2019-01-16
L'Eni può aiutarci in Libia, ma ci vorrà un accordo politico con Russia e Arabia Saudita
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L’inverno si sdoppia in Trentino. Da una parte attira e conquista sciatori in cerca della settimana bianca perfetta, da passare in quota, su e giù per piste da urlo. Dall’altra parte rimette in sesto e coccola chi sogna una fuga sulla neve, da trascorrere a ritmo lento, tra camini accesi e panorami ovattati.
Due facce della stessa medaglia, due volti dello stesso Trentino che, anche quest’anno, per un motivo o per l’altro o forse per tutti e due, si conferma tra le destinazioni invernali più complete e appaganti dell’arco alpino, complice anche una serie di iniziative e proposte che mirano a coinvolgere i vacanzieri 24 ore su 24, regalando loro la chance di scoprire la montagna dall’alba a notte fonda.
A dimostrarlo, «Trentino Ski Sunrise», che invita gli sciatori a svegliarsi alle prime luci del giorno per raggiungere baite e rifugi e, dopo una ricca colazione a chilometro zero, essere i primi e praticamente gli unici a scivolare sulle piste tirate alla perfezione nella notte dai gatti delle nevi. Da San Martino di Castrozza a Madonna di Campiglio, da Passo Rolle a Lagorai, cambiano skiarea e panorami, ma resta lo spettacolo.
Con l’aria frizzante che arrossisce il viso e il rumore delle lamine che incidono il primo strato di neve dura, i mattinieri partecipanti scoprono la grande bellezza di sentirsi un tutt’uno con la montagna. Sospesi tra neve e cielo, scivolano leggeri e veloci nella magia dell’inverno. Non da meno è l’esperienza offerta al tramonto da «Campiglio Sunset Ski». A Madonna di Campiglio, proprio quando il sole comincia a calare, il cielo a tingersi di arancio e le Dolomiti a colorarsi di rosa, l’iniziativa regala agli sciatori la possibilità di salire in quota in telecabina, godersi il tramonto con aperitivo alla mano e, posato il bicchiere e impugnati i bastoncini, sciare a valle sul far della sera (date: 26 febbraio, 5 e 12 marzo). Non poteva mancare, poi, lo sci in notturna: in buona parte delle stazioni sciistiche va in scena «Sciare sotto le stelle», che consente di scivolare sugli sci, ma anche in slittino e gommoni, nel buio della notte su rotoli di piste bianche illuminate alla perfezione.
E per chi non scia c’è «Al chiaro di luna», passeggiate nei boschi del Parco Naturale Adamello Brenta in coincidenza con le notti di luna piena. Non solo sci, snowboard, ciaspole e slittino. L’altra faccia del Trentino sembra una bianca SPA naturale, con pavimenti di neve, pareti di abeti e soffitti di nuvole e cielo. In quest’ottica, si apre l’invito a salire di quota per ritrovare quel benessere profondo che nasce dal contatto con la natura. Ecco che il freddo non è più una stagione da combattere, ma da abbracciare perché capace di rigenerare il corpo, alleggerire la mente e rallentare il respiro, riportando l’attenzione all’essenziale. In Val di Fiemme questa visione è diventata un progetto condiviso, tanto da renderla la prima «wellness community»: un territorio che orienta servizi, ospitalità e attività alla qualità della vita, intrecciando natura, salute e persone in un’unica esperienza rigenerante.
Tra foreste di abete rosso, centri benessere immersi nel paesaggio e attività all’aperto pensate ad hoc, come forest bathing, barefooting (passeggiate a piedi nudi) e ciaspolate, il benessere diventa uno stile di vacanza. Sull’Alpe Cimbra, invece, lo stare bene assume i tratti di un’ospitalità intima e raffinata: il progetto Hotel & Appartamenti di Charme dà vita a una collezione di indirizzi che uniscono eleganza, sostenibilità e radici locali, trasformando il soggiorno - che sia un weekend o una settimana bianca - in un’esperienza emotiva e consapevole. Non si tratta di semplici strutture ricettive, ma di rifugi dell’anima dove ritrovare armonia, assaporare la gastronomia più autentica di montagna, magari imparare a cucinarla, e rigenerarsi attraverso sport dolce. Mentre in Val di Fassa il benessere passa attraverso il potere primordiale del freddo: gli alberghi del circuito Club Vita Nova propongono percorsi che rinvigoriscono e sorprendono, dai cammini consapevoli nella neve alle immersioni nei ruscelli alpini, dai bagni freddi ai percorsi Kneipp, trasformando il gelo in fonte di energia, vitalità e rinnovamento nel cuore delle Dolomiti.
