2019-01-16
L'Eni può aiutarci in Libia, ma ci vorrà un accordo politico con Russia e Arabia Saudita
www.laverita.info
Dieci anni dopo il capolavoro di Claudio Ranieri e lo storico trionfo in Premier League, la squadra simbolo del calcio romantico sprofonda in terza serie tra difficoltà economiche e risultati deludenti.
Torna a casa Leicester. La bella «Cenerentola» inglese è stata rispedita nei bassifondi del calcio professionistico, la periferia grigia dopo la ribalta: dieci anni fa entrò nella storia (e nei cuori della gente) conquistando una storica Premier League sulle spalle dei giganti, i club più ricchi e titolati; martedì, invece, è retrocessa in League One, l’equivalente della nostra Serie C. Una favola diventata incubo con due salti all’indietro consecutivi.
Decisivo l’inutile pareggio casalingo contro l’Hull City in uno stadio mezzo vuoto, ma la vera condanna sono stati i 6 punti di penalizzazione per aver sforato i limiti di spesa affossando il bilancio. Facile punire le «piccole» che provano a darsi un tono, vien da dire, perché quando sgarrano le «big» volano al massimo ammonizioni: il Manchester City degli sceicchi, per esempio, nel 2023 è stato accusato di oltre 100 violazioni finanziarie ma ad oggi non c’è ancora un verdetto.
Se siamo emotivamente coinvolti nella caduta delle Foxes (nella contea del Leicestershire andava di moda la caccia alla volpe) è perché nel 2016 avevano restituito un po’ di romanticismo al mondo del pallone, dove vincono quasi sempre le corazzate e dove gli outsider guardano solo alla salvezza. Un disco rotto. Basti pensare che i bookmaker, all’inizio di quell’epica stagione, quotavano il Leicester campione d’Inghilterra 5.000 a 1: un falegname tifoso in preda all’alcol scommise 5 sterline e ne incassò 20.000. La scalata al trono favorì anche un turismo calcistico voglioso di respirare quella rivoluzione, per non parlare dei fan club stranieri messi in piedi nottetempo a diverse latitudini. Una sorta di Chievo Verona che ce l’ha fatta, sebbene la proprietà thailandese del Leicester (King Power) sia un colosso del duty free che gestisce negozi negli aeroporti.
Ne siamo coinvolti, poi, perché quel Leicester era guidato da Claudio Ranieri, che da buon italiano «allenò» i calciatori pure in pizzeria. Team building, direbbero i capi delle Risorse umane. «Subivamo troppi gol, allora, prima di una gara contro il Crystal Palace, ho detto ai ragazzi che se non ne avessero presi avrei offerto la pizza», ha svelato il tecnico romano a chi lo interrogava sul segreto della squadra. Risultato? 1 a 0 per le Foxes e calciatori... in cucina. Altro che escort e champagne. «Voi dovete sempre lavorare duramente, per tutto, e lavorerete anche per la pizza, ognuno farà la sua», il messaggio di sir Claudio agli anti eroi, che da quel momento alzarono in campo un muro invalicabile. E per la grande festa allo stadio ecco il tenore Andrea Bocelli: Nessun dorma, il sogno è realtà.
