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2020-08-07
Bergoglio decapita la Sanità vaticana afflitta da scandali e lotte di potere
Jorge Bergoglio (Ansa)
Una messa val bene 28 licenziamenti. Almeno al Policlinico Gemelli di Roma, la cattedrale sanitaria del Vaticano. O forse quei 28 infermieri rimasti senza lavoro sono vittime dello scandalo del palazzo di Londra comprato incautamente dal Vaticano e pagano, incolpevoli, la lotta di potere tra l'Apsa - che è la banca centrale del Papa oggi nelle mani del plenipotenziario delle finanze vaticane Guerrero Alves - e il Governatorato, il più ricco dicastero guidato dal cardinale Giuseppe Bertello per il controllo della Sanità del Vaticano.
Tutto ruota attorno ai buchi di bilancio di Oltretevere. L'ospedale del Papa per risparmiare circa 400.000 euro ha messo di fatto alla porta gli infermieri che gli hanno consentito di affrontare e superare l'emergenza Covid. Insomma più che la cura conta la Curia. Il Gemelli si è servito per molto tempo delle ambulanze di una società che è un colosso dell'emergenza: la Heartlife Croce amica. Tutto perfetto, anche quando scoppia il Covid il personale di Croce amica viene addestrato ed equipaggiato per affrontare il trasporto di questi pazienti particolari con ambulanze apposite. Così il Gemelli ha potuto aprire il suo reparto Covid al Columbus.
Si arriva al primo di giugno e l'appalto scade, il Gemelli che è convenzionato col Servizio sanitario e gode di molti contributi pubblici fa una nuova gara e esclude la Heartlife. Perciò gli addetti della Croce amica dal primo agosto perdono il lavoro: non c'è più l' appalto da circa un milione di euro con l'ospedale del Papa. La Heartlife ha chiesto spiegazioni opponendo che in base alla legge regionale quel servizio deve essere fatto da infermieri professionali regolarmente assunti, vuole sapere chi ha vinto e insiste con il suo amministratore delegato Fabio Caminiti Cutuli per accedere agli atti per un eventuale ricorso, ma dal Gemelli hanno risposto con tre differenti lettere: siamo un soggetto privato, non siamo soggetti alla legge regionale ne a quella nazionale e non vi diciamo chi ha vinto la gara.
La verità è che quel servizio ora sarà svolto dalla Croce rossa che pare abbia fatto un ribasso molto consistente perché conta sull'opera dei volontari non retribuiti. E così i 28 dipendenti della Heartlife che hanno salvato il Gemelli dall'emergenza Covid ora sono in emergenza stipendio. L'azienda pensa di riassorbirne alcuni, ma il Gemelli rivendica il diritto di fare come gli pare. Anche se lo Stato e la Regione continuano a elargire molti contributi. Gli ultimi 23 milioni glieli ha assegnati Nicola Zingaretti, segretario nazionale del Pd e presidente del Lazio.
Ma forse al Gemelli hanno l'ordine di limare i costi perché la Sanità del Vaticano è in una crisi profondissima dopo una serie di scandali (l'Id, il San Carlo di Nancy e pure il Gemelli pareva fosse sull'orlo del fallimento) e la banca vaticana. l'Apsa, ha dovuto sborsare milioni e milioni. Francesco per tenere sotto controllo la Sanità ha istituito nel 2016 una speciale commissione rinnovata di recente. A capo c'è ancora monsignor Luigi Mistò che è anche il presidente del Fas, il fondo sanitario di dipendenti e cittadini d'Oltretevere, che pagano ticket particolarmente salati. A dirigerlo c'era fino a un mese fa Stefano Loreti, ora allontanato per fare posto al professor Giovanni Doglietto che viene dal Gemelli. Sempre dal Gemelli arriva il professor Andrea Arcangeli il sostituto del professor Alfredo Pontecorvi, «pensionato» bruscamente dal Papa dal ruolo di direttore della Sanità e igiene del Governatorato.
