2019-01-16
L'Eni può aiutarci in Libia, ma ci vorrà un accordo politico con Russia e Arabia Saudita
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Christine Lagarde non è un’anatra e non è neppure zoppa. Anzi, è una bella signora di charme, che sembra sempre appena uscita da un atelier di Place Vendome, anche se vive tra diagrammi e bilanci. Il problema è che manca poco meno di un anno e mezzo alla scadenza del suo mandato da presidente della Bce e si trova sempre più spesso al centro di voci su possibili dimissioni anticipate per prendere al volo nuovi incarichi e, ora, anche di polemiche sui suoi emolumenti. Non si tratta di andare dietro a proteste demagogiche, ma di un oggettivo problema di credibilità. Che per in banchiere centrale è quasi tutto, visto che da questa dipendono anche la fiducia dei mercati e la solidità della moneta stessa.
L’economista liberal John Kenneth Galbraith diceva che un vero, bravo, banchiere centrale non si può limitare a manovrare i tassi e a tenere sott’occhio l’inflazione, ma deve essere anche «uno storico e un politico». Nel senso che deve conoscere bene la storia dell’economia e dev’essere pragmatico, specie nel guardare il contesto nel quale le sue decisioni si vanno a innestare. Sarà quindi per questa esigenza di profonda interdisciplinarietà che Lady Bce siede anche nel consiglio di amministrazione della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), che non solo fa un po’ da banca delle banche centrali, ma si occupa di cooperazione monetaria e finanziaria internazionale, fornendo anche studi economici. Il problema è che la scorsa settimana il Financial Times ha scoperto che per questo incarico Lagarde ha incassato nel 2025 ben 140.000 euro, che si vanno ad aggiungere ai 600.000 che prende dalla Bce, per un totale di 740.000 eur, che fanno dell’ex ministro francese il funzionario più pagato dell’Unione europea. Il tutto mentre il regolamento della Bce vieterebbe di ricevere stipendi aggiuntivi da terze parti.
Dopo alcuni giorni di imbarazzo, venerdì sera l’ufficio stampa del capo della Bce ha confermato la notizia, fornendo una spiegazione forse ancora più imbarazzante. Lagarde ha preso quei soldi, ma la Bce spiega che quel divieto per i dipendenti non vale per i «vertici esecutivi», che sono soggetti a un diverso codice di condotta. In più, la cifra sarebbe motivata dal fatto che nel board della Bri «si prendono decisioni di grande rilievo», che possono comportare «rischi legali».
Da Francoforte, infine, sottolineano che Madame Lallouette in Lagarde non fa che seguire la tradizione dei suoi predecessori, Mario Draghi e Jean-Claude Trichet, che ricevevano anch’essi un’indennità dalla Bri. Ora, sorvolando sul parallelo con Trichet, la cui gestione disastrosa e miope ha peggiorato la crisi dei subprime, va anche detto che la credibilità di banchiere di Draghi, capace di disinnescare una nuova crisi con tre semplici paroline («Whatever it takes») pur non avendo in mano niente di concreto (la Bce non era e non è prestatore di ultima istanza), è distante alcuni anni luce da quella della Lagarde. Il che spiega anche perché nessuno si sia messo a questionare sugli onorari di Draghi.
In ogni casi va anche ricordato che il governatore della Banca di Francia, che siede nel cda della Bri con la Lagarde e altri 14 banchieri centrali, prende il super-gettone, ma ne gira metà al suo Stato. Mentre il presidente della Federal Reserve e il governatore della Bank of England non incassano alcuna indennità dalla Bri.
