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2020-08-07
Bergoglio decapita la Sanità vaticana afflitta da scandali e lotte di potere
Jorge Bergoglio (Ansa)
Una messa val bene 28 licenziamenti. Almeno al Policlinico Gemelli di Roma, la cattedrale sanitaria del Vaticano. O forse quei 28 infermieri rimasti senza lavoro sono vittime dello scandalo del palazzo di Londra comprato incautamente dal Vaticano e pagano, incolpevoli, la lotta di potere tra l'Apsa - che è la banca centrale del Papa oggi nelle mani del plenipotenziario delle finanze vaticane Guerrero Alves - e il Governatorato, il più ricco dicastero guidato dal cardinale Giuseppe Bertello per il controllo della Sanità del Vaticano.
Tutto ruota attorno ai buchi di bilancio di Oltretevere. L'ospedale del Papa per risparmiare circa 400.000 euro ha messo di fatto alla porta gli infermieri che gli hanno consentito di affrontare e superare l'emergenza Covid. Insomma più che la cura conta la Curia. Il Gemelli si è servito per molto tempo delle ambulanze di una società che è un colosso dell'emergenza: la Heartlife Croce amica. Tutto perfetto, anche quando scoppia il Covid il personale di Croce amica viene addestrato ed equipaggiato per affrontare il trasporto di questi pazienti particolari con ambulanze apposite. Così il Gemelli ha potuto aprire il suo reparto Covid al Columbus.
Si arriva al primo di giugno e l'appalto scade, il Gemelli che è convenzionato col Servizio sanitario e gode di molti contributi pubblici fa una nuova gara e esclude la Heartlife. Perciò gli addetti della Croce amica dal primo agosto perdono il lavoro: non c'è più l' appalto da circa un milione di euro con l'ospedale del Papa. La Heartlife ha chiesto spiegazioni opponendo che in base alla legge regionale quel servizio deve essere fatto da infermieri professionali regolarmente assunti, vuole sapere chi ha vinto e insiste con il suo amministratore delegato Fabio Caminiti Cutuli per accedere agli atti per un eventuale ricorso, ma dal Gemelli hanno risposto con tre differenti lettere: siamo un soggetto privato, non siamo soggetti alla legge regionale ne a quella nazionale e non vi diciamo chi ha vinto la gara.
La verità è che quel servizio ora sarà svolto dalla Croce rossa che pare abbia fatto un ribasso molto consistente perché conta sull'opera dei volontari non retribuiti. E così i 28 dipendenti della Heartlife che hanno salvato il Gemelli dall'emergenza Covid ora sono in emergenza stipendio. L'azienda pensa di riassorbirne alcuni, ma il Gemelli rivendica il diritto di fare come gli pare. Anche se lo Stato e la Regione continuano a elargire molti contributi. Gli ultimi 23 milioni glieli ha assegnati Nicola Zingaretti, segretario nazionale del Pd e presidente del Lazio.
Ma forse al Gemelli hanno l'ordine di limare i costi perché la Sanità del Vaticano è in una crisi profondissima dopo una serie di scandali (l'Id, il San Carlo di Nancy e pure il Gemelli pareva fosse sull'orlo del fallimento) e la banca vaticana. l'Apsa, ha dovuto sborsare milioni e milioni. Francesco per tenere sotto controllo la Sanità ha istituito nel 2016 una speciale commissione rinnovata di recente. A capo c'è ancora monsignor Luigi Mistò che è anche il presidente del Fas, il fondo sanitario di dipendenti e cittadini d'Oltretevere, che pagano ticket particolarmente salati. A dirigerlo c'era fino a un mese fa Stefano Loreti, ora allontanato per fare posto al professor Giovanni Doglietto che viene dal Gemelli. Sempre dal Gemelli arriva il professor Andrea Arcangeli il sostituto del professor Alfredo Pontecorvi, «pensionato» bruscamente dal Papa dal ruolo di direttore della Sanità e igiene del Governatorato.
