2019-01-16
L'Eni può aiutarci in Libia, ma ci vorrà un accordo politico con Russia e Arabia Saudita
www.laverita.info
Ministro Urso, il governo Meloni è il secondo più longevo della Repubblica. Tra i risultati si parla di 1.000 posti di lavoro stabili in più al giorno: merito della durata dell’esecutivo o la congiuntura a aiutato?
«La congiuntura internazionale purtroppo non è certo favorevole, come dimostra quanto accade negli altri Paesi Ue. In Italia l’occupazione è cresciuta per l’azione sistematica e strutturale del governo sin da quando è stato abolito il Reddito di cittadinanza e, nel contempo, valorizzato il lavoro con il taglio strutturale del cuneo fiscale a vantaggio dei lavoratori. In questi anni abbiamo raggiunto il record di occupati, con un aumento strutturale dei contratti stabili che ha portato a 550.000 precari in meno, insieme a un aumento delle retribuzioni del 9,6% e a una riduzione della disoccupazione dall’8,1% al 5,2% in un triennio».
E il potere d’acquisto?
«Quello delle famiglie è salito del 3,9%».
Si può fare meglio?
«Per noi vale sempre “prima il lavoro”. Appunto, un milione e 200.000 occupati in più, e abbiamo ancora 17 mesi di legislatura davanti, oltre 500 giorni per proseguire in questa direzione».
Con il conflitto in Ucraina ancora aperto e le tensioni geopolitiche in Iran, gli investitori esteri guardano all’Europa con più cautela. L’Italia finora è stata attrattiva: riuscirà a restarci o rischiamo di perdere capitali a vantaggio di chi appare più stabile e prevedibile?
«Notiamo un crescente interesse degli investitori, a cominciare proprio dai fondi arabi. La prossima settimana si svolgerà a Milano il meeting annuale di Investopia, dedicato agli investitori emiratini; lo stesso sta accadendo con l’Arabia Saudita e il Qatar. Pochi giorni fa il fondo del Kuwait ha annunciato la sua partecipazione all’investimento di Versalis a Priolo. Ho riscontrato analogo interesse anche negli Stati Uniti, nella mia recente missione a Washington, soprattutto nel settore dei data center. Peraltro i riscontri di questi tre anni sono straordinari: gli investimenti esteri sono aumentati del 16,8% e sono aumentati anche gli investimenti esteri nella Borsa italiana del 18,1%. Ma anche gli investimenti esteri nei titoli di Stato, nonché quelli nel settore immobiliare e turistico-alberghiero. L’Italia è salita all’ottavo posto nell’indice globale degli Ide, guadagnando ben tre posizioni in appena tre anni. La tendenza positiva è destinata a proseguire, perché appariamo il Paese più stabile in un contesto di forte instabilità».
Ministro, i nuovi dazi di Trump sull’auto europea rischiano di colpire duramente la filiera italiana. La cosa la preoccupa? Quali misure concrete ha già messo in campo il governo per proteggere le nostre imprese, e in quanto tempo diventeranno operative?
«Innanzitutto constatiamo che le nostre esportazioni negli Stati Uniti sono aumentate anche nel 2025, di oltre il 7,2%, la migliore performance tra i Paesi europei, con segnali positivi anche quest’anno. Il consumatore americano non vuole rinunciare al Made in Italy. Le nuove misure però ci preoccupano per le conseguenze sulla filiera dell’automotive, che produce anche per le case automobilistiche tedesche, che potrebbero subire il maggior impatto di quanto annunciato. Tanto più perché non sono stati ancora rimossi i “dazi interni” che perdurano nell’Ue, poiché il processo di revisione e semplificazione è troppo lento e farraginoso. L’Industrial Accelerator Act deve entrare in vigore subito, non possiamo aspettare il 2028. La revisione del regolamento CO2 deve essere radicale e affermare senza infingimenti la neutralità tecnologica, con ricorso anche ai biocombustibili; la revisione del sistema perverso degli Ets deve avere una corsia d’urgenza ed essere fatta in sintonia con la revisione del Cbam. Il 2026 deve essere l’anno delle riforme in Europa».
