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2018-08-27
«Il Papa sapeva degli abusi sessuali del cardinale gay. Però ha deciso di coprire tutto»
da Wikipedia
In questo tragico momento che sta attraversando la Chiesa in varie parti del mondo, Stati Uniti, Cile, Honduras, Australia, eccetera, gravissima è la responsabilità dei vescovi. Penso in particolare agli Stati Uniti d'America dove fui inviato come nunzio apostolico da papa
Benedetto XVI il 19 ottobre 2011, memoria dei primi martiri dell'America Settentrionale. I vescovi degli Stati Uniti sono chiamati, e io con loro, a seguire l'esempio di questi primi martiri che portarono il Vangelo nelle terre d'America, a essere testimoni credibili dell'incommensurabile amore di Cristo, Via, Verità e Vita.
Vescovi e sacerdoti, abusando della loro autorità, hanno commesso crimini orrendi a danno di loro fedeli, minori, vittime innocenti, giovani uomini desiderosi di offrire la loro vita alla Chiesa, o non hanno impedito con il loro silenzio che tali crimini continuassero a essere perpetrati.
Per restituire la bellezza della santità al volto della Sposa di
Cristo, tremendamente sfigurato da tanti abominevoli delitti, se vogliamo veramente liberare la Chiesa dalla fetida palude in cui è caduta, dobbiamo avere il coraggio di abbattere la cultura del segreto e confessare pubblicamente le verità che abbiamo tenuto nascoste. Occorre abbattere l'omertà con cui vescovi e sacerdoti hanno protetto loro stessi a danno dei loro fedeli, omertà che agli occhi del mondo rischia di far apparire la Chiesa come una setta, omertà non tanto dissimile da quella che vige nella mafia. «Tutto quello che avete detto nelle tenebre… sarà proclamato sui tetti» (Luca, 12:3).
Avevo sempre creduto e sperato che la gerarchia della Chiesa potesse trovare in sé stessa le risorse spirituali e la forza per far emergere la verità, per emendarsi e rinnovarsi. Per questo motivo, anche se più volte sollecitato, avevo sempre evitato di fare dichiarazioni ai mezzi di comunicazione, anche quando sarebbe stato mio diritto farlo per difendermi dalle calunnie pubblicate sul mio conto anche da alti prelati della Curia romana. Ma ora che la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchica della Chiesa la mia coscienza mi impone di rivelare quelle verità di cui, in relazione al caso tristissimo dell'arcivescovo emerito di Washington,
Theodore McCarrick, sono venuto a conoscenza nel corso degli incarichi che mi furono affidati, da san Giovanni Paolo II come delegato per le Rappresentanze pontificie dal 1998 al 2009, e da papa Benedetto XVI come nunzio apostolico negli Stati Uniti d'America dal 19 ottobre 2011 a fine maggio 2016.
Come delegato per le Rappresentanze pontificie nella Segreteria di Stato, le mie competenze non erano limitate alle nunziature apostoliche, ma comprendevano anche il personale della Curia romana (assunzioni, promozioni, processi informativi su candidati all'episcopato, eccetera) e l'esame di casi delicati, anche di cardinali e vescovi, che venivano affidati al delegato dal cardinale Segretario di Stato o dal sostituto della Segreteria di Stato.
Per dissipare sospetti insinuati in alcuni articoli recenti, dirò subito che i nunzi apostolici negli Stati Uniti,
Gabriel Montalvo e Pietro Sambi, ambedue deceduti prematuramente, non mancarono di informare immediatamente la Santa Sede non appena ebbero notizia dei comportamenti gravemente immorali con seminaristi e sacerdoti dell'arcivescovo McCarrick. Anzi, la lettera del padre domenicano Boniface Ramsey datata 22 novembre 2000, secondo quanto scrisse il nunzio Pietro Sambi, fu da lui scritta su richiesta del compianto nunzio Montalvo. In essa padre Ramsey, che era stato professore nel seminario diocesano di Newark dalla fine degli anni Ottanta fino al 1996, afferma che era voce ricorrente in seminario che l'arcivescovo «shared his bed with seminarians», invitandone cinque alla volta a passare il fine settimana con lui nella sua casa al mare. E aggiungeva di conoscere un certo numero di seminaristi, di cui alcuni furono poi ordinati sacerdoti per l'arcidiocesi di Newark, che erano stati invitati a detta casa al mare e avevano condiviso il letto con l'arcivescovo.
L'ufficio che allora ricoprivo non fu portato a conoscenza di alcun provvedimento preso dalla Santa Sede dopo quella denuncia del nunzio
Montalvo alla fine del 2000, quando Segretario di Stato era il cardinale Angelo Sodano.
Parimenti, il nunzio
Sambi trasmise al cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, una memoria di accusa contro McCarrick da parte del sacerdote Gregory Littleton della diocesi di Charlotte, ridotto allo stato laicale per violazione di minori, assieme a due documenti dello stesso Littleton, in cui raccontava la sua triste storia di abusi sessuali da parte dell'allora arcivescovo di Newark e di diversi altri preti e seminaristi. Il nunzio aggiungeva che il Littleton aveva già inoltrato questa sua memoria a circa una ventina di persone, fra autorità giudiziarie civili ed ecclesiastiche, di polizia e avvocati, fin dal giugno 2006, e che era quindi molto probabile che la notizia venisse presto resa pubblica. Egli sollecitava pertanto un pronto intervento della Santa Sede.
Nel redigere l'appunto su questi documenti che come delegato per le rappresentanze pontificie mi furono affidati il 6 dicembre 2006, scrissi per i miei superiori, il cardinale
Tarcisio Bertone e il sostituto Leonardo Sandri, che i fatti attribuiti a McCarrick dal Littleton erano di tale gravità e nefandezza da provocare nel lettore sconcerto, senso di disgusto, profonda pena e amarezza, e che essi configuravano i crimini di adescamento, sollecitazione ad atti turpi di seminaristi e sacerdoti, ripetuti e simultaneamente con più persone, dileggio di un giovane seminarista che cercava di resistere alle seduzioni dell'arcivescovo alla presenza di altri due sacerdoti, assoluzione del complice in atti turpi, celebrazione sacrilega dell'eucaristia con i medesimi sacerdoti dopo aver commesso tali atti.
In quel mio appunto, che consegnai quello stesso 6 dicembre 2006 al mio diretto superiore, il sostituto
Leonardo Sandri, proponevo ai miei superiori le seguenti considerazioni e linea d'azione:
- Premesso che a tanti scandali nella Chiesa negli Stati Uniti, sembrava che se ne stesse per aggiungere uno di particolare gravità che riguardava un cardinale;
- e che in via di diritto, trattandosi di un cardinale, in base al canone 1.405 paragrafo 1, punto 2, «
ipsius Romani Pontificis dumtaxat ius est iudicandi»;
- proponevo che venisse preso nei confronti del cardinale un provvedimento esemplare che potesse avere una funzione medicinale, per prevenire futuri abusi nei confronti di vittime innocenti e lenire il gravissimo scandalo per i fedeli, che nonostante tutto continuavano ad amare e credere nella Chiesa.
Aggiungevo che sarebbe stato salutare che per una volta l'autorità ecclesiastica avesse a intervenire prima di quella civile e, se possibile, prima che lo scandalo fosse scoppiato sulla stampa. Ciò avrebbe potuto restituire un po' di dignità a una Chiesa così provata e umiliata per tanti abominevoli comportamenti da parte di alcuni pastori. In tal caso, l'autorità civile non si sarebbe trovata più a dover giudicare un cardinale, ma un pastore verso cui la Chiesa aveva già preso opportuni provvedimenti, per impedire che il cardinale, abusando della sua autorità, continuasse a distruggere vittime innocenti.
Quel mio appunto del 6 dicembre 2006 fu trattenuto dai miei superiori e mai mi fu restituito con un'eventuale decisione superiore al riguardo.
Successivamente, intorno al 21-23 aprile 2008, fu pubblicato su Internet - nel sito
richardsipe.com - lo Statement for Pope Benedict XVI about the pattern of sexual abuse crisis in the United States, di Richard Sipe. Esso fu trasmesso il 24 aprile dal Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale William Levada, al cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, e fu a me consegnato un mese dopo, il successivo 24 maggio 2008. Il giorno seguente consegnavo al nuovo sostituto, Fernando Filoni, il mio appunto, comprensivo del mio precedente del 6 dicembre 2006. In esso facevo una sintesi del documento di Richard Sipe, che terminava con questo rispettoso e accorato appello a papa Benedetto XVI: «I approach Your Holiness with due reverence, but with the same intensity that motivated Peter Damian to lay out before your predecessor, pope Leo IX, a description of the condition of the clergy during his time. The problems he spoke of are similar and as great now in the United States as they were then in Rome. If Your Holiness requests, I will submit to you personally documentation of that about which I have spoken».
Terminavo questo mio appunto ripetendo ai miei superiori che ritenevo si dovesse intervenire quanto prima, togliendo il cappello cardinalizio al cardinale
McCarrick e infliggendogli le sanzioni stabilite dal codice di diritto canonico, le quali prevedono anche la riduzione allo stato laicale. Anche questo secondo mio appunto non fu mai restituito all'ufficio del personale, e grande era il mio sconcerto nei confronti dei superiori per l'inconcepibile assenza di ogni provvedimento nei confronti del cardinale, e per il perdurare della mancanza di ogni comunicazione nei miei riguardi fin da quel mio primo appunto del dicembre 2006.
Ma finalmente seppi con certezza, tramite il cardinale
Giovanni Battista Re, allora Prefetto della Congregazione per i vescovi, che il coraggioso e meritevole statement di Richard Sipe aveva avuto il risultato auspicato. Papa Benedetto XVI aveva comminato al cardinale McCarrick sanzioni simili a quelle ora inflittegli da papa Francesco: il cardinale doveva lasciare il seminario in cui abitava, gli veniva proibito di celebrare in pubblico, di partecipare a pubbliche riunioni, di dare conferenze, di viaggiare, con obbligo di dedicarsi a una vita di preghiera e di penitenza.
Non mi è noto quando papa
Benedetto abbia preso nei confronti di McCarrick questi provvedimenti, se nel 2009 o nel 2010, perché nel frattempo ero stato trasferito al Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, così come non mi è dato sapere chi sia stato responsabile di questo incredibile ritardo. Non credo certo papa Benedetto, il quale da cardinale aveva già più volte denunciato la corruzione presente nella Chiesa, e nei primi mesi del suo pontificato aveva preso ferma posizione contro l'ammissione in seminario di giovani con profonde tendenze omosessuali. Ritengo che ciò fosse dovuto all'allora primo collaboratore del Papa, cardinale Tarcisio Bertone, notoriamente favorevole a promuovere omosessuali in posti di responsabilità, e solito gestire le informazioni che riteneva opportuno far pervenire al Papa.
In ogni caso, quello che è certo è che papa
Benedetto inflisse a McCarrick le suddette sanzioni canoniche, e che esse gli furono comunicate dal nunzio apostolico negli Stati Uniti, Pietro Sambi. Monsingor Jean François Lantheaume, allora primo consigliere della nunziatura a Washington e Chargé d'affaires ad interim dopo la morte inaspettata del nunzio Sambi a Baltimora, mi riferì quando giunsi a Washington - ed egli è pronto a darne testimonianza - di un colloquio burrascoso, di oltre un'ora, del nunzio Sambi con il cardinale McCarrick convocato in nunziatura: «La voce del nunzio», mi disse monsignor Lantheaume, «si sentiva fin nel corridoio».
Le medesime disposizioni di papa
Benedetto furono poi comunicate anche a me dal nuovo Prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Marc Ouellet, nel novembre 2011 in un colloquio prima della mia partenza per Washington, fra le istruzioni della medesima Congregazione al nuovo nunzio.
A mia volta le ribadii al cardinale
McCarrick al mio primo incontro con lui in nunziatura. Il cardinale, farfugliando in modo appena comprensibile, ammise di aver forse commesso l'errore di aver dormito nello stesso letto con qualche seminarista nella sua casa al mare, ma me lo disse come se ciò non avesse alcuna importanza.
I fedeli si chiedono insistentemente come sia stata possibile la sua nomina a Washington e a cardinale, e hanno pieno diritto di sapere chi fosse a conoscenza, chi abbia coperto i suoi gravi misfatti. È perciò mio dovere rendere noto quanto so al riguardo, incominciando dalla Curia romana. Il cardinale
Angelo Sodano è stato Segretario di Stato fino al settembre 2006: ogni informazione perveniva a lui. Nel novembre 2000 il nunzio Montalvo inviò a lui il suo rapporto trasmettendogli la già citata lettera di padre Boniface Ramsey in cui denunciava i gravi abusi commessi da McCarrick.
È noto che
Sodano cercò di coprire fino all'ultimo lo scandalo di padre Marcial Maciel, rimosse persino il nunzio a Città del Messico, Justo Mullor, che si rifiutava di essere complice delle sue manovre di copertura di Maciel e al suo posto nominò Sandri, allora nunzio in Venezuela, ben disposto invece a collaborare. Sodano giunse anche a far fare un comunicato alla sala stampa vaticana in cui si affermava il falso, che cioè papa Benedetto aveva deciso che il caso Maciel doveva ormai considerarsi chiuso. Benedetto reagì, nonostante la strenua difesa da parte di Sodano, e Maciel fu giudicato colpevole e irrevocabilmente condannato.
Fu la nomina a Washington e a cardinale di
McCarrick opera di Sodano, quando Giovanni Paolo II era già molto malato? Non ci è dato saperlo. È però lecito pensarlo, ma non credo che sia stato il solo responsabile. McCarrick andava con molta frequenza a Roma e si era fatto amici dappertutto, a tutti i livelli della Curia. Se Sodano aveva protetto Maciel, come appare sicuro, non si vede perché non lo avrebbe fatto per McCarrick, che a detta di molti aveva i mezzi anche finanziari per influenzare le decisioni. Alla sua nomina a Washington si era invece opposto l'allora Prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Giovanni Battista Re. Alla nunziatura di Washington c'è un biglietto, scritto di suo pugno, in cui il cardinale Re si dissocia da detta nomina e afferma che McCarrick era il quattordicesimo nella lista per la provvista di Washington.
Al cardinale
Tarcisio Bertone, come Segretario di Stato, fu indirizzato il rapporto del nunzio Sambi, con tutti gli allegati, e a lui furono presumibilmente consegnati dal sostituto i miei due sopra citati appunti del 6 dicembre 2006 e del 25 maggio 2008. Come già accennato, il cardinale non aveva difficoltà a presentare insistentemente per l'episcopato candidati notoriamente omosessuali attivi - cito solo il noto caso di Vincenzo di Mauro, nominato arcivescovo-vescovo di Vigevano, poi rimosso perché insidiava i suoi seminaristi - e a filtrare e manipolare le informazioni che faceva pervenire a papa Benedetto.
Il cardinale
Pietro Parolin, attuale Segretario di Stato, si è reso anch'egli complice di aver coperto i misfatti di McCarrick, il quale dopo l'elezione di papa Francesco si vantava apertamente dei suoi viaggi e missioni in vari continenti. Nell'aprile 2014 il Washington Times aveva riferito in prima pagina di un viaggio di McCarrick nella Repubblica Centroafricana, per giunta a nome del Dipartimento di Stato. Come Nunzio a Washington, scrissi perciò al cardinale Parolin chiedendogli se erano ancora valide le sanzioni comminate a McCarrick da papa Benedetto. Ça va sans dire che la mia lettera non ebbe mai alcuna risposta!
