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2018-08-27
«Il Papa sapeva degli abusi sessuali del cardinale gay. Però ha deciso di coprire tutto»
da Wikipedia
In questo tragico momento che sta attraversando la Chiesa in varie parti del mondo, Stati Uniti, Cile, Honduras, Australia, eccetera, gravissima è la responsabilità dei vescovi. Penso in particolare agli Stati Uniti d'America dove fui inviato come nunzio apostolico da papa
Benedetto XVI il 19 ottobre 2011, memoria dei primi martiri dell'America Settentrionale. I vescovi degli Stati Uniti sono chiamati, e io con loro, a seguire l'esempio di questi primi martiri che portarono il Vangelo nelle terre d'America, a essere testimoni credibili dell'incommensurabile amore di Cristo, Via, Verità e Vita.
Vescovi e sacerdoti, abusando della loro autorità, hanno commesso crimini orrendi a danno di loro fedeli, minori, vittime innocenti, giovani uomini desiderosi di offrire la loro vita alla Chiesa, o non hanno impedito con il loro silenzio che tali crimini continuassero a essere perpetrati.
Per restituire la bellezza della santità al volto della Sposa di
Cristo, tremendamente sfigurato da tanti abominevoli delitti, se vogliamo veramente liberare la Chiesa dalla fetida palude in cui è caduta, dobbiamo avere il coraggio di abbattere la cultura del segreto e confessare pubblicamente le verità che abbiamo tenuto nascoste. Occorre abbattere l'omertà con cui vescovi e sacerdoti hanno protetto loro stessi a danno dei loro fedeli, omertà che agli occhi del mondo rischia di far apparire la Chiesa come una setta, omertà non tanto dissimile da quella che vige nella mafia. «Tutto quello che avete detto nelle tenebre… sarà proclamato sui tetti» (Luca, 12:3).
Avevo sempre creduto e sperato che la gerarchia della Chiesa potesse trovare in sé stessa le risorse spirituali e la forza per far emergere la verità, per emendarsi e rinnovarsi. Per questo motivo, anche se più volte sollecitato, avevo sempre evitato di fare dichiarazioni ai mezzi di comunicazione, anche quando sarebbe stato mio diritto farlo per difendermi dalle calunnie pubblicate sul mio conto anche da alti prelati della Curia romana. Ma ora che la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchica della Chiesa la mia coscienza mi impone di rivelare quelle verità di cui, in relazione al caso tristissimo dell'arcivescovo emerito di Washington,
Theodore McCarrick, sono venuto a conoscenza nel corso degli incarichi che mi furono affidati, da san Giovanni Paolo II come delegato per le Rappresentanze pontificie dal 1998 al 2009, e da papa Benedetto XVI come nunzio apostolico negli Stati Uniti d'America dal 19 ottobre 2011 a fine maggio 2016.
Come delegato per le Rappresentanze pontificie nella Segreteria di Stato, le mie competenze non erano limitate alle nunziature apostoliche, ma comprendevano anche il personale della Curia romana (assunzioni, promozioni, processi informativi su candidati all'episcopato, eccetera) e l'esame di casi delicati, anche di cardinali e vescovi, che venivano affidati al delegato dal cardinale Segretario di Stato o dal sostituto della Segreteria di Stato.
Per dissipare sospetti insinuati in alcuni articoli recenti, dirò subito che i nunzi apostolici negli Stati Uniti,
Gabriel Montalvo e Pietro Sambi, ambedue deceduti prematuramente, non mancarono di informare immediatamente la Santa Sede non appena ebbero notizia dei comportamenti gravemente immorali con seminaristi e sacerdoti dell'arcivescovo McCarrick. Anzi, la lettera del padre domenicano Boniface Ramsey datata 22 novembre 2000, secondo quanto scrisse il nunzio Pietro Sambi, fu da lui scritta su richiesta del compianto nunzio Montalvo. In essa padre Ramsey, che era stato professore nel seminario diocesano di Newark dalla fine degli anni Ottanta fino al 1996, afferma che era voce ricorrente in seminario che l'arcivescovo «shared his bed with seminarians», invitandone cinque alla volta a passare il fine settimana con lui nella sua casa al mare. E aggiungeva di conoscere un certo numero di seminaristi, di cui alcuni furono poi ordinati sacerdoti per l'arcidiocesi di Newark, che erano stati invitati a detta casa al mare e avevano condiviso il letto con l'arcivescovo.
L'ufficio che allora ricoprivo non fu portato a conoscenza di alcun provvedimento preso dalla Santa Sede dopo quella denuncia del nunzio
Montalvo alla fine del 2000, quando Segretario di Stato era il cardinale Angelo Sodano.
Parimenti, il nunzio
Sambi trasmise al cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, una memoria di accusa contro McCarrick da parte del sacerdote Gregory Littleton della diocesi di Charlotte, ridotto allo stato laicale per violazione di minori, assieme a due documenti dello stesso Littleton, in cui raccontava la sua triste storia di abusi sessuali da parte dell'allora arcivescovo di Newark e di diversi altri preti e seminaristi. Il nunzio aggiungeva che il Littleton aveva già inoltrato questa sua memoria a circa una ventina di persone, fra autorità giudiziarie civili ed ecclesiastiche, di polizia e avvocati, fin dal giugno 2006, e che era quindi molto probabile che la notizia venisse presto resa pubblica. Egli sollecitava pertanto un pronto intervento della Santa Sede.
Nel redigere l'appunto su questi documenti che come delegato per le rappresentanze pontificie mi furono affidati il 6 dicembre 2006, scrissi per i miei superiori, il cardinale
Tarcisio Bertone e il sostituto Leonardo Sandri, che i fatti attribuiti a McCarrick dal Littleton erano di tale gravità e nefandezza da provocare nel lettore sconcerto, senso di disgusto, profonda pena e amarezza, e che essi configuravano i crimini di adescamento, sollecitazione ad atti turpi di seminaristi e sacerdoti, ripetuti e simultaneamente con più persone, dileggio di un giovane seminarista che cercava di resistere alle seduzioni dell'arcivescovo alla presenza di altri due sacerdoti, assoluzione del complice in atti turpi, celebrazione sacrilega dell'eucaristia con i medesimi sacerdoti dopo aver commesso tali atti.
In quel mio appunto, che consegnai quello stesso 6 dicembre 2006 al mio diretto superiore, il sostituto
Leonardo Sandri, proponevo ai miei superiori le seguenti considerazioni e linea d'azione:
- Premesso che a tanti scandali nella Chiesa negli Stati Uniti, sembrava che se ne stesse per aggiungere uno di particolare gravità che riguardava un cardinale;
- e che in via di diritto, trattandosi di un cardinale, in base al canone 1.405 paragrafo 1, punto 2, «
ipsius Romani Pontificis dumtaxat ius est iudicandi»;
- proponevo che venisse preso nei confronti del cardinale un provvedimento esemplare che potesse avere una funzione medicinale, per prevenire futuri abusi nei confronti di vittime innocenti e lenire il gravissimo scandalo per i fedeli, che nonostante tutto continuavano ad amare e credere nella Chiesa.
Aggiungevo che sarebbe stato salutare che per una volta l'autorità ecclesiastica avesse a intervenire prima di quella civile e, se possibile, prima che lo scandalo fosse scoppiato sulla stampa. Ciò avrebbe potuto restituire un po' di dignità a una Chiesa così provata e umiliata per tanti abominevoli comportamenti da parte di alcuni pastori. In tal caso, l'autorità civile non si sarebbe trovata più a dover giudicare un cardinale, ma un pastore verso cui la Chiesa aveva già preso opportuni provvedimenti, per impedire che il cardinale, abusando della sua autorità, continuasse a distruggere vittime innocenti.
Quel mio appunto del 6 dicembre 2006 fu trattenuto dai miei superiori e mai mi fu restituito con un'eventuale decisione superiore al riguardo.
Successivamente, intorno al 21-23 aprile 2008, fu pubblicato su Internet - nel sito
richardsipe.com - lo Statement for Pope Benedict XVI about the pattern of sexual abuse crisis in the United States, di Richard Sipe. Esso fu trasmesso il 24 aprile dal Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale William Levada, al cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, e fu a me consegnato un mese dopo, il successivo 24 maggio 2008. Il giorno seguente consegnavo al nuovo sostituto, Fernando Filoni, il mio appunto, comprensivo del mio precedente del 6 dicembre 2006. In esso facevo una sintesi del documento di Richard Sipe, che terminava con questo rispettoso e accorato appello a papa Benedetto XVI: «I approach Your Holiness with due reverence, but with the same intensity that motivated Peter Damian to lay out before your predecessor, pope Leo IX, a description of the condition of the clergy during his time. The problems he spoke of are similar and as great now in the United States as they were then in Rome. If Your Holiness requests, I will submit to you personally documentation of that about which I have spoken».
Terminavo questo mio appunto ripetendo ai miei superiori che ritenevo si dovesse intervenire quanto prima, togliendo il cappello cardinalizio al cardinale
McCarrick e infliggendogli le sanzioni stabilite dal codice di diritto canonico, le quali prevedono anche la riduzione allo stato laicale. Anche questo secondo mio appunto non fu mai restituito all'ufficio del personale, e grande era il mio sconcerto nei confronti dei superiori per l'inconcepibile assenza di ogni provvedimento nei confronti del cardinale, e per il perdurare della mancanza di ogni comunicazione nei miei riguardi fin da quel mio primo appunto del dicembre 2006.
Ma finalmente seppi con certezza, tramite il cardinale
Giovanni Battista Re, allora Prefetto della Congregazione per i vescovi, che il coraggioso e meritevole statement di Richard Sipe aveva avuto il risultato auspicato. Papa Benedetto XVI aveva comminato al cardinale McCarrick sanzioni simili a quelle ora inflittegli da papa Francesco: il cardinale doveva lasciare il seminario in cui abitava, gli veniva proibito di celebrare in pubblico, di partecipare a pubbliche riunioni, di dare conferenze, di viaggiare, con obbligo di dedicarsi a una vita di preghiera e di penitenza.
Non mi è noto quando papa
Benedetto abbia preso nei confronti di McCarrick questi provvedimenti, se nel 2009 o nel 2010, perché nel frattempo ero stato trasferito al Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, così come non mi è dato sapere chi sia stato responsabile di questo incredibile ritardo. Non credo certo papa Benedetto, il quale da cardinale aveva già più volte denunciato la corruzione presente nella Chiesa, e nei primi mesi del suo pontificato aveva preso ferma posizione contro l'ammissione in seminario di giovani con profonde tendenze omosessuali. Ritengo che ciò fosse dovuto all'allora primo collaboratore del Papa, cardinale Tarcisio Bertone, notoriamente favorevole a promuovere omosessuali in posti di responsabilità, e solito gestire le informazioni che riteneva opportuno far pervenire al Papa.
In ogni caso, quello che è certo è che papa
Benedetto inflisse a McCarrick le suddette sanzioni canoniche, e che esse gli furono comunicate dal nunzio apostolico negli Stati Uniti, Pietro Sambi. Monsingor Jean François Lantheaume, allora primo consigliere della nunziatura a Washington e Chargé d'affaires ad interim dopo la morte inaspettata del nunzio Sambi a Baltimora, mi riferì quando giunsi a Washington - ed egli è pronto a darne testimonianza - di un colloquio burrascoso, di oltre un'ora, del nunzio Sambi con il cardinale McCarrick convocato in nunziatura: «La voce del nunzio», mi disse monsignor Lantheaume, «si sentiva fin nel corridoio».
Le medesime disposizioni di papa
Benedetto furono poi comunicate anche a me dal nuovo Prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Marc Ouellet, nel novembre 2011 in un colloquio prima della mia partenza per Washington, fra le istruzioni della medesima Congregazione al nuovo nunzio.
A mia volta le ribadii al cardinale
McCarrick al mio primo incontro con lui in nunziatura. Il cardinale, farfugliando in modo appena comprensibile, ammise di aver forse commesso l'errore di aver dormito nello stesso letto con qualche seminarista nella sua casa al mare, ma me lo disse come se ciò non avesse alcuna importanza.
I fedeli si chiedono insistentemente come sia stata possibile la sua nomina a Washington e a cardinale, e hanno pieno diritto di sapere chi fosse a conoscenza, chi abbia coperto i suoi gravi misfatti. È perciò mio dovere rendere noto quanto so al riguardo, incominciando dalla Curia romana. Il cardinale
Angelo Sodano è stato Segretario di Stato fino al settembre 2006: ogni informazione perveniva a lui. Nel novembre 2000 il nunzio Montalvo inviò a lui il suo rapporto trasmettendogli la già citata lettera di padre Boniface Ramsey in cui denunciava i gravi abusi commessi da McCarrick.
È noto che
Sodano cercò di coprire fino all'ultimo lo scandalo di padre Marcial Maciel, rimosse persino il nunzio a Città del Messico, Justo Mullor, che si rifiutava di essere complice delle sue manovre di copertura di Maciel e al suo posto nominò Sandri, allora nunzio in Venezuela, ben disposto invece a collaborare. Sodano giunse anche a far fare un comunicato alla sala stampa vaticana in cui si affermava il falso, che cioè papa Benedetto aveva deciso che il caso Maciel doveva ormai considerarsi chiuso. Benedetto reagì, nonostante la strenua difesa da parte di Sodano, e Maciel fu giudicato colpevole e irrevocabilmente condannato.
Fu la nomina a Washington e a cardinale di
McCarrick opera di Sodano, quando Giovanni Paolo II era già molto malato? Non ci è dato saperlo. È però lecito pensarlo, ma non credo che sia stato il solo responsabile. McCarrick andava con molta frequenza a Roma e si era fatto amici dappertutto, a tutti i livelli della Curia. Se Sodano aveva protetto Maciel, come appare sicuro, non si vede perché non lo avrebbe fatto per McCarrick, che a detta di molti aveva i mezzi anche finanziari per influenzare le decisioni. Alla sua nomina a Washington si era invece opposto l'allora Prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Giovanni Battista Re. Alla nunziatura di Washington c'è un biglietto, scritto di suo pugno, in cui il cardinale Re si dissocia da detta nomina e afferma che McCarrick era il quattordicesimo nella lista per la provvista di Washington.
