2019-01-16
L'Eni può aiutarci in Libia, ma ci vorrà un accordo politico con Russia e Arabia Saudita
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La sindrome della rana bollita è una metafora, di Noam Chomsky che spiega l’adattamento al disastro quando questo è basato su cambiamenti che arrivano in modo lento e graduale. Se una rana viene immersa in acqua bollente, salta via, ma se viene messa in acqua fredda riscaldata, poi, lentamente, si abitua fino a morire, incapace di percepire il pericolo e reagire.
Il tema è l’adattamento a situazioni negative purché avvengano poco alla volta: la perdita di energia, cioè di potere. La rana si indebolisce col calore crescente, perdendo la capacità di saltare fuori quando la situazione diventa insopportabile. La rana bollita siamo noi, quando accettiamo piccoli peggioramenti quotidiani senza fare una piega: qualcuno che accoltella un altro su un treno urlando che Allah è grande, per esempio, ma era un isolato squilibrato, non bisogna generalizzare. Le aggressioni attribuite ai cosiddetti maranza segnano ogni giorno di ferimenti, rapine stupri e, soprattutto, umiliazioni: una giovanissima donna che subisce uno stupro di gruppo davanti al fidanzato, un quindicenne che torna a casa seminudo dopo essere stato rapinato e pestato, sono segnati per sempre. I maranza esercitano, sulle donne bianche e cristiane, una tecnica precisa di jihad che si chiama taharrush gamea.
I giornali «perbene» ci spiegano che queste cose rappresentano un sintomo preoccupante di un disagio sociale più profondo. Queste persone, i maranza, sono «il prodotto di decenni di marginalizzazione, degrado urbano e inefficienza istituzionale». La soluzione è ovvia: dobbiamo diventare più buoni, più tolleranti, soprattutto più pacifici e più inclusivi.
Un bel gesto di tolleranza e inclusività è stato scegliere il maranza che canta, anzi rappa, tale Ghali, come simbolo dell’Italia. Da anni non guardo la televisione. Non conosco e non ascolto la musica leggera contemporanea che, con poche eccezioni, trovo insopportabile. Non avevo idea di chi fosse Ghali, la persona scelta come artista volto simbolo dell’Italia in un contesto globale, le Olimpiadi invernali. La designazione del personaggio con questo ruolo non è certo un gesto neutro. Per prima cosa ho cercato di farmi una cultura sul valore artistico del tizio, cercando qualche video che ho valorosamente guardato fino alla fine benché trovassi penoso il testo e insopportabile la roba che l’accompagna, non so se nel rap la roba che accompagna le parole si possa chiamare musica.
Mi dicono che c’è gente che lo apprezza. Non metto in dubbio: al mondo c’è di tutto. Testi insulsi sul fastidioso ritmo del rap: non avevamo niente di meglio dal punto di vista artistico? Perché la nazione di Vivaldi, Verdi, Puccini, Rossini e tutti gli altri deve essere rappresentata da questo tizio? Dal punto di vista strettamente musicale, il rap può essere considerato un genere oggettivamente «mediocre», per la sua povertà strutturale rispetto alla complessità musicale tradizionale. La maggior parte dei brani si sviluppa su loop ripetitivi, pochi accordi e una linea ritmica costante: elementi che privilegiano il messaggio anziché l’evoluzione musicale. Se confrontato con generi come il jazz, il rock o la musica classica, emerge una mancanza di dinamiche, modulazioni tonali e variazioni ritmiche. Una noia abissale. Possiamo affermare, quindi, che il rap è divisivo, e che scegliere un rapper per rappresentare tutti, inclusi quelli che trovano il rap fastidiosamente banale e insulso (tra questi la scrivente) è una violenza e un arbitrio.
Poi c’è il secondo punto: la scelta del rapper. A questo punto il dubbio che mi è venuto è che il baldo giovane non sia stato scelto per le sue capacità artistiche, sicuramente non riconosciute come valore universale da tutta la popolazione italiana e forse nemmeno dalla maggioranza. Quindi la sua presenza veicola un qualche messaggio che non può che essere culturale e politico: una precisa opzione ideologica. In questa prospettiva, la scelta non può che essere interpretata come parte di un più ampio processo di ridefinizione identitaria dell’Europa, che alcuni osservatori (tra cui la scrivente) descrivono come una progressiva islamizzazione favorita dall’alleanza, sempre più esplicita, tra ambienti progressisti occidentali e movimenti riconducibili all’islam politico.
