2019-01-16
L'Eni può aiutarci in Libia, ma ci vorrà un accordo politico con Russia e Arabia Saudita
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In Europa Ursula von der Leyen è salva, ma sta messa molto male la democrazia. Il Consiglio europeo si prepara a vanificare il voto sul Mercosur espresso mercoledì dall’Eurocamera. Che viene probabilmente svenduta per un piatto di lenticchie. Anzi meglio, per una fornitura di litio argentino alle case automobilistiche tedesche che devono costruire le batterie per le auto elettriche. La conseguenza è che l’Europa unita non sta affatto bene. Nel Consiglio europeo straordinario che si è tenuto ieri sera per rispondere a Donald Trump sulle relazioni transatlantiche, si è accennato alla possibilità di varare comunque il Mercosur.
Sul tema si sono palesate le divisioni già note: Germania e Francia sono in rotta di collisione. Il giorno dopo la decisione dell’Eurocamera di rinviare alla Corte di Lussemburgo l’accordo con il Mercosur per verificarne la compatibilità con i trattati europei, il che di fatto congela l’intesa commerciale per almeno un anno e mezzo, si pensa a come sterilizzare il pronunciamento degli eurodeputati. Già mercoledì, a precisa domanda se il presidente volesse comunque procedere con l’intesa in via provvisoria, Olof Gill, il portavoce della Commissione, si era chiuso in un diplomatico e, in qualche misura, sospetto mutismo.
La ragione del silenzio era evidente: ieri andava in aula per la quarta volta una mozione di sfiducia contro la baronessa. È stata respinta: neanche il tempo di annunciarne il risultato che il cancelliere tedesco Friedrich Merz - aveva bollato come abominevole il voto anti-Mercosur - ha fatto sapere: ora si deve applicare il trattato in regime provvisorio. E la Von der Leyen non aspetta di meglio. Perché è vero che martedì scorso oltre 10.000 agricoltori hanno «assediato» Strasburgo con i trattori, ma le lobby economiche e industriali a Bruxelles pesano e finanziano - basta ricordarsi le intese della Baronessa con Albert Bourla sulle commesse miliardarie per i vaccini - infinitamente di più. Il presidente della Commissione è pronto a rivendicare le sue prerogative mettendo da parte la volontà del Parlamento. A darle uno stop interviene il portavoce del governo francese, Maud Bregeon, che ha fatto sapere, a nome di Sebastien Lecornu (non muove foglia che Emmanuel Macron non voglia): «Se Ursula von der Leyen dovesse forzare l’applicazione provvisoria, ciò costituirebbe, alla luce del voto svoltosi a Strasburgo, una forma di violazione democratica. Non riesco a immaginare che ciò possa accadere».
Neppure i Cinque stelle italiani, per quel che vale, ci stanno, e con una nota del loro gruppo di Strasburgo dicono: «L’applicazione provvisoria dell’accordo commerciale Ue-Mercosur sarebbe un furto di democrazia. Se la Corte di giustizia europea dovesse dare ragione ai proponenti e quindi valutare incompatibile il Mercosur con i trattati europei, l’accordo sarebbe da rinegoziare, dunque con l’entrata in vigore delle sue disposizioni in via provvisoria si arriverebbe a un caos giuridico con possibilità di ricorsi e rimborsi miliardari».
Non la pensa così il Ppe. Per ordine di Manfred Weber, in accordo con António Costa, il presidente del Consiglio europeo, vuole interpellare subito i governi per varare comunque l’intesa. Di fatto il Consiglio europeo sarebbe pronto a sconfessare il Parlamento. Il Ppe deve dare retta alla Confindustria europea che per bocca di Markus Beyrer dice: «Siamo scioccati dall’assenza collettiva di responsabilità: tra il 2021 e il 2025 l’Ue ha perso 291 miliardi di euro in Pil a causa della mancata attuazione dell’accordo» e ora deve accontentare il presidente delle Camere di commercio continentali Vladimír Dlouhý che si è detto deluso e preoccupato.
