2019-01-16
L'Eni può aiutarci in Libia, ma ci vorrà un accordo politico con Russia e Arabia Saudita
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Il 52,6% si oppone alla missione internazionale, ovvero un italiano su due è contrario a un intervento del nostro Paese nello stretto di Hormuz. Il 58,1% dei cittadini vuole il rientro dei militari oggi nell’area e il 43,9% sarebbe disposto a riconsiderare l’embargo con la Russia, riallacciando i rapporti energetici.
L’ultimo sondaggio di Euromedia Research conferma che gli italiani la pensano proprio come La Verità. Dieci giorni fa, il condirettore Massimo de’ Manzoni aveva lanciato la proposta: «E se riportassimo a casa, subito, tutti i 2.500 militari italiani attualmente sparsi tra Kuwait, Iraq, Qatar, Libano, e Giordania?». Una chiara esortazione a non mettere a rischio i nostri soldati nel Golfo, «potenziali bersagli, di fronte all’evidente volontà iraniana di allargare quanto più possibile il conflitto».
L’invito di De’ Manzoni, rivolto a governo e forze politiche, secondo l’istituto di sondaggi fondato e diretto da Alessandra Ghisleri esprime la posizione della maggior parte degli italiani. I cittadini guardano con forte preoccupazione alle scelte di politica estera, al rischio sempre più concreto di un coinvolgimento nel conflitto. Nell’incertezza su tempi e allargamento dello scenario di guerra, la posizione dei nostri militari in missioni ormai inutili su diversi fronti imporrebbe scelte diverse.
Operazioni «come Aspides, che pattuglia il Mar Rosso per impedire agli Huthi di bloccare la navigazione commerciale diretta (anche) verso il nostro Paese», rifletteva il condirettore, sono strategiche; mentre a ben poco ormai servono le nostre basi in Medio Oriente, come Unifil in Libano (in un’area tra le più sensibili dello scacchiere regionale), o il contingente che a Erbil, nel Kurdistan iracheno, addestra le forze di sicurezza locali.
La vulnerabilità delle nostre infrastrutture militari deve far riflettere sull’urgenza di richiamare i soldati esposti ad attacchi sempre più mirati. Lo ha detto La Verità, lo dichiarano gli italiani che hanno risposto al sondaggio, chiedendo a gran voce (58,1%) il rientro.
Come dicevamo, Euromedia Research ha raccolto l’opinione dei connazionali anche sulla posizione da assumere nei confronti della Russia e la risposta è che la stabilità economica rappresenta una priorità. Così la pensa il 43,9% dei cittadini italiani, favorevole a riaprire al gas e al petrolio di Putin. Una percentuale elevata, non solo tra gli elettori della maggioranza (54,3%, con un picco del 62,5% del popolo della Lega), ma anche tra i partiti di opposizione (37,2%).
Nei suoi editoriali, Maurizio Belpietro aveva già indicato la via doverosa da seguire, cioè «togliere le sanzioni, mettendo fine a una grande ipocrisia». Il direttore evidenziava come «l’Europa continua la politica inflessibile di contrasto a Mosca e gli altri ne traggono beneficio, lasciando alle industrie della Ue i costi del rigore». Lo stesso presidente Donald Trump ha tolto sanzioni alla Russia per avere petrolio più a basso costo, mentre l’Unione europea dice no «perché non vuole darla vinta allo zar del Cremlino».
Certo, con l’enorme ricavato del prezzo del greggio l’oligarca finanzierà la guerra contro l’Ucraina, conveniva il direttore riportando le diverse perplessità etiche, ma si chiedeva se «sia una buona scelta» il rifiuto di Bruxelles di riallacciare rapporti economici con Putin: «Davvero l’Europa si vuole immolare nelle sanzioni contro Mosca, accettando di pagare a caro prezzo la decisione?». Di fronte a una guerra che potrebbe durare a lungo, il no alla Russia mette «a repentaglio la vita delle imprese e il futuro delle famiglie».
I cittadini sono d’accordo, basta sanzioni, pensiamo a salvare la nostra economia. Lo si leggeva anche nei commenti social al sondaggio. «La maggioranza degli italiani non è mai stata nemica della Russia», scriveva un utente. «Perché non sono corrotti come i governanti europei e usano la ragione», si faceva presente in un altro post. «L’indottrinamento di sinistra ha fallito», concludeva un follower di Euromedia Research.
