2019-01-16
L'Eni può aiutarci in Libia, ma ci vorrà un accordo politico con Russia e Arabia Saudita
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Che scandalo: Trump fa affari, Trump sta al gioco di Xi, Trump molla gli alleati in Asia, Trump lascia sola l’Europa. Tutti salgono in cattedra per spiegare cos’è la trappola di Tucidide, evocata dal leader cinese: se una potenza emergente minaccia di scalzare la potenza egemone ma traballante, l’esito inevitabile è il conflitto. E allora? Che dovrebbe fare Trump, piuttosto che cercare un modus vivendi con l’avversario? Fargli la guerra santa? Morire per Taipei? Lui un’idea ce l’ha: «Non voglio che qualcuno dichiari l’indipendenza», ha detto ieri, «e che gli Usa debbano percorrere 15.000 chilometri per andare in guerra». Avesse ragionato così con l’Iran...
Pure la destra critica The Donald: le frange radicali del mondo Maga gli rinfacciano che l’appeasement con Pechino sarebbe un tradimento dell’America first. È vero: il tycoon prometteva di risolvere gli scompensi provocati dall’irruzione del Dragone nel commercio mondiale, con il loro impatto sull’occupazione e i salari negli Usa. Ma nelle attuali condizioni, egli può ottenere più di un accordo che consenta a lui e alla nazione di «fare affari»? Ci ha messo del suo per complicarsi la vita: i dazi non hanno piegato la Cina, alla quale non saranno sfuggite le cattive prestazioni belliche degli statunitensi. Se però, oggi, il regime gusta la crisi del «complesso americano» (La Stampa), è anche perché, alle spalle, c’è un paio di decenni di clamorosi abbagli strategici dell’Occidente. A propiziare l’ingresso della «tigre» nel Wto, in nome dell’inarrestabile diffusione della democrazia liberale, fu Bill Clinton. Mica Trump.
Francis Fukuyama, altro protagonista di quegli anni di ubriacatura ottimistica, ormai teorico semipentito della «fine della Storia», su Repubblica si impunta sul principio: «A Trump», dice, «non importa sostenere le democrazie nel mondo». «In un “deal”», rincara la dose, sul quotidiano di Torino, Stefano Stefanini, «tutte le pedine intermedie sono poi spendibili, se il prezzo è giusto. Anche Taiwan. Anche Kiev». È la logica volgare del «fare affari», no?
La vera domanda, in realtà, è se chi illustra la trappola di Tucidide ne abbia colto le implicazioni. Per chiarirle, insieme all’ideatore della formula, il politologo Graham Allison, vale la pena citare la «tragedia delle grandi potenze», che è al centro del realismo offensivo di John Mearsheimer: la struttura del sistema internazionale e la competizione per l’egemonia regionale, secondo lo studioso, rendono la guerra l’esito più probabile. Di fronte a una prospettiva del genere, la versione alternativa al realismo politico, il realismo difensivo, confida che la strada del compromesso rimanga sempre percorribile. Occorre una sorta di autolimitazione, che preservi gli interessi principali di ogni parte in causa, allontanando lo spettro della lotta senza quartiere. E se la posta in ballo è tanto delicata, se l’effetto collaterale di un fallimento è tanto pernicioso, è logico che siano necessarie rinunce pesanti. Anche sul piano morale.
In un suo saggio recente, Charles Glaser, esponente di spicco di tale corrente, suggerisce esattamente questo agli Stati Uniti: arretrare (nel senso di attestarsi su una linea più sicura); difendersi; continuare a competere. Applicata alla regione dell’Indo-Pacifico, l’argomentazione dovrà scandalizzare le anime belle degli editorialisti: la prima vittima della pace potrebbe essere l’indipendenza di Taipei. «Combattere una guerra in Asia orientale per preservare la democrazia a Taiwan», scrive Glaser, «metterebbe la sicurezza ed eventualmente persino la sopravvivenza degli Usa in serio pericolo». «La migliore opzione degli Stati Uniti», che non significa quella perfetta, solo la più adeguata alla situazione, «è terminare il loro impegno nei confronti di Taiwan […], conservando invece i loro impegni di alleanza nei confronti di Giappone, Corea del Sud e Filippine». Significa che si può eliminare il fattore da cui nascerebbe un grave incidente, precisando, al contempo, che le «linee rosse» (Il Foglio) esistono a Washington come a Pechino.
