2019-01-16
L'Eni può aiutarci in Libia, ma ci vorrà un accordo politico con Russia e Arabia Saudita
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Ricapitoliamo per i non addetti alle cronache rosa. Dua Lipa è una cantante pop britannico-albanese, nata a Londra da genitori kosovari. È una delle artiste più famose al mondo, conta circa 87 milioni di follower su Instagram ma soprattutto avrebbe un patrimonio tra i 100 e i 130 milioni di dollari, incassati tra streaming, tour e testimonial di brand come Versace, Prada e Puma.
Anche Callum Turner è inglese e fa l’attore: di lui si sa soprattutto che è uno di quelli in predicato di fare James Bond. A meno che non lo blocchi l’accusa di… concorso esterno in associazione mafiosa, che la stampa inglese ha appiccicato addosso a lui e alla cantante, novella neomelodica.
Ai due consigliamo di non sottovalutare questi articoli: in Italia sappiamo bene dove portino certe campagne stampa... Battute a parte, dopo il matrimonio in forma privata celebrato a Londra, i due si stanno dando alla pazza gioia in Sicilia: giorni interi di feste, gite, piatti tipici; con ospiti di prim’ordine come Elton John (nei panni del testimone di nozze e performer di un mini show al pianoforte), Donatella Versace, le colleghe di lei, Olivia Dean e Charli XCX, e il produttore Mark Ronson. Per un costo totale che si aggira attorno a 1,7 milioni di dollari, e un giro d’affari per l’isola calcolato - indotto compreso - in addirittura 268 milioni di euro per il marchio della Trinacria. Ed è qui che gli inglesi non ci hanno visto più: ma come, qui stiamo nella crisi economica più nera, e voi andate a spendere i vostri soldi in Italia, in Sicilia? E così, accecati da un livore olimpico ineguagliabile, hanno commesso il più stupido dei falli di reazione: accusare la coppia di aver portato i soldi nella terra dei mafiosi. Una specie di concorso esterno, appunto.
Gli indizi, per i tabloid inglesi, sarebbero puntuali e precisi: un obbligo di tenere la bocca cucita e gli occhi chiusi, tipico delle famigghie «Non vedo, non sento, non parlo. Nulla saccio»; e poi la location principale - Villa Valguarnera - individuata a Bagheria. Cascano pure male perché la principessa proprietaria del palazzo, Vittoria Alliata, è stata protagonista di una coraggiosa denuncia proprio contro gli uomini di Cosa nostra. Il Telegraph aveva addirittura definito Bagheria «covo della mafia siciliana», salvo poi aggiungerci un «ex» nel tentativo di metterci una pezza, ma aggiungendo un riferimento al «triangolo della morte», una fabbrica di chiodi abbandonata dove, secondo il giornale, le vittime della criminalità organizzata venivano eliminate e disciolte nell’acido. E qui, a corredo dell’articolo, una bella foto di Bernardo Provenzano.
Per non farsi mancare nulla l’altro giornale popolare, The Sun ha titolato «Sole, mare e sopranos, il brutale passato dell’isola amata dalle star». E il Daily Mail ha paragonato queste nozze siciliane al matrimonio tra Michael Corleone e Apollonia Vitelli nel Padrino di Coppola: il più importante celebrato sull’isola da allora, a loro giudizio.
Insomma, agli amici inglesi è scivolato il piede sulla frizione e hanno dimenticato alcune cosette che ci permettiamo di ricordare loro. La prima: la mafia esiste a Palermo, esiste in Sicilia ma opera ormai con modalità che nella City londinese e nei paradisi fiscali britannici conoscono ancora meglio; pertanto c’è più capitale mafioso (di una mafia globale) nelle operazioni finanziarie che nelle mura di Villa Valguarnera o nelle strade di Palermo. Quella Palermo scelta dalle star perché è una città viva e la Sicilia sarà pure «buttanissima», per dirla col nostro amico Pietrangelo Buttafuoco, ma è una delle terre più belle al mondo. Già a luglio dello scorso anni Dua Lipa e Callum Turner erano stati paparazzati a Palermo, senza scorta o altro, pienamente immersi in quell’anima che evidentemente Londra non ha o non è capace di trasmettere.