Già, gli anti eroi, from zero to hero. Una favola nella favola. Il simbolo nonché trascinatore della squadra, fino alla scorsa stagione, è stato Jamie Vardy, un trangugiatore di Red Bull approdato al calcio professionistico a 25 anni e che prima campava soprattutto con il lavoro da metalmeccanico: 200 gol in 500 presenze con il Leicester, quindi beniamino indiscusso della working class e oggi, alla soglia dei 40 anni, leggenda sportiva «adottata» dalla Cremonese. Indimenticabile anche il «motore» di quel Leicester, il francese N’Golo Kanté, infaticabile corridore (tascabile) ammirato anche per la presunta allergia alle auto di lusso. Forever umile, ma poi ha ceduto alle sirene arabe. Ranieri lo adorava: «Si alzava di primo mattino, andava a farsi la sua corsetta di 4 chilometri, poi arrivava al centro sportivo e ricominciava tutto da capo», confessò l’allenatore, «gli ho sempre detto di riposarsi, di non sprecare energie, ma lui mi rispondeva: ‘Mister, io a Boulogne venivo denigrato da tutti. Mi hanno sempre detto che non ero fatto per giocare a calcio. Oggi mi alleno praticamente sempre per dimostrare che non ci vuole solo talento, ma anche tanta forza di volontà e passione’». In mediana gli faceva compagnia Danny Drinkwater, uno che dopo il ritiro si è messo a sgobbare nei cantieri inglesi: muratore. A ricamare il gioco, il mancino algerino di Riyad Mahrez.
Non è stata una meteora, il Leicester. Dopo il clamoroso trionfo in Premier ha ben figurato pure in Champions League (alla sua prima e unica partecipazione) raggiungendo i quarti di finale. Eppure, siccome in campionato i risultati erano tornati «normali», Ranieri fu esonerato. L’altro anno magico, per la città che conta circa 370.000 abitanti, è stato il 2021, salutato con due prestigiosi trofei in bacheca: FA Cup e Community Shield. Nel 2023 il primo scivolone verso il purgatorio della Serie B, subito abbandonato grazie a mister Enzo Maresca: italians do it better. Emozioni ma anche una tragedia: la morte del presidente thailandese Vichai Srivaddhanaprabha, il 27 ottobre 2018, precipitato a bordo dell’aereo appena decollato dal King Power Stadium. Gli è subentrato il figlio, Aiyawatt, che dopo la retrocessione ha rivolto un messaggio ai tifosi: «Abbiamo vissuto momenti di grande gioia e ora di profonda tristezza, lavoreremo per ricostruire, migliorare e ripristinare gli standard che ci si aspetta dal Leicester. Il nostro obiettivo è reagire con forza e riportare questo club ai vertici». Sullo sfondo resta un centro sportivo ultra moderno costato 100 milioni, un vero lusso per una Cenerentola tornata sulla terra.
Relegato alla sezione «immondizia vetusta» dal Concilio Vaticano II. Reintrodotto da Benedetto XVI, pesantemente limitato da Francesco. E ora con Leone XIV si parla di inserirlo nuovamente tra le principali forme di celebrazione eucaristica. Il Vetus Ordo – o Messa Tridentina – è uno dei fili conduttori degli ultimi papati, un tema che divide profondamente conservatori e progressisti all’interno della Santa Sede. Le ragioni di un simile scontro non si esauriscono nella politica ecclesiastica del presente: per coglierle fino in fondo bisogna risalire alle origini stesse di questa liturgia, alla sua storia lunga e stratificata.
Il Vetus Ordo, innanzitutto, è l’antica liturgia che si riannoda fondamentalmente alla tradizione della Chiesa romana, tanto che le sue origini ancestrali risalgono addirittura al III secolo. La versione più «moderna» deriva invece dal Messale del 1570, promulgato da papa Pio V con la bolla Quo primum tempore a seguito del Concilio di Trento, con l’obiettivo di unire le millenarie – diversificate – forme romane. Ha come tratti distintivi la lingua latina, la posizione ad orientem del sacerdote e dei fedeli verso l’altare, la comunione ricevuta in ginocchio e sulla lingua, il canto gregoriano e un profondo senso del sacro. Rimase la versione ufficiale fino al 1962 quando, sotto il magistero di Giovanni XXIII, avvenne il primo cambiamento. Il Pontefice abolì infatti l’obbligo dei sacerdoti di accedere all’altare con la testa coperta dalla berretta clericale.