Naturalmente, ciò presuppone che Trump, a parte «fare affari», voglia tenere in piedi certe alleanze tradizionali che costano, ma sono segno della capacità americana di proiettare influenza. E, dunque, esercitano funzioni deterrenti sulle ambizioni cinesi. D’altro canto, l’indignazione per il distacco da Taipei trascura che Xi gode, sì, di tanti vantaggi, però sconta altrettanti elementi di debolezza. L’Armada di The Donald non ha offerto una prova memorabile in Iran. Ma il Dragone, militarmente, è ancora indietro. E sui chip, benché lo neghi, l’expertise a stelle e strisce gli serve. L’ex sottosegretario Onu, Kim Won-soo, lo ha spiegato al Corriere: la leadership cinese preferirebbe un’annessione pacifica di Taiwan. «Non può permettersi di impegnarsi in una guerra lunga e potenzialmente dolorosa». Anziché combattere, gli Usa possono «fare affari» sfruttando le loro leve. A differenza dell’Ue, che gli affari li lascia fare a Pechino, offrendosi sul piatto d’argento.
Il destino delle relazioni tra i due blocchi, almeno nell’immediato, difficilmente poggerà su qualcosa di meglio di una dinamica frenante. Un’ambiguità che scoraggi imprese sconsiderate della Cina. Un katéchon che rallenti l’ascesa della potenza emergente e, magari, il tracollo di quella declinante. Nessun automatismo, nel bene e nel male, può considerarsi dato. Il futuro dell’umanità si decide sul filo degli equilibri precari indicati da Massimo Cacciari: la riscoperta del senso del limite, anzitutto spaziale; ergo, la volontà politica di trovare un accomodamento, piuttosto che inseguire la chimera dello Stato mondiale, che si espande all’infinito. «Il progresso», deve riconoscere Fukuyama, «incontra ostacoli importanti». Toh: la fine della Storia può attendere.
Il confronto tra Stati Uniti e Iran continua a oscillare tra aperture diplomatiche, minacce militari e tensioni crescenti sul controllo dello Stretto di Hormuz, mentre il fragile cessate il fuoco in Medio Oriente resta appeso a equilibri sempre più precari. Nelle ultime ore Teheran ha ricevuto ufficialmente la risposta americana alla proposta avanzata nell’ambito dei negoziati sul nucleare. Secondo Al Jazeera, che cita fonti iraniane, Washington avrebbe «respinto completamente» le condizioni poste dalla Repubblica islamica per riaprire il dialogo.
