content.jwplatform.com
Con Dario Giacomini di Contiamoci esaminiamo il lavoro di inchiesta in corso. E ricordiamo l'anniversario della repressione di Trieste.
Con Dario Giacomini di Contiamoci esaminiamo il lavoro di inchiesta in corso. E ricordiamo l'anniversario della repressione di Trieste.
I risultati del primo turno delle elezioni comunali francesi, svoltesi domenica, hanno riservato sorprese, più o meno buone, praticamente per tutti i partiti transalpini. Ma c’è una formazione che è uscita con le ossa rotte: quella macronista insieme ai suoi alleati. In effetti il partito fondato dal presidente Emmanuel Macron ha brillato per il suo scarso radicamento locale.
Persino per degli vecchi alleati di Macron, gli ex premier Edouard Philippe e François Bayrou, il primo turno non è stata una passeggiata. Bayrou, che è il primo cittadino di Pau dal 2014, è riuscito a distanziare il suo rivale socialista, Jérôme Marbot, di appena sette punti (33,83% contro il 26,31%). Invece Philippe, che prima del voto di domenica temeva una sconfitta, alla fine ha tirato un sospiro di sollievo visto che nel suo «feudo» di Le Havre ha ottenuto il 43,76% dei voti, mentre il candidato della lista comunista-socialista-ecologista, Jean-Paul Lecocq, si è fermato al 33,25%.
Parigi merita un discorso a parte. Nella capitale francese i candidati che, come prevede la legge elettorale transalpina, hanno ottenuto almeno il 10% delle preferenze necessarie a partecipare al secondo turno, sono: il socialista Emmanuel Grégoire (37,98%), l’erede politico dell’attuale sindaco Anne Hidalgo; Rachida Dati (25,46%) ex ministro della cultura dei due ultimi governi francesi e fuoriuscita dai Républicains; l’esponente dell’estrema sinistra de La France Insoumise, Sophia Chikirou (11,72%) ; Pierre-Yves Bournazel (11,34%) il centrista del partito di Edouard Philippe e Sarah Knafo (10,40%) eurodeputata di Reconquêté ! Il partito fondato da Eric Zemmour. Quest’ultima, ha ottenuto un risultato degno di nota se si pensa che è scesa in campo per Parigi solo pochi mesi fa. Verso le 8,00 di ieri mattina, in un video, Knafo si era già rivolta a Dati con questo invito: «Accetti la mano che le tendiamo». Ma la candidata della destra moderata ha fatto sapere che «non ci sarà alcuna alleanza con Sarah Knafo». Inoltre, su X, Dati ha proposto una fusione della sua lista con quella del centrista Bournazel perché «non siamo mai stati così vicini» dall’offrire «l’alternanza a Parigi». Quest’ultimo ha posto tre condizioni, tra la quali, la principale è «nessun avvicinamento, diretto o indiretto» con la lista di Knafo. La risposta di Dati non si è fatta attendere «lavoreremo con Pierre-Yves Bournazel su un progetto di alternanza», ha scritto su X.
Sul fronte opposto si è invece assistito ad una commedia tra i socialisti e l’estrema sinistra di Lfi. I primi, hanno escluso alleanze con La France Insoumise ma, nei fatti, in molte città sono già stati siglati patti tra i due partiti. È il caso di Limoges, Avignone, Brest e Tolosa. A Lione, il sindaco uscente, l’ecologista Grégory Doucet, ha realizzato un sostanziale pareggio con il favorito sostenuto dalla destra e dai macronisti, Michel Aulas. Il primo ha ottenuto il 37,36% dei voti, il secondo 36,78%. Il sindaco uscente di Lione ha annunciato un’alleanza tra la sua lista e Lfi. A Marsiglia, il Rassemblement national ha realizzato un exploit con Franck Allisio (35,02%) delle preferenze piazzandosi appena alle spalle del sindaco uscente di sinistra, Benoît Payan (36,70%). Dietro di loro, Martine Vassal (12,41%) e il deputato Lfi, Sébastien Delogu (11,94%). Payan ha escluso alleanze con Delogu così come ha fatto Grégoire a Parigi, nei confronti della sfidante Lfi. Da segnalare che, secondo un sondaggio Ipsos per France Télévision e altri media, solo il 46% degli elettori socialisti accetta l’alleanza con Lfi, mentre l’89% degli elettori di questo partito le vede di buon occhio. Le febbrili trattative tra i vari partiti continueranno fino a stasera alle 18,00. Poi i le liste per il secondo turno dovranno essere depositate nelle prefetture.
Luisa Battisti ha 60 anni, fa l’infermiera a Roma. Ha raccontato a Fuori dal Coro come, senza saperlo, si è ritrovata in un matrimonio poligamo. Ma non solo: racconta anche come si sia trovata sola davanti a un processo di radicalizzazione avvenuto in Italia. «Pensavo che da due culture diverse potesse nascere un arricchimento», dice oggi.
L’uomo di cui si innamora è un cittadino egiziano, musulmano: due anni di fidanzamento, viaggi in Egitto, l’accoglienza calorosa della famiglia di lui. Una fede moderata, nessun segnale d’allarme. Il matrimonio arriva al Cairo, con rito civile in ambasciata. Prima, però, c’era stato il matrimonio orfi, un’unione temporanea che permette alla coppia di dormire insieme senza violare le norme religiose locali. «È un matrimonio riservato solo alle occidentali», spiega Luisa. «Per loro non è un matrimonio serio».