Dall’euroburocrazia David Kleimann, tedesco, ribadisce: «La decisione del Consiglio è chiara: l’applicazione provvisoria entrerà automaticamente in vigore il primo giorno del secondo mese successivo all’invio delle notifiche. La Commissione non ha alcuna discrezionalità». Gli fa eco dall’Istituto europeo di Firenze - think tank al servizio della Commissione - Dorin-Ciprian Gumaz: «L’applicazione provvisoria è inclusa nell’accordo e la richiesta alla Corte di giustizia non ha effetto sospensivo». Replica il ministro degli Esteri di Parigi Jean-Noel Barrot: «Il Parlamento si è espresso in coerenza con la posizione della Francia, sarebbe intollerabile qualsiasi forzatura». Il presidente della commissione per il commercio del Parlamento, Bernd Lange, sostiene che quattro commissari europei hanno promesso di non aggirare il Parlamento. Ma Jörgen Warborn, responsabile commercio del Ppe, chiede ufficialmente alla Commissione l’applicazione provvisoria: «Stiamo perdendo la pazienza». Cosa spinge i tedeschi a forzare la mano? Javier Milei, presidente dell’Argentina, farà approvare il trattato entro febbraio e avrebbe avvertito la von der Leyen che o firma o lui va avanti con la Cina a cui, in cambio di circa 800 milioni di euro, dà una privativa sull’estrazione del litio a Ganfeng Lithium e a Tibet Summit Resources. La Germania vuole quel litio per le batterie delle auto elettriche. Ursula von der Leyen, dopo aver distrutto col Green deal l’automotive, un risarcimento deve darglielo. Così più del rispetto democratico conterà il digiuno.
Il quadro italiano più bello del 2025 è Quel che vide Nostro Signore al primo sguardo di Giovanni Gasparro. A decretarlo è stata la giuria del Premio Eccellenti Pittori – Brazzale, giunto alla dodicesima edizione, che ogni anno seleziona le opere più rappresentative della pittura italiana contemporanea.
L’opera del pittore pugliese, nato a Bari nel 1983, è stata scelta tra i quadri realizzati negli ultimi dodici mesi e pubblicati sul sito Eccellenti Pittori. Si tratta di un’Adorazione vista da una prospettiva inedita: quella del Bambino. Un punto di vista che, secondo il fondatore del premio Camillo Langone, non ha precedenti nella storia dell’arte cristiana.
«È la prima volta che il premio viene assegnato a un artista che lo aveva già vinto in passato», spiega Langone. Gasparro, infatti, si era aggiudicato anche la prima edizione del riconoscimento nel 2014. «Allora la giuria era completamente diversa – ricorda – e questo dimostra la capacità dell’artista di parlare a generazioni e sensibilità differenti». Langone racconta di aver visto il dipinto in anteprima nello studio di Gasparro, subito dopo l’ultimo colpo di pennello: «Un quadro straordinario, capace di innovare restando fedele alla tradizione. Una Madonna di grande grazia, pastori realistici e una scena illuminata dalla mangiatoia: impossibile non rimanerne colpiti».

La giuria del Premio Eccellenti Pittori – Brazzale è composta, oltre che dai fondatori Camillo Langone e Roberto Brazzale, da esponenti del mondo dell’impresa, dell’industria e della cultura, uniti non da ruoli professionali nel settore artistico ma da una comune passione per il bello. È una delle caratteristiche distintive del premio, primo in Italia dedicato esclusivamente alla pittura e unico a non essere giudicato da addetti ai lavori.
Oltre al riconoscimento per il miglior quadro dell’anno, il Premio organizza mostre dedicate alla nuova pittura italiana presso il Museo Le Carceri di Asiago. L’ultima esposizione si è tenuta nell’estate 2024 con il titolo Gran Turismo, mentre la prossima è prevista per l’estate del 2027.
Ideato da Camillo Langone e sostenuto dal Gruppo Brazzale, storica azienda casearia fondata nel 1784, Eccellenti Pittori – Brazzale si definisce «il diario della pittura italiana vivente»: un progetto che punta a offrire un panorama ampio e libero della produzione pittorica contemporanea, senza barriere di età, stile o curriculum e senza costi di partecipazione per gli artisti.