Perché? La Sanità del Vaticano è in preda a convulsioni di potere e a scarsità di fondi. Francesco ha deciso che Guerrero Alves controlli le finanze del Vaticano concentrando tutto il potere nell'Apsa da cui dipende anche il Fondo sanitario, questo significa che va depotenziato pure nella Sanità il ruolo del Governatorato a capo del quale però c'è un potentissimo cardinale: Giuseppe Bertello. Questo paralizza la Sanità vaticana che è stata per molti una mucca da mungere. Sono 102 ospedali per quasi 18.000 posti letto, altre 257 strutture, 1.535 case di riposo per 70.000 operatori di cui 8.000 medici che fruttano in contributi diretti dallo Stato italiano 2 miliardi, più ci sono le convenzioni delle Regioni (molto generose quelle del Lazio), ma il Vaticano non è riuscito a trasformarlo in un affare.
Dove sono finiti i soldi? Si torna al famoso palazzo di Londra. Il cardinale Giovanni Angelo Becciu ha sempre negato che per compralo sia stato usato l'obolo di San Pietro; forse che i soldi siano usciti dal Fondo sanitario? A capo del Fas c'era monsignor Angelo Perlasca, inquisito e «degradato» proprio per l'affare di Londra. Luigi Mistò giura che così non può essere, che l'Apsa controlla tutti i soldi (i ticket finiscono lì con uno strano giro) e che i fondi Fas sono poca cosa: «I ticket sono passati da 302.000 euro del 2017 a 497.000 euro del 2018 (più 39%, ndr), a fronte di una spesa sanitaria superiore a 20 milioni».
Anche Oltretevere quando c'è la salute c'è tutto. O no?
Minali da Cattolica al Cupolone. Il Papa apre anche alle quota rosa
Papa Francesco sistema un altro tassello importante del complicato riassetto degli affari economici della Santa Sede e apre alle quote rosa. Ieri ha infatti nominato tredici membri - sei cardinali e sette laici - del Consiglio vaticano per l'Economia che resterà guidato dal cardinale tedesco Reinhard Marx, arcivescovo a Monaco di Baviera e capofila dei «progressisti» dentro il Sacro collegio.
Il Consiglio ha il compito di sorvegliare la gestione economica e di vigilare sulle strutture e sulle attività amministrative e finanziarie dei dicasteri della Curia romana, delle istituzioni collegate con la Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano. Il consiglio tra l'altro approva il bilancio consolidato. Il controllo e la vigilanza sugli enti di cui si occupa il Consiglio sono attuati dalla Segreteria per l'Economia, di cui prefetto è il gesuita Guerrero Alves. Con il cambio di poltrone annunciato ieri, escono di scena il maltese Joseph Zahara - già capo della Bank of Valletta e legato al presidente dello Ior, Jean-Baptiste de Franssu - che era vicecoordinatore, e in passato era stato a capo della Cosea, la commissione di riforma da cui scaturì, per una fuga di documenti, anche Vatileaks-2.
I nuovi porporati scelti sono i cardinali Peter Erdo, arcivescovo di Budapest, Odilo Pedro Scherer, arcivescovo di San Paolo del Brasile, Gerald Cyprien Lacroix, arcivescovo del Quebec, Joseph William Tobin, arcivescovo di Newark, Anders Arborelius, vescovo di Stoccolma, e Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell'Aquila. Come membri laici, sei sono donne scelte tra docenti universitarie e manager di primo piano del mondo della finanza: Charlotte Kreuter-Kirchhof, Eva Castillo Sanz, Leslie Jane Ferrar, Marija Kolak, María Concepción Osákar Garaicoechea e Ruth Maria Kelly. L'unica nomina maschile tra i laici è quella dell'italiano Alberto Minali, che sarebbe apprezzato anche in ambienti vicini all'Opus Dei. L'ex amministratore delegato di Cattolica assicurazioni (e prima ancora direttore generale delle Generali) era stato sfiduciato dal cda della compagnia veronese nell'ottobre del 2019 e a fine maggio si è dimesso anche da consigliere chiedendo un risarcimento di 9,6 milioni, motivato con l'«asserita mancanza di una giusta causa» della revoca delle sue deleghe.
Tornando al riassetto varato da Bergoglio, nei giorni scorsi papa Francesco ha anche nominato Maximino Caballero Ledo come segretario della Segreteria per l'Economia, il dicastero guidato dal prefetto Juan Antonio Guerrero. Spagnolo di nascita e americano d'adozione, Caballero ha 61 anni, sposato con due figli, laurea in Economia all'Università Autonoma di Madrid, Mba (master in business administration) presso l'Iese business school di Barcellona. Ha lavorato per vent'anni tra Barcellona e Valencia, come responsabile della finanza in diversi Paesi europei, in Medio Oriente e in Africa. Nel 2007 si è trasferito con la sua famiglia negli Stati Uniti. Caballero e padre Guerrero, provengono dalla stessa città e sono amici d'infanzia.
