti e seminaristi. Il nunzio aggiungeva che il Littleton aveva già inoltrato questa sua memoria a circa una ventina di persone, fra autorità giudiziarie civili ed ecclesiastiche, di polizia e avvocati, fin dal giugno 2006, e che era quindi molto probabile che la notizia venisse presto resa pubblica. Egli sollecitava pertanto un pronto intervento della Santa Sede. Nel redigere l'appunto su questi documenti che come delegato per le rappresentanze pontificie mi furono affidati il 6 dicembre 2006, scrissi per i miei superiori, il cardinale Tarcisio Bertone e il sostituto Leonardo Sandri, che i fatti attribuiti a McCarrick dal Littleton erano di tale gravità e nefandezza da provocare nel lettore sconcerto, senso di disgusto, profonda pena e amarezza, e che essi configuravano i crimini di adescamento, sollecitazione ad atti turpi di seminaristi e sacerdoti, ripetuti e simultaneamente con più persone, dileggio di un giovane seminarista che cercava di resistere alle seduzioni dell'arcivescovo alla presenza di altri due sacerdoti, assoluzione del complice in atti turpi, celebrazione sacrilega dell'eucaristia con i medesimi sacerdoti dopo aver commesso tali atti. In quel mio appunto, che consegnai quello stesso 6 dicembre 2006 al mio diretto superiore, il sostituto Leonardo Sandri, proponevo ai miei superiori le seguenti considerazioni e linea d'azione: - Premesso che a tanti scandali nella Chiesa negli Stati Uniti, sembrava che se ne stesse per aggiungere uno di particolare gravità che riguardava un cardinale; - e che in via di diritto, trattandosi di un cardinale, in base al canone 1.405 paragrafo 1, punto 2, « ipsius Romani Pontificis dumtaxat ius est iudicandi»; - proponevo che venisse preso nei confronti del cardinale un provvedimento esemplare che potesse avere una funzione medicinale, per prevenire futuri abusi nei confronti di vittime innocenti e lenire il gravissimo scandalo per i fedeli, che nonostante tutto continuavano ad amare e credere nella Chiesa. Aggiungevo che sarebbe stato salutare che per una volta l'autorità ecclesiastica avesse a intervenire prima di quella civile e, se possibile, prima che lo scandalo fosse scoppiato sulla stampa. Ciò avrebbe potuto restituire un po' di dignità a una Chiesa così provata e umiliata per tanti abominevoli comportamenti da parte di alcuni pastori. In tal caso, l'autorità civile non si sarebbe trovata più a dover giudicare un cardinale, ma un pastore verso cui la Chiesa aveva già preso opportuni provvedimenti, per impedire che il cardinale, abusando della sua autorità, continuasse a distruggere vittime innocenti. Quel mio appunto del 6 dicembre 2006 fu trattenuto dai miei superiori e mai mi fu restituito con un'eventuale decisione superiore al riguardo. Successivamente, intorno al 21-23 aprile 2008, fu pubblicato su Internet - nel sito richardsipe.com - lo Statement for Pope Benedict XVI about the pattern of sexual abuse crisis in the United States, di Richard Sipe. Esso fu trasmesso il 24 aprile dal Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale William Levada, al cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, e fu a me consegnato un mese dopo, il successivo 24 maggio 2008. Il giorno seguente consegnavo al nuovo sostituto, Fernando Filoni, il mio appunto, comprensivo del mio precedente del 6 dicembre 2006. In esso facevo una sintesi del documento di Richard Sipe, che terminava con questo rispettoso e accorato appello a papa Benedetto XVI: «I approach Your Holiness with due reverence, but with the same intensity that motivated Peter Damian to lay out before your predecessor, pope Leo IX, a description of the condition of the clergy during his time. The problems he spoke of are similar and as great now in the United States as they were then in Rome. If Your Holiness requests, I will submit to you personally documentation of that about which I have spoken». Terminavo questo mio appunto ripetendo ai miei superiori che ritenevo si dovesse intervenire quanto prima, togliendo il cappello cardinalizio al cardinale McCarrick e infliggendogli le sanzioni stabilite dal codice di diritto canonico, le quali prevedono anche la riduzione allo stato laicale. Anche questo secondo mio appunto non fu mai restituito all'ufficio del personale, e grande era il mio sconcerto nei confronti dei superiori per l'inconcepibile assenza di ogni provvedimento nei confronti del cardinale, e per il perdurare della mancanza di ogni comunicazione nei miei riguardi fin da quel mio primo appunto del dicembre 2006. Ma finalmente seppi con certezza, tramite il cardinale Giovanni Battista Re, allora Prefetto della Congregazione per i vescovi, che il coraggioso e meritevole statement di Richard Sipe aveva avuto il risultato auspicato. Papa Benedetto XVI aveva comminato al cardinale McCarrick sanzioni simili a quelle ora inflittegli da papa Francesco: il cardinale doveva lasciare il seminario in cui abitava, gli veniva proibito di celebrare in pubblico, di partecipare a pubbliche riunioni, di dare conferenze, di viaggiare, con obbligo di dedicarsi a una vita di preghiera e di penitenza. Non mi è noto quando papa Benedetto abbia preso nei confronti di McCarrick questi provvedimenti, se nel 2009 o nel 2010, perché nel frattempo ero stato trasferito al Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, così come non mi è dato sapere chi sia stato responsabile di questo incredibile ritardo. Non credo certo papa Benedetto, il quale da cardinale aveva già più volte denunciato la corruzione presente nella Chiesa, e nei primi mesi del suo pontificato aveva preso ferma posizione contro l'ammissione in seminario di giovani con profonde tendenze omosessuali. Ritengo che ciò fosse dovuto all'allora primo collaboratore del Papa, cardinale Tarcisio Bertone, notoriamente favorevole a promuovere omosessuali in posti di responsabilità, e solito gestire le informazioni che riteneva opportuno far pervenire al Papa. In ogni caso, quello che è certo è che papa Benedetto inflisse a McCarrick le suddette sanzioni canoniche, e che esse gli furono comunicate dal nunzio apostolico negli Stati Uniti, Pietro Sambi. Monsingor Jean François Lantheaume, allora primo consigliere della nunziatura a Washington e Chargé d'affaires ad interim dopo la morte inaspettata del nunzio Sambi a Baltimora, mi riferì quando giunsi a Washington - ed egli è pronto a darne testimonianza - di un colloquio burrascoso, di oltre un'ora, del nunzio Sambi con il cardinale McCarrick convocato in nunziatura: «La voce del nunzio», mi disse monsignor Lantheaume, «si sentiva fin nel corridoio». Le medesime disposizioni di papa Benedetto furono poi comunicate anche a me dal nuovo Prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Marc Ouellet, nel novembre 2011 in un colloquio prima della mia partenza per Washington, fra le istruzioni della medesima Congregazione al nuovo nunzio. A mia volta le ribadii al cardinale McCarrick al mio primo incontro con lui in nunziatura. Il cardinale, farfugliando in modo appena comprensibile, ammise di aver forse commesso l'errore di aver dormito nello stesso letto con qualche seminarista nella sua casa al mare, ma me lo disse come se ciò non avesse alcuna importanza. I fedeli si chiedono insistentemente come sia stata possibile la sua nomina a Washington e a cardinale, e hanno pieno diritto di sapere chi fosse a conoscenza, chi abbia coperto i suoi gravi misfatti. È perciò mio dovere rendere noto quanto so al riguardo, incominciando dalla Curia romana. Il cardinale Angelo Sodano è stato Segretario di Stato fino al settembre 2006: ogni informazione perveniva a lui. Nel novembre 2000 il nunzio Montalvo inviò a lui il suo rapporto trasmettendogli la già citata lettera di padre Boniface Ramsey in cui denunciava i gravi abusi commessi da McCarrick. È noto che Sodano cercò di coprire