Lo stesso si dica per il cardinale
William Levada, già Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e per i cardinali Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i vescovi, e Lorenzo Baldisseri, già segretario della medesima Congregazione per i vescovi, e l'arcivescovo Ilson de Jesus Montanari, attuale segretario della medesima Congregazione. Essi, in ragione del loro ufficio, erano al corrente delle sanzioni imposte da papa Benedetto a McCarrick.
I cardinali
Leonardo Sandri, Fernando Filoni e Angelo Becciu, come sostituti della Segreteria di Stato, hanno saputo in tutti i particolari la situazione del cardinale McCarrick.
Così pure non potevano non sapere i cardinali
Giovanni Lajolo e Dominique Mamberti, che, come Segretari per i rapporti con gli Stati, partecipavano più volte alla settimana a riunioni collegiali con il Segretario di Stato.
Per quanto riguarda la Curia romana per ora mi fermo qui, anche se sono ben noti i nomi di altri prelati in Vaticano, anche molto vicini a papa
Francesco, come il cardinale Francesco Coccopalmerio e l'arcivescovo Vincenzo Paglia, che appartengono alla corrente filo omosessuale favorevole a sovvertire la dottrina cattolica a riguardo dell'omosessualità, corrente già denunciata fin dal 1986 dal cardinale Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, nella Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali. Alla medesima corrente, seppur con una ideologia diversa, appartengono anche i cardinali Edwin Frederick O'Brien e Renato Raffaele Martino. Altri poi, appartenenti a detta corrente, risiedono persino alla Domus Sanctae Marthae.
Vengo ora agli Stati Uniti. Ovviamente, il primo a essere stato informato dei provvedimenti presi da papa
Benedetto fu il successore di McCarrick alla sede di Washington, il cardinale Donald Wuerl, la cui situazione è ora del tutto compromessa dalle recenti rivelazioni sul suo comportamento come vescovo di Pittsburgh.
È assolutamente impensabile che il nunzio
Sambi, persona altamente responsabile, leale, diretto ed esplicito nel suo modo di essere da vero romagnolo, non gliene abbia parlato. In ogni caso, io stesso venni in più occasioni sull'argomento con il cardinale Wuerl, e non ci fu certo bisogno che entrassi in particolari perché mi fu subito evidente che ne era pienamente al corrente. Ricordo poi in particolare il fatto che dovetti richiamare la sua attenzione perché mi accorsi che in una pubblicazione dell'arcidiocesi, sulla copertina posteriore a colori, veniva annunciato un invito ai giovani che ritenevano di avere la vocazione al sacerdozio a un incontro con il cardinale McCarrick. Telefonai subito al cardinale Wuerl, che mi manifestò la sua meraviglia, dicendomi che non sapeva nulla di quell'annuncio e che avrebbe provveduto ad annullare detto incontro. Se, come ora continua ad affermare, non sapeva nulla degli abusi commessi da McCarrick e dei provvedimenti presi da papa Benedetto, come si spiega la sua risposta?
Le sue recenti dichiarazioni in cui afferma di non aver saputo nulla, anche se all'inizio furbescamente riferite ai risarcimenti alle due vittime, sono assolutamente risibili. Il cardinale mente spudoratamente e per di più induce a mentire anche il suo cancelliere, monsignor
Antonicelli.
Del resto, già in altra occasione il cardinale
Wuerl aveva chiaramente mentito. A seguito di un evento moralmente inaccettabile autorizzato dalle autorità accademiche della Georgetown university, avevo richiamato l'attenzione del suo presidente, dottor John DeGioia, indirizzandogli due successive lettere. Prima di inoltrarle al destinatario, per correttezza, ne consegnai personalmente copia al cardinale con una mia lettera di accompagnamento. Il cardinale mi disse che non ne era al corrente. Si guardò bene però di accusare ricevimento delle mie due lettere, contrariamente a quanto puntualmente era solito fare. Poi seppi che detto evento alla Georgetown aveva avuto luogo da sette anni. Ma il cardinale non ne sapeva nulla!
Il cardinale
Wuerl inoltre, ben sapendo dei continui abusi commessi dal cardinale McCarrick e delle sanzioni impostegli da papa Benedetto, trasgredendo l'ordine del Papa gli permise di risiedere in un seminario in Washington D.C. Mise così a rischio altri seminaristi.
Il vescovo
Paul Bootkoski, emerito di Metuchen, e l'arcivescovo John Myers, emerito di Newark, coprirono gli abusi commessi da McCarrick nelle loro rispettive diocesi e risarcirono due delle sue vittime. Non possono negarlo, e devono essere interrogati perché rivelino ogni circostanza e responsabilità al riguardo.
Il cardinale
Kevin Farrell, intervistato recentemente dai media, ha anch'egli affermato di non avere avuto il minimo sentore degli abusi commessi da McCarrick. Tenuto conto del suo curriculum a Washington, a Dallas e ora a Roma, credo che nessuno possa onestamente credergli. Non so se gli sia mai stato chiesto se sapesse dei crimini di Maciel. Se dovesse negarlo, qualcuno forse gli crederebbe, atteso che egli ha occupato compiti di responsabilità come membro dei Legionari di Cristo?
Del cardinale
Sean O'Malley mi limito a dire che le sue ultime dichiarazioni sul caso McCarrick sono sconcertanti, anzi hanno oscurato totalmente la sua trasparenza e credibilità.
La mia coscienza mi impone poi di rivelare fatti che ho vissuto in prima persona, riguardanti papa
Francesco, che hanno una valenza drammatica, e che come vescovo, condividendo la responsabilità collegiale di tutti i vescovi verso la Chiesa universale, non mi permettono di tacere, e che qui affermo, disposto a confermarli sotto giuramento chiamando Dio come mio testimone.
Negli ultimi mesi del suo pontificato papa
Benedetto XVI aveva convocato a Roma una riunione di tutti i nunzi apostolici, come avevano già fatto Paolo VI e San Giovanni Paolo II in più occasioni. La data fissata per l'udienza con il Papa era venerdì 21 giugno 2013. Papa Francesco mantenne questo impegno preso dal suo predecessore. Naturalmente anch'io venni a Roma da Washington. Si trattava del mio primo incontro con il nuovo Papa, eletto solo tre mesi prima, dopo la rinuncia di papa Benedetto.
La mattina di giovedì 20 giugno 2013 mi recai alla Domus Sanctae Marthae, per unirmi ai miei colleghi che erano ivi alloggiati. Appena entrato nella hall mi incontrai con il cardinal
McCarrick, che indossava la veste filettata. Lo salutai con rispetto come sempre avevo fatto. Egli mi disse immediatamente con un tono fra l'ambiguo e il trionfante: «Il Papa mi ha ricevuto ieri, domani vado in Cina».
Allora nulla sapevo della sua lunga amicizia con il cardinale
Bergoglio, e della parte di rilievo che aveva giocato per la sua recente elezione, come lo stesso McCarrick avrebbe successivamente rivelato in una conferenza alla Villanova university e in un'intervista al Catholic National Reporter, né avevo mai pensato al fatto che aveva partecipato agli incontri preliminari del recente conclave, e al ruolo che aveva potuto avere come elettore in quello del 2005. Non colsi perciò immediatamente il significato del messaggio criptato che McCarrick mi aveva comunicato, ma che mi sarebbe diventato evidente nei giorni immediatamente successivi.
Il giorno dopo ebbe luogo l'udienza con papa
Francesco. Dopo il discorso, in parte letto e in parte pronunciato a braccio, il Papa volle salutare uno a uno tutti i nunzi. In fila indiana, ricordo che io rimasi fra gli ultimi. Quando fu il mio turno, ebbi appena il tempo di dirgli «sono il nunzio negli Stati Uniti», che senza alcun preambolo mi investì con tono di rimprovero con queste parole: «I vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati! Devono essere dei pastori!». Naturalmente non ero in condizione di chiedere spiegazioni sul significato delle sue parole e del modo aggressivo con cui mi aveva apostrofato. Avevo in mano un libro in portoghese che il cardinale O'Malley mi aveva consegnato per il Papa qualche giorno prima, dicendomi: «Così ripassa il portoghese prima di andare a Rio, per la Giornata mondiale della gioventù». Glielo consegnai subito, liberandomi così da quella situazione estremamente sconcertante e imbarazzante.
Al termine dell'udienza il Papa annunziò: «Chi di voi domenica prossima è ancora a Roma è invitato a concelebrare con me alla Domus Sanctae Marthae». Io naturalmente pensai di restare, per chiarire quanto prima cosa il Papa avesse inteso dirmi.
Domenica 23 giugno, prima della concelebrazione con il Papa, chiesi a monsignor
Battista Ricca, che come responsabile della casa ci aiutava a indossare i paramenti, se poteva chiedere al Papa se nel corso della settimana seguente avrebbe potuto ricevermi. Come avrei potuto ritornare a Washington senza aver chiarito ciò che il Papa voleva da me? Terminata la messa, mentre il Papa salutava i pochi laici presenti, monsignor Fabian Pedacchio, il suo segretario argentino, venne da me e mi disse: «Il Papa mi ha detto di chiederle se lei è libero adesso!». Naturalmente gli risposi che ero a disposizione del Papa e che lo ringraziavo di volermi ricevere subito. Il Papa mi condusse al primo piano nel suo appartamento e mi disse: «Abbiamo 40 minuti prima dell'Angelus».
Iniziai io la conversazione, chiedendogli che cosa avesse inteso dirmi con le parole che mi aveva rivolto quando l'avevo salutato, il venerdì precedente. E il Papa, con un tono ben diverso, amichevole, quasi affettuoso, mi disse: «Sì, i vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, non devono essere di destra come l'arcivescovo di Filadelfia (il Papa non mi fece il nome dell'arcivescovo), devono essere dei pastori; e non devono essere di sinistra», e aggiunse, alzando tutte e due le braccia: «E quando dico di sinistra, intendo dire omosessuali». Naturalmente mi sfuggì la logica della correlazione fra essere di sinistra ed essere omosessuali, ma non aggiunsi altro. Subito dopo il Papa mi chiese con tono accattivante: «Il cardinale McCarrick com'è?». Io gli risposi con tutta franchezza, e se volete con tanta ingenuità: «Santo Padre, non so se lei conosce il cardinale McCarrick, ma se chiede alla Congregazione per i vescovi c'è un dossier grande così su di lui. Ha corrotto generazioni di seminaristi e di sacerdoti, e papa Benedetto gli ha imposto di ritirarsi a una vita di preghiera e di penitenza». Il Papa non fece il minimo commento a quelle mie parole tanto gravi, e non mostrò sul suo volto alcuna espressione di sorpresa, come se la cosa gli fosse già nota da tempo, e cambiò subito di argomento. Ma allora, con quale finalità il Papa mi aveva posto quella domanda: «Il cardinal McCarrick com'è?». Evidentemente voleva accertarsi se fossi alleato di McCarrick o no.
Rientrato a Washington, tutto mi divenne molto chiaro, grazie anche a un nuovo fatto accaduto solo pochi giorni dopo il mio incontro con papa Francesco. Alla presa di possesso della diocesi di El Paso da parte del nuovo vescovo Mark Seitz, il 9 luglio 2013, inviai il primo consigliere, monsignor Jean François Lantheaume, mentre io quel medesimo giorno andai a Dallas per un incontro internazionale di bioetica. Di ritorno, monsignor Lantheaume mi riferì che a El Paso aveva incontrato il cardinale McCarrick, il quale, presolo in disparte, gli aveva detto quasi le stesse parole che il Papa aveva detto a me a Roma: «I vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, non devono essere di destra, devono essere dei pastori…». Rimasi esterrefatto! Era perciò chiaro che le parole di rimprovero che papa Francesco mi aveva rivolto quel 21 giugno 2013 gli erano state messe in bocca il giorno prima dal cardinale McCarrick. Anche la menzione da parte del Papa «non come l'arcivescovo di Filadelfia» conduceva a McCarrick, perché fra i due c'era stato un forte diverbio a riguardo dell'ammissione alla comunione dei politici favorevoli all'aborto: McCarrick aveva manipolato nella sua comunicazione ai vescovi una lettera dell'allora cardinale Ratzinger che proibiva di dare loro la comunione. Di fatto, poi, sapevo quanto certi cardinali come Roger Mahony, William Levada e Wuerl, fossero strettamente legati a McCarrick, avessero osteggiato le nomine più recenti fatte da papa Benedetto, per sedi importanti come Filadelfia, Baltimora, Denver e San Francisco.
Non contento della trappola che mi ha aveva teso in 23 giugno 2013 chiedendomi di McCarrick, solo qualche mese dopo, nell'udienza che mi concesse il 10 ottobre 2013,papa Francesco me ne pose una seconda, questa volta a riguardo di un suo secondo protetto, il cardinale Donald Wuerl. Mi chiese: «Il cardinale Wuerl com'è, buono o cattivo?». «Santo Padre», gli risposi, «non le dirò se è buono o cattivo, ma le riferirò due fatti». Sono quelli a cui ho già sopra accennato, che riguardano la noncuranza pastorale di Wuerl per le deviazioni aberranti alla Georgetown university e l'invito da parte dell'arcidiocesi di Washington a giovani aspiranti al sacerdozio a un incontro con McCarrick! Anche questa seconda volta il Papa non manifestò alcuna reazione.
Era poi evidente che, a partire dalla elezione di papa Francesco, McCarrick, ormai sciolto da ogni costrizione, si era sentito libero di viaggiare continuamente, di dare conferenze e interviste. In un gioco di squadra con il cardinale Rodriguez Maradiaga era diventato il kingmaker per le nomine in Curia e negli Stati Uniti, e il consigliere più ascoltato in Vaticano per i rapporti con l'amministrazione Obama. Così si spiega il fatto che, come membri della Congregazione per i vescovi, il Papa sostituì il cardinale Raymond Burke con Wuerl e vi nominò immediatamente Blase Cupich, fatto poi subito cardinale. Con tali nomine, la nunziatura a Washington era ormai fuori gioco per la nomina dei vescovi. Per giunta, nominò il brasiliano Ilson de Jesus Montanari - grande amico del suo segretario privato argentino Fabian Pedacchio - segretario della medesima Congregazione per i vescovi e segretario del Collegio dei cardinali, promuovendolo in un sol balzo da semplice officiale di quel dicastero ad arcivescovo segretario. Cosa mai vista per un incarico così importante!
Le nomine di Blase Cupich a Chicago e di William Tobin a Newark sono state orchestrate da McCarrick, Maradiaga e Wuerl, uniti da un patto scellerato di abusi del primo e quantomeno di coperture di abusi da parte degli altri due. I loro nominativi non figuravano fra quelli presentati dalla nunziatura per Chicago e per Newark. Di Cupich non può certo sfuggire l'ostentata arroganza e sfrontatezza nel negare l'evidenza ormai palese a tutti: che cioè l'80% degli abusi riscontrati è stato nei confronti di giovani adulti da parte di omosessuali in rapporto di autorità verso le loro vittime.