Risale invece allo scorso 10 luglio la chiamata di Mario Draghi a far parte della Pontificia Accademia delle scienze sociali, il think tank all'ombra del Cupolone che si occupa di economia, politica e società con lo scopo di fornire alla Chiesa gli elementi per sviluppare la sua dottrina sociale. Bergoglio è gesuita e anche l'ex presidente della Bce ha avuto la stessa formazione: ha studiato al liceo Massimo di Roma, dai gesuiti appunto. In un'intervista a Radio Vaticana, spiegò il cuore dell'insegnamento di Ignazio di Loyola in termini più generali: «Far capire che tutti noi, al di là di quanto noi potessimo apprendere come scolari, nella vita avevamo un compito che poi il futuro, la fede, la ragione, ci avrebbero rivelato».
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Guerra sui fondi tra Apsa, la banca centrale della Santa Sede, e Governatorato. Intanto 28 infermieri ci rimettono il posto.Rinnovato il Consiglio per l'Economia della Santa Sede. Sette i laici, sei sono donne.Lo speciale contiene due articoli.Una messa val bene 28 licenziamenti. Almeno al Policlinico Gemelli di Roma, la cattedrale sanitaria del Vaticano. O forse quei 28 infermieri rimasti senza lavoro sono vittime dello scandalo del palazzo di Londra comprato incautamente dal Vaticano e pagano, incolpevoli, la lotta di potere tra l'Apsa - che è la banca centrale del Papa oggi nelle mani del plenipotenziario delle finanze vaticane Guerrero Alves - e il Governatorato, il più ricco dicastero guidato dal cardinale Giuseppe Bertello per il controllo della Sanità del Vaticano. Tutto ruota attorno ai buchi di bilancio di Oltretevere. L'ospedale del Papa per risparmiare circa 400.000 euro ha messo di fatto alla porta gli infermieri che gli hanno consentito di affrontare e superare l'emergenza Covid. Insomma più che la cura conta la Curia. Il Gemelli si è servito per molto tempo delle ambulanze di una società che è un colosso dell'emergenza: la Heartlife Croce amica. Tutto perfetto, anche quando scoppia il Covid il personale di Croce amica viene addestrato ed equipaggiato per affrontare il trasporto di questi pazienti particolari con ambulanze apposite. Così il Gemelli ha potuto aprire il suo reparto Covid al Columbus. Si arriva al primo di giugno e l'appalto scade, il Gemelli che è convenzionato col Servizio sanitario e gode di molti contributi pubblici fa una nuova gara e esclude la Heartlife. Perciò gli addetti della Croce amica dal primo agosto perdono il lavoro: non c'è più l' appalto da circa un milione di euro con l'ospedale del Papa. La Heartlife ha chiesto spiegazioni opponendo che in base alla legge regionale quel servizio deve essere fatto da infermieri professionali regolarmente assunti, vuole sapere chi ha vinto e insiste con il suo amministratore delegato Fabio Caminiti Cutuli per accedere agli atti per un eventuale ricorso, ma dal Gemelli hanno risposto con tre differenti lettere: siamo un soggetto privato, non siamo soggetti alla legge regionale ne a quella nazionale e non vi diciamo chi ha vinto la gara. La verità è che quel servizio ora sarà svolto dalla Croce rossa che pare abbia fatto un ribasso molto consistente perché conta sull'opera dei volontari non retribuiti. E così i 28 dipendenti della Heartlife che hanno salvato il Gemelli dall'emergenza Covid ora sono in emergenza stipendio. L'azienda pensa di riassorbirne alcuni, ma il Gemelli rivendica il diritto di fare come gli pare. Anche se lo Stato e la Regione continuano a elargire molti contributi. Gli ultimi 23 milioni glieli ha assegnati Nicola Zingaretti, segretario nazionale del Pd e presidente del Lazio. Ma forse al Gemelli hanno l'ordine di limare i costi perché la Sanità del Vaticano è in una crisi profondissima dopo una serie di scandali (l'Id, il San Carlo di Nancy e pure il Gemelli pareva fosse sull'orlo del fallimento) e la banca vaticana. l'Apsa, ha dovuto sborsare milioni e milioni. Francesco per tenere sotto controllo la Sanità ha istituito nel 2016 una speciale commissione rinnovata di recente. A capo c'è ancora monsignor Luigi Mistò che è anche il presidente del Fas, il