2019-01-16
L'Eni può aiutarci in Libia, ma ci vorrà un accordo politico con Russia e Arabia Saudita
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Ha fatto ricorso alle solite tecniche di manipolazione e ribaltamento della realtà il Partito democratico americano ieri nel corso dell’audizione di Pam Bondi, ministro della Giustizia Usa, sullo scandalo Epstein. Durante la seduta, infatti, i dem - sorvolando sul dettaglio che il loro ex presidente Bill Clinton è implicato nello scandalo e sarà chiamato a testimoniare il prossimo 27 febbraio - hanno mandato avanti la deputata Pramila Jayapal per chiedere a Bondi, con straordinaria impudenza, di «scusarsi con le vittime di Epstein» (alcune delle quali presenti in Aula) per aver «coperto i clienti pedofili, oscurando i loro nomi nei file resi pubblici la settimana scorsa».
Questo è il dilemma che l’amministrazione Trump sta affrontando al momento: da un lato soddisfare il diritto dei cittadini di sapere la verità, dall’altro proteggere le vittime e anche chi, in quei file, è stato soltanto citato o potrebbe sembra essere stato vittima di un errore di persona, come ha dichiarato l’italiano Nicola Caputo, ex europarlamentare del Pd dal 2014 al 2019, che ha incaricato un legale di tutelare la sua reputazione non avendo «mai avuto a che fare con queste persone».
«Ho trascorso tutta la mia carriera a battermi per le vittime e continuerò a farlo, nonostante quello che si dice. Sono profondamente dispiaciuta per quello che le vittime, tutte le vittime, hanno dovuto affrontare a causa del mostro Jeffrey Epstein», ha replicato il ministro della Giustizia rispondendo alle accuse rivoltele dai democratici, aggiungendo, inoltre, che il dipartimento da lei guidato ha tuttora in corso indagini relative al pedofilo. A proposito dei nomi erroneamente oscurati dal Dipartimento di Giustizia e inizialmente individuati dai democratici come «miliardari coperti dall’amministrazione Trump», c’è anche tal Salvatore Nuara, che però miliardario non è. L’uomo, che attualmente non è incriminato per alcun reato, è stato identificato come un ex detective della polizia di New York. Il suo ruolo potrebbe essere stato quello di addetto alla sicurezza o autista (Epstein si affidava spesso agli ex agenti delle forze dell’ordine per gestire la sicurezza nelle sue proprietà). Notizie inesistenti anche su un altro nome desecretato, quello di Zurab Mikeladze, a parte un profilo di un medico georgiano che lavora in un terminal di gas e petrolio sul Mar Nero, non necessariamente associabile a Jeffrey Epstein. Quella della democratica Jayapal, insomma, è apparsa come una «sceneggiata teatrale», così l’ha definita Bondi, durante la quale la deputata dem, con un lapsus freudiano, si è però lasciata sfuggire che la pubblicazione degli Epstein files è «assolutamente inaccettabile». Affermazioni simili a quelle rilasciate dal presidente francese Emmanuel Macron, che ha affermato che gli Epstein files sono diventati «benzina per le teorie complottiste», sic. Dopo lo psicodramma per la rovinosa fine della carriera di Jack Lang, guru della cultura francese con la C maiuscola, pescato con le mani nella marmellata per aver chiesto favori e soldi a Epstein insieme con la figlia Caroline Lang, i cugini d’oltralpe devono affrontare oggi un altro scandalo, quello del diplomatico di alto rango Fabrice Aidan, in servizio al ministero degli esteri francese da 25 anni ed ex consigliere Onu a New York tra il 2006 e il 2013. Aidan avrebbe inviato a Epstein documenti confidenziali delle Nazioni Unite e disponeva inoltre del codice d’accesso della casa di Epstein a Parigi, in Avenue Foch. Intanto, la portavoce del governo francese, Maud Bregeon, ha incoraggiato eventuali vittime silenti della rete del faccendiere a «parlare e a rivolgersi alla giustizia», sottolineando la necessità di «fare piena luce su questo caso spaventoso e tentacolare».
Gli Stati Uniti potrebbero aprire una commissione d’inchiesta sul caso, che è ormai uno scandalo globale. Ieri anche il deputato democratico Jamie Raskin ha criticato Bondi, accusandola nientemeno che di «insabbiare carte su Epstein». Ma il viceministro della Giustizia, Todd Blanche, lo scorso 30 gennaio, aveva avvisato che nel rilasciare gli Epstein files, come voluto dai repubblicani, il Dipartimento si era coordinato con le vittime per garantire che i loro nomi fossero protetti. «Vogliamo correggere immediatamente eventuali errori di oscuramento che il nostro team potrebbe aver commesso; quindi, il Dipartimento ha istituito una casella di posta elettronica per le vittime per contattarci direttamente al fine di apporre le opportune correzioni». Ma è molto probabile che il dibattito su ciò che dovrebbe essere reso pubblico e ciò che dovrebbe rimanere segreto si protragga a tempo indeterminato.