Nel discorso che fece alla presa di possesso della sede di Chicago, a cui ero presente come rappresentante del Papa, Cupich disse, come battuta di spirito, che certo non ci si doveva aspettare dal nuovo arcivescovo che camminasse sulle acque. Sarebbe forse sufficiente che fosse capace di restare con i piedi per terra e che non cercasse di capovolgere la realtà, accecato dalla sua ideologia pro gay, come ha affermato in una recente intervista ad America. Ostentando la sua particolare competenza in materia - essendo stato presidente del Committee on protection of children and young people della Uscb - ha asserito che il problema principale nella crisi degli abusi sessuali da parte del clero non è l'omosessualità, e che affermarlo è solo un modo per distogliere l'attenzione dal vero problema che è il clericalismo. A sostegno di questa sua tesi, Cupich ha fatto «stranamente» riferimento ai risultati di una ricerca fatta nell'apice della crisi di abusi sessuali nei confronti di minori dell'inizio degli anni 2000, mentre ha ignorato «candidamente» che i risultati di quell'indagine furono totalmente smentiti dai successivi rapporti indipendenti del John Jay college of criminal justice del 2004 e del 2011, in cui si concludeva che nei casi di abusi sessuali l'81% delle vittime erano maschi. Infatti, padre Hans Zollner S.J., vicerettore della Pontificia università gregoriana, presidente del Centre for child protection, membro della Pontificia commissione per la protezione dei minori, ha recentemente dichiarato al giornale La Stampa che «nella maggior parte dei casi si tratta di abusi omosessuali».
Anche la nomina, poi, di Robert McElroy a San Diego fu pilotata dall'alto, con un ordine perentorio cifrato, a me come nunzio, dal cardinale Parolin: «Riservi la sede di San Diego per McElroy». Anche McElroy ben sapeva degli abusi commessi da McCarrick, come risulta da una lettera indirizzatagli da Richard Sipe il 28 luglio 2016.
A questi personaggi sono strettamente associati individui appartenenti in particolare all'ala deviata della Compagnia di Gesù, purtroppo oggi maggioritaria, che già era stata motivo di gravi preoccupazioni per Paolo VI e per i successivi pontefici. Basti solo pensare a padre Robert Drinan S.J., eletto quattro volte alla Camera dei rappresentanti, accanito sostenitore dell'aborto, o a padre Vincent O'Keefe S.J., fra i principali promotori del documento The Land o' lakes statement del 1967, che ha gravemente compromesso l'identità cattolica delle università e dei collegi negli Stati Uniti. Si noti che anche McCarrick, allora presidente dell'università cattolica del Portorico, partecipò a quell'infausta impresa, così deleteria per la formazione delle coscienze della gioventù americana, strettamente associato com'era all'ala deviata dei gesuiti.
Padre James Martin S.J., osannato dai personaggi sopra menzionati, in particolare da Cupich, Tobin, Farrell e McElroy, nominato consultore del dicastero per le comunicazioni, noto attivista che promuove l'agenda Lgbt, prescelto per corrompere i giovani che si raduneranno prossimamente a Dublino per l'incontro mondiale delle famiglie, altro non è se non un triste recente esemplare di quell'ala deviata della Compagnia di Gesù.
Papa Francesco ha chiesto più volte totale trasparenza nella Chiesa e a vescovi e fedeli di agire con parresia. I fedeli di tutto il mondo la esigono anche da lui in modo esemplare. Dica da quando ha saputo dei crimini commessi da McCarrick abusando della sua autorità con seminaristi e sacerdoti.
In ogni caso, il Papa lo ha saputo da me il 23 giugno 2013 e ha continuato a coprirlo, non ha tenuto conto delle sanzioni che gli aveva imposto papa Benedetto e ne ha fatto il suo fidato consigliere insieme con Maradiaga.
Quest'ultimo si sente così sicuro della protezione del Papa che può cestinare come «pettegolezzi» gli appelli accorati di decine di suoi seminaristi, che trovarono il coraggio di scrivergli dopo che uno di loro aveva cercato di suicidarsi per gli abusi omosessuali nel seminario. Ormai i fedeli hanno ben capito la strategia di Maradiaga: insultare le vittime per salvare sé stesso, mentire a oltranza per coprire una voragine di abusi di potere, di cattiva gestione nell'amministrazione dei beni della Chiesa, di disastri finanziari anche nei confronti di intimi amici, come nel caso dell'ambasciatore dell'Honduras Alejandro Valladares, già decano del corpo diplomatico presso la Santa Sede.
Nel caso del già vescovo ausiliare Juan José Pineda, dopo l'articolo apparso sul settimanale L'Espresso nel febbraio scorso, Maradiaga aveva dichiarato al giornale Avvenire: «È stato il mio vescovo ausiliare Pineda a chiedere la visita, in modo da “pulire" il suo nome a seguito di molte calunnie di cui è stato oggetto». Ora, di Pineda si è pubblicato unicamente che le sue dimissioni sono state semplicemente accettate, facendo così sparire nel nulla qualsiasi eventuale responsabilità sua e di Maradiaga.
In nome della trasparenza dal Papa tanto conclamata, si renda pubblico il rapporto che il «visitatore», il vescovo argentino Alcides Casaretto, ha consegnato più di un anno fa solo e direttamente al Papa.
Infine, anche la recente nomina a sostituto dell'arcivescovo Edgar Peña Parra ha una connessione con l'Honduras, cioè con Maradiaga. Peña Parra infatti dal 2003 al 2007 ha prestato servizio presso la nunziatura di Tegucigalpa in qualità di consigliere. Come delegato per le Rappresentanze pontificie mi erano pervenute informazioni preoccupanti a suo riguardo.
In Honduras si sta per ripetere uno scandalo immane come quello in Cile. Il Papa difende a oltranza il suo uomo, il cardinale Rodriguez Maradiaga, come aveva fatto in Cile con il vescovo Juan de la Cruz Barros, che lui stesso aveva nominato vescovo di Osorno, contro il parere dei vescovi cileni. Prima ha insultato le vittime degli abusi, poi, solo quando vi è stato costretto dal clamore dei media, dalla rivolta delle vittime e dei fedeli cileni, ha riconosciuto il suo errore e si è scusato, pur affermando che era stato mal informato, provocando una situazione disastrosa nella Chiesa in Cile, ma continuando a proteggere i due cardinali cileni Francisco Errazuriz e Ricardo Ezzati.
Anche nella triste vicenda di McCarrick, il comportamento di papa Francesco non è stato diverso. Sapeva perlomeno dal 23 giugno 2013 che McCarrick era un predatore seriale. Pur sapendo che era un corrotto, lo ha coperto a oltranza, anzi ha fatto propri i suoi consigli non certo ispirati da sane intenzioni né da amore per la Chiesa. Solo quando vi è stato costretto dalla denuncia di un abuso di un minore, sempre in funzione del plauso dei media, ha preso provvedimenti nei suoi confronti per salvare la sua immagine mediatica.
Ora negli Stati Uniti c'è un coro che si leva specialmente dai fedeli laici, a cui ultimamente si sono uniti alcuni vescovi e sacerdoti: chiedono che tutti quelli che hanno coperto con il loro silenzio il comportamento criminale di McCarrick o che si sono serviti di lui per fare carriera o promuovere i loro intenti, ambizioni e il loro potere nella Chiesa si dimettano.
Ma ciò non sarà sufficiente per sanare la situazione di gravissimi comportamenti immorali da parte del clero, vescovi e sacerdoti. Occorre proclamare un tempo di conversione e di penitenza. Occorre recuperare nel clero e nei seminari la virtù della castità. Occorre lottare contro la corruzione dell'uso improprio delle risorse della Chiesa e delle offerte dei fedeli. Occorre denunciare la gravità della condotta omosessuale. Occorre sradicare le reti di omosessuali esistenti nella Chiesa, come ha recentemente scritto Janet Smith, professoressa di teologia morale nel Sacred Heart major seminary di Detroit. «Il problema degli abusi del clero», ha scritto, «non potrà essere risolto semplicemente con le dimissioni di alcuni vescovi, né tanto meno con nuove direttive burocratiche. Il centro del problema sta nelle reti omosessuali nel clero che devono essere sradicate». Queste reti di omosessuali, ormai diffuse in molte diocesi, seminari, ordini religiosi, eccetera, agiscono coperte dal segreto e dalla menzogna con la potenza dei tentacoli di una piovra e stritolano vittime innocenti, vocazioni sacerdotali e stanno strangolando l'intera Chiesa.
Imploro tutti, in particolare i vescovi, di rompere il silenzio per sconfiggere questa cultura di omertà così diffusa, di denunciare ai media e alle autorità civili i casi di abusi di cui sono a conoscenza.
Ascoltiamo il messaggio più potente che ci ha lasciato in eredità San Giovanni Paolo II: «Non abbiate paura! Non abbiate paura!».
Papa Benedetto nell'omelia dell'Epifania del 2008 ci ricordava che il disegno di salvezza del Padre si è pienamente rivelato e realizzato nel mistero della morte e risurrezione di Cristo, ma richiede di essere accolto dalla storia umana, che rimane sempre storia di fedeltà da parte di Dio e purtroppo anche di infedeltà da parte di noi uomini. La Chiesa, depositaria della benedizione della nuova alleanza, siglata nel sangue dell'Agnello, è santa ma composta di peccatori, come scrisse Sant'Ambrogio: la Chiesa è «immaculata ex maculatis», è santa e senza macchia pur essendo composta nel suo itinerario terreno da uomini macchiati di peccato.
Voglio ricordare questa verità indefettibile della santità della Chiesa ai tanti che sono rimasti così profondamente scandalizzati dagli abominevoli e sacrileghi comportamenti del già arcivescovo di Washington, Theodore McCarrick, dalla grave, sconcertante e peccaminosa condotta di papa Francesco e dall'omertà di tanti pastori, e che sono tentati di abbandonare la Chiesa deturpata da tante ignominie.
Papa Francesco all'Angelus di domenica 12 agosto 2018 ha pronunciato queste parole: «Ognuno è colpevole del bene che poteva fare e non ha fatto… Se non ci opponiamo al male, lo alimentiamo in modo tacito. È necessario intervenire dove il male si diffonde; perché il male si diffonde dove mancano cristiani audaci che si oppongono con il bene». Se questa, giustamente, è da considerarsi una grave responsabilità morale per ogni fedele, quanto più grave lo è per il supremo pastore della Chiesa, il quale nel caso di McCarrick non solo non si è opposto al male ma si è associato nel compiere il male con chi sapeva essere profondamente corrotto, ha seguito i consigli di chi ben sapeva essere un perverso, moltiplicando così in modo esponenziale con la sua suprema autorità il male operato da McCarrick. E quanti altri cattivi pastori Francesco sta ancora continuando ad appoggiare nella loro azione di distruzione della Chiesa!
Francesco sta abdicando al mandato che Cristo diede a Pietro di confermare i fratelli. Anzi con la sua azione li ha divisi, li induce in errore, incoraggia i lupi nel continuare a dilaniare le pecore del gregge di Cristo.
In questo momento estremamente drammatico per la Chiesa universale riconosca i suoi errori e in coerenza con il conclamato principio di tolleranza zero, papa Francesco sia il primo a dare il buon esempio a cardinali e vescovi che hanno coperto gli abusi di McCarrick e si dimetta insieme a tutti loro.
Seppur nello sconcerto e nella tristezza per l'enormità di quanto sta accadendo, non perdiamo la speranza! Ben sappiamo che la grande maggioranza dei nostri pastori vivono con fedeltà e dedizione la propria vocazione sacerdotale.
È nei momenti di grande prova che la grazia del Signore si rivela sovrabbondante e mette la sua misericordia senza limiti a disposizione di tutti; ma è concessa solo a chi è veramente pentito e propone sinceramente di emendarsi. Questo è il tempo opportuno per la Chiesa, per confessare i propri peccati, per convertirsi e fare penitenza.
Preghiamo tutti per la Chiesa e per il Papa, ricordiamoci di quante volte ci ha chiesto di pregare per lui!
Rinnoviamo tutti la fede nella Chiesa nostra madre: «Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica». Cristo non abbandonerà mai la sua Chiesa! L'ha generata nel suo sangue e la rianima continuamente con il suo Spirito! Maria, madre della Chiesa, prega per noi! Maria Vergine Regina, madre del Re della gloria, prega per noi!