Info: www.visitfiemme.it; www.alpecimbra.it; www.vitanovawellnesshotel.it; www.visittrentino.info.
A Palazzo Fagnani Ronzoni di Milano (sino al 28 febbraio), ottanta immagini di ventotto Maestri del bianco e nero raccontano 90 anni di storia della fotografia, italiana e internazionale. Seconda parte del format I tempi dello sguardo, in mostra straordinari lavori di Luigi Ghirri e Mario Giacomelli, Horst P. Horst e William Klein, Elliot Erwitt e Mario De Biasi.
Un grande progetto espositivo quello allestito negli spazi milanesi di Palazzo Fagnani Ronzoni, iniziato nell’ottobre dello scorso anno e che si concluderà a fine febbraio 2026. Un format ambizioso e ben riuscito, per raccontare, divisa in due grandi, basilari «categorie» - il Colore e il Bianco e Nero - quasi un secolo di storia della fotografia. Obiettivo comune, quello di rivendicare il ruolo dell’«ottava arte» come strumento di indagine sociale, artistica, storica e culturale, che va decisamente oltre la semplice e mera riproduzione della realtà.
Come un’opera d’arte, la fotografia è capace di trasmettere sentimenti e veicolare messaggi senza usare le parole, e il fotografo è un narratore, che narra e condivide storie, anche sperimentando metodi non convenzionali di rappresentare la realtà. Proprio come fece Luigi Ghirri, il grande fotografo concettualista - tra i più autorevoli del Novecento - che ha rivoluzionato la fotografia italiana e internazionale tra gli anni Settanta e Ottanta, introducendo un uso pionieristico del colore e un approccio intellettuale e poetico al paesaggio quotidiano, superando la visione documentaristica o «edulcorata » del reale, per esplorare e rappresentare la parte più filosofica e «sentimentale » dei luoghi. Un «modus operandi » decisamente fuori dagli schemi classici, le cui idee (tutte racchiuse nella mostra, poi diventata libro, Viaggio in Italia -1984), furono i capisaldi della Scuola italiana di paesaggio.
E se i lavori di Ghirri sono stati nucleo importante della prima parte della mostra milanese, protagonisti della seconda , interamente dedicata al bianco e nero, sono le immagini futuriste di Renato Di Bosso; il realismo astratto e magico di Mario Giacomelli, con quelle sue colline e campi marchigiani rappresentati come segni grafici essenziali; i paesaggi e gli interni popolari immortalati dall’obiettivo sapiente di Mario Cresci, che ne coglie l’essenza della memoria e dell’identità. E poi, ancora, i lavori neorealisti del bolognese Alfredo Camisa ( stupenda la serie Sotto la pioggia del 1955) e le sperimentazioni formali del primo Mario De Biasi, storico fotoreporter di Epoca e vero maestro nel coniugare la spontaneità neorealista con una raffinata e spiccata ricerca estetica.
Accanto a questi straordinari talenti che hanno reso unica la fotografia italiana, il percorso espositivo offre l’opportunità di ammirare una nutrita serie di immagini firmate dai più grandi nomi della fotografia internazionale, da Elliott Erwitt, a Jan Groover, da Horst P. Horst a Michael Kenna, passando per William Klein e Minor White.
Inoltre, a corollario della mostra, durante tutto il periodo di apertura, Palazzo Fagnani Ronzoni ospiterà una serie di eventi collaterali, tra cui interessanti talk, presentazione di libri e serate tematiche con artisti, storici e critici della fotografia.
Gli europarlamentari di Fi e Fdi commentano la proposta di modifica dei regolamenti Ue nell'ultima sessione plenaria a Strasburgo.