Al cardinale
Tarcisio Bertone, come Segretario di Stato, fu indirizzato il rapporto del nunzio Sambi, con tutti gli allegati, e a lui furono presumibilmente consegnati dal sostituto i miei due sopra citati appunti del 6 dicembre 2006 e del 25 maggio 2008. Come già accennato, il cardinale non aveva difficoltà a presentare insistentemente per l'episcopato candidati notoriamente omosessuali attivi - cito solo il noto caso di Vincenzo di Mauro, nominato arcivescovo-vescovo di Vigevano, poi rimosso perché insidiava i suoi seminaristi - e a filtrare e manipolare le informazioni che faceva pervenire a papa Benedetto.
Il cardinale
Pietro Parolin, attuale Segretario di Stato, si è reso anch'egli complice di aver coperto i misfatti di McCarrick, il quale dopo l'elezione di papa Francesco si vantava apertamente dei suoi viaggi e missioni in vari continenti. Nell'aprile 2014 il Washington Times aveva riferito in prima pagina di un viaggio di McCarrick nella Repubblica Centroafricana, per giunta a nome del Dipartimento di Stato. Come Nunzio a Washington, scrissi perciò al cardinale Parolin chiedendogli se erano ancora valide le sanzioni comminate a McCarrick da papa Benedetto. Ça va sans dire che la mia lettera non ebbe mai alcuna risposta!
Lo stesso si dica per il cardinale
William Levada, già Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e per i cardinali Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i vescovi, e Lorenzo Baldisseri, già segretario della medesima Congregazione per i vescovi, e l'arcivescovo Ilson de Jesus Montanari, attuale segretario della medesima Congregazione. Essi, in ragione del loro ufficio, erano al corrente delle sanzioni imposte da papa Benedetto a McCarrick.
I cardinali
Leonardo Sandri, Fernando Filoni e Angelo Becciu, come sostituti della Segreteria di Stato, hanno saputo in tutti i particolari la situazione del cardinale McCarrick.
Così pure non potevano non sapere i cardinali
Giovanni Lajolo e Dominique Mamberti, che, come Segretari per i rapporti con gli Stati, partecipavano più volte alla settimana a riunioni collegiali con il Segretario di Stato.
Per quanto riguarda la Curia romana per ora mi fermo qui, anche se sono ben noti i nomi di altri prelati in Vaticano, anche molto vicini a papa
Francesco, come il cardinale Francesco Coccopalmerio e l'arcivescovo Vincenzo Paglia, che appartengono alla corrente filo omosessuale favorevole a sovvertire la dottrina cattolica a riguardo dell'omosessualità, corrente già denunciata fin dal 1986 dal cardinale Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, nella Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali. Alla medesima corrente, seppur con una ideologia diversa, appartengono anche i cardinali Edwin Frederick O'Brien e Renato Raffaele Martino. Altri poi, appartenenti a detta corrente, risiedono persino alla Domus Sanctae Marthae.
Vengo ora agli Stati Uniti. Ovviamente, il primo a essere stato informato dei provvedimenti presi da papa
Benedetto fu il successore di McCarrick alla sede di Washington, il cardinale Donald Wuerl, la cui situazione è ora del tutto compromessa dalle recenti rivelazioni sul suo comportamento come vescovo di Pittsburgh.
È assolutamente impensabile che il nunzio
Sambi, persona altamente responsabile, leale, diretto ed esplicito nel suo modo di essere da vero romagnolo, non gliene abbia parlato. In ogni caso, io stesso venni in più occasioni sull'argomento con il cardinale Wuerl, e non ci fu certo bisogno che entrassi in particolari perché mi fu subito evidente che ne era pienamente al corrente. Ricordo poi in particolare il fatto che dovetti richiamare la sua attenzione perché mi accorsi che in una pubblicazione dell'arcidiocesi, sulla copertina posteriore a colori, veniva annunciato un invito ai giovani che ritenevano di avere la vocazione al sacerdozio a un incontro con il cardinale McCarrick. Telefonai subito al cardinale Wuerl, che mi manifestò la sua meraviglia, dicendomi che non sapeva nulla di quell'annuncio e che avrebbe provveduto ad annullare detto incontro. Se, come ora continua ad affermare, non sapeva nulla degli abusi commessi da McCarrick e dei provvedimenti presi da papa Benedetto, come si spiega la sua risposta?
Le sue recenti dichiarazioni in cui afferma di non aver saputo nulla, anche se all'inizio furbescamente riferite ai risarcimenti alle due vittime, sono assolutamente risibili. Il cardinale mente spudoratamente e per di più induce a mentire anche il suo cancelliere, monsignor
Antonicelli.
Del resto, già in altra occasione il cardinale
Wuerl aveva chiaramente mentito. A seguito di un evento moralmente inaccettabile autorizzato dalle autorità accademiche della Georgetown university, avevo richiamato l'attenzione del suo presidente, dottor John DeGioia, indirizzandogli due successive lettere. Prima di inoltrarle al destinatario, per correttezza, ne consegnai personalmente copia al cardinale con una mia lettera di accompagnamento. Il cardinale mi disse che non ne era al corrente. Si guardò bene però di accusare ricevimento delle mie due lettere, contrariamente a quanto puntualmente era solito fare. Poi seppi che detto evento alla Georgetown aveva avuto luogo da sette anni. Ma il cardinale non ne sapeva nulla!
Il cardinale
Wuerl inoltre, ben sapendo dei continui abusi commessi dal cardinale McCarrick e delle sanzioni impostegli da papa Benedetto, trasgredendo l'ordine del Papa gli permise di risiedere in un seminario in Washington D.C. Mise così a rischio altri seminaristi.
Il vescovo
Paul Bootkoski, emerito di Metuchen, e l'arcivescovo John Myers, emerito di Newark, coprirono gli abusi commessi da McCarrick nelle loro rispettive diocesi e risarcirono due delle sue vittime. Non possono negarlo, e devono essere interrogati perché rivelino ogni circostanza e responsabilità al riguardo.
Il cardinale
Kevin Farrell, intervistato recentemente dai media, ha anch'egli affermato di non avere avuto il minimo sentore degli abusi commessi da McCarrick. Tenuto conto del suo curriculum a Washington, a Dallas e ora a Roma, credo che nessuno possa onestamente credergli. Non so se gli sia mai stato chiesto se sapesse dei crimini di Maciel. Se dovesse negarlo, qualcuno forse gli crederebbe, atteso che egli ha occupato compiti di responsabilità come membro dei Legionari di Cristo?
Del cardinale
Sean O'Malley mi limito a dire che le sue ultime dichiarazioni sul caso McCarrick sono sconcertanti, anzi hanno oscurato totalmente la sua trasparenza e credibilità.
La mia coscienza mi impone poi di rivelare fatti che ho vissuto in prima persona, riguardanti papa
Francesco, che hanno una valenza drammatica, e che come vescovo, condividendo la responsabilità collegiale di tutti i vescovi verso la Chiesa universale, non mi permettono di tacere, e che qui affermo, disposto a confermarli sotto giuramento chiamando Dio come mio testimone.
Negli ultimi mesi del suo pontificato papa
Benedetto XVI aveva convocato a Roma una riunione di tutti i nunzi apostolici, come avevano già fatto Paolo VI e San Giovanni Paolo II in più occasioni. La data fissata per l'udienza con il Papa era venerdì 21 giugno 2013. Papa Francesco mantenne questo impegno preso dal suo predecessore. Naturalmente anch'io venni a Roma da Washington. Si trattava del mio primo incontro con il nuovo Papa, eletto solo tre mesi prima, dopo la rinuncia di papa Benedetto.
La mattina di giovedì 20 giugno 2013 mi recai alla Domus Sanctae Marthae, per unirmi ai miei colleghi che erano ivi alloggiati. Appena entrato nella hall mi incontrai con il cardinal
McCarrick, che indossava la veste filettata. Lo salutai con rispetto come sempre avevo fatto. Egli mi disse immediatamente con un tono fra l'ambiguo e il trionfante: «Il Papa mi ha ricevuto ieri, domani vado in Cina».
Allora nulla sapevo della sua lunga amicizia con il cardinale
Bergoglio, e della parte di rilievo che aveva giocato per la sua recente elezione, come lo stesso McCarrick avrebbe successivamente rivelato in una conferenza alla Villanova university e in un'intervista al Catholic National Reporter, né avevo mai pensato al fatto che aveva partecipato agli incontri preliminari del recente conclave, e al ruolo che aveva potuto avere come elettore in quello del 2005. Non colsi perciò immediatamente il significato del messaggio criptato che McCarrick mi aveva comunicato, ma che mi sarebbe diventato evidente nei giorni immediatamente successivi.
Il giorno dopo ebbe luogo l'udienza con papa
Francesco. Dopo il discorso, in parte letto e in parte pronunciato a braccio, il Papa volle salutare uno a uno tutti i nunzi. In fila indiana, ricordo che io rimasi fra gli ultimi. Quando fu il mio turno, ebbi appena il tempo di dirgli «sono il nunzio negli Stati Uniti», che senza alcun preambolo mi investì con tono di rimprovero con queste parole: «I vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati! Devono essere dei pastori!». Naturalmente non ero in condizione di chiedere spiegazioni sul significato delle sue parole e del modo aggressivo con cui mi aveva apostrofato. Avevo in mano un libro in portoghese che il cardinale O'Malley mi aveva consegnato per il Papa qualche giorno prima, dicendomi: «Così ripassa il portoghese prima di andare a Rio, per la Giornata mondiale della gioventù». Glielo consegnai subito, liberandomi così da quella situazione estremamente sconcertante e imbarazzante.
Al termine dell'udienza il Papa annunziò: «Chi di voi domenica prossima è ancora a Roma è invitato a concelebrare con me alla Domus Sanctae Marthae». Io naturalmente pensai di restare, per chiarire quanto prima cosa il Papa avesse inteso dirmi.
Domenica 23 giugno, prima della concelebrazione con il Papa, chiesi a monsignor
Battista Ricca, che come responsabile della casa ci aiutava a indossare i paramenti, se poteva chiedere al Papa se nel corso della settimana seguente avrebbe potuto ricevermi. Come avrei potuto ritornare a Washington senza aver chiarito ciò che il Papa voleva da me? Terminata la messa, mentre il Papa salutava i pochi laici presenti, monsignor Fabian Pedacchio, il suo segretario argentino, venne da me e mi disse: «Il Papa mi ha detto di chiederle se lei è libero adesso!». Naturalmente gli risposi che ero a disposizione del Papa e che lo ringraziavo di volermi ricevere subito. Il Papa mi condusse al primo piano nel suo appartamento e mi disse: «Abbiamo 40 minuti prima dell'Angelus».
Iniziai io la conversazione, chiedendogli che cosa avesse inteso dirmi con le parole che mi aveva rivolto quando l'avevo salutato, il venerdì precedente. E il Papa, con un tono ben diverso, amichevole, quasi affettuoso, mi disse: «Sì, i vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, non devono essere di destra come l'arcivescovo di Filadelfia (il Papa non mi fece il nome dell'arcivescovo), devono essere dei pastori; e non devono essere di sinistra», e aggiunse, alzando tutte e due le braccia: «E quando dico di sinistra, intendo dire omosessuali». Naturalmente mi sfuggì la logica della correlazione fra essere di sinistra ed essere omosessuali, ma non aggiunsi altro. Subito dopo il Papa mi chiese con tono accattivante: «Il cardinale McCarrick com'è?». Io gli risposi con tutta franchezza, e se volete con tanta ingenuità: «Santo Padre, non so se lei conosce il cardinale McCarrick, ma se chiede alla Congregazione per i vescovi c'è un dossier grande così su di lui. Ha corrotto generazioni di seminaristi e di sacerdoti, e papa Benedetto gli ha imposto di ritirarsi a una vita di preghiera e di penitenza». Il Papa non fece il minimo commento a quelle mie parole tanto gravi, e non mostrò sul suo volto alcuna espressione di sorpresa, come se la cosa gli fosse già nota da tempo, e cambiò subito di argomento. Ma allora, con quale finalità il Papa mi aveva posto quella domanda: «Il cardinal McCarrick com'è?». Evidentemente voleva accertarsi se fossi alleato di McCarrick o no.
Rientrato a Washington, tutto mi divenne molto chiaro, grazie anche a un nuovo fatto accaduto solo pochi giorni dopo il mio incontro con papa Francesco. Alla presa di possesso della diocesi di El Paso da parte del nuovo vescovo Mark Seitz, il 9 luglio 2013, inviai il primo consigliere, monsignor Jean François Lantheaume, mentre io quel medesimo giorno andai a Dallas per un incontro internazionale di bioetica. Di ritorno, monsignor Lantheaume mi riferì che a El Paso aveva incontrato il cardinale McCarrick, il quale, presolo in disparte, gli aveva detto quasi le stesse parole che il Papa aveva detto a me a Roma: «I vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, non devono essere di destra, devono essere dei pastori…». Rimasi esterrefatto! Era perciò chiaro che le parole di rimprovero che papa Francesco mi aveva rivolto quel 21 giugno 2013 gli erano state messe in bocca il giorno prima dal cardinale McCarrick. Anche la menzione da parte del Papa «non come l'arcivescovo di Filadelfia» conduceva a McCarrick, perché fra i due c'era stato un forte diverbio a riguardo dell'ammissione alla comunione dei politici favorevoli all'aborto: McCarrick aveva manipolato nella sua comunicazione ai vescovi una lettera dell'allora cardinale Ratzinger che proibiva di dare loro la comunione. Di fatto, poi, sapevo quanto certi cardinali come Roger Mahony, William Levada e Wuerl, fossero strettamente legati a McCarrick, avessero osteggiato le nomine più recenti fatte da papa Benedetto, per sedi importanti come Filadelfia, Baltimora, Denver e San Francisco.