Perché? La Sanità del Vaticano è in preda a convulsioni di potere e a scarsità di fondi. Francesco ha deciso che Guerrero Alves controlli le finanze del Vaticano concentrando tutto il potere nell'Apsa da cui dipende anche il Fondo sanitario, questo significa che va depotenziato pure nella Sanità il ruolo del Governatorato a capo del quale però c'è un potentissimo cardinale: Giuseppe Bertello. Questo paralizza la Sanità vaticana che è stata per molti una mucca da mungere. Sono 102 ospedali per quasi 18.000 posti letto, altre 257 strutture, 1.535 case di riposo per 70.000 operatori di cui 8.000 medici che fruttano in contributi diretti dallo Stato italiano 2 miliardi, più ci sono le convenzioni delle Regioni (molto generose quelle del Lazio), ma il Vaticano non è riuscito a trasformarlo in un affare.
Dove sono finiti i soldi? Si torna al famoso palazzo di Londra. Il cardinale Giovanni Angelo Becciu ha sempre negato che per compralo sia stato usato l'obolo di San Pietro; forse che i soldi siano usciti dal Fondo sanitario? A capo del Fas c'era monsignor Angelo Perlasca, inquisito e «degradato» proprio per l'affare di Londra. Luigi Mistò giura che così non può essere, che l'Apsa controlla tutti i soldi (i ticket finiscono lì con uno strano giro) e che i fondi Fas sono poca cosa: «I ticket sono passati da 302.000 euro del 2017 a 497.000 euro del 2018 (più 39%, ndr), a fronte di una spesa sanitaria superiore a 20 milioni».
Anche Oltretevere quando c'è la salute c'è tutto. O no?
Minali da Cattolica al Cupolone. Il Papa apre anche alle quota rosa
Papa Francesco sistema un altro tassello importante del complicato riassetto degli affari economici della Santa Sede e apre alle quote rosa. Ieri ha infatti nominato tredici membri - sei cardinali e sette laici - del Consiglio vaticano per l'Economia che resterà guidato dal cardinale tedesco Reinhard Marx, arcivescovo a Monaco di Baviera e capofila dei «progressisti» dentro il Sacro collegio.
Il Consiglio ha il compito di sorvegliare la gestione economica e di vigilare sulle strutture e sulle attività amministrative e finanziarie dei dicasteri della Curia romana, delle istituzioni collegate con la Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano. Il consiglio tra l'altro approva il bilancio consolidato. Il controllo e la vigilanza sugli enti di cui si occupa il Consiglio sono attuati dalla Segreteria per l'Economia, di cui prefetto è il gesuita Guerrero Alves. Con il cambio di poltrone annunciato ieri, escono di scena il maltese Joseph Zahara - già capo della Bank of Valletta e legato al presidente dello Ior, Jean-Baptiste de Franssu - che era vicecoordinatore, e in passato era stato a capo della Cosea, la commissione di riforma da cui scaturì, per una fuga di documenti, anche Vatileaks-2.
I nuovi porporati scelti sono i cardinali Peter Erdo, arcivescovo di Budapest, Odilo Pedro Scherer, arcivescovo di San Paolo del Brasile, Gerald Cyprien Lacroix, arcivescovo del Quebec, Joseph William Tobin, arcivescovo di Newark, Anders Arborelius, vescovo di Stoccolma, e Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell'Aquila. Come membri laici, sei sono donne scelte tra docenti universitarie e manager di primo piano del mondo della finanza: Charlotte Kreuter-Kirchhof, Eva Castillo Sanz, Leslie Jane Ferrar, Marija Kolak, María Concepción Osákar Garaicoechea e Ruth Maria Kelly. L'unica nomina maschile tra i laici è quella dell'italiano Alberto Minali, che sarebbe apprezzato anche in ambienti vicini all'Opus Dei. L'ex amministratore delegato di Cattolica assicurazioni (e prima ancora direttore generale delle Generali) era stato sfiduciato dal cda della compagnia veronese nell'ottobre del 2019 e a fine maggio si è dimesso anche da consigliere chiedendo un risarcimento di 9,6 milioni, motivato con l'«asserita mancanza di una giusta causa» della revoca delle sue deleghe.
Tornando al riassetto varato da Bergoglio, nei giorni scorsi papa Francesco ha anche nominato Maximino Caballero Ledo come segretario della Segreteria per l'Economia, il dicastero guidato dal prefetto Juan Antonio Guerrero. Spagnolo di nascita e americano d'adozione, Caballero ha 61 anni, sposato con due figli, laurea in Economia all'Università Autonoma di Madrid, Mba (master in business administration) presso l'Iese business school di Barcellona. Ha lavorato per vent'anni tra Barcellona e Valencia, come responsabile della finanza in diversi Paesi europei, in Medio Oriente e in Africa. Nel 2007 si è trasferito con la sua famiglia negli Stati Uniti. Caballero e padre Guerrero, provengono dalla stessa città e sono amici d'infanzia.