La proposta iraniana prevedeva cinque richieste considerate essenziali da Teheran: la fine della guerra su tutti i fronti regionali, la revoca totale delle sanzioni economiche, lo sblocco dei beni congelati all’estero, il risarcimento per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. A margine della riunione dei ministri degli Esteri dei Brics a New Delhi, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha accusato gli Stati Uniti di inviare «messaggi contraddittori» che starebbero complicando i negoziati. Il capo della diplomazia iraniana ha ribadito che Teheran non sarebbe responsabile delle tensioni nello Stretto di Hormuz e che l’Iran si starebbe semplicemente «difendendo» dagli attacchi americani e israeliani. Sul dossier nucleare, Araghchi ha ammesso l’esistenza di uno stallo sul tema delle scorte di uranio arricchito, definendo la questione «molto complessa». Il ministro ha però confermato l’apertura a discutere con la Russia il possibile trasferimento dell’uranio iraniano a Mosca dopo un confronto con Vladimir Putin. Lo stesso Araghchi ha poi dichiarato che Teheran considera ancora aperto lo Stretto di Hormuz per i «Paesi amici», precisando però che tutte le navi devono coordinare il transito con le forze armate iraniane. «Lo Stretto di Hormuz, per quanto ci riguarda, non è chiuso, soprattutto per i Paesi amici», ha affermato il ministro, aggiungendo che le restrizioni riguarderebbero esclusivamente i «nemici» della Repubblica islamica. Nel frattempo la televisione di Stato iraniana ha riferito che «un numero maggiore di navi può ora attraversare lo Stretto di Hormuz con il coordinamento delle forze navali del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica». Secondo l’emittente, oltre 30 navi sarebbero state autorizzate al transito nelle ultime 24 ore, mentre l’agenzia Tasnim ha parlato anche del passaggio di «diverse navi cinesi». La televisione iraniana ha sostenuto che queste autorizzazioni dimostrerebbero come molti Paesi abbiano accettato i nuovi protocolli giuridici imposti dall’Iran e dalle Guardie Rivoluzionarie per il transito nello Stretto di Hormuz. Araghchi ha inoltre ribadito, in un messaggio pubblicato su X dopo l’incontro con il ministro degli Esteri indiano, Subrahmanyam Jaishankar, che l’Iran continuerà a svolgere il suo «dovere storico» di garantire la sicurezza della rotta marittima. Il ministro ha definito Teheran «un partner affidabile delle nazioni amiche» assicurando che gli scambi commerciali saranno protetti. Il ministro iraniano ha accusato gli Emirati Arabi Uniti di aver ostacolato la dichiarazione finale dei Brics a causa dei loro rapporti con Israele. Araghchi ha aggiunto che il processo di mediazione avviato dal Pakistan non è fallito, ma sta incontrando delle difficoltà. Intanto cresce il ruolo diplomatico della Cina: dopo l’incontro con Xi Jinping, Donald Trump ha affermato che Washington e Pechino condividono l’obiettivo di riaprire lo Stretto di Hormuz e impedire all’Iran di ottenere l’arma nucleare. Nonostante i contatti diplomatici, il presidente americano ha nuovamente minacciato possibili azioni militari contro l’Iran, sostenendo che la sua pazienza «si sta esaurendo» e che gli Stati Uniti potrebbero «tornare a fare pulizie». Trump ha sostenuto che le forze americane abbiano «spazzato via» le capacità militari iraniane, parlando della distruzione dell’85 per cento della produzione missilistica di Teheran. Il presidente americano ha inoltre attaccato duramente i giornalisti che hanno messo in dubbio i risultati dell’offensiva americana, definendoli «traditori». Le tensioni nello Stretto stanno avendo effetti immediati anche sui mercati energetici. I prezzi del petrolio sono tornati a salire dopo le dichiarazioni di Trump e dello stesso Araghchi, che hanno ridotto le speranze di un accordo capace di fermare attacchi e sequestri di navi nell’area. I futures sul Brent sono saliti del 2,3 per cento a 108,1 dollari al barile, mentre il Wti ha guadagnato il 2,5 per cento raggiungendo i 103,7 dollari. Sul fronte israeliano, Benjamin Netanyahu ha ribadito che la guerra non terminerà finché il materiale nucleare sensibile iraniano non sarà rimosso dal Paese. Un alto funzionario israeliano ha dichiarato a Channel 12 che Tel Aviv si sta preparando all’imminente ripresa della guerra contro l’Iran. «Ci stiamo preparando a giorni o settimane di combattimenti e attendiamo la decisione finale di Trump». Intanto il governo israeliano ha annunciato azioni legali contro il New York Times per un editoriale del giornalista Nicholas Kristof sui presunti abusi contro detenuti palestinesi, definito da Netanyahu e dal ministro Gideon Sa’ar «una delle menzogne più distorte mai pubblicate contro Israele». In Cisgiordania cresce la tensione dopo le ennesime dichiarazioni incendiarie del ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, che ha rilanciato l’ipotesi di un’annessione permanente dei territori palestinesi. Sul piano regionale, il New York Times sostiene che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti avrebbero colpito obiettivi iraniani durante il conflitto, anche se Riad e Abu Dhabi non hanno confermato. Nel frattempo la Francia ha annunciato l’invio della portaerei Charles de Gaulle nel Mar Arabico per operazioni difensive legate alla sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz.