fino all'ultimo lo scandalo di padre Marcial Maciel, rimosse persino il nunzio a Città del Messico, Justo Mullor, che si rifiutava di essere complice delle sue manovre di copertura di Maciel e al suo posto nominò Sandri, allora nunzio in Venezuela, ben disposto invece a collaborare. Sodano giunse anche a far fare un comunicato alla sala stampa vaticana in cui si affermava il falso, che cioè papa Benedetto aveva deciso che il caso Maciel doveva ormai considerarsi chiuso. Benedetto reagì, nonostante la strenua difesa da parte di Sodano, e Maciel fu giudicato colpevole e irrevocabilmente condannato. Fu la nomina a Washington e a cardinale di McCarrick opera di Sodano, quando Giovanni Paolo II era già molto malato? Non ci è dato saperlo. È però lecito pensarlo, ma non credo che sia stato il solo responsabile. McCarrick andava con molta frequenza a Roma e si era fatto amici dappertutto, a tutti i livelli della Curia. Se Sodano aveva protetto Maciel, come appare sicuro, non si vede perché non lo avrebbe fatto per McCarrick, che a detta di molti aveva i mezzi anche finanziari per influenzare le decisioni. Alla sua nomina a Washington si era invece opposto l'allora Prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Giovanni Battista Re. Alla nunziatura di Washington c'è un biglietto, scritto di suo pugno, in cui il cardinale Re si dissocia da detta nomina e afferma che McCarrick era il quattordicesimo nella lista per la provvista di Washington. Al cardinale Tarcisio Bertone, come Segretario di Stato, fu indirizzato il rapporto del nunzio Sambi, con tutti gli allegati, e a lui furono presumibilmente consegnati dal sostituto i miei due sopra citati appunti del 6 dicembre 2006 e del 25 maggio 2008. Come già accennato, il cardinale non aveva difficoltà a presentare insistentemente per l'episcopato candidati notoriamente omosessuali attivi - cito solo il noto caso di Vincenzo di Mauro, nominato arcivescovo-vescovo di Vigevano, poi rimosso perché insidiava i suoi seminaristi - e a filtrare e manipolare le informazioni che faceva pervenire a papa Benedetto. Il cardinale Pietro Parolin, attuale Segretario di Stato, si è reso anch'egli complice di aver coperto i misfatti di McCarrick, il quale dopo l'elezione di papa Francesco si vantava apertamente dei suoi viaggi e missioni in vari continenti. Nell'aprile 2014 il Washington Times aveva riferito in prima pagina di un viaggio di McCarrick nella Repubblica Centroafricana, per giunta a nome del Dipartimento di Stato. Come Nunzio a Washington, scrissi perciò al cardinale Parolin chiedendogli se erano ancora valide le sanzioni comminate a McCarrick da papa Benedetto. Ça va sans dire che la mia lettera non ebbe mai alcuna risposta! Lo stesso si dica per il cardinale William Levada, già Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e per i cardinali Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i vescovi, e Lorenzo Baldisseri, già segretario della medesima Congregazione per i vescovi, e l'arcivescovo Ilson de Jesus Montanari, attuale segretario della medesima Congregazione. Essi, in ragione del loro ufficio, erano al corrente delle sanzioni imposte da papa Benedetto a McCarrick. I cardinali Leonardo Sandri, Fernando Filoni e Angelo Becciu, come sostituti della Segreteria di Stato, hanno saputo in tutti i particolari la situazione del cardinale McCarrick. Così pure non potevano non sapere i cardinali Giovanni Lajolo e Dominique Mamberti, che, come Segretari per i rapporti con gli Stati, partecipavano più volte alla settimana a riunioni collegiali con il Segretario di Stato. Per quanto riguarda la Curia romana per ora mi fermo qui, anche se sono ben noti i nomi di altri prelati in Vaticano, anche molto vicini a papa Francesco, come il cardinale Francesco Coccopalmerio e l'arcivescovo Vincenzo Paglia, che appartengono alla corrente filo omosessuale favorevole a sovvertire la dottrina cattolica a riguardo dell'omosessualità, corrente già denunciata fin dal 1986 dal cardinale Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, nella Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali. Alla medesima corrente, seppur con una ideologia diversa, appartengono anche i cardinali Edwin Frederick O'Brien e Renato Raffaele Martino. Altri poi, appartenenti a detta corrente, risiedono persino alla Domus Sanctae Marthae. Vengo ora agli Stati Uniti. Ovviamente, il primo a essere stato informato dei provvedimenti presi da papa Benedetto fu il successore di McCarrick alla sede di Washington, il cardinale Donald Wuerl, la cui situazione è ora del tutto compromessa dalle recenti rivelazioni sul suo comportamento come vescovo di Pittsburgh. È assolutamente impensabile che il nunzio Sambi, persona altamente responsabile, leale, diretto ed esplicito nel suo modo di essere da vero romagnolo, non gliene abbia parlato. In ogni caso, io stesso venni in più occasioni sull'argomento con il cardinale Wuerl, e non ci fu certo bisogno che entrassi in particolari perché mi fu subito evidente che ne era pienamente al corrente. Ricordo poi in particolare il fatto che dovetti richiamare la sua attenzione perché mi accorsi che in una pubblicazione dell'arcidiocesi, sulla copertina posteriore a colori, veniva annunciato un invito ai giovani che ritenevano di avere la vocazione al sacerdozio a un incontro con il cardinale McCarrick. Telefonai subito al cardinale Wuerl, che mi manifestò la sua meraviglia, dicendomi che non sapeva nulla di quell'annuncio e che avrebbe provveduto ad annullare detto incontro. Se, come ora continua ad affermare, non sapeva nulla degli abusi commessi da McCarrick e dei provvedimenti presi da papa Benedetto, come si spiega la sua risposta? Le sue recenti dichiarazioni in cui afferma di non aver saputo nulla, anche se all'inizio furbescamente riferite ai risarcimenti alle due vittime, sono assolutamente risibili. Il cardinale mente spudoratamente e per di più induce a mentire anche il suo cancelliere, monsignor Antonicelli. Del resto, già in altra occasione il cardinale Wuerl aveva chiaramente mentito. A seguito di un evento moralmente inaccettabile autorizzato dalle autorità accademiche della Georgetown university, avevo richiamato l'attenzione del suo presidente, dottor John DeGioia, indirizzandogli due successive lettere. Prima di inoltrarle al destinatario, per correttezza, ne consegnai personalmente copia al cardinale con una mia lettera di accompagnamento. Il cardinale mi disse che non ne era al corrente. Si guardò bene però di accusare ricevimento delle mie due lettere, contrariamente a quanto puntualmente era solito fare. Poi seppi che detto evento alla Georgetown aveva avuto luogo da sette anni. Ma il cardinale non ne sapeva nulla! Il cardinale Wuerl inoltre, ben sapendo dei continui abusi commessi dal cardinale McCarrick e delle sanzioni impostegli da papa Benedetto, trasgredendo l'ordine del Papa gli permise di risiedere in un seminario in Washington D.C. Mise così a rischio altri seminaristi. Il vescovo Paul Bootkoski, emerito di Metuchen, e l'arcivescovo John Myers, emerito di Newark, coprirono gli abusi commessi da McCarrick nelle loro rispettive diocesi e risarcirono due delle sue vittime. Non possono negarlo, e devono essere interrogati perché rivelino ogni circostanza e responsabilità al riguardo. Il cardinale Kevin Farrell, intervistato recentemente dai media, ha anch'egli affermato di non avere avuto il minimo sentore degli abusi commessi da McCarrick. Tenuto conto del suo curriculum a Washington, a Dallas e ora a Roma, credo che nessuno possa onestamente credergli. Non so se gli sia mai stato chiesto se sapesse dei crimini di Maciel. Se dovesse negarlo, qualcuno forse gli crederebbe, atteso che egli ha occupato compiti di responsabilità come membro dei Legionari di Cristo? Del cardinale Sean O'Malley mi limito a dire che le sue