2019-01-16
L'Eni può aiutarci in Libia, ma ci vorrà un accordo politico con Russia e Arabia Saudita
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Quante volte sentiamo ripetere che bisogna ascoltare i giovani?
Dopo ogni episodio di violenza, il ritornello è il medesimo: non li stiamo abbastanza a sentire. C’è persino chi rinuncia a sporgere denuncia dopo avere subito un pestaggio, come i professori di Parma che ritengono «più educativo» evitare le vie legali agli studenti che li hanno presi a cinghiate sghignazzando. E allora apriamo bene le orecchie e ascoltiamo che cosa ci dicono alcuni di questi ragazzi. Anzi, basta sentirne uno solo, che però può facilmente fungere da rappresentante di una generazione. Parliamo di Adam Sayf Viacava, classe 1999, in arte Sayf. Musicista, trombettista, rapper, è arrivato secondo al festival di Sanremo dopo Sal Da Vinci, e si è distinto per un tormentone nemmeno troppo banale, anzi ricco di sprazzi di intelligenza. Sayf parla bene, è garbato e sa essere profondo. Ha successo, e sa esprimersi con diversi linguaggi. Soprattutto, però, Sayf è rappresentativo non solo dei giovani italiani ma soprattutto dei cosiddetti «nuovi italiani», le seconde e terze generazioni, magari nate in Italia da genitori stranieri o giunte qui durante l’infanzia. Sayf in realtà è un caso un po’ particolare: è figlio di un padre italiano e una madre tunisina.
Proprio a Sanremo ha voluto abbracciarla davanti alle telecamere, con un po’ di emozione e un pizzico di italica ruffianeria. Poco importa. Quel che conta è che egli sa che cosa significhi vivere sospeso tra due culture, essere un «italiano ma anche». È lui stesso a dirlo, e questo basta a smentire tutti i fenomeni che, nei talk show televisivi, se la prendono con la destra accusandola di volere «la purezza del sangue». È inutile cercare scuse: la cultura sarà pure liquida, ma è un liquido denso, che non si assorbe e non si elimina facilmente. Ed è ovvio che chi arriva da fuori o cresce in una famiglia con usi e costumi - per dire - magrebini sia diverso da chi è italiano di antico conio. È un fatto, non un'opinione.
Sayf dimostra di esserne conscio. Lo fa parlando a Gianluca Gazzoli nel podcast Bsmt. Il conduttore gli domanda: «Le tue origini, come sono state vissute? Non mi ricordo se l’hai detto in un’intervista. Oggi essere di seconda generazione può essere una cosa figa, una cosa diversa. Magari invece in passato era un po’ più penalizzante, quando eri piccolino». Sayf per tutta risposta sorride. «Prima magari era più figo essere metà inglese. Era diverso», dice. «C’è da dire che io non ho la faccia dello stereotipo del tunisino, quindi non l’ho mai patita tanto. Grazie a Dio non ho mai subito il pregiudizio diretto, quello basato esclusivamente sul canone estetico. L’ho subito magari nel tempo perché avevo i rasta, dalle forze dell’ordine, perché magari sei preso di mira, “ha i dread e si fuma le canne”. Però non l’ho mai subito direttamente. Quindi nel senso mi sono salvato». E fin qui è il solito discorso sulle difficoltà a essere accettato. Ma poco dopo Sayf sorprende. «Da piccolo mi vergognavo di sta cosa qua tanto. Infatti anche litigavo con mia madre, ma da bambino le dicevo: ma siamo in Italia, dobbiamo parlare italiano. Non ho mai voluto imparare a leggere l’arabo, a scrivere l’arabo, perché mi vergognavo, perché non era una cosa vista bene. Perché poi nei telegiornali i terroristi erano tutti arabi... Perché non so, sei diverso, ti stai accollando di essere diverso e in quel momento avevo un po’ l’idea di poter scegliere in realtà, perché mio padre è italiano, mia madre è tunisina e quindi è come dire: da che parte stai? Giù in Tunisia che magari ti chiedono: ma tu ti sentivi italiano o più tunisino?». A modo suo, Sayf chiarisce la tensione che inevitabilmente e