fondo sanitario di dipendenti e cittadini d'Oltretevere, che pagano ticket particolarmente salati. A dirigerlo c'era fino a un mese fa Stefano Loreti, ora allontanato per fare posto al professor Giovanni Doglietto che viene dal Gemelli. Sempre dal Gemelli arriva il professor Andrea Arcangeli il sostituto del professor Alfredo Pontecorvi, «pensionato» bruscamente dal Papa dal ruolo di direttore della Sanità e igiene del Governatorato. Perché? La Sanità del Vaticano è in preda a convulsioni di potere e a scarsità di fondi. Francesco ha deciso che Guerrero Alves controlli le finanze del Vaticano concentrando tutto il potere nell'Apsa da cui dipende anche il Fondo sanitario, questo significa che va depotenziato pure nella Sanità il ruolo del Governatorato a capo del quale però c'è un potentissimo cardinale: Giuseppe Bertello. Questo paralizza la Sanità vaticana che è stata per molti una mucca da mungere. Sono 102 ospedali per quasi 18.000 posti letto, altre 257 strutture, 1.535 case di riposo per 70.000 operatori di cui 8.000 medici che fruttano in contributi diretti dallo Stato italiano 2 miliardi, più ci sono le convenzioni delle Regioni (molto generose quelle del Lazio), ma il Vaticano non è riuscito a trasformarlo in un affare. Dove sono finiti i soldi? Si torna al famoso palazzo di Londra. Il cardinale Giovanni Angelo Becciu ha sempre negato che per compralo sia stato usato l'obolo di San Pietro; forse che i soldi siano usciti dal Fondo sanitario? A capo del Fas c'era monsignor Angelo Perlasca, inquisito e «degradato» proprio per l'affare di Londra. Luigi Mistò giura che così non può essere, che l'Apsa controlla tutti i soldi (i ticket finiscono lì con uno strano giro) e che i fondi Fas sono poca cosa: «I ticket sono passati da 302.000 euro del 2017 a 497.000 euro del 2018 (più 39%, ndr), a fronte di una spesa sanitaria superiore a 20 milioni». Anche Oltretevere quando c'è la salute c'è tutto. O no?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bergoglio-decapita-la-sanita-vaticana-afflitta-da-scandali-e-lotte-di-potere-2646914231.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="minali-da-cattolica-al-cupolone-il-papa-apre-anche-alle-quota-rosa" data-post-id="2646914231" data-published-at="1596755226" data-use-pagination="False"> Minali da Cattolica al Cupolone. Il Papa apre anche alle quota rosa Papa Francesco sistema un altro tassello importante del complicato riassetto degli affari economici della Santa Sede e apre alle quote rosa. Ieri ha infatti nominato tredici membri - sei cardinali e sette laici - del Consiglio vaticano per l'Economia che resterà guidato dal cardinale tedesco Reinhard Marx, arcivescovo a Monaco di Baviera e capofila dei «progressisti» dentro il Sacro collegio. Il Consiglio ha il compito di sorvegliare la gestione economica e di vigilare sulle strutture e sulle attività amministrative e finanziarie dei dicasteri della Curia romana, delle istituzioni collegate con la Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano. Il consiglio tra l'altro approva il bilancio consolidato. Il controllo e la vigilanza sugli enti di cui si occupa il Consiglio sono attuati dalla Segreteria per l'Economia, di cui prefetto è il gesuita Guerrero Alves. Con il cambio di poltrone annunciato ieri, escono di scena il maltese Joseph Zahara - già capo della Bank of Valletta e legato al presidente dello Ior, Jean-Baptiste de Franssu - che era vicecoordinatore, e in passato era stato a capo della Cosea, la commissione di riforma da cui scaturì, per una fuga di documenti, anche Vatileaks-2. I nuovi porporati scelti sono i cardinali Peter Erdo, arcivescovo di Budapest, Odilo Pedro Scherer, arcivescovo di San Paolo del Brasile, Gerald Cyprien Lacroix, arcivescovo del Quebec, Joseph William Tobin, arcivescovo di Newark, Anders Arborelius, vescovo di Stoccolma, e Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell'Aquila. Come membri laici, sei sono donne scelte tra docenti universitarie e manager di primo piano del mondo della finanza: Charlotte Kreuter-Kirchhof, Eva Castillo Sanz, Leslie Jane Ferrar, Marija