2019-01-16
L'Eni può aiutarci in Libia, ma ci vorrà un accordo politico con Russia e Arabia Saudita
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Segnatevi questa data: 25 maggio 2026. La Borsa tocca a 50.220 punti. Nuovo record. Superati i 50.109 punti che l’indice di Piazza Affari registrò nel marzo 2000. Sì, avete letto bene: duemila. Ci sono voluti 26 anni e due mesi per andare oltre quei livelli. E il massimo storico viene raggiunto con un governo di centrodestra, che punta pure al record di durata (a settembre).
Tra fine inverno e inizio primavera del 2000 a Palazzo Chigi c’era il primo premier post comunista: Massimo D’Alema. Ora la prima presidente post missina. Ai mercati piacciono gli estremi? In realtà la politica conta fino a un certo punto in Borsa. Conta se è stabile, certo, ma soprattutto se non rompe le scatole al mercato e agli investitori. Perché in realtà a chi compra titoli piacciono altre cose: gli utili, i dividendi e la liquidità, specie se a costi (tassi) bassi. E a Milano ora è pieno di azioni che pagano belle cedole, con profitti record e buone prospettive. Tipo le banche, ma anche Eni o Enel. E pure le utilities. O Ferrari, per dirne una.
La politica conta e non conta, ma a rileggere certe frasi pre-elezioni Politiche del 2022, quelle che hanno portato Giorgia Meloni a diventare il primo presidente del Consiglio donna, viene da ridere per non piangere. «Se vince la destra sarà a rischio la libertà. Ci sono tentativi di interferenza russa. La destra al governo porterà l’Italia in braccio a Putin e Orbàn», diceva Luigi Di Maio. Lorenzo Guerini (Pd) parlava invece di «rischio default per l’Italia con la destra al governo». Stesso pensiero di Enrico Letta: «La destra al governo ci porterà alla bancarotta». Romano Prodi tremava: con la destra «al governo conti in pericolo». Altra perla, targata Piero Fassino: «Se vince la destra sovranista e populista, l’Italia verrà isolata in Europa e nel mondo». Invece il 25 settembre il centrodestra vince, E da quel giorno l’indice dei principali 40 titoli di Piazza Affari è passato da 21.000 punti circa a 52.200 punti. Un rialzo di quasi il 140%. Senza contare i dividendi pagati dalle società quotate ai loro azionisti, grandi e piccoli. E la «bancarotta»? E il «default»? E «l’isolamento» internazionale? C’è da ridere per non piangere anche perché queste cassandrate finite male erano uscite da esponenti di uno schieramento che la Borsa non l’aveva tirata su. Anzi... Quando arrivò Mario Monti al governo si toccò il minimo storico intorno ai 12.000 punti. Altro che salvatore della patria... e poi con Renzi, Gentiloni, Conte e pure Draghi, non avevamo rivisto i massimi. Si era tornati in zona 20.000, ma i 50.000 sembravano irraggiungibili. Un miraggio. Il Dax di Francoforte invece aveva recuperato e oltrepassato i record già oltre 10 anni fa. E poi Parigi, Londra. Non parliamo di Wall Street. Come mai allora la nostra Borsa ci ha messo una vita per superare se stessa?
Innanzitutto va detto che 26 anni fa la geografia dei titoli più forti era completamente diversa: dominavano i Tmt - tecnologia, media e telecomunicazioni. Telecom e Tim, all’epoca, regnavano con una capitalizzazione complessiva sui 150 miliardi. Vi ricordate l’Opa di Telecom su Seat Pagine Gialle per poi fondere Seat con Tin.it? Dopo crollò tutto, in scia al ko del Nasdaq. Valutazioni troppo alte rispetto agli utili. Solo che da quel falò di migliaia di miliardi in America nacquero i colossi di adesso: Amazon, Apple, Microsoft, per dirle alcuni. Interpreti della vera new economy. Noi, Italia ed Europa, siamo invece rimasti indietro. I big delle tlc tricolori sono state poi spolpate e svendute. Ciò nonostante, governo Berlusconi, Piazza Affari tentò la rimonta verso il record. Purtroppo arrivarono il crac Lehman Brothers e il taroccamento dei conti pubblici greci che dimostrò la pochezza del sistema eurocentrico. Crisi finanziarie che portarono a un decennio di tassi bassi, o negativi, che notoriamente non fanno guadagnare le banche, grandi protagoniste del Ftse Mib. Poi il Covid, la guerra, il mega rialzo dei tassi americani ed europei. Fino al momento Liz Truss, la premier britannica che voleva tagliare le tasse facendo debito impegnando ulteriormente i già deboli conti pubblici del Regno Unito. Durò poco, pochissimo. Fu spazzata via dalle vendite sui titoli di stato della Corona. Era inizio autunno 2022. E Giorgia Meloni capì che non si scherza con i mercati: troppo indebitati, i governi, per sfidarli. Memore anche dei colpi di spread contro il governo Berlusconi. E allora le nuove parole d’ordine: stabilità e serietà sui conti.