Il massiccio attacco russo su Kiev, in cui hanno perso la vita 24 persone, tra cui tre bambini, potrebbe ritardare gli sforzi diplomatici per raggiungere la fine della guerra in Ucraina. Questo timore è stato palesato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Mentre si trovava a bordo dell’Air Force One, ha dichiarato ai giornalisti: «È una guerra che vorremmo vedere conclusa. Fino a ieri sera (giovedì, ndr) sembrava andare bene, ma ieri sera (giovedì, ndr) gli ucraini hanno subito un duro colpo». Pur rassicurando che «la fine della guerra ci sarà», ha aggiunto che quanto successo «è un peccato».
Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha già annunciato su X che le reazioni ucraine «contro l’industria petrolifera russa, la produzione militare e i responsabili diretti di crimini di guerra sono pienamente giustificate». Una risposta è già arrivata: i droni ucraini hanno colpito una raffineria russa nella regione di Ryazan. L’ultimo bilancio parla di almeno quattro morti e 12 feriti.
A Kiev, intanto, nel giorno di lutto nazionale, con le bandiere ucraine a mezz’asta, Zelensky si è recato sul posto dell’attacco, commentando che «i russi hanno demolito un’intera sezione dell’edificio con il loro missile». Dopo il raid su Kiev, Mosca ha sferrato un attacco anche contro un impianto industriale a Zaporizhzhia, uccidendo una persona e ferendone altre tre.
Oltre alle infrastrutture civili, secondo l’intelligence ucraina, la Russia starebbe pianificando di prendere di mira l’ufficio e la residenza del presidente ucraino. A renderlo noto è stato lo stesso Zelensky su X dopo la riunione con i vertici militari e dell’intelligence. «Gli esperti del Servizio di intelligence militare del ministero della Difesa hanno ottenuto documenti che testimoniano la preparazione da parte dei russi di nuovi attacchi missilistici e con droni contro i centri decisionali», ha scritto. Zelensky ha inoltre affermato: «Sappiamo che ci sono stati ulteriori contatti tra i russi e Alexander Lukashenko per convincerlo a partecipare alle nuove operazioni aggressive russe. La Russia sta valutando piani operativi in direzione Sud e Nord del territorio bielorusso». Tutto tace invece in merito all’arresto dell’ex capo dell’Ufficio presidenziale, Andrii Yermak: l’Alta corte anticorruzione ucraina ha disposto la custodia cautelare, fissando la cauzione a 3,18 milioni di dollari.
Spostandoci sul fronte, le forze armate ucraine hanno ripreso il controllo di Odradne, nella regione di Kharkiv; Mosca ha invece annunciato di aver conquistato i villaggi di Chaikovka e di Charivnoye. Nel frattempo, alcuni soldati ucraini e russi sono rientrati in patria. Ieri è stata infatti anche la giornata dello scambio di 205 prigionieri per parte nel contesto dell’accordo sul cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti all’inizio di maggio.
La più solida certezza rimane la tensione tra l’Europa e la Russia. Al Consiglio d’Europa, la Commissione europea, a nome dell’Ue, ha aderito all’accordo per istituire il tribunale speciale per i crimini russi contro l’Ucraina. Nella fase successiva andranno però definiti i costi e alcuni Paesi, Italia inclusa, dovranno ratificare il trattato in Parlamento. Dall’altra parte, il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, ha ribadito di «non riuscire a prendere sul serio» le dichiarazioni dei Paesi europei in merito al voler aprire un dialogo con la Russia. Chi viene presa sul serio è sempre Pechino: il 20 maggio, quindi pochi giorni dopo il viaggio di Trump, il presidente russo Vladimir Putin arriverà in Cina.
