2019-01-16
L'Eni può aiutarci in Libia, ma ci vorrà un accordo politico con Russia e Arabia Saudita
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La corsa dei titoli legati all’Intelligenza artificiale è l’inizio di una nuova era industriale o una bolla destinata a sgonfiarsi? A fine maggio 2026 il dilemma domina i mercati. I semiconduttori hanno generato quasi la metà dei guadagni dell’S&P 500 dalla fine di marzo, arrivando al 18% del paniere: un dato che impone prudenza.
«Guardare alla salita dell’IA solo con la lente del catastrofismo significa dimenticare la storia recente», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf e consulente finanziario indipendente, «poiché anche vent’anni fa gli ingenti investimenti delle Big Tech nel “cloud” venivano criticati come sprechi miliardari difficilmente recuperabili. Poi, quel cloud è diventato la spina dorsale della redditività globale e dell’intera architettura digitale. Oggi le aziende più ricche del pianeta stanno stanziando centinaia di miliardi di dollari: forse non tutte hanno fatto perfettamente i conti sui ritorni immediati, ma sanno che perdere questa corsa agli armamenti tecnologici significa l’estinzione».
Secondo uno studio di AMD, l’IA ha raggiunto un miliardo di utenti in tre anni, contro i dieci richiesti da Internet. Ma la partita cruciale non è l’uso dei chatbot: è l’integrazione nei processi aziendali. La spesa per l’IA vale ancora appena il 4% del budget software globale. «Il mercato si muove a ondate successive», osserva Gaziano, «poiché i modelli di IA si auto-programmano ed evolvono ogni quattro mesi, richiedendo un continuo aggiornamento dell’hardware. Ma se la tesi dei “Pro” poggia su un aumento radicale della produttività e su economie di scala imponenti, i “Contro” ricordano che l’open source e la concorrenza asiatica rischiano di erodere rapidamente il potere di determinazione dei prezzi».
Il collo di bottiglia, intanto, si sposta dalle Gpu e dalle memorie Hbm (le ram superveloci a banda larga) alle infrastrutture: reti elettriche, trasformatori, data center e competenze tecniche. GE Vernova parla di «corsa agli sportelli» per le turbine elettriche. È qui che emerge il rischio: i flussi di cassa liberi degli hyperscaler sarebbero scesi da 224 miliardi di dollari nel 2023 a 65 miliardi nel 2026, mentre il Capex (le spese in conto capitale per acquistare, migliorare o mantenere immobilizzazioni materiali e immateriali (brevetti, software) con utilità pluriennale) sarebbe salito da 200 a 700 miliardi.
«Questa contrazione drammatica della cassa disponibile potrebbe essere un campanello d’allarme per l’investitore», avverte l’esperto, «perché mantenere i ritmi di un Capex passato da 200 a 700 miliardi di dollari non è matematicamente sostenibile all’infinito. E se qualcosa si ingrippasse, i titoli con le valutazioni più tirate subirebbero correzioni anche violente. Come SoldiExpert Scf», conclude Gaziano, «manteniamo un approccio rigidamente laico. Valutiamo l’andamento delle società incrociando i fondamentali di bilancio con la forza relativa del prezzo in Borsa, senza innamorarci delle narrazioni mediatiche».
«La politica è l’arte di impedire alla gente di impicciarsi di ciò che la riguarda», ha scritto in modo fulminante, in uno dei suoi Quaderni, il poeta francese Paul Valéry.
Il provocatorio aforisma si può applicare a molti contesti e molte latitudini, e in Italia il lato rassicurante, protettivo ed elusivo insieme, di molteplici stagioni politiche, sin dall’Unità del nostro Stato, ha raggiunto spesso risultati notevoli, a discapito dello sviluppo reale e moderno del Paese.
Berlusconi probabilmente non aveva letto Valéry, ma giunse alla stessa conclusione. E non era certamente una persona che amava concetti come l’oppio dei popoli; di sicuro non aveva una visione elitaria della politica. Eppure, aveva una predisposizione naturale a far sentire gli elettori, almeno i suoi (e non furono pochi), protetti, in qualche modo accuditi. A discapito dei risultati concreti, anche per questa attitudine il Cavaliere ha raggiunto e mantenuto vette di consenso personale di cui nessun altro politico italiano ha mai goduto. Nel suo Dna meneghino c’era la propensione al «faso tutto me, ghe pensi mi». Non c’era bisogno di affaticare gli italiani con dibattiti sui massimi sistemi. Era solo necessario che avessero fiducia in lui, Presidente faber, manovratore da non disturbare mentre tiene la barra dell’Azienda Italia. E per certificare la narrazione, calzato l’elmetto d’ordinanza, ogni tanto si aggirava per i cantieri di grandi e piccole opere, reali o più spesso solo programmate.