drammaticamente queste generazioni vivono. Sei italiano o tunisino? Non è una domanda razzista, è un dubbio che si pone chi è sospeso fra due mondi. Del resto in Tunisia lui ci ha passato molto tempo: «Sempre, da quando sono nato a sei mesi ero in Tunisia, ho tutti i parenti da parte di mia madre, sono cresciuto anche un po’ giù, non so come dire». Ed ecco la parte più suggestiva del discorso. Sayf spiega che cosa faccia scattare la molla identitaria. Essere tunisino, per lui che non voleva parlare arabo, a un certo punto «è diventato un motivo di orgoglio... Anche per tutto quel peso che uno si porta dietro, di sentirsi un emarginato, di sentirsi uno di quelli sotto la soglia di povertà. [...] Allora, per riscatto, ancora di più prende valore dire “no ma invece io sono anche tunisino”». Ecco il punto. Da bambino che vuole essere italiano passa a ragazzo che si sente orgogliosamente tunisino. Perché? Per riscatto. Perché non gli piace come si trova. Per aver qualche cosa di diverso e più figo. È una scappatoia identitaria: l’Italia mi delude? Posso diventare altro, perché in fondo lo sono. Ed è così che l’assimilazione diventa impossibile. In alcuni casi, l’adesione all’altro diventa odio per l’Italia e l’Europa, diventa violenza e sopraffazione. È la realtà dell’immigrazione sul lungo periodo: ascoltate bene Sayf.
Bruxelles riesce sempre a sorprenderci.
E proprio mentre pensavamo che l’harakiri perfetto sull’automotive fosse stato compiuto, sono arrivati dei numeri, elaborati da uno studio di Dataforce ripreso dal quotidiano Milano Finanza, che dimostrano come al peggio non ci sia mai fine. Ricordate le multe sulle emissioni? Quelle di cui da anni si lamentano le principali case del Vecchio continente? Quelle che l’Europa aveva deciso di rendere più flessibili per dare una dimostrazione minima di resipiscenza rispetto al disastro green perpetrato a danno di uno dei settori centrali per l’industria europea? Bene, alla fine siamo arrivati a una spalmatura (per gli anni 2025-2027 il calcolo delle emissioni è stato dilazionato sul triennio anziché anno per anno) che non equivale a una cancellazione, anzi. Per cui a breve (inizio 2028) i nodi arriveranno al pettine.
E porteranno un’altra mazzata a danno dei produttori tradizionali di automotive, mentre si tradurranno nell’ennesimo regalo per i cinesi. Secondo l’analisi della società di ricerche di mercato specializzata, da gennaio 2025 ad aprile 2026, quindi il primo periodo della spalmatura, il sistema automobilistico dell’Ue avrebbe accumulato 12,8 miliardi di euro di debiti e 9,7 miliardi di crediti. Un saldo negativo che supera i 3 miliardi.
Ma la notizia peggiore non è questa. Il vero problema è che sono penalizzati soprattutto i produttori che stanno provando a fare retromarcia sull’elettrico convertendosi all’ibrido. I numeri dicono che Volkswagen ha già in pancia 2,3 miliardi di sanzioni. Stellantis la segue con multe potenziali superiori a 1,2 miliardi di euro e poi ci sono Mercedes-Benz (poco meno di 1 miliardo) e Nissan.
Meglio fermarsi. Perché arrivati a questo punto urge riepilogare un po’ di puntate precedenti per capire meglio la fiera dell’assurdo messa in piedi da Bruxelles. Prima gli strateghi europei hanno ideato il Green deal imponendo una conversione all’elettrico con tempistiche irrealistiche. Poi quando si sono resi conto che il mercato non reggeva, che i più grandi produttori mondiali stavano andando a ramengo e che avevano regalato l’intero settore e la sua filiera alla Cina che da anni detiene il semi-monopolio delle materie prime verdi, hanno provato a metterci delle pezze. A colori, ovviamente.
Perché il nuovo sistema delle multe penalizza proprio chi, puntando sulle ibride, sta provando a uscire dal pantano nel quale era finito a causa delle norme ideologiche e insensate di Bruxelles.