I tabloid inglesi avrebbero potuto raccontare questo cambiamento, o cercare di strappare foto e video esclusivi della festa, o farsi coinvolgere. Invece no: hanno dovuto pescare nel peggior pregiudizio, dal sapore stantio. E dire che ai giornalisti inglesi certe notizie non mancano: in questi giorni per esempio avrebbero potuto seguire le polemiche sull’omicidio di Henry Nowak, ammanettato e ucciso dalla polizia che - secondo le indicazioni - ha preferito credere alle ricostruzioni false di un giovane sikh che, ubriaco e armato, aveva sferrato alcune coltellate al ragazzo bianco, salvo poi accusarlo di razzismo. E così, il ragazzo bianco è morto mentre continuava a dire che l’avevano ferito e che non riusciva a respirare: un George Floyd al contrario? Boh, meglio non montare polemiche per non favorire la destra e Nigel Farage che già vola nei sondaggi.
Per lo stesso motivo, in Gran Bretagna la sinistra ha nascosto e silenziato le violenze e i soprusi compiuti da alcuni uomini delle comunità pakistane nei confronti di donne e ragazze inglesi: i sindaci dei diversi Comuni coinvolti diedero ordine alla polizia locale di tenere coperte queste situazioni per non favorire il razzismo. Poi il bubbone è scoppiato e né il Partito laburista né il premier Starmer hanno potuto tenere la sordina attiva. E questi sono alcuni esempi di un fallimento sostanziale chiamato Londonistan. Poi certo, la stampa britannica può andare alla caccia dei mafiosi siciliani invece di quelli che nella City ripuliscono il malaffare. Se non bastassero certi articoli, potranno sperare nel nuovo 007 (che a questo punto non sarà Callum: troppo amico di don Vito Corleone...).
Ragazzi, che show. Era dai tempi di «Che fai, mi cacci?» che non ne vedevo uno così acceso fra persone che in teoria giocano nella stessa squadra. Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi indossavano la maglietta del Pdl, ma in quel lontano aprile del 2010 si rivelarono in diretta tv nemici giurati.
Adesso a spiare i contendenti non c’è l’occhio della televisione, ma lo scontro è comunque pubblico, con tanto di minaccia di finire in tribunale. Marco Travaglio e Fatto quotidiano da una parte, Francesca Nanni e la Procura generaledella Corte d’appello di Milano dall’altra. Una lite violenta, cominciata - guarda caso - da un risvolto di uno dei tanti processi a carico di Silvio Berlusconi. Sembra di vederlo, il Cavaliere, che da lassù se la ride, guardando uno dei suoi più acerrimi accusatori, l’ex Torquemada al servizio pubblico di Michele Santoro, che duella con uno dei magistrati gerarchicamente più in vista del tribunale lombardo, annunciando carte bollate e querela per diffamazione.
Memorabile, l’una che con linguaggio para giuridico dà all’altro del venditore di frottole, l’altro che risponde accusando il magistrato di non sapere fare le indagini e pretende le scuse per l’accusa di aver pubblicato «cose non vere». Tutto ha inizio dalla grazia a Nicole Minetti, ex igienista dentale che, con Berlusconi, prima divenne protagonista delle famose cene eleganti per poi finire a fare il consigliere della Regione Lombardia. Per le prime, i giudici l’hanno condannata a due anni e dieci mesi di carcere. Per l’attività politica, con l’accusa di aver usato fondi per scopi personali, le hanno inflitto un altro anno più un mese di detenzione. In totale, tre anni e 11 mesi, da scontarsi ai servizi sociali. Però, nell’estate del 2025, prima che il Tribunale di sorveglianza decidesse l’applicazione della pena, i legali di Nicole Minetti si sono rivolti a Sergio Mattarella, chiedendo un atto di clemenza perché l’ex igienista e consigliere regionale, a 15 anni di distanza dai fatti per cui fu condannata, ha ormai cambiato vita. A supporto della richiesta, gli avvocati allegano le cartelle mediche del minore che, nel frattempo, Minetti e il compagno hanno adottato. Il bambino ha bisogno di cure e «siccome è seguito dall’ospedale di Boston» non può essere staccato dalla madre adottiva. Per di più l’ex organizzatrice delle cene eleganti ormai vive tra l’Italia, gli Stati Uniti e l’Uruguay, dove lei e il suo fidanzato hanno attività imprenditoriali.