Dall’opposizione replicavano: non è vero, è tutto falso, è un in cantatore di serpenti, un imbonitore da festa paesana, un illusionista, un prestigiatore, non lasciatevi irretire. Ma i telespettatori non si presero la briga di verificare, allo stesso modo in cui accettavano passivamente l’assioma del detersivo che «più bianco non si può».
Della massima di Valéry, Berlusconi in qualche modo aveva fatto un’arte. Ma non in modo subdolo, e senza il fine dell’aforisma francese, piuttosto perché pensava che la gente dovesse sentirsi rassicurata, e dunque anche sollevata, e così tendeva a proporsi come colui che si occupa di tutto. C’era il calcolo, ma c’era anche qualcosa che gli veniva naturale. Tra l’adescamento governativo e la reazione della sinistra, per lungo tempo il primo prevalse, a giudicare dai risultati elettorali.
In fin dei conti l’enorme grado di attrazione, anche personale, che suscitava nei suoi simpatizzanti descriveva un meccanismo di immedesimazione, Berlusconi piaceva a prescindere e questo oscurava molte cose: i gap del suo programma, i gap dei suoi governi, la di stanza fra le tante promesse e le vere, poche, riforme, realizzate. Del resto, in pubblicità Berlusconi era un maestro. Analista per istinto della psicologia di massa sceglieva sempre l’abito giusto, trovava la giusta misura per catturare l’uditorio del momento. Rassicurava gli altri e anche sé stesso. Nonostante i tanti gap, dopo un bagno di folla, all’apice del suo successo, il leader azzurro tornava a casa e nelle mani dei suoi collaboratori svuotava, letteralmente, le tasche: ogni passeggiata, ogni contatto con la gente, equivaleva a decine di bigliettini con tanto di numero di cellulare. C’era di tutto in quegli appelli: un campionario di bisogni, aspirazioni e disperazioni. Ed era un mondo che cercava un contatto, che si offriva o chiedeva, a cui si farebbe un torto riducendolo all’attrazione strumentale che alcune giovani ragazze nutrivano nei confronti del Presidente e delle sue inclinazioni. Dentro quelle tasche e quei bigliettini c’era gente che chiedeva un lavoro, un favore, una casa popolare, un aggancio, una raccomandazione, una speranza, persino una dentiera nuova. Era piuttosto un pezzo d’Italia che riusciva a vedere solo la leadership, il taumaturgo, senza scorgerne i difetti e le omissioni. Ed erano una minoranza, in quelle piazze, coloro che continuavano a credere che i problemi personali andassero risolti all’interno delle istituzioni. Scrive Luigi Crespi nella sua biografia, raccontando della rimonta elettorale del 2001, snodo cruciale della carriera politica del Cavaliere: «Perché a Berlusconi - ogni tanto glielo dico, alla Biagi, quando voglio farlo arrabbiare - per essere una donna mancano solo le tette. Per il suo popolo, il suo ruolo di leader non si svolge nell’area del rigore e della disciplina, a quello ci pensa già la sinistra. Silvio è promessa di benessere e di piacere, è accudimento, è seduzione. E il Paese ha bisogno di questo slancio di positività…».
A sua volta, nonostante l’età, Berlusconi stesso era oggetto di accudimento. È ancora Crespi che lo racconta: «Quando vado a trovarlo a Macherio non ci sono cortigiani, ma solo la madre, la signora Rosa, che arriva puntuale mentre faccio anticamera e mi sottopone a una ramanzina, sempre la stessa: devo stare attento e prendermi cura di suo figlio, questa storia della politica può fargli male…».
Per Berlusconi, quando i sondaggi non lo soddisfacevano, esisteva un espediente che, secondo lui, era infallibile: «Rivolgetevi alle mamme, fate un panel con le sole mamme, se mi votano loro mi votano tutti gli altri membri della famiglia».
«La rivoluzione del modello Meloni è stata far capire che il problema dell’immigrazione va affrontato nella dimensione esterna». Lo ha dichiarato l’eurodeputato di Fratelli d’Italia Nicola Procaccini, commentando l’accordo sulle nuove regole Ue per i rimpatri e rivendicando l’approccio italiano basato su hub nei Paesi terzi, selezione prima delle partenze e contrasto ai trafficanti.