ultime dichiarazioni sul caso McCarrick sono sconcertanti, anzi hanno oscurato totalmente la sua trasparenza e credibilità. La mia coscienza mi impone poi di rivelare fatti che ho vissuto in prima persona, riguardanti papa Francesco, che hanno una valenza drammatica, e che come vescovo, condividendo la responsabilità collegiale di tutti i vescovi verso la Chiesa universale, non mi permettono di tacere, e che qui affermo, disposto a confermarli sotto giuramento chiamando Dio come mio testimone. Negli ultimi mesi del suo pontificato papa Benedetto XVI aveva convocato a Roma una riunione di tutti i nunzi apostolici, come avevano già fatto Paolo VI e San Giovanni Paolo II in più occasioni. La data fissata per l'udienza con il Papa era venerdì 21 giugno 2013. Papa Francesco mantenne questo impegno preso dal suo predecessore. Naturalmente anch'io venni a Roma da Washington. Si trattava del mio primo incontro con il nuovo Papa, eletto solo tre mesi prima, dopo la rinuncia di papa Benedetto. La mattina di giovedì 20 giugno 2013 mi recai alla Domus Sanctae Marthae, per unirmi ai miei colleghi che erano ivi alloggiati. Appena entrato nella hall mi incontrai con il cardinal McCarrick, che indossava la veste filettata. Lo salutai con rispetto come sempre avevo fatto. Egli mi disse immediatamente con un tono fra l'ambiguo e il trionfante: «Il Papa mi ha ricevuto ieri, domani vado in Cina». Allora nulla sapevo della sua lunga amicizia con il cardinale Bergoglio, e della parte di rilievo che aveva giocato per la sua recente elezione, come lo stesso McCarrick avrebbe successivamente rivelato in una conferenza alla Villanova university e in un'intervista al Catholic National Reporter, né avevo mai pensato al fatto che aveva partecipato agli incontri preliminari del recente conclave, e al ruolo che aveva potuto avere come elettore in quello del 2005. Non colsi perciò immediatamente il significato del messaggio criptato che McCarrick mi aveva comunicato, ma che mi sarebbe diventato evidente nei giorni immediatamente successivi. Il giorno dopo ebbe luogo l'udienza con papa Francesco. Dopo il discorso, in parte letto e in parte pronunciato a braccio, il Papa volle salutare uno a uno tutti i nunzi. In fila indiana, ricordo che io rimasi fra gli ultimi. Quando fu il mio turno, ebbi appena il tempo di dirgli «sono il nunzio negli Stati Uniti», che senza alcun preambolo mi investì con tono di rimprovero con queste parole: «I vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati! Devono essere dei pastori!». Naturalmente non ero in condizione di chiedere spiegazioni sul significato delle sue parole e del modo aggressivo con cui mi aveva apostrofato. Avevo in mano un libro in portoghese che il cardinale O'Malley mi aveva consegnato per il Papa qualche giorno prima, dicendomi: «Così ripassa il portoghese prima di andare a Rio, per la Giornata mondiale della gioventù». Glielo consegnai subito, liberandomi così da quella situazione estremamente sconcertante e imbarazzante. Al termine dell'udienza il Papa annunziò: «Chi di voi domenica prossima è ancora a Roma è invitato a concelebrare con me alla Domus Sanctae Marthae». Io naturalmente pensai di restare, per chiarire quanto prima cosa il Papa avesse inteso dirmi. Domenica 23 giugno, prima della concelebrazione con il Papa, chiesi a monsignor Battista Ricca, che come responsabile della casa ci aiutava a indossare i paramenti, se poteva chiedere al Papa se nel corso della settimana seguente avrebbe potuto ricevermi. Come avrei potuto ritornare a Washington senza aver chiarito ciò che il Papa voleva da me? Terminata la messa, mentre il Papa salutava i pochi laici presenti, monsignor Fabian Pedacchio, il suo segretario argentino, venne da me e mi disse: «Il Papa mi ha detto di chiederle se lei è libero adesso!». Naturalmente gli risposi che ero a disposizione del Papa e che lo ringraziavo di volermi ricevere subito. Il Papa mi condusse al primo piano nel suo appartamento e mi disse: «Abbiamo 40 minuti prima dell'Angelus». Iniziai io la conversazione, chiedendogli che cosa avesse inteso dirmi con le parole che mi aveva rivolto quando l'avevo salutato, il venerdì precedente. E il Papa, con un tono ben diverso, amichevole, quasi affettuoso, mi disse: «Sì, i vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, non devono essere di destra come l'arcivescovo di Filadelfia (il Papa non mi fece il nome dell'arcivescovo), devono essere dei pastori; e non devono essere di sinistra», e aggiunse, alzando tutte e due le braccia: «E quando dico di sinistra, intendo dire omosessuali». Naturalmente mi sfuggì la logica della correlazione fra essere di sinistra ed essere omosessuali, ma non aggiunsi altro. Subito dopo il Papa mi chiese con tono accattivante: «Il cardinale McCarrick com'è?». Io gli risposi con tutta franchezza, e se volete con tanta ingenuità: «Santo Padre, non so se lei conosce il cardinale McCarrick, ma se chiede alla Congregazione per i vescovi c'è un dossier grande così su di lui. Ha corrotto generazioni di seminaristi e di sacerdoti, e papa Benedetto gli ha imposto di ritirarsi a una vita di preghiera e di penitenza». Il Papa non fece il minimo commento a quelle mie parole tanto gravi, e non mostrò sul suo volto alcuna espressione di sorpresa, come se la cosa gli fosse già nota da tempo, e cambiò subito di argomento. Ma allora, con quale finalità il Papa mi aveva posto quella domanda: «Il cardinal McCarrick com'è?». Evidentemente voleva accertarsi se fossi alleato di McCarrick o no. Rientrato a Washington, tutto mi divenne molto chiaro, grazie anche a un nuovo fatto accaduto solo pochi giorni dopo il mio incontro con papa Francesco. Alla presa di possesso della diocesi di El Paso da parte del nuovo vescovo Mark Seitz, il 9 luglio 2013, inviai il primo consigliere, monsignor Jean François Lantheaume, mentre io quel medesimo giorno andai a Dallas per un incontro internazionale di bioetica. Di ritorno, monsignor Lantheaume mi riferì che a El Paso aveva incontrato il cardinale McCarrick, il quale, presolo in disparte, gli aveva detto quasi le stesse parole che il Papa aveva detto a me a Roma: «I vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, non devono essere di destra, devono essere dei pastori…». Rimasi esterrefatto! Era perciò chiaro che le parole di rimprovero che papa Francesco mi aveva rivolto quel 21 giugno 2013 gli erano state messe in bocca il giorno prima dal cardinale McCarrick. Anche la menzione da parte del Papa «non come l'arcivescovo di Filadelfia» conduceva a McCarrick, perché fra i due c'era stato un forte diverbio a riguardo dell'ammissione alla comunione dei politici favorevoli all'aborto: McCarrick aveva manipolato nella sua comunicazione ai vescovi una lettera dell'allora cardinale Ratzinger che proibiva di dare loro la comunione. Di fatto, poi, sapevo quanto certi cardinali come Roger Mahony, William Levada e Wuerl, fossero strettamente legati a McCarrick, avessero osteggiato le nomine più recenti fatte da papa Benedetto, per sedi importanti come Filadelfia, Baltimora, Denver e San Francisco. Non contento della trappola che mi ha aveva teso in 23 giugno 2013 chiedendomi di McCarrick, solo qualche mese dopo, nell'udienza che mi concesse il 10 ottobre 2013,papa Francesco me ne pose una seconda, questa volta a riguardo di un suo secondo protetto, il cardinale Donald Wuerl. Mi chiese: «Il cardinale Wuerl com'è, buono o cattivo?». «Santo Padre», gli risposi, «non le dirò se è buono o cattivo, ma le riferirò due fatti». Sono quelli a cui ho già sopra accennato, che riguardano la noncuranza pastorale di Wuerl per le deviazioni aberranti alla Georgetown university e l'invito da parte dell'arcidiocesi di Washington a giovani aspiranti al sacerdozio a un incontro con McCarrick! Anche questa seconda volta il Papa non manifestò alcuna