Mattarella, che ha il cuore d’oro, si commuove e, senza far suonare la grancassa, concede la grazia. Travaglio, che viene a sapere del gesto di clemenza, invece di commuoversi, si agita e comincia a scandagliare la vita privata di Minetti e compagno sostenendo che la donna continui a organizzare cene eleganti, con contorno di donnine e sostanze. Segue nota del Quirinale che, spaventato dai contraccolpi mediatici, chiede alla Procura generale, che aveva dato via libera alla grazia, di riconsiderare il caso con un supplemento d’indagine. E qui ecco il preludio dello show, con «Che dici? Ti querelo». Francesca Nanni, procuratrice generale di Milano che si è incaricata di effettuare le successive verifiche, scrive un comunicato puntuto in cui dice chiaro e tondo che Il Fatto quotidiano ha pubblicato una serie di balle, smentendo le accuse contro Minetti. A suo carico non ci sono indagini, né qui né in Spagna né Uruguay, dice l’alto magistrato. Non risultano ombre sull’adozione del bambino, la mamma lo ha abbandonato rendendosi irreperibile e il legale della donna, che sarebbe morto in circostanze misteriose, non era il difensore della madre, ma l’avvocato d’ufficio del bambino. Non solo: oltre a essersi espresso a favore dell’adozione del piccolo, il legale non è stato ucciso. Insomma, una smentita su tutta la linea che rischia di minare la credibilità della testata di Travaglio e proprio su un argomento di battaglia del giornale, Berlusconi e le sue feste.
E dunque, dopo aver sostenuto l’indipendenza, l’autonomia e la necessità di rispettare le sentenze e l’azione della magistratura, il direttore del Fatto dalla carta passa alle carte bollate, annunciando querela. La guerra alle toghe, ovviamente, è appena all’inizio. Non avendo alcuna intenzione di accettare la patente di bugiardo, Travaglio ha spedito i suoi inviati in Uruguay a scandagliare nuovamente la vita di Minetti e compagno. Dunque, ne vedremo delle belle, con protagonisti, oltre al suddetto direttore, anche Quirinale e tribunale. Uno spettacolo. Stampa, sinistra e magistratura si erano tanto amati. Ma adesso che Berlusconi non c’è più, tutto è cambiato e perfino Beppe Sala, il sindaco sulla cui attività da commissario Expo si consumò uno strappo fra magistrati (il capo della Procura voleva archiviare, il suo vice invece intendeva processare: la bega finì al Csm) dice che le toghe fanno politica. Uno scontro che arriva dopo il referendum sulla giustizia e a mettere sul banco degli imputati i giudici non è la destra, ma coloro che fino a ieri ne sostenevano l’indipendenza, l’autonomia e l’autorevolezza.
Come finirà? Beh, se la querela di Travaglio verrà davvero presentata, ci sarà da ridere. Il Cavaliere, se ci fosse, pulirebbe la sedia con il suo fazzoletto e si accomoderebbe per assistere in prima fila allo show. Come da Santoro.
Da qualche settimana il mio gruppo di ricerca specializzato in scenaristica (geo)economica riceve richieste sempre più preoccupate da attori industriali e finanziari di probabilizzare sia il rischio di un prezzo del petrolio che schizzi verso i 200 dollari al barile sia le possibili contromisure.
