2019-01-16
L'Eni può aiutarci in Libia, ma ci vorrà un accordo politico con Russia e Arabia Saudita
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Nell’est della Repubblica Democratica del Congo quasi dieci milioni di persone soffrono la fame. Non perché il cibo sia inesistente, ma perché è diventato irraggiungibile. Le derrate ci sarebbero, ma intere comunità non hanno più la possibilità di acquistarle o trasportarle. È una crisi di accesso, non solo di produzione.
A un anno dalla conquista di Goma, principale centro urbano del Kivu, il movimento ribelle M23 ha tentato di trasformarsi in autorità dominante della regione. Il risultato, secondo testimonianze di commercianti e attivisti, è stato l’allontanamento forzato di agricoltori dalle campagne, il blocco delle merci ai posti di controllo, il deterioramento dei raccolti lasciati marcire e lo stop alle importazioni, salvo quelle provenienti dal Ruanda. Nei mercati restano scaffali vuoti e prezzi fuori controllo. Carne, latte, cereali e ortaggi hanno raggiunto livelli insostenibili. Le Nazioni Unite stimano che entro fine giugno circa tre milioni di persone nell’est del Paese precipiteranno in una fase di emergenza alimentare grave, uno stadio che nei parametri internazionali prelude a un aumento significativo della mortalità. La regione è abituata a instabilità e rincari dopo anni di conflitti, ma l’offensiva dell’M23, sostenuta secondo vari osservatori da Kigali, e la presa di città strategiche come Goma e Bukavu hanno aggravato drasticamente la situazione. Molti abitanti rovistano tra banchi devastati in cerca di avanzi; altri vendono vestiti, elettrodomestici e beni personali per comprare il poco che riescono a trovare.
Nei territori sotto controllo ribelle, i supermercati sono deserti. I campi coltivati restano inaccessibili e i prodotti deperiscono lungo strade sbarrate dai check-point. Investigatori dell’Onu sostengono che il Ruanda abbia rafforzato la propria presenza militare nella zona, combattendo al fianco dell’M23 e contribuendo alla creazione di un’entità autonoma di fatto nel cuore minerario del Paese. Ed è proprio il sottosuolo a spiegare molte delle dinamiche in corso. L’est del Congo è uno dei bacini minerari più ricchi del pianeta. Coltan, oro, stagno, tungsteno e soprattutto cobalto – elemento chiave per batterie, elettronica e transizione energetica – rendono il Kivu un nodo strategico globale. Controllare il territorio significa controllare le miniere, le rotte di esportazione e i flussi finanziari che ne derivano.
Secondo numerosi rapporti internazionali, parte di questi minerali viene esportata attraverso circuiti paralleli che attraversano il confine ruandese prima di raggiungere i mercati internazionali. In questo quadro, la presenza dell’M23 nelle aree estrattive assume una dimensione economica oltre che militare: presidiare le miniere equivale a presidiare una delle filiere più sensibili dell’economia globale. La crisi alimentare si intreccia così con una competizione più ampia per il controllo delle risorse strategiche. Diversi economisti osservano che il Ruanda registra da anni una crescita sostenuta, favorita anche dalla centralità nei traffici minerari regionali. Intanto, la paralisi dell’agricoltura, dei trasporti e dei mercati locali sta trasformando la scarsità in una catastrofe strutturale. Analisti evocano precedenti drammatici, dalla carestia etiope del 1985 al conflitto in corso in Sudan, dove aree un tempo fertili sono diventate epicentri di denutrizione.
«L’M23 sta imponendo una tassazione brutale e un controllo capillare sul commercio alimentare e sulle proprietà», ha dichiarato al Wall Street Journal Richard Moncrieff dell’International Crisis Group. Secondo residenti e operatori economici, l’ingresso di carne e latticini è consentito solo se provenienti dal Ruanda. In alcune zone, anche l’importazione di riso, grano e olio da Paesi confinanti richiede autorizzazioni specifiche.mIl movimento ribelle e il governo ruandese non hanno rilasciato commenti. Kigali respinge le accuse e afferma che la propria presenza militare risponde a esigenze di sicurezza contro milizie hutu rifugiate in Congo dopo il genocidio del 1994.
