2019-01-16
L'Eni può aiutarci in Libia, ma ci vorrà un accordo politico con Russia e Arabia Saudita
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Il petrolio potrebbe salire a 150 dollari al barile entro poche settimane se lo Stretto di Hormuz rimanesse chiuso, avverte il ministro dell’Energia del Qatar. Il traffico di petroliere è crollato da 138 navi al giorno a sole due, mentre il Kuwait ha iniziato a sospendere la produzione di petrolio a causa di problemi di stoccaggio. E poi c’è il gas. Sempre da Hormuz transita il Gnl del Qatar, leader mondiale, che arriva in Italia.
Ma è tutto fermo. Fino a marzo possiamo stare tranquilli per le forniture. Da aprile si vedrà, sostengono i manager del settore. Risultato: il Brent, ovvero il greggio europeo, è rincarato del 25% da venerdì scorso a oltre 92 dollari al barile, il gas ad Amsterdam del 65% in una settimana a 52 euro per megawattora, la benzina e il gasolio hanno visto un balzo di poco inferiore al 20%. E ora attendiamo l’effetto caro-gas sulle bollette del metano e soprattutto dell’energia elettrica, dato che dal gas dipende circa metà della produzione elettrica italiana. Le stime parlano di possibili aumenti della bolletta energetica tra 250 e 300 euro annui per famiglia, nel caso le quotazioni non calassero. Per le imprese il peso potrebbe essere ancora più rilevante: un’azienda con consumi pari a un milione di kilowattora all’anno potrebbe affrontare rincari fino a 30.000 euro.
Consumi energetici più cari vuol dire più inflazione. Secondo il Codacons, se la crisi dovesse tradursi in un aumento complessivo dei prezzi di un punto percentuale, la spesa annua di una famiglia con due figli crescerebbe di circa 457 euro a parità di consumi. Questo aggravio si sommerebbe al carovita già acquisito nel 2026, pari all’1,1% secondo l’Istat, portando il conto complessivo per lo stesso nucleo familiare a circa 959 euro in più all’anno.
Dal caro carburanti infatti scatta tutta una filiera di aumenti. Secondo le stime di Cna Fita, l’incremento dei prezzi alla pompa registrato negli ultimi giorni si traduce già in un aggravio di oltre 2.400 euro l’anno per un mezzo pesante che percorre 100.000 chilometri. Se le tensioni nello Stretto di Hormuz dovessero proseguire, gli autotrasportatori potrebbero trovarsi di fronte a un rincaro ulteriore di circa 0,445 euro al litro, pari a un aumento del 25%, con un costo aggiuntivo di circa 13.000 euro annui per ogni camion. L’impatto si estende anche al settore dei trasporti aerei. L’interruzione delle forniture dal Golfo ha fatto impennare il prezzo del carburante per l’aviazione di oltre l’80%. Prima degli attacchi il carburante per aerei nell’Europa Nord-occidentale costava circa 830 dollari a tonnellata, ora ha superato i 1.500 dollari. Si tratta dei livelli più alti dal 2022, quando i mercati furono scossi dall’invasione russa dell’Ucraina. Secondo gli analisti, se i costi resteranno elevati le compagnie aeree potrebbero trasferire gli aumenti sui biglietti, con tariffe più alte in vista delle vacanze estive. Più o meno un 10%, considerando che il carburante vale un quarto del biglietto finale.
Gli effetti potrebbero arrivare però rapidamente anche sugli scaffali dei supermercati. L’associazione di consumatori Codici stima che un aumento dei carburanti tra il 2% e il 3% possa generare nel breve periodo rincari dei prezzi alimentari tra lo 0,5% e l’1,5%. In questo scenario la spesa alimentare delle famiglie italiane potrebbe crescere di circa 20-40 euro al mese entro la fine di marzo, con aumenti che riguarderebbero soprattutto ortofrutta fresca, latticini, carne e prodotti legati alla filiera cerealicola.
Nel settore agricolo le tensioni internazionali stanno già incidendo sui costi di produzione. Confagricoltura segnala aumenti rapidi dei prezzi dei fertilizzanti e ovviamente dei carburanti, con punte superiori al 30%, con immaginabili effetti sui prezzi finali. Gianclaudio Torlizzi di T-Commodity ricorda che «dopo lo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, il petrolio passò da 68 a 94 dollari al barile, un aumento del 37%. Nello stesso periodo i prezzi alimentari globali salirono del 15%». Ci siamo quasi.
Le tensioni geopolitiche stanno influenzando anche alcune materie prime industriali. I future sull’alluminio sono saliti fino a 3.350 dollari a tonnellata, il livello più alto degli ultimi quattro anni, e parliamo di un metallo leggero e resistente alla corrosione comunemente utilizzato in settori come l’edilizia, i trasporti e l’imballaggio. Corre pure il prezzo del tanto vituperato carbone che ha raggiunto i 138 dollari a tonnellata, massimo da 15 mesi, spinto dalla maggiore domanda di combustibili alternativi dopo le chiusure in Qatar.