Il motivo è l’evidenza di un esaurimento delle scorte strategiche che al momento stanno compensando il gap di forniture di combustibili fossili in Europa, America e Cina, una parte del Pacifico già in grave crisi. In sintesi, se il blocco di Hormuz durasse ancora due o tre mesi, le scorte di petrolio e carburanti raffinati non rinnovate diventerebbero insufficienti. Ciò alzerebbe l’inflazione in gran parte del mondo e ridurrebbe le attività produttive, innescando uno scenario di stagflazione che colpirebbe molto l’Europa, ma anche gli Stati Uniti (tendenza già visibile nei dati correnti). Con possibile aumento del costo del denaro da parte della Bce il cui mandato prioritario è combattere l’inflazione.
In recenti conversazioni con tecnici della Bce ho sostenuto l’ovvietà che una crisi di scarsità in settori generativi di inflazione per motivi geopolitici ha solo soluzioni altrettanto geopolitiche e non di politica monetaria perché l’aumento dei tassi in queste circostanze moltiplicherebbe l’effetto recessivo. Questi tecnici hanno mostrato piena consapevolezza del punto, ma data la missione della Bce (che finora ha rinviato il rialzo dei tassi) se l’inflazione aumentasse non potrebbero evitare la restrizione monetaria. Brivido.
Il rischio di caso peggiore non è al momento precisabile perché ci sono segnali di negoziato riservato tra Usa e Iran, ma con rischio di prolungamento. Il motivo è il gap di deterrenza statunitense dovuto alla non volontà di Washington di intensificare l’azione militare per sbloccare lo stretto di Hormuz. Per tale motivo il regime iraniano non teme né invasioni né danni irreparabili. È in enorme e crescente difficoltà interna, ma il regime autoritario è ben organizzato e in grado di reprimere con illimitata violenza rivolte interne. Inoltre ho un sospetto personale senza prove, ma con tanti indizi: la Cina vede nel caso iraniano la possibilità che l’America le chieda in ginocchio un aiuto per lo sblocco di Hormuz, essendo l’Iran un satellite di fatto della Cina - così come il Pakistan, pur un po’ meno, che sta lavorando come mediatore - e conceda più favori a Pechino. Semplificando, Teheran, pur divisa tra falchi e colombe, ha capito che l’America - diversamente da Israele - ha rinunciato al cambiamento di regime e che la Cina ne sostiene la continuità. Alcuni colleghi enfatizzano che anche Pechino sarebbe nei guai se il blocco di Hormuz continuasse. Vero, ma bisogna considerare che il regime dittatoriale cinese ha capacità repressiva interna totale nonché opzioni di rifornimento clandestine dalla Russia. Tralascio altre complicazioni per arrivare al punto: Washington è in enorme difficoltà perché non può mollare in quanto sarebbe una sconfitta con conseguenze geopolitiche sistemiche né riesce (per gap di consenso interno) a produrre una deterrenza sufficiente che porti alla resa dell’Iran. Infatti è passata dalla strategia del blitz a quella del boa constrictor, via blocco navale, sperando che il tempo giochi a suo favore. Non necessariamente è una scelta sbagliata, ma è proprio l’eventualità di un aumento dei tempi per lo sblocco di Hormuz che genera un rischio economico catastrofico per gli importatori di petrolio, ma demoltiplicato per la Cina.
Soluzioni? L’America, se sola, ha problemi di gap strategico e quindi la soluzione più razionale è quella di intervenire con una coalizione di alleati europei e del Pacifico per un presidio di sicurezza dei transiti via Hormuz. Al momento questa opzione è in preparazione, ma gli alleati vogliono intervenire solo dopo la sigla di un accordo tra America e Iran. I tempi di questo sono incerti e tale opzione è una non soluzione. Sarebbe una soluzione se gli alleati decidessero di intervenire con strumenti difensivi delle navi senza un accordo stabilizzato tra America e Iran. Due o tre mesi per creare il sistema di scorta dei traffici e questi riprenderebbero, pur più lungo lo sminamento. Probabilità? Al momento bassa, ma è scenario di caso migliore corroborato da un accordo speciale con le assicurazioni navali. Inoltre, l’accordo Onu sulla libertà di navigazione renderebbe legittima sul piano del diritto internazionale una vasta mobilitazione per lo sblocco di Hormuz (e per l’ingresso sicuro da Sud nel Mar Rosso).
