
«Tutto scorre, anche il migliore dei single malt», parola di Manlio Scopigno che non era un critico d’arte ma un allenatore filosofo. Nel dibattito della sinistra artistica, che l’altra sera deve avere fatto tardi in terrazza, tutto scorre verso un affresco che giganteggia in una cappella della basilica di San Lorenzo in Lucina, nel cuore di Roma: un angelo che tiene in mano una pergamena dell’Italia avrebbe il volto di Giorgia Meloni. Scatta immediatamente l’allarme di pennello democratico.
Ce n’è a sufficienza per convocare la segreteria del Pd, gridare in una nota all’«affronto per la grave violazione del codice dei Beni culturali», sollecitare l’intervento della Soprintendenza per far scomparire il cherubino fascista. Oppure, in nome della par condicio, auspicare che sulla Venere del Botticelli venga pittato il profilo svizzero di Elly Schlein.
Purtroppo è tutto vero. E dopo avere chiesto spiegazioni al ministro Alessandro Giuli, la capogruppo dem in commissione Cultura alla Camera, Irene Manzi, aggiunge: «L’ipotesi che un intervento di restauro possa aver prodotto un’immagine riconducibile a un volto contemporaneo rappresenta una grave violazione. Il patrimonio culturale non può essere piegato a letture improprie, non si può comprometterne l’identità e il valore storico». È consolante notare che il partito della cancel culture - fiancheggiatore di Ultima generazione che deturpava dipinti e sculture - è passato dalla distruzione sistematica delle «icone suprematiste» al culto dell’arte classica.
Al tempo stesso è evidente l’ossessione dell’opposizione per il premier, sottolineata dalla replica di Susanna Campione (Fdi), in commissione Cultura del Senato: «Siamo al delirio mistico. Pur di attaccare il governo, la sinistra chiede al ministro di controllare come mai il volto di un affresco sia somigliante a quello di Giorgia Meloni. Il livello di ossessione è totale, in assenza di idee a loro non resta che disquisire sul sesso degli angeli, anzi sul volto. Voglio sperare che l’opposizione non chieda di inserire nell’affresco anche i volti di Schlein, Bonelli, Fratoianni e Conte».
Poiché i cherubini nel dipinto murale sono due, qualcuno constata che l’altro abbia proprio il ciuffo di Giuseppe Conte, in alternativa a Bobby Solo o Elvis Presley. Si chiama pareidolia, la tendenza istintiva del cervello a riconoscere nei profili casuali, comprese le nuvole, forme familiari. Così parte l’embolo artistico: ma davvero il viso è quello del premier? Lei interviene divertita su X: «No, decisamente non somiglio a un angelo» risponde con la faccina che se la ride. Ma la somiglianza c’è e la storia è presto raccontata.
Infiltrazioni dalle fondamenta e dal tetto avevano danneggiato la cappella con l’affresco della Vittoria alata attorno al busto di re Umberto II. Monsignor Daniele Micheletti (rettore del Pantheon e della basilica) aveva affidato il restauro all’artigiano decoratore Bruno Valentinetti, che lo ha pianificato nel 2002 e l’ha finito lo scorso Natale. «Informai la Soprintendenza e partirono i lavori. In effetti le somiglia molto», constata il sacerdote. «Se anche fosse che male c’è? Non per questo siamo meloniani. Quelle sono anime del Purgatorio. Le chiese di Roma sono piene di ritratti di famiglie nobili non sempre irreprensibili. Noi abbiamo il busto di Umberto II ma non per questo siamo monarchici. Anche Caravaggio dipinse il volto di una prostituta. Ma non vorrei far passare la parrocchia come meloniana, se la cosa scandalizza la faremo modificare».
Mentre il Vicariato promette un’indagine e la soprintendente di Roma Capitale, Daniela Porro, pianifica una visita già domani, l’autore del restauro Valentinetti (82 anni) cade dalle nuvole: «Chi lo dice che è Meloni? Tutte invenzioni. L’ho riprodotto uguale a 25 anni fa, ricalcando il profilo dopo aver ripreso i disegni e i colori». Valentinetti ha lavorato al restauro della Cappella Sistina, alla reggia del sultano di Giordania e nella villa Belvedere della famiglia Berlusconi a Macherio. Sull’eventuale simpatia per il premier ereditata da una lontana vicinanza al Msi, aggiunge: «Da anni non voto, tanto la pensione non aumenta. Mi piaceva la Dc di Giulio Andreotti». Poi per prendere in giro i giornalisti: «E anche Pol Pot».
Mentre si solleva il polverone pittorico, torna alla mente un precedente a suo modo religioso. Una decina d’anni fa si scoprì che il crocifisso della cappella dell’Ospedale papa Giovanni di Bergamo aveva qualcosa di estemporaneo: il volto di Gesù somigliava maledettamente a quello del Bocia, storico capo ultrà dell’Atalanta, recordman di Daspo. Dopo polemiche e smentite («È giusto confondere carità e prepotenza?»), l’artista Andrea Mastrovito ammise la licenza artistica in nome del tifo. E il manufatto con lampi curvaioli è ancora lì. Episodio che dev’essere sfuggito al cardinale vicario del Papa, Baldo Reina, che ieri invece ha espresso «amarezza»: «Le immagini d’arte sacra non possono essere oggetto di utilizzi impropri o strumentalizzazioni».
Anche se «la bellezza è negli occhi di chi guarda» (William Shakespeare), la sinistra iconoclasta cerca i colpevoli con la lente. Monsignor Micheletti non ci sta: «Fra Meloni e Schlein non scelgo nessuna delle due. Se ci sarà una crescita nei fedeli di destra nessun problema, li aspetto a messa». Lui ha capito tutto. L’affresco della discordia è già una calamita, si prevedono solo posti in piedi sul sagrato. Rimane in piedi l’altro dilemma di queste ore drammatiche: «Chi è titolato a stabilire ufficialmente che il volto è quello della Meloni?». Risposta facile: un giudice con la sindrome da Achille Bonito Oliva e la smania di finire sui giornali si trova ovunque.