reazione. Era poi evidente che, a partire dalla elezione di papa Francesco, McCarrick, ormai sciolto da ogni costrizione, si era sentito libero di viaggiare continuamente, di dare conferenze e interviste. In un gioco di squadra con il cardinale Rodriguez Maradiaga era diventato il kingmaker per le nomine in Curia e negli Stati Uniti, e il consigliere più ascoltato in Vaticano per i rapporti con l'amministrazione Obama. Così si spiega il fatto che, come membri della Congregazione per i vescovi, il Papa sostituì il cardinale Raymond Burke con Wuerl e vi nominò immediatamente Blase Cupich, fatto poi subito cardinale. Con tali nomine, la nunziatura a Washington era ormai fuori gioco per la nomina dei vescovi. Per giunta, nominò il brasiliano Ilson de Jesus Montanari - grande amico del suo segretario privato argentino Fabian Pedacchio - segretario della medesima Congregazione per i vescovi e segretario del Collegio dei cardinali, promuovendolo in un sol balzo da semplice officiale di quel dicastero ad arcivescovo segretario. Cosa mai vista per un incarico così importante! Le nomine di Blase Cupich a Chicago e di William Tobin a Newark sono state orchestrate da McCarrick, Maradiaga e Wuerl, uniti da un patto scellerato di abusi del primo e quantomeno di coperture di abusi da parte degli altri due. I loro nominativi non figuravano fra quelli presentati dalla nunziatura per Chicago e per Newark. Di Cupich non può certo sfuggire l'ostentata arroganza e sfrontatezza nel negare l'evidenza ormai palese a tutti: che cioè l'80% degli abusi riscontrati è stato nei confronti di giovani adulti da parte di omosessuali in rapporto di autorità verso le loro vittime. Nel discorso che fece alla presa di possesso della sede di Chicago, a cui ero presente come rappresentante del Papa, Cupich disse, come battuta di spirito, che certo non ci si doveva aspettare dal nuovo arcivescovo che camminasse sulle acque. Sarebbe forse sufficiente che fosse capace di restare con i piedi per terra e che non cercasse di capovolgere la realtà, accecato dalla sua ideologia pro gay, come ha affermato in una recente intervista ad America. Ostentando la sua particolare competenza in materia - essendo stato presidente del Committee on protection of children and young people della Uscb - ha asserito che il problema principale nella crisi degli abusi sessuali da parte del clero non è l'omosessualità, e che affermarlo è solo un modo per distogliere l'attenzione dal vero problema che è il clericalismo. A sostegno di questa sua tesi, Cupich ha fatto «stranamente» riferimento ai risultati di una ricerca fatta nell'apice della crisi di abusi sessuali nei confronti di minori dell'inizio degli anni 2000, mentre ha ignorato «candidamente» che i risultati di quell'indagine furono totalmente smentiti dai successivi rapporti indipendenti del John Jay college of criminal justice del 2004 e del 2011, in cui si concludeva che nei casi di abusi sessuali l'81% delle vittime erano maschi. Infatti, padre Hans Zollner S.J., vicerettore della Pontificia università gregoriana, presidente del Centre for child protection, membro della Pontificia commissione per la protezione dei minori, ha recentemente dichiarato al giornale La Stampa che «nella maggior parte dei casi si tratta di abusi omosessuali». Anche la nomina, poi, di Robert McElroy a San Diego fu pilotata dall'alto, con un ordine perentorio cifrato, a me come nunzio, dal cardinale Parolin: «Riservi la sede di San Diego per McElroy». Anche McElroy ben sapeva degli abusi commessi da McCarrick, come risulta da una lettera indirizzatagli da Richard Sipe il 28 luglio 2016. A questi personaggi sono strettamente associati individui appartenenti in particolare all'ala deviata della Compagnia di Gesù, purtroppo oggi maggioritaria, che già era stata motivo di gravi preoccupazioni per Paolo VI e per i successivi pontefici. Basti solo pensare a padre Robert Drinan S.J., eletto quattro volte alla Camera dei rappresentanti, accanito sostenitore dell'aborto, o a padre Vincent O'Keefe S.J., fra i principali promotori del documento The Land o' lakes statement del 1967, che ha gravemente compromesso l'identità cattolica delle università e dei collegi negli Stati Uniti. Si noti che anche McCarrick, allora presidente dell'università cattolica del Portorico, partecipò a quell'infausta impresa, così deleteria per la formazione delle coscienze della gioventù americana, strettamente associato com'era all'ala deviata dei gesuiti. Padre James Martin S.J., osannato dai personaggi sopra menzionati, in particolare da Cupich, Tobin, Farrell e McElroy, nominato consultore del dicastero per le comunicazioni, noto attivista che promuove l'agenda Lgbt, prescelto per corrompere i giovani che si raduneranno prossimamente a Dublino per l'incontro mondiale delle famiglie, altro non è se non un triste recente esemplare di quell'ala deviata della Compagnia di Gesù. Papa Francesco ha chiesto più volte totale trasparenza nella Chiesa e a vescovi e fedeli di agire con parresia. I fedeli di tutto il mondo la esigono anche da lui in modo esemplare. Dica da quando ha saputo dei crimini commessi da McCarrick abusando della sua autorità con seminaristi e sacerdoti. In ogni caso, il Papa lo ha saputo da me il 23 giugno 2013 e ha continuato a coprirlo, non ha tenuto conto delle sanzioni che gli aveva imposto papa Benedetto e ne ha fatto il suo fidato consigliere insieme con Maradiaga. Quest'ultimo si sente così sicuro della protezione del Papa che può cestinare come «pettegolezzi» gli appelli accorati di decine di suoi seminaristi, che trovarono il coraggio di scrivergli dopo che uno di loro aveva cercato di suicidarsi per gli abusi omosessuali nel seminario. Ormai i fedeli hanno ben capito la strategia di Maradiaga: insultare le vittime per salvare sé stesso, mentire a oltranza per coprire una voragine di abusi di potere, di cattiva gestione nell'amministrazione dei beni della Chiesa, di disastri finanziari anche nei confronti di intimi amici, come nel caso dell'ambasciatore dell'Honduras Alejandro Valladares, già decano del corpo diplomatico presso la Santa Sede. Nel caso del già vescovo ausiliare Juan José Pineda, dopo l'articolo apparso sul settimanale L'Espresso nel febbraio scorso, Maradiaga aveva dichiarato al giornale Avvenire: «È stato il mio vescovo ausiliare Pineda a chiedere la visita, in modo da “pulire" il suo nome a seguito di molte calunnie di cui è stato oggetto». Ora, di Pineda si è pubblicato unicamente che le sue dimissioni sono state semplicemente accettate, facendo così sparire nel nulla qualsiasi eventuale responsabilità sua e di Maradiaga. In nome della trasparenza dal Papa tanto conclamata, si renda pubblico il rapporto che il «visitatore», il vescovo argentino Alcides Casaretto, ha consegnato più di un anno fa solo e direttamente al Papa. Infine, anche la recente nomina a sostituto dell'arcivescovo Edgar Peña Parra ha una connessione con l'Honduras, cioè con Maradiaga. Peña Parra infatti dal 2003 al 2007 ha prestato servizio presso la nunziatura di Tegucigalpa in qualità di consigliere. Come delegato per le Rappresentanze pontificie mi erano pervenute informazioni preoccupanti a suo riguardo. In Honduras si sta per ripetere uno scandalo immane come quello in Cile. Il Papa difende a oltranza il suo uomo, il cardinale Rodriguez Maradiaga, come aveva fatto in Cile con il vescovo Juan de la Cruz Barros, che lui stesso aveva nominato vescovo di Osorno, contro il parere dei vescovi cileni. Prima ha insultato le vittime degli abusi, poi, solo quando vi è stato costretto dal clamore dei media, dalla rivolta delle vittime e dei fedeli cileni, ha riconosciuto il suo errore e si è scusato, pur affermando che era stato mal informato, provocando una situazione disastrosa nella Chiesa in Cile, ma continuando a proteggere i due