Gli Stati importatori e quelli esportatori nel Golfo si stanno preparando a un caso peggiore di blocco lungo di Hormuz? Ovviamente: oledotto trasversale in Arabia già esistente che sbocca nel Mar Rosso, oleodotto degli Emirati con terminale nel Pacifico che salta Hormuz, nuove vie dell’Iraq verso Nord, ecc. Poi tutti i produttori di petrolio e gas stanno aumentando l’export e fortunatamente per l’Italia al riguardo dell’importazione di gas non c’è grande rischio di scarsità pur ancora non valutabile il costo. Ma la sostituzione del petrolio via Hormuz prenderebbe due o tre anni nel migliore dei casi dove il moltiplicatore finanziario dei prezzi dell’energia potrebbe mantenere un impatto inflazionistico. Per tale motivo, pur in mancanza di dati sul negoziato riservato in corso nel Golfo, ritengo più razionale predisporre un’operazione difensiva dei traffici di Hormuz che unisca gli alleati europei e del Pacifico al potenziale statunitense, anche senza accordo America-Iran. Salverebbe l’economia italiana.
Cognome e nome: De Luca Erri. Oggi beatificato perché «imbavagliato».
Doveva inaugurare la rassegna letteraria di Salerno con una sua lectio magistralis.
È intervenuta la scomunica.
Si è dichiarato «sionista» e contrario all’(ab)uso del termine «genocidio» per Gaza.
E quindi la fatwa lo colga!
«Ma non è censura», macché: «Gli abbiamo proposto una diversa collocazione» hanno annunciato gli organizzatori (avrebbe potuto parlare, chissà, nel cuore della notte, in qualche quartiere periferico, per «evitare di connotare ideologicamente la manifestazione», anche se c’è da chiedersi: se la prolusione fosse stata assegnata a Tomaso Montanari o a Francesca Albanese, scommettiamo che il loro - libero e legittimo - punto di vista non avrebbe «disturbato» il profilo della kermesse?).
De Luca ce li ha mandati: «È il festival che si è escluso da me, meglio così: mi risparmio la trasferta».
All’anagrafe Enrico. Negli anni degli «opposti estremisti», uno dei non pochi «cattivi maestri», i pifferai di Hamelin de «la meglio gioventù», la sinistra extraparlamentare dura e pura.
Erri. Versione italiana di Harry, il nome dello zio.
Da Harry ti presento Sally a «Erri, ti presento Inès de la Fressange» è un attimo.
Insieme - il napoletano già rivoluzionario barricadero, e la francese già modella musa di Karl Lagerfeld, stilista, imprenditrice - hanno pubblicato L’età sperimentale (Feltrinelli, 2024), divagazioni sulla vecchiaia.
Lei, classe 1957: «Vecchio è quando capisci che le persone che sembrano vecchie hanno la tua stessa età».
Lui, classe 1950: «Considero questo il mio tempo migliore, in cui sono più lucido, preciso, calmo».
Non è stato sempre così «zen».
La sua militanza è stata tutta una «lotta continua». Quando a 18 anni sbarca nella Capitale aderisce al Gaos, il Gruppo di agitazione operai e studenti, che confluirà nella nascente Lotta Continua.
Formazione politica di cui diventerà un dirigente di primo piano, come responsabile del servizio d’ordine sulla piazza di Roma.