Chi ama la cronaca nera e le serie crime sa che gli omicidi più efferati e mediatici vengono affidati ai migliori investigatori su piazza. Ma dieci anni fa, a Pavia quando è arrivato il momento di riaprire le indagini sull’omicidio di Chiara Poggi dovevano avere finito gli specialisti. Niente Squadra mobile della Polizia, niente Nucleo investigativo dei carabinieri, niente Scientifica, né Ris. I magistrati devono avere pensato che per verificare la fondatezza dei nuovi indizi raccolti dalla difesa di Alberto Stasi (elementi che oggi rappresentano l’architrave dell’ultima inchiesta pavese) sarebbero bastati i carabinieri distaccati in Procura, un gruppo di militari con storie molto diverse (c’erano anche ex forestali), più simili a dei cancellieri che a dei detective (senza offesa per nessuno).
Il responsabile (sino al 2019) dell’aliquota dell’Arma nella sezione di polizia giudiziaria del Palazzo di giustizia, il luogotenente Silvio Sapone, ha ammesso che all’epoca non aveva esperienza di fatti di sangue e si è definito «un asino» in tema di intercettazioni, lui che ha firmato l’informativa finale sulle indagini svolte e sul contenuto delle (poche) captazioni effettuate. Avete letto bene: il capo del team che doveva rifare le investigazioni sull’omicidio di Garlasco si è dichiarato un ciuccio in una delle materie fondamentali per un buon investigatore.
Il 17 novembre 2025 Sapone è stato sentito, per circa quattro ore, come persona informata sui fatti dalle pm bresciane Claudia Moregola e Chiara Bonfadini (oggi non più titolari del fascicolo), coadiuvate da ben sette investigatori di carabinieri e Guardia di finanza, capitanati dal colonnello Antonio Coppola e dai tenenti colonnelli Fabio Rufino e Pietro Mazzarella. La testimonianza è stata raccolta nell’ambito del procedimento per corruzione incardinato nei confronti dell’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti, che Andrea Sempio e la sua famiglia pensavano fosse il gip del secondo fascicolo aperto sul caso di Garlasco.
L’ipotesi della Procura di Brescia è che la famiglia Sempio abbia pagato almeno 30.000 euro per far uscire dall’indagine Andrea.
Alcune intercettazioni depositate a Pavia ed evidenziate dal Nucleo investigativo dei carabinieri di Milano lasciano ipotizzare un’offerta di «aiuto» arrivata da alcuni militari infedeli che svolgevano le indagini nel 2017. In un’ambientale Andrea Sempio è stato piuttosto chiaro: «Questo Sapone mi ha chiamato una volta perché, a quanto mi hanno detto, c’era anche un sistema in cui loro cercavano di prendere le persone che erano sottoposte a indagine o che […] “se mi dai i soldi ti aiuto”». E in un altro audio ha aggiunto: «Secondo me era proprio lui che chiamava, perché qua è lui quando mi ha proposto la roba...».
Il riferimento sarebbe a una telefonata del gennaio 2017, avvenuta 20 giorni prima della convocazione per l’interrogatorio dello stesso Sempio.
Sei mesi fa Sapone, settantaduenne originario di Agropoli (Salerno), ha provato a dare la sua versione sulle molte stranezze di quell’inchiesta.
Nel verbale l’ex sottufficiale ci tiene a precisare che di quel fascicolo «se ne occuparono in prima persona i magistrati assegnatari, il dottor Venditti e la dottoressa Giulia Pezzino». Quindi aggiunge uno dei primi dati sconcertanti: «Io non mi ero occupato in precedenza di casi di omicidio, se non forse di uno con il dottor Mazza (Pietro Paolo, pure lui indagato a Brescia, ndr). Ce ne siamo occupati io, Spoto e Rosciano (Giuseppe e Antonio, ndr). Non ho dato peso al fatto che fosse un caso delicato, per me tutti i fascicoli sono uguali». Ha detto proprio così: per lui l’assassinio che da 20 anni fa discutere l’intero Paese era un caso come gli altri.
