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2018-08-27
«Il Papa sapeva degli abusi sessuali del cardinale gay. Però ha deciso di coprire tutto»
da Wikipedia
In questo tragico momento che sta attraversando la Chiesa in varie parti del mondo, Stati Uniti, Cile, Honduras, Australia, eccetera, gravissima è la responsabilità dei vescovi. Penso in particolare agli Stati Uniti d'America dove fui inviato come nunzio apostolico da papa
Benedetto XVI il 19 ottobre 2011, memoria dei primi martiri dell'America Settentrionale. I vescovi degli Stati Uniti sono chiamati, e io con loro, a seguire l'esempio di questi primi martiri che portarono il Vangelo nelle terre d'America, a essere testimoni credibili dell'incommensurabile amore di Cristo, Via, Verità e Vita.
Vescovi e sacerdoti, abusando della loro autorità, hanno commesso crimini orrendi a danno di loro fedeli, minori, vittime innocenti, giovani uomini desiderosi di offrire la loro vita alla Chiesa, o non hanno impedito con il loro silenzio che tali crimini continuassero a essere perpetrati.
Per restituire la bellezza della santità al volto della Sposa di
Cristo, tremendamente sfigurato da tanti abominevoli delitti, se vogliamo veramente liberare la Chiesa dalla fetida palude in cui è caduta, dobbiamo avere il coraggio di abbattere la cultura del segreto e confessare pubblicamente le verità che abbiamo tenuto nascoste. Occorre abbattere l'omertà con cui vescovi e sacerdoti hanno protetto loro stessi a danno dei loro fedeli, omertà che agli occhi del mondo rischia di far apparire la Chiesa come una setta, omertà non tanto dissimile da quella che vige nella mafia. «Tutto quello che avete detto nelle tenebre… sarà proclamato sui tetti» (Luca, 12:3).
Avevo sempre creduto e sperato che la gerarchia della Chiesa potesse trovare in sé stessa le risorse spirituali e la forza per far emergere la verità, per emendarsi e rinnovarsi. Per questo motivo, anche se più volte sollecitato, avevo sempre evitato di fare dichiarazioni ai mezzi di comunicazione, anche quando sarebbe stato mio diritto farlo per difendermi dalle calunnie pubblicate sul mio conto anche da alti prelati della Curia romana. Ma ora che la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchica della Chiesa la mia coscienza mi impone di rivelare quelle verità di cui, in relazione al caso tristissimo dell'arcivescovo emerito di Washington,
Theodore McCarrick, sono venuto a conoscenza nel corso degli incarichi che mi furono affidati, da san Giovanni Paolo II come delegato per le Rappresentanze pontificie dal 1998 al 2009, e da papa Benedetto XVI come nunzio apostolico negli Stati Uniti d'America dal 19 ottobre 2011 a fine maggio 2016.
Come delegato per le Rappresentanze pontificie nella Segreteria di Stato, le mie competenze non erano limitate alle nunziature apostoliche, ma comprendevano anche il personale della Curia romana (assunzioni, promozioni, processi informativi su candidati all'episcopato, eccetera) e l'esame di casi delicati, anche di cardinali e vescovi, che venivano affidati al delegato dal cardinale Segretario di Stato o dal sostituto della Segreteria di Stato.
Per dissipare sospetti insinuati in alcuni articoli recenti, dirò subito che i nunzi apostolici negli Stati Uniti,
Gabriel Montalvo e Pietro Sambi, ambedue deceduti prematuramente, non mancarono di informare immediatamente la Santa Sede non appena ebbero notizia dei comportamenti gravemente immorali con seminaristi e sacerdoti dell'arcivescovo McCarrick. Anzi, la lettera del padre domenicano Boniface Ramsey datata 22 novembre 2000, secondo quanto scrisse il nunzio Pietro Sambi, fu da lui scritta su richiesta del compianto nunzio Montalvo. In essa padre Ramsey, che era stato professore nel seminario diocesano di Newark dalla fine degli anni Ottanta fino al 1996, afferma che era voce ricorrente in seminario che l'arcivescovo «shared his bed with seminarians», invitandone cinque alla volta a passare il fine settimana con lui nella sua casa al mare. E aggiungeva di conoscere un certo numero di seminaristi, di cui alcuni furono poi ordinati sacerdoti per l'arcidiocesi di Newark, che erano stati invitati a detta casa al mare e avevano condiviso il letto con l'arcivescovo.
L'ufficio che allora ricoprivo non fu portato a conoscenza di alcun provvedimento preso dalla Santa Sede dopo quella denuncia del nunzio
Montalvo alla fine del 2000, quando Segretario di Stato era il cardinale Angelo Sodano.
Parimenti, il nunzio
Sambi trasmise al cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, una memoria di accusa contro McCarrick da parte del sacerdote Gregory Littleton della diocesi di Charlotte, ridotto allo stato laicale per violazione di minori, assieme a due documenti dello stesso Littleton, in cui raccontava la sua triste storia di abusi sessuali da parte dell'allora arcivescovo di Newark e di diversi altri preti e seminaristi. Il nunzio aggiungeva che il Littleton aveva già inoltrato questa sua memoria a circa una ventina di persone, fra autorità giudiziarie civili ed ecclesiastiche, di polizia e avvocati, fin dal giugno 2006, e che era quindi molto probabile che la notizia venisse presto resa pubblica. Egli sollecitava pertanto un pronto intervento della Santa Sede.
Nel redigere l'appunto su questi documenti che come delegato per le rappresentanze pontificie mi furono affidati il 6 dicembre 2006, scrissi per i miei superiori, il cardinale
Tarcisio Bertone e il sostituto Leonardo Sandri, che i fatti attribuiti a McCarrick dal Littleton erano di tale gravità e nefandezza da provocare nel lettore sconcerto, senso di disgusto, profonda pena e amarezza, e che essi configuravano i crimini di adescamento, sollecitazione ad atti turpi di seminaristi e sacerdoti, ripetuti e simultaneamente con più persone, dileggio di un giovane seminarista che cercava di resistere alle seduzioni dell'arcivescovo alla presenza di altri due sacerdoti, assoluzione del complice in atti turpi, celebrazione sacrilega dell'eucaristia con i medesimi sacerdoti dopo aver commesso tali atti.
In quel mio appunto, che consegnai quello stesso 6 dicembre 2006 al mio diretto superiore, il sostituto
Leonardo Sandri, proponevo ai miei superiori le seguenti considerazioni e linea d'azione:
- Premesso che a tanti scandali nella Chiesa negli Stati Uniti, sembrava che se ne stesse per aggiungere uno di particolare gravità che riguardava un cardinale;
- e che in via di diritto, trattandosi di un cardinale, in base al canone 1.405 paragrafo 1, punto 2, «
ipsius Romani Pontificis dumtaxat ius est iudicandi»;
- proponevo che venisse preso nei confronti del cardinale un provvedimento esemplare che potesse avere una funzione medicinale, per prevenire futuri abusi nei confronti di vittime innocenti e lenire il gravissimo scandalo per i fedeli, che nonostante tutto continuavano ad amare e credere nella Chiesa.
Aggiungevo che sarebbe stato salutare che per una volta l'autorità ecclesiastica avesse a intervenire prima di quella civile e, se possibile, prima che lo scandalo fosse scoppiato sulla stampa. Ciò avrebbe potuto restituire un po' di dignità a una Chiesa così provata e umiliata per tanti abominevoli comportamenti da parte di alcuni pastori. In tal caso, l'autorità civile non si sarebbe trovata più a dover giudicare un cardinale, ma un pastore verso cui la Chiesa aveva già preso opportuni provvedimenti, per impedire che il cardinale, abusando della sua autorità, continuasse a distruggere vittime innocenti.
Quel mio appunto del 6 dicembre 2006 fu trattenuto dai miei superiori e mai mi fu restituito con un'eventuale decisione superiore al riguardo.
Successivamente, intorno al 21-23 aprile 2008, fu pubblicato su Internet - nel sito
richardsipe.com - lo Statement for Pope Benedict XVI about the pattern of sexual abuse crisis in the United States, di Richard Sipe. Esso fu trasmesso il 24 aprile dal Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale William Levada, al cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, e fu a me consegnato un mese dopo, il successivo 24 maggio 2008. Il giorno seguente consegnavo al nuovo sostituto, Fernando Filoni, il mio appunto, comprensivo del mio precedente del 6 dicembre 2006. In esso facevo una sintesi del documento di Richard Sipe, che terminava con questo rispettoso e accorato appello a papa Benedetto XVI: «I approach Your Holiness with due reverence, but with the same intensity that motivated Peter Damian to lay out before your predecessor, pope Leo IX, a description of the condition of the clergy during his time. The problems he spoke of are similar and as great now in the United States as they were then in Rome. If Your Holiness requests, I will submit to you personally documentation of that about which I have spoken».
Terminavo questo mio appunto ripetendo ai miei superiori che ritenevo si dovesse intervenire quanto prima, togliendo il cappello cardinalizio al cardinale
McCarrick e infliggendogli le sanzioni stabilite dal codice di diritto canonico, le quali prevedono anche la riduzione allo stato laicale. Anche questo secondo mio appunto non fu mai restituito all'ufficio del personale, e grande era il mio sconcerto nei confronti dei superiori per l'inconcepibile assenza di ogni provvedimento nei confronti del cardinale, e per il perdurare della mancanza di ogni comunicazione nei miei riguardi fin da quel mio primo appunto del dicembre 2006.
Ma finalmente seppi con certezza, tramite il cardinale
Giovanni Battista Re, allora Prefetto della Congregazione per i vescovi, che il coraggioso e meritevole statement di Richard Sipe aveva avuto il risultato auspicato. Papa Benedetto XVI aveva comminato al cardinale McCarrick sanzioni simili a quelle ora inflittegli da papa Francesco: il cardinale doveva lasciare il seminario in cui abitava, gli veniva proibito di celebrare in pubblico, di partecipare a pubbliche riunioni, di dare conferenze, di viaggiare, con obbligo di dedicarsi a una vita di preghiera e di penitenza.
Non mi è noto quando papa
Benedetto abbia preso nei confronti di McCarrick questi provvedimenti, se nel 2009 o nel 2010, perché nel frattempo ero stato trasferito al Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, così come non mi è dato sapere chi sia stato responsabile di questo incredibile ritardo. Non credo certo papa Benedetto, il quale da cardinale aveva già più volte denunciato la corruzione presente nella Chiesa, e nei primi mesi del suo pontificato aveva preso ferma posizione contro l'ammissione in seminario di giovani con profonde tendenze omosessuali. Ritengo che ciò fosse dovuto all'allora primo collaboratore del Papa, cardinale Tarcisio Bertone, notoriamente favorevole a promuovere omosessuali in posti di responsabilità, e solito gestire le informazioni che riteneva opportuno far pervenire al Papa.
In ogni caso, quello che è certo è che papa
Benedetto inflisse a McCarrick le suddette sanzioni canoniche, e che esse gli furono comunicate dal nunzio apostolico negli Stati Uniti, Pietro Sambi. Monsingor Jean François Lantheaume, allora primo consigliere della nunziatura a Washington e Chargé d'affaires ad interim dopo la morte inaspettata del nunzio Sambi a Baltimora, mi riferì quando giunsi a Washington - ed egli è pronto a darne testimonianza - di un colloquio burrascoso, di oltre un'ora, del nunzio Sambi con il cardinale McCarrick convocato in nunziatura: «La voce del nunzio», mi disse monsignor Lantheaume, «si sentiva fin nel corridoio».
Le medesime disposizioni di papa
Benedetto furono poi comunicate anche a me dal nuovo Prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Marc Ouellet, nel novembre 2011 in un colloquio prima della mia partenza per Washington, fra le istruzioni della medesima Congregazione al nuovo nunzio.
A mia volta le ribadii al cardinale
McCarrick al mio primo incontro con lui in nunziatura. Il cardinale, farfugliando in modo appena comprensibile, ammise di aver forse commesso l'errore di aver dormito nello stesso letto con qualche seminarista nella sua casa al mare, ma me lo disse come se ciò non avesse alcuna importanza.
I fedeli si chiedono insistentemente come sia stata possibile la sua nomina a Washington e a cardinale, e hanno pieno diritto di sapere chi fosse a conoscenza, chi abbia coperto i suoi gravi misfatti. È perciò mio dovere rendere noto quanto so al riguardo, incominciando dalla Curia romana. Il cardinale
Angelo Sodano è stato Segretario di Stato fino al settembre 2006: ogni informazione perveniva a lui. Nel novembre 2000 il nunzio Montalvo inviò a lui il suo rapporto trasmettendogli la già citata lettera di padre Boniface Ramsey in cui denunciava i gravi abusi commessi da McCarrick.
È noto che
Sodano cercò di coprire fino all'ultimo lo scandalo di padre Marcial Maciel, rimosse persino il nunzio a Città del Messico, Justo Mullor, che si rifiutava di essere complice delle sue manovre di copertura di Maciel e al suo posto nominò Sandri, allora nunzio in Venezuela, ben disposto invece a collaborare. Sodano giunse anche a far fare un comunicato alla sala stampa vaticana in cui si affermava il falso, che cioè papa Benedetto aveva deciso che il caso Maciel doveva ormai considerarsi chiuso. Benedetto reagì, nonostante la strenua difesa da parte di Sodano, e Maciel fu giudicato colpevole e irrevocabilmente condannato.