Roma, 22 Agosto 2018
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La testimonianza di monsignor Carlo Maria Viganò, arcivescono di Ulpiana, nunzio apostolico: fin dal 2006 ero venuto a conoscenza dei sospetti su Theodore McCarrick: «Scrissi a Tarcisio Bertone e Leonardo Sandri consigliando di anticipare la giustizia civile. Non ebbi risposta». McCarrick era stato confinato alla solitudine dalla linea dura di Benedetto XVI. Ma poi è stato riabilitato e coperto. E s'è vantato di aver fatto eleggere Jorge Mario Bergoglio. Il 23 giugno 2013 mi chiese un parere su McCarrick. Gli spiegai che Ratzinger aveva agito contro di lui. Ma non ne fu sorpreso. In questo tragico momento che sta attraversando la Chiesa in varie parti del mondo, Stati Uniti, Cile, Honduras, Australia, eccetera, gravissima è la responsabilità dei vescovi. Penso in particolare agli Stati Uniti d'America dove fui inviato come nunzio apostolico da papa Benedetto XVI il 19 ottobre 2011, memoria dei primi martiri dell'America Settentrionale. I vescovi degli Stati Uniti sono chiamati, e io con loro, a seguire l'esempio di questi primi martiri che portarono il Vangelo nelle terre d'America, a essere testimoni credibili dell'incommensurabile amore di Cristo, Via, Verità e Vita. Vescovi e sacerdoti, abusando della loro autorità, hanno commesso crimini orrendi a danno di loro fedeli, minori, vittime innocenti, giovani uomini desiderosi di offrire la loro vita alla Chiesa, o non hanno impedito con il loro silenzio che tali crimini continuassero a essere perpetrati. Per restituire la bellezza della santità al volto della Sposa di Cristo, tremendamente sfigurato da tanti abominevoli delitti, se vogliamo veramente liberare la Chiesa dalla fetida palude in cui è caduta, dobbiamo avere il coraggio di abbattere la cultura del segreto e confessare pubblicamente le verità che abbiamo tenuto nascoste. Occorre abbattere l'omertà con cui vescovi e sacerdoti hanno protetto loro stessi a danno dei loro fedeli, omertà che agli occhi del mondo rischia di far apparire la Chiesa come una setta, omertà non tanto dissimile da quella che vige nella mafia. «Tutto quello che avete detto nelle tenebre… sarà proclamato sui tetti» (Luca, 12:3). Avevo sempre creduto e sperato che la gerarchia della Chiesa potesse trovare in sé stessa le risorse spirituali e la forza per far emergere la verità, per emendarsi e rinnovarsi. Per questo motivo, anche se più volte sollecitato, avevo sempre evitato di fare dichiarazioni ai mezzi di comunicazione, anche quando sarebbe stato mio diritto farlo per difendermi dalle calunnie pubblicate sul mio conto anche da alti prelati della Curia romana. Ma ora che la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchica della Chiesa la mia coscienza mi impone di rivelare quelle verità di cui, in relazione al caso tristissimo dell'arcivescovo emerito di Washington, Theodore McCarrick, sono venuto a conoscenza nel corso degli incarichi che mi furono affidati, da san Giovanni Paolo II come delegato per le Rappresentanze pontificie dal 1998 al 2009, e da papa Benedetto XVI come nunzio apostolico negli Stati Uniti d'America dal 19 ottobre 2011 a fine maggio 2016. Come delegato per le Rappresentanze pontificie nella Segreteria di Stato, le mie competenze non erano limitate alle nunziature apostoliche, ma comprendevano anche il personale della Curia romana (assunzioni, promozioni, processi informativi su candidati all'episcopato, eccetera) e l'esame di casi delicati, anche di cardinali e vescovi, che venivano affidati al delegato dal cardinale Segretario di Stato o dal sostituto della Segreteria di Stato. Per dissipare sospetti insinuati in alcuni articoli recenti, dirò subito che i nunzi apostolici negli Stati Uniti, Gabriel Montalvo e Pietro Sambi, ambedue deceduti prematuramente, non mancarono di informare immediatamente la Santa Sede non appena ebbero notizia dei comportamenti gravemente immorali con seminaristi e sacerdoti dell'arcivescovo McCarrick. Anzi, la lettera del padre domenicano Boniface Ramsey datata 22 novembre 2000, secondo quanto scrisse il nunzio Pietro Sambi, fu da lui scritta su richiesta del compianto nunzio Montalvo. In essa padre Ramsey, che era stato professore nel seminario diocesano di Newark dalla fine degli anni Ottanta fino al 1996, afferma che era voce ricorrente in seminario che l'arcivescovo «shared his bed with seminarians», invitandone cinque alla volta a passare il fine settimana con lui nella sua casa al mare. E aggiungeva di conoscere un certo numero di seminaristi, di cui alcuni furono poi ordinati sacerdoti per l'arcidiocesi di Newark, che erano stati invitati a detta casa al mare e avevano condiviso il letto con l'arcivescovo. L'ufficio che allora ricoprivo non fu portato a conoscenza di alcun provvedimento preso dalla Santa Sede dopo quella denuncia del nunzio Montalvo alla fine del 2000, quando Segretario di Stato era il cardinale Angelo Sodano. Parimenti, il nunzio Sambi trasmise al cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, una memoria di accusa contro McCarrick da parte del sacerdote Gregory Littleton della diocesi di Charlotte, ridotto allo stato laicale per violazione di minori, assieme a due documenti dello stesso Littleton, in cui raccontava la sua triste storia di abusi sessuali da parte dell'allora arcivescovo di Newark e di diversi altri preti e seminaristi. Il nunzio aggiungeva che il Littleton aveva già inoltrato questa sua memoria a circa una ventina di persone, fra autorità giudiziarie civili ed ecclesiastiche, di polizia e avvocati, fin dal giugno 2006, e che era quindi molto probabile che la notizia venisse presto resa pubblica. Egli sollecitava pertanto un pronto intervento della Santa Sede. Nel redigere l'appunto su questi documenti che come delegato per le rappresentanze pontificie mi furono affidati il 6 dicembre 2006, scrissi per i miei superiori, il cardinale Tarcisio Bertone e il sostituto Leonardo Sandri, che i fatti attribuiti a McCarrick dal Littleton erano di tale gravità e nefandezza da provocare nel lettore sconcerto, senso di disgusto, profonda pena e amarezza, e che essi configuravano i crimini di adescamento, sollecitazione ad atti turpi di seminaristi e sacerdoti, ripetuti e simultaneamente con più persone, dileggio di un giovane seminarista che cercava di resistere alle seduzioni dell'arcivescovo alla presenza di altri due sacerdoti, assoluzione del complice in atti turpi, celebrazione sacrilega dell'eucaristia con i medesimi sacerdoti dopo aver commesso tali atti. In quel mio appunto, che consegnai quello stesso 6 dicembre 2006 al mio diretto superiore, il sostituto Leonardo Sandri, proponevo ai miei superiori le seguenti considerazioni e linea d'azione: - Premesso che a tanti scandali nella Chiesa negli Stati Uniti, sembrava che se ne stesse per aggiungere uno di particolare gravità che riguardava un cardinale; - e che in via di diritto, trattandosi di un cardinale, in base al canone 1.405 paragrafo 1, punto 2, « ipsius Romani Pontificis dumtaxat ius est iudicandi»; - proponevo che venisse preso nei confronti del cardinale un provvedimento esemplare che potesse avere una funzione medicinale, per prevenire futuri abusi nei confronti di vittime innocenti e lenire il gravissimo scandalo per i fedeli, che nonostante tutto continuavano ad amare e credere nella Chiesa. Aggiungevo che sarebbe stato salutare che per una volta l'autorità ecclesiastica avesse a intervenire prima di quella civile e, se possibile, prima che lo scandalo fosse scoppiato sulla stampa. Ciò avrebbe potuto restituire un po' di dignità a una Chiesa così provata e umiliata per tanti abominevoli comportamenti da parte di alcuni pastori. In tal caso, l'autorità civile non si sarebbe trovata più a dover giudicare un cardinale, ma un pastore verso cui la Chiesa aveva già preso opportuni provvedimenti, per impedire che il cardinale, abusando della sua autorità, continuasse a distruggere vittime innocenti. Quel mio appunto del 6 dicembre 2006 fu trattenuto dai miei superiori e mai mi fu restituito con un'eventuale decisione superiore al riguardo. Successivamente, intorno al 21-23 aprile 2008, fu pubblicato su Internet - nel sito richardsipe.com - lo Statement for Pope Benedict XVI about the pattern of sexual abuse crisis in the United States, di Richard Sipe. Esso fu trasmesso il 24 aprile dal Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale William Levada, al cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, e fu a me consegnato un mese dopo, il successivo 24 maggio 2008. Il giorno seguente consegnavo al nuovo sostituto, Fernando Filoni, il mio appunto, comprensivo del mio precedente del 6 dicembre 2006. In esso facevo una sintesi del documento di Richard Sipe, che terminava con questo rispettoso e accorato appello a papa Benedetto XVI: «I approach Your Holiness with due reverence, but with the same intensity that motivated Peter Damian to lay out before your predecessor, pope Leo IX, a description of the condition of the clergy during his time. The problems he spoke of are similar and as great now in the United States as they were then in Rome. If Your Holiness requests, I will submit to you personally documentation of that about which I have spoken». Terminavo questo mio appunto ripetendo ai miei superiori che ritenevo si dovesse intervenire quanto prima, togliendo il cappello cardinalizio al cardinale McCarrick e infliggendogli le sanzioni stabilite dal codice di diritto canonico, le quali prevedono anche la riduzione allo stato laicale. Anche questo secondo mio appunto non fu mai restituito all'ufficio del personale, e grande era il mio sconcerto nei confronti dei superiori per l'inconcepibile assenza di ogni provvedimento nei confronti del cardinale, e per il perdurare della mancanza di ogni comunicazione nei miei riguardi fin da quel mio primo appunto del dicembre 2006. Ma finalmente seppi con certezza, tramite il cardinale Giovanni Battista Re, allora Prefetto della Congregazione per i vescovi, che il coraggioso e meritevole statement di Richard Sipe aveva avuto il risultato auspicato. Papa Benedetto XVI aveva comminato al cardinale McCarrick sanzioni simili a quelle ora inflittegli da papa Francesco: il cardinale doveva lasciare il seminario in cui abitava, gli veniva proibito di celebrare in pubblico, di partecipare a pubbliche riunioni, di dare conferenze, di viaggiare, con obbligo di dedicarsi a una vita di preghiera e di penitenza. Non mi è noto quando papa Benedetto abbia preso nei confronti di McCarrick questi provvedimenti, se nel 2009 o nel 2010, perché nel frattempo ero stato trasferito al Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, così come non mi è dato sapere chi sia stato responsabile di questo incredibile ritardo. Non credo certo papa Benedetto, il quale da cardinale aveva già più volte denunciato la corruzione presente nella Chiesa, e nei primi mesi del suo pontificato aveva preso ferma posizione contro l'ammissione in seminario di giovani con profonde tendenze omosessuali. Ritengo che ciò fosse dovuto all'allora primo collaboratore del Papa, cardinale Tarcisio Bertone, notoriamente favorevole a promuovere omosessuali in posti di responsabilità, e solito gestire le informazioni che riteneva opportuno far pervenire al Papa. In ogni caso, quello che è certo è che papa Benedetto inflisse a McCarrick le suddette sanzioni canoniche, e che esse gli furono comunicate dal nunzio apostolico negli Stati Uniti, Pietro Sambi. Monsingor Jean François Lantheaume, allora primo consigliere della nunziatura a Washington e Chargé d'affaires ad interim dopo la morte inaspettata del nunzio Sambi a Baltimora, mi riferì quando giunsi a Washington - ed egli è pronto a darne testimonianza - di un colloquio burrascoso, di oltre un'ora, del nunzio Sambi con il cardinale McCarrick convocato in nunziatura: «La voce del nunzio», mi disse monsignor Lantheaume, «si sentiva fin nel corridoio». Le medesime disposizioni di papa Benedetto furono poi comunicate anche a me dal nuovo Prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Marc Ouellet, nel novembre 2011 in un colloquio prima della mia partenza per Washington, fra le istruzioni della medesima Congregazione al nuovo nunzio. A mia volta le ribadii al cardinale McCarrick al mio primo incontro con lui in nunziatura. Il cardinale, farfugliando in modo appena comprensibile, ammise di aver forse commesso l'errore di aver dormito nello stesso letto con qualche seminarista nella sua casa al mare, ma me lo disse come se ciò non avesse alcuna importanza. I fedeli si chiedono insistentemente come sia stata possibile la sua nomina a Washington e a cardinale, e hanno pieno diritto di sapere chi fosse a conoscenza, chi abbia coperto i suoi gravi misfatti. È perciò mio dovere rendere noto quanto so al riguardo, incominciando dalla Curia romana. Il cardinale Angelo Sodano è stato Segretario di Stato fino al settembre 2006: ogni informazione perveniva a lui. Nel novembre 2000 il nunzio Montalvo inviò a lui il suo rapporto trasmettendogli la già citata lettera di padre Boniface Ramsey in cui denunciava i gravi abusi commessi da McCarrick. È noto che Sodano cercò di coprire fino all'ultimo lo scandalo di padre Marcial Maciel, rimosse persino il nunzio a Città del Messico, Justo Mullor, che si rifiutava di essere complice delle sue manovre di copertura di Maciel e al suo posto nominò Sandri, allora nunzio in Venezuela, ben disposto invece a collaborare. Sodano giunse anche a far fare un comunicato alla sala stampa vaticana in cui si affermava il falso, che cioè papa Benedetto aveva deciso che il caso Maciel doveva ormai considerarsi chiuso. Benedetto reagì, nonostante la strenua difesa da parte di Sodano, e Maciel fu giudicato colpevole e irrevocabilmente condannato. Fu la nomina a Washington e a cardinale di McCarrick opera di Sodano, quando Giovanni Paolo II era già molto malato? Non ci è dato saperlo. È però lecito pensarlo, ma non credo che sia stato il solo responsabile. McCarrick andava con molta frequenza a Roma e si era fatto amici dappertutto, a tutti i livelli della Curia. Se Sodano aveva protetto Maciel, come appare sicuro, non si vede perché non lo avrebbe fatto per McCarrick, che a detta di molti aveva i mezzi anche finanziari per influenzare le decisioni. Alla sua nomina a Washington si era invece opposto l'allora Prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Giovanni Battista Re. Alla nunziatura di Washington c'è un biglietto, scritto di suo pugno, in cui il cardinale Re si dissocia da detta nomina e afferma che McCarrick era il quattordicesimo nella lista per la provvista di Washington. Al cardinale Tarcisio Bertone, come Segretario di Stato, fu indirizzato il rapporto del nunzio Sambi, con tutti gli allegati, e a lui furono presumibilmente consegnati dal sostituto i miei due sopra citati appunti del 6 dicembre 2006 e del 25 maggio 2008. Come già accennato, il cardinale non aveva difficoltà a presentare insistentemente per l'episcopato candidati notoriamente omosessuali attivi - cito solo il noto caso di Vincenzo di Mauro, nominato arcivescovo-vescovo di Vigevano, poi rimosso perché insidiava i suoi seminaristi - e a filtrare e manipolare le informazioni che faceva pervenire a papa Benedetto. Il cardinale Pietro Parolin, attuale Segretario di Stato, si è reso anch'egli complice di aver coperto i misfatti di McCarrick, il quale dopo l'elezione di papa Francesco si vantava apertamente dei suoi viaggi e missioni in vari continenti. Nell'aprile 2014 il Washington Times aveva riferito in prima pagina di un viaggio di McCarrick nella Repubblica Centroafricana, per giunta a nome del Dipartimento di Stato. Come Nunzio a Washington, scrissi perciò al cardinale Parolin chiedendogli se erano ancora valide le sanzioni comminate a McCarrick da papa Benedetto. Ça va sans dire che la mia lettera non ebbe mai alcuna risposta! Lo stesso si dica per il cardinale William Levada, già Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e per i