Kolak, María Concepción Osákar Garaicoechea e Ruth Maria Kelly. L'unica nomina maschile tra i laici è quella dell'italiano Alberto Minali, che sarebbe apprezzato anche in ambienti vicini all'Opus Dei. L'ex amministratore delegato di Cattolica assicurazioni (e prima ancora direttore generale delle Generali) era stato sfiduciato dal cda della compagnia veronese nell'ottobre del 2019 e a fine maggio si è dimesso anche da consigliere chiedendo un risarcimento di 9,6 milioni, motivato con l'«asserita mancanza di una giusta causa» della revoca delle sue deleghe. Tornando al riassetto varato da Bergoglio, nei giorni scorsi papa Francesco ha anche nominato Maximino Caballero Ledo come segretario della Segreteria per l'Economia, il dicastero guidato dal prefetto Juan Antonio Guerrero. Spagnolo di nascita e americano d'adozione, Caballero ha 61 anni, sposato con due figli, laurea in Economia all'Università Autonoma di Madrid, Mba (master in business administration) presso l'Iese business school di Barcellona. Ha lavorato per vent'anni tra Barcellona e Valencia, come responsabile della finanza in diversi Paesi europei, in Medio Oriente e in Africa. Nel 2007 si è trasferito con la sua famiglia negli Stati Uniti. Caballero e padre Guerrero, provengono dalla stessa città e sono amici d'infanzia. Risale invece allo scorso 10 luglio la chiamata di Mario Draghi a far parte della Pontificia Accademia delle scienze sociali, il think tank all'ombra del Cupolone che si occupa di economia, politica e società con lo scopo di fornire alla Chiesa gli elementi per sviluppare la sua dottrina sociale. Bergoglio è gesuita e anche l'ex presidente della Bce ha avuto la stessa formazione: ha studiato al liceo Massimo di Roma, dai gesuiti appunto. In un'intervista a Radio Vaticana, spiegò il cuore dell'insegnamento di Ignazio di Loyola in termini più generali: «Far capire che tutti noi, al di là di quanto noi potessimo apprendere come scolari, nella vita avevamo un compito che poi il futuro, la fede, la ragione, ci avrebbero rivelato».
Alle spalle, il Quirinale (Imagoeconomica). Nel riquadro, il libro di Castellani e Quagliariello
E i diritti che essa riconosce sono quasi sempre bilanciati da corrispondenti doveri che con il tempo, nella lettura politica della Carta, sono stati sottostimati quando non addirittura omessi. In altre parole, il consenso sulla prima parte nasce dalla comune volontà di fondare una democrazia pluralista e garantista, non di imporre un progetto ideologico unilaterale. Tanto che la stessa prima parte della Costituzione (si consideri a tal proposito, in particolare, la vicenda dell’art. 3 comma 2 relativo all’eguaglianza), sarà oggetto di interpretazioni politiche differenti. Il compromesso ideologico, dunque, si trova senza troppe tensioni, amalgamando diverse culture politiche intorno alla base comune dell’accettazione dei princìpi di una democrazia liberale.
È nella seconda parte - quella sulla forma di governo e sulle garanzie - che, invece, il compromesso diventa molto più sofferto. Qui la logica delle «garanzie politiche» prevale su quella dell’efficienza. Per l’essenziale: le sinistre temono che un rafforzamento dell’esecutivo possa tradursi in restaurazione autoritaria; la Dc e i partiti di centro temono, al contrario, che un eccesso di parlamentarismo esponga il sistema alle pressioni di un grande partito comunista legato all’Urss. Ne risulta una razionalizzazione assai debole del regime parlamentare. Fallisce l’ipotesi di introdurre meccanismi come la sfiducia costruttiva o il cancellierato sul modello del Grundgesetz tedesco, previsti dall’ordine del giorno Perassi del settembre 1946, e si preferisce «abbondare» in termini di garanzie e contropoteri, sacrificando la stabilità dei governi alla salvaguardia dell’equilibrio tra i partiti. È la scelta che porterà a una forma di governo intrinsecamente fragile, nella quale l’esecutivo dipende da maggioranze fluide, i governi sono esposti a crisi frequenti e il circuito decisionale tende a spostarsi dai luoghi istituzionali formali alle sedi informali di mediazione partitica.