Non pentito: «Ho fatto la cosa giusta insieme alla maggioranza della mia generazione, esponendomi e pagandone le conseguenze», ipse dixit nel film documentario basato sul libro di Aldo Cazzullo I ragazzi che volevano fare la rivoluzione, Mondadori 1998.
«Hai fatto qualcosa che se ti avessero beccato ti avrebbe portato in galera?», gli ha chiesto Claudio Sabelli Fioretti il 9 settembre 2004 per Sette, il magazine del Corriere della sera.
«Come tutti. Abbiamo condiviso il peggio di quel tempo. Non piace ai reduci che io definisca Lc, Lotta continua, un organismo rivoluzionario. O che dica: “Ognuno di noi avrebbe potuto uccidere il commissario Luigi Calabresi”».
E chi sarebbero coloro che si dissociano «dalla loro storia, dalla loro evidenza»?
Sabelli Fioretti, volendo inzigare, butta giù una compilation: «Andrea Marcenaro, Claudio Rinaldi, Paolo Liguori, Gad Lerner, Toni Capuozzo, Ninì Briglia, Giorgio Pietrostefani, Adriano Sofri, Lidia Ravera, Mario Deaglio...».
De Luca: «Li perseguito ricordandogli i dettagli, gli guasto qualche momento di digestione, tanto poi gli passa subito». E comunque «Paolo Liguori, detto Straccio, era un bravissimo capo, uno a cui piaceva parlare e che ci sapeva fare. Era ambizioso e Lc lo mortificò. Venne a Roma Pietrostefani (che era il peggiore di tutti, come persona e come atti, non mi è mai piaciuto e gliel’ho sempre detto in faccia) e lo sbatté a fare il volantinaggio davanti all’Alfa Sud di Secondigliano».
Parentesi. Sofri (De Luca: «Non sono più in buoni rapporti con lui da molto tempo»), Pietrostefani e Ovidio Bompressi («siamo stati amici per la pelle») sono stati condannati per l’omicidio di Calabresi.
«Erri, tu sai chi l’ha ammazzato?».
«Preferisco non rispondere. Non mi sento libero di parlare di questo».
Chiusa parentesi.
A Bompressi, in un carteggio pubblicato da Micromega nel 1995, rinfaccerà: «Tu sei estraneo. Ma non sei innocente». Perché «nessuno di noi lo era, siamo tutti corresponsabili».
Soprattutto: niente autoassoluzioni in nome del clima socio-politico.
«Sono contrario alla giustificazione del contesto, è come se gli atti che ho compiuto me li avessero fatti fare gli altri. No: le mie azioni erano frutto di una piena consapevolezza». Uscito dal movimento nel 1976, quando Lc si sciolse (lui era contrario: «fu diserzione»), si arrabatterà facendo mille mestieri.
Operaio. Muratore. Giornalista. Saggista. Poeta. Traduttore.
Studioso dell’ebraismo, poliglotta, ha imparato l’ yiddish e l’ebraico antico («è stata la solitudine ad avvicinarmi a questa lingua»), insieme al russo e lo swahili.
A suo agio con il vernacolo partenopeo. «È la mia lingua madre. È una lingua svelta, che risparmia tempo e spazio. Abbiamo conquistato il record mondiale della brevità con l’infinito del verbo andare: i', una vocale appena. Io l’ho imparata da bambino, quando in famiglia di sera leggevamo a voce alta le commedie di Eduardo De Filippo e le poesie di Salvatore Di Giacomo», altro che «Carosello!, e poi tutti a nanna».
De Filippo. Con cui De Luca avrebbe avuto una certa qual rassomiglianza.
Tanto da legittimare un atroce sospetto.
Nell’agguato delle Brigate Rosse in via Fani a Roma - scorta massacrata, Aldo Moro sequestrato - più di una testimonianza oculare attestò la partecipazione anche di due individui, mai identificati, su una moto Honda, uno dei quali «pur essendo giovane, ricordava in modo impressionante Eduardo De Filippo» (la deposizione è agli atti della Commissione Moro, VIII legislatura, volume XLI, pag. 403).