cardinali Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i vescovi, e Lorenzo Baldisseri, già segretario della medesima Congregazione per i vescovi, e l'arcivescovo Ilson de Jesus Montanari, attuale segretario della medesima Congregazione. Essi, in ragione del loro ufficio, erano al corrente delle sanzioni imposte da papa Benedetto a McCarrick. I cardinali Leonardo Sandri, Fernando Filoni e Angelo Becciu, come sostituti della Segreteria di Stato, hanno saputo in tutti i particolari la situazione del cardinale McCarrick. Così pure non potevano non sapere i cardinali Giovanni Lajolo e Dominique Mamberti, che, come Segretari per i rapporti con gli Stati, partecipavano più volte alla settimana a riunioni collegiali con il Segretario di Stato. Per quanto riguarda la Curia romana per ora mi fermo qui, anche se sono ben noti i nomi di altri prelati in Vaticano, anche molto vicini a papa Francesco, come il cardinale Francesco Coccopalmerio e l'arcivescovo Vincenzo Paglia, che appartengono alla corrente filo omosessuale favorevole a sovvertire la dottrina cattolica a riguardo dell'omosessualità, corrente già denunciata fin dal 1986 dal cardinale Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, nella Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali. Alla medesima corrente, seppur con una ideologia diversa, appartengono anche i cardinali Edwin Frederick O'Brien e Renato Raffaele Martino. Altri poi, appartenenti a detta corrente, risiedono persino alla Domus Sanctae Marthae. Vengo ora agli Stati Uniti. Ovviamente, il primo a essere stato informato dei provvedimenti presi da papa Benedetto fu il successore di McCarrick alla sede di Washington, il cardinale Donald Wuerl, la cui situazione è ora del tutto compromessa dalle recenti rivelazioni sul suo comportamento come vescovo di Pittsburgh. È assolutamente impensabile che il nunzio Sambi, persona altamente responsabile, leale, diretto ed esplicito nel suo modo di essere da vero romagnolo, non gliene abbia parlato. In ogni caso, io stesso venni in più occasioni sull'argomento con il cardinale Wuerl, e non ci fu certo bisogno che entrassi in particolari perché mi fu subito evidente che ne era pienamente al corrente. Ricordo poi in particolare il fatto che dovetti richiamare la sua attenzione perché mi accorsi che in una pubblicazione dell'arcidiocesi, sulla copertina posteriore a colori, veniva annunciato un invito ai giovani che ritenevano di avere la vocazione al sacerdozio a un incontro con il cardinale McCarrick. Telefonai subito al cardinale Wuerl, che mi manifestò la sua meraviglia, dicendomi che non sapeva nulla di quell'annuncio e che avrebbe provveduto ad annullare detto incontro. Se, come ora continua ad affermare, non sapeva nulla degli abusi commessi da McCarrick e dei provvedimenti presi da papa Benedetto, come si spiega la sua risposta? Le sue recenti dichiarazioni in cui afferma di non aver saputo nulla, anche se all'inizio furbescamente riferite ai risarcimenti alle due vittime, sono assolutamente risibili. Il cardinale mente spudoratamente e per di più induce a mentire anche il suo cancelliere, monsignor Antonicelli. Del resto, già in altra occasione il cardinale Wuerl aveva chiaramente mentito. A seguito di un evento moralmente inaccettabile autorizzato dalle autorità accademiche della Georgetown university, avevo richiamato l'attenzione del suo presidente, dottor John DeGioia, indirizzandogli due successive lettere. Prima di inoltrarle al destinatario, per correttezza, ne consegnai personalmente copia al cardinale con una mia lettera di accompagnamento. Il cardinale mi disse che non ne era al corrente. Si guardò bene però di accusare ricevimento delle mie due lettere, contrariamente a quanto puntualmente era solito fare. Poi seppi che detto evento alla Georgetown aveva avuto luogo da sette anni. Ma il cardinale non ne sapeva nulla! Il cardinale Wuerl inoltre, ben sapendo dei continui abusi commessi dal cardinale McCarrick e delle sanzioni impostegli da papa Benedetto, trasgredendo l'ordine del Papa gli permise di risiedere in un seminario in Washington D.C. Mise così a rischio altri seminaristi. Il vescovo Paul Bootkoski, emerito di Metuchen, e l'arcivescovo John Myers, emerito di Newark, coprirono gli abusi commessi da McCarrick nelle loro rispettive diocesi e risarcirono due delle sue vittime. Non possono negarlo, e devono essere interrogati perché rivelino ogni circostanza e responsabilità al riguardo. Il cardinale Kevin Farrell, intervistato recentemente dai media, ha anch'egli affermato di non avere avuto il minimo sentore degli abusi commessi da McCarrick. Tenuto conto del suo curriculum a Washington, a Dallas e ora a Roma, credo che nessuno possa onestamente credergli. Non so se gli sia mai stato chiesto se sapesse dei crimini di Maciel. Se dovesse negarlo, qualcuno forse gli crederebbe, atteso che egli ha occupato compiti di responsabilità come membro dei Legionari di Cristo? Del cardinale Sean O'Malley mi limito a dire che le sue ultime dichiarazioni sul caso McCarrick sono sconcertanti, anzi hanno oscurato totalmente la sua trasparenza e credibilità. La mia coscienza mi impone poi di rivelare fatti che ho vissuto in prima persona, riguardanti papa Francesco, che hanno una valenza drammatica, e che come vescovo, condividendo la responsabilità collegiale di tutti i vescovi verso la Chiesa universale, non mi permettono di tacere, e che qui affermo, disposto a confermarli sotto giuramento chiamando Dio come mio testimone. Negli ultimi mesi del suo pontificato papa Benedetto XVI aveva convocato a Roma una riunione di tutti i nunzi apostolici, come avevano già fatto Paolo VI e San Giovanni Paolo II in più occasioni. La data fissata per l'udienza con il Papa era venerdì 21 giugno 2013. Papa Francesco mantenne questo impegno preso dal suo predecessore. Naturalmente anch'io venni a Roma da Washington. Si trattava del mio primo incontro con il nuovo Papa, eletto solo tre mesi prima, dopo la rinuncia di papa Benedetto. La mattina di giovedì 20 giugno 2013 mi recai alla Domus Sanctae Marthae, per unirmi ai miei colleghi che erano ivi alloggiati. Appena entrato nella hall mi incontrai con il cardinal McCarrick, che indossava la veste filettata. Lo salutai con rispetto come sempre avevo fatto. Egli mi disse immediatamente con un tono fra l'ambiguo e il trionfante: «Il Papa mi ha ricevuto ieri, domani vado in Cina». Allora nulla sapevo della sua lunga amicizia con il cardinale Bergoglio, e della parte di rilievo che aveva giocato per la sua recente elezione, come lo stesso McCarrick avrebbe successivamente rivelato in una conferenza alla Villanova university e in un'intervista al Catholic National Reporter, né avevo mai pensato al fatto che aveva partecipato agli incontri preliminari del recente conclave, e al ruolo che aveva potuto avere come elettore in quello del 2005. Non colsi perciò immediatamente il significato del messaggio criptato che McCarrick mi aveva comunicato, ma che mi sarebbe diventato evidente nei giorni immediatamente successivi. Il giorno dopo ebbe luogo l'udienza con papa Francesco. Dopo il discorso, in parte letto e in parte pronunciato a braccio, il Papa volle salutare uno a uno tutti i nunzi. In fila indiana, ricordo che io rimasi fra gli ultimi. Quando fu il mio turno, ebbi appena il tempo di dirgli «sono il nunzio negli Stati Uniti», che senza alcun preambolo mi investì con tono di rimprovero con queste parole: «I vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati! Devono essere dei pastori!». Naturalmente non ero in condizione di chiedere spiegazioni sul significato delle sue parole e del modo aggressivo con cui mi aveva apostrofato. Avevo in mano un libro in portoghese che il cardinale O'Malley mi aveva consegnato per il Papa qualche giorno prima, dicendomi: «Così ripassa il portoghese prima di andare a Rio, per la Giornata mondiale della gioventù». Glielo consegnai subito, liberandomi così da quella situazione estremamente sconcertante e imbarazzante. Al termine dell'udienza il Papa annunziò: «Chi di voi domenica prossima è ancora a Roma è invitato a concelebrare con me alla Domus Sanctae Marthae». Io naturalmente pensai di restare, per chiarire quanto prima cosa il Papa avesse inteso dirmi. Domenica 23 giugno, prima della concelebrazione con il Papa, chiesi a monsignor Battista Ricca, che come responsabile della casa ci aiutava a indossare i paramenti, se poteva chiedere al Papa se nel corso della settimana seguente avrebbe potuto ricevermi. Come avrei potuto ritornare a Washington senza aver chiarito ciò che il Papa voleva da me? Terminata la messa, mentre il Papa salutava i pochi laici presenti, monsignor Fabian Pedacchio, il suo segretario argentino, venne da me e mi disse: «Il Papa mi ha detto di chiederle se lei è libero adesso!». Naturalmente gli risposi che ero a disposizione del Papa e che lo ringraziavo di volermi ricevere subito. Il Papa mi condusse al primo piano nel suo appartamento e mi disse: «Abbiamo 40 minuti prima dell'Angelus». Iniziai io la conversazione, chiedendogli che cosa avesse inteso dirmi con le parole che mi aveva rivolto quando l'avevo salutato, il venerdì precedente. E il Papa, con un tono ben diverso, amichevole, quasi affettuoso, mi disse: «Sì, i vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, non devono essere di destra come l'arcivescovo di Filadelfia (il Papa non mi fece il nome dell'arcivescovo), devono essere dei pastori; e non devono essere di sinistra», e aggiunse, alzando tutte e due le braccia: «E quando dico di sinistra, intendo dire omosessuali». Naturalmente mi sfuggì la logica della correlazione fra essere di sinistra ed essere omosessuali, ma non aggiunsi altro. Subito dopo il Papa mi chiese con tono accattivante: «Il cardinale McCarrick com'è?». Io gli risposi con tutta franchezza, e se volete con tanta ingenuità: «Santo Padre, non so se lei conosce il cardinale McCarrick, ma se chiede alla Congregazione per i vescovi c'è un dossier grande così su di lui. Ha corrotto generazioni di seminaristi e di sacerdoti, e papa Benedetto gli ha imposto di ritirarsi a una vita di preghiera e di penitenza». Il Papa non fece il minimo commento a quelle mie parole tanto gravi, e non mostrò sul suo volto alcuna espressione di sorpresa, come se la cosa gli fosse già nota da tempo, e cambiò subito di argomento. Ma allora, con quale finalità il Papa mi aveva posto quella domanda: «Il cardinal McCarrick com'è?». Evidentemente voleva accertarsi se fossi alleato di McCarrick o no. Rientrato a Washington, tutto mi divenne molto chiaro, grazie anche a un nuovo fatto accaduto solo pochi giorni dopo il mio incontro con papa Francesco. Alla presa di possesso della diocesi di El Paso da parte del nuovo vescovo Mark Seitz, il 9 luglio 2013, inviai il primo consigliere, monsignor Jean François Lantheaume, mentre io quel medesimo giorno andai a Dallas per un incontro internazionale di bioetica. Di ritorno, monsignor Lantheaume mi riferì che a El Paso aveva incontrato il cardinale McCarrick, il quale, presolo in disparte, gli aveva detto quasi le stesse parole che il Papa aveva detto a me a Roma: «I vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, non devono essere di destra, devono essere dei pastori…». Rimasi esterrefatto! Era perciò chiaro che le parole di rimprovero che papa Francesco mi aveva rivolto quel 21 giugno 2013 gli erano state messe in bocca il giorno prima dal cardinale McCarrick. Anche la menzione da parte del Papa «non come l'arcivescovo di Filadelfia» conduceva a McCarrick, perché fra i due c'era stato un forte diverbio a riguardo dell'ammissione alla comunione dei politici favorevoli all'aborto: McCarrick aveva manipolato nella sua comunicazione ai vescovi una lettera dell'allora cardinale Ratzinger che proibiva di dare loro la comunione. Di fatto, poi, sapevo quanto certi cardinali come Roger Mahony, William Levada e Wuerl, fossero strettamente legati a McCarrick, avessero osteggiato le nomine più recenti fatte da papa Benedetto, per sedi importanti come Filadelfia, Baltimora, Denver e San Francisco. Non contento della trappola che mi ha aveva teso in 23 giugno 2013 chiedendomi di McCarrick, solo qualche mese dopo, nell'udienza che mi concesse il 10 ottobre 2013,papa Francesco me ne pose una seconda, questa volta a riguardo di un suo secondo protetto, il cardinale Donald Wuerl. Mi chiese: «Il cardinale Wuerl com'è, buono o cattivo?». «Santo Padre», gli risposi, «non le dirò se è buono o cattivo, ma le riferirò due fatti». Sono quelli a cui ho già sopra accennato, che riguardano la noncuranza pastorale di Wuerl per le deviazioni aberranti alla Georgetown university e l'invito da parte dell'arcidiocesi di Washington a giovani aspiranti al sacerdozio a un incontro con McCarrick! Anche questa seconda volta il Papa non manifestò alcuna reazione. Era poi evidente che, a partire dalla elezione di papa Francesco, McCarrick, ormai sciolto da ogni costrizione, si era sentito libero di viaggiare continuamente, di dare conferenze e interviste. In un gioco di squadra con il cardinale Rodriguez Maradiaga era diventato il kingmaker per le nomine in Curia e negli Stati Uniti, e il consigliere più ascoltato in Vaticano per i rapporti con l'amministrazione Obama. Così si spiega il fatto che, come membri della Congregazione per i vescovi, il Papa sostituì il cardinale Raymond Burke con Wuerl e vi nominò immediatamente Blase Cupich, fatto poi subito cardinale. Con tali nomine, la nunziatura a Washington era ormai fuori gioco per la nomina dei vescovi. Per giunta, nominò il brasiliano Ilson de Jesus Montanari - grande amico del suo segretario privato argentino Fabian Pedacchio - segretario della medesima Congregazione per i vescovi e segretario del Collegio dei cardinali, promuovendolo in un sol balzo da semplice officiale di quel dicastero ad arcivescovo segretario. Cosa mai vista per un incarico così importante! Le nomine di Blase Cupich a Chicago e di William Tobin a Newark sono state orchestrate da McCarrick, Maradiaga e Wuerl, uniti da un patto scellerato di abusi del primo e quantomeno di coperture di abusi da parte degli altri due. I loro nominativi non figuravano fra quelli presentati dalla nunziatura per Chicago e per Newark. Di Cupich non può certo sfuggire l'ostentata arroganza e sfrontatezza nel negare l'evidenza ormai palese a tutti: che cioè l'80% degli abusi riscontrati è stato nei confronti di giovani adulti da parte di omosessuali in rapporto di autorità verso le loro vittime. Nel discorso che fece alla presa di possesso della sede di Chicago, a cui ero presente come rappresentante del Papa, Cupich disse, come battuta di spirito, che certo non ci si doveva aspettare dal nuovo arcivescovo che camminasse sulle acque. Sarebbe forse sufficiente che fosse capace di restare con i piedi per terra e che non cercasse di capovolgere la realtà, accecato dalla sua ideologia pro gay, come ha affermato in una recente intervista ad America. Ostentando la sua particolare competenza in materia - essendo stato presidente del Committee on protection of children and young people della Uscb - ha asserito che il problema principale nella crisi degli abusi sessuali da parte del clero non è l'omosessualità, e che affermarlo è solo un modo per distogliere l'attenzione dal vero problema che è il clericalismo. A sostegno di questa sua tesi, Cupich ha fatto «stranamente» riferimento ai risultati di una ricerca fatta nell'apice della crisi di abusi sessuali nei confronti di minori dell'inizio degli anni 2000, mentre ha ignorato «candidamente» che i risultati di quell'indagine furono totalmente smentiti dai successivi rapporti indipendenti del John Jay college of criminal justice del 2004 e del 2011, in cui si concludeva che nei casi di abusi sessuali l'81% delle vittime erano maschi. Infatti, padre Hans Zollner S.J., vicerettore della Pontificia università gregoriana, presidente del Centre for child protection, membro della Pontificia commissione per la protezione dei minori, ha recentemente