In questa narrazione di pace e inclusione, organizzazioni «pacifiche e inclusive» come i Fratelli musulmani, notoriamente specializzati in attività pacifiche e inclusive, vengono indicate come attori che, nel corso degli anni, avrebbero trovato uno spazio pacifico e inclusivo all’interno di associazioni culturali e istituzioni, agendo con pazienti strategie graduali.
Sono nata a Santa Maria Capua Vetere, in passato Capua. Non siamo nemmeno sul mare. Il paese è stato assaltato due volte dai pirati saraceni, hanno ammazzato i vecchi e i bambini e trascinato in catene verso la schiavitù tutti gli altri. Sono innumerevoli, e mai contati, i cristiani massacrati e quelli rapiti sulle nostre coste, punteggiate di torri di avvistamento, che erano l’unica difesa. Abbiamo abbandonato le coste, i porti si sono insabbiati, è arrivata la malaria. Poi abbiamo vinto a Lepanto, un secolo dopo a Vienna e l’Europa è stata salvata.
I saraceni sono diventati più astuti. Hanno usato l’oro non per costruire galee, tanto mai avrebbero potuto battere quelle di Genova e Venezia, o comunque i loro corrispettivi attuali, ma per corrompere i burocrati di Bruxelles, e anche quelli di molte nazioni. Un gran numero di personaggi politici e del clero profondamente corrotti proteggono un’invasione che, per il fatto di essere demilitarizzata, non è meno micidiale. Nell’islam è corretto sposare una bambina, chi critica questo matrimonio sta criticando il profeta Maometto, ma si preferisce dimenticarlo. Predicazioni o prese di posizione di sempre più numerosi imam entrano in conflitto con i valori giuridici e morali occidentali, soprattutto quando riguardano temi estremamente sensibili come l’infanzia e i diritti dei minori.
I cosiddetti maranza che accoltellano, rapinano e stuprano non sono solo delinquenti, ma più o meno consapevoli soldati del jihad che eseguono l’ordine coranico di terrorizzare e umiliare i nemici di Allah. In tale contesto, la rappresentazione simbolica di un artista identificato come musulmano assume un significato inequivocabile. Ghali ha lanciato l’accusa di genocidio a Israele nonostante i crimini atroci di cui il 7 ottobre molti, e non solo i miliziani di Hamas, si sono resi responsabili. Il vittimismo palestinese è la chiave di volta dell’islamizzazione dell’Europa. L’argomento centrale è che presentare al mondo un determinato volto culturale come «biglietto da visita» della nazione, legittima, neanche tanto indirettamente, visioni del mondo incompatibili con l’impianto valoriale della civiltà europea, dando un’aura di normalità e di irreversibilità a un fenomeno di invasione che, per il fatto di essere demilitarizzata, non è meno tragica. La pace, l’inclusione, la rimozione del conflitto sono le nuove armi. Ce l’abbiamo fatta a Poiter, Lepanto e Vienna, possiamo ancora farcela, ma dobbiamo imparare a diventare sporchi, brutti e cattivi. E di corsa. Perché un mediocre rapper fradicio di odio contro Israele deve rappresentarmi? Per inciso: il mondo è pieno di folli, e qualcuno ha fatto veramente l’esperimento della rana bollita. La rana è stata messa nell’acqua fredda e, quando l’acqua è diventata fastidiosamente calda, la rana è saltata via. Come la quasi totalità delle affermazioni di Noam Chomsky la teoria della rana bollita sembra geniale ma è una fesseria. C’è un momento in cui la corda si spezza. C’è un momento in cui la rana riscopre la sua collera. Auguri ai maranza e ai loro protettori
Ormai è diventata per molti una sorta di amica di famiglia da quando tiene udienza a Forum. È, infatti, tra i più popolari giudici della trasmissione di Canale 5. Bisogna dirlo perché è un fatto di costume, ma francamente Annamaria Bernardini De Pace è infinitamente di più di una pur bravissima cultrice del diritto prestata all’infoteitment.