Le spiegazioni della Lagarde non hanno fermato le polemiche. Sui forum interni della Bce, i dipendenti sono ancora parecchio attivi nel criticare il doppio standard. La notizia era arrivata al Financial Times proprio dall’interno della Banca e due eurodeputati di sinistra, il tedesco (con passaporto italiano) Fabio De Masi e lo svedese Dick Erickson, avevano scritto alla Lagarde, stanandola. L’ammissione del «fuori busta» ha scatenato nuove critiche, tra cui quelle di Paolo Borchia, capo delegazione della Lega all’Europarlamento, per il quale, «la giustificazione addotta fa risuonare la famosa battuta del Marchese del Grillo». Borchia fa anche notare che «ne va dell’indipendenza del capo dell’Eurotower […] e Lagarde giunge alla fine del suo mediocre mandato, confermando la totale disconnessione e distanza dalle difficoltà quotidiane delle imprese, delle famiglie e dei popoli europei».
Il tema del fine mandato, in effetti, è caldo. Prima di Natale, Lagarde aveva dovuto smentire di esser pronta a dimettersi in anticipo pur di non farsi scappare l’occasione di andare a dirigere il Forum di Davos, travolto dagli scandali del suo fondatore, Klaus Schwab. E la settimana scorsa, sempre la stampa inglese, ha riportato che sarebbe pronta ad andarsene ben prima della prossima primavera al solo scopo di consentire che la scelta del suo successore sia ancora negoziata da Emmanuel Macron. Anche qui, Lagarde ha smentito, a mezzo Wall Street Journal. Ma il problema della credibilità generale resta, a prescindere dal doppio stipendio. È un banchiere centrale, guida un ente che spesso chiede sacrifici ai cittadini europei e, soprattutto, se è debole lei, prima o poi sarà debole anche l’euro.
Nonostante l’imbarazzante frenata dell’Unione europea sulle politiche del Green deal, dopo i disastri economici e geopolitici generati, in Europa c’è ancora una forte spinta ad accelerare verso gli obiettivi Net Zero, cioè emissioni zero al 2050. Ora è la volta della Banca Centrale Europea, che nel numero 1/2026 del suo Bollettino economico pubblica l’articolo «Overcoming structural barriers to the green transition». Il saggio, scritto da Miles Parker e Susana Parraga Rodriguez, descrive le difficoltà tecniche della transizione verde, indicando poi esplicitamente la direzione di marcia delle politiche economiche necessarie per realizzarla. Anche a Francoforte, tra un gossip sull’uscente Christine Lagarde e una riunione sull’euro digitale, si sono accorti che il mercato da solo non è in grado di sostenere una economia a basse emissioni. Dunque, dicono gli autori, servono prezzi dei permessi di emissione più alti, investimenti pubblici su larga scala, sussidi pubblici mirati alla ricerca e sviluppo verde e un pacchetto di riforme strutturali coordinate.La Bce sostiene che il prezzo delle emissioni deve aumentare e deve essere integrato da altri strumenti, perché solo un segnale di prezzo chiaro e crescente è in grado di orientare imprese e famiglie verso tecnologie pulite.Quindi, servono tasse e permessi di emissione più costosi. La Bce riconosce che ciò può generare pressioni sui prezzi nel breve periodo, ma ritiene che sia un costo accettabile per evitare danni climatici futuri e per stimolare l’innovazione. Non rileva, a quanto pare, che i maggiori governi europei stiano orientandosi in maniera opposta.Ancora più significativo il riferimento agli investimenti e ai sussidi mirati, verso i quali gli Stati, a prescindere dagli orientamenti dei singoli governi e dalle priorità politiche di ciascuno, dovrebbero convogliare fondi pubblici per sostenere l’industria green. Quanto alle «politiche strutturali complete», si tratta di alcune delle celebri riforme di cui sentiamo parlare da decenni. Ridurre la burocrazia, eliminare le barriere nei mercati finanziari e nei costi di switching tecnologico, eliminare rigidità regolamentari e costi che ostacolano la riallocazione di capitali e lavoratori verso attività verdi, riforme fiscali «coerenti con la transizione climatica» (qualunque cosa significhi). In sostanza, un insieme di interventi su fiscalità, regolazione, mercato del lavoro e finanza per rendere irreversibile la trasformazione del sistema produttivo. Non stiamo parlando di una posizione della Commissione europea né