dichiarato al giornale La Stampa che «nella maggior parte dei casi si tratta di abusi omosessuali». Anche la nomina, poi, di Robert McElroy a San Diego fu pilotata dall'alto, con un ordine perentorio cifrato, a me come nunzio, dal cardinale Parolin: «Riservi la sede di San Diego per McElroy». Anche McElroy ben sapeva degli abusi commessi da McCarrick, come risulta da una lettera indirizzatagli da Richard Sipe il 28 luglio 2016. A questi personaggi sono strettamente associati individui appartenenti in particolare all'ala deviata della Compagnia di Gesù, purtroppo oggi maggioritaria, che già era stata motivo di gravi preoccupazioni per Paolo VI e per i successivi pontefici. Basti solo pensare a padre Robert Drinan S.J., eletto quattro volte alla Camera dei rappresentanti, accanito sostenitore dell'aborto, o a padre Vincent O'Keefe S.J., fra i principali promotori del documento The Land o' lakes statement del 1967, che ha gravemente compromesso l'identità cattolica delle università e dei collegi negli Stati Uniti. Si noti che anche McCarrick, allora presidente dell'università cattolica del Portorico, partecipò a quell'infausta impresa, così deleteria per la formazione delle coscienze della gioventù americana, strettamente associato com'era all'ala deviata dei gesuiti. Padre James Martin S.J., osannato dai personaggi sopra menzionati, in particolare da Cupich, Tobin, Farrell e McElroy, nominato consultore del dicastero per le comunicazioni, noto attivista che promuove l'agenda Lgbt, prescelto per corrompere i giovani che si raduneranno prossimamente a Dublino per l'incontro mondiale delle famiglie, altro non è se non un triste recente esemplare di quell'ala deviata della Compagnia di Gesù. Papa Francesco ha chiesto più volte totale trasparenza nella Chiesa e a vescovi e fedeli di agire con parresia. I fedeli di tutto il mondo la esigono anche da lui in modo esemplare. Dica da quando ha saputo dei crimini commessi da McCarrick abusando della sua autorità con seminaristi e sacerdoti. In ogni caso, il Papa lo ha saputo da me il 23 giugno 2013 e ha continuato a coprirlo, non ha tenuto conto delle sanzioni che gli aveva imposto papa Benedetto e ne ha fatto il suo fidato consigliere insieme con Maradiaga. Quest'ultimo si sente così sicuro della protezione del Papa che può cestinare come «pettegolezzi» gli appelli accorati di decine di suoi seminaristi, che trovarono il coraggio di scrivergli dopo che uno di loro aveva cercato di suicidarsi per gli abusi omosessuali nel seminario. Ormai i fedeli hanno ben capito la strategia di Maradiaga: insultare le vittime per salvare sé stesso, mentire a oltranza per coprire una voragine di abusi di potere, di cattiva gestione nell'amministrazione dei beni della Chiesa, di disastri finanziari anche nei confronti di intimi amici, come nel caso dell'ambasciatore dell'Honduras Alejandro Valladares, già decano del corpo diplomatico presso la Santa Sede. Nel caso del già vescovo ausiliare Juan José Pineda, dopo l'articolo apparso sul settimanale L'Espresso nel febbraio scorso, Maradiaga aveva dichiarato al giornale Avvenire: «È stato il mio vescovo ausiliare Pineda a chiedere la visita, in modo da “pulire" il suo nome a seguito di molte calunnie di cui è stato oggetto». Ora, di Pineda si è pubblicato unicamente che le sue dimissioni sono state semplicemente accettate, facendo così sparire nel nulla qualsiasi eventuale responsabilità sua e di Maradiaga. In nome della trasparenza dal Papa tanto conclamata, si renda pubblico il rapporto che il «visitatore», il vescovo argentino Alcides Casaretto, ha consegnato più di un anno fa solo e direttamente al Papa. Infine, anche la recente nomina a sostituto dell'arcivescovo Edgar Peña Parra ha una connessione con l'Honduras, cioè con Maradiaga. Peña Parra infatti dal 2003 al 2007 ha prestato servizio presso la nunziatura di Tegucigalpa in qualità di consigliere. Come delegato per le Rappresentanze pontificie mi erano pervenute informazioni preoccupanti a suo riguardo. In Honduras si sta per ripetere uno scandalo immane come quello in Cile. Il Papa difende a oltranza il suo uomo, il cardinale Rodriguez Maradiaga, come aveva fatto in Cile con il vescovo Juan de la Cruz Barros, che lui stesso aveva nominato vescovo di Osorno, contro il parere dei vescovi cileni. Prima ha insultato le vittime degli abusi, poi, solo quando vi è stato costretto dal clamore dei media, dalla rivolta delle vittime e dei fedeli cileni, ha riconosciuto il suo errore e si è scusato, pur affermando che era stato mal informato, provocando una situazione disastrosa nella Chiesa in Cile, ma continuando a proteggere i due cardinali cileni Francisco Errazuriz e Ricardo Ezzati. Anche nella triste vicenda di McCarrick, il comportamento di papa Francesco non è stato diverso. Sapeva perlomeno dal 23 giugno 2013 che McCarrick era un predatore seriale. Pur sapendo che era un corrotto, lo ha coperto a oltranza, anzi ha fatto propri i suoi consigli non certo ispirati da sane intenzioni né da amore per la Chiesa. Solo quando vi è stato costretto dalla denuncia di un abuso di un minore, sempre in funzione del plauso dei media, ha preso provvedimenti nei suoi confronti per salvare la sua immagine mediatica. Ora negli Stati Uniti c'è un coro che si leva specialmente dai fedeli laici, a cui ultimamente si sono uniti alcuni vescovi e sacerdoti: chiedono che tutti quelli che hanno coperto con il loro silenzio il comportamento criminale di McCarrick o che si sono serviti di lui per fare carriera o promuovere i loro intenti, ambizioni e il loro potere nella Chiesa si dimettano. Ma ciò non sarà sufficiente per sanare la situazione di gravissimi comportamenti immorali da parte del clero, vescovi e sacerdoti. Occorre proclamare un tempo di conversione e di penitenza. Occorre recuperare nel clero e nei seminari la virtù della castità. Occorre lottare contro la corruzione dell'uso improprio delle risorse della Chiesa e delle offerte dei fedeli. Occorre denunciare la gravità della condotta omosessuale. Occorre sradicare le reti di omosessuali esistenti nella Chiesa, come ha recentemente scritto Janet Smith, professoressa di teologia morale nel Sacred Heart major seminary di Detroit. «Il problema degli abusi del clero», ha scritto, «non potrà essere risolto semplicemente con le dimissioni di alcuni vescovi, né tanto meno con nuove direttive burocratiche. Il centro del problema sta nelle reti omosessuali nel clero che devono essere sradicate». Queste reti di omosessuali, ormai diffuse in molte diocesi, seminari, ordini religiosi, eccetera, agiscono coperte dal segreto e dalla menzogna con la potenza dei tentacoli di una piovra e stritolano vittime innocenti, vocazioni sacerdotali e stanno strangolando l'intera Chiesa. Imploro tutti, in particolare i vescovi, di rompere il silenzio per sconfiggere questa cultura di omertà così diffusa, di denunciare ai media e alle autorità civili i casi di abusi di cui sono a conoscenza. Ascoltiamo il messaggio più potente che ci ha lasciato in eredità San Giovanni Paolo II: «Non abbiate paura! Non abbiate paura!». Papa Benedetto nell'omelia dell'Epifania del 2008 ci ricordava che il disegno di salvezza del Padre si è pienamente rivelato e realizzato nel mistero della morte e risurrezione di Cristo, ma richiede di essere accolto dalla storia umana, che rimane sempre storia di fedeltà da parte di Dio e purtroppo anche di infedeltà da parte di noi uomini. La Chiesa, depositaria della benedizione della nuova alleanza, siglata nel sangue dell'Agnello, è santa ma composta di peccatori, come scrisse Sant'Ambrogio: la Chiesa è «immaculata ex maculatis», è santa e senza macchia pur essendo composta nel suo itinerario terreno da uomini macchiati di peccato. Voglio ricordare questa verità indefettibile della santità della Chiesa ai tanti che sono rimasti così profondamente scandalizzati dagli abominevoli e sacrileghi comportamenti del già arcivescovo di Washington, Theodore McCarrick, dalla grave, sconcertante e peccaminosa condotta di papa Francesco e dall'omertà di tanti pastori, e che sono tentati di abbandonare la Chiesa deturpata da tante ignominie. Papa Francesco all'Angelus di domenica 12 agosto 2018 ha pronunciato queste parole: «Ognuno è colpevole del bene che poteva fare e non ha fatto… Se non ci opponiamo al male, lo alimentiamo in modo tacito. È necessario intervenire dove il male si diffonde; perché il male si diffonde dove mancano cristiani audaci che si oppongono con il bene». Se questa, giustamente, è da considerarsi una grave responsabilità morale per ogni fedele, quanto più grave lo è per il supremo pastore della Chiesa, il quale nel caso di McCarrick non solo non si è opposto al male ma si è associato nel compiere il male con chi sapeva essere profondamente corrotto, ha seguito i consigli di chi ben sapeva essere un perverso, moltiplicando così in modo esponenziale con la sua suprema autorità il male operato da McCarrick. E quanti altri cattivi pastori Francesco sta ancora continuando ad appoggiare nella loro azione di distruzione della Chiesa! Francesco sta abdicando al mandato che Cristo diede a Pietro di confermare i fratelli. Anzi con la sua azione li ha divisi, li induce in errore, incoraggia i lupi nel continuare a dilaniare le pecore del gregge di Cristo. In questo momento estremamente drammatico per la Chiesa universale riconosca i suoi errori e in coerenza con il conclamato principio di tolleranza zero, papa Francesco sia il primo a dare il buon esempio a cardinali e vescovi che hanno coperto gli abusi di McCarrick e si dimetta insieme a tutti loro. Seppur nello sconcerto e nella tristezza per l'enormità di quanto sta accadendo, non perdiamo la speranza! Ben sappiamo che la grande maggioranza dei nostri pastori vivono con fedeltà e dedizione la propria vocazione sacerdotale. È nei momenti di grande prova che la grazia del Signore si rivela sovrabbondante e mette la sua misericordia senza limiti a disposizione di tutti; ma è concessa solo a chi è veramente pentito e propone sinceramente di emendarsi. Questo è il tempo opportuno per la Chiesa, per confessare i propri peccati, per convertirsi e fare penitenza. Preghiamo tutti per la Chiesa e per il Papa, ricordiamoci di quante volte ci ha chiesto di pregare per lui! Rinnoviamo tutti la fede nella Chiesa nostra madre: «Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica». Cristo non abbandonerà mai la sua Chiesa! L'ha generata nel suo sangue e la rianima continuamente con il suo Spirito! Maria, madre della Chiesa, prega per noi! Maria Vergine Regina, madre del Re della gloria, prega per noi! Roma, 22 Agosto 2018
Ansa
O, forse, erano già pronti a mettere a segno un colpo. Alla vista della polizia tirano dritto. L’inseguimento parte dal Quarticciolo, zona rossa. Si aggiunge anche una pattuglia dei carabinieri. Che, però, perde il contatto con il veicolo in fuga. La volante resta «in scia», sebbene a distanza, per evitare rischi. Ma quella scia è già un presagio. La Yaris corre verso via Collatina. Velocità sostenuta. Il rischio appare già particolarmente elevato. All’altezza di via dell’Acqua Vergine, il conducente perde il controllo. Invade la corsia opposta, percorre un tratto contromano e si schianta contro la Fiat Punto che arriva in senso contrario. L’impatto è devastante. Un boato secco. Le lamiere si accartocciano. Pezzi delle auto volano ovunque. Uno pneumatico saltato dal cerchione cade in piedi a centro strada, a molti metri di distanza dal punto dell’impatto. Sulla Punto viaggiano Giovanni Battista Ardovini, 70 anni, infermiere in pensione, la moglie Patrizia Capraro, 64, che diventò nota durante la prima fase della pandemia perché si era messa a cucire mascherine per i residenti del quartiere, e il figlio Alessio, 42 anni. I genitori muoiono sul colpo. Il figlio, seduto sul sedile posteriore, viene trasportato in condizioni gravissime al Policlinico Umberto I, dove muore poco dopo. È una cugina, Sabrina, a chiedere ora giustizia: «Erano una famiglia unita e perbene. Alessio si era appena ripreso da una malattia. lavorava al centro commerciale, i miei zii lo avevano accompagnato e lo erano poi andati a riprendere. Ora si indaghi in maniera corretta e non si dia la colpa alla polizia. Chi ha sbagliato deve pagare». Sul posto arrivano Vigili del fuoco, personale del 118, altre pattuglie della polizia e dei carabinieri. Interviene anche la polizia locale del VI Gruppo di Roma Capitale. L’area viene delimitata. La Scientifica effettua i rilievi e raccoglie i reperti dopo averli fotografati. La scena viene filmata. La fase finale dell’inseguimento e l’incidente sono già agli atti, ripresi dalla dashcam della volante dell’inseguimento. Il sostituto procuratore Giulia Guccione, di turno domenica notte in Procura a Piazzale Clodio, dispone subito l’esame tossicologico del conducente sudamericano (i cui risultati sono attesi per oggi) e l’esame autoptico sulle vittime, affidato a un medico legale. L’inchiesta comincia dai dettagli. Dai chilometri di inseguimento e dai metri percorsi contromano. Tutto descritto nella relazione di servizio degli agenti della pattuglia che si è lanciata all’inseguimento. Alla guida della Yaris c’era Julian Ramiro Romero, argentino, classe 2002, con precedenti per maltrattamenti in famiglia e furto. Seduto sul lato passeggero c’era Ignacio Marcelo Ancacura Vasquez, cileno, classe 1998, incensurato. Sul sedile posteriore viaggiava Alver Suniga, cubano, 32 anni, anche lui incensurato. Quando gli agenti inseriscono i loro nomi nel sistema Sdi, la banca dati delle forze di polizia, si accorgono subito di avere davanti degli stranieri irregolari. Accanto ai loro nomi, sui primi atti giudiziari preparati, compare solo il «Cui», letteralmente «Codice univoco identificativo», un numero assegnato ad apolidi o a cittadini extra Ue che non hanno il codice fiscale. Niente permesso di soggiorno. Niente documenti regolari per lo Stato italiano. Due restano feriti e vengono trasportati in ospedale, dove sono piantonati. Il terzo viene bloccato e ammanettato sul posto. La fuga finisce lì. Per loro con le manette. Per la famiglia Ardovini con una tragedia. Per i sudamericani clandestini l’accusa è di concorso in omicidio con dolo eventuale, resistenza a pubblico ufficiale, detenzione di apparecchiature volte a intercettare o impedire comunicazioni telefoniche (nell’auto è stato trovato un jammer, installato e funzionante), possesso ingiustificato di grimaldelli e attrezzi da scasso e la violazione dell’articolo 192 del Codice della strada, introdotto dal decreto sicurezza per chi non si ferma all’alt delle forze dell’ordine. La Yaris, stando alla prima ricostruzione, avrebbe compiuto manovre azzardate e invaso la corsia opposta. Ad avvalorare la ricostruzione della dinamica c’è anche un testimone oculare che ha assistito al drammatico impatto. Gli investigatori non escludono che i tre sudamericani fossero alla ricerca di un obiettivo quando si sono imbattuti nella volante. E, per questo motivo, non si sono fermati. La famiglia Ardovini, invece, stava tornando a casa dopo essere andata al centro commerciale Roma Est, a Ponte di Nona, per riprendere Alessio, dipendente del McDonald’s. Si era sentito male durante il turno. Un tragitto breve. Ordinario. Verso casa. Trasformato in una condanna da chi ha deciso che l’alt della polizia non valeva nulla.
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Le pentole antiaderenti sono sembrate la quadratura del cerchio e, per alcuni aspetti, lo sono. Ma presentano delle criticità che è bene conoscere. Partiamo dall’inizio. Si chiama rivestimento antiaderente perché si tratta di uno strato molto sottile che riveste la superficie interna della pentola, della padella, del tegame da forno, della griglia. E quel rivestimento è un polimero (quindi plastica), il politetrafluoroetilene, abbreviato con l’acronimo PTFE. Ripercorriamo la storia dell’antiaderente, ci aiuterà anche a capire bene cosa, in questi rivestimenti, può essere dannoso per la salute.