Ma la vera rivoluzione fu nel 1969, sulla scia del Concilio Vaticano II. Vennero eliminate diverse preghiere e introdotte altre nuove. Lo stesso avvenne per molti inchini e gesti cerimoniali. Per la celebrazione liturgica, il latino fu sostituito dalla lingua volgare. Paolo VI (al secolo Giovanni Montini) scelse inoltre di cambiare le formule dell’Offertorio, distaccandosi radicalmente sia dalla formula del 1962 sia – a maggior ragione – da quella precedente. Si andò ben oltre le disposizioni conciliari, le quali ambivano a semplificare i riti, inserire un numero maggiore di passi biblici e privilegiare la lingua volgare, concedendo tuttavia al latino «una parte più ampia, specialmente nelle letture e nelle ammonizioni, in alcune preghiere e canti». No, il Messale dell’allora pontefice andò ben oltre, sollevando pareri contrastanti nel mondo cattolico. Una specie di scisma silenzioso fra conservatori e progressisti, conciliari e preconciliari. Una frattura che si è protratta nei decenni successivi.
Cercando di venire incontro alle esigenze di chi si sentiva più vicino al Vetus Ordo, Giovanni Paolo II pubblicò due documenti «riappacificatori»: la lettera del 1984 Quattuor abhinc annos della Congregazione per il Culto Divino e il motu proprio del 1988 Ecclesia dei adflicta. In sintesi, il Papa chiedeva ai vescovi diocesani che fosse «ovunque rispettato l’animo di tutti coloro che si sentono legati alla tradizione liturgica latina, mediante un’ampia e generosa applicazione delle direttive, già da tempo emanate dalla Sede Apostolica, per l’uso del Messale Romano secondo l’edizione tipica del 1962».
Un’altra riforma in favore del rituale antico arrivò il 7 luglio 2007 da Benedetto XVI, papa di stampo fortemente conservatore. La sua lettera apostolica Summorum Pontificum sanciva di fatto che tutti i sacerdoti potessero celebrare la messa con la versione del 1962, dato che giuridicamente non era mai stata soppressa. Un riavvicinamento alla tradizione che si percepisce intensamente dallo scopo del motu proprio: «Questo sguardo al passato oggi ci impone un obbligo: fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile restare in quest’unità o ritrovarla nuovamente».
Con l’avvento di Jorge Mario Bergoglio, però, il Vaticano ritornò sui propri passi e assunse un orientamento progressista accordato all’interpretazione montiniana del Concilio Vaticano II. In quest’ottica, Papa Francesco scrisse nel 2021 la lettera apostolica Traditionis Custodes, imponendo rigidissime limitazioni al Vetus Ordo e abrogando le precedenti aperture di Wojtyla e Ratzinger. Una scelta drastica che provocò la chiusura di diverse parrocchie legate al rito antico, in particolare nel mondo americano. Bergoglio si giustificò parlando di restrizioni necessarie per l’unità della Chiesa: alcuni membri del clero legati alla Messa Tridentina sarebbero stati contrari al Concilio. Già nel 2017, invece, Francesco aveva definito la riforma «irreversibile». Nessun ritorno al passato, ma un taglio netto a una tradizione secolare.
Arriviamo dunque ai nostri giorni. Archiviato Bergoglio, la Chiesa ha un nuovo pontefice, Leone XIV. Pacato, equilibrato, lontano anni luce dalla linea politica e spirituale del predecessore. Si è tornati quindi a parlare di una riapertura al Vetus Ordo. Il Papa, in effetti, ha alimentato queste voci con una dichiarazione dello scorso marzo ai vescovi francesi, invitandoli a una «generosa inclusione» proprio dei fedeli legati all’antica celebrazione liturgica. L’obiettivo sarebbe quello di sanare definitivamente le tensioni interne derivanti dalla Traditionis Custodes.