Con la vittoria del 2025, Giovanni Gasparro conferma un percorso artistico già ampiamente riconosciuto a livello nazionale e internazionale, segnato da importanti commissioni, premi e partecipazioni a mostre in musei e istituzioni di primo piano.
Ieri sera si è tenuto a Bruxelles il vertice informale dei capi di Stato e di governo dell’Unione europea, convocato dal presidente del Consiglio europeo, António Costa, per discutere delle relazioni transatlantiche alla luce delle tensioni degli ultimi giorni sulla Groenlandia. La riunione è stata confermata nonostante il clima apparisse «più positivo» rispetto alle 24 ore precedenti, dopo la parziale marcia indietro annunciata da Donald Trump a Davos sulle minacce di dazi e sull’uso della forza. Come hanno fatto trapelare alcune fonti europee, proprio questo miglioramento del contesto ha reso comunque «rilevante» il confronto tra i leader, chiamati a fare i conti con quella che a Bruxelles viene ormai definita una «nuova normalità» nelle relazioni con Washington: più imprevedibile e segnata da ricorrenti elementi di instabilità.
Secondo le stesse fonti, la discussione si è concentrata su come stabilizzare il rapporto con gli Stati Uniti e su quali lezioni politiche trarre dagli sviluppi degli ultimi giorni. Da un lato, è stato rivendicato il coordinamento rapido tra gli Stati membri dopo le minacce americane. Dall’altro, è riemerso con forza il tema dell’«autonomia strategica» europea. «L’altra lezione è che l’Ue deve accelerare sulla sua autonomia strategica», hanno infatti sottolineato funzionari europei, precisando però che questo percorso resta inscindibile dal quadro delle relazioni transatlantiche».
La distensione annunciata da Trump dal palco di Davos, con l’esclusione dell’uso della forza e la rinuncia ai dazi immediati contro alcuni partner europei, ha contribuito soprattutto ad abbassare la tensione alla vigilia del Consiglio europeo, senza però modificare l’agenda americana. Come riferito da fonti citate da Politico, la svolta della Casa Bianca «toglie pressione» al vertice, ma non elimina la necessità di una discussione di fondo sui rapporti con Washington. In questo quadro, il dossier Groenlandia viene sempre più considerato come un problema di sicurezza da affrontare in ambito Nato, piuttosto che come una questione da gestire esclusivamente con strumenti comunitari. Non a caso, al vertice informale non erano previsti ospiti esterni e il segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte, non ha partecipato.
Da parte italiana, Antonio Tajani ha ribadito proprio ieri che «tutto ciò che riguarda l’Artico deve essere affrontato in sede europea e in sede Nato». Del resto, ha ricordato il ministro degli Esteri, la strategia italiana per l’Artico individua proprio nella cooperazione transatlantica il perno della sicurezza della regione. Tajani ha inoltre sottolineato che «il futuro della Groenlandia è esclusivamente nelle mani dei groenlandesi e dei danesi» e che le legittime preoccupazioni di sicurezza espresse dagli Stati Uniti vanno affrontate «nel quadro dell’Alleanza atlantica, evitando logiche unilaterali». Insomma, l’impressione è che Trump abbia centrato il suo obiettivo: per quanto rivendichi una sua autonomia strategica, Bruxelles continuerà comunque a muoversi saldamente all’interno del perimetro tracciato da Washington. Intanto, i leader europei fanno la ruota. «Quando l’Europa è unita, forte e reagisce rapidamente, le cose tornano alla normalità e alla calma. E sono lieto che abbiamo iniziato la settimana con una sorta di escalation, minacce, minacce di invasione e minacce tariffarie, e siamo tornati a una situazione che mi sembra molto più accettabile. Anche se restiamo vigili», ha dichiarato Emmanuel Macron, al suo arrivo alla riunione a Bruxelles. Gli fa eco Friedrich Merz: «L’unità e la determinazione da parte europea possono davvero fare la differenza. Sono molto grato Trump abbia abbandonato i suoi piani iniziali. Tutto questo è il risultato dei nostri sforzi congiunti tra Europa e Stati Uniti». Sollievo da parte dell’Alto rappresentante per la politica estera Ue, Kaja Kallas: «Oggi ci riuniamo qui per discutere delle relazioni transatlantiche. E anche se penso che tutti siano sollevati dai recenti annunci, abbiamo anche visto che in questo anno siamo pronti ad affrontare molta imprevedibilità. La parola d'ordine di quest'anno è stata imprevedibilità, ed è ciò che stiamo vivendo».