Non contento della trappola che mi ha aveva teso in 23 giugno 2013 chiedendomi di McCarrick, solo qualche mese dopo, nell'udienza che mi concesse il 10 ottobre 2013,papa Francesco me ne pose una seconda, questa volta a riguardo di un suo secondo protetto, il cardinale Donald Wuerl. Mi chiese: «Il cardinale Wuerl com'è, buono o cattivo?». «Santo Padre», gli risposi, «non le dirò se è buono o cattivo, ma le riferirò due fatti». Sono quelli a cui ho già sopra accennato, che riguardano la noncuranza pastorale di Wuerl per le deviazioni aberranti alla Georgetown university e l'invito da parte dell'arcidiocesi di Washington a giovani aspiranti al sacerdozio a un incontro con McCarrick! Anche questa seconda volta il Papa non manifestò alcuna reazione.
Era poi evidente che, a partire dalla elezione di papa Francesco, McCarrick, ormai sciolto da ogni costrizione, si era sentito libero di viaggiare continuamente, di dare conferenze e interviste. In un gioco di squadra con il cardinale Rodriguez Maradiaga era diventato il kingmaker per le nomine in Curia e negli Stati Uniti, e il consigliere più ascoltato in Vaticano per i rapporti con l'amministrazione Obama. Così si spiega il fatto che, come membri della Congregazione per i vescovi, il Papa sostituì il cardinale Raymond Burke con Wuerl e vi nominò immediatamente Blase Cupich, fatto poi subito cardinale. Con tali nomine, la nunziatura a Washington era ormai fuori gioco per la nomina dei vescovi. Per giunta, nominò il brasiliano Ilson de Jesus Montanari - grande amico del suo segretario privato argentino Fabian Pedacchio - segretario della medesima Congregazione per i vescovi e segretario del Collegio dei cardinali, promuovendolo in un sol balzo da semplice officiale di quel dicastero ad arcivescovo segretario. Cosa mai vista per un incarico così importante!
Le nomine di Blase Cupich a Chicago e di William Tobin a Newark sono state orchestrate da McCarrick, Maradiaga e Wuerl, uniti da un patto scellerato di abusi del primo e quantomeno di coperture di abusi da parte degli altri due. I loro nominativi non figuravano fra quelli presentati dalla nunziatura per Chicago e per Newark. Di Cupich non può certo sfuggire l'ostentata arroganza e sfrontatezza nel negare l'evidenza ormai palese a tutti: che cioè l'80% degli abusi riscontrati è stato nei confronti di giovani adulti da parte di omosessuali in rapporto di autorità verso le loro vittime.
Nel discorso che fece alla presa di possesso della sede di Chicago, a cui ero presente come rappresentante del Papa, Cupich disse, come battuta di spirito, che certo non ci si doveva aspettare dal nuovo arcivescovo che camminasse sulle acque. Sarebbe forse sufficiente che fosse capace di restare con i piedi per terra e che non cercasse di capovolgere la realtà, accecato dalla sua ideologia pro gay, come ha affermato in una recente intervista ad America. Ostentando la sua particolare competenza in materia - essendo stato presidente del Committee on protection of children and young people della Uscb - ha asserito che il problema principale nella crisi degli abusi sessuali da parte del clero non è l'omosessualità, e che affermarlo è solo un modo per distogliere l'attenzione dal vero problema che è il clericalismo. A sostegno di questa sua tesi, Cupich ha fatto «stranamente» riferimento ai risultati di una ricerca fatta nell'apice della crisi di abusi sessuali nei confronti di minori dell'inizio degli anni 2000, mentre ha ignorato «candidamente» che i risultati di quell'indagine furono totalmente smentiti dai successivi rapporti indipendenti del John Jay college of criminal justice del 2004 e del 2011, in cui si concludeva che nei casi di abusi sessuali l'81% delle vittime erano maschi. Infatti, padre Hans Zollner S.J., vicerettore della Pontificia università gregoriana, presidente del Centre for child protection, membro della Pontificia commissione per la protezione dei minori, ha recentemente dichiarato al giornale La Stampa che «nella maggior parte dei casi si tratta di abusi omosessuali».
Anche la nomina, poi, di Robert McElroy a San Diego fu pilotata dall'alto, con un ordine perentorio cifrato, a me come nunzio, dal cardinale Parolin: «Riservi la sede di San Diego per McElroy». Anche McElroy ben sapeva degli abusi commessi da McCarrick, come risulta da una lettera indirizzatagli da Richard Sipe il 28 luglio 2016.
A questi personaggi sono strettamente associati individui appartenenti in particolare all'ala deviata della Compagnia di Gesù, purtroppo oggi maggioritaria, che già era stata motivo di gravi preoccupazioni per Paolo VI e per i successivi pontefici. Basti solo pensare a padre Robert Drinan S.J., eletto quattro volte alla Camera dei rappresentanti, accanito sostenitore dell'aborto, o a padre Vincent O'Keefe S.J., fra i principali promotori del documento The Land o' lakes statement del 1967, che ha gravemente compromesso l'identità cattolica delle università e dei collegi negli Stati Uniti. Si noti che anche McCarrick, allora presidente dell'università cattolica del Portorico, partecipò a quell'infausta impresa, così deleteria per la formazione delle coscienze della gioventù americana, strettamente associato com'era all'ala deviata dei gesuiti.
Padre James Martin S.J., osannato dai personaggi sopra menzionati, in particolare da Cupich, Tobin, Farrell e McElroy, nominato consultore del dicastero per le comunicazioni, noto attivista che promuove l'agenda Lgbt, prescelto per corrompere i giovani che si raduneranno prossimamente a Dublino per l'incontro mondiale delle famiglie, altro non è se non un triste recente esemplare di quell'ala deviata della Compagnia di Gesù.
Papa Francesco ha chiesto più volte totale trasparenza nella Chiesa e a vescovi e fedeli di agire con parresia. I fedeli di tutto il mondo la esigono anche da lui in modo esemplare. Dica da quando ha saputo dei crimini commessi da McCarrick abusando della sua autorità con seminaristi e sacerdoti.
In ogni caso, il Papa lo ha saputo da me il 23 giugno 2013 e ha continuato a coprirlo, non ha tenuto conto delle sanzioni che gli aveva imposto papa Benedetto e ne ha fatto il suo fidato consigliere insieme con Maradiaga.
Quest'ultimo si sente così sicuro della protezione del Papa che può cestinare come «pettegolezzi» gli appelli accorati di decine di suoi seminaristi, che trovarono il coraggio di scrivergli dopo che uno di loro aveva cercato di suicidarsi per gli abusi omosessuali nel seminario. Ormai i fedeli hanno ben capito la strategia di Maradiaga: insultare le vittime per salvare sé stesso, mentire a oltranza per coprire una voragine di abusi di potere, di cattiva gestione nell'amministrazione dei beni della Chiesa, di disastri finanziari anche nei confronti di intimi amici, come nel caso dell'ambasciatore dell'Honduras Alejandro Valladares, già decano del corpo diplomatico presso la Santa Sede.
Nel caso del già vescovo ausiliare Juan José Pineda, dopo l'articolo apparso sul settimanale L'Espresso nel febbraio scorso, Maradiaga aveva dichiarato al giornale Avvenire: «È stato il mio vescovo ausiliare Pineda a chiedere la visita, in modo da “pulire" il suo nome a seguito di molte calunnie di cui è stato oggetto». Ora, di Pineda si è pubblicato unicamente che le sue dimissioni sono state semplicemente accettate, facendo così sparire nel nulla qualsiasi eventuale responsabilità sua e di Maradiaga.
In nome della trasparenza dal Papa tanto conclamata, si renda pubblico il rapporto che il «visitatore», il vescovo argentino Alcides Casaretto, ha consegnato più di un anno fa solo e direttamente al Papa.
Infine, anche la recente nomina a sostituto dell'arcivescovo Edgar Peña Parra ha una connessione con l'Honduras, cioè con Maradiaga. Peña Parra infatti dal 2003 al 2007 ha prestato servizio presso la nunziatura di Tegucigalpa in qualità di consigliere. Come delegato per le Rappresentanze pontificie mi erano pervenute informazioni preoccupanti a suo riguardo.
In Honduras si sta per ripetere uno scandalo immane come quello in Cile. Il Papa difende a oltranza il suo uomo, il cardinale Rodriguez Maradiaga, come aveva fatto in Cile con il vescovo Juan de la Cruz Barros, che lui stesso aveva nominato vescovo di Osorno, contro il parere dei vescovi cileni. Prima ha insultato le vittime degli abusi, poi, solo quando vi è stato costretto dal clamore dei media, dalla rivolta delle vittime e dei fedeli cileni, ha riconosciuto il suo errore e si è scusato, pur affermando che era stato mal informato, provocando una situazione disastrosa nella Chiesa in Cile, ma continuando a proteggere i due cardinali cileni Francisco Errazuriz e Ricardo Ezzati.
Anche nella triste vicenda di McCarrick, il comportamento di papa Francesco non è stato diverso. Sapeva perlomeno dal 23 giugno 2013 che McCarrick era un predatore seriale. Pur sapendo che era un corrotto, lo ha coperto a oltranza, anzi ha fatto propri i suoi consigli non certo ispirati da sane intenzioni né da amore per la Chiesa. Solo quando vi è stato costretto dalla denuncia di un abuso di un minore, sempre in funzione del plauso dei media, ha preso provvedimenti nei suoi confronti per salvare la sua immagine mediatica.
Ora negli Stati Uniti c'è un coro che si leva specialmente dai fedeli laici, a cui ultimamente si sono uniti alcuni vescovi e sacerdoti: chiedono che tutti quelli che hanno coperto con il loro silenzio il comportamento criminale di McCarrick o che si sono serviti di lui per fare carriera o promuovere i loro intenti, ambizioni e il loro potere nella Chiesa si dimettano.
Ma ciò non sarà sufficiente per sanare la situazione di gravissimi comportamenti immorali da parte del clero, vescovi e sacerdoti. Occorre proclamare un tempo di conversione e di penitenza. Occorre recuperare nel clero e nei seminari la virtù della castità. Occorre lottare contro la corruzione dell'uso improprio delle risorse della Chiesa e delle offerte dei fedeli. Occorre denunciare la gravità della condotta omosessuale. Occorre sradicare le reti di omosessuali esistenti nella Chiesa, come ha recentemente scritto Janet Smith, professoressa di teologia morale nel Sacred Heart major seminary di Detroit. «Il problema degli abusi del clero», ha scritto, «non potrà essere risolto semplicemente con le dimissioni di alcuni vescovi, né tanto meno con nuove direttive burocratiche. Il centro del problema sta nelle reti omosessuali nel clero che devono essere sradicate». Queste reti di omosessuali, ormai diffuse in molte diocesi, seminari, ordini religiosi, eccetera, agiscono coperte dal segreto e dalla menzogna con la potenza dei tentacoli di una piovra e stritolano vittime innocenti, vocazioni sacerdotali e stanno strangolando l'intera Chiesa.
Imploro tutti, in particolare i vescovi, di rompere il silenzio per sconfiggere questa cultura di omertà così diffusa, di denunciare ai media e alle autorità civili i casi di abusi di cui sono a conoscenza.
Ascoltiamo il messaggio più potente che ci ha lasciato in eredità San Giovanni Paolo II: «Non abbiate paura! Non abbiate paura!».
Papa Benedetto nell'omelia dell'Epifania del 2008 ci ricordava che il disegno di salvezza del Padre si è pienamente rivelato e realizzato nel mistero della morte e risurrezione di Cristo, ma richiede di essere accolto dalla storia umana, che rimane sempre storia di fedeltà da parte di Dio e purtroppo anche di infedeltà da parte di noi uomini. La Chiesa, depositaria della benedizione della nuova alleanza, siglata nel sangue dell'Agnello, è santa ma composta di peccatori, come scrisse Sant'Ambrogio: la Chiesa è «immaculata ex maculatis», è santa e senza macchia pur essendo composta nel suo itinerario terreno da uomini macchiati di peccato.
Voglio ricordare questa verità indefettibile della santità della Chiesa ai tanti che sono rimasti così profondamente scandalizzati dagli abominevoli e sacrileghi comportamenti del già arcivescovo di Washington, Theodore McCarrick, dalla grave, sconcertante e peccaminosa condotta di papa Francesco e dall'omertà di tanti pastori, e che sono tentati di abbandonare la Chiesa deturpata da tante ignominie.
Papa Francesco all'Angelus di domenica 12 agosto 2018 ha pronunciato queste parole: «Ognuno è colpevole del bene che poteva fare e non ha fatto… Se non ci opponiamo al male, lo alimentiamo in modo tacito. È necessario intervenire dove il male si diffonde; perché il male si diffonde dove mancano cristiani audaci che si oppongono con il bene». Se questa, giustamente, è da considerarsi una grave responsabilità morale per ogni fedele, quanto più grave lo è per il supremo pastore della Chiesa, il quale nel caso di McCarrick non solo non si è opposto al male ma si è associato nel compiere il male con chi sapeva essere profondamente corrotto, ha seguito i consigli di chi ben sapeva essere un perverso, moltiplicando così in modo esponenziale con la sua suprema autorità il male operato da McCarrick. E quanti altri cattivi pastori Francesco sta ancora continuando ad appoggiare nella loro azione di distruzione della Chiesa!
Francesco sta abdicando al mandato che Cristo diede a Pietro di confermare i fratelli. Anzi con la sua azione li ha divisi, li induce in errore, incoraggia i lupi nel continuare a dilaniare le pecore del gregge di Cristo.
In questo momento estremamente drammatico per la Chiesa universale riconosca i suoi errori e in coerenza con il conclamato principio di tolleranza zero, papa Francesco sia il primo a dare il buon esempio a cardinali e vescovi che hanno coperto gli abusi di McCarrick e si dimetta insieme a tutti loro.