C’è un episodio singolare che dà seguito a questa ipotesi. Alla benedizione pasquale Urbi et Orbi, Leone XIV ha accanto a sé due cardinali. Il primo è Dominique Mamberti, che si trova lì esclusivamente per prassi. Il secondo, al contrario, è una scelta del tutto personale del Pontefice. Non ricopre un ruolo istituzionale, ma è una vera e propria istituzione. Si tratta di Ernest Simoni, che il 7 aprile 2026 ha celebrato il 70° anniversario della sua ordinazione sacerdotale. Una vita straordinaria vissuta da martire, vessato per decenni dal regime comunista albanese.
Oggi, nonostante l’età, è ancora molto attivo. Abita a Firenze e celebra la Messa con il rito antico, spesso e volentieri indossando i paramenti tradizionali risalenti all’epoca antecedente al Concilio Vaticano II. Una presenza molto significativa al fianco di Leone, che riporta a quel Vetus Ordo tanto discusso negli ultimi decenni e che continuerà a essere protagonista anche durante questo magistero.
Domani si svolgerà l’assemblea ordinaria dei soci dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana Treccani e c’è il «rischio» che Domenico Arcuri possa essere confermato per altri tre anni come consigliere «cooptato», cioè scelto ma che non rappresenta direttamente gli interessi dei soci dell’ente di diritto privato, istituzione culturale.
L’ex amministratore delegato di Invitalia, più conosciuto al grande pubblico come il commissario straordinario all’emergenza Covid scelto dal governo Conte nel marzo 2020 e rimosso dall’incarico un anno dopo per volontà di Mario Draghi, è infatti da aprile 2023 tra i consiglieri «su scelta» del prestigioso istituto fondato nel 1925 da Giuseppe Treccani degli Alfieri e Giovanni Gentile, e che ha avuto presidenti come Guglielmo Marconi, Luigi Einaudi, Gaetano De Sanctis, Rita Levi Montalcini. Arcuri ne è anche vice presidente.
Iscritta come società privata nel 1933, la Treccani oggi conta 28 azionisti quali l’Istituto poligrafico e Zecca di Stato, Bnl, Banca d’Italia, Mps, Unicredit, Intesa San Paolo, Assicurazioni Generali, Leonardo, Telecom, Snam, Ferrovie, Rai. Aziende che ritengono prestigiosa la loro presenza nell’istituto, non certo per interessi economici, e che hanno un proprio consigliere nel cda.
Arcuri non rappresenta alcuna azienda, o meglio dal 2015 al 2022 era consigliere di Invitalia ma poi al suo posto entrò Bernardo Mattarella, nuovo ad dell’azienda di Stato per gli investimenti e le riqualificazioni controllata dal ministero dell’Economia. Arcuri non si dimise da Treccani e ad aprile 2023 rimase nel board a fianco dei 28 consiglieri, in quanto persona considerata gradita e utile.
Al pari dell’altro cooptato, Salvatore Nastasi, ex segretario generale del ministero dei Beni culturali quando a capo del dicastero c’era Dario Franceschini (Pd), e attuale presidente di Siae, la Società italiana degli autori ed editori. Entrambi personaggi graditi a sinistra. Arcuri, «l’uomo di Massimo D’Alema posto dall’allora presidente del Consiglio a capo dell’organizzazione d’emergenza», come ha ricordato il direttore Maurizio Belpietro, rimase come consigliere cooptato su proposta dell’ex presidente di Treccani Franco Gallo e, a quanto si mormora, su insistenza di Saverio Garofani, consigliere del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Se invece viene tagliato fuori, come diversi soci vorrebbero ma non l’ottantenne attuale presidente dell’istituto, Carlo Ossola, dovrebbe decadere anche la sua posizione di presidente di Treccani Reti grazie alla quale lo scorso anno si è portato a casa 150.000 euro, più 90.000 euro di premialità come lui stesso ha confermato in consiglio senza mettere a verbale la dichiarazione; più altri 25.000 euro in qualità di rappresentante di Treccani nel cda di Digit’Ed, la piattaforma per la formazione digitale.