Il cantautore aveva 91 anni. Con le sue canzoni fu protagonista dei ruggenti anni Sessanta. Esponente di spicco della «scuola genovese», lanciò Lucio Dalla e Fabrizio De André.
Gino Paoli (Monfalcone, 23 settembre 1934 - Genova, 24 marzo 2026) se n'è andato poco dopo la sua musa e compagna Ornella Vanoni. Giovane ribelle, figlio di un ingegnere navale ma refrattario agli studi, ereditò la passione per la musica dalla madre pianista. Cresciuto a Genova, nel capoluogo ligure collabora con gli esponenti della cosiddetta «scuola genovese» Bruno Lauzi, Fabrizio de Andrè, Luigi Tenco e Umberto Bindi, culla della canzone d'autore negli anni Cinquanta ancora di nicchia. Chiamato a Milano alla corte del grande produttore Nanni Ricordi, scrive e pubblica i più grandi successi tra il 1960 e il 1963 (La Gatta, Il cielo in una stanza, Sapore di sale, Senza fine). Nel 1961 inizia la relazione con Ornella Vanoni mentre è sposato con la moglie Anna Fabbri in attesa del primogenito Giovanni (morto prematuramente nel 2025) e l'anno successivo conosce Stefania Sandrelli, dalla quale avrà una figlia, l'attrice Amanda. Tormentato dall'abuso d'alcool e dalla depressione tenta il suicidio sparandosi al cuore nel 1963. La pallottola si ferma senza colpire organi vitali e da allora rimane nel corpo del cantautore amico intimo di Luigi Tenco, che invece riuscirà nello stesso intento suicidandosi nel 1967.
Partecipa a Sanremo per la prima volta nel 1964 con Ieri ho incontrato mia madre, che riscuote un buon successo. Negli anni Settanta Paoli si allontana dai riflettori per approdare ad una produzione musicale più ricercata, con sonorità intimistiche e jazz. Talent scout, lanciò talenti come Viola Valentino oltre ad avere scoperto Lucio Dalla, all'inizio degli anni Sessanta ancora autore di nicchia.
Ritornerà alla ribalta negli anni Ottanta con brani come Cosa farò da grande, e con un tour nel 1985 assieme ad Ornella Vanoni. Nel 1989 è di nuovo a Sanremo e nel 1991 vince il Festivalbar con il brano Quattro amici. Con Zucchero Fornaciari scrive nel 1986 grandi successi Come il sole all'improvviso e Con le mani. Contemporaneo l'impegno politico come indipendente nelle liste del Pci prima e Pds poi, è deputato dal 1987 al 1992 prima di dare addio definitivo alla politica. Tra gli anni Ottanta e Novanta è autore per i più grandi interpreti da Giorgia a Ron a Marcella Bella, mentre i suoi successi vengono interpretati da Patty Pravo, Franco Battiato, Gianni Morandi, Umberto Bindi. Dal 1991 è stato sposato con la modenese Paola Penzo dalla quale ha avuto altri tre figli, il più giovane Francesco nato nel 2000.
La sconfitta del Sì al referendum è una occasione persa per sanare le storture della giustizia ed è un segnale per in centrodestra: ora bisogna concentrarsi sui temi che stanno a cuore agli elettori
Quattro virgola cinquanta per cento. Questa percentuale è quella chiave per capire le mosse di Donald Trump e quindi dei mercati. Questa famoso 4,5% è l’interesse pagato dal Tesoro americano sulla montagna di debito su cui siedono gli Stati Uniti. Sopra questa soglia, il mercato giudica insostenibile la gestione del rosso federale.