Fu la nomina a Washington e a cardinale di
McCarrick opera di Sodano, quando Giovanni Paolo II era già molto malato? Non ci è dato saperlo. È però lecito pensarlo, ma non credo che sia stato il solo responsabile. McCarrick andava con molta frequenza a Roma e si era fatto amici dappertutto, a tutti i livelli della Curia. Se Sodano aveva protetto Maciel, come appare sicuro, non si vede perché non lo avrebbe fatto per McCarrick, che a detta di molti aveva i mezzi anche finanziari per influenzare le decisioni. Alla sua nomina a Washington si era invece opposto l'allora Prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Giovanni Battista Re. Alla nunziatura di Washington c'è un biglietto, scritto di suo pugno, in cui il cardinale Re si dissocia da detta nomina e afferma che McCarrick era il quattordicesimo nella lista per la provvista di Washington.
Al cardinale
Tarcisio Bertone, come Segretario di Stato, fu indirizzato il rapporto del nunzio Sambi, con tutti gli allegati, e a lui furono presumibilmente consegnati dal sostituto i miei due sopra citati appunti del 6 dicembre 2006 e del 25 maggio 2008. Come già accennato, il cardinale non aveva difficoltà a presentare insistentemente per l'episcopato candidati notoriamente omosessuali attivi - cito solo il noto caso di Vincenzo di Mauro, nominato arcivescovo-vescovo di Vigevano, poi rimosso perché insidiava i suoi seminaristi - e a filtrare e manipolare le informazioni che faceva pervenire a papa Benedetto.
Il cardinale
Pietro Parolin, attuale Segretario di Stato, si è reso anch'egli complice di aver coperto i misfatti di McCarrick, il quale dopo l'elezione di papa Francesco si vantava apertamente dei suoi viaggi e missioni in vari continenti. Nell'aprile 2014 il Washington Times aveva riferito in prima pagina di un viaggio di McCarrick nella Repubblica Centroafricana, per giunta a nome del Dipartimento di Stato. Come Nunzio a Washington, scrissi perciò al cardinale Parolin chiedendogli se erano ancora valide le sanzioni comminate a McCarrick da papa Benedetto. Ça va sans dire che la mia lettera non ebbe mai alcuna risposta!
Lo stesso si dica per il cardinale
William Levada, già Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e per i cardinali Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i vescovi, e Lorenzo Baldisseri, già segretario della medesima Congregazione per i vescovi, e l'arcivescovo Ilson de Jesus Montanari, attuale segretario della medesima Congregazione. Essi, in ragione del loro ufficio, erano al corrente delle sanzioni imposte da papa Benedetto a McCarrick.
I cardinali
Leonardo Sandri, Fernando Filoni e Angelo Becciu, come sostituti della Segreteria di Stato, hanno saputo in tutti i particolari la situazione del cardinale McCarrick.
Così pure non potevano non sapere i cardinali
Giovanni Lajolo e Dominique Mamberti, che, come Segretari per i rapporti con gli Stati, partecipavano più volte alla settimana a riunioni collegiali con il Segretario di Stato.
Per quanto riguarda la Curia romana per ora mi fermo qui, anche se sono ben noti i nomi di altri prelati in Vaticano, anche molto vicini a papa
Francesco, come il cardinale Francesco Coccopalmerio e l'arcivescovo Vincenzo Paglia, che appartengono alla corrente filo omosessuale favorevole a sovvertire la dottrina cattolica a riguardo dell'omosessualità, corrente già denunciata fin dal 1986 dal cardinale Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, nella Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali. Alla medesima corrente, seppur con una ideologia diversa, appartengono anche i cardinali Edwin Frederick O'Brien e Renato Raffaele Martino. Altri poi, appartenenti a detta corrente, risiedono persino alla Domus Sanctae Marthae.
Vengo ora agli Stati Uniti. Ovviamente, il primo a essere stato informato dei provvedimenti presi da papa
Benedetto fu il successore di McCarrick alla sede di Washington, il cardinale Donald Wuerl, la cui situazione è ora del tutto compromessa dalle recenti rivelazioni sul suo comportamento come vescovo di Pittsburgh.
È assolutamente impensabile che il nunzio
Sambi, persona altamente responsabile, leale, diretto ed esplicito nel suo modo di essere da vero romagnolo, non gliene abbia parlato. In ogni caso, io stesso venni in più occasioni sull'argomento con il cardinale Wuerl, e non ci fu certo bisogno che entrassi in particolari perché mi fu subito evidente che ne era pienamente al corrente. Ricordo poi in particolare il fatto che dovetti richiamare la sua attenzione perché mi accorsi che in una pubblicazione dell'arcidiocesi, sulla copertina posteriore a colori, veniva annunciato un invito ai giovani che ritenevano di avere la vocazione al sacerdozio a un incontro con il cardinale McCarrick. Telefonai subito al cardinale Wuerl, che mi manifestò la sua meraviglia, dicendomi che non sapeva nulla di quell'annuncio e che avrebbe provveduto ad annullare detto incontro. Se, come ora continua ad affermare, non sapeva nulla degli abusi commessi da McCarrick e dei provvedimenti presi da papa Benedetto, come si spiega la sua risposta?
Le sue recenti dichiarazioni in cui afferma di non aver saputo nulla, anche se all'inizio furbescamente riferite ai risarcimenti alle due vittime, sono assolutamente risibili. Il cardinale mente spudoratamente e per di più induce a mentire anche il suo cancelliere, monsignor
Antonicelli.
Del resto, già in altra occasione il cardinale
Wuerl aveva chiaramente mentito. A seguito di un evento moralmente inaccettabile autorizzato dalle autorità accademiche della Georgetown university, avevo richiamato l'attenzione del suo presidente, dottor John DeGioia, indirizzandogli due successive lettere. Prima di inoltrarle al destinatario, per correttezza, ne consegnai personalmente copia al cardinale con una mia lettera di accompagnamento. Il cardinale mi disse che non ne era al corrente. Si guardò bene però di accusare ricevimento delle mie due lettere, contrariamente a quanto puntualmente era solito fare. Poi seppi che detto evento alla Georgetown aveva avuto luogo da sette anni. Ma il cardinale non ne sapeva nulla!
Il cardinale
Wuerl inoltre, ben sapendo dei continui abusi commessi dal cardinale McCarrick e delle sanzioni impostegli da papa Benedetto, trasgredendo l'ordine del Papa gli permise di risiedere in un seminario in Washington D.C. Mise così a rischio altri seminaristi.
Il vescovo
Paul Bootkoski, emerito di Metuchen, e l'arcivescovo John Myers, emerito di Newark, coprirono gli abusi commessi da McCarrick nelle loro rispettive diocesi e risarcirono due delle sue vittime. Non possono negarlo, e devono essere interrogati perché rivelino ogni circostanza e responsabilità al riguardo.
Il cardinale
Kevin Farrell, intervistato recentemente dai media, ha anch'egli affermato di non avere avuto il minimo sentore degli abusi commessi da McCarrick. Tenuto conto del suo curriculum a Washington, a Dallas e ora a Roma, credo che nessuno possa onestamente credergli. Non so se gli sia mai stato chiesto se sapesse dei crimini di Maciel. Se dovesse negarlo, qualcuno forse gli crederebbe, atteso che egli ha occupato compiti di responsabilità come membro dei Legionari di Cristo?
Del cardinale
Sean O'Malley mi limito a dire che le sue ultime dichiarazioni sul caso McCarrick sono sconcertanti, anzi hanno oscurato totalmente la sua trasparenza e credibilità.
La mia coscienza mi impone poi di rivelare fatti che ho vissuto in prima persona, riguardanti papa
Francesco, che hanno una valenza drammatica, e che come vescovo, condividendo la responsabilità collegiale di tutti i vescovi verso la Chiesa universale, non mi permettono di tacere, e che qui affermo, disposto a confermarli sotto giuramento chiamando Dio come mio testimone.
Negli ultimi mesi del suo pontificato papa
Benedetto XVI aveva convocato a Roma una riunione di tutti i nunzi apostolici, come avevano già fatto Paolo VI e San Giovanni Paolo II in più occasioni. La data fissata per l'udienza con il Papa era venerdì 21 giugno 2013. Papa Francesco mantenne questo impegno preso dal suo predecessore. Naturalmente anch'io venni a Roma da Washington. Si trattava del mio primo incontro con il nuovo Papa, eletto solo tre mesi prima, dopo la rinuncia di papa Benedetto.
La mattina di giovedì 20 giugno 2013 mi recai alla Domus Sanctae Marthae, per unirmi ai miei colleghi che erano ivi alloggiati. Appena entrato nella hall mi incontrai con il cardinal
McCarrick, che indossava la veste filettata. Lo salutai con rispetto come sempre avevo fatto. Egli mi disse immediatamente con un tono fra l'ambiguo e il trionfante: «Il Papa mi ha ricevuto ieri, domani vado in Cina».
Allora nulla sapevo della sua lunga amicizia con il cardinale
Bergoglio, e della parte di rilievo che aveva giocato per la sua recente elezione, come lo stesso McCarrick avrebbe successivamente rivelato in una conferenza alla Villanova university e in un'intervista al Catholic National Reporter, né avevo mai pensato al fatto che aveva partecipato agli incontri preliminari del recente conclave, e al ruolo che aveva potuto avere come elettore in quello del 2005. Non colsi perciò immediatamente il significato del messaggio criptato che McCarrick mi aveva comunicato, ma che mi sarebbe diventato evidente nei giorni immediatamente successivi.
Il giorno dopo ebbe luogo l'udienza con papa
Francesco. Dopo il discorso, in parte letto e in parte pronunciato a braccio, il Papa volle salutare uno a uno tutti i nunzi. In fila indiana, ricordo che io rimasi fra gli ultimi. Quando fu il mio turno, ebbi appena il tempo di dirgli «sono il nunzio negli Stati Uniti», che senza alcun preambolo mi investì con tono di rimprovero con queste parole: «I vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati! Devono essere dei pastori!». Naturalmente non ero in condizione di chiedere spiegazioni sul significato delle sue parole e del modo aggressivo con cui mi aveva apostrofato. Avevo in mano un libro in portoghese che il cardinale O'Malley mi aveva consegnato per il Papa qualche giorno prima, dicendomi: «Così ripassa il portoghese prima di andare a Rio, per la Giornata mondiale della gioventù». Glielo consegnai subito, liberandomi così da quella situazione estremamente sconcertante e imbarazzante.
Al termine dell'udienza il Papa annunziò: «Chi di voi domenica prossima è ancora a Roma è invitato a concelebrare con me alla Domus Sanctae Marthae». Io naturalmente pensai di restare, per chiarire quanto prima cosa il Papa avesse inteso dirmi.
Domenica 23 giugno, prima della concelebrazione con il Papa, chiesi a monsignor
Battista Ricca, che come responsabile della casa ci aiutava a indossare i paramenti, se poteva chiedere al Papa se nel corso della settimana seguente avrebbe potuto ricevermi. Come avrei potuto ritornare a Washington senza aver chiarito ciò che il Papa voleva da me? Terminata la messa, mentre il Papa salutava i pochi laici presenti, monsignor Fabian Pedacchio, il suo segretario argentino, venne da me e mi disse: «Il Papa mi ha detto di chiederle se lei è libero adesso!». Naturalmente gli risposi che ero a disposizione del Papa e che lo ringraziavo di volermi ricevere subito. Il Papa mi condusse al primo piano nel suo appartamento e mi disse: «Abbiamo 40 minuti prima dell'Angelus».
Iniziai io la conversazione, chiedendogli che cosa avesse inteso dirmi con le parole che mi aveva rivolto quando l'avevo salutato, il venerdì precedente. E il Papa, con un tono ben diverso, amichevole, quasi affettuoso, mi disse: «Sì, i vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, non devono essere di destra come l'arcivescovo di Filadelfia (il Papa non mi fece il nome dell'arcivescovo), devono essere dei pastori; e non devono essere di sinistra», e aggiunse, alzando tutte e due le braccia: «E quando dico di sinistra, intendo dire omosessuali». Naturalmente mi sfuggì la logica della correlazione fra essere di sinistra ed essere omosessuali, ma non aggiunsi altro. Subito dopo il Papa mi chiese con tono accattivante: «Il cardinale McCarrick com'è?». Io gli risposi con tutta franchezza, e se volete con tanta ingenuità: «Santo Padre, non so se lei conosce il cardinale McCarrick, ma se chiede alla Congregazione per i vescovi c'è un dossier grande così su di lui. Ha corrotto generazioni di seminaristi e di sacerdoti, e papa Benedetto gli ha imposto di ritirarsi a una vita di preghiera e di penitenza». Il Papa non fece il minimo commento a quelle mie parole tanto gravi, e non mostrò sul suo volto alcuna espressione di sorpresa, come se la cosa gli fosse già nota da tempo, e cambiò subito di argomento. Ma allora, con quale finalità il Papa mi aveva posto quella domanda: «Il cardinal McCarrick com'è?». Evidentemente voleva accertarsi se fossi alleato di McCarrick o no.