Il fagiolo comune è una pianta annuale della famiglia delle Fabaceae (o Leguminose), genere Phaseolus, specie vulgaris, che è originaria del Messico e che da noi è stata importata dopo la scoperta dell’America. Esiste un automatismo di pensiero secondo il quale tutto quello che è stato importato dall’America dopo la sua scoperta non aveva equivalenti o simili, prima, in Europa. Non è così, non è sempre così. Un caso emblematico è proprio quello del fagiolo, consumato già dai popoli antichi nostrani come gli antichi Romani, sulle terre oggi italiane. Gli antichi Romani mangiavano fave (faba), ceci e cicerchie (cicer), piselli (pisum), lenticchie (lens o lentilla), lupini (lupinus), e il phaseolus locale, cioè la vigna unguiculata (il fagiolo dall’occhio). Gli antichi Romani non conoscevano, ovvio, la specie arrivata da noi dopo la scoperta dell’America, ma conoscevano la vigna unguiculata che oggi chiamiamo fagiolo dall’occhio (originaria dell’Africa). Riscuotevano maggior successo gli altri legumi, i quali ispiravano anche i nomi di alcuni Vip dell’epoca, come Cicerone da cicer, Pisone da pisum. I fagioli, invece, erano considerati cibo per il popolo. Virgilio aveva definito questo fagiolo allora noto cioè - ripetiamo - la vigna unguiculata «vilem phaseulum» perché era cibo per la plebe e non per l’aristocrazia. Poi, nel Medioevo, tutti i legumi, elevati dalla Chiesa a simbolo di umiltà e quest’ultima a valore positivo, vennero «riabilitati» in quanto popolari, perché ciò che era umile era buono agli occhi del Signore dei cieli, meno pretenzioso dei signori nobili mondani (cioè terrestri).
Quando con la scoperta dell’America arrivò il fagiolo americano, il Phaseolus vulgaris, di nuovo il fagiolo nostrano sprofondò in serie B e il nuovo fagiolo assurse a sinonimo di nobiltà: i poveri mangiavano il phaseolus locale, la vigna unguiculata, il fagiolo dall’occhio, ricchi aristocratici e pure banchetti papali optavano per i fagioli americani, molto difficili da avere e molto costosi. Oggi che per noi sono fagioli normali e nostri entrambi, alterniamoli per scoprire tutti i gusti del fagiolo. Abbiamo detto che il fagiolo comune arriva in Europa dopo la scoperta dell’America, prima di allora esisteva soltanto il genere Vigna. Col passare dei secoli, il Phaseolus, molto più produttivo, si è diffuso a discapito del Vigna: pensate che la resa per ettaro del Phaseolus è doppia rispetto a quella del Vigna.
Ma i fagioli sono tutti buoni e… eclettici! Il fagiolo infatti si può mangiare con tutto il baccello, nel caso dei fagiolini (sono cultivar precise del Phaseolus vulgaris). Oppure si può aspettare che i semi nel baccello diventino grandi, raccogliere il baccello, estrarne i semi, cucinare e mangiare solo quelli - rigorosamente cucinare, mai mangiare fagioli crudi, poi vedremo perché. Il fagiolo si raccoglie tipicamente in estate. I fagioli sono di raccolta estiva, sì, ma ormai quasi nessuno li acquista freschi in estate e li sgrana. Si commette, non facendolo, un gran peccato, si perde un’esperienza. Esperienza, ribadiamolo in questa epoca in cui si va al ristorante come se si andasse a teatro, non è solo mangiare, lo è anche ciò che lo precede e può esserlo anche mangiando a casa, cucinando noi. È molto bello, è rilassante e connette con la natura, con la stagionalità e con la manualità aprire i baccelli dei fagioli con le proprie mani, uno dopo l’altro, da ognuno tirare fuori i semi, lasciandoli cadere in una boule, far caso al fatto che, cadendo, i semi dei fagioli fanno più rumore di quando si sgranano i piselli freschi e sapete perché? Perché i fagioli sono più grandi dei piselli. Altre modalità di consumo, dicevamo, sono: surgelati, secchi oppure precotti. Ormai pressoché chiunque li consuma più così che freschi, anche perché l’estate col tempo è diventata per noi una stagione che «respinge» il legume dalla nostra tavola. Tra la «fatica» di sgranarli e il tempo e il caldo per cucinarli, sono pochi quelli che cucinano fagioli freschi d’estate con lo stesso entusiasmo con cui mangiano il gelato. In passato, invece, le nostre nonne e mamme mangiavano i fagioli freschi in estate e quelli secchi in inverno. Se erano nonne o mamme contadine, mangiavano - in estate e inverno - i fagioli coltivati con le proprie mani. Oggi, tanti non conoscono nemmeno la stagionalità dei fagioli, non «sospettano» che volendoli acquistare freschi lo si può fare.
