2019-01-16
L'Eni può aiutarci in Libia, ma ci vorrà un accordo politico con Russia e Arabia Saudita
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La scena, come ha ricostruito ieri La Verità, era insolita. Un magistrato che parla del referendum per la riforma della magistratura davanti ai fedeli tra i banchi di una chiesa alla fine della messa della domenica. E lui, il protagonista di domenica mattina, rivendica con calma di avere fatto soltanto una cosa: spiegare. «Io ho fatto un intervento, sì, in una chiesa dove mi era stato chiesto di spiegare in che cosa consistesse il referendum», dice alla Verità Francesco Paolo Cardona Albini, noto alle cronache per avere rappresentato l’accusa durante il processo per i fatti della scuola Diaz, durante il G8, e per l’inchiesta sui presunti concorsi truccati nella facoltà di Giurisprudenza dell’università genovese, aggiungendo: «Ho spiegato in maniera molto semplice, perché non avevo più di cinque-dieci minuti per parlare di questa cosa, e ho invitato tutti ad andare a votare, perché è una riforma costituzionale e quindi interessa a tutti i cittadini».
Il magistrato racconta così la sua presenza nella chiesa di San Donato, nel cuore del centro storico di Genova. Una presenza che ha fatto discutere. Perché quel breve intervento ha acceso qualche malumore tra chi era seduto tra le navate. Il magistrato ricostruisce la scena: «Alla fine dell’intervento ho informato l’uditorio che ci sarebbe stato un incontro, moderato da un giornalista, il 16 marzo al liceo Colombo, pubblicizzato dagli stessi ragazzi dell’istituto, dove interverrò io insieme a un collega (Giuseppe Longo, anche lui pm della Procura di Genova, ndr) a spiegare le ragioni del No e interverranno due avvocati (Giovanni Beverini ed Emanuele Olcese, ndr) per quelle del Sì». È a quel punto che, secondo il magistrato, qualcosa sarebbe cambiato nell’aria della chiesa. «Molti», racconta il magistrato, «mi hanno ringraziato per questa spiegazione, mentre una persona ha polemizzato perché ha ritenuto che io stessi facendo propaganda elettorale, cosa che non credo onestamente di aver fatto. Un’altra persona mi ha detto all’uscita della chiesa “sono d’accordo con lei, non ha fatto propaganda, perché l’avrebbe fatta se avesse detto «votate no”».
Ma, come detto, tra i presenti c’era anche chi ha giudicato in modo critico l’intervento dall’altare del magistrato schierato per il No. È probabilmente lui l’uomo ha cui ha fatto riferimento con noi Cardona Albini. Si tratta dell’avvocato Enrico Ivaldi, già consigliere comunale eletto con l’Ulivo, ora attivista del Pd nel circolo del centro storico, presente alla funzione e che ha scelto di affrontare direttamente il magistrato al termine dell’intervento. La sua versione è molto più netta: «Ho parlato con il pm, dicendo che non mi sembrava il caso di fare queste cose in chiesa». Il punto, per lui, non è il merito del referendum. Dice: «Al di là del No, del Sì, della Sampdoria o del Genoa». Il problema è il luogo. «Non era il luogo adeguato».
L’avvocato usa parole semplici, ma taglienti: «Parlare dall’altare e fare un comizio per votare non mi sembra una grande idea. E questo vale per qualsiasi cosa, anche per altri argomenti». La sua obiezione non riguarda la riforma, ma il contesto: «Al di là che uno sia d’accordo o meno, proprio non mi sembra il luogo». Il confronto, racconta, è stato breve: «Io ho detto soltanto “guardi, non mi sembra una cosa opportuna”. Mi fa specie che lei non si renda conto, da procuratore della Repubblica, dell’inopportunità». E la risposta del magistrato? «Che gliel’hanno chiesto», afferma Ivaldi. Una frase che chiude il piccolo incidente tra i banchi della chiesa.
Un botta e risposta rapido, consumato all’uscita. A rivendicare la scelta, però, è soprattutto il parroco, don Carlo Parodi. Ed è proprio il sacerdote a ricostruire la genesi dell’invito rivolto alla toga. La premessa: «Non ho invitato il magistrato a intervenire durante la messa, ma quando questa era ormai finita». Il sacerdote non vede nulla di strano in quello che è accaduto tra le navate. Anzi, lo definisce un servizio ai parrocchiani: «È un servizio anche civico che facciamo». Il sacerdote porta un esempio concreto: «Quando i carabinieri mi hanno chiesto di venire a parlare alla gente delle frodi e dei pericoli delle truffe, sono venuti e alla fine della messa l’hanno fatto». Secondo il parroco, la logica è la stessa: «Quello di ieri è stato un servizio d’informazione». Una scelta che, nella sua ricostruzione, rientra quindi in una prassi già adottata in altre occasioni per temi di interesse pubblico.
Peccato che il magistrato, l’unico invitato a informare i parrocchiani, sia schierato proprio per il No. E che la sua partecipazione al dibattito pubblico sulla riforma della magistratura sia già avvenuta in altri contesti cittadini. Solo lo scorso 5 marzo, sempre a Genova, infatti, con Carlo Ferruccio Ferrajoli, docente di Diritto costituzionale, aveva preso parte a un incontro organizzato dal comitato Giusto dire No, quello partorito dall’Associazione nazionale magistrati.
Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'Italia Mario Mantovani durante la sessione plenaria a Strasburgo.
«L’Europa non può più essere un custode del vecchio ordine mondiale, di un mondo che se n’è andato e non tornerà». Con i loro tempi, a Bruxelles hanno attraversato le cinque fasi del lutto. Adesso sono arrivati all’ultima: l’accettazione. Così, ieri, Ursula von der Leyen ha potuto arringare gli ambasciatori dell’Ue, invitandoli a considerare che «non possiamo più fare affidamento» sul beneamato «sistema basato sulle regole» e che occorrono nuove strategie «per difendere i nostri interessi».