I ricordi relativi all’attività di indagine sono labili: «Fu sentito dalla dottoressa Pezzino un signore che aveva precedenti penali. Era mezzo moribondo. I magistrati poi hanno deciso di sentire Andrea Sempio, quindi hanno deciso di fare attività di intercettazione telefonica e ambientale e siamo stati delegati all'ascolto. Alla fine ho fatto una nota riepilogativa».
Dunque, la decisione di effettuare le captazioni non sarebbe stata sua: «Non avevamo fatto noi la richiesta di intercettazioni, è stata un’iniziativa dei magistrati». E lui non avrebbe mai indossato le cuffie: «Non ho fatto gli ascolti perché non mi intendo molto di intercettazioni».
Ed eccoci alla frase clou. Quando le toghe gli chiedono perché abbiano attivato le microspie solo su una delle auto dei Sempio, Sapone quasi mena vanto della propria incompetenza: «Non lo so. Io sono un po’ un asino in tema di intercettazioni, non me ne intendo». Anche se oggi nella maggior parte delle indagini sono considerate lo strumento principe per individuare i colpevoli.
Ma le sorprese non sono finite. Gli inquirenti domandano a Sapone che documenti avesse a disposizione e che cosa avesse letto. Risposta: «Noi non avevamo alcun atto delle precedenti indagini. Non ci furono dati né gli atti, né le sentenze del processo Stasi». Il motivo? «Facevano tutto i magistrati».
I pm sembrano increduli: «Solitamente chi intercetta ha conoscenza delle indagini. Come avete fatto a eseguire gli ascolti e a redigere una nota conclusiva se non conoscevate nulla?», gli domandano.
Sapone non perde l’aplomb e ribadisce: «Si sapeva dei sospetti su Sempio dai giornali, ma non avevamo atti».
Il militare di lungo corso si proclama del tutto estraneo a possibili combine: «Io non ho agevolato nessuno. Altrimenti non avrei usato il mio telefono cellulare per chiamare Sempio. Il numero non l’ho trovato io, ma gli altri. Non conoscevo nessuno, né i Sempio, né i loro avvocati, forse li ho visti in occasione dell’interrogatorio in Procura».
I magistrati hanno un sussulto: «Ha partecipato all’interrogatorio?». Ma rimangono delusi: «Non ho partecipato, ho aspettato fuori. Non so se è stato registrato, comunque io non ho mai letto il verbale». Insomma il classico «non c’ero e se c’ero dormivo».
Gli inquirenti tornano alla carica, sempre più increduli: «Come ha fatto a redigere l’annotazione conclusiva se non aveva gli atti del primo processo e non aveva nemmeno l’interrogatorio di Sempio?». La replica, anche in questo caso, è surreale: «Io avevo partecipato alle sommarie informazioni testimoniali di quel signore di Garlasco, con Venditti e la Pezzino. L’annotazione l’ho fatta sulla scorta delle trascrizioni delle intercettazioni fatte dagli altri ufficiali di pg». Sapone riferisce di non avere proposto alcuna perquisizione nei confronti di Sempio , con una motivazione che diventa un refrain: «Le indagini le facevano direttamente i pm, noi non abbiamo mai proposto nulla, eseguivamo solamente gli ordini. Nelle trasmissioni televisive si dice che Sempio sapeva già le domande, ma questo è impossibile perché le domande le facevano i pm».
L’ex capo degli investigatori offre altri particolari sorprendenti. All’epoca, assicura, non sapeva nemmeno se il nome di Sempio fosse iscritto sul registro delle notizie di reato: «Non so se era indagato o dovevamo sentirlo come testimone», giura.
Sapone racconta come siano partite le investigazioni: «La prima cosa che abbiamo fatto è l’analisi dei tabulati». E nella rete dei controlli chi rimane impigliato? Proprio il luogotenente: «So che ci sono quattro telefonate fatte da me ad Andrea Sempio senza risposta». Neanche nelle comiche.
I magistrati chiedono spiegazione per quei contatti. E qui inizia una tarantella di cui abbiamo già scritto. Sapone sostiene di aver avuto l’incarico di notificare un avviso di interrogatorio all’indagato e che l’ordine sarebbe stato successivamente annullato.