Se a questo ci mettiamo che dal settembre 2022 i tassi hanno iniziato a scendere e la recessione, spesso annunciata, in realtà non s’è mai vista, ecco spiegato il rally della Borsa. Durerà? Due le condizioni: liquidità e crescita (anche poca) del Pil. Basta vedere quello che accade in Giappone: il record del 1990 a oltre 40.000 punti è stato riacciuffato solo un paio di anni fa. Ora siamo a 65.000 punti. Occhio però: va bene la liquidità per evitare la recessione, ma prima o poi i debiti si pagano...
Nonostante l’attenzione mediatica tutta negativa delle ultime settimane, Venezia conferma la guida al centrodestra. Vince Simone Venturini al primo turno, un trionfo che si tramuta in un innesto di fiducia che ci voleva dopo il risultato del referendum. Dieci anni da assessore e braccio destro dell’uscente Luigi Brugnaro.
La dimostrazione che i dibattiti nazionali calati sul territorio sui cittadini non hanno alcuna presa. La prima reazione del presidente del Consiglio Giorgia Meloni la raccoglie il senatore e coordinatore in Veneto di Fratelli d’Italia, Raffaele Speranzon, che di fronte al comitato elettorale ai giornalisti mostra un messaggio inviato dal premier: «Sarebbe un miracolo mondiale», con riferimento al passaggio al primo turno del centrodestra a Venezia. Più tardi sui social Meloni scrive: «E anche oggi, il tanto annunciato crollo del centrodestra, lo rimandiamo a domani». Lo scrive a margine degli auguri inviati «ai sindaci eletti in questa tornata amministrativa».
«Per come era stata raccontata la situazione in questa città e le percentuali che erano attribuite ai vari candidati sindaco la possibilità per il centrodestra di vincere al primo turno era esclusa da ogni ipotesi ma noi ci abbiamo creduto» ha spiegato Speranzon, e sulla sinistra: «Non credevamo che fosse così indietro il candidato del centrosinistra... Forse, e non è una battuta, la presenza in città contemporanea o quasi di Conte, Schlein, Bonelli, Fratoianni e Renzi non ha giovato al candidato del centrosinistra».
«Chi sperava in un risultato diverso avrà forse modo di stupirsi, noi invece abbiamo ben chiaro che una sinistra sfascista, ideologizzata e produttrice seriale di fake news non ce la farà mai. Insomma, si portano sfiga da soli», è la stoccata del vicepresidente della Camera dei deputati Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia. «Si infrangono sogni della sinistra» per Giovanni Donzelli deputato di Fdi che poi punzecchia la segretaria dem Elly Schlein: «Prendo atto che la Schlein aveva dichiarato: da Venezia arriverà un messaggio per Giorgia Meloni. Il messaggio è arrivato, andiamo avanti così. Perché mi sembra che il messaggio sia arrivato con chiarezza».
Critico il capo della segreteria nazionale di Azione Osvaldo Napoli: «L’impressione però è che Schlein, Conte e gli altri esponenti del centrosinistra hanno sbagliato a politicizzare il voto di Venezia recandosi sulla laguna in campagna elettorale, con ciò esponendosi al rischio di una sconfitta politica evitabile, indotto dalla vittoria del No al referendum, abbia spinto più del centrodestra per politicizzare il voto amministrativo con ciò esponendosi a una sconfitta del tutto evitabile. La varietà delle alleanze e la presenza massiccia di liste civiche rendono quanto meno temeraria ogni valutazione che volesse proiettare il dato locale sul piano nazionale».
Per Maurizio Gasparri, responsabile nazionale enti locali di Forza Italia, «nel 99% dei casi il centrodestra si è presentato unito. A Venezia c’è stata una buona amministrazione che qualcuno voleva liquidare, pensando che le elezioni si decidessero in base ad altre dinamiche, ma alla fine a scegliere sono sempre gli elettori». Gasparri sostiene che l’errore della sinistra sia stato credere che «dopo la vicenda referendaria si sarebbe figurato uno scenario differente, ma i risultati stanno raccontando altro. Io resto cauto e inviterei anche i miei avversari alla prudenza. Le partite sono tante, i risultati richiedono tempo e spesso c’è la tendenza a leggere tutto in chiave politica nazionale. Prima di proclamarsi vincitori bisogna fare i conti con la realtà».