Nel frattempo, la popolazione continua a pagare il prezzo più alto. Molti negozi hanno chiuso; quelli ancora aperti sono privi di scorte. Nonostante l’annuncio del presidente Donald Trump di un accordo di pace tra Congo e Ruanda lo scorso anno, i combattimenti non si sono fermati. Oltre tre milioni di persone sono state costrette alla fuga negli ultimi dodici mesi. Con la caduta della regione, la banca centrale congolese ha sospeso le operazioni nell’area, interrompendo un flusso fiscale che valeva fino a 900 milioni di dollari annui. Secondo le Nazioni Unite, l’M23 fatica a sostenere le proprie truppe a causa della mancanza di liquidità nelle zone occupate e farebbe affidamento su finanziamenti esterni. In cambio, prodotti ruandesi godrebbero di una posizione dominante nei mercati locali. Il ministro congolese della Comunicazione, Patrick Muyaya, accusa il Ruanda di esercitare una pressione deliberata sulla popolazione limitando aiuti e rifornimenti. «Non è autodifesa», afferma. «È un tentativo di controllo economico tramite un gruppo armato».
Nel distretto di Rutshuru, investigatori Onu riferiscono dell’uccisione di centinaia di agricoltori lo scorso anno e della fuga di circa 70.000 residenti verso l’Uganda. Le terre coltivabili sono state abbandonate o confiscate. Le organizzazioni umanitarie segnalano che l’insicurezza rende quasi impossibile raggiungere le comunità più vulnerabili. L’aeroporto di Goma, un tempo snodo essenziale per gli aiuti, è chiuso. Le Nazioni Unite chiedono con urgenza 350 milioni di dollari per sostenere le operazioni nei prossimi sei mesi, ma finora è stato raccolto meno del 20% dei fondi necessari. Intanto, mentre il sottosuolo del Kivu continua ad alimentare equilibri economici globali, in superficie la popolazione lotta per un pugno di farina.
Il dibattito sulla necessità di rivedere i Trattati europei per cambiare le modalità decisionali delle istituzioni europee, passando dal voto all’unanimità a quello a maggioranza, viene giustificato con l’urgenza di prendere decisioni veloci. Nella recente riunione informale dei capi di governo (non tutti presenti) tenutasi ad Alden Biensen, in Belgio, si è tornati sull’argomento, ribadendo, a partire dal super ospite fisso Mario Draghi, che le difficoltà economiche dell’Europa, stretta tra Usa e Cina, impongono decisioni rapide. L’impressione che lascia questa inconcludente discussione è che l’obiettivo principale del superamento dell’unanimità non sia tanto quello di dare slancio al progetto europeo e di migliorarne l’efficienza, ma quello di escludere alcuni Paesi dal circuito decisionale. Soprattutto quelli non allineati completamente alle linee dettate da Berlino e Parigi e dai cosiddetti volenterosi. Su questo dibattito ingannevole, come dimostrano sondaggi ed elezioni in diversi Paesi, l’opinione pubblica europea non intende sintonizzarsi.
Peraltro, si potrebbero citare diversi esempi di decisioni da prendere per ridestare un po’ di fiducia nella società civile. Il più emblematico è rappresentato dal «sistema della doppia sede» del Parlamento europeo, con la relativa transumanza mensile che ciò comporta: una settimana al mese, dal lunedì al giovedì, un esercito tra le 12 e le 15.000 persone percorre i 450 chilometri di distanza tra Bruxelles (sede operativa) e Strasburgo (sede ufficiale) e ritorno, per celebrare il rito della seduta plenaria. Il bell’edificio della cittadina alsaziana, costato 600 milioni di euro, rimane vuoto per le restanti settimane, per 317 giorni all’anno su 365.