Sulle Tofane Federica Brignone firma una discesa splendida e regala all’Italia l’oro olimpico nel superG di Cortina. Dieci mesi dopo il grave infortunio, torna al vertice davanti alla francese Romane Miradoli e all’austriaca Cornelia Huetter, in una gara segnata da molte cadute e dall’uscita di Sofia Goggia. Per l'Italia è il quinto oro ai Giochi.
Cortina si tinge d’azzurro e lo fa nel giorno più atteso. Federica Brignone ha vinto la medaglia d’oro nel superG delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, firmando una gara di grande lucidità su una pista difficile, segnata da nebbia e da passaggi tecnici che hanno messo in crisi molte delle favorite. Sotto gli occhi del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, presente alle Tofane, la valdostana ha chiuso in 1’23”41, un tempo che nessuna è riuscita ad avvicinare davvero.
Dieci mesi fa Brignone era ancora alle prese con la riabilitazione dopo il grave infortunio dell’aprile 2025. Era tornata a gareggiare solo a fine novembre e si presentava a questi Giochi con poche prove nelle gambe. Oggi, invece, ha trovato la discesa giusta al momento giusto: una prova pulita, senza forzare le linee, costruita più sulla scorrevolezza che sull’aggressività, come lei stessa ha spiegato a caldo. «Ero tranquilla, ho cercato di sciare morbida e fluida, pensando a fare tutte le curve il più veloce possibile», ha detto ancora con l’adrenalina addosso.
La sua discesa ha fatto la differenza soprattutto nella parte centrale del tracciato, dove molte atlete hanno pagato caro ogni minima imprecisione. Brignone ha preceduto la francese Romane Miradoli, argento a 41 centesimi, e l’austriaca Cornelia Huetter, bronzo a 52. Ai piedi del podio è rimasta l’altra austriaca Ariane Raedler, staccata di un solo centesimo dalla connazionale. Quinta Laura Pirovano, appaiata alla norvegese Kajsa Vickhoff Lie, e settima Elena Curtoni, che ha comunque portato un’altra azzurra nella top ten. La gara è stata segnata anche da molte uscite di scena eccellenti. Sono finite fuori Weidle, Puchner, Aicher, Ledecka, Stuhec e Breezy Johnson. Ma il momento che ha cambiato il volto della prova è stato l’errore di Sofia Goggia. L’azzurra stava sciando all’attacco e nel tratto intermedio aveva oltre mezzo secondo di vantaggio su Brignone, poi una traiettoria sbagliata e l’uscita che ha chiuso ogni possibilità di doppietta italiana. «Onore e merito a Brignone» – ha detto Goggia dopo la gara – «Con tutto quello che ha passato dopo l’infortunio, tornare così non è facile». Pirovano ha chiuso con il rammarico di una medaglia solo sfiorata. «Ho perso tanto in alto, mi mangio le mani» – ha ammesso – «ma è il mio esordio olimpico e ho sciato all-in». Parole che raccontano bene la durezza di una prova in cui bastava poco per compromettere tutto. Per Brignone, invece, è il completamento di un percorso: dopo l’argento e i due bronzi olimpici, arriva finalmente l’oro. È anche la quinta medaglia d’oro dell’Italia in questi Giochi, che portano il bilancio complessivo a 14 podi e confermano la squadra azzurra tra le protagoniste del medagliere.
Il suo sogno era scontare il suo (piccolo) debito con la giustizia tra i banchi di un istituto dei Salesiani, in veste di tutor. E invece dovrà accomodarsi tra i banchi di un tribunale. Quello che ha fatto tutta la differenza del mondo per John Elkann è la qualificazione giuridica data da due diversi giudici a un paio di dichiarazioni dei redditi compilate non proprio a regola d’arte.
Tutto ruota intorno all’eredità da 1 miliardo di euro di Marella Caracciolo, nonna di John e vedova di Gianni Agnelli, lascito che non era stato sottoposto a tassazione.
A fine estate, la Procura aveva richiesto il proscioglimento del notaio Urs Robert von Gruenigen, Lapo e Ginevra Elkann; mentre per John e per il suo fidato commercialista Gianluca Ferrero aveva chiesto l’archiviazione per il reato di dichiarazione infedele (che prevede pene da 1 a 3 anni).
Per i pm il presidente di Stellantis e ad di Exor (società che controlla anche il gruppo editoriale Gedi), aveva consegnato all’Agenzia delle entrate documentazione incompleta, ma non falsa.
La Procura aveva espresso parere favorevole alla richiesta di sospensione del procedimento con messa alla prova presentata da Elkann e alla richiesta di patteggiamento avanzata da Ferrero, in seguito al versamento nelle casse dell'Erario di 183 milioni di euro da parte degli indagati, somma che aveva estinto «integralmente il debito tributario, comprensivo di sanzioni e interessi».