«Il nostro sostegno alle Nazioni Unite e alla sua Carta», ha giurato la presidente della Commissione, «è parte essenziale di ciò che siamo». Ma se sullo scacchiere i nobili principi sembrano vigere soltanto a uso e consumo dei più forti, è inutile arrovellarsi sulla questione della legittimità dell’intervento di Usa e Israele in Iran: «Non si dovrebbero versare lacrime per il regime che ha inflitto morte e imposto repressione», ha tagliato corto la tedesca. D’altronde, l’Onu «ha bisogno di riforme» e gli europei devono darsi un obiettivo al passo con l’epoca: «Diventare più resilienti, più sovrani e più potenti». Colpo di scena: i burocrati dell’Unione ci hanno portati sull’orlo del baratro, consegnandoci ai dogmi delle «transizioni» assortite, che ci rendono tanto vulnerabili agli choc e, in prospettiva, non riducono, anzi, aggravano la nostra esposizione strutturale ad attori potenzialmente ostili; eppure, con nonchalance, questi stessi soloni salgono in cattedra. E discettano di una politica di potenza per l’Ue.
Come Ursula, anche Kaja Kallas. Da un lato, l’Alto rappresentante ancora vagheggia la possibilità di «ripristinare il diritto internazionale»; dall’altro, dinanzi al servizio diplomatico europeo, ha ammesso, sulla scorta delle recenti dichiarazioni di Giorgia Meloni, che «i principi che hanno guidato sinora le relazioni internazionali non sono più validi». Chi lo avvisa, Sergio Mattarella? «In questo contesto», ha spiegato la Kallas, «per promuovere gli interessi dell’Unione europea, è fondamentale guardare a una prospettiva più ampia». Quale? A parte le «intese sulla sicurezza con Australia, Islanda e Ghana», nonché la «modernizzazione» delle delegazioni Ue nel mondo, le priorità dell’estone rimangono quelle dei reduci dell’Urss: allargare a Est l’Unione per contrastare «l’imperialismo russo» e - udite udite - trasformare Bruxelles nell’«intermediario tra la produzione industriale dell’Ucraina» di intercettori di droni «e le esigenze militari dei Paesi del Medio Oriente». Luminoso futuro: diventare piazzisti delle armi di Volodymyr Zelensky. Come tutti i bravi broker, prenderemo le commissioni? In fondo, la Von der Leyen è stata chiara: «Il commercio non è solo economia, è potere».
La declinazione della nuova Realpolitik europea deve ancora essere definita nei dettagli. Però i contorni sono delineati. Sempre in una direzione si va a parare: eliminare il requisito dell’unanimità in Consiglio. «Non possiamo più permetterci il lusso del tempo per prendere decisioni nel modo in cui le abbiamo sempre prese e aspettarci che il mondo capisca», ha ammonito la presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola. «Dobbiamo chiederci se le nostre istituzioni e i nostri processi decisionali, pensati per un mondo di stabilità e multilateralismo, tengano il passo con la velocità del cambiamento che ci circonda», ha rincarato la dose la Von der Leyen. La conseguenza del processo riformatore sarebbe un’ulteriore spinta centralista, destinata a mettere gli Stati contro la cabina di comando situata nei palazzi belgi: più sovranità europea significa meno sovranità nazionale. E nemmeno i più entusiasti paladini dell’Unione sono davvero d’accordo.
Ieri, Politico citava il malcontento di alcune cancellerie nei confronti del protagonismo di Ursula, che già era stata apertamente criticata dalla presidente dello Scudo democratico europeo, la transalpina macroniana Natalie Loiseau: «Sulla base di quali informazioni, quali servizi diplomatici, quali competenze e quale mandato fa queste telefonate?», aveva tuonato subito dopo la chiamata ai leader del Paesi del Golfo, la settimana scorsa. Non è un caso che un secondo affondo sia arrivato ieri ancora dalla Francia: il ministro degli Esteri, Jean-Noël Barrot, ha invitato la Commissione ad «attenersi rigorosamente» ai trattati nell’esercizio delle proprie funzioni. Si sa che, quando parla di Ue, Parigi parla di sé. La Francia è l’unico Paese del Vecchio continente ad avere la capacità di proiettare la propria forza militare sulle lunghe distanze e, in questa guerra, intende portare avanti la sua agenda senza interferenze da Bruxelles. Ci ha già provato in Ucraina: l’iniziativa dei volenterosi, che Von der Leyen e compagnia hanno dovuto elogiare, viaggiava su binari paralleli rispetto a quelli dell’Ue. Comunque, pure la Germania preferisce fare da sola.
Dopo mesi di celebrazioni del Critical raw materials act, la normativa europea del 2024 che dovrebbe mettere al sicuro le catene di approvvigionamento strategiche, secondo il Financial Times, Berlino starebbe valutando di creare un meccanismo alla giapponese per limitare la dipendenza dalla Cina e garantirsi l’accesso alle materie prime critiche. I grandi gruppi industriali tedeschi, tra cui Bmw e Rheinmetall, starebbero lavorando con le associazioni di settore per creare un’agenzia dedicata all’acquisto congiunto di terre rare e litio, come fa la Japan organization for metal and energy security (Jogmec).
Peccato: proprio adesso che l’Europa ha capito tutto, nessuno si fida più di lei.
Secondo Claudio Bertolotti, direttore di React, la guerra all’Iran provocherà attentati anche in Europa. Gli ayatollah sfrutteranno anche la microcriminalità minorile propensa a delinquere.