Risale invece allo scorso 10 luglio la chiamata di Mario Draghi a far parte della Pontificia Accademia delle scienze sociali, il think tank all'ombra del Cupolone che si occupa di economia, politica e società con lo scopo di fornire alla Chiesa gli elementi per sviluppare la sua dottrina sociale. Bergoglio è gesuita e anche l'ex presidente della Bce ha avuto la stessa formazione: ha studiato al liceo Massimo di Roma, dai gesuiti appunto. In un'intervista a Radio Vaticana, spiegò il cuore dell'insegnamento di Ignazio di Loyola in termini più generali: «Far capire che tutti noi, al di là di quanto noi potessimo apprendere come scolari, nella vita avevamo un compito che poi il futuro, la fede, la ragione, ci avrebbero rivelato».
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Riduci
Guerra sui fondi tra Apsa, la banca centrale della Santa Sede, e Governatorato. Intanto 28 infermieri ci rimettono il posto.Rinnovato il Consiglio per l'Economia della Santa Sede. Sette i laici, sei sono donne.Lo speciale contiene due articoli.Una messa val bene 28 licenziamenti. Almeno al Policlinico Gemelli di Roma, la cattedrale sanitaria del Vaticano. O forse quei 28 infermieri rimasti senza lavoro sono vittime dello scandalo del palazzo di Londra comprato incautamente dal Vaticano e pagano, incolpevoli, la lotta di potere tra l'Apsa - che è la banca centrale del Papa oggi nelle mani del plenipotenziario delle finanze vaticane Guerrero Alves - e il Governatorato, il più ricco dicastero guidato dal cardinale Giuseppe Bertello per il controllo della Sanità del Vaticano. Tutto ruota attorno ai buchi di bilancio di Oltretevere. L'ospedale del Papa per risparmiare circa 400.000 euro ha messo di fatto alla porta gli infermieri che gli hanno consentito di affrontare e superare l'emergenza Covid. Insomma più che la cura conta la Curia. Il Gemelli si è servito per molto tempo delle ambulanze di una società che è un colosso dell'emergenza: la Heartlife Croce amica. Tutto perfetto, anche quando scoppia il Covid il personale di Croce amica viene addestrato ed equipaggiato per affrontare il trasporto di questi pazienti particolari con ambulanze apposite. Così il Gemelli ha potuto aprire il suo reparto Covid al Columbus. Si arriva al primo di giugno e l'appalto scade, il Gemelli che è convenzionato col Servizio sanitario e gode di molti contributi pubblici fa una nuova gara e esclude la Heartlife. Perciò gli addetti della Croce amica dal primo agosto perdono il lavoro: non c'è più l' appalto da circa un milione di euro con l'ospedale del Papa. La Heartlife ha chiesto spiegazioni opponendo che in base alla legge regionale quel servizio deve essere fatto da infermieri professionali regolarmente assunti, vuole sapere chi ha vinto e insiste con il suo amministratore delegato Fabio Caminiti Cutuli per accedere agli atti per un eventuale ricorso, ma dal Gemelli hanno risposto con tre differenti lettere: siamo un soggetto privato, non siamo soggetti alla legge regionale ne a quella nazionale e non vi diciamo chi ha vinto la gara. La verità è che quel servizio ora sarà svolto dalla Croce rossa che pare abbia fatto un ribasso molto consistente perché conta sull'opera dei volontari non retribuiti. E così i 28 dipendenti della Heartlife che hanno salvato il Gemelli dall'emergenza Covid ora sono in emergenza stipendio. L'azienda pensa di riassorbirne alcuni, ma il Gemelli rivendica il diritto di fare come gli pare. Anche se lo Stato e la Regione continuano a elargire molti contributi. Gli ultimi 23 milioni glieli ha assegnati Nicola Zingaretti, segretario nazionale del Pd e presidente del Lazio. Ma forse al Gemelli hanno l'ordine di limare i costi perché la Sanità del Vaticano è in una crisi profondissima dopo una serie di scandali (l'Id, il San Carlo di Nancy e pure il Gemelli pareva fosse sull'orlo del fallimento) e la banca vaticana. l'Apsa, ha dovuto sborsare milioni e