Non basta: il 28 marzo 1978, 12 giorni il rapimento, il Sismi, cioè il servizio segreto militare, segnalò (l’appunto è del suo capo, il generale Giuseppe Santovito, tessera n. 527 della Loggia P2) che «una fonte aveva riferito di aver visto subito dopo l’eccidio in via Fani un giovane dalle caratteristiche identiche a quelle di Henry (sic) De Luca, già da tempo ritenuto «elemento irregolare» delle Br».
Ma «la precoce annotazione, evidentemente infondata, cadde nel vuoto» (così Miguel Gotor, L’Italia nel Novecento, Einaudi 2019).
«Io sono numeroso» ha rivendicato lui più di vent'anni fa, scimmiottando un po' il «Contengo moltitudini» di Walt Whitman, oggi ultra citato ma solo perché l’ha evocato Francesco De Gregori.
Entrambi, Erri e il Principe dello spartito, accomunati nell’ultima settimana dalla stessa sorte: la condanna al rogo per le loro riflessioni eterodosse e «fuori linea» su Israele, Gaza e l’impegno ostentato sul palco, la forma più comoda e confortevole di esibizionismo etico.
Però, a ben guardare: che nemesi, per De Luca.
Diventare la vittima di un pre-giudizio ideologico, dopo aver militato in un movimento che voleva processare gli avversari davanti al «tribunale del popolo», perché nemici del medesimo.
Un bell’ambientino «completamente dentro all’illegalità: Lc era tutta illegale, l’illegalità era la pratica diffusa» ha ricordato, con la civetteria di un acculturato Andy Warhol, sempre a Sabelli.
Tutta l’attività di Lc era «fuori legge»: «Proteggere i compagni latitanti, scontrarsi con la polizia, fabbricare bottiglie molotov».
E naturalmente girare con il «ferro» in tasca: «Avevamo le pistole, facevano parte della necessità della presenza in piazza contro i fascisti e nei cortei. Dopo il 1975 è diventata pratica comune».
Ma non erano mica tutti armati, no: «Solo quelli autorizzati», ah, beh...
Salito a Torino per fare l’operaio alla Fiat, dove rimase fino alla marcia dei 40.000 (la maggioranza silenziosa di operai e dirigenti che affossò l’occupazione della fabbrica di Mirafiori, durata 37 giorni), passò poi in Francia, quindi in Africa come volontario non credente in un’organizzazione cattolica.
Poi traslocò a Sigonella, dove fu facchino per una ditta che lavorava con gli americani della base militare, quindi in cantiere a Milano, di nuovo a Roma in una cooperativa, «ero un manovale, sturavo le fogne» (così a Silvana Mazzocchi di Repubblica, 29 luglio 2012), infine autista di convogli umanitari in Bosnia.
Il primo settembre 2013, lo scapigliato «rosso» che fu, improvvisamente si risvegliò. Per commentare, con Laura Eduati dell’HuffPost, le accuse del procuratore Giancarlo Caselli agli intellettuali che a sinistra «sottovalutano pericolosamente l’allarme terrorismo» in Val di Susa.
De Luca non solo si schierò con i No Tav, ma inneggiò: «La Tav va fermata, sabotaggi e vandalismi sono necessari perché è un’opera devastante, nociva e inutile».
Per queste frasi finirà sul banco degli imputati, accusato di istigazione a delinquere.
Ma nel 2016 il tribunale di Torino lo assolverà con formula piena.
«Il fatto non sussiste»: talune prese di posizione sono sanzionabili solo se creano un effettivo e concreto pericolo per l’ordine pubblico.
Altrimenti ricadono nel perimetro della libertà di espressione.
Per sua fortuna, a processarlo è stata la giustizia borghese. Nella democrazia popolare vagheggiata da Lc, la sua dissidenza sarebbe stata bollata come controrivoluzionaria.
Non credo che in quel caso gli sarebbe andata altrettanto bene.