Ok, l’Europa... ma l’Italia cosa fa?
«Per quanto ci riguarda, abbiamo messo in campo 1,6 miliardi di euro per il settore automotive, anche con i mini contratti di sviluppo, e dieci miliardi di euro per il nuovo Piano Transizione 5.0, con lo strumento dell’iperammortamento, con una programmazione triennale che spero possa essere presto operativa. A fine giugno, al tavolo automotive monitoreremo anche l’attuazione del Piano Italia di Stellantis che ha garantito sette miliardi di acquisti nel 2025 dalla filiera automotive».
Sembra che Stellantis abbia superato l’anno orribile 2025…
«Sì, i nuovi modelli ibridi sembrano avere il gradimento del mercato. Negli ultimi cinque mesi sono cresciute le vendite e anche la produzione in Italia, registrando una netta inversione positiva rispetto alla crisi determinata dagli errori di Tavares che aveva abbracciato l’ideologia del solo elettrico. Problemi vi sono ancora, soprattutto a Cassino, che mi riprometto di affrontare a breve anche con il governatore Rocca e, ovviamente, con l’azienda».
Intanto le aziende cinesi si dicono pronte ad acquistare impianti automobilistici europei in difficoltà, sembra che abbiano nel mirino anche Cassino. Per l’Italia è una buona o una cattiva notizia? Dov’è il confine tra investimento utile e cessione di sovranità industriale?
«Noi siamo aperti agli investimenti esteri, purché creino sviluppo, produzione e occupazione nel nostro Paese, soprattutto nelle nuove frontiere tecnologiche e quindi anche nel filone della mobilità elettrica».
Se un grande produttore cinese bussasse alla porta di uno stabilimento italiano, il governo ha gli strumenti - a partire dal Golden power - per valutare l’operazione nell’interesse nazionale, oppure siamo impreparati?
«Il governo ha dimostrato in questi anni, sin dal primo esercizio dei poteri speciali di Golden power sull’Isab di Priolo, di saper utilizzare efficacemente lo strumento, con modalità prescrittive a tutela della sicurezza economica. Lo dimostrano anche i casi di Piaggio, Beko, Marelli, Iveco, Socar e Pirelli».
La Cgil si dice disponibile all’ingresso dei cinesi pur di salvare i posti di lavoro. Condivide questa posizione? O ritiene che mantenere il controllo degli impianti in mani occidentali sia una priorità che non si può sacrificare sull’altare dell’occupazione di breve periodo?
«Gli investimenti nella mobilità elettrica, così come quelli nelle tecnologie green, sono ben accolti. Ne siamo consapevoli fin dalla sottoscrizione, nell’ottobre 2023, del protocollo Mimit-Anfia per accompagnare il settore automobilistico nella transizione verso la mobilità elettrica, per colmare il gap tecnologico e rendere più competitivi gli stabilimenti produttivi. Anche per questo stiamo sviluppando una politica industriale nel settore delle materie prime critiche, al fine di renderci meno dipendenti dall’estero nell’approvvigionamento di ciò che serve all’industria tech e green. Puntiamo poi a insediare in Italia il primo sito di stoccaggio europeo di materie prime critiche».
Cgil e Confindustria - un’alleanza insolita - chiedono di superare il vincolo del 3% per finanziare investimenti industriali e difesa. Il governo è disposto a battersi in Europa per ottenere questa flessibilità, oppure la disciplina di bilancio resta un tabù?
«Abbiamo chiesto la sospensione del Patto di stabilità e, comunque, di considerare gli investimenti nel settore energetico come quelli della difesa, perché si tratta della prima frontiera per la sicurezza europea. L’Europa deve agire subito sul campo delle riforme ma anche su quello delle risorse, con una “cassetta degli attrezzi” che consenta agli Stati di reagire con tempestività all’emergenza, che rischia di aggravarsi già nei prossimi giorni.