È l’avvocatessa di maggior peso anche nella determinazione dottrinale del diritto di famiglia che lei ha sempre interpretato non come la professione di chi sostiene le ragioni di una parte, ma come la protezione dei più deboli e un grimaldello per affermare i diritti alla dignità. Non ha mai fatto affermazioni di bandiera, ma atti che si traducono in militanza sul fronte della giustizia giusta. E non poteva essere diversamente. Nata a Perugia, è figlia di un notissimo magistrato, Nicola Bernardini De Pace e di un’avvocatessa dal curriculum invidiabile: Isabella Bellisario, peraltro figlia di un alto ufficiale dei carabinieri. Per avere un’idea di come questa protagonista del diritto, inteso come resa di giustizia alla persona, interpreta la sua professione basta dire che ha assistito Raul Bova, il suo ex genero, nella causa di divorzio dalla seconda moglie. Disse a chi le chiese com’era possibile: «Perché Raul è il padre dei miei nipoti ed è una persona buona». Lei offre protagonismo al buonsenso. Senza rinunciare mai alle battaglie di principio.
Avvocato, torniamo sulla famiglia nel bosco. A suo parere, sono giustificati i provvedimenti presi nei loro confronti? E ancora: non sono eccessivamente dilatati i tempi delle perizie rispetto alla necessità di tutela dei diritti dei bambini?
«Io mi fido del tribunale dell’Aquila, essendo il suo presidente uno dei migliori giudici in Italia. Certo, poi non tutto dipende dai tempi del giudice, ma da quello degli altri operatori di diritto e della psicologia, che non hanno certamente solo quel caso da risolvere. Ritengo, comunque sia, che fosse indispensabile tutelare i diritti di quei bambini e di tutti i bambini che non devono mai essere considerati proprietà dei genitori e privi dei diritti costituzionali».
Vorremmo una sua opinione su questa scelta dei giudici di togliere i bambini dalle famiglie che, però, non pare motivata da condizioni oggettive. Nessuno tocca i bambini dei rom, difficilmente si ha notizia di bambini tolti da contesti familiari criminali. Come spiega queste differenze?
«I magistrati e gli assistenti sociali non girano ogni giorno in tutte le famiglie di Italia per vedere cosa succede. Il magistrato si muove quando viene segnalato un caso nel quale uno o più minori si trovano in una situazione di pregiudizio per la loro salute psicofisica. Basterebbe che qualcuno segnalasse al tribunale, con nome, cognome e indirizzo, lo stato di pregiudizio di un figlio di rom o di criminali perché il tribunale fosse obbligato a intervenire. In realtà, non sono stati “sottratti” i bambini ai genitori, ma sono stati condotti i bambini in un luogo ricco di accudimenti che non c’erano in famiglia. Oggi viene rispettato il diritto all’istruzione e il diritto alla società di questi bimbi che i genitori avevano ritenuto di negare loro».
Secondo lei le misure di contrasto al femminicidio divenuto reato specifico con l’ergastolo in automatico sono sufficienti a contrastare il fenomeno?
«Il fenomeno di per sé non sarà mai contrastato, perché la violenza è insita nell’uomo e non tutti gli uomini vengono educati a governarla, così come non a tutti gli uomini si insegna il rispetto verso la donna e verso gli altri in genere. Certo, ritengo che, per contrastare davvero questo fenomeno, per quanto sia possibile, le donne devono imparare anche a sapersi difendere. Trovo che sia troppo ingenuo sperare di incontrare nella propria vita solo uomini rispettosi ed educati, considerato quello che si sente e si legge ogni giorno. E quando si incontrano uomini violenti, la regola è scappare e denunciare, considerando entrambe le soluzioni doveri e non atti di coraggio».
Il professor Luca Ricolfi, che come sa si muove sempre da una lettura statistica della realtà, sostiene che i femminicidi in Italia sono in diminuzione. Non c’è un eccesso di attenzione mediatica? E ancora: è sufficiente individuare nel «patriarcato» l’origine del delitto?
«Che nel 2025 ce ne siano stati 30/40 meno che nel 2024 mi sembra sia vero. Tuttavia, anche un solo femminicidio è insopportabile e devastante. Il patriarcato non c’entra niente in quanto, secondo me, uccidere la propria donna è un gesto rabbioso di violenza di un uomo possessivo e le donne dovrebbero imparare ad allontanarsi dal loro uomo quando passa dalla carezza allo schiaffo o dal sussurro d’amore all’urlata. Comunque sia, il patriarcato è una fissazione delle attiviste femministe che non sanno per che cosa combattere, poiché uomini e donne hanno pari dignità giuridica e, quindi, hanno trovato una parola antica e fuori luogo per aggredire gli uomini in genere».