Rientrato a Washington, tutto mi divenne molto chiaro, grazie anche a un nuovo fatto accaduto solo pochi giorni dopo il mio incontro con papa Francesco. Alla presa di possesso della diocesi di El Paso da parte del nuovo vescovo Mark Seitz, il 9 luglio 2013, inviai il primo consigliere, monsignor Jean François Lantheaume, mentre io quel medesimo giorno andai a Dallas per un incontro internazionale di bioetica. Di ritorno, monsignor Lantheaume mi riferì che a El Paso aveva incontrato il cardinale McCarrick, il quale, presolo in disparte, gli aveva detto quasi le stesse parole che il Papa aveva detto a me a Roma: «I vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, non devono essere di destra, devono essere dei pastori…». Rimasi esterrefatto! Era perciò chiaro che le parole di rimprovero che papa Francesco mi aveva rivolto quel 21 giugno 2013 gli erano state messe in bocca il giorno prima dal cardinale McCarrick. Anche la menzione da parte del Papa «non come l'arcivescovo di Filadelfia» conduceva a McCarrick, perché fra i due c'era stato un forte diverbio a riguardo dell'ammissione alla comunione dei politici favorevoli all'aborto: McCarrick aveva manipolato nella sua comunicazione ai vescovi una lettera dell'allora cardinale Ratzinger che proibiva di dare loro la comunione. Di fatto, poi, sapevo quanto certi cardinali come Roger Mahony, William Levada e Wuerl, fossero strettamente legati a McCarrick, avessero osteggiato le nomine più recenti fatte da papa Benedetto, per sedi importanti come Filadelfia, Baltimora, Denver e San Francisco.
Non contento della trappola che mi ha aveva teso in 23 giugno 2013 chiedendomi di McCarrick, solo qualche mese dopo, nell'udienza che mi concesse il 10 ottobre 2013,papa Francesco me ne pose una seconda, questa volta a riguardo di un suo secondo protetto, il cardinale Donald Wuerl. Mi chiese: «Il cardinale Wuerl com'è, buono o cattivo?». «Santo Padre», gli risposi, «non le dirò se è buono o cattivo, ma le riferirò due fatti». Sono quelli a cui ho già sopra accennato, che riguardano la noncuranza pastorale di Wuerl per le deviazioni aberranti alla Georgetown university e l'invito da parte dell'arcidiocesi di Washington a giovani aspiranti al sacerdozio a un incontro con McCarrick! Anche questa seconda volta il Papa non manifestò alcuna reazione.
Era poi evidente che, a partire dalla elezione di papa Francesco, McCarrick, ormai sciolto da ogni costrizione, si era sentito libero di viaggiare continuamente, di dare conferenze e interviste. In un gioco di squadra con il cardinale Rodriguez Maradiaga era diventato il kingmaker per le nomine in Curia e negli Stati Uniti, e il consigliere più ascoltato in Vaticano per i rapporti con l'amministrazione Obama. Così si spiega il fatto che, come membri della Congregazione per i vescovi, il Papa sostituì il cardinale Raymond Burke con Wuerl e vi nominò immediatamente Blase Cupich, fatto poi subito cardinale. Con tali nomine, la nunziatura a Washington era ormai fuori gioco per la nomina dei vescovi. Per giunta, nominò il brasiliano Ilson de Jesus Montanari - grande amico del suo segretario privato argentino Fabian Pedacchio - segretario della medesima Congregazione per i vescovi e segretario del Collegio dei cardinali, promuovendolo in un sol balzo da semplice officiale di quel dicastero ad arcivescovo segretario. Cosa mai vista per un incarico così importante!
Le nomine di Blase Cupich a Chicago e di William Tobin a Newark sono state orchestrate da McCarrick, Maradiaga e Wuerl, uniti da un patto scellerato di abusi del primo e quantomeno di coperture di abusi da parte degli altri due. I loro nominativi non figuravano fra quelli presentati dalla nunziatura per Chicago e per Newark. Di Cupich non può certo sfuggire l'ostentata arroganza e sfrontatezza nel negare l'evidenza ormai palese a tutti: che cioè l'80% degli abusi riscontrati è stato nei confronti di giovani adulti da parte di omosessuali in rapporto di autorità verso le loro vittime.
Nel discorso che fece alla presa di possesso della sede di Chicago, a cui ero presente come rappresentante del Papa, Cupich disse, come battuta di spirito, che certo non ci si doveva aspettare dal nuovo arcivescovo che camminasse sulle acque. Sarebbe forse sufficiente che fosse capace di restare con i piedi per terra e che non cercasse di capovolgere la realtà, accecato dalla sua ideologia pro gay, come ha affermato in una recente intervista ad America. Ostentando la sua particolare competenza in materia - essendo stato presidente del Committee on protection of children and young people della Uscb - ha asserito che il problema principale nella crisi degli abusi sessuali da parte del clero non è l'omosessualità, e che affermarlo è solo un modo per distogliere l'attenzione dal vero problema che è il clericalismo. A sostegno di questa sua tesi, Cupich ha fatto «stranamente» riferimento ai risultati di una ricerca fatta nell'apice della crisi di abusi sessuali nei confronti di minori dell'inizio degli anni 2000, mentre ha ignorato «candidamente» che i risultati di quell'indagine furono totalmente smentiti dai successivi rapporti indipendenti del John Jay college of criminal justice del 2004 e del 2011, in cui si concludeva che nei casi di abusi sessuali l'81% delle vittime erano maschi. Infatti, padre Hans Zollner S.J., vicerettore della Pontificia università gregoriana, presidente del Centre for child protection, membro della Pontificia commissione per la protezione dei minori, ha recentemente dichiarato al giornale La Stampa che «nella maggior parte dei casi si tratta di abusi omosessuali».
Anche la nomina, poi, di Robert McElroy a San Diego fu pilotata dall'alto, con un ordine perentorio cifrato, a me come nunzio, dal cardinale Parolin: «Riservi la sede di San Diego per McElroy». Anche McElroy ben sapeva degli abusi commessi da McCarrick, come risulta da una lettera indirizzatagli da Richard Sipe il 28 luglio 2016.
A questi personaggi sono strettamente associati individui appartenenti in particolare all'ala deviata della Compagnia di Gesù, purtroppo oggi maggioritaria, che già era stata motivo di gravi preoccupazioni per Paolo VI e per i successivi pontefici. Basti solo pensare a padre Robert Drinan S.J., eletto quattro volte alla Camera dei rappresentanti, accanito sostenitore dell'aborto, o a padre Vincent O'Keefe S.J., fra i principali promotori del documento The Land o' lakes statement del 1967, che ha gravemente compromesso l'identità cattolica delle università e dei collegi negli Stati Uniti. Si noti che anche McCarrick, allora presidente dell'università cattolica del Portorico, partecipò a quell'infausta impresa, così deleteria per la formazione delle coscienze della gioventù americana, strettamente associato com'era all'ala deviata dei gesuiti.
Padre James Martin S.J., osannato dai personaggi sopra menzionati, in particolare da Cupich, Tobin, Farrell e McElroy, nominato consultore del dicastero per le comunicazioni, noto attivista che promuove l'agenda Lgbt, prescelto per corrompere i giovani che si raduneranno prossimamente a Dublino per l'incontro mondiale delle famiglie, altro non è se non un triste recente esemplare di quell'ala deviata della Compagnia di Gesù.
Papa Francesco ha chiesto più volte totale trasparenza nella Chiesa e a vescovi e fedeli di agire con parresia. I fedeli di tutto il mondo la esigono anche da lui in modo esemplare. Dica da quando ha saputo dei crimini commessi da McCarrick abusando della sua autorità con seminaristi e sacerdoti.
In ogni caso, il Papa lo ha saputo da me il 23 giugno 2013 e ha continuato a coprirlo, non ha tenuto conto delle sanzioni che gli aveva imposto papa Benedetto e ne ha fatto il suo fidato consigliere insieme con Maradiaga.
Quest'ultimo si sente così sicuro della protezione del Papa che può cestinare come «pettegolezzi» gli appelli accorati di decine di suoi seminaristi, che trovarono il coraggio di scrivergli dopo che uno di loro aveva cercato di suicidarsi per gli abusi omosessuali nel seminario. Ormai i fedeli hanno ben capito la strategia di Maradiaga: insultare le vittime per salvare sé stesso, mentire a oltranza per coprire una voragine di abusi di potere, di cattiva gestione nell'amministrazione dei beni della Chiesa, di disastri finanziari anche nei confronti di intimi amici, come nel caso dell'ambasciatore dell'Honduras Alejandro Valladares, già decano del corpo diplomatico presso la Santa Sede.
Nel caso del già vescovo ausiliare Juan José Pineda, dopo l'articolo apparso sul settimanale L'Espresso nel febbraio scorso, Maradiaga aveva dichiarato al giornale Avvenire: «È stato il mio vescovo ausiliare Pineda a chiedere la visita, in modo da “pulire" il suo nome a seguito di molte calunnie di cui è stato oggetto». Ora, di Pineda si è pubblicato unicamente che le sue dimissioni sono state semplicemente accettate, facendo così sparire nel nulla qualsiasi eventuale responsabilità sua e di Maradiaga.
In nome della trasparenza dal Papa tanto conclamata, si renda pubblico il rapporto che il «visitatore», il vescovo argentino Alcides Casaretto, ha consegnato più di un anno fa solo e direttamente al Papa.
Infine, anche la recente nomina a sostituto dell'arcivescovo Edgar Peña Parra ha una connessione con l'Honduras, cioè con Maradiaga. Peña Parra infatti dal 2003 al 2007 ha prestato servizio presso la nunziatura di Tegucigalpa in qualità di consigliere. Come delegato per le Rappresentanze pontificie mi erano pervenute informazioni preoccupanti a suo riguardo.
In Honduras si sta per ripetere uno scandalo immane come quello in Cile. Il Papa difende a oltranza il suo uomo, il cardinale Rodriguez Maradiaga, come aveva fatto in Cile con il vescovo Juan de la Cruz Barros, che lui stesso aveva nominato vescovo di Osorno, contro il parere dei vescovi cileni. Prima ha insultato le vittime degli abusi, poi, solo quando vi è stato costretto dal clamore dei media, dalla rivolta delle vittime e dei fedeli cileni, ha riconosciuto il suo errore e si è scusato, pur affermando che era stato mal informato, provocando una situazione disastrosa nella Chiesa in Cile, ma continuando a proteggere i due cardinali cileni Francisco Errazuriz e Ricardo Ezzati.
Anche nella triste vicenda di McCarrick, il comportamento di papa Francesco non è stato diverso. Sapeva perlomeno dal 23 giugno 2013 che McCarrick era un predatore seriale. Pur sapendo che era un corrotto, lo ha coperto a oltranza, anzi ha fatto propri i suoi consigli non certo ispirati da sane intenzioni né da amore per la Chiesa. Solo quando vi è stato costretto dalla denuncia di un abuso di un minore, sempre in funzione del plauso dei media, ha preso provvedimenti nei suoi confronti per salvare la sua immagine mediatica.
Ora negli Stati Uniti c'è un coro che si leva specialmente dai fedeli laici, a cui ultimamente si sono uniti alcuni vescovi e sacerdoti: chiedono che tutti quelli che hanno coperto con il loro silenzio il comportamento criminale di McCarrick o che si sono serviti di lui per fare carriera o promuovere i loro intenti, ambizioni e il loro potere nella Chiesa si dimettano.
Ma ciò non sarà sufficiente per sanare la situazione di gravissimi comportamenti immorali da parte del clero, vescovi e sacerdoti. Occorre proclamare un tempo di conversione e di penitenza. Occorre recuperare nel clero e nei seminari la virtù della castità. Occorre lottare contro la corruzione dell'uso improprio delle risorse della Chiesa e delle offerte dei fedeli. Occorre denunciare la gravità della condotta omosessuale. Occorre sradicare le reti di omosessuali esistenti nella Chiesa, come ha recentemente scritto Janet Smith, professoressa di teologia morale nel Sacred Heart major seminary di Detroit. «Il problema degli abusi del clero», ha scritto, «non potrà essere risolto semplicemente con le dimissioni di alcuni vescovi, né tanto meno con nuove direttive burocratiche. Il centro del problema sta nelle reti omosessuali nel clero che devono essere sradicate». Queste reti di omosessuali, ormai diffuse in molte diocesi, seminari, ordini religiosi, eccetera, agiscono coperte dal segreto e dalla menzogna con la potenza dei tentacoli di una piovra e stritolano vittime innocenti, vocazioni sacerdotali e stanno strangolando l'intera Chiesa.
Imploro tutti, in particolare i vescovi, di rompere il silenzio per sconfiggere questa cultura di omertà così diffusa, di denunciare ai media e alle autorità civili i casi di abusi di cui sono a conoscenza.
