2019-01-16
L'Eni può aiutarci in Libia, ma ci vorrà un accordo politico con Russia e Arabia Saudita
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La famiglia che aveva scelto di vivere in un bosco sarà sottoposta all’intollerabile arbitrio di una perizia psichiatrica. Tra le armi più micidiali di un potere corrotto, poche sono state affilate quanto l’accusa di pazzia. Non sporca le mani di sangue, non erige patiboli nelle piazze, e ottiene due risultati spettacolari: ridurre al silenzio chi disturba l’ordine costituito, e trasportarlo all’inferno, un inferno dove nessun avvocato potrà entrare, dove sarà corretto, anzi encomiabile, spegnere il suo intelletto con droghe ampollosamente chiamate psicofarmaci, torturarlo con procedimenti terapeutici come l’elettroshock o crisi ipoglicemiche di insulina. Dichiarare folle un uomo significa sottrargli la parola, svuotare il suo pensiero di autorità. È una condanna che non uccide il corpo, ma delegittima l’anima.
La figura di Ignác Semmelweis si staglia come un presagio. Medico ungherese dell’Ottocento, nella clinica ostetrica di Vienna vide ciò che i suoi colleghi rifiutavano di vedere: erano le mani dei medici, reduci dalle autopsie, che portavano alle partorienti povere la febbre puerperale, la malattia che le uccideva. L’obbligo di lavarsi le mani avrebbe salvato migliaia di madri. Ma la verità, incrinò l’orgoglio e fu trovata intollerabile. Semmelweis fu deriso, isolato, descritto come ossessivo, instabile, fino a essere rinchiuso in manicomio. La sua follia non era clinica, ma politica: aveva osato accusare il sistema. Da allora, la storia ha affinato quel meccanismo. Il manicomio, in teoria luogo di cura, è sempre stato un possibile spazio di esclusione. Nel Novecento, questa pratica trova una delle sue espressioni più crude nell’Unione Sovietica. Qui la psichiatria viene piegata apertamente a strumento di repressione. Nasce la «schizofrenia lenta», una diagnosi elastica, perfetta per spiegare l’inspiegabile: perché mai un cittadino sano dovrebbe criticare il socialismo reale? Solo un malato poteva rifiutare l’evidenza ideologica che il Paese fondato da Lenin era il migliore dei mondi possibili. È lo stesso principio applicato alla casa del bosco: solo persone disturbate possono rifiutare il nostro magnifico stile di vita, che porta un ragazzo su cinque alla depressione grave e aumenta i suicidi ogni anno. Dissidenti, scrittori, credenti, attivisti per i diritti umani vennero rinchiusi in ospedali psichiatrici speciali, sedati, isolati, spezzati. Non erano più nemici politici, ma pazienti. E con un paziente non si dibatte, non si discute; lo si cura, cioè lo si annienta. L’accusa di pazzia, in questo contesto, è l’apoteosi del potere: nega all’avversario persino la dignità dello scontro. Se il dissenso è malattia, il regime è salute. Se la critica è sintomo, l’obbedienza è guarigione. È esattamente lo schema della famiglia del bosco, che vede le assistenti sociali col broncio perché la donna di cui stanno cercando di distruggere la maternità dopo averle sottratto i figli «non collabora».