del Consiglio: è la Bce a scriverlo.Il lungo articolo apparso sul Bollettino della Bce offre una visione in cui la transizione ecologica è una priorità macroeconomica che richiede una ristrutturazione dell’economia europea. In tutto ciò, non si fa menzione di passaggi politici. Eppure, la questione è eminentemente politica. Una istituzione nata con un mandato centrato sulla stabilità dei prezzi entra apertamente sul terreno della politica industriale, fiscale e regolatoria, indicando non solo obiettivi ma strumenti concreti che hanno effetti distributivi e competitivi dirompenti, come la storia ha già dimostrato. La Bce presenta queste misure come necessarie, uscendo dalla mera analisi di scenario e contribuendo invece a orientare scelte politiche.«L’impatto del cambiamento climatico sta diventando sempre più evidente in Europa, sottolineando l’imperativo di raggiungere emissioni nette di carbonio pari a zero» recita l’inizio del saggio in questione. Dichiarazione sorprendentemente fuori contesto della Bce. Non soltanto perché le politiche energetiche stanno tornando alle basi (necessità di energia abbondante e di prezzi bassi, a prescindere dalla fonte) con una precipitosa inversione a U, ma perché «imperativo» è un concetto pre-politico, brandito da un organismo non eletto e non responsabile politicamente per le proprie azioni. Piaccia o meno, quello del Green deal è un obiettivo politico, imbellettato da imperativo morale basato sulla retorica dello scontro generazionale. Siamo alla stridente contraddizione di una Banca centrale sedicente indipendente e liberale che pretende politiche fiscali che orientino il mercato a un fine politico.
Dalla mattina di oggi i Carabinieri del Comando Provinciale di Napoli hanno eseguito una misura cautelare del Tribunale di Napoli, su richiesta della Dda partenopea nei confronti di persone appartenenti al clan Vanella-Grassi, gravemente indiziate di associazione per delinquere di tipo camorristico, rapina, detenzione di sostanze stupefacenti e possesso di armi da fuoco, aggravati da metodo e finalità mafiose. Tra i destinatari della misura anche alcuni appartenenti alla ‘ndrina Nirta-Strangio di Reggio Calabria.
A partire dalle prime ore della mattinata del 24 febbraio 2026, i Carabinieri dei Nucleo Investigativo di Napoli hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di applicazione della misura cautelare della custodia in carcere, emessa dal Gip del Tribunale di Napoli su richiesta della Procura della Repubblica di Napoli – Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di 9 soggetti gravemente indiziati di associazione per delinquere di stampo camorristico, rapina, detenzione di sostanze stupefacenti e possesso di armi da fuoco, aggravati dal metodo mafioso.
Le complesse ed articolate indagini sviluppate tra il 2024 e il 2025 dal Nucleo Investigativo Carabinieri di Napoli e coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Napoli, hanno consentito di accertare e ricostruire le fasi organizzative ed esecutive di una rapina a mano armata nel Comune di Casavatore (Na), nell’aprile 2023, da soggetti interni al sodalizio camorristico chiamato «Vanella Grassi», ai danni di due corrieri calabresi incaricati del trasporto di 20 kg di cocaina, destinata ad un terzo sodalizio camorristico, noto come «Amato-Pagano».
Durante le investigazioni venivano inoltre sentiti alcuni collaboratori di giustizia che consentivano di individuare l’esatta collocazione dell’evento e di accertarne le motivazioni nonché gli effettivi organizzatori e i materiali esecutori dell'atto criminale.
Il provvedimento eseguito è una misura cautelare, disposta in sede di indagini preliminari, avverso cui sono ammessi mezzi di impugnazione, e i destinatari dello stesso sono persone sottoposte alle indagini e quindi presunti innocenti fino a sentenza definitiva.
Milano-Cortina 2026 si è presentata come un’operazione industriale e territoriale «diffusa» più che come un evento concentrato: tre Regioni coinvolte (Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto) su 22.000 chilometri quadrati, con 3.565 atleti, 92 Paesi e 16 discipline olimpiche. Il perimetro dei cantieri è stato altrettanto indicativo: 98 opere complessive, di cui 51 infrastrutture e 47 impianti sportivi.