Non c’è, tra le tante leggi che si fanno, un buco legislativo per la tutela intesa sia come affidamento, ma anche come affermazione dei loro diritti anche patrimoniali, degli orfani di femminicidio?
«Secondo me sì. Io faccio parte di un’associazione internazionale che si chiama Edela che, grazie alla socia Roberta Beolchi, ogni anno raccoglie il tributo di ciascuna di noi e lo devolve a favore degli orfani di femminicidio. Le mamme che subiscono la violenza dei mariti, dicendo che non si separano “per i figli”, dovrebbero imparare tutte che, così pensando, preparano i loro figli a una vita da orfani di un padre criminale e di una madre morta».
Vista dal suo osservatorio «l’istituzione famiglia» in che stato di salute è? Non è il decadimento del valore famiglia una delle cause dell’aumento della violenza minorile?
«Sono assolutamente di questo parere. L’emergenza gioventù nasce proprio dal fatto che i genitori non svolgono responsabilmente il loro ruolo, che è caratterizzato da doveri e non da diritti: mantenere, educare, istruire e formare i figli, accertarsi del loro benessere e seguire le loro ispirazioni morali; invece i genitori di oggi considerano i figli dei follower e fanno cose simpatiche perché vogliono i loro cuoricini. Li abituano a soddisfare i diritti, non li puniscono mai e non insegnano loro le regole. I ragazzi, così, si sentono sparsi nel mondo, senza radici e senza obiettivi».
Si è fatto molto clamore sulla riscrittura del ddl Bongiorno (lo chiamiamo così per semplicità) per i reati di violenza e stupro. Ma davvero l’assenza dell’assenso mina così gravemente la ratio della norma? In diritto penale l’onere della prova è sempre in carico all’accusa, non si rischia di invertire questo «sacro» principio?
«Era talmente sbagliata la norma basata sul consenso libero e attuale che è stata cambiata ed è stato introdotto il concetto di dissenso. La prima versione l’ho criticata fortemente, giacché il presunto colpevole doveva dimostrare che ci fosse il consenso. Ma lei si immagina come sarebbe stata strumentalizzata dalle donne un’ipotesi del genere se solo pensiamo alle mogli che per dispetto, per vendetta o per denaro, dopo mesi di rapporti coniugali, potevano denunciare la violenza dicendo “Io l’ho fatto per dovere coniugale, ma non c’era il mio consenso libero”?».
Un’ulteriore domanda su questi temi; non crede che vi sia un eccesso di normazione sui rapporti interpersonali? Non incide questo anche sulla qualità delle relazioni e sull’affettività?
«Sono assolutamente d’accordo. Lo dico sempre, ma insisto che tutto questo dipenda dalla mancanza di educazione in famiglia e dalla necessità che lo Stato intervenga laddove anche la scuola non è stata messa nelle condizioni di fare il proprio dovere».
Lei è stata severissima sulla strage di Capodanno. Il nostro governo ha fatto una decisa pressione sulla Svizzera perché l’inchiesta proceda. Che ne pensa di chi sostiene che Giorgia Meloni abbia voluto ingerire nell’ordine giudiziario di un altro Paese dando prova di non apprezzare il limite tra poteri?
«Secondo me la Meloni ha fatto benissimo. Ha solo dimostrato, come fa sempre del resto, grande empatia nei confronti degli italiani vittime. Le critiche al comportamento della Svizzera non sono certo una fantasia della Meloni, ma provengono da chiunque abbia avuto modo di vedere e verificare il comportamento delle autorità svizzere dal momento della tragedia in poi».
All’interno della magistratura sta nascendo dal basso una fiera opposizione a quel fronte del No che punta a far deragliare la riforma della giustizia promossa dal Governo. La campagna referendaria è entrata nel vivo e c’è chi ha deciso di ribellarsi a messaggi come quello di Rocco Maruotti che, da segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati, è arrivato ad associare gli insensati omicidi commessi dagli agenti dell’Ice a Minneapolis alla nostrana proposta di separazione delle carriere tra toghe requirenti e giudicanti. Ma c’è pure chi, in modo altrettanto infelice, ha denunciato che contro i magistrati si starebbero usando metodi da polizia del G8 di Genova, mentre, a Torino, gli agenti venivano picchiati a sangue.