E ogni volta che ci si avvicina il presidente s’inventa qualcosa per raffreddare i costi, come è accaduto un anno fa durante la prima fase della guerra dei dazi e poi con la querelle sulla Groenlandia. Adesso è ricapitato con il conflitto iraniano. La storia non si ripete, certo, ma spesso fa rima. Tanto che non è più stato il petrolio il principale fattore di rischio per i mercati finanziari globali. L’attenzione degli investitori si è progressivamente spostata infatti sul mercato obbligazionario statunitense, dove nelle ultime sedute il rendimento del titolo decennale americano ha sfiorato il 4,45%, avvicinandosi alla soglia del 4,5%. Il movimento ha coinciso con un aumento della volatilità sui mercati e con un cambio di tono da parte dell’amministrazione statunitense sul fronte geopolitico. Il presidente Trump ha infatti annunciato il rinvio di cinque giorni degli attacchi alle infrastrutture iraniane, facendo riferimento a colloqui «produttivi» con Teheran che hanno riportato i rendimenti al 4,33%.
Ma perché i Treasury, ovvero i titoli pubblici Usa, sono così osservati? Alla base delle tensioni c’è la traiettoria del debito pubblico statunitense. Il debito federale ha superato i 39 triliardi (39.000) di dollari, in aumento di circa 2 triliardi negli ultimi otto mesi. Dall’inizio di luglio, dopo la rimozione del tetto al debito, l’incremento è stato pari a circa 2.800 miliardi. Rispetto al 2018, lo stock complessivo risulta quasi raddoppiato, con un rapporto debito/Pil salito al 124%. Soprattutto, le prospettive indicano un’ulteriore espansione: secondo le stime del Congressional Budget Office, il debito potrebbe crescere di circa 2.400 miliardi di dollari l’anno nel prossimo decennio, fino a raggiungere i 64 trilioni entro il 2036. In questo quadro, livelli elevati dei rendimenti comportano un aumento significativo del costo del servizio del debito, rafforzando il ruolo del mercato obbligazionario come vincolo per la politica economica.
Le ripercussioni si estendono anche ai mercati europei. In Italia, l’andamento dei titoli di Stato ha riflesso le oscillazioni registrate negli Stati Uniti e le notizie provenienti dal Medio Oriente. In avvio di seduta, i timori di un’escalation del conflitto avevano determinato un aumento dei rendimenti e un ampliamento dello spread tra Btp e Bund, salito oltre i 100 punti base.
Successivamente, le indicazioni di un possibile dialogo tra Stati Uniti e Iran hanno favorito un rientro delle tensioni. Il differenziale di rendimento tra il Btp decennale di riferimento e il corrispondente titolo tedesco è tornato sotto i 90 punti base, chiudendo a 89 punti rispetto ai 91 della seduta precedente. Il rendimento del Btp decennale si è attestato al 3,90%, in calo rispetto al 3,94% di venerdì scorso. Un sospiro di sollievo, insomma, dopo che gli interessi sul debito italico sono saliti di circa il 20% in un mese, il che costringerà a spendere di questo passo 3,5 miliardi in più per onorare le emissioni del 2026 se il tasso di mercato del Btp non dovesse scendere durante l’anno. Per questo però non resta che sperare negli Usa, in una pace vera.
Washington ha fissato il 9 aprile come data obiettivo per la fine della guerra, lasciando circa 21 giorni per la prosecuzione dei combattimenti e dei negoziati, scrive la testata israeliana Ynet. Proprio il 9 aprile di un anno fa ci fu il famoso colpo di scena sui dazi, quando il presidente Usa annunciò la pausa di tre mesi sulle nuove tariffe decise una settimana prima al «Liberation day», sostituendole con una sorta di dazio fisso del 10%. Quella mossa fece girare il mercato: Borse in rally e rendimenti dei titoli di Stato, americani e non, in discesa. Rivedremo lo stesso film?
Di certo lo schema di Trump è sempre quello: apre un conflitto e, tra la seconda e la quarta settimana, il suo linguaggio si sposta verso una risoluzione condizionata. Le dichiarazioni iniziano a sottolineare che i negoziati sono possibili se vengono soddisfatti determinati criteri. Riferimenti a colloqui, discussioni o quadri di riferimento entrano nella narrazione e lui misura gli effetti sulla controparte e sui mercati finanziari, mantenendo comunque la posizione strategica. Schema visto per l’accordo tariffario raggiunto con la Cina a ottobre 2025, l’intesa sulla Groenlandia con l’Ue a gennaio e il patto commerciale con l’India del 9 febbraio.
L’Iran seguirà il copione o reciterà a soggetto?