Seppur nello sconcerto e nella tristezza per l'enormità di quanto sta accadendo, non perdiamo la speranza! Ben sappiamo che la grande maggioranza dei nostri pastori vivono con fedeltà e dedizione la propria vocazione sacerdotale.
È nei momenti di grande prova che la grazia del Signore si rivela sovrabbondante e mette la sua misericordia senza limiti a disposizione di tutti; ma è concessa solo a chi è veramente pentito e propone sinceramente di emendarsi. Questo è il tempo opportuno per la Chiesa, per confessare i propri peccati, per convertirsi e fare penitenza.
Preghiamo tutti per la Chiesa e per il Papa, ricordiamoci di quante volte ci ha chiesto di pregare per lui!
Rinnoviamo tutti la fede nella Chiesa nostra madre: «Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica». Cristo non abbandonerà mai la sua Chiesa! L'ha generata nel suo sangue e la rianima continuamente con il suo Spirito! Maria, madre della Chiesa, prega per noi! Maria Vergine Regina, madre del Re della gloria, prega per noi!
Roma, 22 Agosto 2018
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La testimonianza di monsignor Carlo Maria Viganò, arcivescono di Ulpiana, nunzio apostolico: fin dal 2006 ero venuto a conoscenza dei sospetti su Theodore McCarrick: «Scrissi a Tarcisio Bertone e Leonardo Sandri consigliando di anticipare la giustizia civile. Non ebbi risposta». McCarrick era stato confinato alla solitudine dalla linea dura di Benedetto XVI. Ma poi è stato riabilitato e coperto. E s'è vantato di aver fatto eleggere Jorge Mario Bergoglio. Il 23 giugno 2013 mi chiese un parere su McCarrick. Gli spiegai che Ratzinger aveva agito contro di lui. Ma non ne fu sorpreso. In questo tragico momento che sta attraversando la Chiesa in varie parti del mondo, Stati Uniti, Cile, Honduras, Australia, eccetera, gravissima è la responsabilità dei vescovi. Penso in particolare agli Stati Uniti d'America dove fui inviato come nunzio apostolico da papa Benedetto XVI il 19 ottobre 2011, memoria dei primi martiri dell'America Settentrionale. I vescovi degli Stati Uniti sono chiamati, e io con loro, a seguire l'esempio di questi primi martiri che portarono il Vangelo nelle terre d'America, a essere testimoni credibili dell'incommensurabile amore di Cristo, Via, Verità e Vita. Vescovi e sacerdoti, abusando della loro autorità, hanno commesso crimini orrendi a danno di loro fedeli, minori, vittime innocenti, giovani uomini desiderosi di offrire la loro vita alla Chiesa, o non hanno impedito con il loro silenzio che tali crimini continuassero a essere perpetrati. Per restituire la bellezza della santità al volto della Sposa di Cristo, tremendamente sfigurato da tanti abominevoli delitti, se vogliamo veramente liberare la Chiesa dalla fetida palude in cui è caduta, dobbiamo avere il coraggio di abbattere la cultura del segreto e confessare pubblicamente le verità che abbiamo tenuto nascoste. Occorre abbattere l'omertà con cui vescovi e sacerdoti hanno protetto loro stessi a danno dei loro fedeli, omertà che agli occhi del mondo rischia di far apparire la Chiesa come una setta, omertà non tanto dissimile da quella che vige nella mafia. «Tutto quello che avete detto nelle tenebre… sarà proclamato sui tetti» (Luca, 12:3). Avevo sempre creduto e sperato che la gerarchia della Chiesa potesse trovare in sé stessa le risorse spirituali e la forza per far emergere la verità, per emendarsi e rinnovarsi. Per questo motivo, anche se più volte sollecitato, avevo sempre evitato di fare dichiarazioni ai mezzi di comunicazione, anche quando sarebbe stato mio diritto farlo per difendermi dalle calunnie pubblicate sul mio conto anche da alti prelati della Curia romana. Ma ora che la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchica della Chiesa la mia coscienza mi impone di rivelare quelle verità di cui, in relazione al caso tristissimo dell'arcivescovo emerito di Washington, Theodore McCarrick, sono venuto a conoscenza nel corso degli incarichi che mi furono affidati, da san Giovanni Paolo II come delegato per le Rappresentanze pontificie dal 1998 al 2009, e da papa Benedetto XVI come nunzio apostolico negli Stati Uniti d'America dal 19 ottobre 2011 a fine maggio 2016. Come delegato per le Rappresentanze pontificie nella Segreteria di Stato, le mie competenze non erano limitate alle nunziature apostoliche, ma comprendevano anche il personale della Curia romana (assunzioni, promozioni, processi informativi su candidati all'episcopato, eccetera) e l'esame di casi delicati, anche di cardinali e vescovi, che venivano affidati al delegato dal cardinale Segretario di Stato o dal sostituto della Segreteria di Stato. Per dissipare sospetti insinuati in alcuni articoli recenti, dirò subito che i nunzi apostolici negli Stati Uniti, Gabriel Montalvo e Pietro Sambi, ambedue deceduti prematuramente, non mancarono di informare immediatamente la Santa Sede non appena ebbero notizia dei comportamenti gravemente immorali con seminaristi e sacerdoti dell'arcivescovo McCarrick. Anzi, la lettera del padre domenicano Boniface Ramsey datata 22 novembre 2000, secondo quanto scrisse il nunzio Pietro Sambi, fu da lui scritta su richiesta del compianto nunzio Montalvo. In essa padre Ramsey, che era stato professore nel seminario diocesano di Newark dalla fine degli anni Ottanta fino al 1996, afferma che era voce ricorrente in seminario che l'arcivescovo «shared his bed with seminarians», invitandone cinque alla volta a passare il fine settimana con lui nella sua casa al mare. E aggiungeva di conoscere un certo numero di seminaristi, di cui alcuni furono poi ordinati sacerdoti per l'arcidiocesi di Newark, che erano stati invitati a detta casa al mare e avevano condiviso il letto con l'arcivescovo. L'ufficio che allora ricoprivo non fu portato a conoscenza di alcun provvedimento preso dalla Santa Sede dopo quella denuncia del nunzio Montalvo alla fine del 2000, quando Segretario di Stato era il cardinale Angelo Sodano. Parimenti, il nunzio Sambi trasmise al cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, una memoria di accusa contro McCarrick da parte del sacerdote Gregory Littleton della diocesi di Charlotte, ridotto allo stato laicale per violazione di minori, assieme a due documenti dello stesso Littleton, in cui raccontava la sua triste storia di abusi sessuali da parte dell'allora arcivescovo di Newark e di diversi altri preti e seminaristi. Il nunzio aggiungeva che il Littleton aveva già inoltrato questa sua memoria a circa una ventina di persone, fra autorità giudiziarie civili ed ecclesiastiche, di polizia e avvocati, fin dal giugno 2006, e che era quindi molto probabile che la notizia venisse presto resa pubblica. Egli sollecitava pertanto un pronto intervento della Santa Sede. Nel redigere l'appunto su questi documenti che come delegato per le rappresentanze pontificie mi furono affidati il 6 dicembre 2006, scrissi per i miei superiori, il cardinale Tarcisio Bertone e il sostituto Leonardo Sandri, che i fatti attribuiti a McCarrick dal Littleton erano di tale gravità e nefandezza da provocare nel lettore sconcerto, senso di disgusto, profonda pena e amarezza, e che essi configuravano i crimini di adescamento, sollecitazione ad atti turpi di seminaristi e sacerdoti, ripetuti e simultaneamente con più persone, dileggio di un giovane seminarista che cercava di resistere alle seduzioni dell'arcivescovo alla presenza di altri due sacerdoti, assoluzione del complice in atti turpi, celebrazione sacrilega dell'eucaristia con i medesimi sacerdoti dopo aver commesso tali atti. In quel mio appunto, che consegnai quello stesso 6 dicembre 2006 al mio diretto superiore, il sostituto Leonardo Sandri, proponevo ai miei superiori le seguenti considerazioni e linea d'azione: - Premesso che a tanti scandali nella Chiesa negli Stati Uniti, sembrava che se ne stesse per aggiungere uno di particolare gravità che riguardava un cardinale; - e che in via di diritto, trattandosi di un cardinale, in base al canone 1.405 paragrafo 1, punto 2, « ipsius Romani Pontificis dumtaxat ius est iudicandi»; - proponevo che venisse preso nei confronti del cardinale un provvedimento esemplare che potesse avere una funzione medicinale, per prevenire futuri abusi nei confronti di vittime innocenti e lenire il gravissimo scandalo per i fedeli, che nonostante tutto continuavano ad amare e credere nella Chiesa. Aggiungevo che sarebbe stato salutare che per una volta l'autorità ecclesiastica avesse a intervenire prima di quella civile e, se possibile, prima che lo scandalo fosse scoppiato sulla stampa. Ciò avrebbe potuto restituire un po' di dignità a una Chiesa così provata e umiliata per tanti abominevoli comportamenti da parte di alcuni pastori. In tal caso, l'autorità civile non si sarebbe trovata più a dover giudicare un cardinale, ma un pastore verso cui la Chiesa aveva già preso opportuni provvedimenti, per impedire che il cardinale, abusando della sua autorità, continuasse a distruggere vittime innocenti. Quel mio appunto del 6 dicembre 2006 fu trattenuto dai miei superiori e mai mi fu restituito con un'eventuale decisione superiore al riguardo. Successivamente, intorno al 21-23 aprile 2008, fu pubblicato su Internet - nel sito richardsipe.com - lo Statement for Pope Benedict XVI about the pattern of sexual abuse crisis in the United States, di Richard Sipe. Esso fu trasmesso il 24 aprile dal Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale William Levada, al cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, e fu a me consegnato un mese dopo, il successivo 24 maggio 2008. Il giorno seguente consegnavo al nuovo sostituto, Fernando Filoni, il mio appunto, comprensivo del mio precedente del 6 dicembre 2006. In esso facevo una sintesi del documento di Richard Sipe, che terminava con questo rispettoso e accorato appello a papa Benedetto XVI: «I approach Your Holiness with due reverence, but with the same intensity that motivated Peter Damian to lay out before your predecessor, pope Leo IX, a description of the condition of the clergy during his time. The problems he spoke of are similar and as great now in the United States as they were then in Rome. If Your Holiness requests, I will submit to you personally documentation of that about which I have spoken». Terminavo questo mio appunto ripetendo ai miei superiori che ritenevo si dovesse intervenire quanto prima, togliendo il cappello cardinalizio al cardinale McCarrick e infliggendogli le sanzioni stabilite dal codice di diritto canonico, le quali prevedono anche la riduzione allo stato laicale. Anche questo secondo mio appunto non fu mai restituito all'ufficio del personale, e grande era il mio sconcerto nei confronti dei superiori per l'inconcepibile assenza di ogni provvedimento nei confronti del cardinale, e per il perdurare della mancanza di ogni comunicazione nei miei riguardi fin da quel mio primo appunto del dicembre 2006. Ma finalmente seppi con certezza, tramite il cardinale Giovanni Battista Re, allora Prefetto della Congregazione per i vescovi, che il coraggioso e meritevole statement di Richard Sipe aveva avuto il risultato auspicato. Papa Benedetto XVI aveva comminato al cardinale McCarrick sanzioni simili a quelle ora inflittegli da papa Francesco: il cardinale doveva lasciare il seminario in cui abitava, gli veniva proibito di celebrare in pubblico, di partecipare a pubbliche riunioni, di dare conferenze, di viaggiare, con obbligo di dedicarsi a una vita di preghiera e di penitenza. Non mi è noto quando papa Benedetto abbia preso nei confronti di McCarrick questi provvedimenti, se nel 2009 o nel 2010, perché nel frattempo ero stato trasferito al Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, così come non mi è dato sapere chi sia stato responsabile di questo incredibile ritardo. Non credo certo papa Benedetto, il quale da cardinale aveva già più volte denunciato la corruzione presente nella Chiesa, e nei primi mesi del suo pontificato aveva preso ferma posizione contro l'ammissione in seminario di giovani con profonde tendenze omosessuali. Ritengo che ciò fosse dovuto all'allora primo collaboratore del Papa, cardinale Tarcisio Bertone, notoriamente favorevole a promuovere omosessuali in posti di responsabilità, e solito gestire le informazioni che riteneva opportuno far pervenire al Papa. In ogni caso, quello che è certo è che papa Benedetto inflisse a McCarrick le suddette sanzioni canoniche, e che esse gli furono comunicate dal nunzio apostolico negli Stati Uniti, Pietro Sambi. Monsingor Jean François Lantheaume, allora primo consigliere della nunziatura a Washington e Chargé d'affaires ad interim dopo la morte inaspettata del nunzio Sambi a Baltimora, mi riferì quando giunsi a Washington - ed egli è pronto a darne testimonianza - di un colloquio burrascoso, di oltre un'ora, del nunzio Sambi con il cardinale McCarrick convocato in nunziatura: «La voce del nunzio», mi disse monsignor Lantheaume, «si sentiva fin nel corridoio». Le medesime disposizioni di papa Benedetto furono poi comunicate anche a me dal nuovo Prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Marc Ouellet, nel novembre 2011 in un colloquio prima della mia partenza per Washington, fra le istruzioni della medesima Congregazione al nuovo nunzio. A mia volta le ribadii al cardinale McCarrick al mio primo incontro con lui in nunziatura. Il cardinale, farfugliando in modo appena comprensibile, ammise di aver forse commesso l'errore di aver dormito nello stesso letto con qualche seminarista nella sua casa al mare, ma me lo disse come se ciò non avesse alcuna importanza. I fedeli si chiedono insistentemente come sia stata possibile la sua nomina a Washington e a cardinale, e hanno pieno diritto di sapere chi fosse a conoscenza, chi abbia coperto i suoi gravi misfatti. È perciò mio dovere rendere noto quanto so al riguardo, incominciando dalla Curia romana. Il cardinale Angelo Sodano è stato Segretario di Stato fino al settembre 2006: ogni informazione perveniva a lui. Nel novembre 2000 il nunzio Montalvo inviò a lui il suo rapporto trasmettendogli la già citata lettera di padre Boniface Ramsey in cui denunciava i gravi abusi commessi da McCarrick. È noto che Sodano cercò di coprire fino all'ultimo lo scandalo di padre Marcial Maciel, rimosse persino il nunzio a Città del Messico, Justo Mullor, che si rifiutava di essere complice delle sue manovre di copertura di Maciel e al suo posto nominò Sandri, allora nunzio in Venezuela, ben disposto invece a collaborare. Sodano giunse anche a far fare un comunicato alla sala stampa vaticana in cui si affermava il falso, che cioè papa Benedetto aveva deciso che il caso Maciel doveva ormai considerarsi chiuso. Benedetto reagì, nonostante la strenua difesa da parte di Sodano, e