Leggete il contenuto calorico quando li acquistate surgelati o in barattolo: i fagioli conservati infatti possono essere sia conservati da freschi, sia da secchi, caso in cui avranno più calorie. I fagioli freschi, per esempio borlotti, hanno circa 145 calorie per 100 grammi. Dopo la cottura, grazie all’assorbimento di acqua, l’apporto calorico scende a circa 80 calorie ogni 100 g di fagioli bolliti (100 g di fagioli cotti da crudi sono meno di 100 g, arrivano a 100 g, da cotti, grazie all’acqua). I borlotti in scatola hanno più o meno le stesse calorie. I borlotti secchi crudi hanno circa 310 calorie. Se siete a dieta o se semplicemente volete «monitorare» le calorie assunte, ricordatevi che il legume secco ha sempre molte più calorie di quello fresco, più del doppio. Un motivo di assunzione dei legumi freschi (quando è stagione, oppure congelati) anziché secchi è anche questo, assicurarsi le proprietà positive dei legumi senza esagerare con le calorie. I fagioli e gli altri legumi si sono sempre seccati, dopo la raccolta estiva, per averli anche durante l’autunno, l’inverno e la primavera successiva, fino alla nuova estate di raccolta. Tuttavia, si conservano anche oltre un anno, se tenuti bene al fresco e all’asciutto, però da più tempo sono stati raccolti e più perdono parte del loro valore nutritivo e anche del loro sapore, inoltre hanno bisogno di tempi di cottura più lunghi. I fagioli secchi vanno sempre ammollati prima di essere bolliti (e l’acqua di ammollo cambiata se l’ammollo è lungo e infine gettata via, mettendoli a bollire in acqua nuova). Ciò riduce i tempi di cottura e alleggerisce il legume, perché ne rimuove dal 5 al 10% degli zuccheri produttori di gas che possono causare flatulenza.
A proposito, ancora, di fagiolo e America. Il fagiolo americano è anche protagonista della tecnica agricola detta tre sorelle, diffusa nell’America settentrionale e centrale. Si tratta di una tecnica che ha storicamente nutrito i nativi americani, che poi affiancavano, quando riuscivano, i prodotti della caccia e della pesca. Si sono nutriti delle tre sorelle anche i Maya e ancor oggi questa tecnica è diffusa nelle milpa, fattorie che coltivano col concetto cosiddetto del companion planting, cioè consociazione sinergica, su appezzamenti di terreno molto ampi. Per acquisire consapevolezza dei vantaggi di questa sinergia ci è voluto molto tempo, dopo di che si è diffusa dal centro al nord America. Prima si è coltivata la zucca, circa 10.000 anni fa, poi il mais e, infine, i fagioli. Le tre sorelle sono infatti fagiolo, mais e zucca, che sono piantate vicine, il mais al centro e fagioli e zucche intorno. Questi ultimi «usano» le piante di mais come sostegno, così non serve inserire nel terreno pali a fare da traliccio. Al contempo, i fagioli azotano il terreno, a giovamento delle altre due colture sorelle, e la zucca protegge la terra dal sole, mantenendola umida e perfetta per sé e per le consorelle. Questo tris di colture è vincente anche dal punto di vista dell’alimentazione: il mais fornisce i carboidrati, la zucca le vitamine e i sali minerali, i fagioli vitamine, sali minerali e proteine vegetali. Proteine vegetali ci sono anche nel mais e, davvero minime, nella zucca, ma l’abbinamento tra cereali come il mais e legumi come i fagioli permette di associare gli amminoacidi degli uni e degli altri: al mais mancano la lisina e il triptofano, posseduti dai fagioli. Spesso si sente dire che per sopperire alle caratteristiche delle proteine animali, che posseggono tutti gli amminoacidi e perciò le carni animali sono fonti di proteine nobili, basta associare carboidrati e legumi, così da avere tutto il ventaglio di aminoacidi forniti dalle proteine nobili animali. Vero, ma anche in questo caso mancano comunque tutte le altre caratteristiche della materia