E così, per provare a contrastare tali bugie, sono ufficialmente scesi in campo 51 «Magistrati per il Sì» con un documento breve, ma tosto che appoggia la riforma e, soprattutto il sorteggio: «Liberi da condizionamenti, ci dissociamo pubblicamente dal merito e dai toni delle posizioni maggioritarie dell’Anm. Dichiariamo la nostra adesione alla riforma. La piena indipendenza della magistratura e dei singoli magistrati, compromessa dalla degenerazione correntizia, è garantita solo dal sorteggio secco dei consiglieri dei Csm», si legge nel testo. L’iniziativa è stata promossa da Carmen Giuffrida, giudice presso il Tribunale per i minorenni di Catania, e tra i firmatari 40 toghe in servizio e 11 in quiescenza.
Ci sono giudici della Cassazione (il presidente di sezione Giacomo Rocchi, e i consiglieri Giuseppe Cricenti e Luciano Varotti), consiglieri togati del Csm (Andrea Mirenda), procuratori di città come Parma e Varese (Alfonso D’Avino e Antonio Gustapane), membri del comitato direttivo centrale della stessa Anm (Natalia Ceccarelli), pm di numerose Procure italiane (Giuseppe Bianco, da tempo attivo sul fronte del Sì, Francesco Bretone, sostituto pg a Bari, Anna Gallucci, Annalisa Imparato, Marco Mansi, Giorgio Milillo, Federico Moleti, Massimo Russo, pm presso il Tribunale dei minorenni di Palermo, e Gennaro Varone). Non mancano i giudici di primo e secondo grado, compreso qualche presidente di sezione: Giuseppe Cioffi, Daniele Colucci, Edoardo D’Ambrosio, Giovanni Genovese, Arminio Salvatore Rabuano, Nicola Saracino, Gianluca Sarandrea, Benedetto Sieff, Maura Stassano, Marco Tamburrino, Anna Maria Torchia e Massimo Vaccari. Tra questi segnaliamo anche Clementina Forleo, consigliere di Corte d’Appello a Roma ed ex coraggiosa gip dell'inchiesta sulle scalate bancarie Unipol-Bnl, e Andrea Paladino, in prima linea durante «Mani pulite» e oggi trasferito a Vercelli. Non mancano gli ex magistrati ordinari passati alla giustizia tributaria come Paolo Itri. Tra i firmatari pure gli ex pm Antimafia e antiterrorismo Antonio Rinaudo e Catello Maresca, autore di diversi libri sulla camorra, oggi distaccato presso la Commissione bicamerale questioni regionali.
Al comitato sono convinti che arriveranno molte altre adesioni e che la maggioranza silenziosa che non si riconosce nella campagna per il No troverà in questo gruppo un valido megafono per far sentire la propria voce.
La sua visita romana ha suscitato un’ondata di polemiche. Tommy Robinson è stupito di questa accoglienza e alla fine dell’intervista scherza: questo colloquio lo dedico ai miei detrattori.
Robinson, il suo incontro con Matteo Salvini ha suscitato polemiche qui in Italia. Il suo estremismo antislamico è eccessivo anche per il ministro leghista?
«Estremismo antislamico? È il tipo di assurdità partigiana e globalista che la stampa tradizionale sforna su di me ogni giorno. I media vogliono dipingermi come una specie di predicatore d’odio, ma la mia non è islamofobia, è voler difendere i nostri confini. Sì, sono anti-islam, e allora? Non odio i musulmani, odio un’ideologia che è diametralmente opposta alla civiltà occidentale e allo Stato di diritto. Salvini non è ambiguo: ha ragione. Non ha paura di dire quello che tutti pensano: che la massa d’immigrati che rifiutano i nostri valori sta distruggendo le nostre società. Non ha paura di difendere il suo popolo. Quindi, chiamatemi estremista, razzista, come volete. Ma non chiamatemi bugiardo».
Eppure, più che per nazionalista, lei attraverso questi concetti non rischia di passare per razzista o, peggio, neonazista?
«I media hanno esaurito argomenti concreti. Certe etichette non significano nulla, perché sono state usate così tanto e senza alcuna giustificazione. Chiamano “neonazista” chiunque difenda i confini britannici, la cultura britannica o le ragazze britanniche, perché non hanno altro in mano. Non possono discutere con i fatti, quindi ricorrono agli insulti. Sia chiaro: non sono un neonazista, ma i media probabilmente lo sanno già, tanto sono faziosi, illusi e ideologicamente intrappolati. Sono troppo a destra per Farage? Farage è politicamente corretto, come la maggior parte degli altri. Se invocare confini sicuri, libertà di parola e protezione dei nostri figli mi rende troppo a destra, chiamatemi pure estremista. Mi chiamino come vogliono: lo indosserò come un distintivo d’onore. Ma io ho passato la vita a combattere contro i veri nazisti: quelli che marciano per le strade, che glorificano Hitler, che prendono di mira le minoranze».