Continua a tenere banco l’accordo in via di definizione sulla Groenlandia. Donald Trump punta a far sì che questa intesa, annunciata mercoledì sera, possa consentire a Washington di conseguire i suoi obiettivi strategici nell’Artico. «Se questo accordo andrà in porto, e il presidente Trump ne è molto fiducioso, gli Stati Uniti raggiungeranno tutti i loro obiettivi strategici riguardo alla Groenlandia a costi contenuti», ha affermato ieri la Casa Bianca. «Il presidente Trump sta dimostrando ancora una volta di essere un vero negoziatore. Non appena i dettagli saranno definiti, saranno resi noti», ha aggiunto.
A intervenire sulla questione è stato, sempre ieri, Trump in persona, che ha annunciato di volere un «accesso totale» all’isola. «Avremo accesso totale alla Groenlandia. Avremo tutto l’accesso militare che vogliamo. Potremo mettere in Groenlandia ciò di cui abbiamo bisogno perché lo vogliamo. Stiamo parlando di sicurezza nazionale e internazionale», ha affermato. «Non c’è una fine, non c’è un limite di tempo. Non dovrò pagare nulla», ha anche detto, per poi tornare a sottolineare che la Groenlandia risulterebbe strategica nell’ambito della realizzazione dello scudo missilistico Golden Dome. «I negoziati con la Nato stanno andando bene», ha affermato, dal canto suo, il vicepresidente americano, JD Vance, ribadendo che Washington ha bisogno dell’isola per una questione di sicurezza nazionale. Ricordiamo che Trump, mercoledì, ha escluso l’uso della forza nell’acquisizione della Groenlandia e che, in cambio del sì a un accordo su di essa, si è impegnato a non imporre i dazi aggiuntivi che aveva minacciato contro alcuni Paesi europei.
Nel frattempo, sono emerse delle indiscrezioni sui possibili dettagli contenuti nell’intesa in via di definizione. A livello generale, si tratterebbe di rinegoziare il patto di difesa, stipulato da Stati Uniti e Danimarca nel 1951 e aggiornato nel 2004. «L’accordo del 1951 verrà rinegoziato», ha affermato una fonte all’Afp. Secondo Radio France internationale, quel patto prevede che Washington possa aumentare il dispiegamento dei propri soldati sull’isola, purché la Danimarca ne sia informata in anticipo. Con ogni probabilità, Trump vuole arrivare alla possibilità di schierare nuove truppe senza più alcun paletto da parte di Copenaghen. In tutto questo, secondo il New York Times, gli Usa, in base al nuovo accordo, potrebbero conseguire la sovranità su alcune porzioni dell’isola (eppure, Axios ha riferito che l’intesa includerebbe «il principio del rispetto della sovranità della Danimarca sull’isola»). Inoltre, stando al Telegraph, gli Stati Uniti potrebbero ottenere il diritto di estrarre terre rare senza chiedere il permesso al governo danese. Infine, fonti ascoltate dalla Cnn hanno riferito che l’accordo prevedrebbe un rafforzamento del ruolo della Nato nell’isola, mentre verrebbero vietati gli investimenti di Cina e Russia in loco. Tuttavia la stessa Cnn ha anche rivelato che, almeno fino a ieri sera, l’intesa sarebbe stata solo verbale: non sarebbe stato ancora redatto, in altre parole, un documento scritto.