Due diversi gip, invece, hanno ritenuto che quella messa in atto dagli indagati fosse una vera e propria frode fiscale e hanno, quindi, riesumato l’iniziale ipotesi della Procura, di «dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici», una fattispecie di reato che contempla pene ben più robuste: da 1 anno e 6 mesi a 6 anni.
L’inchiesta nei mesi scorsi si era sdoppiata.
Il gip Antonio Borretta ha dovuto valutare, per quanto riguarda le imposte dirette non pagate e successivamente saldate, l’istanza di archiviazione per la supposta dichiarazione infedele. A dicembre, ha respinto la richiesta e ha ordinato ai pm la formulazione dell’imputazione coatta per dichiarazione fraudolenta.
Un peggioramento della situazione che ha sicuramente influenzato le decisioni di un altro giudice, Giovanna Di Maria, la quale è stata chiamata a esprimersi sul secondo capo di imputazione, quello per truffa ai danni dello Stato (contestazione legata all’imposta di successione non pagata). In questo filone, a gennaio, i difensori di Ferrero hanno rinunciato formalmente alla proposta concordata con la Procura di un patteggiamento con pagamento di 73 mila euro, senza sanzioni accessorie e hanno intrapreso la strada del processo. Per quanto riguarda la posizione di Elkann, ieri, la Di Maria, dopo avere chiesto un rinvio per studiare la memoria presentata dai legali di John Elkann e fare degli approfondimenti, ha rigettato la richiesta di messa alla prova e ordinato la restituzione degli atti alla Procura, che, invece, aveva dato il via libera. La “map” avrebbe comportato, dopo 10 mesi, l’estinzione del reato.
La Procura, per effetto della decisione della Di Maria, ora, dovrà rivalutare la posizione di Elkann anche per la truffa ai danni dello Stato, come ha già fatto per la dichiarazione fraudolenta, in attesa della discussione in Cassazione del ricorso delle difese contro la decisione di Borretta.
Per la Procura le supposte condotte fraudolente erano indirizzate «in via primaria» al «mancato versamento dell’imposta sulla successione e quindi alla realizzazione della truffa». Borretta e Di Maria si sono dimostrati di tutt’altro avviso. Per il primo giudice «il dolo specifico di evasione non è escluso» quando chi commette il reato «abbia perseguito oltre all’obiettivo primario […] anche un diverso fine».
Secondo Borretta «è indubbio» che Elkann e il suo commercialista «conoscessero e condividessero, godendone, anche i conseguenti, ingenti, benefici fiscali derivanti dalla fraudolenta “esterovestizione” della residenza» di Marella, «attuata mediante artifizi e raggiri e poi “presidiata” nel tempo, e dalla conseguente presentazione di dichiarazioni dei redditi privi di elementi attivi che invece avrebbero dovuto essere indicati».
L’esterovestizione avrebbe prodotto «fra le altre cose, una consistente evasione dell'imposta sul reddito prodotto» da Marella e avrebbe consentito di non erodere il patrimonio poi ereditato da John.
Ieri, dopo il rigetto della messa alla prova, gli avvocati di Elkann, Paolo Siniscalchi e Federico Cecconi, hanno espresso la «volontà di dimostrare l’estraneità dei fatti in relazione alla posizione del nostro assistito».
Quindi hanno commentato: «Come atteso è stata rigettata l’istanza di “map”. Noi avevamo sinceramente perso interesse rispetto a questa istanza vista la frammentazione che si era creata nel quadro processuale. È una decisione che per noi non cambia niente, gli atti saranno restituiti al pubblico ministero e dovrà notificarci l'avviso di chiusura indagini e poi noi andremo avanti nel merito e dimostreremo che John Elkann non ha fatto nulla».
I legali avevano già spiegato che la scelta di Elkann di aderire a un accordo non implicava alcuna ammissione di responsabilità e che questa è ispirata solo dalla volontà di «chiudere rapidamente una vicenda personale molto dolorosa». Ovviamente la difesa, adesso, punterà molto anche sulla prescrizione: per il reato di truffa scatterà nell’agosto del 2027, mentre per la dichiarazione fraudolenta i tempi sono più lunghi.
In base al progetto presentato dai suoi legali, Elkann era pronto a mettere al servizio la sua solida esperienza di manager internazionale di giovani «in situazione di vulnerabilità» e «a rischio di dispersione scolastica», con percorsi di natura pre-professionale. Il piano prevedeva che lavorasse negli spazi dell’ufficio pastorale giovanile «Maria Ausiliatrice», in sinergia con i centri salesiani: dall’università salesiana Torino Rebaudengo agli istituti scolastici, dagli oratori alle comunità.
Il sogno di John di fare il tutor è naufragato ieri. Da oggi l’editore di Repubblica e della Stampa, oltre a pensare a vendere i suoi giornali, dovrà anche prepararsi a un’udienza preliminare in cui dovrà difendersi dalla doppia accusa di dichiarazione fraudolenta e di truffa ai danni dello Stato.