Sulla difensiva Francesco Boccia, senatore del Partito democratico: «In Veneto non è mai semplice. Non è che diciamo che le elezioni politiche cambieranno corso. Il quadro politico nazionale non cambia». Igor Taruffi, braccio destro di Schlein, commenta così: «Noi continuiamo a ritenere che la partita per le elezioni politiche del prossimo anno sia aperta, lo abbiamo detto dopo le regionali, lo abbiamo detto dopo il referendum, lo continuiamo a dire oggi. Da questo punto di vista non è cambiato nulla. I conti dovremo farli alla fine».
Per Italia Viva commenta Maria Elena Boschi. «Non c’è stata la spallata del centrodestra. Queste amministrative raccontano una realtà molto articolata in cui i risultati dei partiti della maggioranza mostrano numeri ben lontani dai trionfalismi di queste ore».
Giuseppe Conte? Non pervenuto. Parla Paola Taverna, vicepresidente vicario del M5s: «Questa tornata elettorale offre risultati in chiaroscuro: alcuni risultati ci rallegrano altri non ci soddisfano».
A suo modo è stata una presentazione unica. Ieri, nell’Aula del Sinodo, c’erano sei relatori per presentare Magnifica humanitas, la prima enciclica di papa Leone XIV, tra cui il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin e i cardinali Victor Manuel Fernández e Michael Czerny, prefetto del Dicastero per la dottrina della fede e prefetto del Dicastero per lo sviluppo umano integrale.
Con loro le professoresse Anna Rowlands e Leocadie Lushombo, entrambe insegnanti di teologia politica, l’una alla Durham university, nel Regno Unito, e l’altra alla Jesuit school of theology della Santa Clara university, in California. Infine, c’era Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, uno dei colossi dell’IA nella variegata galassia della Silicon Valley che comprende diverse visioni tecno-filosofiche. Ma soprattutto c’era il Papa, che è intervento alla fine e si è rivolto in modo particolare proprio a Olah, ringraziandolo per aver accettato l’invito.
La presenza di Anthropic, e non quella di altri colossi dell’IA, in un certo senso ha rappresentato una scelta precisa da parte della Santa Sede, visto che la corporation che fa capo a Dario e Daniela Amodei è quella entrata in conflitto aperto con l’amministrazione Trump per aver negato l’uso illimitato della sua tecnologia all’esercito. Una posizione diversa da quella di Palantir, di Peter Thiel e Alexander Karp, che invece teorizzano una sorta di «tecno-repubblicanesimo» volto a ricostruire un complesso software-industriale per difendere l’Occidente. La presenza di Olah in Vaticano probabilmente rappresenta il segnale di quella che si potrebbe definire come un’alleanza tattica con quella realtà che non a caso propone una coalizione di democrazie per il controllo della filiera tecnologica, temendo che anche le nazioni libere possano scivolare verso forme di tecno-autoritarismo interno in nome dell’efficienza.
Proprio Olah nel suo intervento ha sollevato alcune domande chiave. «Come possiamo garantire che i benefici dell’Intelligenza artificiale siano condivisi a livello globale?», si è chiesto il cofondatore di Anthropic. Quindi ha richiamato le preoccupazioni dei genitori «per la mente dei loro figli» e ha sollevato il «bisogno di discernimento sulla natura dei modelli di Intelligenza artificiale». Tutti ambiti che l’enciclica affronta in modo diretto e per cui, ha chiuso Olah, «abbiamo bisogno di critici competenti che dicano ai laboratori quando stanno sbagliando».
E il Papa nel suo intervento conclusivo nell’Aula del Sinodo non è certo venuto meno a questo ruolo quando ha ripetuto un termine che compare anche nella sua enciclica: «L’Intelligenza artificiale deve essere disarmata. La parola è forte, lo so, ma scelta deliberatamente perché questo momento ha bisogno di parole che possano attirare l’attenzione, risvegliare le coscienze e indicare la via all’umanità». Il Papa ha anche fatto riferimento a delle conversazioni che lo hanno portato a dedicare la sua prima enciclica all’Intelligenza artificiale: ha ascoltato leader politici e funzionari che cercavano regole giuste, così come genitori e insegnanti profondamente preoccupati per il futuro delle giovani generazioni. «Mi sono giunte anche altre voci molto inquietanti», ha continuato il Papa, «che parlano di sistemi d’arma sempre più autonomi, praticamente al di fuori di qualsiasi controllo umano che ne impedisca un’efficace regolamentazione. Ricevo segnalazioni molto preoccupanti su algoritmi in grado di bloccare l’accesso all’assistenza sanitaria, al lavoro e alla sicurezza, sulla base di dati distorti da pregiudizi e ingiustizie».