Ascoltiamo il messaggio più potente che ci ha lasciato in eredità San Giovanni Paolo II: «Non abbiate paura! Non abbiate paura!».
Papa Benedetto nell'omelia dell'Epifania del 2008 ci ricordava che il disegno di salvezza del Padre si è pienamente rivelato e realizzato nel mistero della morte e risurrezione di Cristo, ma richiede di essere accolto dalla storia umana, che rimane sempre storia di fedeltà da parte di Dio e purtroppo anche di infedeltà da parte di noi uomini. La Chiesa, depositaria della benedizione della nuova alleanza, siglata nel sangue dell'Agnello, è santa ma composta di peccatori, come scrisse Sant'Ambrogio: la Chiesa è «immaculata ex maculatis», è santa e senza macchia pur essendo composta nel suo itinerario terreno da uomini macchiati di peccato.
Voglio ricordare questa verità indefettibile della santità della Chiesa ai tanti che sono rimasti così profondamente scandalizzati dagli abominevoli e sacrileghi comportamenti del già arcivescovo di Washington, Theodore McCarrick, dalla grave, sconcertante e peccaminosa condotta di papa Francesco e dall'omertà di tanti pastori, e che sono tentati di abbandonare la Chiesa deturpata da tante ignominie.
Papa Francesco all'Angelus di domenica 12 agosto 2018 ha pronunciato queste parole: «Ognuno è colpevole del bene che poteva fare e non ha fatto… Se non ci opponiamo al male, lo alimentiamo in modo tacito. È necessario intervenire dove il male si diffonde; perché il male si diffonde dove mancano cristiani audaci che si oppongono con il bene». Se questa, giustamente, è da considerarsi una grave responsabilità morale per ogni fedele, quanto più grave lo è per il supremo pastore della Chiesa, il quale nel caso di McCarrick non solo non si è opposto al male ma si è associato nel compiere il male con chi sapeva essere profondamente corrotto, ha seguito i consigli di chi ben sapeva essere un perverso, moltiplicando così in modo esponenziale con la sua suprema autorità il male operato da McCarrick. E quanti altri cattivi pastori Francesco sta ancora continuando ad appoggiare nella loro azione di distruzione della Chiesa!
Francesco sta abdicando al mandato che Cristo diede a Pietro di confermare i fratelli. Anzi con la sua azione li ha divisi, li induce in errore, incoraggia i lupi nel continuare a dilaniare le pecore del gregge di Cristo.
In questo momento estremamente drammatico per la Chiesa universale riconosca i suoi errori e in coerenza con il conclamato principio di tolleranza zero, papa Francesco sia il primo a dare il buon esempio a cardinali e vescovi che hanno coperto gli abusi di McCarrick e si dimetta insieme a tutti loro.
Seppur nello sconcerto e nella tristezza per l'enormità di quanto sta accadendo, non perdiamo la speranza! Ben sappiamo che la grande maggioranza dei nostri pastori vivono con fedeltà e dedizione la propria vocazione sacerdotale.
È nei momenti di grande prova che la grazia del Signore si rivela sovrabbondante e mette la sua misericordia senza limiti a disposizione di tutti; ma è concessa solo a chi è veramente pentito e propone sinceramente di emendarsi. Questo è il tempo opportuno per la Chiesa, per confessare i propri peccati, per convertirsi e fare penitenza.
Preghiamo tutti per la Chiesa e per il Papa, ricordiamoci di quante volte ci ha chiesto di pregare per lui!
Rinnoviamo tutti la fede nella Chiesa nostra madre: «Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica». Cristo non abbandonerà mai la sua Chiesa! L'ha generata nel suo sangue e la rianima continuamente con il suo Spirito! Maria, madre della Chiesa, prega per noi! Maria Vergine Regina, madre del Re della gloria, prega per noi!
Roma, 22 Agosto 2018
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La testimonianza di monsignor Carlo Maria Viganò, arcivescono di Ulpiana, nunzio apostolico: fin dal 2006 ero venuto a conoscenza dei sospetti su Theodore McCarrick: «Scrissi a Tarcisio Bertone e Leonardo Sandri consigliando di anticipare la giustizia civile. Non ebbi risposta». McCarrick era stato confinato alla solitudine dalla linea dura di Benedetto XVI. Ma poi è stato riabilitato e coperto. E s'è vantato di aver fatto eleggere Jorge Mario Bergoglio. Il 23 giugno 2013 mi chiese un parere su McCarrick. Gli spiegai che Ratzinger aveva agito contro di lui. Ma non ne fu sorpreso. In questo tragico momento che sta attraversando la Chiesa in varie parti del mondo, Stati Uniti, Cile, Honduras, Australia, eccetera, gravissima è la responsabilità dei vescovi. Penso in particolare agli Stati Uniti d'America dove fui inviato come nunzio apostolico da papa Benedetto XVI il 19 ottobre 2011, memoria dei primi martiri dell'America Settentrionale. I vescovi degli Stati Uniti sono chiamati, e io con loro, a seguire l'esempio di questi primi martiri che portarono il Vangelo nelle terre d'America, a essere testimoni credibili dell'incommensurabile amore di Cristo, Via, Verità e Vita. Vescovi e sacerdoti, abusando della loro autorità, hanno commesso crimini orrendi a danno di loro fedeli, minori, vittime innocenti, giovani uomini desiderosi di offrire la loro vita alla Chiesa, o non hanno impedito con il loro silenzio che tali crimini continuassero a essere perpetrati. Per restituire la bellezza della santità al volto della Sposa di Cristo, tremendamente sfigurato da tanti abominevoli delitti, se vogliamo veramente liberare la Chiesa dalla fetida palude in cui è caduta, dobbiamo avere il coraggio di abbattere la cultura del segreto e confessare pubblicamente le verità che abbiamo tenuto nascoste. Occorre abbattere l'omertà con cui vescovi e sacerdoti hanno protetto loro stessi a danno dei loro fedeli, omertà che agli occhi del mondo rischia di far apparire la Chiesa come una setta, omertà non tanto dissimile da quella che vige nella mafia. «Tutto quello che avete detto nelle tenebre… sarà proclamato sui tetti» (Luca, 12:3). Avevo sempre creduto e sperato che la gerarchia della Chiesa potesse trovare in sé stessa le risorse spirituali e la forza per far emergere la verità, per emendarsi e rinnovarsi. Per questo motivo, anche se più volte sollecitato, avevo sempre evitato di fare dichiarazioni ai mezzi di comunicazione, anche quando sarebbe stato mio diritto farlo per difendermi dalle calunnie pubblicate sul mio conto anche da alti prelati della Curia romana. Ma ora che la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchica della Chiesa la mia coscienza mi impone di rivelare quelle verità di cui, in relazione al caso tristissimo dell'arcivescovo emerito di Washington, Theodore McCarrick, sono venuto a conoscenza nel corso degli incarichi che mi furono affidati, da san Giovanni Paolo II come delegato per le Rappresentanze pontificie dal 1998 al 2009, e da papa Benedetto XVI come nunzio apostolico negli Stati Uniti d'America dal 19 ottobre 2011 a fine maggio 2016. Come delegato per le Rappresentanze pontificie nella Segreteria di Stato, le mie competenze non erano limitate alle nunziature apostoliche, ma comprendevano anche il personale della Curia romana (assunzioni, promozioni, processi informativi su candidati all'episcopato, eccetera) e l'esame di casi delicati, anche di cardinali e vescovi, che venivano affidati al delegato dal cardinale Segretario di Stato o dal sostituto della Segreteria di Stato. Per dissipare sospetti insinuati in alcuni articoli recenti, dirò subito che i nunzi apostolici negli Stati Uniti, Gabriel Montalvo e Pietro Sambi, ambedue deceduti prematuramente, non mancarono di informare immediatamente la Santa Sede non appena ebbero notizia dei comportamenti gravemente immorali con seminaristi e sacerdoti dell'arcivescovo McCarrick. Anzi, la lettera del padre domenicano Boniface Ramsey datata 22 novembre 2000, secondo quanto scrisse il nunzio Pietro Sambi, fu da lui scritta su richiesta del compianto nunzio Montalvo. In essa padre Ramsey, che era stato professore nel seminario diocesano di Newark dalla fine degli anni Ottanta fino al 1996, afferma che era voce ricorrente in seminario che l'arcivescovo «shared his bed with seminarians», invitandone cinque alla volta a passare il fine settimana con lui nella sua casa al mare. E aggiungeva di conoscere un certo numero di seminaristi, di cui alcuni furono poi ordinati sacerdoti per l'arcidiocesi di Newark, che erano stati invitati a detta casa al mare e avevano condiviso il letto con l'arcivescovo. L'ufficio che allora ricoprivo non fu portato a conoscenza di alcun provvedimento preso dalla Santa Sede dopo quella denuncia del nunzio Montalvo alla fine del 2000, quando Segretario di Stato era il cardinale Angelo Sodano. Parimenti, il nunzio Sambi trasmise al cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, una memoria di accusa contro McCarrick da parte del sacerdote Gregory Littleton della diocesi di Charlotte, ridotto allo stato laicale per violazione di minori, assieme a due documenti dello stesso Littleton, in cui raccontava la sua triste storia di abusi sessuali da parte dell'allora arcivescovo di Newark e di diversi altri preti e seminaristi. Il nunzio aggiungeva che il Littleton aveva già inoltrato questa sua memoria a circa una ventina di persone, fra autorità giudiziarie civili ed ecclesiastiche, di polizia e avvocati, fin dal giugno 2006, e che era quindi molto probabile che la notizia venisse presto resa pubblica. Egli sollecitava pertanto un pronto intervento della Santa Sede. Nel redigere l'appunto su questi documenti che come delegato per le rappresentanze pontificie mi furono affidati il 6 dicembre 2006, scrissi per i miei superiori, il cardinale Tarcisio Bertone e il sostituto Leonardo Sandri, che i fatti attribuiti a McCarrick dal Littleton erano di tale gravità e nefandezza da provocare nel lettore sconcerto, senso di disgusto, profonda pena e amarezza, e che essi configuravano i crimini di adescamento, sollecitazione ad atti turpi di seminaristi e sacerdoti, ripetuti e simultaneamente con più persone, dileggio di un giovane seminarista che cercava di resistere alle seduzioni dell'arcivescovo alla presenza di altri due sacerdoti, assoluzione del complice in atti turpi, celebrazione sacrilega dell'eucaristia con i medesimi sacerdoti dopo aver commesso tali atti. In quel mio appunto, che consegnai quello stesso 6 dicembre 2006 al mio diretto superiore, il sostituto Leonardo Sandri, proponevo ai miei superiori le seguenti considerazioni e linea d'azione: - Premesso che a tanti scandali nella Chiesa negli Stati Uniti, sembrava che se ne stesse per aggiungere uno di particolare gravità che riguardava un cardinale; - e che in via di diritto, trattandosi di un cardinale, in base al canone 1.405 paragrafo 1, punto 2, « ipsius Romani Pontificis dumtaxat ius est iudicandi»; - proponevo che venisse preso nei confronti del cardinale un provvedimento esemplare che potesse avere una funzione medicinale, per prevenire futuri abusi nei confronti di vittime innocenti e lenire il gravissimo scandalo per i fedeli, che nonostante tutto continuavano ad amare e credere nella Chiesa. Aggiungevo che sarebbe stato salutare che per una volta l'autorità ecclesiastica avesse a intervenire prima di quella civile e, se possibile, prima che lo scandalo fosse scoppiato sulla stampa. Ciò avrebbe potuto restituire un po' di dignità a una Chiesa così provata e umiliata per tanti abominevoli comportamenti da parte di alcuni pastori. In tal caso, l'autorità civile non si sarebbe trovata più a dover giudicare un cardinale, ma un pastore verso cui la Chiesa aveva già preso opportuni provvedimenti, per impedire che il cardinale, abusando della sua autorità, continuasse a distruggere vittime innocenti. Quel mio appunto del 6 dicembre 2006 fu trattenuto dai miei superiori e mai mi fu restituito con un'eventuale decisione superiore al riguardo. Successivamente, intorno al 21-23 aprile 2008, fu pubblicato su Internet - nel sito richardsipe.com - lo Statement for Pope Benedict XVI about the pattern of sexual abuse crisis in the United States, di Richard Sipe. Esso fu trasmesso il 24 aprile dal Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale William Levada, al cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, e fu a me consegnato un mese dopo, il successivo 24 maggio 2008. Il giorno seguente consegnavo al nuovo sostituto, Fernando Filoni, il mio appunto, comprensivo del mio precedente del 6 dicembre 2006. In esso facevo una sintesi del documento di Richard Sipe, che terminava con questo rispettoso e accorato appello a papa Benedetto XVI: «I approach Your Holiness with due reverence, but with the same intensity that motivated Peter Damian to lay out before your predecessor, pope Leo IX, a description of the condition of the clergy during his time. The problems he spoke of are similar and as great now in the United States