A vantaggio di chi? Neanche a dirlo dei cinesi, che sono infatti i veri vincitori del sistema sanzionatorio revisionato. A parte Tesla che primeggia dall’alto di oltre 2 miliardi di crediti accumulati tra il 2025 e il primo scorcio del 2026, tutti gli altri grandi beneficiari sono asiatici. Non poteva mancare Byd che ha superato quota 1,5 miliardi di attivi, seguita da Geely (1,4 miliardi), Leapmotor (oltre mezzo miliardo di attivo con appena 57.000 auto immatricolate) e Xiaopeng (250 milioni). Le multe le pagheranno i singoli costruttori, ma Dataforce ha anche stilato una classifica per Paese. La distribuzione geografica delle multe. Ne viene fuori che l’Italia primeggia: a fine aprile, infatti, eravamo in negativo di 3,8 miliardi di euro, avendo raggiunto un livello di emissioni medie di CO2 di 111,8 g/km (18,2 in più della media prevista di 93,6). Poi c’è la Germania con 2,8 miliardi di sanzioni e un livello medio di emissioni di 101,7 g/km.
Al contrario, i Paesi del Nord Europa dominano la classifica dei crediti, anche perché sono da tempo orientati verso l’elettrico e hanno caratteristiche geografiche e di densità di popolazione ben diverse.
Insomma, tutto abbastanza scontato, anche il fatto che il masochismo europeo non conosca limiti e che Bruxelles stia perseverando, come evidenzia Dataforce «nel trasferimento di miliardi di valore dalla sua industria dell’auto a quella di operatori extra-europei, in particolare Tesla e i gruppi cinesi più avanzati nell’elettrificazione».
A Perugia magistrati e rappresentanti locali dell’avvocatura provano a siglare la pace dopo che, sulla Verità, l’ex pm Alessandro Cannevale, oggi legale, ha denunciato la realizzazione di decine di intercettazioni illegittime (durate, come vedremo, oltre 30 ore complessive) dentro al carcere di Capanne.
L’ex procuratore di Spoleto assiste la collega Daniela Paccoi, indagata in un’inchiesta per droga insieme con un suo cliente ristretto in carcere. Ma le captazioni non hanno riguardato solo i colloqui tra i due nella casa circondariale (in questo caso le intercettazioni erano autorizzate dal gip), ma hanno registrato circa 70 conversazioni tra avvocati e detenuti non coinvolti nel procedimento. Uno scandalo che ha convinto l’Unione delle Camere penali italiane a indire uno sciopero di cinque giorni e una manifestazione nazionale proprio nel capoluogo umbro, prevista per l’11 giugno.
In un comunicato congiunto, il procuratore generale di Perugia, Sergio Sottani, e i presidenti delle sezioni locali dell’Ordine degli avvocati e dell’associazione dei penalisti, rispettivamente Carlo Orlando e Luca Gentili, hanno «assicurato la massima attenzione sui fatti emersi di recente, i quali risultano tuttora in fase di verifica, anche da parte degli organi istituzionali competenti, tempestivamente interessati dallo stesso procuratore generale». Sottani e gli avvocati hanno concordato sul fatto che «eventuali responsabilità saranno accertate nelle sedi proprie» e, seppur senza nominarlo espressamente, hanno criticato la scelta di Cannevale di denunciare sul nostro giornale la vicenda: «Il clamore mediatico, come in ogni caso, non giova a un sereno e rigoroso accertamento dei fatti», si legge nel comunicato.
L’avvocato, tirato per la toga, non vede, però, controindicazioni nella battaglia che ha lanciato dalle pagine della Verità e non pare condividere la pace «preventiva» stipulata dagli organi di rappresentanza degli avvocati perugini: «Questi ultimi non hanno il potere, diciamo, di “rimettere la mia querela”, né io ho sentito il bisogno di chiedere udienza al pg o di sottrarre la vicenda al dibattito pubblico. Infatti ritengo che i fatti siano già accertati quanto basta. Purtroppo il procuratore generale, nei suoi comunicati, non ha neppure ipotizzato l’adozione di misure idonee a evitare che i decreti d’intercettazione possano portare ad attività non autorizzate nel carcere di Perugia. Il che mi convince sempre più di avere fatto benissimo a rivolgermi alla Verità».