La Bonfadini sbotta: «L’invito viene fatto l’8 febbraio, mentre le telefonate sono del 21 gennaio. Che motivo c’era di chiamarlo a gennaio?».
A questo punto Sapone dichiara di non ricordare se avesse un invito da notificare.
La pm gli contesta anche che il 26 settembre 2025, quando era stato sottoposto a perquisizione, aveva «negato di avere avuto contatti con i Sempio» e che ora stava cambiando versione. Come mai?
L’ex carabiniere si gioca la carta della levataccia e dei nervi tesi: «Erano le 6 del mattino ed ero stressato. I Sempio non li conosco. Quando ho sentito Andrea Sempio era per sdrammatizzare la cosa». L’investigatore veste i panni del «poliziotto buono»: «Mi ha cercato e gli ho detto chi ero. Era preoccupato perché sapeva dell’esposto in quanto ve ne era notizia sulla Provincia Pavese». Sapone, in un altro passaggio, conferma il contenuto del presunto dialogo con Sempio: «Mi ha chiesto se dovesse preoccuparsi e gli ho detto di stare tranquillo». In sostanza, in quel frangente, il luogotenente stava facendo lo psicologo e non l’ufficiale di polizia giudiziaria e ora non sa nemmeno spiegarsi il perché «abbia risposto di domenica». Gli inquirenti cercano di capire per quale motivo non abbia detto a Sempio della notifica. E Sapone taglia corto: «Perché nel frattempo i magistrati avevano cambiato idea». Ma la Pezzino ha smentito questa ricostruzione. In Procura sembrano spazientirsi: «Quando avevano cambiato idea? Tra sabato e domenica?». Sapone prova a sgusciare via: «Non ricordo, l’invito non l’ho notificato, non ricordo se ce lo avevo in mano». I suoi interlocutori insistono: «Lei aveva in mano un invito a presentarsi da notificare o no?». Sapone si trincera dietro un «non ricordo». I pm provano ad affondare lo stesso: «Sabato mattina l’ha chiamato quattro volte con il cellulare e 12 volte con utenza dell’ufficio. Ricorda?». Sapone: «Con il cellulare chiamavo sicuramente io. L’utenza della mia scrivania può averla usata qualcun altro».
I magistrati non apprezzano il tentativo di coinvolgere i colleghi dello «stanzone»: «Perché vuole attribuire ad altri le telefonate?». Sapone respinge l’accusa: «Non scarico su nessuno».
E sui suoi contatti con Sempio non cambia linea: «Non c’è stato alcun aiuto».
In un’intercettazione agli atti il commesso sotto inchiesta ha raccontato al padre Giuseppe di aver consigliato a Sapone di mettersi in contatto con il suo avvocato, Federico Soldani.
Sapone, però, non ha memoria di ciò: «Di queste cose non ricordo nulla».
Il botta e risposta prende una piega marzullesca. «Se quel sabato Sempio avesse risposto cosa gli avrebbe detto?», è uno degli ultimi quesiti dei pm. E la replica del luogotenente non sfigurerebbe nel salottino del conduttore tv: «Magari gli dicevo di venire così in quattro e quattr’otto veniva archiviato. Sempio era agitato e io l’ho tranquillizzato». Resta da capire se una simile consulenza sia coperta dal bonus psicologo.
In tv mi capita di partecipare a dibattiti sul delitto di Chiara Poggi in cui i giornalisti si schierano da una parte o dall’altra, quasi che il giallo di Garlasco sia una sorta di derby, con le opposte tifoserie in campo. Io non so se Andrea Sempio sia colpevole, come sostiene la Procura di Pavia: mi limito a osservare che contro di lui sono stati raccolti molti indizi, più di quanti ne siano stati trovati a carico di Alberto Stasi, il quale però è stato con questi elementi condannato a 16 anni di carcere, e su questo forse varrebbe la pena che i tanti Sherlock Holmes da salotto televisivo facessero qualche riflessione.