as they were then in Rome. If Your Holiness requests, I will submit to you personally documentation of that about which I have spoken». Terminavo questo mio appunto ripetendo ai miei superiori che ritenevo si dovesse intervenire quanto prima, togliendo il cappello cardinalizio al cardinale McCarrick e infliggendogli le sanzioni stabilite dal codice di diritto canonico, le quali prevedono anche la riduzione allo stato laicale. Anche questo secondo mio appunto non fu mai restituito all'ufficio del personale, e grande era il mio sconcerto nei confronti dei superiori per l'inconcepibile assenza di ogni provvedimento nei confronti del cardinale, e per il perdurare della mancanza di ogni comunicazione nei miei riguardi fin da quel mio primo appunto del dicembre 2006. Ma finalmente seppi con certezza, tramite il cardinale Giovanni Battista Re, allora Prefetto della Congregazione per i vescovi, che il coraggioso e meritevole statement di Richard Sipe aveva avuto il risultato auspicato. Papa Benedetto XVI aveva comminato al cardinale McCarrick sanzioni simili a quelle ora inflittegli da papa Francesco: il cardinale doveva lasciare il seminario in cui abitava, gli veniva proibito di celebrare in pubblico, di partecipare a pubbliche riunioni, di dare conferenze, di viaggiare, con obbligo di dedicarsi a una vita di preghiera e di penitenza. Non mi è noto quando papa Benedetto abbia preso nei confronti di McCarrick questi provvedimenti, se nel 2009 o nel 2010, perché nel frattempo ero stato trasferito al Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, così come non mi è dato sapere chi sia stato responsabile di questo incredibile ritardo. Non credo certo papa Benedetto, il quale da cardinale aveva già più volte denunciato la corruzione presente nella Chiesa, e nei primi mesi del suo pontificato aveva preso ferma posizione contro l'ammissione in seminario di giovani con profonde tendenze omosessuali. Ritengo che ciò fosse dovuto all'allora primo collaboratore del Papa, cardinale Tarcisio Bertone, notoriamente favorevole a promuovere omosessuali in posti di responsabilità, e solito gestire le informazioni che riteneva opportuno far pervenire al Papa. In ogni caso, quello che è certo è che papa Benedetto inflisse a McCarrick le suddette sanzioni canoniche, e che esse gli furono comunicate dal nunzio apostolico negli Stati Uniti, Pietro Sambi. Monsingor Jean François Lantheaume, allora primo consigliere della nunziatura a Washington e Chargé d'affaires ad interim dopo la morte inaspettata del nunzio Sambi a Baltimora, mi riferì quando giunsi a Washington - ed egli è pronto a darne testimonianza - di un colloquio burrascoso, di oltre un'ora, del nunzio Sambi con il cardinale McCarrick convocato in nunziatura: «La voce del nunzio», mi disse monsignor Lantheaume, «si sentiva fin nel corridoio». Le medesime disposizioni di papa Benedetto furono poi comunicate anche a me dal nuovo Prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Marc Ouellet, nel novembre 2011 in un colloquio prima della mia partenza per Washington, fra le istruzioni della medesima Congregazione al nuovo nunzio. A mia volta le ribadii al cardinale McCarrick al mio primo incontro con lui in nunziatura. Il cardinale, farfugliando in modo appena comprensibile, ammise di aver forse commesso l'errore di aver dormito nello stesso letto con qualche seminarista nella sua casa al mare, ma me lo disse come se ciò non avesse alcuna importanza. I fedeli si chiedono insistentemente come sia stata possibile la sua nomina a Washington e a cardinale, e hanno pieno diritto di sapere chi fosse a conoscenza, chi abbia coperto i suoi gravi misfatti. È perciò mio dovere rendere noto quanto so al riguardo, incominciando dalla Curia romana. Il cardinale Angelo Sodano è stato Segretario di Stato fino al settembre 2006: ogni informazione perveniva a lui. Nel novembre 2000 il nunzio Montalvo inviò a lui il suo rapporto trasmettendogli la già citata lettera di padre Boniface Ramsey in cui denunciava i gravi abusi commessi da McCarrick. È noto che Sodano cercò di coprire fino all'ultimo lo scandalo di padre Marcial Maciel, rimosse persino il nunzio a Città del Messico, Justo Mullor, che si rifiutava di essere complice delle sue manovre di copertura di Maciel e al suo posto nominò Sandri, allora nunzio in Venezuela, ben disposto invece a collaborare. Sodano giunse anche a far fare un comunicato alla sala stampa vaticana in cui si affermava il falso, che cioè papa Benedetto aveva deciso che il caso Maciel doveva ormai considerarsi chiuso. Benedetto reagì, nonostante la strenua difesa da parte di Sodano, e Maciel fu giudicato colpevole e irrevocabilmente condannato. Fu la nomina a Washington e a cardinale di McCarrick opera di Sodano, quando Giovanni Paolo II era già molto malato? Non ci è dato saperlo. È però lecito pensarlo, ma non credo che sia stato il solo responsabile. McCarrick andava con molta frequenza a Roma e si era fatto amici dappertutto, a tutti i livelli della Curia. Se Sodano aveva protetto Maciel, come appare sicuro, non si vede perché non lo avrebbe fatto per McCarrick, che a detta di molti aveva i mezzi anche finanziari per influenzare le decisioni. Alla sua nomina a Washington si era invece opposto l'allora Prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Giovanni Battista Re. Alla nunziatura di Washington c'è un biglietto, scritto di suo pugno, in cui il cardinale Re si dissocia da detta nomina e afferma che McCarrick era il quattordicesimo nella lista per la provvista di Washington. Al cardinale Tarcisio Bertone, come Segretario di Stato, fu indirizzato il rapporto del nunzio Sambi, con tutti gli allegati, e a lui furono presumibilmente consegnati dal sostituto i miei due sopra citati appunti del 6 dicembre 2006 e del 25 maggio 2008. Come già accennato, il cardinale non aveva difficoltà a presentare insistentemente per l'episcopato candidati notoriamente omosessuali attivi - cito solo il noto caso di Vincenzo di Mauro, nominato arcivescovo-vescovo di Vigevano, poi rimosso perché insidiava i suoi seminaristi - e a filtrare e manipolare le informazioni che faceva pervenire a papa Benedetto. Il cardinale Pietro Parolin, attuale Segretario di Stato, si è reso anch'egli complice di aver coperto i misfatti di McCarrick, il quale dopo l'elezione di papa Francesco si vantava apertamente dei suoi viaggi e missioni in vari continenti. Nell'aprile 2014 il Washington Times aveva riferito in prima pagina di un viaggio di McCarrick nella Repubblica Centroafricana, per giunta a nome del Dipartimento di Stato. Come Nunzio a Washington, scrissi perciò al cardinale Parolin chiedendogli se erano ancora valide le sanzioni comminate a McCarrick da papa Benedetto. Ça va sans dire che la mia lettera non ebbe mai alcuna risposta! Lo stesso si dica per il cardinale William Levada, già Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e per i cardinali Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i vescovi, e Lorenzo Baldisseri, già segretario della medesima Congregazione per i vescovi, e l'arcivescovo Ilson de Jesus Montanari, attuale segretario della medesima Congregazione. Essi, in ragione del loro ufficio, erano al corrente delle sanzioni imposte da papa Benedetto a McCarrick. I cardinali Leonardo Sandri, Fernando Filoni e Angelo Becciu, come sostituti della Segreteria di Stato, hanno saputo in tutti i particolari la situazione del cardinale McCarrick. Così pure non potevano non sapere i cardinali Giovanni Lajolo e Dominique Mamberti, che, come Segretari per i rapporti con gli Stati, partecipavano più volte alla settimana a riunioni collegiali con il Segretario di Stato. Per quanto riguarda la Curia romana per ora mi fermo qui, anche se sono ben noti i nomi di altri prelati in Vaticano, anche molto vicini a papa Francesco, come il cardinale Francesco Coccopalmerio e l'arcivescovo Vincenzo Paglia, che appartengono alla corrente filo omosessuale favorevole a sovvertire la dottrina cattolica a riguardo dell'omosessualità, corrente già denunciata fin dal 1986 dal cardinale Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, nella Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali. Alla medesima corrente, seppur con una ideologia diversa, appartengono anche i cardinali Edwin Frederick O'Brien e Renato Raffaele Martino. Altri poi, appartenenti a detta corrente, risiedono persino alla Domus Sanctae Marthae. Vengo ora agli Stati Uniti. Ovviamente, il primo a essere stato informato dei provvedimenti presi da papa Benedetto fu il successore di McCarrick alla sede di Washington, il cardinale Donald Wuerl, la cui situazione è ora del tutto compromessa dalle recenti rivelazioni sul suo comportamento come vescovo di Pittsburgh. È assolutamente impensabile che il nunzio Sambi, persona altamente responsabile, leale, diretto ed esplicito nel suo modo di essere da vero romagnolo, non gliene abbia parlato. In ogni caso, io stesso venni in più occasioni sull'argomento con il cardinale Wuerl, e non ci fu certo bisogno che entrassi in particolari perché mi fu subito evidente che ne era pienamente al corrente. Ricordo poi in particolare il fatto che dovetti richiamare la sua attenzione perché mi accorsi che in una pubblicazione dell'arcidiocesi, sulla copertina posteriore a colori, veniva annunciato un invito ai giovani che ritenevano di avere la vocazione al sacerdozio a un incontro con il cardinale McCarrick. Telefonai subito al cardinale Wuerl, che mi manifestò la sua meraviglia, dicendomi che non sapeva nulla di quell'annuncio e che avrebbe provveduto ad annullare detto incontro. Se, come ora continua ad affermare, non sapeva nulla degli abusi commessi da McCarrick e dei provvedimenti presi da papa Benedetto, come si spiega la sua risposta? Le sue recenti dichiarazioni in cui afferma di non aver saputo nulla, anche se all'inizio furbescamente riferite ai risarcimenti alle due vittime, sono assolutamente risibili. Il cardinale mente spudoratamente e per di più induce a mentire anche il suo cancelliere, monsignor Antonicelli. Del resto, già in altra occasione il cardinale Wuerl aveva chiaramente mentito. A seguito di un evento moralmente inaccettabile autorizzato dalle autorità accademiche della Georgetown university, avevo richiamato l'attenzione del suo presidente, dottor John DeGioia, indirizzandogli due successive lettere. Prima di inoltrarle al destinatario, per correttezza, ne consegnai personalmente copia al cardinale con una mia lettera di accompagnamento. Il cardinale mi disse che non ne era al corrente. Si guardò bene però di accusare ricevimento delle mie due lettere, contrariamente a quanto puntualmente era solito fare. Poi seppi che detto evento alla Georgetown aveva avuto luogo da sette anni. Ma il cardinale non ne sapeva nulla! Il cardinale Wuerl inoltre, ben sapendo dei continui abusi commessi dal cardinale McCarrick e delle sanzioni impostegli da papa Benedetto, trasgredendo l'ordine del Papa gli permise di risiedere in un seminario in Washington D.C. Mise così a rischio altri seminaristi. Il vescovo Paul Bootkoski, emerito di Metuchen, e l'arcivescovo John Myers, emerito di Newark, coprirono gli abusi commessi da McCarrick nelle loro rispettive diocesi e risarcirono due delle sue vittime. Non possono negarlo, e devono essere interrogati perché rivelino ogni circostanza e responsabilità al riguardo. Il cardinale Kevin Farrell, intervistato recentemente dai media, ha anch'egli affermato di non avere avuto il minimo sentore degli abusi commessi da McCarrick. Tenuto conto del suo curriculum a Washington, a Dallas e ora a Roma, credo che nessuno possa onestamente credergli. Non so se gli sia mai stato chiesto se sapesse dei crimini di Maciel. Se dovesse negarlo, qualcuno forse gli crederebbe, atteso che egli ha occupato compiti di responsabilità come membro dei Legionari di Cristo? Del cardinale Sean O'Malley mi limito a dire che le sue ultime dichiarazioni sul caso McCarrick sono sconcertanti, anzi hanno oscurato totalmente la sua trasparenza e credibilità. La mia coscienza mi impone poi di rivelare fatti che ho vissuto in prima persona, riguardanti papa Francesco, che hanno una valenza drammatica, e che come vescovo, condividendo la responsabilità collegiale di tutti i vescovi verso la Chiesa universale, non mi permettono di tacere, e che qui affermo, disposto a confermarli sotto giuramento chiamando Dio come mio testimone. Negli ultimi mesi del suo pontificato papa Benedetto XVI aveva convocato a Roma una riunione di tutti i nunzi apostolici, come avevano già fatto Paolo VI e San Giovanni Paolo II in più occasioni. La data fissata per l'udienza con il Papa era venerdì 21 giugno 2013. Papa Francesco mantenne questo impegno preso dal suo predecessore. Naturalmente anch'io