«La Nato è pienamente consapevole della posizione del Regno di Danimarca», ha frattanto dichiarato, sempre ieri, la premier danese, Mette Frederiksen. «Possiamo negoziare su tutto ciò che riguarda la politica: sicurezza, investimenti, economia. Ma non possiamo negoziare sulla nostra sovranità», ha proseguito. «Siamo pronti a discutere di molte cose e a negoziare una partnership migliore e così via. Ma la sovranità è una linea rossa», ha affermato, dal canto suo, il premier groenlandese, Jens-Frederik Nielsen, auspicando inoltre un «dialogo pacifico». Inoltre, sempre ieri, la Nato ha fatto sapere che il segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte, non avrebbe «proposto alcun compromesso sulla sovranità» groenlandese durante il bilaterale con Trump di mercoledì. Non solo. A intervenire sulla questione dell’isola più grande del mondo è stato anche Volodymyr Zelensky. «Se le navi militari russe navigano liberamente attorno alla Groenlandia, l’Ucraina può dare una mano. Abbiamo l’esperienza e le armi per assicurarci che nessuna di queste navi rimanga. Possono affondare vicino alla Groenlandia proprio come è successo vicino alla Crimea», ha affermato il presidente ucraino, parlando al Forum di Davos.
Il quadro complessivo resta intanto agitato. Ieri sera, i leader europei si sono recati a Bruxelles, dove era in programma una riunione di emergenza sul dossier groenlandese. Dossier su cui si è espressa anche Pechino. «La Cina si oppone alla pratica di usare la Cina come pretesto per perseguire interessi egoistici», ha tuonato il portavoce del ministero degli Esteri della Repubblica popolare, Guo Jiakun, riferendosi al fatto che Trump ha più volte sostenuto di voler acquisire la Groenlandia per arginare le manovre di Cina e Russia nella regione artica. Ricordiamo che fu l’amministrazione Biden, nel dicembre 2024, a lanciare l’allarme sull’incremento della cooperazione tra Pechino e Mosca nell’Artico: Artico che, va detto, non è esattamente stato al centro dell’attenzione dei Paesi europei negli ultimi anni. La stessa Copenaghen ha aumentato gli investimenti in sicurezza per la Groenlandia soltanto l’anno scorso, dopo che Trump aveva iniziato a rivendicare il controllo dell’isola. Il fatto che Pechino si sia schierata con gli europei, contro la Casa Bianca, è quindi molto indicativo.
Sommersa da catastrofici racconti di un incipiente conflitto con gli Stati Uniti, mercoledì l’Europa attendeva il discorso di Donald Trump a Davos con un filo di panico.
In poche ore, però, è stato chiaro che i toni minacciosi del presidente americano sulla Groenlandia facevano parte di una tattica negoziale neppure troppo sofisticata: chiedere molto di più di ciò che si desidera, per ottenere ciò che si desidera.
Così, mentre il mainstream rilancia lo gnomico acronimo Taco (Trump always chickens out, «Trump si tira sempre indietro»), la realtà è ben diversa. Se saranno confermati i punti chiave dell’accordo verbale raggiunto mercoledì sera a Davos, gli Stati Uniti hanno ottenuto esattamente ciò che volevano: revisione del trattato del 1951 per adeguare i requisiti delle basi militari americane (cioè, la possibilità di schierare missili sul territorio dell’isola), comando Nato multinazionale con sede in Groenlandia sotto autorità Usa, diritto di prelazione sugli investimenti nelle risorse minerarie della Groenlandia. Il che significa, per altro verso, un esplicito diritto di veto per impedire a Cina e Russia di sfruttare le ricchezze dell’isola.
Tutto ciò si inquadra nella strategia di sicurezza nazionale statunitense delineata qualche settimana fa con un documento ufficiale, molto citato ma poco letto. La vicenda groenlandese è un’altra occasione in cui gli Stati Uniti sollecitano i partner europei sulle priorità strategiche. Nel documento si dicono due cose importanti. La prima è che gli Usa non vogliono soggetti indesiderati nel continente americano, l’altra è che l’Europa rischia di non essere più un alleato affidabile perché si sta impoverendo e dipende sempre di più dalla Cina.