In questo contesto, De Gasperi - che è Presidente del Consiglio per tutto il periodo dei lavori costituenti - mantiene un ruolo relativamente defilato nell’Assemblea, concentrando le sue energie sul fronte internazionale, sulla continuità statuale, sulla statuizione dei rapporti tra Chiesa e Stato. Va poi considerato in tutta la sua rilevanza il fatto che il processo costituente viene «tagliato in due» dalla rottura del maggio 1947 con le sinistre, che segna il passaggio dai governi di unità antifascista al centrismo e rende ancora più cogente la ricerca di garanzie reciproche e complessa la traduzione dei compromessi costituzionali in una forma di governo stabile. In quel torno di tempo la divisione del lavoro è netta: la Costituente scrive le regole, il governo si incarica di far sopravvivere e riconoscere lo Stato italiano in un contesto internazionale difficile, e da questa separazione di funzioni nasce anche il limite strutturale della nostra forma di governo, pensata più per impedire torsioni verticali che per decidere.
Proprio perché la forma di governo disegnata nel 1948 è debole, dunque, la Repubblica, per stare in piedi, necessita di un «Principe». Non un Principe individuale, s’intende, ma un soggetto politico capace di concentrare la legittimazione, di tenere insieme un sistema parlamentare frammentato e di assumere decisioni nei momenti di crisi. Antonio Gramsci aveva già immaginato questa traslazione tra il «Principe individuo» di Machiavelli al partito, inteso come «principe collettivo». E infatti, si può affermare che il partito sin dall’origine si candidi a svolgere questo ruolo, proponendosi come vera e propria infrastruttura del nuovo regime. È nel circuito della «democrazia dei partiti» che si regolano e si compongono i conflitti, si formano e si disfano le maggioranze e gli esecutivi, in continuità con la propensione che era stata già dell’Italia liberale a far convergere al centro del sistema le forze chiamate a esercitare responsabilità di governo isolando le ali antisistema. Col tempo, la centralità dei partiti sarebbe diventata ancora più avvertita. Al punto che la storiografia più recente individua, addirittura, nella «centralità assoluta dell’infrastruttura partitica» il meccanismo di funzionamento del regime parlamentare italiano che avrebbe trasformato il Parlamento in un mero luogo di ratifica di scelte compiute altrove.
Questa deriva, colta a posteriori in modo persino troppo unilaterale, non può, però, ritenersi scontata, soprattutto agli esordi. E quando poi all’inizio degli anni Novanta il sistema dei partiti costruito su quel compromesso esplode, sotto la pressione congiunta della fine della Guerra Fredda, delle inchieste di Tangentopoli e del crollo delle culture politiche tradizionali, il bisogno di trovare un Principe non scompare. Di fatti, il Principe resta, pur cambiando soggettività. Venuto meno il partito-Principe, con la dissoluzione della Dc, del Psi e la trasformazione del Pci, il fulcro di stabilizzazione si trasferisce progressivamente sul Presidente della Repubblica, che assume una funzione sempre più attiva nella gestione delle crisi, nella formazione degli esecutivi e nel raccordo con i vincoli europei e internazionali. Si può perciò affermare che il Capo dello Stato divenga il nuovo Principe della Repubblica: non per un mutamento formale della Costituzione, ma per l’inerzia di una forma di governo che continua a non fornire da sola un baricentro solido e che, in assenza del partito egemone, trova nel Quirinale l’unico attore in grado di garantire la continuità del sistema. Da ultimo, questa circostanza è stata emblematizzata dal film di un grande regista italiano, Paolo Sorrentino, dedicato per l’appunto alla figura del presidente colta nell’intreccio tra responsabilità istituzionale e scelte interiori. Il regista, nell’intervista di presentazione, afferma di essersi ispirato per il suo lavoro un po’ a Scalfaro, un po’ a Napolitano e un po’ a Mattarella: tre personalità politiche e umane assai diverse. Segno che la rilevanza istituzionale della carica si sia così tanto dilatata da influenzare persino la dimensione interiore e determinare la portata delle scelte di coscienza da assumere.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 2 giugno con Carlo Cambi
Il cantiere del nuovo consolato americano che sorgerà a Milano (Ansa)
Gli altri settori produttivi le devono pagare un tributo crescente, mentre la definizione stessa di «interesse pubblico» si fa sempre più sfuggente, contesa tra gruppi sociali vincenti e altri naturalmente perdenti.