cardinali cileni Francisco Errazuriz e Ricardo Ezzati. Anche nella triste vicenda di McCarrick, il comportamento di papa Francesco non è stato diverso. Sapeva perlomeno dal 23 giugno 2013 che McCarrick era un predatore seriale. Pur sapendo che era un corrotto, lo ha coperto a oltranza, anzi ha fatto propri i suoi consigli non certo ispirati da sane intenzioni né da amore per la Chiesa. Solo quando vi è stato costretto dalla denuncia di un abuso di un minore, sempre in funzione del plauso dei media, ha preso provvedimenti nei suoi confronti per salvare la sua immagine mediatica. Ora negli Stati Uniti c'è un coro che si leva specialmente dai fedeli laici, a cui ultimamente si sono uniti alcuni vescovi e sacerdoti: chiedono che tutti quelli che hanno coperto con il loro silenzio il comportamento criminale di McCarrick o che si sono serviti di lui per fare carriera o promuovere i loro intenti, ambizioni e il loro potere nella Chiesa si dimettano. Ma ciò non sarà sufficiente per sanare la situazione di gravissimi comportamenti immorali da parte del clero, vescovi e sacerdoti. Occorre proclamare un tempo di conversione e di penitenza. Occorre recuperare nel clero e nei seminari la virtù della castità. Occorre lottare contro la corruzione dell'uso improprio delle risorse della Chiesa e delle offerte dei fedeli. Occorre denunciare la gravità della condotta omosessuale. Occorre sradicare le reti di omosessuali esistenti nella Chiesa, come ha recentemente scritto Janet Smith, professoressa di teologia morale nel Sacred Heart major seminary di Detroit. «Il problema degli abusi del clero», ha scritto, «non potrà essere risolto semplicemente con le dimissioni di alcuni vescovi, né tanto meno con nuove direttive burocratiche. Il centro del problema sta nelle reti omosessuali nel clero che devono essere sradicate». Queste reti di omosessuali, ormai diffuse in molte diocesi, seminari, ordini religiosi, eccetera, agiscono coperte dal segreto e dalla menzogna con la potenza dei tentacoli di una piovra e stritolano vittime innocenti, vocazioni sacerdotali e stanno strangolando l'intera Chiesa. Imploro tutti, in particolare i vescovi, di rompere il silenzio per sconfiggere questa cultura di omertà così diffusa, di denunciare ai media e alle autorità civili i casi di abusi di cui sono a conoscenza. Ascoltiamo il messaggio più potente che ci ha lasciato in eredità San Giovanni Paolo II: «Non abbiate paura! Non abbiate paura!». Papa Benedetto nell'omelia dell'Epifania del 2008 ci ricordava che il disegno di salvezza del Padre si è pienamente rivelato e realizzato nel mistero della morte e risurrezione di Cristo, ma richiede di essere accolto dalla storia umana, che rimane sempre storia di fedeltà da parte di Dio e purtroppo anche di infedeltà da parte di noi uomini. La Chiesa, depositaria della benedizione della nuova alleanza, siglata nel sangue dell'Agnello, è santa ma composta di peccatori, come scrisse Sant'Ambrogio: la Chiesa è «immaculata ex maculatis», è santa e senza macchia pur essendo composta nel suo itinerario terreno da uomini macchiati di peccato. Voglio ricordare questa verità indefettibile della santità della Chiesa ai tanti che sono rimasti così profondamente scandalizzati dagli abominevoli e sacrileghi comportamenti del già arcivescovo di Washington, Theodore McCarrick, dalla grave, sconcertante e peccaminosa condotta di papa Francesco e dall'omertà di tanti pastori, e che sono tentati di abbandonare la Chiesa deturpata da tante ignominie. Papa Francesco all'Angelus di domenica 12 agosto 2018 ha pronunciato queste parole: «Ognuno è colpevole del bene che poteva fare e non ha fatto… Se non ci opponiamo al male, lo alimentiamo in modo tacito. È necessario intervenire dove il male si diffonde; perché il male si diffonde dove mancano cristiani audaci che si oppongono con il bene». Se questa, giustamente, è da considerarsi una grave responsabilità morale per ogni fedele, quanto più grave lo è per il supremo pastore della Chiesa, il quale nel caso di McCarrick non solo non si è opposto al male ma si è associato nel compiere il male con chi sapeva essere profondamente corrotto, ha seguito i consigli di chi ben sapeva essere un perverso, moltiplicando così in modo esponenziale con la sua suprema autorità il male operato da McCarrick. E quanti altri cattivi pastori Francesco sta ancora continuando ad appoggiare nella loro azione di distruzione della Chiesa! Francesco sta abdicando al mandato che Cristo diede a Pietro di confermare i fratelli. Anzi con la sua azione li ha divisi, li induce in errore, incoraggia i lupi nel continuare a dilaniare le pecore del gregge di Cristo. In questo momento estremamente drammatico per la Chiesa universale riconosca i suoi errori e in coerenza con il conclamato principio di tolleranza zero, papa Francesco sia il primo a dare il buon esempio a cardinali e vescovi che hanno coperto gli abusi di McCarrick e si dimetta insieme a tutti loro. Seppur nello sconcerto e nella tristezza per l'enormità di quanto sta accadendo, non perdiamo la speranza! Ben sappiamo che la grande maggioranza dei nostri pastori vivono con fedeltà e dedizione la propria vocazione sacerdotale. È nei momenti di grande prova che la grazia del Signore si rivela sovrabbondante e mette la sua misericordia senza limiti a disposizione di tutti; ma è concessa solo a chi è veramente pentito e propone sinceramente di emendarsi. Questo è il tempo opportuno per la Chiesa, per confessare i propri peccati, per convertirsi e fare penitenza. Preghiamo tutti per la Chiesa e per il Papa, ricordiamoci di quante volte ci ha chiesto di pregare per lui! Rinnoviamo tutti la fede nella Chiesa nostra madre: «Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica». Cristo non abbandonerà mai la sua Chiesa! L'ha generata nel suo sangue e la rianima continuamente con il suo Spirito! Maria, madre della Chiesa, prega per noi! Maria Vergine Regina, madre del Re della gloria, prega per noi! Roma, 22 Agosto 2018
Igor Protti (Getty Images)
È accaduto a Igor Protti, bomber di popolo, non benedetto dalle stelle come Maradona o Gianni Rivera - suo idolo di ragazzino - ma con una carriera costruita a suon di sgroppate da record: 669 gare e 257 gol, unico calciatore diventato capocannoniere della Serie A militando in una squadra poi retrocessa, il Bari, e unico, assieme a quel Dario Hubner che con lui incarna la cifra stilistica dei centravanti identitari degli anni Novanta, ad aver vinto la classifica dei goleador nella massima serie, ma anche in B e in C1. «Oggi sarebbe capitano della nazionale», dice Paolo Di Canio, quasi a sottolineare la differenza tra l’epoca in cui gli azzurri potevano permettersi di non convocare un super-bomber e la triste attualità in cui sono costretti a elemosinare i servigi di un Moise Kean qualunque. Protti è morto ieri a 58 anni, rosicchiato da un tumore al colon diagnosticato nel luglio 2025, dieci giorni dopo aver terminato di girare Igor, l’eroe romantico del calcio, documentario di Luca Dal Canto sulla sua parabola da eroe di tre mondi: Rimini, città dove è nato il 24 settembre 1967, Livorno, dove è sbocciato e poi ha concluso la carriera, oltre a Bari, in cui si è guadagnato il soprannome di «Zar», un tutt’uno con la vocazione del capoluogo pugliese a dominare il levante. «Questo splendido viaggio, come ogni partita, è arrivato al fischio finale, sperando sia un arrivederci e non un addio», ha sospirato nel suo ultimo messaggio. Il tempo per rivederlo ci sarà: domani la salma sarà esposta allo stadio Romeo Neri di Rimini, poi al Picchi di Livorno, dopodiché verrà cremata, le ceneri raggiungeranno lo stadio San Nicola di Bari prima di essere disperse nel suo mar Adriatico. Lo stesso mare che lo ha visto debuttare a 17 anni in prima squadra con la casacca del Rimini, sfidando in C1 la Spal.