Dalle indagini difensive di Cannevale e delle sue colleghe Silvia Lorusso, Silvia Egidi e Maria Luce Fagiolo stanno emergendo particolari sempre più inquietanti: «Abbiamo calcolato la durata complessiva delle intercettazioni illegittime, perché non autorizzate dal giudice. Sono stati registrati complessivamente 31 ore e 26 minuti di colloqui difensivi effettivi, escludendo i tempi nei quali veniva registrata la sala vuota, prima o dopo il colloquio». Ma il presidente della Camera penale di Perugia, Gentili, in un’intervista a Radio Radicale ha parlato di registrazioni di pochi minuti… «I colloqui intercettati illegittimamente sono, come sa, 70. Le faccio la top five: il più lungo, del 28 novembre 2025, dura 2 ore e 3 minuti, poi ce n’è uno di un’ora e 36 minuti, altri 3 sono andati avanti per più di 50 minuti. Poi ce ne sono sopra i 40, sopra i 30 e sopra i 20. Può controllare se ho fatto bene i conti dal verbale di attività compiute dalle colleghe Silvia Lorusso e Maria Luce Fagiolo. Un’altra cosa curiosa è che a volte tutte e quattro le sale colloqui del carcere di Capanne venivano intercettate contemporaneamente, come se l’avvocato Paccoi e il suo cliente G.C. (detenuto e coindagato nell’inchiesta per droga, ndr) avessero il dono dell’ubiquità».
Per Cannevale l’intricata vicenda non può essere risolta in un incontro istituzionale: «Il problema non riguarda solo il procuratore generale, né, con tutto il rispetto per i colleghi, la Camera penale e il Consiglio dell’Ordine. Intanto perché nel carcere di Capanne arrivano detenuti di tutta Italia, difesi da avvocati di tutta Italia. E, poi, perché il procuratore generale è titolare del potere-dovere di vigilanza sui magistrati del distretto, ma qui che i pm siano stati più o meno disattenti, o se e in che modo abbiano o meno preso cognizione di dati illegittimamente acquisiti, è solo uno dei problemi».
Cannevale elenca alcuni dei punti oscuri che non trovano risposta nei verbali di inizio e fine delle operazioni: «Quando la polizia giudiziaria ottiene un decreto di intercettazione dei dialoghi che avvengono nelle salette destinate agli avvocati del carcere di Perugia, deve confrontarsi con la direzione o è tutto un fai-da-te? Le quattro sale colloqui hanno microspie allestite in permanenza o sono installate solo quando il giudice autorizza le intercettazioni e subito dopo disinstallate? Come mai l’installazione e la disinstallazione non sono state verbalizzate?». Facciamo notare che Sottani ha assicurato che di queste registrazioni non verrà fatto alcun uso processuale. Cannevale pensa che questa sia un’ovvietà: «Lo sapevo bene fin dall’inizio e, d’altra parte, non mi sembra una grande concessione: cosa volete che se ne facciano, nel processo a carico dell’avvocato Paccoi e del suo assistito, dei colloqui difensivi con persone che col processo non c’entrano nulla?».
Però, per l’avvocato, quelle registrazioni illecite potrebbero essere utilizzate in modo del tutto improprio: «Il problema è: a cosa potrebbero servire in astratto? Se la polizia giudiziaria intercetta senza autorizzazione i colloqui dei detenuti e di chi parla con loro, può farsi banche dati abusive, esercitare pressioni sui detenuti, facendo leva sui dati acquisiti sulla loro famiglia, promuovere ritorsioni contro chi denunci di essere stato picchiato, eccetera eccetera. La distruzione delle registrazioni a babbo morto non serve assolutamente a nulla». Ma Cannevale non vuole gettare la croce addosso alla polizia giudiziaria, di cui dice di «fidarsi ciecamente»: «Qui il problema è che le garanzie costituzionali non possono essere concesse dalla graziosa magnanimità di chi indaga. I diritti umani si chiamano così perché appartengono a tutti gli uomini. L’altro ieri ho sentito un maestro di scuola spiegare a bambini di quinta elementare, al termine di una bella recita sul lavoro minorile, che la democrazia si conquista ogni giorno e che se ne può perdere un pezzettino per volta, nei piccoli fatti di ogni giorno».