milioni. Francesco per tenere sotto controllo la Sanità ha istituito nel 2016 una speciale commissione rinnovata di recente. A capo c'è ancora monsignor Luigi Mistò che è anche il presidente del Fas, il fondo sanitario di dipendenti e cittadini d'Oltretevere, che pagano ticket particolarmente salati. A dirigerlo c'era fino a un mese fa Stefano Loreti, ora allontanato per fare posto al professor Giovanni Doglietto che viene dal Gemelli. Sempre dal Gemelli arriva il professor Andrea Arcangeli il sostituto del professor Alfredo Pontecorvi, «pensionato» bruscamente dal Papa dal ruolo di direttore della Sanità e igiene del Governatorato. Perché? La Sanità del Vaticano è in preda a convulsioni di potere e a scarsità di fondi. Francesco ha deciso che Guerrero Alves controlli le finanze del Vaticano concentrando tutto il potere nell'Apsa da cui dipende anche il Fondo sanitario, questo significa che va depotenziato pure nella Sanità il ruolo del Governatorato a capo del quale però c'è un potentissimo cardinale: Giuseppe Bertello. Questo paralizza la Sanità vaticana che è stata per molti una mucca da mungere. Sono 102 ospedali per quasi 18.000 posti letto, altre 257 strutture, 1.535 case di riposo per 70.000 operatori di cui 8.000 medici che fruttano in contributi diretti dallo Stato italiano 2 miliardi, più ci sono le convenzioni delle Regioni (molto generose quelle del Lazio), ma il Vaticano non è riuscito a trasformarlo in un affare. Dove sono finiti i soldi? Si torna al famoso palazzo di Londra. Il cardinale Giovanni Angelo Becciu ha sempre negato che per compralo sia stato usato l'obolo di San Pietro; forse che i soldi siano usciti dal Fondo sanitario? A capo del Fas c'era monsignor Angelo Perlasca, inquisito e «degradato» proprio per l'affare di Londra. Luigi Mistò giura che così non può essere, che l'Apsa controlla tutti i soldi (i ticket finiscono lì con uno strano giro) e che i fondi Fas sono poca cosa: «I ticket sono passati da 302.000 euro del 2017 a 497.000 euro del 2018 (più 39%, ndr), a fronte di una spesa sanitaria superiore a 20 milioni». Anche Oltretevere quando c'è la salute c'è tutto. O no?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bergoglio-decapita-la-sanita-vaticana-afflitta-da-scandali-e-lotte-di-potere-2646914231.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="minali-da-cattolica-al-cupolone-il-papa-apre-anche-alle-quota-rosa" data-post-id="2646914231" data-published-at="1596755226" data-use-pagination="False"> Minali da Cattolica al Cupolone. Il Papa apre anche alle quota rosa Papa Francesco sistema un altro tassello importante del complicato riassetto degli affari economici della Santa Sede e apre alle quote rosa. Ieri ha infatti nominato tredici membri - sei cardinali e sette laici - del Consiglio vaticano per l'Economia che resterà guidato dal cardinale tedesco Reinhard Marx, arcivescovo a Monaco di Baviera e capofila dei «progressisti» dentro il Sacro collegio. Il Consiglio ha il compito di sorvegliare la gestione economica e di vigilare sulle strutture e sulle attività amministrative e finanziarie dei dicasteri della Curia romana, delle istituzioni collegate con la Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano. Il consiglio tra l'altro approva il bilancio consolidato. Il controllo e la vigilanza sugli enti di cui si occupa il Consiglio sono attuati dalla Segreteria per l'Economia, di cui prefetto è il gesuita Guerrero Alves. Con il cambio di poltrone annunciato ieri, escono di scena il maltese Joseph Zahara - già capo della Bank of Valletta e legato al presidente dello Ior, Jean-Baptiste de Franssu - che era vicecoordinatore, e in passato era stato a capo della Cosea, la commissione di riforma da cui scaturì, per una fuga di documenti, anche Vatileaks-2. I nuovi porporati scelti sono i cardinali Peter Erdo, arcivescovo di Budapest, Odilo Pedro Scherer, arcivescovo di San Paolo del Brasile, Gerald