Numeri che si sono tradotti in buoni risultati commerciali: 55 sponsor e un obiettivo di 500 milioni di euro di ricavi per centrare il break-even, quando un’azienda, cioè, inizia a guadagnare.
La stima di impatto economico complessivo è di circa 5,3 miliardi di euro, con una scomposizione piuttosto chiara: circa 1,1 miliardi di spesa immediata sul territorio, 1,2 miliardi di spesa differita e 3 miliardi legati alle infrastrutture (che, si spera, continueranno ad essere utilizzate anche dopo i giochi). La domanda turistica attesa è stata quantificata in 2,5 milioni di partecipanti/visitatori, permanenza media 3,05 notti e gruppi medi da 2,5 persone, segnali di «vacanza» più che di una semplice presenza giornaliera.
Nel caso di Milano, le elaborazioni Confcommercio hanno stimato un indotto cittadino di 319 milioni di euro con 725.000 spettatori/visitatori e una spesa media pro capite di 440 euro. La saturazione ricettiva, su un raggio di 4,5 chilometri dal centro, è stata vicina all’81% (80,9%) per gli hotel 3-5 stelle (circa 500 strutture) e tra il 65% e il 70% nell’extralberghiero su quasi 18.000 appartamenti; il prezzo medio giornaliero rilevato è 221 euro, non poco, a onor del vero.
Secondo lo studio realizzato da Assolombarda e Milano&Partners, l’impatto complessivo sul capoluogo lombardo stimato è di circa 2,5 miliardi di euro di produzione sul territorio milanese, corrispondenti a 1,045 miliardi di valore aggiunto. Per intenderci, l’effetto complessivo attiva circa 0,4 punti percentuali di Pil nel periodo che va dall’avvio dei lavori a tutto il 2026.
Anche sotto il profilo operativo la macchina organizzativa delle Olimpiadi si è mostrata importante: 2.600 posti letto dedicati tra Villaggio olimpico e sette hotel fra Bormio e Livigno, oltre 120.000 pasti serviti; Fan Village con 260.000 visitatori a Milano, 32.000 a Livigno e 22.000 a Bormio, più 66 spettacoli al braciere dell’Arco della Pace. Sul fronte dell’esposizione sui social network: 7,4 miliardi di menzioni social nella prima settimana per @olympics, +102% di ore di trasmissione attraverso Warner Bros-Discovery rispetto a Pechino 2022 e share Rai del 15,9% (20,3% per gli under 35). In parallelo, i villaggi hanno superato 164.000 pasti complessivi, con un consumo giornaliero indicativo di 365 chili di pasta e 12.000 fette di pizza.
Anche il capitolo paralimpico aggiunge valore economico e soprattutto infrastrutturale: 665 atleti in sei sport, oltre 400.000 spettatori attesi e un valore vicino a 200 milioni di euro. Gli investimenti per accessibilità e inclusione indicati da Banca Ifis ammontano a 471 milioni in Lombardia (416 milioni per treni accessibili, 55 milioni per l’accessibilità della metro di Milano) e 41 milioni in Veneto (22 milioni per turismo inclusivo nelle aree montane, 19 milioni per l’Arena di Verona). Per Milano, l’indotto paralimpico stimato è 31 milioni con poco più di 73.000 spettatori e una spesa media di 424,5 euro.
La sfida ora è capire se la componente se la spesa infrastrutturale da circa 3 miliardi potrà avere un senso anche in futuro e se gli investimenti di accessibilità resteranno capitale produttivo da utilizzare nei prossimi anni.
Certo, per quantificare in modo definitivo l’impatto economico complessivo serviranno ancora i dati dei prossimi mesi. Le prime stime indicano ricadute nell’ordine di 5,3 miliardi di euro, un gettito fiscale aggiuntivo tra 500 e 600 milioni e circa 1,3 milioni di biglietti venduti.