A schierarlo titolare è Arrigo Sacchi, ma Igor, ai tempi centrocampista offensivo con inventiva autonoma, non convince il vate di Fusignano. Troppo anarchico, muscoli fragili (un anno dopo lo chiameranno «bimbo»), mal si adatta al rigore dogmatico con cui il futuro allenatore del Milan addestra gli adepti del suo calcio oracolare. Lui non si scoraggia. Ha già imparato che non si servono pasti gratis il giorno in cui papà Flavio - è il 1978 - lo porta con sé in cantiere. Igor desidera un pallone modello Tango, quello dei Mondiali d’Argentina, il padre glielo regala dopo qualche giornata di lavoro simbolica, «sufficiente a impartirmi la prima lezione di vita». Dopo Rimini, approda al Livorno, tre campionati in C1 e lo spostamento un po’ più avanti nello scacchiere di gioco. Arriva la Virescit di Bergamo, e il Messina, in cui riceve l’eredità del goleador delle Notti Magiche, Totò Schillaci: 113 presenze e 35 reti in serie B coi siciliani. La fama di predatore d’area, caratteristica di atleti come lui, come Hubner, come Beppe Signori, Sandro Tovalieri, la prolifica schiatta di attaccanti nostrani forgiati col lavoro nei vivai e gli incoraggiamenti di una comunità, si diffonde. Lo cerca il Bari, è il 1992. Protti rimane lì per quattro campionati, due in serie cadetta, due in A.
Coi compagni, il brasiliano Gerson, il colombiano Guerrero, inventa l’esultanza del trenino («Fu un’idea di Guerrero», ricordava), rimasta nell’immaginario collettivo per decenni. I pugliesi di Fascetti vengono retrocessi, ma lo Zar è capocannoniere del campionato superando Weah e Batistuta. La sua fame di gol contagia gli appetiti dell’Inter, i nerazzurri quell’estate non riescono a liberarsi del fardello Zamorano, e Protti approda alla Lazio di Zdenek Zeman. Segna la rete dell’1-1 nel derby con la Roma, e però il rapporto col tecnico boemo non decolla: come Sacchi, il tabagista mistagogo del miracolo foggiano pretende devozione ascetica al modulo. «A stagione in corso arrivò Dino Zoff, grande personaggio, grande umanità», spiega Igor. Tuttavia nella rosa biancoceleste la concorrenza è sfiancante. L’anno successivo fa una capatina a Napoli: i partenopei sono in piena disgrazia societaria post-Maradona e post-Ferlaino, la squadra cambia quattro allenatori in una stagione, Igor si fa male a una caviglia, riesce comunque a indossare la maglia numero 10 del genio argentino prima che venga ritirata definitivamente. Dieci come Maradona e Rivera, il sogno di bimbo si concretizza con la stessa ostinazione con cui anelava al pallone Tango.
A 32 anni si imbarca nella sua nuova giovinezza: inizia il sodalizio con mister Mazzarri a Livorno, assieme a Cristiano Lucarelli forma una coppia offensiva da cineteca e vince due volte la classifica bomber di serie C (nel 2001 con 20 gol e nel 2002 con 27), poi quella di B, infine, dopo 55 anni, gli amaranto tornano in A. A festeggiarli c’è Carlo Azeglio Ciampi, ultrà aristocratico di una curva barricadiera, arcigna, rossissima, che come tutte le curve delle città di provincia, di qualsiasi colore siano, rappresenta l’ontologia di un essere sociale prosciugato dal mercatismo globale. Si ritira a 38 anni, si dedica per un po’ al beach soccer, fa il dirigente societario nell’amata Livorno che domani esporrà il lutto cittadino. L’ultimo suo grande gol: aver accompagnato la figlia Noemi all’altare. «Oggi il calcio è diventato uno sport individuale all’interno di un gruppo, prima invece era uno sport di gruppo», ha ricordato lui in un’intervista recente. Prendano nota in Figc.
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@Renault
Prima dell’occupazione nel secondo conflitto bellico globale, le fabbriche producevano veicoli da ricognizione e carri come l’R35. Dopo il crollo della linea Maginot e lo sventolio della svastica sulla Tour Eiffel, gli stabilimenti Renault di Billancourt furono requisiti dai nazisti. Louis Renault fu costretto a convertire la produzione industriale per costruire veicoli militari, autocarri e componenti destinati alla Germania.
Nel 2026 la storia si ripete. La conversione dell’industria automotive in settore bellico è una strategia intrapresa da governi e costruttori per fronteggiare la crisi di sovrapproduzione (dovuta alla concorrenza cinese), il calo del mercato (segnato dalle illogiche disposizioni green di Bruxelles) e le esigenze di riarmo europeo patrocinate sempre dalla Commissione, visto che la spinta verso l’economia di guerra è guidata da piani di investimento comunitari. In Germania, per esempio, Volkswagen ha avviato trattative per convertire lo stabilimento di Osnabrück alla produzione di sistemi missilistici, mentre il governo tedesco valuta l’acquisizione di altri impianti tramite colossi della Difesa come Rheinmetall.
Se la linea italiana, per ora, rifugge da uno simile scenario, in Francia non la pensano così. Seguendo un po’ le smanie militare del presidente uscente, Emmanuel Macron, in settimana Renault insieme a Thales (colosso della Difesa francese, la Leonardo transalpina) entra nel settore della mobilità militare con 4Troop, un prototipo di veicolo civile multi-ruolo sviluppato per rispondere alle nuove esigenze operative delle forze armate terrestri.
Il mezzo è stato presentato al salone Eurosatory 2026 e combina una piattaforma derivata dalla produzione di serie Renault con le tecnologie di comunicazione, comando e supporto decisionale di Thales. «Il progetto punta a sfruttare la rapidità produttiva e le economie di scala dell’industria automobilistica civile per offrire alle forze armate una soluzione più flessibile e meno costosa rispetto ai tradizionali programmi militari. Il veicolo integra comunicazioni sicure, connettività tattica, coordinamento multi-sensore e strumenti di supporto alle decisioni potenziati dall’intelligenza artificiale», hanno comunicato le due società in una nota stampa.
Non più carri armati dalle linee produttive della Régie, dunque, ma auto «ibride»: metà vettura normale, metà mezzo militare. Presentato in versione ibrida a trazione integrale, 4Troop è in grado di gestire droni e robot, elaborare grandi quantità di dati e operare come centro di comando mobile configurabile in funzione della missione. Tra gli impieghi previsti figurano ricognizione, coordinamento sul campo, scorta, supporto logistico e controllo di aree sensibili. Il sistema vehicle-to-load consente, inoltre, di alimentare apparecchiature elettriche direttamente sul teatro operativo. Insomma, da auto a power bank il passo è breve. Secondo Renault, la soluzione può essere adattata a diversi veicoli della gamma, dai Suv ai veicoli commerciali, garantendo tempi rapidi di implementazione e sfruttando la rete post-vendita del gruppo per manutenzione e supporto logistico.