Bancomat accelera sul progetto Eur.Bank. L’iniziativa vede coinvolte alcuni dei big italiani del credito: Banca Generali, Monte dei Paschi di Siena, Banca Sella, Banco Bpm, Bper Banca, Cassa Centrale Banca, Credem, Crédit Agricole Italia e Intesa Sanpaolo.
A prima vista potrebbe sembrare l’ennesimo progetto fintech. In realtà la posta in gioco è molto più alta. Perché l’obiettivo dichiarato non è soltanto creare una stablecoin in euro. Questo è soltanto il primo mattone.
L’obiettivo è costruire un circuito europeo della moneta digitale, integrato con le banche e pensato per diventare l’infrastruttura di una nuova generazione di servizi finanziari. Per capire occorre partire da una domanda: che cos’è una stablecoin? A differenza delle criptovalute tradizionali come Bitcoin, che possono oscillare violentemente, una stablecoin è una moneta digitale progettata per mantenere il valore nel tempo. Nel caso di Eur.Bank un euro digitale dovrebbe valere sempre un euro. La stablecoin rappresenta semplicemente il «gettone» che consente al sistema di funzionare. Il vero progetto consiste nella creazione di un’infrastruttura digitale capace di collegare banche, imprese, investitori e mercati finanziari attraverso una piattaforma comune.
È lo stesso concetto che negli anni Settanta portò alla nascita dei circuiti elettronici di pagamento. All’epoca l’innovazione non era la tessera di plastica conservata in portafoglio ma la rete che permetteva alle banche di parlarsi tra loro. Oggi la sfida si ripresenta su scala digitale. Nel presentare l’iniziativa Bancomat utilizza tre parole chiave: interoperabile, istituzionale e integrato. Dietro questi termini tecnici si nasconde un cambio di paradigma.
Interoperabile significa che soggetti diversi possono utilizzare la stessa infrastruttura senza creare sistemi chiusi e incompatibili. Una banca, un’impresa, un intermediario finanziario saranno in grado di dialogare utilizzando standard comuni.
Istituzionale significa che il progetto nasce all’interno del sistema regolato e vigilato. Non siamo nel far west delle criptovalute.
Integrato significa che gli istituti di credito diventano il cuore del nuovo ecosistema.
È probabilmente questo il punto più importante dell’intera operazione. Per anni il settore bancario ha osservato con attenzione la crescita delle criptovalute e dei sistemi decentralizzati, temendo di perdere funzione. Con Eur.Bank il messaggio è opposto: l’innovazione deve passare attraverso le banche e non contro le banche.
Uno degli impieghi più immediati riguarda i pagamenti cosiddetti «on-chain». Tradotto in linguaggio comune significa poter trasferire denaro e regolare operazioni finanziarie in qualsiasi momento. Ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette. Il secondo grande capitolo riguarda la tokenizzazione. La parola sembra complicata ma il concetto è intuitivo.
Un titolo finanziario, un’obbligazione o persino un titolo di Stato possono essere rappresentati digitalmente attraverso un token registrato su una piattaforma condivisa. È un po’ come passare dalla raccomandata cartacea alla posta elettronica certificata. Non cambia la sostanza, ma cambia radicalmente la velocità con cui viene eseguita. Per questo il progetto Eur.Bank guarda con particolare interesse anche alla tokenizzazione del debito sovrano. Un settore che potrebbe diventare uno dei principali laboratori della finanza digitale europea nei prossimi anni.
L’obiettivo è creare flussi finanziari più rapidi, più trasparenti e meno costosi.
In altre parole, rendere più facile per le imprese italiane fare affari all’estero.
In un’economia sempre più globale, la competitività passa anche dalla velocità con cui si muovono i pagamenti.
Le dichiarazioni del direttore generale dell’Abi, Marco Elio Rottigni, vanno esattamente in questa direzione. L’associazione bancaria considera il progetto uno strumento per approfondire scenari e opportunità che possano rafforzare innovazione, sicurezza e competitività del sistema finanziario nazionale. Quando l’amministratore delegato Fabrizio Burlando afferma che innovazione e stabilità non sono in contraddizione, sta in realtà indicando la filosofia dell’intero progetto. La sfida consiste nel portare nel mondo delle tecnologie blockchain quelle caratteristiche di fiducia, sicurezza e tutela del risparmio che rappresentano il patrimonio storico del sistema bancario.