Una delle contraddizioni più clamorose di questo modello emerge dalla vicenda che coinvolge il consolato americano: un caso che rivela, senza possibilità di equivoci, che la cosiddetta «rigenerazione urbana» di Milano poggia anche sul lavoro di persone tenute in condizioni di semischiavitù. Nell’area dell’ex Tiro a segno è in costruzione la nuova sede del Consolato degli Stati Uniti, un’opera faraonica, come è nello stile americano, dislocata su 40.000 metri quadrati, con un costo dichiarato di almeno 351 milioni di dollari, il cui completamento è previsto nel 2028. Una cifra che però non include il costo del lavoro (e non è un dettaglio secondario). La Procura di Milano ha accertato che la ditta costruttrice impiegava lavoratori stranieri in condizione di paraschiavitù.
I pubblici ministeri Paolo Storari e Mauro Clerici hanno messo sotto controllo giudiziario la società edile statunitense Caddell, con l’accusa di caporalato e sfruttamento dei lavoratori, e operato il fermo di un manager della stessa azienda in procinto di scappare in Turchia. Il cantiere, inaugurato in pompa magna nel 2022 con la posa della prima pietra alla presenza del console Robert Needham e del sindaco Beppe Sala, funzionava grazie al lavoro di operai che venivano reclutati in India da un’agenzia di Nuova Dehli, la Dynamic house. Per ottenere il posto di lavoro erano costretti a pagare una cifra ingente, circa 500.000 rupie (5/6.000 euro) con la promessa di documenti regolari e biglietto aereo incluso. Una volta arrivati a Milano, la realtà era ben diversa: turni di 12 ore al giorno, sei giorni su sette, senza festività. La paga? Appena 2 o 3 euro l’ora. E più della metà dello stipendio veniva sistematicamente sottratta.
«I poveri non sono un problema da risolvere ma una risorsa da sfruttare», diceva Zygmunt Bauman. È difficile non pensare a questa frase leggendo le condizioni in cui questi uomini erano costretti a lavorare. Il sistema di sfruttamento descritto ricorda da vicino quello adottato in diversi Paesi del Golfo: la Kafala, un’istituzione giuridica utilizzata per monitorare i lavoratori stranieri impiegati specialmente nel settore edilizio. La pratica è legalmente diffusa in Qatar, Kuwait, Libano, Oman, Bahrein, Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti. In quel sistema il lavoratore straniero è vincolato a uno sponsor che coincide con il datore di lavoro: questo detiene il controllo totale sulla mobilità del dipendente e sui suoi documenti. Il lavoratore non può cambiare impiego, non può lasciare il Paese, non può sottrarsi. La Kafala è di fatto l’istituzionalizzazione della schiavitù.
Ecco qui rappresentata la modernizzazione al contrario di Milano. Una città che vanta ingenti investimenti in immobili realizzati da questi Paesi, ma che sembra aver importato anche un ignobile modello di sfruttamento dei lavoratori migranti. Ciò che colpisce, oltre alla gravità dei fatti, è l’assenza di parole di chi governa la città. L’amministrazione comunale non può pensare che si tratti un «affare americano»: il cantiere insiste sul suolo milanese, il sindaco era presente all’inaugurazione, la città ne porta un po’ la responsabilità morale e politica. Altrettanto significativa è la latitanza della sinistra che tende a occuparsi di migranti solo quando è utile a una polemica contro la destra. All’appello, infine, manca anche il sindacato che ha dimostrato ancora una volta di essere fuori contesto, incapace di cogliere le contraddizioni più acute del modello di sviluppo in atto. Il dato di fatto è che tutti questi continuano a parlare di candidature per le prossime elezioni amministrative, di primarie e di altri aspetti che riguardano la loro vita interna dimostrando, se ve ne fosse ancora bisogno, la loro lontananza dai problemi reali delle persone.
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