Reti, di proprietà dell’Istituto dell’enciclopedia e di Treccani scuola, ha l’esclusiva della commercializzazione delle opere, dai libri agli audiovisivi. I soci, infatti, si troverebbero a sfiduciarlo: è improprio un esterno sulla poltrona di una controllata. Consiglieri cooptati, inoltre, sarebbero un costo che l’ente d’interesse nazionale non dovrebbe permettersi.
La stessa Corte dei Conti raccomandava «di adottare iniziative di risanamento […] e di contenere i costi operativi». Non dimentichiamo che una legge del 30 dicembre 2023 ha riconosciuto a Treccani un contributo annuo di 5 milioni di euro per sostenerne la missione pubblica.
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli è contento dei compensi elargiti all’ex commissario straordinario fedelissimo di Giuseppe Conte?
C’è dell’altro. Per rispettare il divieto di pantouflage, misura introdotta dalla cosiddetta legge Severino, l’ex ad di Invitalia non avrebbe potuto avere un incarico retribuito da Treccani. La norma prevede infatti un periodo di «raffreddamento» di tre anni dopo la cessazione del rapporto di lavoro con la pubblica amministrazione, per impedire che un dipendente pubblico possa sfruttare la propria posizione per ottenere un lavoro presso un’impresa o un soggetto privato «verso cui ha esercitato poteri autoritativi o negoziali».
Nel 2015, quando Invitalia entrò in Treccani e Arcuri nel cda, Repubblica scrisse: «Invitalia, sotto la guida dell’amministratore delegato Domenico Arcuri, inietterà risorse nelle casse dell’enciclopedia Treccani per 3,44 milioni portando così il capitale complessivo da 41,25 a 44,49 milioni. L’operazione, si legge nel verbale dell’assemblea straordinaria del 29 aprile che l’ha varata, ha l’obiettivo di sfruttare la “specifica competenza tecnica e relazionale” di Invitalia “nel settore dell’innovazione tecnologica e multimediale”, nel quale la Treccani “ha intenzione e interesse di sviluppare la propria attività istituzionale, per meglio radicare e diffondere i propri contenuti anche sul mercato non cartaceo”».
Passato indenne attraverso lo scandalo degli appalti mascherine Covid, Arcuri si è reinventato un ben remunerato posto in Treccani. Dove verrebbe sovente a trovarlo l’amico di sempre, cioè Giuseppe Conte, che non ha mai accettato di essere audito in Commissione parlamentare d’inchiesta. Condividerebbero addirittura lo stesso ufficio, oltre che le medesime aspirazioni su Palazzo Chigi.
Dopo le proteste ufficiose sono arrivate anche quelle ufficiali: il caso della Biennale di Venezia e del Padiglione Russia - quella stessa Russia che nel 2025 è stata per l’Europa il secondo fornitore di gas naturale liquefatto dopo gli Stati Uniti nonostante le sanzioni - è approdato anche al Consiglio dell’Unione europea. «Mentre la Russia bombarda musei, distrugge chiese e cerca di cancellare la cultura ucraina, non dovrebbe esserle permesso di esporre le proprie opere», ha dichiarato l’Alto rappresentante dell’Unione europea Kaja Kallas, «il ritorno della Russia è moralmente sbagliato e l’Ue intende tagliare i finanziamenti».
E alla Finlandia, che lunedì ha annunciato pomposamente una «presenza distanziata» alla 61esima Esposizione internazionale d’arte di Venezia per protesta contro la «legittimazione di regime», ieri si è aggiunta anche la Lettonia, che ha chiesto di «vietare» a Mosca di partecipare alla manifestazione lagunare: «La Russia uccide civili ucraini ogni giorno e sta di fatto distruggendo il patrimonio culturale europeo», ha affermato Artjoms Ursulskis, segretario del ministero degli Esteri lettone, a margine del Consiglio Ue a Lussemburgo, «pertanto, crediamo che sia necessaria un’azione collettiva e chiederemo ai nostri amici di sostenerci». Riga, insieme ad altri venti Paesi e all’Ucraina, ha già invitato gli organizzatori a riconsiderare la partecipazione sovietica alla Biennale perché consentirla, si legge nella nota, «rischierebbe di normalizzare l’aggressione a Kiev e di indebolire la pressione su Mosca».