Cyprien Lacroix, arcivescovo del Quebec, Joseph William Tobin, arcivescovo di Newark, Anders Arborelius, vescovo di Stoccolma, e Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell'Aquila. Come membri laici, sei sono donne scelte tra docenti universitarie e manager di primo piano del mondo della finanza: Charlotte Kreuter-Kirchhof, Eva Castillo Sanz, Leslie Jane Ferrar, Marija Kolak, María Concepción Osákar Garaicoechea e Ruth Maria Kelly. L'unica nomina maschile tra i laici è quella dell'italiano Alberto Minali, che sarebbe apprezzato anche in ambienti vicini all'Opus Dei. L'ex amministratore delegato di Cattolica assicurazioni (e prima ancora direttore generale delle Generali) era stato sfiduciato dal cda della compagnia veronese nell'ottobre del 2019 e a fine maggio si è dimesso anche da consigliere chiedendo un risarcimento di 9,6 milioni, motivato con l'«asserita mancanza di una giusta causa» della revoca delle sue deleghe. Tornando al riassetto varato da Bergoglio, nei giorni scorsi papa Francesco ha anche nominato Maximino Caballero Ledo come segretario della Segreteria per l'Economia, il dicastero guidato dal prefetto Juan Antonio Guerrero. Spagnolo di nascita e americano d'adozione, Caballero ha 61 anni, sposato con due figli, laurea in Economia all'Università Autonoma di Madrid, Mba (master in business administration) presso l'Iese business school di Barcellona. Ha lavorato per vent'anni tra Barcellona e Valencia, come responsabile della finanza in diversi Paesi europei, in Medio Oriente e in Africa. Nel 2007 si è trasferito con la sua famiglia negli Stati Uniti. Caballero e padre Guerrero, provengono dalla stessa città e sono amici d'infanzia. Risale invece allo scorso 10 luglio la chiamata di Mario Draghi a far parte della Pontificia Accademia delle scienze sociali, il think tank all'ombra del Cupolone che si occupa di economia, politica e società con lo scopo di fornire alla Chiesa gli elementi per sviluppare la sua dottrina sociale. Bergoglio è gesuita e anche l'ex presidente della Bce ha avuto la stessa formazione: ha studiato al liceo Massimo di Roma, dai gesuiti appunto. In un'intervista a Radio Vaticana, spiegò il cuore dell'insegnamento di Ignazio di Loyola in termini più generali: «Far capire che tutti noi, al di là di quanto noi potessimo apprendere come scolari, nella vita avevamo un compito che poi il futuro, la fede, la ragione, ci avrebbero rivelato».
Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 12 giugno con Carlo Cambi
Francesco Lollobrigida (Ansa)
I numeri indicati dal Masaf mostrano un rafforzamento dell’attività ispettiva: nel quinquennio 2021-2025 i controlli nel settore agroalimentare sono cresciuti del 25,7%, passando da 251.659 a 315.308 interventi. Ancora più marcato l’aumento dei controlli congiunti, cioè quelli svolti da almeno due enti nello stesso intervento: tra il 2023 e il 2025 sono quasi raddoppiati, passando da 1.127 a 2.174, con un incremento del 93%.
«Con l’istituzione della Cabina di regia, approvata con la legge di Tutela dell’Agroalimentare del 15 aprile scorso, abbiamo reso permanente il confronto tra le Forze dell’Ordine e gli organismi deputati al controllo nel settore agroalimentare», ha dichiarato Lollobrigida. «Lo abbiamo fatto perché i numeri parlano da soli. Non solo con la Cabina di regia i controlli sono aumentati, ma è aumentata anche la loro efficacia».
Secondo il ministro, il nuovo modello consente di concentrare le verifiche dove il rischio è maggiore, evitando duplicazioni e interventi inutili sugli operatori corretti. «Nella cabina di regia tutti gli operatori preposti ai controlli, ma anche le associazioni agricole, si confrontano scegliendo al meglio il settore da controllare secondo un indice di rischio. Si evitano così le sovrapposizioni, evitando vessazioni su imprenditori onesti, e si liberano risorse per contrastare chi non gioca secondo le regole».