Il cardinale Parolin ha sottolineato un’«asimmetria tra potere tecnico e saggezza morale» come la sfida più forte che consegna Magnifica humanitas. Negli interventi dei cardinali Czerny e Fernández, a capo dei dicasteri che sono stati un po’ il cantiere dell’enciclica, è stata evidenziata anche la «profonda continuità con Laudato si’ e Laudate deum» di papa Francesco. Il prefetto dell’ex Sant’Ufficio ha parlato di una «falsa mistica» che sta dietro all’esaltazione ipertecnologica, mentre, come ha scritto il Papa nell’enciclica, «la finitudine, quando è accolta nella verità, non impoverisce l’essere umano ma lo apre al riconoscimento del volto di Dio».
Christine Lagarde entra nel salotto di Fabio Fazio come una maestra severa che arriva in classe col registro e la penna rossa. Solo che la classe, stavolta, è l’Italia. Il messaggio è sempre quello: fare i compiti, rispettare le regole e soprattutto non chiedere soldi. La presidente della Bce, che dovrebbe occuparsi di moneta, inflazione e stabilità dell’euro, finisce invece per trasformarsi nella sacerdotessa dell’Europa immaginaria.
Quella delle brochure patinate di Bruxelles dove tutti sorridono e pedalano sulle biciclette elettriche sotto le bandiere blu stellate. Nel salotto tv Lagarde ha dipinto il continente come una specie di paradiso in costruzione, una Svizzera gigantesca con i carri armati della Nato parcheggiati dietro le aiuole. Il problema è che non parlava una leader politica eletta, ma il capo di un organismo tecnico che dovrebbe limitarsi a governare la moneta. E invece la presidente della Bce ormai interviene su tutto: debito, deficit, industria, geopolitica, energia, difesa, rapporti con la Cina, strategia europea. Manca solo che dia consigli sulle formazioni della Nazionale. La questione più clamorosa è proprio quella italiana. Giorgia Meloni chiede più flessibilità sul Patto di stabilità davanti alla crisi energetica? La Lagarde risponde senza tentennamenti: le regole si rispettano. Sempre. Comunque. Nessuna apertura. Nessuna valutazione politica. Nessuna considerazione sul fatto che famiglie e imprese siano ancora stritolate dal costo dell’energia e da una crescita europea che cammina col deambulatore. Ma decidere se sospendere, ammorbidire o reinterpretare il Patto di stabilità non è un compito della Bce. È una scelta politica che spetta ai governi e alle istituzioni europee. La Banca centrale dovrebbe garantire la stabilità monetaria, non trasformarsi in un ministero del rigore permanente. Purtroppo l’Europa reale assomiglia sempre meno alla favola raccontata da Lagarde. Fuori dagli studi televisivi il continente sembra molto più un condominio litigioso dove ogni inquilino sbatte le porte e urla contro il vicino. Mentre Lagarde magnificava l’unità europea, quattro Paesi pesanti come Francia, Italia, Paesi Bassi e Lituania chiedevano esattamente il contrario della resa commerciale predicata dalla sacerdotessa dell’euro: più protezione contro la Cina, più difese industriali, più dazi. Una smentita al vangelo della Lagarde. «Non ha senso difendere i pannelli solari». Perché ormai il settore sarebbe stato conquistato dalla Cina dice nel salotto di Fazio. Una frase che sembra pronunciata dal comandante del Titanic mentre controlla la temperatura del mare. Se i cinesi si prendono un settore strategico, l’Europa alza bandiera bianca e passa direttamente al prossimo sacrificio industriale. Peccato che non tutti nel continente abbiano voglia di fare gli spettatori mentre Pechino si compra pezzi interi dell’industria europea. Emmanuel Macron chiede misure protettive sul modello americano. Italia, Paesi Bassi e Lituania concordano. Ma Germania e Polonia frenano, perché Berlino continua a guardare alla Cina come un commerciante guarda il cliente migliore: con gli occhi a forma di fatturato. E così il grande sogno europeo torna quello che è sempre stato: una riunione di condominio infinita, con uno che vuole rifare la facciata, un altro che non vuole spendere, un altro ancora che litiga sulle tende del balcone mentre il tetto perde acqua da anni. Altro che Europa compatta. Altro che unità strategica. La verità è che l’Unione si spacca su tutto: energia, industria, difesa, debito, Cina, dazi, rigore fiscale. Ma Lagarde continua a raccontare un continente che esiste soltanto nei rendering della Commissione europea, come quei villaggi turistici mostrati nei cataloghi dove il mare è sempre turchese e nessuno suda mai. Poi però apri la porta e trovi le crepe nei muri, i tubi che perdono e l’ascensore fermo dal 1987.