Maciel fu giudicato colpevole e irrevocabilmente condannato. Fu la nomina a Washington e a cardinale di McCarrick opera di Sodano, quando Giovanni Paolo II era già molto malato? Non ci è dato saperlo. È però lecito pensarlo, ma non credo che sia stato il solo responsabile. McCarrick andava con molta frequenza a Roma e si era fatto amici dappertutto, a tutti i livelli della Curia. Se Sodano aveva protetto Maciel, come appare sicuro, non si vede perché non lo avrebbe fatto per McCarrick, che a detta di molti aveva i mezzi anche finanziari per influenzare le decisioni. Alla sua nomina a Washington si era invece opposto l'allora Prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Giovanni Battista Re. Alla nunziatura di Washington c'è un biglietto, scritto di suo pugno, in cui il cardinale Re si dissocia da detta nomina e afferma che McCarrick era il quattordicesimo nella lista per la provvista di Washington. Al cardinale Tarcisio Bertone, come Segretario di Stato, fu indirizzato il rapporto del nunzio Sambi, con tutti gli allegati, e a lui furono presumibilmente consegnati dal sostituto i miei due sopra citati appunti del 6 dicembre 2006 e del 25 maggio 2008. Come già accennato, il cardinale non aveva difficoltà a presentare insistentemente per l'episcopato candidati notoriamente omosessuali attivi - cito solo il noto caso di Vincenzo di Mauro, nominato arcivescovo-vescovo di Vigevano, poi rimosso perché insidiava i suoi seminaristi - e a filtrare e manipolare le informazioni che faceva pervenire a papa Benedetto. Il cardinale Pietro Parolin, attuale Segretario di Stato, si è reso anch'egli complice di aver coperto i misfatti di McCarrick, il quale dopo l'elezione di papa Francesco si vantava apertamente dei suoi viaggi e missioni in vari continenti. Nell'aprile 2014 il Washington Times aveva riferito in prima pagina di un viaggio di McCarrick nella Repubblica Centroafricana, per giunta a nome del Dipartimento di Stato. Come Nunzio a Washington, scrissi perciò al cardinale Parolin chiedendogli se erano ancora valide le sanzioni comminate a McCarrick da papa Benedetto. Ça va sans dire che la mia lettera non ebbe mai alcuna risposta! Lo stesso si dica per il cardinale William Levada, già Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e per i cardinali Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i vescovi, e Lorenzo Baldisseri, già segretario della medesima Congregazione per i vescovi, e l'arcivescovo Ilson de Jesus Montanari, attuale segretario della medesima Congregazione. Essi, in ragione del loro ufficio, erano al corrente delle sanzioni imposte da papa Benedetto a McCarrick. I cardinali Leonardo Sandri, Fernando Filoni e Angelo Becciu, come sostituti della Segreteria di Stato, hanno saputo in tutti i particolari la situazione del cardinale McCarrick. Così pure non potevano non sapere i cardinali Giovanni Lajolo e Dominique Mamberti, che, come Segretari per i rapporti con gli Stati, partecipavano più volte alla settimana a riunioni collegiali con il Segretario di Stato. Per quanto riguarda la Curia romana per ora mi fermo qui, anche se sono ben noti i nomi di altri prelati in Vaticano, anche molto vicini a papa Francesco, come il cardinale Francesco Coccopalmerio e l'arcivescovo Vincenzo Paglia, che appartengono alla corrente filo omosessuale favorevole a sovvertire la dottrina cattolica a riguardo dell'omosessualità, corrente già denunciata fin dal 1986 dal cardinale Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, nella Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali. Alla medesima corrente, seppur con una ideologia diversa, appartengono anche i cardinali Edwin Frederick O'Brien e Renato Raffaele Martino. Altri poi, appartenenti a detta corrente, risiedono persino alla Domus Sanctae Marthae. Vengo ora agli Stati Uniti. Ovviamente, il primo a essere stato informato dei provvedimenti presi da papa Benedetto fu il successore di McCarrick alla sede di Washington, il cardinale Donald Wuerl, la cui situazione è ora del tutto compromessa dalle recenti rivelazioni sul suo comportamento come vescovo di Pittsburgh. È assolutamente impensabile che il nunzio Sambi, persona altamente responsabile, leale, diretto ed esplicito nel suo modo di essere da vero romagnolo, non gliene abbia parlato. In ogni caso, io stesso venni in più occasioni sull'argomento con il cardinale Wuerl, e non ci fu certo bisogno che entrassi in particolari perché mi fu subito evidente che ne era pienamente al corrente. Ricordo poi in particolare il fatto che dovetti richiamare la sua attenzione perché mi accorsi che in una pubblicazione dell'arcidiocesi, sulla copertina posteriore a colori, veniva annunciato un invito ai giovani che ritenevano di avere la vocazione al sacerdozio a un incontro con il cardinale McCarrick. Telefonai subito al cardinale Wuerl, che mi manifestò la sua meraviglia, dicendomi che non sapeva nulla di quell'annuncio e che avrebbe provveduto ad annullare detto incontro. Se, come ora continua ad affermare, non sapeva nulla degli abusi commessi da McCarrick e dei provvedimenti presi da papa Benedetto, come si spiega la sua risposta? Le sue recenti dichiarazioni in cui afferma di non aver saputo nulla, anche se all'inizio furbescamente riferite ai risarcimenti alle due vittime, sono assolutamente risibili. Il cardinale mente spudoratamente e per di più induce a mentire anche il suo cancelliere, monsignor Antonicelli. Del resto, già in altra occasione il cardinale Wuerl aveva chiaramente mentito. A seguito di un evento moralmente inaccettabile autorizzato dalle autorità accademiche della Georgetown university, avevo richiamato l'attenzione del suo presidente, dottor John DeGioia, indirizzandogli due successive lettere. Prima di inoltrarle al destinatario, per correttezza, ne consegnai personalmente copia al cardinale con una mia lettera di accompagnamento. Il cardinale mi disse che non ne era al corrente. Si guardò bene però di accusare ricevimento delle mie due lettere, contrariamente a quanto puntualmente era solito fare. Poi seppi che detto evento alla Georgetown aveva avuto luogo da sette anni. Ma il cardinale non ne sapeva nulla! Il cardinale Wuerl inoltre, ben sapendo dei continui abusi commessi dal cardinale McCarrick e delle sanzioni impostegli da papa Benedetto, trasgredendo l'ordine del Papa gli permise di risiedere in un seminario in Washington D.C. Mise così a rischio altri seminaristi. Il vescovo Paul Bootkoski, emerito di Metuchen, e l'arcivescovo John Myers, emerito di Newark, coprirono gli abusi commessi da McCarrick nelle loro rispettive diocesi e risarcirono due delle sue vittime. Non possono negarlo, e devono essere interrogati perché rivelino ogni circostanza e responsabilità al riguardo. Il cardinale Kevin Farrell, intervistato recentemente dai media, ha anch'egli affermato di non avere avuto il minimo sentore degli abusi commessi da McCarrick. Tenuto conto del suo curriculum a Washington, a Dallas e ora a Roma, credo che nessuno possa onestamente credergli. Non so se gli sia mai stato chiesto se sapesse dei crimini di Maciel. Se dovesse negarlo, qualcuno forse gli crederebbe, atteso che egli ha occupato compiti di responsabilità come membro dei Legionari di Cristo? Del cardinale Sean O'Malley mi limito a dire che le sue ultime dichiarazioni sul caso McCarrick sono sconcertanti, anzi hanno oscurato totalmente la sua trasparenza e credibilità. La mia coscienza mi impone poi di rivelare fatti che ho vissuto in prima persona, riguardanti papa Francesco, che hanno una valenza drammatica, e che come vescovo, condividendo la responsabilità collegiale di tutti i vescovi verso la Chiesa universale, non mi permettono di tacere, e che qui affermo, disposto a confermarli sotto giuramento chiamando Dio come mio testimone. Negli ultimi mesi del suo pontificato papa Benedetto XVI aveva convocato a Roma una riunione di tutti i nunzi apostolici, come avevano già fatto Paolo VI e San Giovanni Paolo II in più occasioni. La data fissata per l'udienza con il Papa era venerdì 21 giugno 2013. Papa Francesco mantenne questo impegno preso dal suo predecessore. Naturalmente anch'io venni a Roma da Washington. Si trattava del mio primo incontro con il nuovo Papa, eletto solo tre mesi prima, dopo la rinuncia di papa Benedetto. La mattina di giovedì 20 giugno 2013 mi recai alla Domus Sanctae Marthae, per unirmi ai miei colleghi che erano ivi alloggiati. Appena entrato nella hall mi incontrai con il cardinal McCarrick, che indossava la veste filettata. Lo salutai con rispetto come sempre avevo fatto. Egli mi disse immediatamente con un tono fra l'ambiguo e il trionfante: «Il Papa mi ha ricevuto ieri, domani vado in Cina». Allora nulla sapevo della sua lunga amicizia con il cardinale Bergoglio, e della parte di rilievo che aveva giocato per la sua recente elezione, come lo stesso McCarrick avrebbe successivamente rivelato in una conferenza alla Villanova university e in un'intervista al Catholic National Reporter, né avevo mai pensato al fatto che aveva partecipato agli incontri preliminari del recente conclave, e al ruolo che aveva potuto avere come elettore in quello del 2005. Non colsi perciò immediatamente il significato del messaggio criptato che McCarrick mi aveva comunicato, ma che mi sarebbe diventato evidente nei giorni immediatamente successivi. Il giorno dopo ebbe luogo l'udienza con papa Francesco. Dopo il discorso, in parte letto e in parte pronunciato a braccio, il Papa volle salutare uno a uno tutti i nunzi. In fila indiana, ricordo che io rimasi fra gli ultimi. Quando fu il mio turno, ebbi appena il tempo di dirgli «sono il nunzio negli Stati Uniti», che senza alcun preambolo mi investì con tono di rimprovero con queste parole: «I vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati! Devono essere dei pastori!». Naturalmente non ero in condizione di chiedere spiegazioni sul significato delle sue parole e del modo aggressivo con cui mi aveva apostrofato. Avevo in mano un libro in portoghese che il cardinale O'Malley mi aveva consegnato per il Papa qualche giorno prima, dicendomi: «Così ripassa il portoghese prima di andare a Rio, per la Giornata mondiale della gioventù». Glielo consegnai subito, liberandomi così da quella situazione estremamente sconcertante e imbarazzante. Al termine dell'udienza il Papa annunziò: «Chi di voi domenica prossima è ancora a Roma è invitato a concelebrare con me alla Domus Sanctae Marthae». Io naturalmente pensai di restare, per chiarire quanto prima cosa il Papa avesse inteso dirmi. Domenica 23 giugno, prima della concelebrazione con il Papa, chiesi a monsignor Battista Ricca, che come responsabile della casa ci aiutava a indossare i paramenti, se poteva chiedere al Papa se nel corso della settimana seguente avrebbe potuto ricevermi. Come avrei potuto ritornare a Washington senza aver chiarito ciò che il Papa voleva da me? Terminata la messa, mentre il Papa salutava i pochi laici presenti, monsignor Fabian Pedacchio, il suo segretario argentino, venne da me e mi disse: «Il Papa mi ha detto di chiederle se lei è libero adesso!». Naturalmente gli risposi che ero a disposizione del Papa e che lo ringraziavo di volermi ricevere subito. Il Papa mi condusse al primo piano nel suo appartamento e mi disse: «Abbiamo 40 minuti prima dell'Angelus». Iniziai io la conversazione, chiedendogli che cosa avesse inteso dirmi con le parole che mi aveva rivolto quando l'avevo salutato, il venerdì precedente. E il Papa, con un tono ben diverso, amichevole, quasi affettuoso, mi disse: «Sì, i vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, non devono essere di destra come l'arcivescovo di Filadelfia (il Papa non mi fece il nome dell'arcivescovo), devono essere dei pastori; e non devono essere di sinistra», e aggiunse, alzando tutte e due le braccia: «E quando dico di sinistra, intendo dire omosessuali». Naturalmente mi sfuggì la logica della correlazione fra essere di sinistra ed essere omosessuali, ma non aggiunsi altro. Subito dopo il Papa mi chiese con tono accattivante: «Il cardinale McCarrick com'è?». Io gli risposi con tutta franchezza, e se volete con tanta ingenuità: «Santo Padre, non so se lei conosce il cardinale McCarrick, ma se chiede alla Congregazione per i vescovi c'è un dossier grande così su di lui. Ha corrotto generazioni di seminaristi e di sacerdoti, e papa Benedetto gli ha imposto di ritirarsi a una vita di preghiera e di penitenza». Il Papa non fece il minimo commento a quelle mie parole tanto gravi, e non mostrò sul suo volto alcuna espressione di sorpresa, come se la cosa gli fosse già nota da tempo, e cambiò subito di argomento. Ma allora, con quale finalità il Papa mi aveva posto quella domanda: «Il cardinal McCarrick com'è?». Evidentemente voleva accertarsi se fossi alleato di McCarrick o no. Rientrato a Washington, tutto mi divenne molto chiaro, grazie anche a un nuovo fatto accaduto solo pochi giorni dopo il mio incontro con papa Francesco. Alla presa di possesso della diocesi di El Paso da parte del nuovo vescovo Mark Seitz, il 9 luglio 2013, inviai il primo consigliere, monsignor Jean François Lantheaume, mentre io quel medesimo giorno andai a Dallas per un incontro internazionale di bioetica. Di ritorno, monsignor Lantheaume mi riferì che a El Paso aveva incontrato il cardinale McCarrick, il quale, presolo in disparte, gli aveva detto quasi le stesse parole che il Papa aveva detto a me a Roma: «I vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, non devono essere di destra, devono essere dei pastori…». Rimasi esterrefatto! Era perciò chiaro che le parole di rimprovero che papa Francesco mi aveva rivolto quel 21 giugno 2013 gli erano state messe in bocca il giorno prima dal cardinale McCarrick. Anche la menzione da parte del Papa «non come l'arcivescovo di Filadelfia» conduceva a McCarrick, perché fra i due c'era stato un forte diverbio a riguardo dell'ammissione alla comunione dei politici favorevoli all'aborto: McCarrick aveva manipolato nella sua comunicazione ai vescovi una lettera dell'allora cardinale Ratzinger che proibiva di dare loro la comunione. Di fatto, poi, sapevo quanto certi cardinali come Roger Mahony, William Levada e Wuerl, fossero strettamente legati a McCarrick, avessero osteggiato le nomine più recenti fatte da papa Benedetto, per sedi importanti come Filadelfia, Baltimora, Denver e San Francisco. Non contento della trappola che mi ha aveva teso in 23 giugno 2013 chiedendomi di McCarrick, solo qualche mese dopo, nell'udienza che mi concesse il 10 ottobre 2013,papa Francesco me ne pose una seconda, questa volta a riguardo di un suo secondo protetto, il cardinale Donald Wuerl. Mi chiese: «Il cardinale Wuerl com'è, buono o cattivo?». «Santo Padre», gli risposi, «non