Una santa messa celebrata da don Mattia Ferrari, cappellano di Mediterranea Saving Humans, una preghiera «interreligiosa», unitamente alle dure parole di alcuni vescovi. Così, sulla nave Safira, si sono ricordati i migranti morti in mare per il forte maltempo, mescolando commemorazione ad attacchi contro il governo Meloni.
«Sono sinceramente dispiaciuto di non poter prendere il largo con voi ad accarezzare le martoriate acque del Mare Nostro ancora scosse e scandalizzate dall’ennesima strage - non è una tragedia! - consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche - di ieri e di oggi -, colpevolmente dimentiche dei diritti inalienabili dell’essere umano, in violazione del diritto internazionale e delle convenzioni sul soccorso», ha scritto all’Ong l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice.
Monsignore plaude all’attività di chi porta irregolari in Italia, sbarcandoli sulle nostre coste dove saranno destinati a sottostare a tutte le regole che ogni Paese civile applica nei confronti dei clandestini (l’Italia è tra i meno duri). Lorefice ha definito la commemorazione, ma implicitamente anche l’andare contro le nostre leggi da parte di Mediterranea Saving Humans «un segno forte e prezioso, un richiamo chiaro a sconvolgere il silenzio e a svegliare il sonno degli occhi di noi tutti, narcotizzati da scelte politiche che pianificano l’oblio di quanti continuano ad attraversare il mare in cerca di vita, di libertà, di pace, forti del diritto di ogni uomo e di ogni donna alla mobilità».
Benedetta umanità pro migranti dei vescovi, che è raro sentire quando stranieri aggrediscono, violentano, uccidono ma sono sempre pronti ad accogliere. Poco nelle strutture religiose, molto in centri che gravano sulle finanze delle singole amministrazioni e dove la convivenza con i cittadini è ad alto rischio. Nelle stesse ore, il vescovo di Trapani Pietro Maria Fragnelli recitava in cattedrale una preghiera dedicata alle persone migranti morte e inviava un messaggio a Luca Casarini, cofondatore di Mediterranea Saving Humans. Precisamente, un’accorata preghiera per i giovani migranti «morti innocenti».
Si è alzata pure la voce dei vescovi della Calabria: «Chiediamo che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza considerare chi muore», dichiarano i presuli al di là dello Stretto. L’invito a non restare indifferenti è doveroso, ma servono più onestà, maggiore determinazione nel denunciare un traffico di irregolari che va fermato. Non lo si può assecondare in nome di una falsa umanità. Vescovi che chiedono di accogliere, sempre e comunque, di «aprire corridoi umanitari sicuri per chi fugge da guerre, persecuzioni e miseria», dimenticano i diritti di tanti cristiani che stanno subendo un’immigrazione pericolosa per la loro identità culturale e religiosa.
Lorefice parla di corpi restituiti dal mare che sono «una chiara denuncia di chi per mera propaganda populista rivendica il risultato della riduzione degli sbarchi». E aggiunge: «Abbiamo negato loro il diritto a una vita dignitosa, alla mobilità, alla libertà». Ma è davvero così? L'imperativo della carità cristiana sulle differenze religiose, la generica esaltazione della solidarietà non offrono soluzioni ai problemi di sicurezza di un Paese e alle tensioni sociali provocate da irregolari che dovrebbero entrare per altre vie, legali.
Intanto Francesco Savino, vescovo di Cassano allo Jonio e vicepresidente per l’Italia meridionale della Conferenza episcopale italiana (Cei), il monsignore che su Migranti-Press dichiarava: «Se tornassimo a vedere in ogni volto migrante il riflesso di Cristo, allora sì, quelle radici (evangeliche, ndr) diventerebbero carne, decisione, civiltà», fa scelte di impatto politico. Il prossimo 13 marzo interverrà al congresso di Magistratura democratica, capofila del fronte del No al referendum sulla giustizia. Sostiene che la sua presenza «è una forma di responsabilità civile», però non partecipa a incontri sul Sì.