Appena la coppia si trasferisce in Italia, le cose sembrano funzionare. Lui prova a integrarsi, frequenta amici e famiglia di lei. «Il venerdì andava alla Grande Moschea di Roma, ma nel rispetto reciproco». Poi, qualcosa cambia.
«Ha iniziato a frequentare altri connazionali conosciuti qui e ha cambiato moschea», racconta la donna. «Dalla Grande Moschea è passato alle moschee di Magliana e Centocelle». Luoghi di culto abusivi, garage o magazzini, dove predicatori improvvisati diffondono interpretazioni radicali dell’islam, in lingua araba. E senza supervisione. La trasmissione Fuori dal Coro ha più volte denunciato il fondamentalismo promosso nelle moschee abusive di Roma, mostrando voci di fedeli che parlano di conquistare l’Italia, di un Corano che chiede di combattere gli infedeli. «Questi imam improvvisati li istigano contro di noi, contro il nostro mondo. Tornava indemoniato, dicendo che dovevo convertirmi perché ero una peccatrice, che noi occidentali siamo immorali, che viviamo sotto il potere di Satana».
E in poco tempo le richieste del marito diventano imposizioni: niente prosciutto, niente vino, niente costume al mare (nonostante si fossero conosciuti proprio in costume, al mare), niente capelli sciolti e niente jeans. «Durante il Ramadan non potevo nemmeno farmi vedere in casa in mutande o reggiseno perché lui avrebbe peccato. Mi diceva che dovevo coprirmi, che ero un’infedele».
Ogni volta che lei rifiuta la conversione, lui si irrigidisce di più. Così arriva la violenza: «Mi ha messo le mani al collo più volte. Voleva strozzarmi perché se non riusciva a piegarmi io lo avrei mandato all’inferno».
Luisa specifica che l’uomo si è radicalizzato in Italia: «Se fosse stato così in Egitto, non lo avrei mai sposato. È cambiato qui, frequentando certe moschee».
A un certo punto lui annuncia di voler tornare momentaneamente in Egitto «per riflettere». Luisa accetta, senza immaginare cosa stia accadendo. «In quel periodo è andato a sposare una sua connazionale. L’ha portata in Italia incinta». Lo scopre solo dopo, quando lui, ormai in regola con i documenti grazie al matrimonio con lei, le comunica di avere un’altra moglie e un figlio. «Mi ha proprio detto: io ho vinto, con le tue leggi ti ho fregata!».
E dopo il danno, anche la beffa: i figli della seconda moglie finiscono sul suo stato di famiglia. «Per l’Italia lui era sposato con me, quindi quei bambini risultavano anche miei. È stato surreale. Come se quest’altra donna non esistesse». Poiché in Italia un secondo matrimonio non può esistere se il primo è ancora valido, per la magistratura la seconda moglie era come fosse un’amante. Ma i figli, paradossalmente, sono comunque comparsi nello stato di famiglia di Luisa: perché lui risultava ancora suo marito, nonostante le denunce. A quel punto le consigliano di fare testamento: se le fosse successo qualcosa, il marito e i figli avuti con la seconda moglie sarebbero stati considerati tutti suoi eredi.
Luisa denuncia ancora: ai carabinieri, all’ufficio cittadinanza, ma è già tardi: «Lui ha ottenuto comunque la cittadinanza italiana. Io portavo prove su prove, ma non è servito a nulla. All’ambasciata italiana in Egitto mi è stato detto di lasciare perdere, mi chiedevano: ma tu vuoi metterti contro l’islam, da sola?».
La mancanza di controlli sui matrimoni contratti all’estero, la mancanza di comunicazione tra ambasciata e tribunali, falle di un sistema che ha permesso al marito di Luisa di ottenere ogni beneficio: «Oltre la cittadinanza italiana, con quel figlio e anche con i figli avuti subito dopo ha ottenuto pure i bonus bebè». Non solo la poligamia, che in Italia costituisce reato punibile fino a cinque anni di carcere, secondo Luisa ci sarebbero anche i margini di truffa ai danni dello Stato.
E poi, altre minacce di morte: «Mi ripeteva di lasciare perdere o mi avrebbe fatto sgozzare». L’uomo però la passa liscia, ottiene dallo Stato anche la cittadinanza per la moglie che non parla l’italiano e indossa il niqab.
Mentre Luisa paga un prezzo altissimo: anni di processi, energie fisiche, mentali ed economiche. E la rinuncia che pesa più di tutte: la maternità. «Io non ho voluto figli perché sarebbero stati istruiti all’islam, senza possibilità di scelta. I figli sono di proprietà del padre, secondo lui».
L’uso strumentale dell’Italia come porta d’ingresso per l’Europa è un elemento costante nelle denunce contro l’islam radicale e l’intento è dichiarato: «mi ripeteva che era inutile ribellarmi. Tanto con le pance delle loro donne, che fanno figli qui, l’Europa sarebbe diventata l’Eurabia. Secondo lui è scritto nel Corano, l’islam conquisterà l’Europa». Luisa cita Oriana Fallaci e aggiunge amaramente: «Aveva ragione lei».
Ecco #DimmiLaVerità del 17 marzo 2026. Il nostro Fabio Amendolara spiega come alcuni medici e magistrati ostacolano la lotta alla immigrazione clandestina.
Il sistema elettorale attuale all’estero, basato sulla corrispondenza, è storicamente oggetto di truffe: dai voti intestati a persone defunte alla compravendita di plichi elettorali. Nonostante le proposte per passare al voto in presenza nei consolati o al voto telematico, il sistema resta invariato tra polemiche e rischi di manipolazione.