le dirò se è buono o cattivo, ma le riferirò due fatti». Sono quelli a cui ho già sopra accennato, che riguardano la noncuranza pastorale di Wuerl per le deviazioni aberranti alla Georgetown university e l'invito da parte dell'arcidiocesi di Washington a giovani aspiranti al sacerdozio a un incontro con McCarrick! Anche questa seconda volta il Papa non manifestò alcuna reazione. Era poi evidente che, a partire dalla elezione di papa Francesco, McCarrick, ormai sciolto da ogni costrizione, si era sentito libero di viaggiare continuamente, di dare conferenze e interviste. In un gioco di squadra con il cardinale Rodriguez Maradiaga era diventato il kingmaker per le nomine in Curia e negli Stati Uniti, e il consigliere più ascoltato in Vaticano per i rapporti con l'amministrazione Obama. Così si spiega il fatto che, come membri della Congregazione per i vescovi, il Papa sostituì il cardinale Raymond Burke con Wuerl e vi nominò immediatamente Blase Cupich, fatto poi subito cardinale. Con tali nomine, la nunziatura a Washington era ormai fuori gioco per la nomina dei vescovi. Per giunta, nominò il brasiliano Ilson de Jesus Montanari - grande amico del suo segretario privato argentino Fabian Pedacchio - segretario della medesima Congregazione per i vescovi e segretario del Collegio dei cardinali, promuovendolo in un sol balzo da semplice officiale di quel dicastero ad arcivescovo segretario. Cosa mai vista per un incarico così importante! Le nomine di Blase Cupich a Chicago e di William Tobin a Newark sono state orchestrate da McCarrick, Maradiaga e Wuerl, uniti da un patto scellerato di abusi del primo e quantomeno di coperture di abusi da parte degli altri due. I loro nominativi non figuravano fra quelli presentati dalla nunziatura per Chicago e per Newark. Di Cupich non può certo sfuggire l'ostentata arroganza e sfrontatezza nel negare l'evidenza ormai palese a tutti: che cioè l'80% degli abusi riscontrati è stato nei confronti di giovani adulti da parte di omosessuali in rapporto di autorità verso le loro vittime. Nel discorso che fece alla presa di possesso della sede di Chicago, a cui ero presente come rappresentante del Papa, Cupich disse, come battuta di spirito, che certo non ci si doveva aspettare dal nuovo arcivescovo che camminasse sulle acque. Sarebbe forse sufficiente che fosse capace di restare con i piedi per terra e che non cercasse di capovolgere la realtà, accecato dalla sua ideologia pro gay, come ha affermato in una recente intervista ad America. Ostentando la sua particolare competenza in materia - essendo stato presidente del Committee on protection of children and young people della Uscb - ha asserito che il problema principale nella crisi degli abusi sessuali da parte del clero non è l'omosessualità, e che affermarlo è solo un modo per distogliere l'attenzione dal vero problema che è il clericalismo. A sostegno di questa sua tesi, Cupich ha fatto «stranamente» riferimento ai risultati di una ricerca fatta nell'apice della crisi di abusi sessuali nei confronti di minori dell'inizio degli anni 2000, mentre ha ignorato «candidamente» che i risultati di quell'indagine furono totalmente smentiti dai successivi rapporti indipendenti del John Jay college of criminal justice del 2004 e del 2011, in cui si concludeva che nei casi di abusi sessuali l'81% delle vittime erano maschi. Infatti, padre Hans Zollner S.J., vicerettore della Pontificia università gregoriana, presidente del Centre for child protection, membro della Pontificia commissione per la protezione dei minori, ha recentemente dichiarato al giornale La Stampa che «nella maggior parte dei casi si tratta di abusi omosessuali». Anche la nomina, poi, di Robert McElroy a San Diego fu pilotata dall'alto, con un ordine perentorio cifrato, a me come nunzio, dal cardinale Parolin: «Riservi la sede di San Diego per McElroy». Anche McElroy ben sapeva degli abusi commessi da McCarrick, come risulta da una lettera indirizzatagli da Richard Sipe il 28 luglio 2016. A questi personaggi sono strettamente associati individui appartenenti in particolare all'ala deviata della Compagnia di Gesù, purtroppo oggi maggioritaria, che già era stata motivo di gravi preoccupazioni per Paolo VI e per i successivi pontefici. Basti solo pensare a padre Robert Drinan S.J., eletto quattro volte alla Camera dei rappresentanti, accanito sostenitore dell'aborto, o a padre Vincent O'Keefe S.J., fra i principali promotori del documento The Land o' lakes statement del 1967, che ha gravemente compromesso l'identità cattolica delle università e dei collegi negli Stati Uniti. Si noti che anche McCarrick, allora presidente dell'università cattolica del Portorico, partecipò a quell'infausta impresa, così deleteria per la formazione delle coscienze della gioventù americana, strettamente associato com'era all'ala deviata dei gesuiti. Padre James Martin S.J., osannato dai personaggi sopra menzionati, in particolare da Cupich, Tobin, Farrell e McElroy, nominato consultore del dicastero per le comunicazioni, noto attivista che promuove l'agenda Lgbt, prescelto per corrompere i giovani che si raduneranno prossimamente a Dublino per l'incontro mondiale delle famiglie, altro non è se non un triste recente esemplare di quell'ala deviata della Compagnia di Gesù. Papa Francesco ha chiesto più volte totale trasparenza nella Chiesa e a vescovi e fedeli di agire con parresia. I fedeli di tutto il mondo la esigono anche da lui in modo esemplare. Dica da quando ha saputo dei crimini commessi da McCarrick abusando della sua autorità con seminaristi e sacerdoti. In ogni caso, il Papa lo ha saputo da me il 23 giugno 2013 e ha continuato a coprirlo, non ha tenuto conto delle sanzioni che gli aveva imposto papa Benedetto e ne ha fatto il suo fidato consigliere insieme con Maradiaga. Quest'ultimo si sente così sicuro della protezione del Papa che può cestinare come «pettegolezzi» gli appelli accorati di decine di suoi seminaristi, che trovarono il coraggio di scrivergli dopo che uno di loro aveva cercato di suicidarsi per gli abusi omosessuali nel seminario. Ormai i fedeli hanno ben capito la strategia di Maradiaga: insultare le vittime per salvare sé stesso, mentire a oltranza per coprire una voragine di abusi di potere, di cattiva gestione nell'amministrazione dei beni della Chiesa, di disastri finanziari anche nei confronti di intimi amici, come nel caso dell'ambasciatore dell'Honduras Alejandro Valladares, già decano del corpo diplomatico presso la Santa Sede. Nel caso del già vescovo ausiliare Juan José Pineda, dopo l'articolo apparso sul settimanale L'Espresso nel febbraio scorso, Maradiaga aveva dichiarato al giornale Avvenire: «È stato il mio vescovo ausiliare Pineda a chiedere la visita, in modo da “pulire" il suo nome a seguito di molte calunnie di cui è stato oggetto». Ora, di Pineda si è pubblicato unicamente che le sue dimissioni sono state semplicemente accettate, facendo così sparire nel nulla qualsiasi eventuale responsabilità sua e di Maradiaga. In nome della trasparenza dal Papa tanto conclamata, si renda pubblico il rapporto che il «visitatore», il vescovo argentino Alcides Casaretto, ha consegnato più di un anno fa solo e direttamente al Papa. Infine, anche la recente nomina a sostituto dell'arcivescovo Edgar Peña Parra ha una connessione con l'Honduras, cioè con Maradiaga. Peña Parra infatti dal 2003 al 2007 ha prestato servizio presso la nunziatura di Tegucigalpa in qualità di consigliere. Come delegato per le Rappresentanze pontificie mi erano pervenute informazioni preoccupanti a suo riguardo. In Honduras si sta per ripetere uno scandalo immane come quello in Cile. Il Papa difende a oltranza il suo uomo, il cardinale Rodriguez Maradiaga, come aveva fatto in Cile con il vescovo Juan de la Cruz Barros, che lui stesso aveva nominato vescovo di Osorno, contro il parere dei vescovi cileni. Prima ha insultato le vittime degli abusi, poi, solo quando vi è stato costretto dal clamore dei media, dalla rivolta delle vittime e dei fedeli cileni, ha riconosciuto il suo errore e si è scusato, pur affermando che era stato mal informato, provocando una situazione disastrosa nella Chiesa in Cile, ma continuando a proteggere i due cardinali cileni Francisco Errazuriz e Ricardo Ezzati. Anche nella triste vicenda di McCarrick, il comportamento di papa Francesco non è stato diverso. Sapeva perlomeno dal 23 giugno 2013 che McCarrick era un predatore seriale. Pur sapendo che era un corrotto, lo ha coperto a oltranza, anzi ha fatto propri i suoi consigli non certo ispirati da sane intenzioni né da amore per la Chiesa. Solo quando vi è stato costretto dalla denuncia di un abuso di un minore, sempre in funzione del plauso dei media, ha preso provvedimenti nei suoi confronti per salvare la sua immagine mediatica. Ora negli Stati Uniti c'è un coro che si leva specialmente dai fedeli laici, a cui ultimamente si sono uniti alcuni vescovi e sacerdoti: chiedono che tutti quelli che hanno coperto con il loro silenzio il comportamento criminale di McCarrick o che si sono serviti di lui per fare carriera o promuovere i loro intenti, ambizioni e il loro potere nella Chiesa si dimettano. Ma ciò non sarà sufficiente per sanare la situazione di gravissimi comportamenti immorali da parte del clero, vescovi e sacerdoti. Occorre proclamare un tempo di conversione e di penitenza. Occorre recuperare nel clero e nei seminari la virtù della castità. Occorre lottare contro la corruzione dell'uso improprio delle risorse della Chiesa e delle offerte dei fedeli. Occorre denunciare la gravità della condotta omosessuale. Occorre sradicare le reti di omosessuali esistenti nella Chiesa, come ha recentemente scritto Janet Smith, professoressa di teologia morale nel Sacred Heart major seminary di Detroit. «Il problema degli abusi del clero», ha scritto, «non potrà essere risolto semplicemente con le dimissioni di alcuni vescovi, né tanto meno con nuove direttive burocratiche. Il centro del problema sta nelle reti omosessuali nel clero che devono essere sradicate». Queste reti di omosessuali, ormai diffuse in molte diocesi, seminari, ordini religiosi, eccetera, agiscono coperte dal segreto e dalla menzogna con la potenza dei tentacoli di una piovra e stritolano vittime innocenti, vocazioni sacerdotali e stanno strangolando l'intera Chiesa. Imploro tutti, in particolare i vescovi, di rompere il silenzio per sconfiggere questa cultura di omertà così diffusa, di denunciare ai media e alle autorità civili i casi di abusi di cui sono a conoscenza. Ascoltiamo il messaggio più potente che ci ha lasciato in eredità San Giovanni Paolo II: «Non abbiate paura! Non abbiate paura!». Papa Benedetto nell'omelia dell'Epifania del 2008 ci ricordava che il disegno di salvezza del Padre si è pienamente rivelato e realizzato nel mistero della morte e risurrezione di Cristo, ma richiede di essere accolto dalla storia umana, che rimane sempre storia di fedeltà da parte di Dio e purtroppo anche di infedeltà da parte di noi uomini. La Chiesa, depositaria della benedizione della nuova alleanza, siglata nel sangue dell'Agnello, è santa ma composta di peccatori, come scrisse Sant'Ambrogio: la Chiesa è «immaculata ex maculatis», è santa e senza macchia pur essendo composta nel suo itinerario terreno da uomini macchiati di peccato. Voglio ricordare questa verità indefettibile della santità della Chiesa ai tanti che sono rimasti così profondamente scandalizzati dagli abominevoli e sacrileghi comportamenti del già arcivescovo di Washington, Theodore McCarrick, dalla grave, sconcertante e peccaminosa condotta di papa Francesco e dall'omertà di tanti pastori, e che sono tentati di abbandonare la Chiesa deturpata da tante ignominie. Papa Francesco all'Angelus di domenica 12 agosto 2018 ha pronunciato queste parole: «Ognuno è colpevole del bene che poteva fare e non ha fatto… Se non ci opponiamo al male, lo alimentiamo in modo tacito. È necessario intervenire dove il male si diffonde; perché il male si diffonde dove mancano cristiani audaci che si oppongono con il bene». Se questa, giustamente, è da considerarsi una grave responsabilità morale per ogni fedele, quanto più grave lo è per il supremo pastore della Chiesa, il quale nel caso di McCarrick non solo non si è opposto al male ma si è associato nel compiere il male con chi sapeva essere profondamente corrotto, ha seguito i consigli di chi ben sapeva essere un perverso, moltiplicando così in modo esponenziale con la sua suprema autorità il male operato da McCarrick. E quanti altri cattivi pastori Francesco sta ancora continuando ad appoggiare nella loro azione di distruzione della Chiesa! Francesco sta abdicando al mandato che Cristo diede a Pietro di confermare i fratelli. Anzi con la sua azione li ha divisi, li induce in errore, incoraggia i lupi nel continuare a dilaniare le pecore del gregge di Cristo. In questo momento estremamente drammatico per la Chiesa universale riconosca i suoi errori e in coerenza con il conclamato principio di tolleranza zero, papa Francesco sia il primo a dare il buon esempio a cardinali e vescovi che hanno coperto gli abusi di McCarrick e si dimetta insieme a tutti loro. Seppur nello sconcerto e nella tristezza per l'enormità di quanto sta accadendo, non perdiamo la speranza! Ben sappiamo che la grande maggioranza dei nostri pastori vivono con fedeltà e dedizione la propria vocazione sacerdotale. È nei momenti di grande prova che la grazia del Signore si rivela sovrabbondante e mette la sua misericordia senza limiti a disposizione di tutti; ma è concessa solo a chi è veramente pentito e propone sinceramente di emendarsi. Questo è il tempo opportuno per la Chiesa, per confessare i propri peccati, per convertirsi e fare penitenza. Preghiamo tutti per la Chiesa e per il Papa, ricordiamoci di quante volte ci ha chiesto di pregare per lui! Rinnoviamo tutti la fede nella Chiesa nostra madre: «Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica». Cristo non abbandonerà mai la sua Chiesa! L'ha generata nel suo sangue e la rianima continuamente con il suo Spirito! Maria, madre della Chiesa, prega per noi! Maria Vergine Regina, madre del Re della gloria, prega per noi! Roma, 22 Agosto 2018
Giorgia Meloni (Ansa)
Si alternano sul palco membri del governo, rappresentanti di sinistra, magistrati e vittime della malagiustizia. Cercano di fare chiarezza sulle ragioni del Sì. Anche se chi è qui sa già cosa votare. Una signora attempata si avvicina a una delle organizzatrici: «Scusi, ho 87 anni e so già che metterò la X sul Sì ma», aggiunge scherzando, «se non mi fate entrare a vedere la Meloni mi toccherà votare No». «Lei non ha la faccia di una che è contraria alla riforma», ribatte l’organizzatrice. Una soluzione si trova e il voto si salva.