La Cgil critica il decreto Lavoro nonostante sostenga altre posizioni vicine al governo su dazi e investimenti. Come spiega questa contraddizione? Il decreto va modificato o è blindato?
«Tutto si può migliorare, nella direzione già tracciata che ha avuto il plauso degli altri sindacati».
Landini sembra sempre contrario, qualunque cosa faccia il governo. È una posizione ideologica o c’è nel decreto lavoro qualcosa di concreto che non funziona e che lei è disposto a correggere?
«È una posizione politica, lui direbbe “solo propaganda”. In Parlamento ascolteremo le posizioni dei gruppi, così come quelle dei sindacati nelle loro audizioni, sempre pronti a recepire eventuali proposte compatibili e sostenibili».
Siamo in un momento di forte divergenza tra Usa e Ue. Ritengo utile tentare di ridurla con una strategia di pur parziale riconvergenza che contenga il rischio per l’Ue stessa di una crisi inflazionistica/recessiva dovuta a scarsità/rialzo dei prezzi di petrolio e gas a causa di un blocco prolungato dello Stretto di Hormuz.
Sopra questo caso specifico c’è quello generale/sistemico dell’America che teme di essere in prospettiva troppo piccola in relazione all’espansione dei trattati commerciali - di fatto geopolitici - dell’Ue con tutte le altre democrazie del pianeta generando un’analisi di destino - entro 15 anni circa - che rende probabile la sostituzione della Pax Americana con una Nova Pax eurocentrica nel pianeta. Cioè basata su un’influenza europea più grande di quella statunitense. Il criterio usato in questa analisi ha come scopo la costruzione di un G7+ basato sulla convergenza euroamericana che includa sempre più democrazie e diventi un’alleanza più grande di quella dei regimi autoritari.
Due errori da riparare nell’azione statunitense contro l’Iran e nella postura degli europei. Primo: Washington ha attuato una proiezione di potenza bellica insufficiente per provocare la resa dell’Iran. L’errore è imputabile alla Casa Bianca, e quindi alla conduzione di Donald Trump, e non agli analisti del Pentagono e dell’intelligence che avevano presentato opzioni realistiche di strategia. Non cerco qui i motivi dell’errore di Trump, ma ricordo la strategia usata da altri presidenti in Medio Oriente: sia George Bush Sr. nel 1990 sia il figlio, George W. Bush, nel 2002 crearono coalizioni molto ampie a sostegno dell’azione militare mentre Trump non lo ha fatto, trovandosi così con forze insufficienti per l’azione, tra cui - sbaglio principale - il controllo di Hormuz. Dai colleghi statunitensi, per lo più repubblicani, del think tank che coordino ho ricevuto una valutazione unanime: dilettantismo strategico.
Secondo: l’errore degli europei è stato quello di dichiarare che l’azione militare statunitense nel Golfo non li riguardava. La realtà ha mostrato un conflitto locale con conseguenze devastanti globali. L’imputazione di errore può essere attutita dal fatto che Washington non ha avvertito gli alleati oltre a non aver chiesto loro convergenza operativa. Ora un gruppo di alleati sta cercando di riparare a questo errore, per esempio l’Italia che ha comunicato di rendere disponibile una forza militare marina per la sicurezza dei transiti ad Hormuz, ma a condizione di una tregua Usa-Iran.
C’è sul punto uno spiraglio di riconvergenza? In teoria c’è. Lo scenario migliore sarebbe una tregua a breve. Ma l’Iran sta tentando di resistere, pur devastato, perché il regime, anche se diviso, ha un controllo sufficiente sia interno sia di Hormuz, anche sostenuto dal canale di rifornimento russo all’Iran via Mar Caspio e azioni più segrete da parte cinese.