Questo avviene perché nei Trattati fondativi e successive modificazioni è scritto che «12 riunioni plenarie all’anno del Parlamento europeo si tengono nella sede di Strasburgo». Lo pretesero i francesi, e allora (fine anni Cinquanta) la scelta aveva sia un senso sia un valore simbolico: Strasburgo, città di confine, bilingue, dominata a fasi alterne da francesi e tedeschi, simboleggiava perfettamente la volontà di riconciliazione e lo spirito unitario. La scelta venne confermata nel 1965 e definitivamente dal Protocollo n. 6 del trattato di Amsterdam del 1997. Oggi però i costi di questo sistema sono diventati insostenibili: una stima attendibile calcola che le spese di mantenimento dell’edificio, di trasferta e missione di deputati, assistenti, funzionari e personale di servizio ammontino ad almeno 180 milioni di euro all’anno, quasi un miliardo di euro per ogni legislatura. Senza contare la questione ambientale: gli spostamenti di auto, aerei, treni e dei mezzi logistici che trasportano i materiali spargono in atmosfera oltre 19.000 tonnellate di anidride carbonica. L’Ue impone ai Paesi membri regole sempre più stringenti e assurde in materia ambientale ma non fa nulla sulle cose che la riguardano direttamente.
Il Parlamento europeo, nelle annuali discussioni di bilancio, ha sollecitato più volte il Consiglio a operare una scelta in materia, visti i costi iperbolici: ma ogni volta che se ne discute, dovendosi modificare i Trattati, è proprio la Francia che si oppone ponendo il veto. Uno dei Paesi più attivi nel voler superare il voto all’unanimità utilizza a riguardo due pesi e due misure.
È giusto non dimenticare la storia, ma per celebrare la riconciliazione i due Paesi hanno già un simbolo: si tratta del monumento ai caduti di tutte le guerre di Strasburgo. Raffigura una madre che regge tra le braccia due figli morti in guerra, nudi e senza uniformi né insegne: due fratelli morti combattendo uno per i francesi e l’altro per i tedeschi, cosa non infrequente in Alsazia.
Ma oltre alle ragioni di natura storica, ve ne sono sottotraccia altre più meschinamente economiche: la presenza mensile di migliaia di persone, in una città di circa 280.000 abitanti, produce effetti benefici sull’economia e sull’indotto. Ma non è accettabile che il sostegno all’economia di Strasburgo sia a carico dei cittadini europei e italiani. Eppure, l’Unione europea va in direzione opposta. Vista l’impossibilità de facto di superare la doppia sede, si decide paradossalmente di ampliare quella di Strasburgo, prendendo in affitto un nuovo edificio appena costruito. Si chiama Osmose, ed è un immobile realizzato proprio di fronte al palazzo Louise Weiss, che ospita le sessioni plenarie, ottenuto, proposta di contratto alla mano, tramite un leasing di 99 anni, a un costo stimato di circa 2 milioni l’anno, più altri milioni spesi per l’arredo.
Che dire poi della presidente della Bce, Christine Lagarde, che riceve, oltre al suo stipendio, circa 140.000 euro all’anno come membro del consiglio di amministrazione della Banca dei regolamenti internazionali, nonostante la Banca centrale europea vieti i pagamenti da parte di terzi al proprio personale? Alla fine, tra l’una e l’altra cosa, ottiene per sé annualmente una cifra vicina ai 750.000 euro. Quattro volte di più del presidente della Fed. Una vergogna!
L'assessore allo Sviluppo Economico della Regione Lombardia: «Va calmierato il costo energetico che ha un problema interno a livello europeo». Sull'automotive: «L'industria è a rischio perché il quadro normativo europeo non è conforme né con il mercato né con la contingenza economica».
Che l’Unione europea sia in crisi non è una novità, ma ora il marasma assume nuovi risvolti istituzionali. Il Consiglio dell’Ue, infatti, sta per inviare una letteraccia alla presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, e alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, accusando le rispettive istituzioni di allargare illegalmente i poteri del Parlamento. Il Consiglio minaccia anche di ricorrere alla Corte di giustizia.
Il riferimento è alla discussione in corso sulla revisione dell’Accordo quadro del 2010 tra Parlamento e Commissione, la cui approvazione in plenaria è prevista per marzo 2026. Un documento interno al Consiglio Ue (in cui sono rappresentati i governi nazionali), recuperato dalla testata Politico, illustra la posizione del Consiglio rispetto alle discussioni in corso tra Parlamento e Commissione, allegando la bozza della lettera che sarà inviata. Sul tema deciderà oggi il Comitato permanente dei rappresentanti a Bruxelles, il Coreper 2. Nella lettera, il Consiglio ribadisce le proprie riserve sia sull’attuale versione sia su quella riveduta dell’Accordo, ritenendo che alcune disposizioni violino l’equilibrio istituzionale stabilito dai Trattati che regolano il funzionamento dell’Unione.