La psichiatria occupa una posizione peculiare nel panorama delle scienze mediche: pur operando all’interno della medicina, non dispone di un controllo diretto e sistematico sull’anatomia patologica delle condizioni che studia. A differenza di altre specialità, essa raramente può fondare le proprie diagnosi su riscontri oggettivi quali l’autopsia, l’analisi istologica di un vetrino o un esame ematochimico specifico e dirimente. Se la glicemia è alta abbiamo il diabete. Qual è l’esame che ci dice che c’è una malattia mentale? Questa assenza di marcatori biologici univoci rende la diagnosi psichiatrica prevalentemente clinica e interpretativa, basata su criteri comportamentali e narrativi, e quindi rende possibile la falsificazione. Tale caratteristica non implica automaticamente l’inconsistenza della disciplina, ma ne evidenzia una vulnerabilità strutturale: la maggiore esposizione a fattori culturali, sociali e politici. Le categorie diagnostiche, infatti, non emergono direttamente dall’osservazione di lesioni o agenti patogeni, bensì da cornici teoriche che interpretano il disagio psichico all’interno di determinati contesti storici. Emblematico è il ruolo dell’American Psychiatric Association (Apa) nella redazione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (Dsm). L’umanità è passata dal dogma dell’infallibilità del Papa al dogma dell’infallibilità dell’Apa. Le decisioni su cosa debba essere considerato disturbo mentale avvengono attraverso commissioni di esperti e processi di consenso che includono votazioni, quindi un sistema totalmente ascientifico e facilmente suggestionabile da lobby. Il metodo scientifico sperimentale è fondato sulla falsificabilità e sulla replicabilità dei dati: qui non c’è niente del genere. L’Apa ha stabilito che un uomo dissociato dalla realtà del suo corpo di uomo è in realtà un tizio perfettamente sano di mente, solo capitato per dispetto di un Dio maligno nel corpo sbagliato. Mentre fiumi di quattrini arrivano alle case farmaceutiche per bloccanti della pubertà, un professore irlandese che ha rifiutato di uniformarsi alla menzogna, Enoch Burk, è finito incarcerato per una serie infinita di giorni, e in Italia Vladimir Guadagno, nome d’arte Luxuria, dichiara che coloro che lo ritengono un uomo sono matti e vanno «curati».
Questo modello decisionale solleva interrogativi epistemologici rilevanti: fino a che punto la definizione di «salute mentale» riflette dati naturali e fino a che punto incorpora norme sociali e valori condivisi? Ritenere Vladimiro Guadagno un uomo è un valore condiviso? La verità è un valore condiviso, un reato o una forma di follia? È stato fatto un Tso, trattamento sanitario obbligatorio, a un valoroso liceale che dopo aver consultato la (vera) letteratura medica si era reso conto che le mascherine erano dannose oltre che prive di utilità. Perché è sbagliato sottoporre a perizia psichiatrica una famiglia che vive nel bosco? La scelta di vivere nel bosco, fuori dai modelli abitativi e sociali dominanti, può apparire inquietante, incomprensibile o persino provocatoria, ma trasformare questa diversità in oggetto di perizia psichiatrica rappresenta non solo un errore grave, ma un arbitrio, sia sul piano scientifico sia su quello giuridico e culturale. È un passaggio che confonde il dissenso o l’alterità con la patologia, riattivando un riflesso antico e pericoloso: medicalizzare ciò che non si conforma. La psichiatria, per sua stessa natura, dovrebbe intervenire in presenza di una sofferenza psichica individuale, di un’incapacità di intendere e di volere, o di un rischio concreto e documentabile per sé o per gli altri. Vivere nel bosco, adottare uno stile di vita austero, rifiutare il consumo o l’urbanizzazione non soddisfa nessuno di questi criteri. È una scelta esistenziale, non un sintomo. Sottoporla a perizia significa trasformare una differenza culturale in un presunto disturbo mentale. Il problema è epistemologico prima ancora che etico. Ciò che è considerato «sano» deve coincidere con ciò che è socialmente accettabile, esattamente come nell’Urss di Breznev. La deportazione imposta ai bambini ha sicuramente causato scompensi che saranno imputati invece allo stile della famiglia. È un cortocircuito che svuota la psichiatria della sua funzione terapeutica e la trasforma in strumento di controllo sociale. Ricorrere alla perizia psichiatrica in assenza di reati o pericoli accertati equivale a una sospensione simbolica di questi diritti: la famiglia nonè trattata da cittadina, ma da potenziale paziente. E un paziente, per definizione, non discute alla pari: è valutato, classificato, corretto. La famiglia nel bosco diventa allora un caso esemplare non di devianza, ma di intolleranza istituzionale verso ciò che sfugge alle categorie dominanti. Sottoporre una famiglia a perizia psichiatrica perché vive nel bosco confonde la cura col controllo, la scienza con la norma, la salute con l’obbedienza. È un errore che non protegge la società, ma ne rivela le paure.