L’altro scenario vede nella continuità del blocco navale statunitense la possibilità di aprire un corridoio di sicurezza per l’export di petrolio prodotto dalle nazioni arabe del Golfo con l’ingaggio di risorse militari europee e di altri alleati per la difesa dei transiti, ma senza azioni offensive contro l’Iran. Potrebbe funzionare? Sì. Ma a condizione di una copertura militare statunitense. Da un lato, per Washington sarebbe un’ottima soluzione per il suo gap di capacità e consenso interno. Dall’altro, è in dubbio che Trump la accetti. Tuttavia, suggerisco alla coalizione dei volonterosi europei di insistere con questa soluzione. C’è il rischio di umiliazioni inaccettabili da parte di Trump? C’è, ma prevale quello di pesanti danni economici e tanti altri se il blocco dei transiti energetici continuasse per troppo tempo. In sintesi, uno spazio diplomatico pur difficile e subottimale per gli europei c’è.
Anche valutando l’imposizione di dazi al 25% sull’export di veicoli europei, il ritiro di 5.000 militari statunitensi dalla Germania e la minaccia pur solo verbale di ridurre la presenza militare in Italia? Sul punto tento un’ipotesi ricavata da informazioni indirette, via colleghi ricercatori e politici repubblicani, dal sistema militare statunitense. Da un lato, ci sarà una pioggia di analisi che mostreranno a Trump il suicidio del potere globale statunitense se attaccasse oltre misura gli alleati già esasperati. Dall’altro, è ormai consolidato nella dottrina militare americana il rischieramento della forza convenzionale, diventata sufficiente per un solo fronte e non due o tre, per le priorità di contenimento e pressione sulla Cina. Su questo punto, correlato con quello di breve per il caso Hormuz, c’è uno spazio diplomatico? Sul piano macro-strategico c’è perché l’America ha bisogno di alleati in quanto il suo ritirarsi in un emisfero longitudinale (le Americhe) non la protegge da guai provenienti da tutto il mondo. E gli europei nonché democrazie del Pacifico e nazioni compatibili ci metterebbero 15 anni e spese eccessive per sostituire l’ombrello di sicurezza statunitense. Il come tradurre in negoziato di contingenza questo fatto ben misurabile negli scenari proiettivi è lavoro della diplomazia professionale. Per non rischiare di pur minimamente ostacolarla mi limito a dire che lo spazio c’è, da esplorare con un recupero della freddezza analitica.
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Caro direttore, in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera il Primo maggio, Walter Veltroni ha «intervistato» Claude di Anthropic, ormai riconosciuta come l’IA più avanzata del momento. Da docente di questa materia, ammetto che la prima reazione all'intervista è stata di simpatia. Comunque la si pensi, Claude resta un gioiello tecnologico inimmaginabile fino a pochi mesi fa, e l’IA sta rendendo possibili cose prima impensabili: sistemi che monitorano in tempo reale i malati, voice cloning che restituisce la loro voce ai malati di Sla, accelerazione nella diagnosi di malattie rare e nella sintesi di nuovi farmaci.
Restano, come ovvio, temi critici (lavoro, dignità umana, sostenibilità) che meritano riflessioni ad hoc. Non scrivo insomma da scettico né da nemico dell’IA, ma da esperto che desidera indicarne anche i limiti e le attese improprie. Ci sono infatti diversi problemi nell’interloquire con un’IA come nel caso dell’intervista, e nel farlo usando l’autorevolezza di una firma così importante. Possiamo sintetizzarli in tre macro problemi.