In particolare, nella lettera, il Consiglio contesta la promessa della Commissione di fare in modo che Parlamento e Consiglio abbiano pari trattamento nel processo legislativo. Il Consiglio non è d’accordo, poiché non esiste un principio generale di «parità di trattamento» nei Trattati istitutivi dell’Ue tra Consiglio e Parlamento. Commissione e Parlamento non possono sovrascrivere i Trattati in un accordo tra loro che riguarda le modalità con cui l’Ue legifera, dice la lettera. Le prerogative sono differenti e il Consiglio ha più poteri del Parlamento, secondo i Trattati. La lettera evidenzia tre problemi, tra gli altri. Il primo è relativo agli accordi internazionali: il Consiglio si oppone alle nuove disposizioni sull’applicazione provvisoria degli accordi (articolo 218 del Tfue) e alla possibile partecipazione del Parlamento alle fasi negoziali, ritenendo che ciò ecceda i diritti di informazione previsti dai Trattati e incida sulle prerogative del Consiglio. Evidentemente il voto del Parlamento che ha rinviato alla Corte di giustizia l’accordo commerciale con i Paesi del Mercosur brucia ancora nelle cancellerie.
Il secondo tema contestato dai governi riguarda l’articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’Ue (Tfue) che consente al Consiglio di adottare misure in situazioni eccezionali (crisi energetiche, emergenze economiche) su proposta della Commissione. Nel testo revisionato dell’Accordo quadro, la Commissione si impegnerebbe a fornire al Parlamento giustificazioni dettagliate e complete per ogni proposta basata sull’articolo 122 e a riferire al Parlamento sull’attuazione degli atti adottati su quella base. Il Consiglio contesta vivacemente questo punto perché i Trattati (articolo 296 del Tfue) già impongono alla Commissione un obbligo generale di motivazione, ma non prevedono un obbligo rafforzato e specifico verso il Parlamento per l’articolo 122. Lo stesso articolo non attribuisce al Parlamento alcun ruolo decisionale. Introdurre, tramite un accordo bilaterale Parlamento-Commissione, obblighi ulteriori di rendicontazione, significherebbe ampliare indirettamente il ruolo del Parlamento in una procedura in cui i Trattati non glielo riconoscono. Questo viola il principio di equilibrio dei poteri disegnato dai Trattati.
Il terzo punto critico riguarda l’iniziativa legislativa, che il Parlamento europeo non ha. Secondo l’articolo 225 del Tfue il Parlamento può chiedere alla Commissione di presentare una proposta legislativa, così come il Consiglio (secondo l’articolo 241 del Tfue). Formalmente, quindi, Parlamento e Consiglio hanno un potere simmetrico di sollecito alla Commissione, ma in entrambi i casi la Commissione non è obbligata a presentare la proposta. Con il nuovo Accordo a due, la Commissione si impegnerebbe a fornire al Parlamento supporto nella fase di costruzione delle iniziative legislative, che poi potrebbero sfociare in richieste secondo l’articolo 225. Se la Commissione aiuta il Parlamento a progettare iniziative legislative, dice però il Consiglio, il Parlamento entra nella fase prelegislativa, avvicinandosi al ruolo di coiniziatore. Ciò non è previsto dai Trattati. Il Consiglio chiede che le sue osservazioni siano prese in considerazione prima del voto finale del Parlamento e avverte che, qualora l’Accordo venga adottato senza modifiche, si riserva di ricorrere alla Corte Ue.
Dunque, l’organo che rappresenta i governi vuole arginare l’espansione dei poteri di Parlamento e Commissione. A Bruxelles ora i governi vogliono contare di più, sulla scorta anche dell’intesa tra Friedrich Merz e Giorgia Meloni su un accresciuto ruolo di guida degli Stati rispetto alle istituzioni comunitarie. Lo scontro cioè non è semplicemente legale, ma politico. I governi ora sono meno disposti a delegare scelte che poi hanno un impatto sui cittadini che li hanno votati. In definitiva, il cuore della discussione riguarda la mancanza di una reale legittimazione democratica dell’Unione europea.