A quale pressione si riferiscano i lettoni, non è ancora chiaro: l’Ue, in vista del quarto anniversario dello scoppio della guerra in Ucraina, ha presentato il 20esimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, che però ancora l’anno scorso ha continuato a rifornire l’Europa con un volume di 15 milioni di tonnellate di Gnl, una quota pari al 16 per cento del fabbisogno europeo.
La trascurabile ritorsione contro la presenza russa a Venezia, annunciata con sussiego dalla piccola nazione baltica, appare dunque come una guerra ad armi spuntate. Anche perché nei giorni in cui l’Esposizione internazionale d’arte sarà aperta al pubblico, il padiglione russo resterà tecnicamente chiuso: sarà infatti proiettata una video-installazione della performance degli artisti invitati a partecipare, che si esibiranno a Venezia solo dal 4 all’8 maggio, durante le giornate di pre-opening. «Sarà possibile vedere il video anche senza entrare nel padiglione», ha spiegato nei giorni scorsi l’ex ministro della Cultura russo Mikhail Shvydkoj, «che rimarrà chiuso perché nessuno vuole infrangere le regole generali». Il 6 maggio, poi, il regista russo dissidente Alexander Sokurov sarà ospite della Biennale della Parola/ Il dissenso e la pace, iniziativa speciale legata alla manifestazione lagunare e incentrata sulla riflessione e sul dialogo intorno ai temi della pace e dell’impegno civile.
«Dobbiamo assumere una posizione comune, i russi non sono pronti a porre fine alla guerra e questo non è certo il momento di concedere loro credibilità internazionale. Questo è uno dei modi in cui cercano di influenzare il nostro pensiero qui in Europa», ha osservato Ursulskis dimenticando, nonostante la vicinanza geopolitica - la Lettonia è rimasta nell’orbita sovietica fino al crollo dell’ex Urss, nel 1991 - che Mosca ha partecipato attivamente e massicciamente a numerose Esposizioni Universali e internazionali anche durante la guerra fredda: nel 1958 a Bruxelles, nel 1967 a Montreal, nel 1970 a Osaka, nel 1974 a Spokane, negli Usa. E nel lontano 1952 Josef Stalin autorizzò la spedizione sovietica alle Olimpiadi di Helsinki, dove l’ex Urss arrivò seconda nel medagliere olimpico, dietro agli Stati Uniti.
L’ultimatum alla Biennale presieduta da Pietrangelo Buttafuoco era arrivato già a inizio aprile dalla Commissione europea, che ha avviato la procedura per congelare o revocare i fondi per aver permesso a Mosca di riaprire il padiglione, chiuso dal 2022. Dall’11 aprile l’istituzione guidata da Buttafuoco ha 30 giorni di tempo per chiarire la propria posizione o fare retromarcia. Pena, la perdita di una sovvenzione di due milioni di euro per un periodo di tre anni.
Matteo Salvini, invece, ci sarà, «con tutto il rispetto della Lettonia». «Il padiglione russo a Venezia è di proprietà della Federazione Russa quindi non c’entra niente né la Biennale né lo Stato italiano», ha detto il leader della Lega, «sono proprietari e a casa loro fanno quello che vogliono, nel rispetto dei limiti, delle regole e delle sanzioni. La cultura, l’arte, la musica, il teatro, l’architettura, lo sport uniscono e non dividono. E quindi quelli che odiano altri popoli mi preoccupano. Conto che nessuno a Bruxelles si permetta di minacciare. Ho letto che forse ritirano i loro soldi, ma con tutti i miliardi che diamo noi all’Unione Europea, se ritirano quei 2 milioni di euro, fan proprio la figura degli spilorci. E anche ignoranti», ha concluso Salvini.