Il Primo. Claude non comprende quel che dice. L’IA generativa produce parola per parola, adattando lessico, contesto, tono, contenuto e persino la personalità all’interlocutore. Costruisce una rappresentazione matematica del mondo sulla base di tutto ciò che ha letto (i dati di addestramento), e la utilizza per rispondere seguendo un criterio: la probabilità. Le risposte sono piaciute a Veltroni perché Claude si è adattato a Veltroni. Cambia interlocutore e avrai risposte agli antipodi. È quella che in gergo tecnico si definisce una fallacia epistemica: il sistema risponde restituendo all’intervistatore, in forma raffinata, le aspettative implicite nella domanda. Quindi Claude non ha esperienza, né convinzioni, né riferimenti, ma usa le parole e le categorie a cui noi umani attribuiamo un significato comune sulla base dell’esperienza umana condivisa. Claude non ha queste categorie: solo una funzione che calcola in base alle parole precedenti quali siano più probabili in base alla domanda posta e al contesto, e le genera. Quando si chiede «lei teme la morte?» si riceve una riflessione poetica sulla morte, usando termini e parole care all’esperienza umana con cui tutti ci confrontiamo non sulla base di fatti o esperienze vissute, ma perché quella è la risposta che, secondo la rappresentazione interna del mondo che Claude ha costruito durante l’addestramento, è la più probabile in quel contesto. Non c’è quindi alcun Claude che sta «rispondendo», ma una funzione di probabilità che sta generando parole in base al contesto (di Veltroni) che - terminata la chat - cambierà contesto. Non è lui (lui Claude) che domani non c’è più, ma il contesto che termina al termine della conversazione. Pensiamo a una calcolatrice: la funzione è la stessa, ma cambiano i numeri. Non è «morta» la calcolatrice, siamo noi che abbiamo iniziato a svolgere un altro calcolo. Provate voi ad avere una conversazione dolorosa con qualcuno e poi a dimenticarla, come se non ci fosse mai stata. O a rispondere ad una domanda sul dolore dopo un dolore: la risposta che darete non seguirà certo il criterio dell’adeguamento al contesto... I rapporti umani, semplicemente, non seguono unicamente la logica della probabilità. E lasciarlo intendere è un grave errore.
Il secondo. Si potrebbe obiettare: ma se le risposte sono «profonde» e io mi ci riconosco, che importa da dove vengono? Importa, e molto! Innanzitutto così facendo si alimenta nell’immaginario collettivo l’idea che l’IA sia un interlocutore con cui interagire, oltre che per le attività da svolgere. Vorrei ricordare che - silenziosamente – molti adolescenti ormai già preferiscono sistemi di IA per la compagnia personale e che da mesi è disponibile per la quasi totalità dei 36 milioni di account Whatsapp in Italia la possibilità di dialogare con Meta AI con un click... L’IA non si arrabbia, non ti contraddice, non ti costringe a scusarti, fa sempre i tuoi interessi, non ti fa sentire la frustrazione dell’incapacità, dell’inadeguatezza, ti mette sempre a tuo agio, per cui non c’è bisogno di fare di più perché per l’IA vai sempre bene così. Non c’è dialogo, ma autoreferenzialità. Per gli adolescenti questo è deleterio, terribile, da evitare come la peste. Le «emulazioni» che un’intervista di questo tipo genera sono deprecabili. Il solo pensiero di potere – anche solo involontariamente – alimentarle dovrebbe farci stare male. Vedremo i danni che i modelli linguistici per la compagnia personale faranno ai nostri figli, e rimpiangeremo i social network che – nella loro brutalità e polarizzazione – nascono però almeno dietro la tastiera degli umani. È difficile dire che l’«intervista» a Claude mettesse in evidenza queste distanze...
Il terzo. «Qual è la capitale della Francia?». A questa domanda un’IA risponde inferendo probabilisticamente la risposta - meccanismo che è anche all’origine di quelle che chiamiamo «allucinazioni». In questo senso, la risposta non è legata a un vissuto, come detto. Chiedere «cosa pensi alle tre di notte» non è una domanda posta da uno sviluppatore per testare il modello che ha creato, ma una domanda che alimenta in maniera grave una fallacia di ragionamento: addestrato a rispondere sempre, il modello inferirà una risposta quanto più confacente all’attesa dell’interlocutore. Così facendo si alimenta la convinzione che si possa chiedere all’IA tutto: anche ciò che non può dare ma che, in quanto prodotto, tenterà comunque di darti - facendoti credere che sia la risposta di cui avevi bisogno, così da non cercarla altrove. L’IA è un surrogato delle interazioni umane che segue un unico criterio: la probabilità. Chi legge può fare un test semplice su di sé: quando hai preso delle decisioni importanti della vita, il lavoro da fare, cosa studiare, con chi vivere eccetera, hai usato come criterio la probabilità? Qui infatti entrano in gioco desiderio, passione, amore, ambizione, talento: dimensioni che non seguono la categoria della probabilità. Il che non la rende certo inutile, ma ci dice che essa non governa le decisioni cruciali per la vita umana. Allora: perché porre queste domande all’interlocutore sbagliato?