Gli analisti dunque avvertono che una crisi energetica prolungata potrebbe riportare l’inflazione su livelli più elevati. Secondo Ing Direct, se il conflitto dovesse protrarsi per diverse settimane l’inflazione potrebbe tornare intorno al 2,5% nell’eurozona, col rischio che la Bce rialzi i tassi. «Nel breve periodo, il recente aumento dei prezzi dell’energia seguito alle tensioni in Iran rende più incerto il percorso dell’inflazione», minaccia Isabel Schnabel, membro del consiglio esecutivo Bce. Ci mancherebbe solo l’aumento del costo del denaro. Allora sì che, come dopo il 2022, pagheremmo mutui e prestiti più cari, di fatto non fermando più l’inflazione e ammazzando definitivamente il potere d’acquisto degli italiani.
Il ministro per la Famiglia e le Pari opportunità interviene sulla vicenda della famiglia Trevallion: «I giudici facciano un passano indietro rispetto alla decisione presa di separare la madre dai tre bambini».
Appositamente pensata per la Sala delle Cariatidi, sino al 27 settembre Palazzo Reale di Milano ospita l‘attesissima mostra di Anselm Kiefer, suggestivo ciclo di quarantadue maestosi teleri interamente dedicato alle donne alchimiste. A cominciare da Caterina Sforza, scienziata e condottiera figlia di Galeazzo Maria Sforza duca di Milano.
Caterina Sforza, la più famosa e autorevole. E poi Isabella Cortese, Kleopatra, Cristina di Svezia, Margaret Cavendish, Perenelle Flamel e altre, molte altre. Donne. Ma donne «speciali ». Alchimiste, nobildonne, scienziate, erboriste, mediche, filosofe naturali, astrologhe. Esperte di botanica, di cosmologia e di cosmetica, bollate nel Medio Evo come streghe e misconosciute nei secoli successivi per aver osato violare quel sapere scientifico , origine della scienza moderna, per lo più riservato agli uomini. E’ a loro, a questo manipolo di impavide, troppo moderne per i tempi in cui si trovarono a vivere, che Anselm Kiefer, tra i più grandi artisti contemporanei, dedica l’attesissima mostra a Palazzo Reale.
Anselm Kiefer e le Alchimiste
Tedesco di Donaueschingen, classe 1945, artista che spesso ha diviso (e divide) la critica, al di là di ogni polemica, la sua arte attrae, incuriosisce e incanta. Le sue tele potentissime e gigantesche, ricche di simboli religiosi e cabalistici, sono opere mistiche, misteriose e sofisticate, dove il colore si sposa con la materia e si confronta con la parola scritta. Quelle di Kiefer sono lavori unici nel loro genere, opere che hanno il «sapore » della decadenza e della rovina ma che - paradossalmente - esprimono una sorta di positività e di speranza, di rinascita e di riscatto.
Decadenza e rovina. Rinascita e riscatto… Che sono poi le «parole chiave» dell’esposizione milanese. A cominciare dal luogo che le ospita, la Sala delle Cariatidi, lo spazio profondamente segnato dai bombardamenti alleati del 1943 e il luogo in cui Picasso, un decennio dopo, espose la sua Guernica, monumentale memento della tragedia della guerra. Qui, in questa sala irrimediabilmente sfregiata dalla brutalità della violenza ma pure splendida nella sua decadente magnificenza, Anselm Kiefer ha scelto di esporre le sue Alchimiste, che in uno spazio che diventa parte integrante dell’opera dialogano con le Cariatidi mutilate e ferite, quasi cancellate, ma risorte a nuova vita perché custodi di arte e bellezza. Quaranta monumentali corpi che accolgano , quasi proteggono, gli imponenti telieri di Kiefer, un tripudio di oro, materia e colore dedicato a quelle donne - scienziate ante-litteramma streghe per molti - che attraverso lo studio, la sperimentazione e soprattutto l’alchimia hanno dato un contributo fondamentale alla nascita della scienza moderna. Un percorso espositivo (che si snoda tra la Sala delle Cariatidi e quella, attigua, del Piccolo Lucernario) emotivamente coinvolgente, fatto di colori, specchi e riflessi, passato e presente, antico e moderno, un viaggio in un pantheon femminile di donne sapienti, visionarie e resilienti, intelligenti e intuitive, e per questo escluse, giudicate, perseguitate e talvolta condannate dalla cultura dominante. Donne che come ben sottolinea Gabriella Belli, curatrice della mostra, «Pur partendo dalle arti alchemiche e praticandole, ebbero il coraggio di sovvertirne le priorità [ovvero abbandonare le incognite della ricerca della pietra filosofale e dell’opus magnum] per aprire con i loro “secreti” più di una porta alla scienza moderna … ».