prima carnea animale, inesistenti nei vegetali, per esempio il ferro eme, che si trova nella carne animale e differisce, in meglio, dal ferro non eme dei vegetali (pensate che il ferro eme migliora anche l’assorbimento del ferro non eme, che è davvero molto basso). I fagioli, quindi, nell’arco del menù settimanale sono, per qualche volta a settimana e non tutti i giorni e a tutti i pasti, ci raccomandiamo, una buona alternativa vegetale al secondo piatto di carne: dal punto di vista nutrizionale non possono sostituire sempre la carne. Le calorie dei fagioli provengono per il 55% da carboidrati, per il 27% dalle proteine (vegetali), per il 13% dalle fibre e per il 5% da lipidi. Un’altra importante differenza tra legumi e carne è che la carne, poniamo per esempio la carne di pollo, deriva le sue calorie da queste altre percentuali qui: 94% da proteine, 4% da lipidi. Nessun carboidrato, nessuna fibra. Quanto alle calorie, in 100 g di pollo abbiamo 129 calorie. Quindi, quando leggete che i legumi sono equivalenti alla carne in tutto e per tutto ricordatevi che non è così anche per la ripartizione di calorie e macronutrienti. In 100 grammi di fagioli freschi abbiamo 143 calorie e, nello specifico: 60 g di acqua, 10 g di proteine (vegetali), 0,7 g di lipidi, 22 g di carboidrati di cui 19,5 g di amido e 1,2 g di zuccheri solubili, poi 4,8 g di fibra totale di cui 0,91 solubile e 3,93 insolubile. In 100 g di fagioli secchi abbiamo 310 calorie, 10 g di acqua, 20 g di proteine, 2 g di lipidi, 47,7 g di carboidrati di cui 40,2 da amido, 3,5 zuccheri solubili e poi 17,3 g di fibre, di cui 1,54 g solubile e 15,71 g insolubile. Insomma, l’ideale è fare come si fa con le tre sorelle. Mangiare sia la carne (carne è anche il pesce), sia i legumi freschi, sia i legumi secchi, a rotazione durante la settimana, inserendo anche i formaggi e le uova nell’avvicendamento, sempre con pietanze ad alto contenuto di carboidrati come pane e pasta e vegetali di contorno.
Le fibre dei fagioli sono importantissime per stimolare il corretto funzionamento dell’intestino e aumentare il senso di sazietà. Inoltre, i fagioli sono una buona fonte di sali minerali, in particolare potassio, fosforo, ferro, zinco, selenio e calcio. I legumi contengono anche lecitina (conosciamo la lecitina di soia perché si vende addirittura come integratore, ma tutti i legumi contengono lecitina). La lecitina è un buon aiuto per tenere a bada il colesterolo nel sangue, perché «scioglie» i lipidi e così ne impedisce il deposito nei vasi sanguigni. Non esagerate coi fagioli e in generale coi legumi anche per la presenza di fitoemoagglutinina (PHA), una lectina che si trova in tutte le leguminose e in particolare nel fagiolo. Si tratta di un composto tossico, particolarmente presente nei fagioli rossi (quelli bianchi ne contengono un terzo rispetto ai rossi). La fitoemoagglutinina si inattiva cuocendo i fagioli: la Food and Drug Administration consiglia di far bollire i fagioli per 30 minuti per garantire che raggiungano una temperatura sufficiente per un tempo sufficiente a distruggere completamente la tossina e, per i fagioli secchi, sempre la Fda consiglia anche un ammollo iniziale di almeno 5 ore in acqua che deve poi essere scartata. Non scherziamo coi fagioli crudi: l’avvelenamento da fitoemoagglutinina porta nausea, vomito e diarrea e bastano già 4 o 5 fagioli ammollati e crudi per farci stare male (i fagioli in scatola sono cotti, quindi potete mangiarli tranquillamente). Non esageriamo coi fagioli e in generale coi legumi anche se soffriamo di problemi intestinali. La porzione media da consumare se non si hanno particolari controindicazioni al consumo è di circa 150 g di fagioli freschi e di 50 g di fagioli secchi, ricordandosi, ancora, che i legumi vanno consumati 3-4 volte a settimana, non di più.