venni a Roma da Washington. Si trattava del mio primo incontro con il nuovo Papa, eletto solo tre mesi prima, dopo la rinuncia di papa Benedetto. La mattina di giovedì 20 giugno 2013 mi recai alla Domus Sanctae Marthae, per unirmi ai miei colleghi che erano ivi alloggiati. Appena entrato nella hall mi incontrai con il cardinal McCarrick, che indossava la veste filettata. Lo salutai con rispetto come sempre avevo fatto. Egli mi disse immediatamente con un tono fra l'ambiguo e il trionfante: «Il Papa mi ha ricevuto ieri, domani vado in Cina». Allora nulla sapevo della sua lunga amicizia con il cardinale Bergoglio, e della parte di rilievo che aveva giocato per la sua recente elezione, come lo stesso McCarrick avrebbe successivamente rivelato in una conferenza alla Villanova university e in un'intervista al Catholic National Reporter, né avevo mai pensato al fatto che aveva partecipato agli incontri preliminari del recente conclave, e al ruolo che aveva potuto avere come elettore in quello del 2005. Non colsi perciò immediatamente il significato del messaggio criptato che McCarrick mi aveva comunicato, ma che mi sarebbe diventato evidente nei giorni immediatamente successivi. Il giorno dopo ebbe luogo l'udienza con papa Francesco. Dopo il discorso, in parte letto e in parte pronunciato a braccio, il Papa volle salutare uno a uno tutti i nunzi. In fila indiana, ricordo che io rimasi fra gli ultimi. Quando fu il mio turno, ebbi appena il tempo di dirgli «sono il nunzio negli Stati Uniti», che senza alcun preambolo mi investì con tono di rimprovero con queste parole: «I vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati! Devono essere dei pastori!». Naturalmente non ero in condizione di chiedere spiegazioni sul significato delle sue parole e del modo aggressivo con cui mi aveva apostrofato. Avevo in mano un libro in portoghese che il cardinale O'Malley mi aveva consegnato per il Papa qualche giorno prima, dicendomi: «Così ripassa il portoghese prima di andare a Rio, per la Giornata mondiale della gioventù». Glielo consegnai subito, liberandomi così da quella situazione estremamente sconcertante e imbarazzante. Al termine dell'udienza il Papa annunziò: «Chi di voi domenica prossima è ancora a Roma è invitato a concelebrare con me alla Domus Sanctae Marthae». Io naturalmente pensai di restare, per chiarire quanto prima cosa il Papa avesse inteso dirmi. Domenica 23 giugno, prima della concelebrazione con il Papa, chiesi a monsignor Battista Ricca, che come responsabile della casa ci aiutava a indossare i paramenti, se poteva chiedere al Papa se nel corso della settimana seguente avrebbe potuto ricevermi. Come avrei potuto ritornare a Washington senza aver chiarito ciò che il Papa voleva da me? Terminata la messa, mentre il Papa salutava i pochi laici presenti, monsignor Fabian Pedacchio, il suo segretario argentino, venne da me e mi disse: «Il Papa mi ha detto di chiederle se lei è libero adesso!». Naturalmente gli risposi che ero a disposizione del Papa e che lo ringraziavo di volermi ricevere subito. Il Papa mi condusse al primo piano nel suo appartamento e mi disse: «Abbiamo 40 minuti prima dell'Angelus». Iniziai io la conversazione, chiedendogli che cosa avesse inteso dirmi con le parole che mi aveva rivolto quando l'avevo salutato, il venerdì precedente. E il Papa, con un tono ben diverso, amichevole, quasi affettuoso, mi disse: «Sì, i vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, non devono essere di destra come l'arcivescovo di Filadelfia (il Papa non mi fece il nome dell'arcivescovo), devono essere dei pastori; e non devono essere di sinistra», e aggiunse, alzando tutte e due le braccia: «E quando dico di sinistra, intendo dire omosessuali». Naturalmente mi sfuggì la logica della correlazione fra essere di sinistra ed essere omosessuali, ma non aggiunsi altro. Subito dopo il Papa mi chiese con tono accattivante: «Il cardinale McCarrick com'è?». Io gli risposi con tutta franchezza, e se volete con tanta ingenuità: «Santo Padre, non so se lei conosce il cardinale McCarrick, ma se chiede alla Congregazione per i vescovi c'è un dossier grande così su di lui. Ha corrotto generazioni di seminaristi e di sacerdoti, e papa Benedetto gli ha imposto di ritirarsi a una vita di preghiera e di penitenza». Il Papa non fece il minimo commento a quelle mie parole tanto gravi, e non mostrò sul suo volto alcuna espressione di sorpresa, come se la cosa gli fosse già nota da tempo, e cambiò subito di argomento. Ma allora, con quale finalità il Papa mi aveva posto quella domanda: «Il cardinal McCarrick com'è?». Evidentemente voleva accertarsi se fossi alleato di McCarrick o no. Rientrato a Washington, tutto mi divenne molto chiaro, grazie anche a un nuovo fatto accaduto solo pochi giorni dopo il mio incontro con papa Francesco. Alla presa di possesso della diocesi di El Paso da parte del nuovo vescovo Mark Seitz, il 9 luglio 2013, inviai il primo consigliere, monsignor Jean François Lantheaume, mentre io quel medesimo giorno andai a Dallas per un incontro internazionale di bioetica. Di ritorno, monsignor Lantheaume mi riferì che a El Paso aveva incontrato il cardinale McCarrick, il quale, presolo in disparte, gli aveva detto quasi le stesse parole che il Papa aveva detto a me a Roma: «I vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, non devono essere di destra, devono essere dei pastori…». Rimasi esterrefatto! Era perciò chiaro che le parole di rimprovero che papa Francesco mi aveva rivolto quel 21 giugno 2013 gli erano state messe in bocca il giorno prima dal cardinale McCarrick. Anche la menzione da parte del Papa «non come l'arcivescovo di Filadelfia» conduceva a McCarrick, perché fra i due c'era stato un forte diverbio a riguardo dell'ammissione alla comunione dei politici favorevoli all'aborto: McCarrick aveva manipolato nella sua comunicazione ai vescovi una lettera dell'allora cardinale Ratzinger che proibiva di dare loro la comunione. Di fatto, poi, sapevo quanto certi cardinali come Roger Mahony, William Levada e Wuerl, fossero strettamente legati a McCarrick, avessero osteggiato le nomine più recenti fatte da papa Benedetto, per sedi importanti come Filadelfia, Baltimora, Denver e San Francisco. Non contento della trappola che mi ha aveva teso in 23 giugno 2013 chiedendomi di McCarrick, solo qualche mese dopo, nell'udienza che mi concesse il 10 ottobre 2013,papa Francesco me ne pose una seconda, questa volta a riguardo di un suo secondo protetto, il cardinale Donald Wuerl. Mi chiese: «Il cardinale Wuerl com'è, buono o cattivo?». «Santo Padre», gli risposi, «non le dirò se è buono o cattivo, ma le riferirò due fatti». Sono quelli a cui ho già sopra accennato, che riguardano la noncuranza pastorale di Wuerl per le deviazioni aberranti alla Georgetown university e l'invito da parte dell'arcidiocesi di Washington a giovani aspiranti al sacerdozio a un incontro con McCarrick! Anche questa seconda volta il Papa non manifestò alcuna reazione. Era poi evidente che, a partire dalla elezione di papa Francesco, McCarrick, ormai sciolto da ogni costrizione, si era sentito libero di viaggiare continuamente, di dare conferenze e interviste. In un gioco di squadra con il cardinale Rodriguez Maradiaga era diventato il kingmaker per le nomine in Curia e negli Stati Uniti, e il consigliere più ascoltato in Vaticano per i rapporti con l'amministrazione Obama. Così si spiega il fatto che, come membri della Congregazione per i vescovi, il Papa sostituì il cardinale Raymond Burke con Wuerl e vi nominò immediatamente Blase Cupich, fatto poi subito cardinale. Con tali nomine, la nunziatura a Washington era ormai fuori gioco per la nomina dei vescovi. Per giunta, nominò il brasiliano Ilson de Jesus Montanari - grande amico del suo segretario privato argentino Fabian Pedacchio - segretario della medesima Congregazione per i vescovi e segretario del Collegio dei cardinali, promuovendolo in un sol balzo da semplice officiale di quel dicastero ad arcivescovo segretario. Cosa mai vista per un incarico così importante! Le nomine di Blase Cupich a Chicago e di William Tobin a Newark sono state orchestrate da McCarrick, Maradiaga e Wuerl, uniti da un patto scellerato di abusi del primo e quantomeno di coperture di abusi da parte degli altri due. I loro nominativi non figuravano fra quelli presentati dalla nunziatura per Chicago e per Newark. Di Cupich non può certo sfuggire l'ostentata arroganza e sfrontatezza nel negare l'evidenza ormai palese a tutti: che cioè l'80% degli abusi riscontrati è stato nei confronti di giovani adulti da parte di omosessuali in rapporto di autorità verso le loro vittime. Nel discorso che fece alla presa di possesso della sede di Chicago, a cui ero presente come rappresentante del Papa, Cupich disse, come battuta di spirito, che certo non ci si doveva aspettare dal nuovo arcivescovo che camminasse sulle acque. Sarebbe forse sufficiente che fosse capace di restare con i piedi per terra e che non cercasse di capovolgere la realtà, accecato dalla sua ideologia pro gay, come ha affermato in una recente intervista ad America. Ostentando la sua particolare competenza in materia - essendo stato presidente del Committee on protection of children and young people della Uscb - ha asserito che il problema principale nella crisi degli abusi sessuali da parte del clero non è l'omosessualità, e che affermarlo è solo un modo per distogliere l'attenzione dal vero problema che è il clericalismo. A sostegno di questa sua tesi, Cupich ha fatto «stranamente» riferimento ai risultati di una ricerca fatta nell'apice della crisi di abusi sessuali nei confronti di minori dell'inizio degli anni 2000, mentre ha ignorato «candidamente» che i risultati di quell'indagine furono totalmente smentiti dai successivi rapporti indipendenti del John Jay college of criminal justice del 2004 e del 2011, in cui si concludeva che nei casi di abusi sessuali l'81% delle vittime erano maschi. Infatti, padre Hans Zollner S.J., vicerettore della Pontificia università gregoriana, presidente del Centre for child protection, membro della Pontificia commissione per la protezione dei minori, ha recentemente dichiarato al giornale La Stampa che «nella maggior parte dei casi si tratta di abusi omosessuali». Anche la nomina, poi, di Robert McElroy a San Diego fu pilotata dall'alto, con un ordine perentorio cifrato, a me come nunzio, dal cardinale Parolin: «Riservi la sede di San Diego per McElroy». Anche McElroy ben sapeva degli abusi commessi da McCarrick, come risulta da una lettera indirizzatagli da Richard Sipe il 28 luglio 2016. A questi personaggi sono strettamente associati individui appartenenti in particolare all'ala deviata della Compagnia di Gesù, purtroppo oggi maggioritaria, che già era stata motivo di gravi preoccupazioni per Paolo VI e per i successivi pontefici. Basti solo pensare a padre Robert Drinan S.J., eletto quattro volte alla Camera dei rappresentanti, accanito sostenitore dell'aborto, o a padre Vincent O'Keefe S.J., fra i principali promotori del documento The Land o' lakes statement del 1967, che ha gravemente compromesso l'identità cattolica delle università e dei collegi negli Stati Uniti. Si noti che anche McCarrick, allora presidente dell'università cattolica del Portorico, partecipò a quell'infausta impresa, così deleteria per la formazione delle coscienze della gioventù americana, strettamente associato com'era all'ala deviata dei gesuiti. Padre James Martin S.J., osannato dai personaggi sopra menzionati, in particolare da Cupich, Tobin, Farrell e McElroy, nominato consultore del dicastero per le comunicazioni, noto attivista che promuove l'agenda Lgbt, prescelto per corrompere i giovani che si raduneranno prossimamente a Dublino per l'incontro mondiale delle famiglie, altro non è se non un triste recente esemplare di quell'ala deviata della Compagnia di Gesù. Papa Francesco ha chiesto più volte totale trasparenza nella Chiesa e a vescovi e fedeli di agire con parresia. I fedeli di tutto il mondo la esigono anche da lui in modo esemplare. Dica da quando ha saputo dei crimini commessi da McCarrick abusando della sua autorità con seminaristi e sacerdoti. In ogni caso, il Papa lo ha saputo da me il 23 giugno 2013 e ha continuato a coprirlo, non ha tenuto conto delle sanzioni che gli aveva imposto papa Benedetto e ne ha fatto il suo fidato consigliere insieme con Maradiaga. Quest'ultimo si sente così sicuro della protezione del Papa che può cestinare come «pettegolezzi» gli appelli accorati di decine di suoi seminaristi, che trovarono il coraggio di scrivergli dopo che uno di loro aveva cercato di suicidarsi per gli abusi omosessuali nel seminario. Ormai i fedeli hanno ben capito la strategia di Maradiaga: insultare le