Sul palco si alternano i sostenitori del Sì: Galeazzo Bignami («La domanda non è “vuoi una magistratura sotto la politica?”. Ma è “vuoi liberare la giustizia dalla politica?”. Perché è quello che noi con questa riforma facciamo. E lo facciamo non per privilegiare una parte o un’altra»); Ignazio La Russa («Chi ha la mia età ed è anche più giovane ricorderà il nostro vecchio slogan: un solo interesse da difendere, l’Italia»); l’ex senatore del Pd, Stefano Esposito, che racconta i suoi problemi con la malagiustizia («Io ne ho persi sette di anni della mia vita. Ma non è un problema di Esposito, ma dei cittadini che non arrivano dove sono arrivato io, perché si fermano prima, perché non ce la fanno più, perché non hanno gli strumenti») e Domenico Pagliari, il cui padre è stato ammazzato da un camorrista per futili motivi. Fatica a parlare, si commuove quando ricorda quel 6 luglio di tanti anni fa, mentre abbracciava il padre insanguinato. Il killer non doveva essere fuori, ma era comunque a Pescara: «Un magistrato gli diede una licenza da passare in un centro Caritas, ma il direttore di questa struttura non era nemmeno stato avvisato». Continua Pagliari, rivolgendosi al magistrato che «liberò» il killer: «Avrai festeggiato tanti compleanni coi tuoi figli e i tuoi nipoti, mio padre no». Per Sabino Cassese, «questi cambiamenti non fanno fare un passo indietro, ma un passo avanti nell’indipendenza dei giudici e dei pm, perché ne specializzano la funzione e ne riconoscono a pieno il ruolo». Un concetto ribadito dal ministro Carlo Nordio: «Questa riforma libererà la magistratura, svincolandola dalle correnti». E poi: «Nei primi anni Ottanta la magistratura godeva della credibilità dell’80%, adesso quasi la metà».
Non appena la Meloni appare sul palco si sente «Giorgia, Giorgia». Saluti e ringraziamenti di rito. Poi il premier entra subito nel vivo. «Siamo concentratissimi sulla crisi internazionale, sulla diplomazia e sulle risposte che dobbiamo dare ai cittadini. Ma dobbiamo dare la giusta attenzione al cambiamento epocale che si presenta in Italia con la riforma della giustizia». Meloni ripercorre le ragioni del Sì, imperniando il proprio discorso su una parola: «Coraggio». Che va «oltre gli allarmismi e le mistificazioni. E soprattutto ci vuole coraggio per cambiare le cose anche perché ogni volta che si vuole cambiare qualcosa in questo Paese si urla subito alla svolta illiberale». Al coraggio, prosegue Meloni, si oppone la paura: «Non abbiate paura di preferire il popolo alle caste. E non abbiate paura di ciò che può permettere all’Italia di tornare a correre». La riforma della giustizia era nel programma e, sottolinea Meloni, «noi siamo responsabili. Quest’ultima parola deriva dal latino e significa rispondere agli altri, a chi ti ha affidato il mandato. Quello che vogliamo dimostrare è che c’è qualcuno che è in grado di rispettare la parola data ai cittadini, anche quando è rischioso». E questo anche se in passato i vertici dell’Anm hanno fatto il possibile per far naufragare altre riforme della giustizia. «Vogliamo sistemare quello che non funziona anche per i magistrati, ma soprattutto per i cittadini. Se la giustizia non funziona, lo pagano i cittadini».
Il premier propone poi un elenco di storie per raccontare la «degenerazione del sistema». Un magistrato viene premiato nonostante abbia fatto passare due anni in più a un innocente in carcere. Un uomo viene accusato di aver ucciso una persona, passa oltre vent’anni in carcere. Poi si scopre che la presunta vittima è viva. Crolla la condanna e lo Stato paga centinaia di migliaia di euro l’indennizzo. Ma i magistrati che avevano sostenuto l’accusa continuano a far carriera. «Dobbiamo restituire ai cittadini piena fiducia nella giustizia. Non è una riforma contro i magistrati ma per tutti loro e per i cittadini».
E poi: «Vorrei ricordare i nomi di alcuni vicepresidenti del Csm... Tutte persone degnissime ma pensate che fossero estranee alla politica? Io penso che debba passare qualche anno per chi è stato in politica per entrare» a far parte dei laici del Csm. Meloni tocca poi il cuore della riforma: «Nel sistema attuale l’appartenenza alla corrente vale più del merito. L’unica differenza in quello che introduciamo noi, è che vale solo il merito. E questo toglie alle correnti l’enorme potere che hanno non verso di noi, ma sui magistrati stessi. Ecco perché io considero che questa sia una riforma fatta per il bene di tanti magistrati capaci che nella loro carriera sono stati mortificati perché non si piegavano alla logica delle correnti».
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Donald Trump (Ansa)
Nelle stesse ore, il segretario all’Interno americano, Doug Burgum, affermava che le compagnie petrolifere statunitensi avrebbero presto aumentato la produzione. Inoltre, ieri sera, mentre La Verità andava in stampa, l’amministrazione Trump stava considerando di sospendere temporaneamente il Jones act: una mossa che renderebbe meno costoso trasportare greggio e gas tra porti statunitensi.
Insomma, è chiaro come per la Casa Bianca la priorità, in questo momento, sia quella di fronteggiare l’incremento dei prezzi del greggio, scattato a seguito dell’attacco israelo-americano contro l’Iran. Non dimentichiamo che, negli Stati Uniti, il costo della benzina ha superato i 3,50 dollari al gallone, raggiungendo il livello più alto da maggio del 2024. Si tratta di una situazione non poco scivolosa, che potrebbe avere degli impatti assai negativi sul Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre. Del resto, un recente sondaggio effettuato da Morning consult ha rilevato che per il 48% degli americani la colpa del rincaro della benzina sarebbe da attribuirsi proprio all’amministrazione statunitense.
È anche per questo che, ieri, Trump ha ostentato ottimismo sulla questione. «Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi, quando i prezzi del petrolio salgono, guadagniamo un sacco di soldi. Ma, di ben più grande interesse e importanza per me, come presidente, è impedire a un impero malvagio, l’Iran, di possedere armi nucleari e di distruggere il Medio Oriente e, in effetti, il mondo. Non permetterò mai che ciò accada!», ha dichiarato su Truth, riprendendo l’espressione - «impero malvagio» - con cui Ronald Reagan definì notoriamente l’Urss nel 1983.
D’altronde, la necessità di abbassare il costo del greggio sta ponendo Trump davanti a un dilemma. Da una parte, vari suoi consiglieri lo stanno esortando a concludere in fretta il conflitto in Iran proprio per portare il prezzo del petrolio a scendere; dall’altra parte, il presidente non può escludere interventi armati nello Stretto di Hormuz, dove i pasdaran stanno di fatto bloccando la navigazione per mettere la Casa Bianca in difficoltà in vista delle Midterm. Non potendo fronteggiare la potenza militare israeliana e statunitense (ieri Centcom annunciava di aver distrutto circa 6.000 obiettivi dall’inizio della guerra), le Guardie della rivoluzione puntano a colpire il presidente americano dove può fargli più male. Non a caso, mercoledì, Trump ha detto che Washington aveva distrutto quasi tutte le navi posamine iraniane, esortando pertanto le petroliere a usare lo Stretto (in cui passa, ricordiamolo, circa il 20% del greggio a livello mondiale).
È anche in quest’ottica che il presidente americano sta valutando da giorni di fornire scorte armate alle imbarcazioni che navigano nell’area. Un’ipotesi che, ieri, il segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, non ha escluso, pur non considerandola imminente. «Succederà relativamente presto, ma non può accadere ora», ha detto, riferendosi all’eventualità di organizzare delle scorte armate. «Semplicemente non siamo pronti. Tutte le nostre risorse militari in questo momento sono concentrate sulla distruzione delle capacità offensive dell’Iran e dell’industria manifatturiera che fornisce tali capacità offensive», ha aggiunto, per poi lasciare intendere che le attività di scorta potrebbero iniziare entro fine mese.
Insomma, l’amministrazione Trump sta cercando di fronteggiare le sue vulnerabilità sul piano energetico. E, più in generale, ostenta la sua forza contro Teheran. È anche in questo quadro che, ieri, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha smentito la notizia riportata da Abc News, secondo cui si registrerebbe il rischio di attacchi di droni iraniani in territorio californiano. «Non esiste alcuna minaccia da parte dell’Iran nei confronti del nostro territorio e non è mai esistita», ha detto, accusando la testata giornalistica di diffondere «false informazioni volte ad allarmare intenzionalmente il popolo americano».
In tutto questo, nella serata italiana di ieri, si è verificato un attacco alla sinagoga Temple Israel nei pressi di Detroit. In particolare, secondo la Cnn, l’aggressore, armato di fucile, avrebbe fatto schiantare la sua auto contro l’edificio e avrebbe successivamente avuto uno scontro a fuoco con il personale di sicurezza. La stessa testata ha anche riferito che il sospettato sarebbe morto, mentre l’Fbi è accorso sulla scena dell’attentato. Nel retro del veicolo sarebbe stata rinvenuta una grande quantità di esplosivo. La governatrice del Michigan, Gretchen Whitmer, ha definito «straziante» quanto accaduto. «L’antisemitismo e la violenza non hanno posto nel Michigan. Spero nella sicurezza di tutti», ha anche detto, mentre la Casa Bianca confermava che Trump era stato informato dell’attacco.
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Una foto pubblicata dalla Royal Thai Navy mostra la nave cargo battente bandiera thailandese Mayuree Naree in fiamme dopo essere stata colpita da missili iraniani nello Stretto di Hormuz (Ansa)
Il primo messaggio alla nazione attribuito alla nuova Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, solleva più interrogativi che certezze. Il discorso, trasmesso dalla televisione di Stato, non è stato pronunciato dal leader in persona: il testo è stato letto da una speaker, senza immagini né registrazioni audio. Proprio questo dettaglio alimenta i dubbi di numerosi osservatori, secondo i quali Mojtaba Khamenei potrebbe trovarsi in condizioni gravi o, comunque, non essere in grado di esercitare pienamente il potere ma c’è chi crede che sia morto da giorni.
Il testo contiene comunque alcune indicazioni politiche rilevanti. Si afferma la volontà di mantenere relazioni con i Paesi vicini: «Dobbiamo avere buoni rapporti con i nostri vicini e siamo pronti a migliorare le relazioni con i Paesi della regione». Subito dopo, tuttavia, il tono diventa più duro: «Se ci saranno attacchi saremo costretti ad attaccare coloro che cooperano con il nemico». Il documento promette continuità con la linea politica della precedente guida della Repubblica islamica. «Promettiamo alla defunta Guida suprema che seguiremo il suo percorso». Nel messaggio attribuito a Mojtaba compare anche un riferimento diretto alla rete di alleanze regionali costruita negli anni da Teheran. Si afferma che in Yemen e in Iraq le forze del cosiddetto «fronte della resistenza» sono pronte a «fare la loro parte» per sostenere l’Iran nel conflitto. Il riferimento riguarda la galassia di milizie sciite e gruppi armati che negli ultimi anni hanno costituito uno dei principali strumenti della proiezione strategica della Repubblica islamica nel Medio Oriente. Nel testo compare anche la promessa di vendetta. «Non rinunceremo alla vendetta per il sangue dei martiri».