«Il ministro della Salute non ha alcun potere di intervento sui manager delle aziende sanitarie». Ci eravamo lasciati così l’ultima volta, tra un titolo V della Costituzione e gli indegni che truccano le liste d’attesa scoperte da Mario Giordano a Fuori dal Coro e rilanciate dalla Verità. Così, tocca ancora a «una certa stampa» dare un altro dispiacere al ministro Orazio Schillaci: lei sa chi ha vinto il bando di concorso per guidare il settore dell’Agenzia del farmaco che si occupa delle istruttorie sui farmaci in attesa che siano approvati? Certo che sì.
È sempre più alta la tensione tra Stati Uniti e Canada. Sabato, Donald Trump ha minacciato di imporre dazi al 100% su Ottawa, qualora quest’ultima dovesse firmare un accordo commerciale con Pechino.
«La Cina mangerà vivo il Canada, lo divorerà completamente, distruggendo anche le sue attività commerciali, il suo tessuto sociale e il suo stile di vita in generale», ha dichiarato il presidente statunitense su Truth, per poi aggiungere: «Se il Canada stringerà un accordo con la Cina, verrà immediatamente colpito da un dazio del 100% su tutti i beni e i prodotti canadesi che entrano negli Stati Uniti».
Questo (nuovo) scontro è scoppiato dopo giorni di fibrillazione tra Washington e Ottawa su vari fronti. Trump era infatti arrivato ai ferri corti con il premier canadese, Mark Carney, sia sulla Groenlandia sia sulla questione dello scudo missilistico Golden Dome. Senza poi dimenticare il nodo del Board of Peace per Gaza.
Più in generale, è però sempre stata la Cina a rappresentare la questione di maggior dissidio tra l’amministrazione Trump e il Canada. Negli ultimi dodici mesi, Ottawa si è ulteriormente avvicinata a Pechino. Inoltre, i canadesi temono il fatto che Washington abbia incamerato il petrolio venezuelano: un elemento, questo, che rischia di assestare un duro colpo alle forniture di greggio che Ottawa storicamente garantisce agli Stati Uniti. Tutto questo ha quindi portato Carney a rafforzare ulteriormente i propri rapporti con la Repubblica popolare. Non a caso, a metà gennaio, il premier canadese si era recato a Pechino, per incontrare Xi Jinping e rinsaldare le relazioni bilaterali con il Dragone.
Ora, è abbastanza chiaro come la politica filocinese di Carney entri in rotta di collisione con il rilancio della Dottrina Monroe, promosso da Trump: un rilancio che punta a estromettere dall’Emisfero occidentale l’influenza politico-economica di potenze considerate ostili. Agli occhi della Casa Bianca, le manovre pro Pechino di Ottawa vengono quindi percepite come una minaccia alla sicurezza nazionale. E questo ha contribuito ad alimentare le tensioni tra Trump e il Canada nelle ultime settimane.
Sotto questo aspetto, il fatto che, come abbiamo visto, il presidente americano e Carney non si intendano sul Golden Dome è abbastanza significativo. Non dimentichiamo infatti che, l’anno scorso, la Repubblica popolare aveva criticato il progetto statunitense di scudo missilistico. Tutto questo per dire che il nodo principale nei rapporti tra Washington e Ottawa è di natura geopolitica e geostrategica. E che rientra nella politica di Trump volta a contrastare le ambizioni cinesi nell’Emisfero occidentale.
Nel 1994, quando pubblicò quel capolavoro che è il Canone occidentale, il grande critico letterario Harold Bloom aveva perfettamente compreso che genere di peste avrebbe infettato la cultura europea e americana negli anni a venire. «Iniziai la mia carriera didattica oltre cinquant’anni fa», spiegava Bloom. «Oggi mi ritrovo circondato da professori di hip-hop, da cloni della teoria gallico-germanica, dagli ideologi del genere e di vari credi sessuali, da innumerevoli multiculturalisti, e mi rendo conto che la balcanizzazione degli studi letterari è irreversibile».