Ma non solo auto militari. Renault e Thales hanno firmato anche un accordo per la produzione di droni. Pardon, di un «sistema di munizioni telecomandate a corto raggio» chiamato Toutatis. Può «essere utilizzato dalle truppe sbarcate e lanciato da varie piattaforme (veicoli da combattimento, velivoli o piattaforme navali). Resistente alle interferenze elettromagnetiche e dotato di testata militare intercambiabile in funzione della missione, è in grado di neutralizzare bersagli come veicoli da combattimento, continuando a conferire potere decisionale all’uomo. In grado di funzionare anche tra gli sciami di droni, Toutatis è un sistema che si adatta alle evoluzioni delle esigenze operative», spiegano da Boulogne-Billancourt, sede storica di Renault. La produzione di queste munizioni telecomandate potrebbe cominciare dal 2027, con una capacità di 1.000 unità al mese fin dal primo anno.
In Francia un po’ tutti si stanno mettendo l’elmetto. Patrice Caine, ceo di Thales, spiega che la partnership «risponde alle esigenze delle forze armate e ai requisiti di un’economia di guerra». Proprio così: «economia di guerra». Al posto della giardinetta, dunque, anche Parigi sceglie il veicolo tattico innovativo. Che non si troverà in alcun autosalone. Non ancora.
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Don D'Avino e Papa Leone XIV (Ansa)
Aveva solo due anni quando, nel 1988, Lefebvre ordinò quattro nuovi vescovi, venendo scomunicato. Tra due settimane la storia si ripeterà. E, forse, i vescovi della Fsspx saranno nuovamente scomunicati. «Sto considerando di fare ancora un altro appello, a dire non fate questo, cerchiamo di vivere la comunione nella Chiesa ma è la loro scelta, bisogna rendersi conto di ciò che significa per loro e per la Chiesa, certamente la divisione fra i cristiani è sempre dolorosa», ha detto recentemente papa Leone XIV.
Don Gabriele, come mai la Fsspx è arrivata a questo?
«A causa di un processo molto lungo che non è una sorpresa per noi e per il mondo tradizionalista che ci conosce. La necessità viene dalla situazione grave in cui versa la Chiesa ormai da più di 60 anni, quindi dal Concilio Vaticano II. Le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio si iscrivono perfettamente nella logica delle scelte del nostro fondatore, monsignor Lefebvre, che, nel 1988, aveva fatto lo stesso. Non sono una novità e, anzi, costituiscono semplicemente la continuazione della nostra opera. Lo stato di necessità grave in cui versa la Chiesa è la causa delle nostre scelte. Di tutte le nostre scelte. Quella non solo di compiere le consacrazioni episcopali il prossimo primo luglio, ma anche quella di celebrare la messa nelle cappelle dove si riuniscono dei fedeli che ci chiamano per celebrare in rito antico, dare loro i sacramenti, il catechismo, eccetera. Tutte cose che noi facciamo senza chiedere il permesso agli ordinari del luogo: perché ce lo rifiuterebbero come qualche volta è successo. E poi c’è una necessità interna: i nostri vescovi, che attualmente sono ridotti a due, sono diventati un po’ anziani, e chiaramente non potranno a lungo sostenere il ministero delle cresime e delle ordinazioni in giro per il mondo».
Però rispetto al pontificato di Bergoglio qualcosa è cambiato in meglio oppure no?
«Sì, anche se siamo ancora in una fase un po’ prematura del pontificato di Papa Leone per dare dei giudizi completi su tutto il pensiero e la linea del pontificato. Adesso lo possiamo fare per papa Francesco, con un po’ di distanza temporale. Per Leone è ancora un po’ difficile da fare. Però è anche vero che abbiamo già tanti segnali in questo primo anno di pontificato».
Per esempio?
«Una prosecuzione della pastorale in favore dell’ecologismo e dei migranti, temi che erano comunque cari a papa Francesco. Ma poi anche certe scelte ecclesiologiche come la nomina delle donne nei ruoli chiave di certi dicasteri, o addirittura alla testa dei dicasteri, come per esempio alla vita consacrata dove c’è una suora. Cose che sono perfettamente nella linea di Francesco. Non dobbiamo inoltre considerare solo le scelte personali di un Pontefice, ma anche la situazione generale qui verso la Chiesa, che è la cosa che a noi sta particolarmente a cuore. Quindi tutte le deviazioni concrete della pastorale, che derivano dalle nuove dottrine del Vaticano II, che vengono costantemente applicate. L’attenzione per esempio al mondo Lgbt. Penso solo al fatto che qualche giorno fa il cardinale Delpini ha celebrato una messa nel quartiere dei gay di Milano per la comunità gay, con tanti manifesti che annunciavano l’evento. Tutto questo è la pastorale quotidiana incarnata nelle diocesi ed è estremamente grave».
Ci sono dei gruppi, penso ad esempio alla Fraternità san Pietro, che sono in piena comunione con la Chiesa e che riescono a portare avanti la pastorale tradizionale. Perché con voi il caso è diverso?
«È molto semplice. Bisogna considerare la pastorale degli istituti Ecclesia Dei nel loro complesso, quindi non nella loro singola celebrazione domenicale. Ci sono chiaramente tanti ottimi sacerdoti, sicuramente la celebrazione della messa è la stessa che facciamo noi, questo è chiaro. Ma l’origine di queste comunità, specialmente la Fraternità san Pietro, si riscontra proprio in quel gesto del 1988 di monsignor Lefebvre. La Fraternità san Pietro è nata quando alcuni sacerdoti, che erano membri della Fraternità san Pio X, decisero di non seguire monsignor Lefebvre perché non ritenevano che lo stato in cui versava la Chiesa giustificasse fino a tal punto un gesto del genere. È una valutazione che però ha dato luogo a un sistema, quello dell’istituto Ecclesia Dei, per cui è vero che si viene riconosciuti e che si ricevono anche chiese per celebrare la messa, però a un prezzo molto caro: quello del silenzio. La differenza è proprio questa: a loro è imposto il silenzio sulla predicazione integrale della fede, che comprende anche la condanna degli errori».
Che errori vede lei nella predicazione attuale?
«Penso per esempio alla Mater Populi Fidelis, il documento che relativizza certe dottrine tradizionali come la corredenzione e la mediazione universale. Anzi: non le relativizza, le nega proprio. E l’Ecclesia Dei non ha minimamente levato la voce per difenderle. Ecco, noi riteniamo che invece i cattolici debbano avere la piena libertà di professare integralmente la fede e di condannare gli errori».
Da qui al primo luglio sperate che ci sia un intervento diplomatico o di altro tipo per provare a comporre la situazione?
«Credo che non ci sia più niente da aspettarsi. Il superiore generale, don Davide Pagliarani, ha ribadito anche recentemente che il suo grande desiderio sarebbe sempre quello di poter incontrare personalmente papa Leone, al posto di continuare a procedere con una serie di dialoghi senza fine, che era la proposta del Cardinal Fernandez. Lui invece ha detto: intavoliamo prima una serie di dialoghi, sospendete le consacrazioni episcopali e poi se ne parla. Noi riteniamo però che ci sia una vera urgenza e che non sia più il tempo del dialogo».
Lo volevate davvero?
«Già nel 2018, quando don Pagliarani divenne il superiore generale. Però si interruppe proprio per la volontà della Santa Sede perché il dicastero della Dottrina della Fede rifiutò di continuare il dialogo visto che non c’era in vista nessuna regolarizzazione canonica. Speriamo sempre di poter incontrare il Papa, però verosimilmente credo che i giochi siano ormai fatti».