Il chimico statunitense Roy J. Plunkett nel 1938 scopre il politetrafluoroetilene. Accade accidentalmente. Roy sta lavorando a un clorofluorocarburo da usare come refrigerante per i cicli a compressione. A un certo punto, sta misurando la portata di gas di una bombola che conteneva tetrafluoroetene gassoso, ma la portata di gas si stoppa molto prima che la bilancia (pesare la bombola serviva a stimare il contenuto di gas) segnali la bombola vuota. Così Plunkett taglia in due la bombola e nota sulle pareti interne una patina bianca cerosa, scivolosa e resistente anche posta a contatto con potenti agenti chimici: è il politetrafluoroetilene. La Kinetic Chemicals brevetta il prodotto nel 1941 e nel 1945 gli attribisce il nome commerciale di «Teflon». La patina è nata così: le molecole del gas TFE, composte ognuna da due atomi di carbonio e quattro di fluoro, si erano unite in un polimero, che venne chiamato politetrafluoroetilene (PTFE). Questo è l’antiaderente che da qualche decennio, ormai, cucina con noi (e per noi): inodore, non solubile in acqua e in nessun solvente. È inerte, ovvero non reagisce con altre sostanze chimiche, non è infiammabile, non conduce elettricità e rimane stabile fino a temperature molto elevate. Tutte queste caratteristiche hanno fatto del politetrafluoroetilene un prodotto industriale di grande successo, sempre più usato a partire dalla seconda metà del secolo scorso.
Il PTFE è più conosciuto coi suoi nomi commerciali, come Teflon, Fluon, Algoflon, Hostaflon, Inoflon e Guaflon e in questi sono aggiunti altri elementi come stabilizzanti e fluidificanti oppure silice per aumentare la resistenza. L’antiaderente, quindi, è un materiale plastico di indubbio vantaggio. Un materiale plastico estremamente liscio, capace di resistere a temperature alte, per la precisione fino a 260 °C, tanto antiaderente quanto chimicamente inerte ossia con una scarsa o nulla tendenza a partecipare a reazioni chimiche con altre sostanze. Inoltre, il PTFE è il materiale con coefficiente di attrito più basso conosciuto. In fisica, l’attrito è una forza che si oppone al movimento o allo spostamento di un corpo relativo alla superficie su cui si trova: se si manifesta tra superfici in quiete relativa si parla di attrito statico, se invece si manifesta tra superfici in moto relativo si parla di attrito dinamico. Ecco perché l’antiaderente ha conquistato i produttori di tegami: sostituisce perfettamente i grassi come olio e burro permettendo ai cibi di non attaccarsi al tegame come accadrebbe se mettessimo, per dire, un delicatissimo filetto di pesce in una padella di acciaio senza un filo di olio o di burro a tutta temperatura. Cuocendo in pentola non antiaderente e senza grassi il filetto si attacca. Cuocendo in pentola antiaderente senza grassi il filetto non si attacca e, una volta che infiliamo la paletta tra il filetto e il tegame per prelevare il filetto e metterlo nel piatto, la paletta scivola, entra perfettamente. Se il filetto fosse attaccato al tegame, invece, non scivolerebbe e dovremmo casomai spingere con la paletta per staccare la pelle del filetto attaccata al tegame, chiaramente sfracellandola e, contemporaneamente, sfracellando il filetto. Ecco perché la cottura in tegame diversa dalla bollitura ha conosciuto una vera e propria new age con l’avvento dell’antiaderente, che ha coinciso con l’incipiente esigenza di mangiare dietetico dopo i bagordi dei primi decenni del boom economico e la diffusione sempre maggiore del sovrappeso. Una bistecca fritta in olio ha le calorie di bistecca e di olio, una «fritta» in padella antiaderente ha solo quelle della bistecca. Si può obiettare che per cuocere la carne senza usare grassi esisteva già la cottura alla griglia o, per dire, al girarrosto. Certo. Ma esistono anche i tegami antiaderenti, nei quali per esempio mantecare il risotto senza burro: l’antiaderente ha riguardato tutta la cucina, non solo quella parte che usa le padelle per friggere o soffriggere. E, in generale, l’industria è eccezionale nel creare e diffondere nuovi prodotti che a ben guardare non servirebbero, creando al contempo non solo un mercato o una fetta di mercato prima inesistente (fregando mercato o fette di mercato al mercato preesistente), ma nuove consuetudini. In questo caso, di cottura.
Quindi, in definitiva, l’antiaderente è qualcosa di miracoloso e punto? Beh, no. Se si cerca in Google, una delle domande più frequenti è «Le pentole antiaderenti sono cancerogene?».
Facciamo luce. Innanzitutto occorre sapere, che come spiega l’Airc, col PTFE non si rivestono solo tegami: per le sue caratteristiche è impiegato in numerosi prodotti plastici come filtri, guarnizioni, valvole, protezioni di vario tipo contro la corrosione, protesi vascolari, impianti dentali e, nella forma del politetrafluoroetilene microporoso, in alcuni tessuti sintetici altamente impermeabili e traspiranti usati per realizzare indumenti «tecnici» per sportivi. Tornando alle nostre padelle e tegami, il rivestimento antiaderente è in genere di colore nero ed è composto da diversi strati di PTFE che rivestono un substrato in metallo, spesso alluminio. Il numero degli strati può variare, così come il metallo sottostante, e questi due elementi determinano la qualità del tegame. Quando leggete «antiaderente in ceramica» non vuol dire che il tegame sia di ceramica, ma vuol dire che un tegame di metallo è stato ricoperto con strati di antiaderente contenenti polvere di ceramica. È molto diversa da una padella di ceramica.
Sotto osservazione per il rischio tumori alcune sostanze usate per produrle
Sono decenni che da più parti si valuta la tossicità di questi polimeri. Per l’American Cancer Society, il politetrafluoroetilene di per sé non è cancerogeno e non provoca rischi per la salute alle dosi con le quali normalmente si viene in contatto. Il rischio per la salute nell’utilizzo di prodotti che contengono politetrafluoroetilene è legato all’acido perfluoroottanoico, conosciuto anche con le sigle PFOA o C8, un composto tradizionalmente impiegato in alcune fasi della produzione del politetrafluoroetilene e che insieme al perfluorottano sulfonato (PFOS) fa parte di un gruppo di sostanze chimiche, note come polifluoroalchiliche (PFAS). I PFAS restano nell’ambiente e possono essere ritrovati a bassi livelli nell’aria, nella polvere, in alcuni alimenti o anche nell’acqua potabile contaminata, in particolare nelle aree accanto agli impianti industriali che ne fanno uso. Per l’Agenzia per la protezione ambientale statunitense (Epa) i dati di studi epidemiologici e tossicologici effettuati sugli animali suggeriscono un possibile legame causale tra PFOA, PFOS e cancro: il PFOA è probabilmente cancerogeno. Nel 2016, quindi, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), ente con sede a Lione, in Francia, e legato all’Organizzazione mondiale della sanità, ha classificato il PFOA nel gruppo 2B, del quale fanno parte le sostanze «possibilmente cancerogene per l’uomo», in virtù di studi su animali che dopo l’esposizione a dosi molto elevate e per periodi prolungati a PFOA hanno mostrato un aumento di tumori di fegato, testicoli, mammella e pancreas. I dati degli effetti sugli esseri umani sono meno chiari e si basano in particolare su studi condotti su persone esposte per motivi professionali o di residenza vicino a un impianto di produzione, anche in questi casi ci sono prove di un possibile incremento del rischio di alcuni tumori, in particolare rene e testicolo, ma servono dati più affidabili per arrivare a conclusioni più solide. Il PTFE (il politetrafluoroetilene) invece si trova nel gruppo 3, che raccoglie le sostanze non classificabili come carcinogene per mancanza di sufficienti prove. Gli autori di uno studio i cui risultati sono stati pubblicati nel marzo 2020 sulla rivista International Journal of Environmental Research and Public Health hanno fatto un passo in più per comprendere il legame tra questo tipo di sostanze e il cancro. Analizzando 26 composti, tutti facenti parte delle sostanze perfluoroalchiliche, hanno valutato in laboratorio il loro effetto su alcune funzioni biologiche legate allo sviluppo di tumori. Dallo studio è emerso che in effetti molte PFAS hanno attività simile a quella di carcinogeni già noti. Portano a stress ossidativo e soppressione delle funzioni del sistema immunitario, e possono inoltre influenzare la proliferazione delle cellule e indurre modifiche epigenetiche del Dna, che non cambiano la struttura dell’acido nucleico, ma possono modificarne l’espressione. Per altri processi importanti nello sviluppo dei tumori, come per esempio lo sviluppo di infiammazione cronica o l’alterazione dei meccanismi di riparazione del Dna, i dati non sono ancora sufficienti per giungere a una conclusione chiara. Insomma, la questione è complessa e ancora in fase di analisi. Tuttavia, dopo le valutazioni scientifiche effettuate dall’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa), il 4 luglio 2020 sono entrate in vigore restrizioni alla fabbricazione e all’immissione sul mercato dei PFOA, dei suoi sali e dei composti correlati. La normativa europea vieta l'uso, la fabbricazione e l'immissione in commercio di PFOA, suoi sali e composti correlati dal 4 luglio 2020 in base al Regolamento (Ue) 2019/1021 sugli inquinanti organici persistenti (POPs), aggiornato dai regolamenti 2023/866 e 2025/1399. Sono previste restrizioni specifiche anche nei materiali a contatto con gli alimenti (MOCA) e limiti massimi negli alimenti (il Reg. 2022/2388 ha fissato i limiti di PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS in alimenti di origine animale cioè carne, pesce, uova).
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L’ingresso nel cortile della Casa di Reclusione di Milano Bollate non ha nulla di solenne. È uno spazio ordinato, ampio, controllato. Ma quello che colpisce non è il campo allestito per le gare né la disposizione quasi impeccabile delle squadre. È il silenzio che arriva dall’alto.
Dalle finestre delle celle, volti affacciati tra le sbarre osservano la scena. Braccia appoggiate ai davanzali, sguardi fermi. Sono i detenuti che non partecipano alle competizioni della terza edizione dei Giochi della Speranza. Non parlano, o parlano poco. Eppure si percepisce qualcosa che attraversa la distanza fisica: una malinconia composta, trattenuta. Guardano gli altri giocare, correre, esultare. Restano lì, sospesi.
Nel cortile, intanto, le squadre si mescolano. Detenuti, polizia penitenziaria, magistrati, rappresentanti della società civile. Calcio a sette, pallavolo, atletica, tennis tavolo, scacchi. L’organizzazione è precisa, i tempi rispettati. Più leggerezza che rigidità, nonostante il contesto. Anche per merito di una struttura che molti qui definiscono un modello. Carmelo, 28 anni, arrivato a Bollate dopo aver conosciuto altri istituti, la chiama senza esitazione «sancta sanctorum», una sorta di santuario dei carceri. Un’espressione che dice molto del confronto implicito con ciò che ha lasciato altrove, dove divideva una cella minuscola con altri due detenuti.
La sorpresa non sta nella competizione. Sta nella naturalezza delle relazioni. Magistrati che chiacchierano a bordo campo con chi sta scontando una pena. Scambi di battute, pacche sulle spalle, racconti personali. Per qualche ora le categorie si attenuano. Non scompaiono, ma smettono di essere l’unica definizione possibile.
Massimo, che partecipa al torneo di calcio, ma ha così fame di riprendersi pezzi di vita che ci mette un secondo a sfilarsi la maglia da portiere e prendere in mano la racchetta da ping pong, parla dei figli. Non li vede dal 2021. Le videochiamate sono il filo che tiene insieme il tempo che passa e quello che verrà. «Papà non ti preoccupare che quando esci recuperiamo tutto», gli ripete la figlia. È una frase semplice, ma dentro quelle parole c’è la misura della distanza e insieme della fiducia. Massimo dice che giornate come questa servono anche a questo: a sentirsi parte di qualcosa che non è soltanto il perimetro della pena.
La mattinata scorre senza strappi. Le staffette sull’asfalto del cortile, le urla di incoraggiamento, qualche discussione subito rientrata. Nulla di eclatante. E forse è proprio questo il punto. La normalità di un gioco condiviso in un luogo che normale non è.
Il direttore dell’istituto, Giorgio Leggieri, osserva le gare a bordo campo. «È un’occasione straordinaria di incontro e confronto», spiega. Sottolinea come lo sport, dentro queste mura, possa diventare «uno strumento sociale per favorire il rispetto reciproco». Per il presidente del Csi Milano, Massimo Achini, portare i Giochi qui significa «far vincere lo sport» prima ancora delle squadre. Il Centro sportivo italiano, ricorda, organizza centinaia di ore di attività negli istituti del territorio. L’idea è che lo sport non sia un’eccezione, ma un’abitudine. Alle premiazioni ha partecipato anche l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini. E ha parlato di dignità e di possibilità di ricominciare. «Nessuna pena dovrebbe spegnere la speranza», dice, ricordando che una persona non coincide mai soltanto con il proprio errore. Nel cortile le medaglie passano di mano in mano, ma il senso della giornata sembra stare altrove. Durante le premiazioni, le medaglie consegnate non cambiano la condizione giuridica di nessuno. Le sbarre restano al loro posto. Ma qualcosa si è mosso, almeno per qualche ora: la possibilità di raccontarsi senza essere ridotti al reato commesso. Di parlare dei figli, dei progetti una volta fuori, degli errori fatti. Di chiedere, senza proclami, di non essere dimenticati.
Quando il cortile si svuota, le squadre si sciolgono e noi visitatori ci avviamo all'uscita. Lo sguardo torna inevitabilmente verso l’alto. Le finestre si richiudono lentamente. Il rumore del ferro riprende il suo posto nella colonna sonora della giornata. Il confine tra dentro e fuori torna netto, visibile.
Eppure resta l’immagine di quelle braccia appoggiate alle sbarre e di quel silenzio che ha accompagnato l’inizio e la fine. Per un giorno lo sport ha creato un varco. Non una fuga, non una retorica consolatoria. Un varco minimo, concreto, in cui le persone si sono parlate senza ruoli gridati addosso. Il resto, qui, torna alla sua forma ordinaria. Ma almeno per qualche ora è stato diverso.
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Mark Zuckerberg (Ansa)
Narra la leggenda che la storia di Mark Zuckerberg inizi da una goliardata universitaria. Nel 2003, il giovane studente, dal dormitorio di Harvard, crea Facemash, un sito che permetteva di votare l’attrattività degli studenti di Harvard confrontando due foto affiancate. Fu un disastro dal punto di vista disciplinare, ma un successo clamoroso in termini di interesse tra gli studenti. Da quella scintilla, il 4 febbraio 2004, nacque TheFacebook, il libro delle foto dei compagni di corso.
In realtà, una vera rivoluzione, certamente ben oltre le intenzioni di partenza. TheFacebook diventa un clamoroso successo a livello universitario e si apre al pubblico globale a partire dal 2006. Zuckerberg non è tenero con i compagni di corso che lo aiutarono agli inizi. I gemelli Winklevoss (che a quanto pare ebbero l’idea originaria) e il cofondatore Eduardo Saverin sono quasi subito messi alla porta dopo alcune battaglie legali. Il fondatore resta solo a guidare l’azienda, che diventa man mano il centro di un nuovo mondo: il social network. Un mondo parallelo in cui le identità diventano digitali e dove l’anonimato tipico del web sino ad allora viene bandito.
Tra il 2010 e il 2014, «Zuck» compie passi che lo trasformano da ragazzo prodigio in tycoon tecnologico. Nel 2012 quota in borsa Facebook, che nel frattempo ha perso il «the». Prezzo di partenza 38 dollari per azione, per una valutazione di 104 miliardi di dollari. Dopo un primo periodo in cui il valore scese fino a 18 dollari per azione, iniziò una risalita che non si è arrestata. Oggi il titolo Meta vale circa 650 dollari per azione per una valutazione di oltre 1.650 miliardi di dollari. Gli investitori hanno perdonato il tremendo flop del Metaverso, quando nel 2022 il titolo era sceso sotto i 100 dollari. Ad oggi, rispetto alla quotazione iniziale, il valore della società è cresciuto di 17 volte.