Alla Cabina di regia partecipano, tra gli altri, Icqrf, Carabinieri, Cufaa, Nas, Capitanerie di Porto, Guardia di Finanza, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Agea, Polizia di Stato, ministero della Salute e rappresentanti delle principali organizzazioni agricole. L’obiettivo è migliorare il coordinamento operativo, condividere informazioni e rendere più efficace l’azione di prevenzione e repressione delle frodi. L’efficacia del sistema emerge anche dall’aumento delle irregolarità accertate, dei sequestri e delle segnalazioni all’autorità giudiziaria. Il Cufaa ha registrato una crescita significativa della quota di attività irregolari: se nel 2021 un’attività su tre risultava non conforme, nel 2025 più di una su due ha evidenziato irregolarità. Nel settore della ristorazione etnica, le Capitanerie di Porto hanno accertato nel 2025 415 illeciti su 594 ispezioni. Nel comparto vitivinicolo, oleario e lattiero-caseario, 137 controlli svolti dall’Icqrf su 101 strutture hanno portato alla rilevazione di 66 irregolarità, 78 denunce e al sequestro di circa 1000 tonnellate di alimenti.
Centrale anche il ruolo del Ruci, il Registro unico dei controlli ispettivi, utilizzato per evitare doppi controlli e ridurre il cosiddetto «controllo vessatorio». L’inserimento dei controlli nel Registro è passato da poche decine di unità nel 2016 a oltre 30.000 nuovi controlli nel 2025, con una crescita superiore al 300% negli ultimi cinque anni. In aumento anche le consultazioni: da poco più di 19.000 accessi nel 2016 a oltre 60.000 nel 2025.
Nel corso della riunione è stato inoltre analizzato il Piano operativo dei controlli 2026, che prevede un ulteriore rafforzamento delle verifiche congiunte e l’introduzione dei controlli congiunti rafforzati, con almeno tre enti di vigilanza coinvolti.
Particolare attenzione sarà riservata ai prodotti di importazione, con controlli mirati presso porti e valichi di confine su tracciabilità, sicurezza alimentare, benessere animale e residui di pesticidi. «Dal 2026 stiamo conducendo questi controlli specifici a Genova, Napoli, Salerno e Trieste e a breve avremo i risultati», ha spiegato Lollobrigida. «Non permetteremo mai che i prodotti che non seguono le nostre regole entrino indisturbati nel mercato italiano ed europeo».
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Maurizio Landini (Ansa)
Noi ancora continuiamo a pensare che si rivolga agli operai, agli impiegati, magari ai precari. Ottusamente, non abbiamo capito che questo è passato. La Cgil, gliene va dato atto, ha fatto di tutto per mostrarci che eravamo in errore, ma noi duri: insistevamo con i lavoratori, i residui della borghesia e del proletariato. Invece oggi il sindacato si rivolge a un altro pubblico. Gli intellettuali, l’alta borghesia di sinistra, la classe creativa tanto celebrata dagli ideologi liberal americani dei primi anni Novanta. Quelli radicali nei toni, ultraliberisti nei modi (e per lo più a proprio favore).
L’illuminazione a riguardo ci è arrivata in queste ultime ore. Cioè quando abbiamo appreso che il sindacato ha messo in piedi una grande iniziativa. Oggi, apprendiamo, «è il giorno dello sciopero della cultura proclamato da Fp Cgil e Nidil Cgil», Insomma scioperano i lavoratori della cultura, quelli che tengono in piedi eventi, rassegne, festival e kermesse assortite. Giusto, giustissimo. Sappiamo da anni che l’intero comparto si regge su stipendi ridicoli, totale precarietà, finte partite Iva e patetico clientelismo, spesso alimentato proprio da editori, associazioni e organizzatori che fanno grandi professioni di socialismo e poi non pagano l’ufficio stampa.
Che cosa chiede la Cgil? Forse una redistribuzione del reddito fra autori e editori celebrati e operai dell’editoria? Forse riduzione del compenso degli attori a favore delle maestranze? Macché. Lo sciopero serve «per cambiare le politiche del governo che tagliano i finanziamenti a tutti i settori della cultura, mettendo a rischio la continuità quotidiana del servizio pubblico». E «per chiedere di rivedere le scelte che distraggono le risorse dal finanziamento al settore in favore degli stanziamenti in armi». Insomma, il sindacato vuole più soldi per la cultura, così che il sistema rimanga uguale e i soliti continuino a guadagnare, magari con un bel film sovvenzionato dallo Stato che nessuno andrà a vedere. O con uno spettacolo appaltato ai soliti amici del giro buono, che ringrazieranno firmando il prossimo appello promosso da Pd e Cgil.