Il dossier Groenlandia aperto da Trump serve proprio per riportare alla realtà le sonnolente cancellerie europee.
Già nel giugno 2019, durante la prima Amministrazione Trump, gli Stati Uniti firmarono un memorandum d’intesa con la Groenlandia per esplorare congiuntamente vaste regioni dell’isola e scambiare conoscenze tecniche, onde sviluppare lo sfruttamento di terre rare e risorse minerarie critiche.
L’intesa forniva un quadro per la cooperazione tra Groenlandia e Stati Uniti in materia di governance del settore minerario. L’accordo però sta per scadere e gli sforzi per rinnovarlo durante l’amministrazione Biden non hanno portato a nulla.
Il territorio è all’ottavo posto al mondo per riserve di terre rare (almeno quelle ipotizzate finora) e ospita due enormi giacimenti: Kvanefjeld e Tanbreez, che insieme hanno oltre 40 milioni di tonnellate di riserve e risorse, sia pure con bassi tenori di minerale (1,43% e 0,38% rispettivamente). I due siti non sono sfruttati, al momento, poiché il partito Inuit Ataqatigiit, che ha vinto le elezioni nel 2021, ha bloccato il primo sito per la presenza di uranio. Ora è in corso un contenzioso con l’australiana Energy Transition Minerals che chiede un risarcimento di 11,5 miliardi di dollari al governo groenlandese, pari a quasi quattro volte il Pil del Paese. Un nodo da sciogliere. Su 147 licenze minerarie in essere in Groenlandia, solo due sono attive.
Naaja Nathanielsen, ministro per le imprese e le risorse minerarie della Groenlandia, già oltre un anno fa, sentito dal Financial Times, disse che anche se l’Europa riconosceva la necessità di non dipendere dalla Cina per i minerali, in Groenlandia non si era visto nessun europeo: «Penso che tutti abbiano dormito. E ora devono svegliarsi» affermò. Pochi mesi dopo, nel maggio 2025, in un’altra intervista al Ft, Nathanielsen disse che il suo Paese necessitava di ingenti capitali esteri per diversificare la propria economia e sviluppare l’estrazione mineraria e il turismo. Però, era necessario che le compagnie minerarie statunitensi ed europee si affrettassero: «Vogliamo collaborare con partner europei e americani. Ma se non si presentano, credo che dovremo cercare altrove», si legge nell’intervista. Il messaggio della primavera scorsa era dunque: la Groenlandia preferisce gli accordi con Paesi occidentali, ma ulteriori esitazioni potrebbero costringere il governo a prendere in considerazione partner cinesi. Gli investimenti necessari in Groenlandia sono enormi, non solo per lo sfruttamento delle risorse ma anche per le infrastrutture, visto che su un territorio grande sette volte l’Italia ci sono solo 150 km di strade.
Per dare l’idea delle dimensioni, il progetto per costruire ed espandere gli aeroporti a Nuuk, Ilulissat e Qaqortoq richiede un investimento di 550 milioni di dollari, pari al 17% del Pil della Groenlandia. Per questo progetto nel 2018 è stata selezionata una compagnia cinese.
Le crescenti istanze di indipendenza e crescita economica avanzate dalla Groenlandia, insomma, la rendevano disposta ad accettare investimenti diretti dalla Cina. Di fronte a questo ultimatum, evidentemente, gli Stati Uniti hanno reagito, mentre l’Europa ha continuato a fare poco o nulla. La Cina, dal canto suo, nel 2018 ha inaugurato la sua politica artica con l’avvio della Via della Seta Polare (definendosi «Stato quasi-artico») e sta costruendo da anni una flotta di rompighiaccio, in collaborazione con la Russia.
Allo stesso tempo, Washington ha bisogno che l’Europa sia della partita. La miniera di Amitsoq, ad esempio, ospita uno dei giacimenti di grafite di più alta qualità al mondo ed è stata definita di importanza strategica dall’Ue nel Critical Raw Materials Act. Gli investimenti necessari nel paese sono enormi e una cooperazione Usa-Europa sui minerali critici in Groenlandia fa bene a tutti, Groenlandia in primis.