vittime per salvare sé stesso, mentire a oltranza per coprire una voragine di abusi di potere, di cattiva gestione nell'amministrazione dei beni della Chiesa, di disastri finanziari anche nei confronti di intimi amici, come nel caso dell'ambasciatore dell'Honduras Alejandro Valladares, già decano del corpo diplomatico presso la Santa Sede. Nel caso del già vescovo ausiliare Juan José Pineda, dopo l'articolo apparso sul settimanale L'Espresso nel febbraio scorso, Maradiaga aveva dichiarato al giornale Avvenire: «È stato il mio vescovo ausiliare Pineda a chiedere la visita, in modo da “pulire" il suo nome a seguito di molte calunnie di cui è stato oggetto». Ora, di Pineda si è pubblicato unicamente che le sue dimissioni sono state semplicemente accettate, facendo così sparire nel nulla qualsiasi eventuale responsabilità sua e di Maradiaga. In nome della trasparenza dal Papa tanto conclamata, si renda pubblico il rapporto che il «visitatore», il vescovo argentino Alcides Casaretto, ha consegnato più di un anno fa solo e direttamente al Papa. Infine, anche la recente nomina a sostituto dell'arcivescovo Edgar Peña Parra ha una connessione con l'Honduras, cioè con Maradiaga. Peña Parra infatti dal 2003 al 2007 ha prestato servizio presso la nunziatura di Tegucigalpa in qualità di consigliere. Come delegato per le Rappresentanze pontificie mi erano pervenute informazioni preoccupanti a suo riguardo. In Honduras si sta per ripetere uno scandalo immane come quello in Cile. Il Papa difende a oltranza il suo uomo, il cardinale Rodriguez Maradiaga, come aveva fatto in Cile con il vescovo Juan de la Cruz Barros, che lui stesso aveva nominato vescovo di Osorno, contro il parere dei vescovi cileni. Prima ha insultato le vittime degli abusi, poi, solo quando vi è stato costretto dal clamore dei media, dalla rivolta delle vittime e dei fedeli cileni, ha riconosciuto il suo errore e si è scusato, pur affermando che era stato mal informato, provocando una situazione disastrosa nella Chiesa in Cile, ma continuando a proteggere i due cardinali cileni Francisco Errazuriz e Ricardo Ezzati. Anche nella triste vicenda di McCarrick, il comportamento di papa Francesco non è stato diverso. Sapeva perlomeno dal 23 giugno 2013 che McCarrick era un predatore seriale. Pur sapendo che era un corrotto, lo ha coperto a oltranza, anzi ha fatto propri i suoi consigli non certo ispirati da sane intenzioni né da amore per la Chiesa. Solo quando vi è stato costretto dalla denuncia di un abuso di un minore, sempre in funzione del plauso dei media, ha preso provvedimenti nei suoi confronti per salvare la sua immagine mediatica. Ora negli Stati Uniti c'è un coro che si leva specialmente dai fedeli laici, a cui ultimamente si sono uniti alcuni vescovi e sacerdoti: chiedono che tutti quelli che hanno coperto con il loro silenzio il comportamento criminale di McCarrick o che si sono serviti di lui per fare carriera o promuovere i loro intenti, ambizioni e il loro potere nella Chiesa si dimettano. Ma ciò non sarà sufficiente per sanare la situazione di gravissimi comportamenti immorali da parte del clero, vescovi e sacerdoti. Occorre proclamare un tempo di conversione e di penitenza. Occorre recuperare nel clero e nei seminari la virtù della castità. Occorre lottare contro la corruzione dell'uso improprio delle risorse della Chiesa e delle offerte dei fedeli. Occorre denunciare la gravità della condotta omosessuale. Occorre sradicare le reti di omosessuali esistenti nella Chiesa, come ha recentemente scritto Janet Smith, professoressa di teologia morale nel Sacred Heart major seminary di Detroit. «Il problema degli abusi del clero», ha scritto, «non potrà essere risolto semplicemente con le dimissioni di alcuni vescovi, né tanto meno con nuove direttive burocratiche. Il centro del problema sta nelle reti omosessuali nel clero che devono essere sradicate». Queste reti di omosessuali, ormai diffuse in molte diocesi, seminari, ordini religiosi, eccetera, agiscono coperte dal segreto e dalla menzogna con la potenza dei tentacoli di una piovra e stritolano vittime innocenti, vocazioni sacerdotali e stanno strangolando l'intera Chiesa. Imploro tutti, in particolare i vescovi, di rompere il silenzio per sconfiggere questa cultura di omertà così diffusa, di denunciare ai media e alle autorità civili i casi di abusi di cui sono a conoscenza. Ascoltiamo il messaggio più potente che ci ha lasciato in eredità San Giovanni Paolo II: «Non abbiate paura! Non abbiate paura!». Papa Benedetto nell'omelia dell'Epifania del 2008 ci ricordava che il disegno di salvezza del Padre si è pienamente rivelato e realizzato nel mistero della morte e risurrezione di Cristo, ma richiede di essere accolto dalla storia umana, che rimane sempre storia di fedeltà da parte di Dio e purtroppo anche di infedeltà da parte di noi uomini. La Chiesa, depositaria della benedizione della nuova alleanza, siglata nel sangue dell'Agnello, è santa ma composta di peccatori, come scrisse Sant'Ambrogio: la Chiesa è «immaculata ex maculatis», è santa e senza macchia pur essendo composta nel suo itinerario terreno da uomini macchiati di peccato. Voglio ricordare questa verità indefettibile della santità della Chiesa ai tanti che sono rimasti così profondamente scandalizzati dagli abominevoli e sacrileghi comportamenti del già arcivescovo di Washington, Theodore McCarrick, dalla grave, sconcertante e peccaminosa condotta di papa Francesco e dall'omertà di tanti pastori, e che sono tentati di abbandonare la Chiesa deturpata da tante ignominie. Papa Francesco all'Angelus di domenica 12 agosto 2018 ha pronunciato queste parole: «Ognuno è colpevole del bene che poteva fare e non ha fatto… Se non ci opponiamo al male, lo alimentiamo in modo tacito. È necessario intervenire dove il male si diffonde; perché il male si diffonde dove mancano cristiani audaci che si oppongono con il bene». Se questa, giustamente, è da considerarsi una grave responsabilità morale per ogni fedele, quanto più grave lo è per il supremo pastore della Chiesa, il quale nel caso di McCarrick non solo non si è opposto al male ma si è associato nel compiere il male con chi sapeva essere profondamente corrotto, ha seguito i consigli di chi ben sapeva essere un perverso, moltiplicando così in modo esponenziale con la sua suprema autorità il male operato da McCarrick. E quanti altri cattivi pastori Francesco sta ancora continuando ad appoggiare nella loro azione di distruzione della Chiesa! Francesco sta abdicando al mandato che Cristo diede a Pietro di confermare i fratelli. Anzi con la sua azione li ha divisi, li induce in errore, incoraggia i lupi nel continuare a dilaniare le pecore del gregge di Cristo. In questo momento estremamente drammatico per la Chiesa universale riconosca i suoi errori e in coerenza con il conclamato principio di tolleranza zero, papa Francesco sia il primo a dare il buon esempio a cardinali e vescovi che hanno coperto gli abusi di McCarrick e si dimetta insieme a tutti loro. Seppur nello sconcerto e nella tristezza per l'enormità di quanto sta accadendo, non perdiamo la speranza! Ben sappiamo che la grande maggioranza dei nostri pastori vivono con fedeltà e dedizione la propria vocazione sacerdotale. È nei momenti di grande prova che la grazia del Signore si rivela sovrabbondante e mette la sua misericordia senza limiti a disposizione di tutti; ma è concessa solo a chi è veramente pentito e propone sinceramente di emendarsi. Questo è il tempo opportuno per la Chiesa, per confessare i propri peccati, per convertirsi e fare penitenza. Preghiamo tutti per la Chiesa e per il Papa, ricordiamoci di quante volte ci ha chiesto di pregare per lui! Rinnoviamo tutti la fede nella Chiesa nostra madre: «Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica». Cristo non abbandonerà mai la sua Chiesa! L'ha generata nel suo sangue e la rianima continuamente con il suo Spirito! Maria, madre della Chiesa, prega per noi! Maria Vergine Regina, madre del Re della gloria, prega per noi! Roma, 22 Agosto 2018
I funerali di Youssef Abanoub, il ragazzo ucciso a La Spezia da un coetaneo di origine marocchina. Nel riquadro, Kiro Attia Ayman, il cugino della vittima (Ansa)
Anche Kiro ha origini straniere. Sul suo profilo Facebook compare una bandiera egiziana al fianco di quella italiana. Dunque conosce bene i dilemmi identitari e i problemi delle cosiddette seconde e terze generazioni. Giovedì, parlando a Ore 14 Sera di Milo Infante, su Raidue, è stato chiarissimo a riguardo. Già il suo esordio è stato sorprendente. La telecamera lo inquadrava e dietro di lui si vedevano una croce e un’immagine della Madonna, segno evidente della religione cristiana copta, che a quanto pare ha avuto un ruolo rilevante nella formazione del ragazzo. «Nonostante questo momento difficile per noi e per tutti quanti», ha iniziato Kiro, «mi sono sentito in dovere di ringraziare tutte le forze dell’ordine, tutti gli uomini e le donne che indossano una divisa, che in questa settimana sono stati di un grandissimo supporto. I loro occhi parlavano chiaro, dicevano “Kiro ce la fai, vai avanti, siamo tutti con te”». Caspita: un giovane che ringrazia le forze dell’ordine per il loro lavoro, gesto decisamente inedito da cui pure qualche politico dovrebbe prendere esempio. Ma attenti che il meglio deve ancora venire. Milo Infante ha posto a Kiro una domanda diretta e cristallina: «Chi oggi porta un coltello in tasca, chi è un pericolo per la sicurezza?». Kiro ha risposto con saggezza: «In base alla mia esperienza purtroppo», ha detto, «ci sono tantissimi giovani che girano sempre con dei coltelli in tasca con la scusa di doversi difendere. Ma se si mettessero tutti d’accordo e dicessero “il coltello non ce lo portiamo così non ci dobbiamo difendere da nessuno”, probabilmente questo fenomeno diminuirebbe». Subito dopo, Kiro ha fatto affermazioni spiazzanti, almeno per l’intellettuale italico medio.
«Il problema», ha spiegato, «non è solo quello del coltello, ci sono altri problemi. I problemi possono riguardare la cultura dei ragazzi e soprattutto il modo in cui sono stati educati in casa. Purtroppo c’è questa cultura del coltello che in alcuni Paesi è normale. Per loro è normale utilizzarli, un po’ come per noi magari è normale uscire con il telefono. Per loro uscire con un coltello o qualsiasi arma che possa offendere qualsiasi altra persona è un gesto di normalità». A quel punto, Infante lo ha incalzato: «Ma quando dici “loro” a chi ti riferisci, ai cosiddetti maranza?». Risposta di Kiro: «Hai detto benissimo Milo, proprio i maranza, le baby gang, proprio loro, che da quando sono aumentati è aumentato anche questo fenomeno qui dei coltelli».
Ma pensa, il giovane di origini egiziane spiega che ci sono altri ragazzi stranieri che hanno una cultura del coltello. Stranieri di precisa provenienza, e con abitudini note. «Sicuramente ci sono tantissimi fattori che hanno influenzato questo tipo di violenza, dalla morte di mio cugino oppure a tanti altri episodi che sentiamo ogni giorno», ha proseguito Kiro. «Se io non filtro l’immigrazione e mi porto persone che sono criminali già nel loro Paese di origine, diventano criminali anche qui. Le leggi che ci sono andavano bene fino a qualche anno fa, perché fino a qualche anno fa in una rissa si finiva con due pugni, tre punti in testa e finiva lì. Nel 2026 si portano i coltelli ed è un problema. Nel 2030 probabilmente la gente andrà in giro con le armi, se già non lo fanno». Davvero incredibile. Kiro non parla di disagio, non ripete frasi strappacuore su integrazione e ascolto. Lui l’integrazione la vive, e non gli piacciono né l’immigrazione di massa né i maranza che girano armati. E più parla, più chiede rigore e sicurezza. «Se io esco con un grammo di droga e la polizia mi ferma, mi fa un foglio di possesso e finita lì la storia», insiste Kiro. «Ma penso che servano misure molto restrittive: mi fermano con un grammo di droga? Allora mi sospendono la patente, mi ritirano il passaporto, devono limitare la mia libertà». Sono parole di un «nuovo italiano» che non invita alla guerra ma al disarmo, epperò chiede rigore e rispetto delle regole. Non piange sull’integrazione mancata, è integrato con serietà e garbo. Volete più ascolto? Cominciate ascoltando lui.
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A dicembre scorso nei penitenziari della penisola erano trattenute 63.198 persone, ovvero all’incirca un millesimo del totale dei residenti. Ma dalla cifra complessiva fornita dal ministero della Giustizia è necessario scorporare 20.076 carcerati stranieri. In pratica, se dovessimo guardare ai soli detenuti italiani, non soltanto saremmo in linea con la situazione di 30 anni fa, ma avremmo quasi risolto il problema del sovraffollamento.