A suo dire, si era imposta nell’accademia una «scuola del risentimento». «Tutti costoro, pieni di risentimento verso il valore estetico della letteratura, non stanno certo per scomparire, anzi alleveranno altri risentiti istituzionali», prevedeva Bloom. E concludeva: «Per loro, leggere una poesia, un romanzo o una tragedia shakespeariana è un esercizio di contestualizzazione, ma non nel senso ragionevole di circoscrivere antecedenti adeguati». Bloom non avrebbe potuto avere più ragione, soprattutto a proposito di Shakespeare. Come noto, sull’identità dell’autore britannico che fa da pilastro alla letteratura mondiale è in corso da anni un dibattito che talvolta si fa persino troppo fantasioso. C’è chi sostiene che Shakespeare non fosse il figlio di un guantaio di Stratford-Upon-Avon: per qualcuno dietro i capolavori si nascondeva il drammaturgo Christopher Marlowe, secondo altri a scrivere era il conte di Oxford Edward de Vere. Ora però emerge la tesi più sconcertante. Alla fine del mese uscirà un saggio di Irene Coslet intitolato The Real Shakespeare: Emilia Bassano Willoughby. L’autrice, che si definisce orgogliosamente femminista, ha potuto esporre le sue idee rivoluzionarie sul blog della prestigiosa London School of Economics (presso cui ha ottenuto un master), e ovviamente qualcuno grazie a ciò le prenderà persino sul serio. Ecco la sua tesi: «Shakespeare non era un uomo, ma una donna: una donna di colore, anglo-veneziana, di origine marocchina e segretamente ebrea, di nome Emilia Bassano (Londra, 1569-1645). Era figlia di un musicista di corte veneziano. Dopo la morte del padre, avvenuta all’età di sette anni, Bassano fu accolta in una famiglia nobile in Inghilterra, dove ricevette un’istruzione di alto livello. Trascorse la sua giovinezza alla corte inglese come favorita della regina Elisabetta I, prima di essere bandita e costretta a un matrimonio indesiderato nel 1592. Pubblicò un poema di teologia femminista, Salve Deus Rex Judaeorum , nel 1611. È associata a Shakespeare fin dagli anni ’70, quando lo storico Alfred Leslie Rowse di Oxford trovò prove che Bassano fosse l’amante del patrono della compagnia teatrale di Shakespeare». Non si tratta, a dirla tutta, di una trovata originale. Che Shakespeare fosse una donna lo aveva sostenuto già nel 2013 un altro autore, John Hudson. Ma la Coslet ritiene di avere trovato altre prove fondamentali. Quali siano, tuttavia, interessa poco. Il punto, qui, è tutto politico. Affermare che Shakespeare fosse una donna nera e ebrea non ci dice nulla di nuovo sulle sue opere. Ma ci permette, come spiega la ricercatrice femminista, di recuperare «il subalterno». Secondo Irene Coslet, «attribuire l’eredità occidentale solo agli uomini bianchi non solo è irrealistico, ma perpetua anche disuguaglianze e ingiustizie nella società. Lo sviluppo della tradizione culturale e storica occidentale è più complesso e multiculturale di quanto comunemente si creda. Privare i subalterni di una corretta paternità e rappresentanza significa perpetrare la supremazia bianca e il modello patriarcale, mentre recuperare voci e identità è fondamentale per costruire una società veramente equa». Il fatto è che a questa studiosa non interessa davvero capire chi fosse Shakespeare: le interessa soprattutto smontare il «predominio bianco» e fare voce all’odio che gli occidentali provano da qualche tempo per la propria cultura. Come vedete, questa paccottiglia woke non è affatto scomparsa dalle università, e ottiene persino qualche pubblicità. E forse il politicamente corretto è in ritirata, ma in tutti questi anni ha ormai prodotto danni irreparabili. E ci impedisce di riconoscere quale sia il vero dramma riguardo a Shakespeare (e altri colossi): che ormai pochissimi lo leggono davvero, a prescindere dal presunto colore della pelle.