Chiarito che non appartengo alla schiera di quelli che per contratto devono difendere Sempio e, sempre per contratto, devono attaccare Stasi, lasciatemi dire due parole riguardo alla qualità delle indagini svolte nel corso degli anni sull’omicidio di Chiara Poggi. Nelle pagine precedenti trovate la sintesi giornalistica dell’interrogatorio di Silvio Sapone. Il nome di costui non è noto alla maggior parte dell’opinione pubblica, ma per tre anni è stato il capo della polizia giudiziaria in servizio presso la Procura di Pavia. In pratica era colui al quale i pm affidarono l’incarico di svolgere le intercettazioni telefoniche e gli accertamenti su Andrea Sempio. Leggendo il verbale dell’ufficiale di pg cascano letteralmente le braccia e si capisce perché a distanza di quasi vent’anni ancora non abbiamo capito chi abbia ucciso una ragazza poco più che ventenne.
Alla domanda dei magistrati, che vogliono sapere come si sviluppò l’indagine a carico di Sempio, Sapone mette le mani avanti, dicendo che lui di delitti non si è occupato quasi mai e che comunque gli assegnatari dell’inchiesta erano il procuratore capo e i suoi collaboratori. In pratica anticipa ciò che poi illustrerà nel dettaglio e cioè che di quell’indagine sul commesso del negozio di computer non sa nulla o quasi. E comunque non ricorda. Leggere per credere. Alla domanda dei pm, che gli chiedono che documenti avesse letto prima di condurre le indagini, Sapone risponde nel seguente modo: «Noi non avevamo alcun atto delle precedenti indagini. Non ci furono dati né gli atti, né le sentenze del processo Stasi. Facevano tutto i magistrati». E le intercettazioni? Le ascoltavano i colleghi. Cioè, colui che guidava la polizia giudiziaria e che doveva coordinare le indagini era all’oscuro di tutto. E come ha fatto a redigere una nota conclusiva, gli chiedono i pm. «Leggevo i giornali», è la risposta. L’interrogatorio di Sapone è disseminato da «non ricordo» e perfino da un’ammissione di incompetenza. Come mai, domandano i magistrati, le microspie ambientali sono state attivate solo su un’autovettura in uso a Sempio? La risposta è sconcertante: «Non lo so. Non ricordo perché non è stata fatta. Io sono un po’ asino in tema di intercettazioni, non me ne intendo». E come ha fatto a redigere l’annotazione conclusiva se non aveva gli atti del primo processo e non aveva nemmeno l’interrogatorio di Sempio, insistono i pm. E Sapone continua a minimizzare il suo ruolo: «L’annotazione l’ho fatta sulla scorta delle trascrizioni delle intercettazioni fatte dagli altri ufficiali di polizia giudiziaria. Io non l’ho fatto perché non mi intendo di intercettazioni». Come dire, io non c’ero e se ci fossi stato dormivo.
Sulla base di queste risultanze d’indagine, le accuse nei confronti dell’amico del fratello di Chiara Poggi nel 2017 sono state archiviate e solo ora - cioè a distanza di quasi dieci anni e a diciannove dal delitto - la Procura di Pavia ha deciso di riaprire le indagini.
Come ho scritto, io non so se Sempio sia colpevole e se gli indizi raccolti a suo carico, che mi paiono più rilevanti di quelli contro Stasi, siano sufficienti a sostenere l’accusa e a ottenere una condanna per l’omicidio di Chiara. Tuttavia credo che quanto sta emergendo, e non solo con l’interrogatorio di Sapone, ma anche con altri di cui daremo conto nei prossimi giorni, dimostri che se oggi ancora non sappiamo chi sia l’assassino è perché le indagini sono state fatte nel modo che ho appena raccontato. Dunque, se a Garlasco il delitto resta ancora un mistero, la colpa è da attribuire ai responsabili delle indagini. Sono i loro errori, la loro impreparazione, i mancati accertamenti che ci impediscono di guardare in faccia l’assassino di Chiara. E non parlo solo di Sapone.