Che un terzo dei carcerati (con condanna definitiva o in attesa di giudizio) sia straniero è ormai un dato costante nel tempo che si ripete almeno dai primi anni Duemila. Infatti, se all’inizio dell’ultimo decennio del secolo scorso la cifra si era assestata intorno al 15 per cento, poi, in seguito all’aumento dei flussi migratori, è raddoppiata superando il 30 e da allora oscilla sopra quella soglia di qualche punto percentuale. Fin qui nulla di nuovo e neppure di sorprendente. Però è necessario scandagliare il totale dei detenuti stranieri, perché se lo si fa si scoprono cose interessanti. Infatti, di quei 20.000 carcerati quasi 14.000 sono musulmani. Sì, avete letto bene. Nonostante la popolazione di religione islamica in Italia sia una minoranza rispetto al resto degli immigrati (si parla di poco più di un milione e mezzo rispetto a un totale di circa 5,4 milioni di stranieri), oltre i due terzi dei detenuti sono seguaci di Allah. Non solo: di quei 14.000, all’incirca la metà sono praticanti, nel senso che seguono alla lettera i dettami dell’islam. Del resto, dietro le sbarre ci sono ben 36 imam, che regolarmente intonano la preghiera all’interno dei penitenziari. In altre parole, nelle nostre carceri presto potremmo veder nascere delle piccole moschee e non escludo che sorga perfino un qualche minareto per invitare i fedeli - detenuti - a rivolgersi alla Mecca. La mia vi sembra una battuta? No, non sto scherzando, la prospettiva è tutt’altro che da scartare. Anche perché, nella relazione presentata dal ministro Carlo Nordio in Parlamento, oltre ai dati di cui sopra, emerge che nei primi nove mesi del 2025 i detenuti a rischio di radicalizzazione violenta dietro le sbarre erano complessivamente 194, dei quali 65 classificati come pericolosi per terrorismo e per atti di proselitismo, 61 per la vicinanza a movimenti fondamentalisti e altri 68 con un livello di insidiosità più basso. A ciò si aggiunge che, da gennaio a settembre, 37 persone si sono convertite all’islam in cella.
Andando al sodo, da tutto ciò si deduce che abbiamo un problema grande come una casa. Infatti, dietro alle sbarre non soltanto c’è una popolazione che è pari a circa un centesimo dei musulmani in Italia, ma nelle carceri sparse lungo la penisola si fa proselitismo per l’islam. A segnalarlo, oltre alla questione che in prigione ci sono 36 imam c’è anche il fatto che aumentano i detenuti che si convertono ad Allah. Insomma, è facile capire che, se si somma il problema del sovraffollamento con la forte presenza di musulmani, la metà dei quali praticanti e decine radicalizzati, i penitenziari italiani potrebbero trasformarsi in vere e proprie polveriere a rischio esplosione.
In Paesi che hanno avuto un’immigrazione più forte della nostra il pericolo è noto, ma da noi nessuno sembra aver intenzione di imparare la lezione dagli errori degli altri. Anzi, noi gli imam radicalizzati, invece di metterli in cella, li lasciamo liberi di predicare. Come è successo a Torino.
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Anna Rossomando, vicepresidente Pd del Senato, e Francesco Boccia (Ansa)
«Senza la parola “consenso” non voteremo mai quella legge», chiude la porta Anna Rossomando, vicepresidente piddina del Senato. «Il patto è da considerarsi infranto, così si torna al Medioevo», tuona Francesco Boccia, supportato da fluviali ma poco navigabili commenti di Repubblica e Stampa. La canea a orologeria che arriva da sinistra è sconfortante ma non sorprendente. In fondo è il precipitato ideologico di un sistema malato, improntato da chi gestisce il Nazareno alla contrapposizione permanente, costellata di trappole e distinguo lessicali per far scattare nuovi incendi. Che noia.
Il testo passato al vaglio di Montecitorio mostrava due punti deboli, entrambi contenuti nella frase «consenso libero attuale e continuato» che la commissione Giustizia del Senato ha evidenziato: la vaghezza del termine «continuato» che presupporrebbe la certificazione della volontarietà di un’effusione, prima, durante e dopo. Praticamente un Green pass dell’amore vidimato in continuazione. E l’inversione dell’onere della prova, che il Codice da sempre attribuisce all’accusa e che, in questo caso, avrebbe portato la legge sul terreno minato dell’incostituzionalità. Per questo era necessario un correttivo che non sposta di un millimetro l’impianto, lo spirito, lo scopo del provvedimento. Ma che è un appiglio meravigliosamente strumentale per chi vuole avvelenare il clima, rendere irrespirabile l’aria anche su un tema così eticamente alto come la violenza sulle donne. A riportare l’Italia al Medioevo (già di per sé un’idiozia da buvette) sarebbe Giulia Bongiorno, che da anni difende donne violentate, nel 2019 fu artefice della legge Codice rosso per la prevenzione del femminicidio e ha rimesso mano al testo con il semplice scopo di renderlo inattaccabile. In un’intervista al Corriere della Sera, la senatrice della Lega spiega che «il consenso libero e attuale non andava bene perché invertiva l’onere della prova, imponendo all’imputato una serie di prove a volte impossibili da fornire. Qui si valorizza la volontà della donna senza alterare le dinamiche processuali»
Il nuovo testo non lascia alcun dubbio, a meno che non si sia in malafede. Punto 1: «Il reato di violenza si realizza quando l’atto sessuale si compie contro la volontà di una persona». Punto 2: «L’atto è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa, ovvero approfittando dell’impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso». Tutto è migliorabile, ma non dovrebbero esserci dubbi sul perimetro giuridico a difesa delle donne, senza scadere in pulsioni boldriniane da proto femminismo. Quanto alle pene, per la violenza sessuale senza altre specificazioni c’è la reclusione da 4 a 10 anni. Per lo stupro commesso «mediante violenza o minaccia, abuso di autorità ovvero approfittando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica», c’è la reclusione dai 6 ai 12 anni.
Anche qui l’opposizione ha trovato il modo di salire sui banchi contestando la diminuzione delle pene rispetto all’accordo della Camera che prevedeva per tutto un range da 6 a 12 anni. Bongiorno ha dovuto spiegare: «È stata accolta una richiesta di differenziazione fra la pena senza consenso e quella con minaccia e costrizione». Sapete chi aveva chiesto la differenziazione? Il Pd. Lo stesso partito che oggi grida allo scandalo e parla di patti stracciati.
Bongiorno difende l’architettura giuridica ed è costretta a sottolineare «for dummies» che dissenso significa qualcosa di contrario alla volontà. «Si tratta di un deciso ampliamento della tutela per le vittime di violenza, come quelle con minaccia o costrizione. Con il nuovo testo si garantisce una protezione delle vittime a 360 gradi. È reato ogni atto contro la loro volontà. In più viene introdotto il reato di freezing». È il superamento di un equivoco: l’assoluzione dell’imputato perché non aveva capito quale fosse la volontà della vittima, paralizzata dalla paura. Ora anche questa curva è raddrizzata: quando la donna non manifesta la volontà perché congelata (da qui freezing) dal terrore c’è dissenso. Quindi c’è reato e c’è condanna.
Sull’uso da luna park dei termini da parte dell’opposizione, Bongiorno è chiara: «Esistono le chiacchiere ed esistono i dati oggettivi. L’accordo con Schlein riguardava la sostanza, non gli aggettivi da usare». La legge sarà votata la prossima settimana. E se la sinistra le volterà le spalle, significa che ha più a cuore la bagarre permanente che il destino delle donne violentate.
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Danila Solinas, uno dei due legali della famiglia nel bosco (Getty Images)
Danila Solinas è uno dei due legali della famiglia del bosco. Da poco si è saputo che la data della perizia è stata spostata. Non le pare un’ulteriore e ingiusta perdita di tempo avvocato?
«Il problema che si era posto inizialmente è che, su nostra specifica richiesta, era stato nominato un altro interprete. Perché è evidente che un tema così personale, così impattante in un momento di indiscutibile drammaticità doveva essere fatto rigorosamente in lingua inglese. Una questione che abbiamo sollevato sin dall’inizio dell’assunzione del mandato, visto che la madre ha delle conoscenze linguistiche assolutamente limitate, e per noi assolutamente imprescindibile. Allora era stato nominato un ulteriore interprete in aggiunta a quello nominato da noi, come consulente tecnico di parte. Ma l’interprete scelto dal tribunale aveva poi rinunciato al mandato e, dunque, ne è stato nominato un altro, che tuttavia si è detto disponibile non prima del 25 di gennaio. Anche se avevamo fatto esplicita richiesta di mantenere l’incontro iniziale calendarizzato per il 23 e di portare quindi il nostro interprete, il consulente ha ritenuto che si dovesse aspettare la disponibilità fornita dal nuovo interprete e quindi slittare al 30 l’inizio delle operazioni peritali».
Però in questo modo si perde un’altra settimana, poi ci sono 120 giorni per svolgere la perizia. Insomma, questa famiglia è separata dal 20 di novembre e comincia a diventare un bel po’ di tempo.
«Guardi, io ho avuto modo di sottolinearlo e continuo a farlo oggi con ancora più forza e convinzione: non è tanto il tempo della perizia, ma come ci si arriva. È innegabile che questi due genitori si trovino in una situazione di enorme stress, che non potrà non influire poi sull’esito della consulenza psicologica e che diventa preoccupante da questo punto di vista. C’è una madre che da più di 60 giorni si trova a vivere in una struttura protetta, che sta attraversando uno stravolgimento delle sue abitudini di vita, uno stravolgimento dei suoi affetti, che vede i figli in un tempo assolutamente limitato e che rivive, ogni giorno e a più riprese, il dramma dell’abbandono dei figli. Perché a questi figli qualcuno dovrà spiegare come mai la madre non può accedere tutte le volte che loro vogliono, qualcuno avrà l’onere di spiegare le ragioni di questo distacco».
Cosa fanno i bambini durante la giornata?
«Hanno il tempo scandito dalle regole e dal programma della struttura. Incontrano la madre in tre diversi momenti della giornata per un periodo di tempo che è assolutamente limitato. Il papà li incontra tre volte a settimana per un periodo, torno a dire, estremamente limitato. Quindi i genitori vivono una situazione che potrei definire assolutamente drammatica, e non voglio usare un altro termine perché questo corrisponde meglio degli altri alla situazione attuale».
I bambini sono stati vaccinati. Comincio a pensare che l’idea delle istituzioni sia quella di tenere i bambini nella struttura il più possibile, forse per farli abituare a un nuovo modo di vita, e poi alla fine mandarli alla scuola pubblica e normalizzarli. Sbaglio?
«Io spero che lei sbagli, credo che non sia questa la strategia. Penso ci siano stati una serie di errori macroscopici, e mi riferisco evidentemente alla cosiddetta preparazione del carteggio processuale. Detto in altri termini, di ciò che è finito sulla scrivania del Collegio giudicante. Ci aspettavamo sin dall’inizio un atteggiamento che prendesse atto delle tantissime modifiche comportamentali, o comunque di approccio, di questa famiglia che comunque resta convinta della giustezza del proprio modo di vivere e di un approccio educativo diverso. Ci si è posti con una rigidità eccessiva, in un confronto che non è mai stato dialogante. E io credo che il problema di base che poi ha determinato questa situazione sia proprio la totale mancanza di un’apertura verso la cosiddetta, mi consenta il termine, alterità culturale. Se qualcosa che viene percepito come diverso dagli stereotipi a cui siamo costantemente abituati viene letto con lo stigma della diversità, inevitabilmente l’approdo può essere soltanto uno. E allora io mi chiedo, e lo faccio senza timore, quanto il ruolo dei servizi sociali in tutta questa vicenda abbia inciso. Avrebbero forse dovuto fare un passo indietro?».
Si è detto che i genitori erano conflittuali nei riguardi delle istituzioni.
«Non ci dimentichiamo che la madre ha fatto un esposto a marzo. Si è parlato a più riprese di un rapporto conflittuale dell’assistente sociale con i genitori che è durato più di 15 mesi. Ma in realtà, ed è importante sottolinearlo affinché ci sia una comprensione del percorso che ci ha portato qui, noi parliamo di un totale di cinque incontri, di cui due alla presenza delle forze dell’ordine».
Cinque incontri in tutto non è un gran dialogo.
«Ma lo Stato non è forse in dovere di dialogare con i cittadini che dovrebbe supportare anche e soprattutto laddove ravvisi delle criticità? A me pare che alzare un muro abbia determinato poi lo sradicamento, lo stravolgimento delle abitudini e della capacità di autodeterminazione di questi soggetti che poi si sono evidentemente irrigiditi di fronte all’irrigidimento dello Stato».
Quanto durerà ora l’iter della perizia?
«La Ctu ha giurato il 31 dicembre, quindi i 120 giorni sono a partire da quella data. Noi non vogliamo in alcun modo conculcare o mettere pressione sulla Ctu, ma siamo anche convinti che i tempi possano essere assolutamente abbreviati, devono essere abbreviati in ragione del vissuto di questa famiglia. Perché la Ctu potrebbe tranquillamente essere espletata anche in un diverso contesto, anzi a nostro modo di vedere il contesto più giusto è quello in cui le parti sono libere di esprimersi al netto di situazioni stressanti come quelle che continuano a vivere. Come le ho detto inizialmente, per noi non è tanto il tempo della Ctu, ma come ci si arriva a questa Ctu, qual è il tempo che passano questi due genitori lontani, qual è lo stress che vivono in questo momento e lo stress che soprattutto si riverbera inesorabilmente su tutto il nucleo familiare».
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