Sempre nel 2012, Zuckerberg fa shopping e si compra Instagram, che stava crescendo vertiginosamente. Elimina così un concorrente pericoloso e lo incorpora nell’universo che andava costruendo attorno a Facebook. Costo? Un miliardo, poca roba. Due anni dopo però tocca a Whatsapp, altra acquisizione che però gli costa ben di più: 19 miliardi di dollari. Ora però Zuck ha in mano un tris d’assi. La vanità di Instagram, il narcisismo di Facebook e la bulimia comunicativa di Whatsapp forniscono all’universo di Zuckerberg quella materia prima che viene poi raffinata e trasformata in flussi di cassa: i dati degli utenti.
Nel 2021 si apre il primo dei capitoli bui della vicenda di Zuckerberg, ovvero i Facebook papers, lo scandalo scoppiato grazie alle rivelazioni di una ex dipendente, Frances Haugen. I documenti dimostrano che l’azienda era consapevole dei danni causati dalle sue piattaforme (l’impatto tossico di Instagram sulle adolescenti o la polarizzazione politica), ma che scelse di non intervenire per non perdere traffico e ricavi. È emerso altresì che i sistemi di Facebook favorivano deliberatamente i contenuti divisivi e rabbiosi perché generavano più interazioni. Esisteva poi una «lista bianca» che esentava Vip e politici dalle normali regole di moderazione, permettendo loro di violare le linee guida senza conseguenze. L’inchiesta ha svelato che Zuckerberg sapeva tutto, ma ha preferito tacere.
A seguito dello scandalo, per cercare di recuperare credibilità, Facebook diventa Meta e lancia improvvisamente il progetto Metaverso, ovvero un mondo in realtà virtuale in cui gli utenti avrebbero dovuto socializzare uscendo dalla modalità testo/immagini a schermo. Oggi, a quattro anni dal lancio, il progetto della divisione Reality Labs è ufficialmente un disastro, essendo naufragato con perdite superiori ai 70 miliardi di dollari e una serie di gadget inservibili come i visori Quest. Tra il 2023 e il 2025, 20.000 dipendenti sono stati licenziati.
Per ricucire gli strappi, dopo lo scandalo e il flop, ecco arrivare in grande stile l’intelligenza artificiale. Il Metaverso viene declassato a progetto a lungo termine e Meta lancia Llama, il suo modello Ia basato sull’enorme mole di dati generati dai suoi 3,5 miliardi di utenti attivi, tra Facebook, Whatsapp e Instagram. A differenza degli altri sistemi di intelligenza artificiale, quello di Meta è open source, nell’ottica di contrastare il dominio di ChatGPT e Gemini di Google. A quanto pare, l’Ia di Meta sembra piacere a utenti e investitori, almeno per ora.
Le incognite future sono rappresentate dagli occhiali a realtà aumentata, i Ray-Ban Meta che possono «vedere» ciò che l’utente sta guardando e interagire. Per il 2027 è atteso Orion, l’occhiale da 10.000 dollari che usa lenti in carburo di silicio e minuscoli proiettori per visualizzare ologrammi nel mondo reale. Per completare il quadro, Meta ha anche resuscitato lo smartwatch proprietario, che servirà da cervello e interfaccia per gli occhiali.
Sembra dunque che Zuckerberg voglia allargarsi nel mondo hardware, attraverso il quale veicolare i propri servizi software.
La crescita dell’universo del quarantaduenne Mark Zuckerberg non è stata solo tecnologica. Inevitabilmente, con miliardi di utenti, i social network proprietari hanno impatti politici evidenti. Da strumento per la Primavera Araba a catalizzatore di polarizzazione durante le elezioni americane del 2016 e 2020, il «Zuckerberg power» è diventato un tema di sicurezza nazionale per molti governi. L’Unione europea ha morso i garretti più volte: una multa da 1,2 miliardi di euro nel 2023 per violazione delle norme sulla privacy, un’altra da 800 milioni per abuso di posizione dominante, e ancora 200 milioni nel 2025 per il modello «paga o acconsenti».
Le sue audizioni al Congresso americano sono diventate un appuntamento atteso, un rito che viene amplificato dai media. Il passaggio tra il 2020 e il 2022, con i Facebook files e la pandemia Covid 19, ha trasformato l’immagine di Zuckerberg. Da nerd con la felpa è stato tratteggiato come una sorta di spietato architetto di oscure trappole digitali. Del resto, la continua censura dei profili, la gestione della disinformazione e il rapporto ambiguo con le agenzie di intelligence hanno lasciato nel pubblico un segno indelebile. La lettera pubblica con cui Zuckerberg si duole di avere assecondato le richieste di censurare i profili (pressioni provenienti dalla Casa Bianca gestione Biden), è diventata il peggior atto d’accusa verso lo stesso Zuck.
Ma i problemi per Zuck non sono finiti. Il suo nome emerge per 282 volte dagli Epstein files, senza che per ora siano emersi fatti di rilievo, ma soprattutto il capo di Meta, assieme ad altri, è sotto processo a Los Angeles per una causa intentata da una ventenne californiana contro Meta, Youtube, Snapchat e TikTok.
L’accusa è di aver progettato le piattaforme social con l’intenzione di creare dipendenza tra gli adolescenti. Zuck è comparso in tribunale mercoledì 18 febbraio per rispondere delle accuse di avere adottato strumenti di attrazione che hanno innescato problemi di salute mentale negli utenti. Le risposte di Zuckerberg alle domande dell’avvocato dell’accusa Mark Lanier non sono parse convincenti ma il processo prosegue.
Zuckerberg è a capo di un impero che ha superato crisi, multe miliardarie dell’Unione europea e clamorosi fallimenti di prodotto. La sua multinazionale non è più solo un social media, tanto che oggi la domanda non è se Meta sopravviverà, ma se la democrazia sopravviverà a Meta.
Freddo, zero carisma, capo assoluto. Da manager non va a caccia di «like»
Il profilo di Mark Zuckerberg non ha nulla a che fare con il variopinto protagonismo di Elon Musk, né con l’estetismo ieratico di Steve Jobs. Neppure lo si può confrontare con i toni apocalittici di un Peter Thiel o l’inclinazione tutta politica un Alexander Karp.
Il carattere trattenuto di Zuckerberg lo rende un metodico tessitore nell’ombra, privo, apparentemente, di partecipazione emotiva. Si tratta certo di un leader, ma del tipo meno carismatico e più di sostanza.
A differenza degli altri big della Silicon Valley, non esiste una mitologia personale che ne faccia un oracolo cui votarsi in attesa di visioni del mondo. Anzi, quando Zuck ci ha provato con il Metaverso, nessuno gli ha creduto davvero e i risultati sono stati pessimi.
La sua storia spigolosa non ispira devozione, quanto piuttosto una certa diffidenza. Il rispetto sul profilo tecnico, certo, esiste, ma prescinde dal gradimento altrui. È un paradosso interessante, per un uomo che ha creato l’idea del «like», il pollice all’insù, come nuova forma contemporanea di espressione di accordo e gradimento. A Zuck non interessano i like per sé, non cerca di essere amato. In fondo, ha costruito il suo impero sull’ignorare il consenso.
La mancanza di espressività di Zuckerberg è stata ed è tuttora oggetto di scherno. Le sue apparizioni pubbliche, specialmente le audizioni davanti al Congresso americano, hanno alimentato l’immagine del ceo androide. Se però la maschera impenetrabile di Zuck è oggetto di sarcasmo, dall’altra parte piace parecchio alla finanza. Il controllo sul suo impero social è pressoché totale, sia in termini strategici che in termini societari. Grazie a una classe speciale di azioni, egli detiene il controllo assoluto sui diritti di voto di Meta. È, di fatto, un monarca che non può essere rimosso dal suo consiglio di amministrazione, come egli stesso ha detto lo scorso anno durante un’intervista al noto podcaster americano Joe Rogan: «Dal momento che controllo la nostra azienda, ho il vantaggio di non dover convincere il consiglio di amministrazione a non licenziarmi».
Una frase che nel processo in corso a Los Angeles, in cui Meta è chiamata a rispondere per la dipendenza che i suoi social generano negli adolescenti, gli è stata contestata come prova del fatto che egli sapeva degli effetti negativi dei suoi algoritmi sulla salute mentale (depressione, dismorfismo e tendenze suicide). Anche in quella occasione, Zuck è apparso imperturbabile, rispondendo evasivamente con frasi del tipo «Sembra qualcosa che avrei potuto dire» o «Non sono sicuro di cosa stia cercando di insinuare», rivolto all’accusa.
Il processo mette sotto accusa anche altri social e sarà ancora lungo. Ma certo Zuckerberg non è dipendente dalle sue piattaforme. Mentre una personalità vulcanica come Musk si perde in lunghe polemiche su X (e c’è da chiedersi dove trovi il tempo, con 13 figli e un impero da duemila miliardi di dollari), il fondatore di Facebook appare raramente, quando lo fa parla in modo attento e misurato, con una certa discrezione tattica, senza enfasi e senza toni visionari.
È piuttosto significativo anche il fatto che Zuckerberg sia l’unico guru vivente della Silicon Valley su cui Hollywood ha prodotto un film. The Social Network è uscito già nel 2010, per la regia di David Fincher e con il bravo Jesse Eisenberg ad interpretare un giovane e spietato Zuckerberg. Il film ha vinto quattro Golden Globe, ha avuto otto candidature agli Oscar e ne ha vinti tre. Il mitico Steve Jobs era già morto quando sono usciti i due omaggi cinematografici intitolati, con grave difetto di fantasia, Jobs (2013) e Steve Jobs (2015). Ma in effetti, per il creatore di Apple ciò aveva un senso, mentre è difficile immaginare il successo di una pellicola intitolata Zuckerberg.
Più di recente, abbiamo assistito ad un tentativo di umanizzare il robot nascosto sotto la felpa grigia d’ordinanza. No, nessun tentativo di sembrare simpatico, ma la diffusione della sua passione per le arti marziali, del resto perfette per il personaggio. Il distacco emotivo si sostanzia nell’approccio alle arti marziali come il Jiu-jitsu brasiliano e le Mma (arti marziali miste). «Mi sveglio e devo combattere qualcuno per resettare il cervello» ha detto lo scorso anno in una intervista. Sarà, ma intanto gli azionisti stanno un po’ in pensiero. Recentemente, i documenti depositati da Meta alla Sec (l’ente di controllo della borsa statunitense) contengono un avviso formale per gli investitori: la società avverte che la passione del ceo per gli «sport estremi e di combattimento» rappresenta un rischio per l’azienda, poiché un infortunio grave potrebbe lasciarla senza leader.
E le donne? Nel 2012, con una non-cerimonia in casa, ristretta a pochi amici e con sushi da asporto, Zuckerberg si è sposato con Priscilla Chan, figlia di rifugiati vietnamiti di etnia cinese conosciuta ad Harvard nel 2003. Oggi è pediatra di professione. Nel 2024 Zuck ha fatto piazzare nel giardino di casa una statua gigante di Priscilla, alta oltre due metri e realizzata in stile romano moderno, dichiarando di voler riportare in auge la tradizione romana di onorare le mogli con sculture. I due hanno chiamato le loro tre figlie Maxima, August e Aurelia e proprio in questi giorni hanno dichiarato che non lasceranno loro il patrimonio accumulato, stimato in oltre 200 miliardi. Se è vero, le tre dovranno guadagnarsi il proprio successo nella vita e in fondo questa potrebbe essere la loro vera fortuna.
La svolta: via i fact checker, sì ai temi scomodi
Il cuore del binomio Zuckerberg-politica sta nella clamorosa lettera dell’agosto 2024, indirizzata alla Commissione Giustizia della Camera degli Stati Uniti, nella quale il ceo di Meta ha ammesso ciò che per anni era stato liquidato come bieco complottismo: l’amministrazione Biden ha esercitato per mesi pressioni sistematiche su Meta affinché censurasse contenuti relativi al Covid-19.
Zuckerberg ha rivelato che la Casa Bianca non chiedeva solo la rimozione di «fake news» pericolose, ma spingeva per eliminare post umoristici, meme e satira che mettevano in discussione le politiche governative. «Credo che la pressione del governo fosse sbagliata», ha scritto Zuckerberg, dichiarandosi pentito di non aver opposto una resistenza più ferma alle richieste del governo americano. Ha inoltre ammesso l’errore commesso nel 2020 quando, su indicazione dell’Fbi, Meta limitò la diffusione della storia del laptop di Hunter Biden, una decisione che influenzò il dibattito elettorale basandosi su timori di disinformazione russa che si rivelarono poi del tutto infondati.
Non bastasse questo, nel gennaio 2021 Facebook sospese l’account di Donald Trump per incitamento alla violenza. Nel 2023 Meta ha ripristinato l’account, dichiarando che il rischio per la sicurezza pubblica è diminuito. Bontà sua.
Nel febbraio 2024 Meta annuncia che Instagram e Threads smetteranno di «raccomandare proattivamente» contenuti politici e un mese dopo viene introdotta l’impostazione «Contenuti politici» nel menu preferenze. Meta sceglie di impostarla su «Limita» di default per tutti gli account mondiali, senza una notifica inviata agli utenti. Ma nel gennaio 2025 Zuckerberg annuncia un parziale ritorno alle origini sulla «libertà di espressione» eliminando il declassamento automatico dei contenuti verificati. Anzi, Meta annuncia l’eliminazione del programma di fact-checking di terze parti (chiaramente orientati politicamente) per sostituirlo con un sistema di Note della Community, sullo stile di quello del social di Elon Musk, X. Sempre dal gennaio 2025, vengono rimosse le restrizioni automatiche su temi caldi come immigrazione e identità di genere, argomenti che in precedenza venivano spesso nascosti o segnalati dagli algoritmi. Nell’ottobre scorso Meta decide poi di vietare la vendita di pubblicità politica in Europa, definendo le regole europee impossibili da gestire. Il riferimento è alle leggi Ue sulla trasparenza (Ttpa). Secondo Zuckerberg, ora i filtri automatici riguardano solo violazioni illegali come terrorismo o pedopornografia, lasciando che siano gli utenti ad innescare eventuali revisioni sulle altre questioni.
Nel 2018 Mark Zuckerberg testimoniò per due giorni davanti al Congresso degli Stati Uniti sul caso Cambridge Analytica, società di consulenza politica che aveva avuto informazioni su circa 87 milioni di profili Facebook. Vennero avviate indagini della Federal Trade Commission (Ftc), inchieste parlamentari nel Regno Unito e verifiche delle autorità europee per la protezione dei dati. Alla fine, nel 2019, Facebook accettò di pagare 5 miliardi di dollari alla Ftc per violazione di un precedente accordo del 2012 sulla tutela della privacy. È la più alta sanzione mai imposta fino ad allora a una società tecnologica negli Stati Uniti.
Tutto ciò rende evidente l’intreccio tra le Big Tech e la politica. Un rapporto che passa attraverso censura e influenza, due strumenti diversi ma affini, utili ora a quelle, ora all’altra.
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