Cinque generazioni in azienda, cinque modi diversi di intendere il lavoro. Con un unico imperativo: imparare a costruire ponti fra generazioni, invece di muri. È questo il filo conduttore della prima edizione di Crossings, il nuovo format dedicato alle trasformazioni che accelerano il cambiamento e ridefiniscono mercati e organizzazioni, andato in scena il 28 maggio, presso la sede milanese di Italpress.
Condotto dal giornalista e opinionista televisivo Claudio Brachino, l’incontro ha riunito imprenditori, manager, docenti universitari e professionisti chiamati a confrontarsi sulle nuove sfide delle imprese: il professor Carmine Tripodi, docente di Economia Aziendale presso l’Università della Valle d’Aosta; Isabella Pierantoni, sociologa, futurist e fondatrice di Generation Mover™; lo strategic advisor e già CEO di Roberto Cavalli e Dsquared2, Sergio Azzolari; il General Manager di Borsalino, Mauro Baglietto; e Riccardo Adamo, founder di Aerre Partners e 50yet. Infine, un contributo video di Lello Caldarelli, Founder & CEO di Antony Morato.
Il tema centrale dell’evento è stato il valore strategico del capitale umano multigenerazionale. Un concetto che può sembrare astratto, ma che nella pratica quotidiana delle imprese, in realtà, si traduce in scelte del tutto concrete: chi assumere, come formare, come trattenere i talenti.
Adamo ha messo subito in chiaro la strada più corretta da imboccare: «Il tema non è scegliere fra giovani e senior, quanto piuttosto trovare un dialogo, un ponte perché l'esperienza possa “scivolare” verso le nuove generazioni». Un invito a smontare quella narrazione — diffusa quanto superficiale — che vuole le generazioni in conflitto strutturale. «Non è vero che una generazione sostituisca un'altra. In realtà convivono nella complessità dello stesso contesto».
La Dott.ssa Pierantoni, autrice del libro Il secolo delle generazioni. Scoprire il capitale multigenerazionale e anticipare il futuro, pubblicato da Il Mulino, ha offerto una prospettiva sociologica: oggi, nelle aziende, coesistono cinque generazioni con cinque mentalità diverse sul lavoro. Il vero cambio di paradigma, però, non è soltanto demografico. «È cambiato il valore del tempo», ha osservato. Per le generazioni più giovani, difatti, la vita fuori dal lavoro ha un peso molto maggiore rispetto a quanto valesse per i loro predecessori.
Per anni, oltretutto, si è trascurato un valore fondamentale per le aziende: l'esperienza. Adamo lo ha dichiarato senza mezzi termini: «Per molto tempo abbiamo associato gioventù e startup all'innovazione. Ma oggi le aziende capiscono che l'innovazione deve gestire delle complessità». Da qui il «ritorno dell'esperienza» come cardine di un modello vincente.
Azzolari, che ha guidato brand come Roberto Cavalli e Dsquared2, ha scelto un'immagine efficace: «Il manager esperto ha tante cicatrici, perché ha vissuto tante battaglie e ne è sopravvissuto». Precisando, però, che ciò che conta davvero sono «la sete di conoscenza, la curiosità e la velocità di pensiero». L'età, in sostanza, non è mai il fattore determinante.
Tripodi ha spostato l'attenzione sulle imprese come produttrici di cultura, prima ancora che di profitto. È necessario creare percorsi di formazione chiari, accompagnare i giovani nei diversi aspetti del lavoro e far comprendere loro che entrare in azienda è una responsabilità. «Bisogna spiegare per filo e per segno cosa si aspetta l'azienda dai ragazzi, così da renderli in grado di scegliere consapevolmente se intendono farne parte».
Baglietto ha sintetizzato la questione dal punto di vista manageriale: alla luce della complessità dei mercati, serve «una contaminazione di esperienza e freschezza» per tenere il passo nei processi decisionali.
In un mercato che cambia a velocità supersonica, la capacità di mettersi in discussione e di continuare ad apprendere vale più di qualsiasi dato anagrafico. E in effetti, come sentenzia giustamente Adamo, «il talento non ha età».