A tale riguardo il sindacato ci offre un meraviglioso spunto. Domani, finito lo sciopero, le truppe sinistrorse della Cgil sfileranno a Roma assieme ai patrioti dell’Anpi e dell’Arci contro il corteo organizzato dal comitato Remigrazione contro l’immigrazione di massa. La locandina della manifestazione l’ha disegnata l’amico Zerocalcare. Cioè un signore che, per la serie animata Due spicci realizzata per Netflix, ha beneficiato di contributi pubblici tramite tax credit per la bellezza di 3 milioni di euro. Giova ricordare che attorno alla serie ci sono state anche alcune polemiche partite dalla pagina Instagram dell’Unione Italiana Animatori, dove sono comparse denunce anonime di alcuni professionisti che lamentano di aver dovuto sopportare condizioni di lavoro non proprio favorevolissime. La produzione della serie si è affrettata a mandare smentite e diffide, l’Unione animatori ha tenuto il punto. In ogni caso, quel che conta è l’intervento di Zerocalcare medesimo, che ha dichiarato: «Il dato surreale di tutta questa discussione è che io non sono né un animatore né un produttore. Quindi non ho proprio gli strumenti per fare proposte valide su ‘sta roba». Il fatto, però, è che di «quella roba» lui non è solo autore, ma anche produttore esecutivo. Può darsi sia un incarico formale per fargli avere più controllo creativo o più soldi. Ma scaricare a prescindere le colpe su altri è un po’ troppo facile. Tanto più che la Cgil ha promosso un referendum che chiedeva tra le altre cose di sanzionare gli imprenditori proprio per circostanze simili, cioè per lo sfruttamento operato da altri.
Questo bel quadretto ci ha fatto aprire gli occhi sul sindacato. Zerocalcare è il perfetto esponente della categoria sociale a cui la Cgil si rivolge. Il militante che lavora per il colosso multinazionale e scarica le responsabilità, salvo poi disegnare i manifesti di lotta e boicottare le kermesse dove ci sono «i fascisti». Magari proprio le stesse kermesse in cui lavoratori precari si dannano per vendere i libri degli autori radicali e combattenti. Il target della Cgil sono i produttori a cui si devono dare più soldi pubblici perché continuino a esercitare l’egemonia (economica più che culturale). A questo genere di intellettuali e starlette piace occuparsi di grandi temi come l’immigrazione, perché li fa sentire bravi e umani. E la Cgil li accontenta chiedendo di censurare le manifestazioni sulla remigrazione e sponsorizzando l’accoglienza. Se poi l’immigrazione produce disastri come quello di Amendolara, dove i caporali pakistani hanno bruciato vivi quattro braccianti loro connazionali, è comunque colpa dei perfidi fasci.
Prima di chiedere censure a destra e a manca (soprattutto a destra), la Cgil dovrebbe guardare in casa propria. Pensare agli amici Vip di cui si circonda e ai propri rappresentanti. Ad esempio Mauro Baldi, 66 anni, già segretario provinciale di Rovigo della sezione agricoltura della Cgil ora divenuto segretario provinciale a Sicurezza e Legalità, Ambiente, Artigianato e Immigrazione. Costui è finito a processo per falsa testimonianza nell’ambito di una brutta storia che coinvolge alcuni lavoratori sfruttati, per cui sono stati condannati a due anni e tre mesi per estorsione tre imprenditori.
Come spiega Il Corriere della Sera, «secondo l’accusa, con l’avallo della Cgil, il 19 dicembre 2017 i tre datori di lavoro avevano fatto firmare un accordo stragiudiziale a tre operai paventando loro un licenziamento o che i loro contratti non sarebbero stati rinnovati, se non avessero accettato di incassare 100 euro a testa come saldo e stralcio di ogni pretesa sugli straordinari che avanzavano». Certo, può darsi che - proprio come Zerocalcare - il sindacalista di Rovigo sia innocente. Ma una riflessione sul tema la Cgil potrebbe anche farla, visto quanto ama fare la morale agli altri. Sappiamo però che non si disturberà: dopo tutto si tratta solo di qualche operaio sfruttato, roba che non rientra fra le competenze del sindacato.
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