Uno dei passaggi più significativi riguarda lo Stretto di Hormuz, uno dei corridoi marittimi più strategici del pianeta per il commercio energetico globale. «La leva della chiusura dello Stretto di Hormuz deve continuare a essere utilizzata», si legge nel documento. Nelle stesse ore è arrivato, però, anche un segnale più ambiguo da parte della diplomazia iraniana. L’Iran ha, infatti, consentito ad alcune navi di attraversare lo Stretto di Hormuz. Lo ha confermato all’Afp il vice ministro degli Esteri, Majid Takht-Ravanchi. «Alcuni Paesi ci hanno contattato per attraversare lo stretto e noi abbiamo collaborato con loro», ha spiegato il diplomatico, precisando tuttavia che i Paesi che hanno preso parte all’«aggressione» contro l’Iran non dovrebbero beneficiare di un passaggio sicuro. Gli Stati Uniti hanno annunciato di aver neutralizzato diverse imbarcazioni iraniane sospettate di voler posare mine nel passaggio marittimo, mentre unità legate a Teheran avrebbero colpito alcune navi mercantili accusate di tentare di forzare il blocco.
La tensione nel Golfo è ulteriormente cresciuta dopo le minacce del presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha dichiarato che «il Golfo Persico si tingerà del sangue degli invasori» se le isole iraniane verranno attaccate. Le dichiarazioni arrivano mentre circolano indiscrezioni secondo cui Stati Uniti e Israele avrebbero discusso la possibilità di prendere il controllo dell’isola di Kharg, da cui transita circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Raid aerei hanno colpito i principali siti del programma nucleare iraniano, tra cui gli impianti di Isfahan e Natanz, dove sono situate importanti strutture di arricchimento e stoccaggio dell’uranio. Una forte esplosione è stata segnalata anche nell’impianto sotterraneo di Fordow, uno dei complessi più protetti del programma atomico iraniano. Nuove immagini satellitari del sito sotterraneo di Taleghan, nel complesso militare di Parchin vicino a Teheran, mostrano tre crateri perfettamente allineati. Secondo diversi analisti si tratterebbe della firma tipica delle bombe anti-bunker ad alta penetrazione, probabilmente le Gbu-57 Massive ordnance penetrator da oltre 13 tonnellate, progettate per distruggere strutture nucleari sotterranee fortificate.
Gli attacchi hanno colpito anche l’apparato di sicurezza del regime. Nella città di Ahvaz, nel Sud-Ovest dell’Iran, raid congiunti hanno distrutto o danneggiato decine di strutture appartenenti ai Pasdaran, alla milizia Basij, alla polizia e a unità dell’esercito iraniano. Nei bombardamenti su Teheran è stato ucciso Akbar Ghaffari, vice ministro dell’Intelligence della Repubblica islamica. Fonti dell’opposizione iraniana riferiscono inoltre che Dariush Soleimani, comandante della base aerea militare di Tabriz, sarebbe stato ucciso nella notte in un raid israeliano. L’escalation militare ha avuto un impatto immediato sui mercati energetici globali. Il prezzo del petrolio è salito di circa il 6%, avvicinandosi ai 100 dollari al barile dopo che due petroliere sono state incendiate in un porto iracheno da imbarcazioni cariche di esplosivo attribuite a gruppi legati all’Iran.
La crisi si sta aggravando nonostante il tentativo della comunità internazionale di stabilizzare i mercati. Oltre trenta Paesi dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) hanno annunciato il più grande rilascio coordinato di riserve petrolifere mai effettuato, circa 400 milioni di barili. La guerra ha già costretto i Paesi del Golfo a ridurre la produzione di circa 10 milioni di barili al giorno, quasi il 10% della domanda mondiale, in quella che l’Iea definisce la più grave interruzione delle forniture petrolifere nella storia del mercato globale.
Il segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, ha cercato di rassicurare i mercati sostenendo che è improbabile che il prezzo del petrolio arrivi a toccare i 200 dollari al barile. Wright ha inoltre spiegato che la Marina degli Stati Uniti non è al momento in grado di scortare le petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, anche se questa possibilità potrebbe concretizzarsi entro la fine del mese. Resta, però, una domanda centrale: chi guida davvero l’Iran? Finché Mojtaba Khamenei non apparirà pubblicamente, il dubbio continuerà a pesare su uno dei momenti più delicati della storia del Paese.
Netanyahu spiana i droni di Teheran. E ora parte l’ultimatum ai libanesi
Israele ha risposto con forza alla quarantaduesima ondata dell’operazione Vera promessa dell’Iran che ha battezzato questo attacco Labbaik Ya Khamenei («al tuo servizio Khamenei»), in memoria della Guida suprema. Le forze di difesa israeliane hanno preso di mira la rete di lancio di droni di Teheran, dopo aver ridotto le capacità del loro sistema missilistico, e distrutto oltre 250 velivoli. L’attacco di Tel Aviv ha eliminato molti comandanti e operatori della rete di droni responsabili di numerosi lanci. L’Idf ha colpito l’impianto nucleare di Taleghan, a Sud di Teheran, con una serie di raid aerei. Qui il regime iraniano stava lavorando su capacità critiche nello sviluppo di armi nucleari e questo complesso era stato un obiettivo israeliano anche nell’ottobre del 2024, durante una rappresaglia per un attacco missilistico.
Stati Uniti e Israele hanno portato a termine un’operazione ad Al Qaim, alla frontiera fra Siria e Iraq, nella quale sono stati uccisi una ventina di miliziani delle forze di mobilitazione popolare, un gruppo sciita alleato di Teheran. Intanto l’Iran ha annunciato di aver condotto la prima operazione «congiunta ed integrata» con Hezbollah contro Israele andando a colpire diverse città ed istallazioni militari nei pressi di Tel Aviv e Haifa con il più massiccio attacco dall’inizio del conflitto. Da Iran e Libano sono stati lanciati 200 razzi e 20 droni, combinandosi con missili balistici. L’aviazione di Tel Aviv ha risposto martellando la periferia di Beirut, soprattutto la roccaforte sciita di Dahiyeh, la valle della Bekaa e tutte le posizioni del Partito di Dio nel governatorato di Tiro, al confine con Israele.
Tel Aviv ha lanciato un ultimatum al governo del primo ministro Nawaf Salam: se non impedirà ad Hezbollah di attaccare, Israele «prenderà il territorio e lo farà da sé». Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha dichiarato di aver avvertito il presidente libanese Joseph Aoun che se non saranno in grado di controllare il proprio territorio e di impedire a Hezbollah di minacciare le comunità del Nord, l’Idf agirà. Il responsabile della Difesa ha anche aggiunto di aver dato istruzioni alle forze armate di prepararsi a un’espansione delle attività in Libano con l’obiettivo di ripristinare la calma e la sicurezza nelle comunità del Nord.
L’esercito nazionale libanese è stato volutamente mantenuto debole perché le milizie dei partiti politici hanno sempre dominato la scena nel paese mediorientale. Il nuovo presidente Aoun ha cercato di dare ai governativi il monopolio della forza, ma le difficoltà nel processo di disarmo di Hezbollah hanno confermato la loro debolezza. Il capo di Stato maggiore delle forze armate israeliane, Eyal Zamir, ha definito la guerra contro Hezbollah come un altro settore principale, non un’arena secondaria.
Sul campo, le operazioni israeliane proseguono e nemmeno Ramlet El Baida, lungomare ricco di hotel e ristoranti di Beirut, è stato risparmiato dai droni con la Stella di David. Nell’attacco a questa zona, trasformata da settimane in rifugio per un migliaio di sfollati, sono morte 11 persone e altre 30 sono rimaste ferite. L’obiettivo era un’automobile di un dirigente di Hezbollah e la sua esplosione ha causato l’uccisione di tutti quelli che dormivano intorno. Il governo libanese ha allestito dei punti di ricovero improvvisato nella passeggiata più famosa di Beirut, ma la zona è stata sgomberata dall’esercito libanese per un allarme dovuto alla presenza di un missile di Israele inesploso. Anche l’Università di Beirut è stata colpita e due docenti hanno perso la vita.
Il ministro dell’Informazione, Paul Morcos, ha dichiarato che il numero delle vittime in Libano ha raggiunto quota 687, tra le quali 98 bambini. Morcos ha anche specificato che, dall’inizio del nuovo conflitto, sono stati uccisi anche 15 tra medici e soccorritori.
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Camp Singara, la base italiana dove comincia l'addestramento dei peshmerga nel Kurdistan iracheno a Erbil (Ansa)
La base colpita, Camp Singara, ospita da oltre quattordici anni il dispositivo italiano dell’Operazione Prima Parthica, impegnato nell’addestramento delle forze curde peshmerga nei campi di Benaslawa, Atrush e Sulaymaniyah. Alla missione contribuisce anche l’Airmobile Task Group «Griffon», che utilizza elicotteri NH90 per il trasporto tra le basi del nord dell’Iraq. L’operazione si estende inoltre a Baghdad, dove i carabinieri addestrano la polizia irachena, e in Kuwait nella base di Ali Al Salem Air Base. Nella stessa notte droni hanno colpito anche una base della coalizione a Erbil con militari americani e britannici, causando alcuni feriti statunitensi non gravi.
Il fatto che il bersaglio sia un complesso militare della coalizione internazionale - con presenza italiana e installazioni statunitensi - riporta al centro il tema di una possibile reazione dell’Alleanza Atlantica. In teoria, se l’episodio venisse qualificato come attacco contro forze di uno Stato membro, potrebbe aprirsi una discussione sull’Articolo 5 del Trattato Nato, la clausola di difesa collettiva che considera un’aggressione contro un alleato come un attacco contro tutti. La procedura non è automatica e richiede una decisione politica dei Paesi membri, ma l’episodio riaccende il dibattito su una possibile risposta coordinata degli alleati. Un rischio che il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva evocato parlando nei giorni scorsi del pericolo di «trovarsi sull’orlo di un abisso».
L’impatto è avvenuto intorno alle 00.40 ora locale, dopo che le forze della coalizione avevano attivato l’allarme di minaccia aerea. Il personale italiano aveva già raggiunto i bunker secondo le procedure di sicurezza. «Il drone ha provocato danni a infrastrutture e materiali, ma non ci sono stati feriti», ha spiegato il colonnello Stefano Pizzotti, comandante del contingente della missione Operazione Prima Parthica, assicurando che «il morale resta alto e la sicurezza del personale rimane la priorità».
In linea teorica un’azione di questo tipo potrebbe configurare reati perseguibili anche dalla giurisdizione italiana. Entrano infatti in gioco l’articolo 280 del codice penale, sull’attentato con finalità terroristiche, e l’articolo 285 relativo al delitto di strage, applicabili anche a fatti avvenuti all’estero grazie all’articolo 7 del codice penale quando vengono colpiti interessi dello Stato italiano.
Il nodo più delicato riguarda la natura giuridica della base. Una base militare all’estero non è formalmente territorio italiano, poiché la presenza del contingente avviene con il consenso dello Stato ospitante ed è regolata da un accordo sullo status delle forze, il cosiddetto Sofa (Status of Forces Agreement). Tuttavia, se la struttura viene considerata un presidio funzionale dello Stato italiano, l’attacco assume un peso ancora maggiore perché ha messo direttamente a rischio personale delle Forze armate impegnato in missione.
«La dottrina militare non è chiara sull’applicazione dell’articolo 5 Nato», osserva l’avvocato Massimiliano Strampelli, docente di diritto militare alla Link Campus University. «Tuttavia anche non essendo avvenuto il fatto in area Nato sussistono gli estremi dell’articolo 4 Nato, ovvero della legittima difesa del nostro Paese ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite».
L’attacco di Erbil arriva dopo altri episodi che negli ultimi anni hanno coinvolto basi con presenza italiana nella regione. Nei giorni precedenti erano stati segnalati attacchi anche contro la base di Ali Al Salem Air Base in Kuwait, mentre quella della missione Unifil nel sud del Libano resta da tempo esposta alle tensioni tra Hezbollah e l’Israel Defense Forces. Nel 2024 due razzi colpirono la base di Shama ferendo lievemente quattro militari italiani della brigata Sassari. Episodi più gravi si erano verificati in passato: nel 2012 un attacco di mortaio in Afghanistan costò la vita al sergente maggiore Michele Silvestri. Il precedente più drammatico resta però la strage di Nassiriya del 12 novembre 2003, quando un attentato contro la base dei carabinieri provocò la morte di 19 italiani. Da allora quella data è ricordata ogni anno come giornata dedicata ai caduti nelle missioni internazionali. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha confermato che il contingente era stato avvisato della minaccia e aveva attivato le procedure di sicurezza. «Un missile ha colpito la nostra base di Erbil. Non ci sono vittime né feriti», ha dichiarato, spiegando di essere «costantemente aggiornato dal capo di Stato maggiore della Difesa e dal comandante del Covi». Nella base sono presenti 141 militari italiani, già ridotti nelle settimane precedenti: «Abbiamo fatto rientrare 102 persone e ne abbiamo trasferite alcune in Giordania», ha aggiunto. Ora, il governo ha deciso di ritirare tutto il contingente, dopo ore di consultazioni a Roma che hanno coinvolto anche la leader del Pd, Elly Schlein.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che «sono in corso verifiche per individuare i responsabili» e ha assicurato che il governo è pronto «ad adottare ogni misura necessaria per garantire la sicurezza del personale», ribadendo l’impegno per la de-escalation. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso «vicinanza ai nostri militari rimasti illesi». Dal Parlamento è arrivata una solidarietà bipartisan, con il presidente del Senato Ignazio La Russa che ha parlato di «ferma condanna per l’attacco».
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