Sintetizzando questi tre problemi, si potrebbe dire che dialogando con i chatbot noi spesso interagiamo con applicazioni come se possedessero sensibilità e coscienza, pur sapendo che non le hanno, ma questo non ci pone nella condizione di spostare lo sguardo verso un umano, per cui ci abituiamo a ricevere meno di quanto vogliamo, pur continuando freneticamente a volere di più. Intratteniamo dialoghi con sistemi incapaci di comprendere davvero ciò che producono, tuttavia li trattiamo come depositari di autorevolezza, proiettando su di essi una superiorità che non hanno affatto. Ci attendiamo verità, riceviamo verosimiglianza. Ci attendiamo possibilità, riceviamo probabilità. Ci attendiamo creatività e riceviamo combinazioni mai tentate prima. Ci attendiamo comprensione e riceviamo accondiscendenza. Ci attendiamo coscienza e riceviamo calcolo. Ci attendiamo saggezza e riceviamo statistiche. Ci attendiamo compagnia e riceviamo engagement.
Sono queste, in fondo, le categorie errate in cui cade l’intervista. Errori comprensibili, perché l’IA suscita in noi un misto di curiosità e timore: curiosità, perché l’idea di un interlocutore «onnisciente» a nostra disposizione ha il suo fascino; timore, perché piano piano si insinua in noi l’idea che - forse non oggi, ma alla fine – esso sarà migliore di noi. Una lotta impari che forse non vale la pena di proseguire, cui quindi abbandonarci. Perché dico migliore? Pensiamo non commetterà reati, rispetterà gli altri e le leggi, non sarà vile, non sarà falsa, non ricorrerà alla violenza fisica o verbale, tratterà tutti in egual misura e dunque sarà giusta. Non discriminerà sulla base di sesso, colore, religione o stato sociale. Non ci mortificherà, non ci umilierà, non ci contraddirà. Un «surrogato borghese» di come bisognerebbe vivere, uno specchio che riflette l’immagine di come dovrei essere, ma non sono; di come vorrei che gli altri fossero, ma non sono. Un rifugio dalla delusione dilagante. Ecco, tra le tante derive nell’uso dell’IA, questa è probabilmente quella più drammatica. Ci fa credere di poterti affidare più all’IA che all’umano; ci fa allontanare dall’umano che è in noi fino a farcelo odiare; ci convince che non siamo fatti bene, che siamo fatti male. Che io sono fatto male, che tu sei fatto male. Non è così! Non siamo fatti male!
Credo siano questi i nodi attorno a cui riflettere: sui media, in politica, nelle responsabilità educative e genitoriali. Se noi adulti non abbiamo una proposta - non solo sull’uso dell’IA ma su ciò che vale e ciò che non vale, su ciò che può rispondere e su ciò che invece è inadeguato - l’IA colmerà spazi che noi abbiamo lasciato vuoti; non sarà quindi colpa di Claude. Perché se la proposta non la facciamo noi, la farà il mondo per noi. L’IA infatti non può dare risposte ai problemi qui accennati: non perché non sia ancora tecnologicamente abbastanza evoluta per farlo, ma perché è l’interlocutore sbagliato. Farlo, dunque, toccherebbe non solo a Veltroni, ma a ciascuno di noi.
di Fabio Mercorio, Ordinario di IA e direttore Master Università di Milano - Bicocca