Ma chi è il vostro interlocutore oggi in Vaticano?
«Per volere stesso della Santa Sede l’unico incontro che ha avuto luogo, dopo l’annuncio pubblico delle consacrazioni, è stato tra il Cardinal Fernandez e il superiore generale, don Pagliarani. Questo per volontà della Santa Sede, che non ha voluto che ci fossero altri interlocutori né da una parte né dall’altra, ma che ci interfacciassimo in questo modo. È stato un loro volere esplicito, a cui noi ovviamente abbiamo ottemperato. Quindi non abbiamo contatti neanche ufficiosi».
Voi vi sentite in comunione con la Chiesa? Siete fedeli al successore di Pietro?
«Noi ci sentiamo pienamente in comunione con la Chiesa nella misura in cui questo significa aderire perfettamente a tutta la fede cattolica integrale all’insegnamento di sempre, quindi in continuità cronologica con tutti i Papi del passato e ugualmente nel pieno riconoscimento dell’autorità, dei pastori che guidano attualmente la Chiesa, quindi il Papa, i vescovi. Questo deve essere chiaro e noi l’abbiamo detto più e più volte, ma è bene sempre ribadirlo. Noi nominiamo il Papa regnante nel canone della Messa e il vescovo locale nel luogo in cui ci troviamo quando celebriamo. Ciò però non toglie che rifiutiamo di aderire alla nuova pastorale, alle nuove dottrine, alla nuova morale. E quindi, pur riconoscendo l’autorità, non ne seguiamo gli insegnamenti che possono essere perniciosi per la fede o per la morale».
I quattro futuri vescovi vengono da Stati Uniti, Svizzera e Francia. C’è anche un’indicazione di apostolato, di zone in cui la fraternità punta particolarmente, dietro questa scelta?
«Si possono individuare vari punti in questa selezione: prima di tutto l’età. Tranne nel caso di uno di loro che è già più maturo, gli altri tre sono molto giovani. Poi c’è la differenza di nazionalità, che si spiega con la necessità per noi di svolgere il ministero nei cinque continenti dove siamo presenti, quindi anche la differenza linguistica e culturale è importante. Tutti e quattro i vescovi, come già all’epoca, saranno chiamati a conferire le cresime e le ordinazioni sacerdotali, diaconali e gli altri ordini in tutto il mondo».
Che la Chiesa sia in crisi di vocazioni è palese. Quali sono i numeri della Fsspx?
«Dal 1970, quando siamo stati fondati, la Fraternità è sempre stata costantemente in crescita. Non abbiamo numeri esplosivi però sono sempre stati costanti e in aumento: la nostra congregazione conta ad oggi circa 730 sacerdoti. Poi abbiamo circa 200 suore, 200 seminaristi e altrettanti frati. Il dato dei sacerdoti è quello che colpisce di più perché chiaramente sono loro che sono chiamati a svolgere il ministero. Siamo presenti in 70 Paesi del mondo e circa 700 luoghi in cui diciamo messa».
Quindi, se ho ben capito, ormai il dato è tratto, non si torna più indietro, ci saranno le consacrazioni e, di fatto, si tornerà alla situazione pre-Benedetto XVI con le scomuniche?
«Non sappiamo con certezza come reagirà la Santa Sede. Il 13 maggio il Cardinal Fernandez aveva mandato una nota dal Dicastero della dottrina della fede, ricordando che le consacrazioni episcopali determineranno una scomunica, come fu nel 1988. Perché dirlo con diversi mesi d’anticipo? Forse c’è l’idea di non fare qualcosa di eclatante perché penso che la Santa Sede si renda conto che parlare di scomunica e di scisma per il mondo della tradizione quando poi nello stesso momento il Papa riceve in gran pompa una donna anglicana vestita da vescovo e che rappresenta una delle comunità scismatiche per eccellenza, è veramente una cosa troppo contraddittoria. Può darsi che vogliano mantenere un profilo non troppo alto. Ma tutto è possibile. In ogni caso, dal loro punto di vista, dal punto di vista della Santa Sede, si ritornerà alla situazione analoga a quella prima di Benedetto XVI mentre dal nostro punto di vista, semplicemente, continuerà sulla stessa linea di sempre».
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(Stellantis)
Lo Smart compact van (Smc) sarà dotato di un sistema di propulsione flessibile che offrirà sia un nuovo motore elettrico, con un’autonomia fino a 270 km, sia tre motori endotermici (due diesel e uno a benzina). L’apertura degli ordini è prevista per settembre, con il lancio sul mercato previsto a partire da novembre, mentre una versione mild-hybrid sarà disponibile a partire dal prossimo anno. I nuovi modelli si chiameranno Citroën Berlingo van first, Fiat professional Doblò Easypro, Opel Combo start, Peugeot Partner active. Come spiegato da Eric Laforge, global senior vice president di Stellantis Pro One, «essere leader implica una grande responsabilità: i clienti si aspettano l’eccellenza, inclusi quelli che dobbiamo ancora conquistare. Per questo, ascoltando attentamente i loro feedback, abbiamo sviluppato un veicolo razionale, confortevole e modulare, capace di offrire soluzioni originali che rappresentano una vera unique selling proposition».
Pur mantenendo la medesima architettura di base, il design esterno introduce un ampio, distintivo paraurti anteriore, studiato per migliorare la protezione del veicolo. All’interno, pannelli porta e plancia sono stati completamente riprogettati per ottimizzare l’utilizzo degli spazi e l’ergonomia dei comandi.
Secondo le analisi di Stellantis, il 40% dei clienti non è interessato a una configurazione a tre posti e che i professionisti viaggiano da soli per circa l’90% del tempo lavorativo. Da qui la decisione di introdurre una dotazione di serie rivoluzionaria nel nuovo compact van unica nel segmento e in grado di offrire più spazio, maggiore funzionalità e un valore superiore: il Flexiseat. Quest’ultimo è un sedile passeggero modulare ribaltabile che consente di aumentare il volume di carico. Può essere abbinato al Modutable, ideale come supporto pratico per un ufficio mobile o per una superficie d’appoggio durante le pause. La nuova versione introduce anche una gamma di ulteriori soluzioni innovative, tra cui: Moduconsole, una console centrale removibile istantaneamente e facilmente riponibile nell’area di carico, dotata di portabicchieri e vano chiuso, adattabile a diversi utilizzi (piccoli attrezzi, tablet, smartphone e caricatore, documenti...); Dashbox, plancia con due vani portaoggetti chiusi e portabicchieri; Drivedrawer, cassetto sotto il sedile per riporre in modo discreto notebook, laptop o tablet; Moduwork, configurazione con terzo sedile centrale che consente di ospitare fino a tre persone. Quando non necessario, il sedile centrale si trasforma per aumentare la funzionalità: integra un vano chiuso e può essere combinato con sedile passeggero e tavolino ribaltabile, oppure sfruttare lo spazio per il trasporto di oggetti lunghi.
Le dimensioni esterne e interne restano invariate, con due lunghezze disponibili, una portata utile da 750 kg a 1 tonnellata e un volume di carico compreso tra 3,3 e 4,4 metri cubi. Tornando alle motorizzazioni, Stellantis si è ancora una volta basata sui feedback dei clienti, adottando una strategia multi-energia finalizzata a facilitare la transizione verso l’elettrificazione, garantendo al contempo l’accessibilità economica. Da qui la decisione di puntare ancora sul diesel, indispensabile per chi lavora su strada.
Il tutto sarà proposto a un livello di prezzo altamente competitivo, assicura Stellantis, inferiore rispetto al resto della gamma sia per i motori termici sia per quelli Bev, grazie alle economie di scala e a una forte attenzione all’efficienza dei costi.
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