Ha in mente un progetto con Salvini?
«Con Salvini non stiamo costruendo un’alleanza segreta, ma un movimento che dica: “Basta”. Basta con l’agenda globalista, le frontiere aperte, l’indottrinamento woke, la censura. Basta con le bugie, con i media ideologicamente controllati. Ora siamo noi i media. La stampa tradizionale è un dinosauro. Ho incontrato Salvini perché è uno dei pochi che ha capito: la sovranità nazionale non è un crimine ma un diritto. Proteggere i propri confini non è razzismo, è responsabilità. Difendere la propria cultura non è estremismo, è sopravvivenza. E se i media pensano che questo sia controverso, bene. Perché la vera controversia è che continuano a fingere che le migrazioni di massa, la sostituzione culturale e l’erosione della libertà di parola siano progresso. Non lo sono, sono una resa. Quindi avanti, chiamatelo pure progetto o alleanza: io lo chiamerò “lotta per il nostro futuro”, e non la sto combattendo da solo».
Quali sono i suoi rapporti con Farage?
«Non ho rapporto con Farage. Ha detto che non gli importa del ricambio demografico, che non vuole espulsioni di massa e che entro il 2050 l’influenza dei musulmani nel Regno Unito sarà così potente che non potranno essere isolati. La differenza tra me e Nigel è che io non sono politicamente corretto. Io continuerò a dire la verità e a fare il lavoro che la maggior parte dei politici non ha la forza di fare. Sono un ragazzo impenitente della classe operaia di Luton, città che amo con tutto il cuore ma viziata, infiltrata e conquistata dal peggio che l’islam ha da offrire».
Lei è diventato famoso dopo la manifestazione United Kingdom, che ha radunato oltre 150.000 persone. Trump sta fondando il suo mandato sulla lotta all’immigrazione clandestina. Vuole lo stesso?
«Non mi sono prefissato di essere famoso, ma di svelare la verità. E quando almeno 150.000 persone si sono presentate con me il 13 settembre 2025, non ero io il punto, ma loro. Il popolo britannico che è stanco di essere tenuto all’oscuro, messo a tacere, sostituito e venduto. E sì, il mandato di Trump si basa sulla lotta all’immigrazione illegale. Anche il mio. Ma non si tratta solo di immigrazione: si tratta di proteggere la nostra cultura e difendere il nostro futuro. Voglio fare lo stesso nel Regno Unito, non solo con manifestazioni ma con un cambiamento reale e duraturo. Proteggere i nostri confini, non con promesse ma con muri e droni. Porre fine all’abuso delle leggi sull’asilo: niente più migranti economici che manipolano il sistema. Tagliare l’assistenza sociale ai clandestini: niente sussidi, nessuna rete di sicurezza per chi ha infranto la legge per arrivare qui. Questo è “trumpiano”? Bene. Trump non ha solo vinto un’elezione, ha risvegliato un movimento».
Ma il sentimento anti immigrati non rischia di creare un clima avvelenato come sta accadendo proprio in America con l’Ice?
«L’Ice non è una fazione estremista: è un’agenzia federale con il mandato legale di far rispettare le leggi ed espellere chi entra illegalmente in America. Questo non è estremismo, è Stato di diritto. È ciò che fa qualsiasi nazione con confini funzionanti. Trump non ha solo vinto, ha stravinto. Ha conquistato gli Stati indecisi e, sì, ha ottenuto anche il voto popolare. Questo è ciò che si chiama un mandato del popolo. Gli americani hanno guardato alle frontiere aperte e ha detto “basta”. Hanno guardato alla criminalità, alla pressione sui servizi e alla perdita di identità nazionale, e hanno scelto democraticamente di porvi fine».
Lo stesso Trump sembra aver fatto marcia indietro e sospeso i due agenti dell’Ice…
«Vorrei essere chiaro su Minneapolis. Altro che condannare gli agenti paramilitari: stiamo vedendo dei pazzi di estrema sinistra che impediscono fisicamente alle forze dell’ordine di fare il loro lavoro: allontanare stupratori di bambini, assassini e altri criminali violenti che non hanno nulla a che fare con gli Stati Uniti. Questi estremisti “antifa” non sono manifestanti pacifici. È lo stesso copione che hanno usato durante le rivolte del 2020, quando hanno bruciato quartieri e terrorizzato innocenti. Ciò che è particolarmente disgustoso è come questi esponenti della sinistra affermino di “proteggere le comunità” mentre proteggono letteralmente dall’espulsione criminali condannati. A loro non importa della sicurezza pubblica: a loro interessa destabilizzare i nostri Paesi e minare lo Stato di diritto, perché serve alla loro agenda. Quindi no, non condannerò gli agenti federali che cercano di proteggere le loro comunità».
In molti vedono nell’azione politica degli Usa una tendenza imperialista: secondo lei sarebbe giusto un intervento militare in Iran?
«Sono contrario alle guerre eterne. Ho visto cosa hanno fatto ai nostri Paesi, ai nostri soldati e alle nazioni che avremmo “liberato”. Gli interventi in Iraq e Afghanistan sono stati fallimenti catastrofici, nati da illusioni neoconservatrici e condotti con assoluta incompetenza. Ma il punto è questo: l’Iran è diverso. È una teocrazia che tiene in ostaggio la popolazione, che lapida a morte le donne, che impicca gli omosessuali alle gru, che finanzia il terrore in tutta la regione mentre il suo popolo lotta per comprare il pane. L’Iran è diverso. È una società altamente istruita e sofisticata, con una nazione filo-occidentale e laica che ha già dimostrato più volte il suo desiderio di cambiamento. Le proteste a cui abbiamo assistito lo dimostrano: iraniani coraggiosi, soprattutto donne, che si oppongono all’hijab obbligatorio e affrontano la polizia morale. Quello che sta accadendo oggi in Iran non è un complotto istigato dall’estero ma un movimento interno per la libertà. Quindi non credo che l’intervento di Trump in Iran sarebbe sbagliato, a patto che sia fatto in modo intelligente, con obiettivi chiari e a sostegno del popolo iraniano stesso, e non come un esercizio di costruzione di una nazione dall’alto».
Le minacce di un’invasione della Groenlandia sono state un errore?
«È stata una genialità strategica, e il fatto che in Europa non riescano a comprenderlo dimostra che non capiscono come funziona il mondo. Non si trattava di invadere la Groenlandia: è stata una lezione magistrale sull’arte dell’accordo. Trump ha messo un punto fermo. Ha forzato un dibattito che l’élite globalista in Europa e Canada non voleva avere: chi possiede e protegge effettivamente l’Artico? Chi si opporrà a Russia e Cina mentre militarizzano quelle nuove rotte di navigazione e puntano alle vaste risorse lì presenti? La risposta non è certo della Danimarca o dell’Ue, che sarebbero ancora lì a discutere mentre viene issata la bandiera cinese. Ciò che Trump ha fatto con la Groenlandia è stato costringere tutti a svegliarsi. Si trattava di proteggere il futuro dell’Occidente dalle minacce di Mosca e Pechino».
I suoi passati problemi con la giustizia avranno ripercussioni sul suo futuro politico?
«Mi chiede delle ripercussioni come se il mio passato fosse una sorta di responsabilità. Una vera responsabilità è un sistema che dedica più tempo a processarmi che a incarcerare veri criminali. Continuerò a fare quello che ho sempre fatto: spostare la finestra di Overton. Dieci anni fa, se avessi detto le cose che dico ora, sarei stato completamente emarginato. Oggi, milioni di persone le dicono con me. Questo è il vero cambiamento, non la vuota promessa di qualche politico. Quindi no, i miei problemi legali non avranno ripercussioni sul mio futuro politico, perché non sto giocando al loro gioco. Sto giocando la partita lunga: cambiare i cuori e le menti».
È vero che dietro il suo movimento c’è il sostegno di Musk?
«Penso che Elon Musk ci apprezzi abbastanza da apparire in diretta davanti a milioni di persone che ci sostengono. Credo che capisca davvero il virus della mente woke, i suoi pericoli, la minaccia del collasso della civiltà e l’immigrazione illegale incontrollata e senza freni, che avvantaggia solo l’estrema sinistra, che in futuro avrà una classe di schiavi dipendenti e già pronta a votare per loro. Chiedetevi: perché i media non se ne accorgono?».