Con queste opere, Kiefer ridà voce e corpo a un sapere femminile a lungo sepolto, volutamente gettato nell’oblio, e fa rinascere le sue Alchimiste (tutte realmente esistite) combinando sapientemente piombo, zolfo, ossidi, oro, fiori e cenere: a dar loro volti, corpi e nomi la potenza rigenerante della fiamma ossidrica, che la materia plasma e forma. E finalmente ridà luce alla ragione e alla scienza declinate al femminile…
Chi ha visto Buen camino di Checco Zalone, praticamente tutta l’Italia, è rimasto sicuramente colpito dall’attore che interpreta la parte del padre, capace in poche scene di disegnare un personaggio indimenticabile. Per Alfonso Santagata, grande attore di teatro prestato con successo al cinema, è un ulteriore tassello di una carriera e di una vita molto movimentate.
Com’è nata la passione per la recitazione?
«Questa storia è meravigliosa perché la mia prima tentazione cinematografica è stato Banditi a Milano di Carlo Lizzani. Non avevo neanche vent’anni e mi hanno scelto come comparsa insieme a un mio amico. Era la prima scena che giravano e noi due dovevamo sparare dalla macchina. Il mio innamoramento è nato lì, senza sapere niente di cinema. Quest’immagine di violenza metropolitana è stata ripresa su giornali e riviste e fra i miei amici sono diventato importante, per cui mi sono montato la testa. Poi invece ho dovuto ricominciare da zero».
Come ha proseguito?
«Un altro mio amico sosteneva che i bravi attori di cinema provenivano da scuole di teatro, così nel 1969 ho fatti domanda al Piccolo Teatro di Milano. Le selezioni iniziavano due-tre mesi dopo, ma io scalpitavo: “Posso seguire i corsi subito?”. Mi hanno preso grazie a un pezzo di Eduardo De Filippo e di Pirandello. Sono stato lì fino al 1973».
Ha avuto modo di incontrare Giorgio Strehler?
«Strehler l’ho visto una volta in tre anni: si era seduto per vedere un saggio e dopo cinque minuti non c’era più sulla sedia!».
Cosa le ha lasciato la scuola?
«Mi ha dato le indicazioni sulle discipline e sui metodi, però alla fine ho capito che questi insegnamenti li dovevo dimenticare per poter essere più diretto nel mio agire teatrale. Per me sono sempre stati fondamentali due estremi come la crudeltà di Artaud e la farsa napoletana».
Come mai viveva a Milano? Lei ha origini pugliesi…
«Io sono di San Paolo di Civitate, che è un paese ai piedi del Gargano. A 14 anni e mezzo avevo finito l’avviamento industriale e dovevo iniziare con il liceo, ma non avevo alcuna voglia. Come bambino ero già un cervello in fuga e non vedevo l’ora di scappare. Mi sono infilato nella macchina di un mio zio che veniva ogni anno in agosto in Puglia e non sono più voluto uscire. Mia madre mi ha preparato una specie di valigetta e di notte siamo partiti per Milano».
E cosa ha fatto a Milano?
«Ho cominciato a lavorare alla ButanGas. Ho fatto di tutto, dal commesso al garzone. A un certo punto per poter studiare ho commerciato in automobili. C’era un bar a Milano, dove si vendevano macchine usate. Questa è una cosa proprio degli anni Sessanta. Avevo un amico che era un bravissimo meccanico e mi insegnava le cose fondamentali, tipo l’olio, la carburazione, le gomme».
Comprava le macchine e le rivendeva?
«Immediatamente. Nel pomeriggio guadagnavi trenta-quarantamila lire. Allora era tanta roba».
E chi comprava le macchine?
«Dei disgraziati come me! Erano automobili che costavano pochissimo. Mi sono mantenuto in questo modo. Vivevo in una pensione: stavamo anche quattro in una stanza. Sono stato anche in Germania, a Hilden, vicino a Düsseldorf, per quasi un anno. Facevo l’apprendista e vivevo nelle baracche. Mi sono divertito come un matto».
Perché è finito là?
«Mi piaceva andare all’estero. Non è che ero costretto ad andare in Germania».
I suoi genitori erano preoccupati?
«Dopo anni hanno smesso. In fondo, non mi era successo niente di male, non mi avevano arrestato!».
E quando ha comunicato che voleva fare l’attore?
«C’è stato un problema perché volevano che facessi il postino…».
Il posto fisso tanto caro a Zalone!
«Quando sono partito per la Germania, a mia madre è venuto un colpo perché ero stato preso alle Poste per tre mesi. Poi mica mi avrebbero mandato via. Mi sono licenziato e sono andato via. Ero inquieto. Ho avuto sempre una fascinazione verso le cose un po’ disordinate. Mi piace affrontarle di petto».
Dopo la scuola ha cominciato a lavorare a teatro?
«Il primo contratto me l’ha fatto Franco Parenti, che doveva riprendere Ambleto di Giovanni Testori. Sono andato felicemente in vacanza perché ero uno dei pochi allievi che aveva trovato lavoro. Sono tornato e, malgrado il contratto, non mi hanno confermato. Ho pensato: “Ho appena cominciato e già devo mettere di mezzo un avvocato?!”. Allora mi sono dato da fare. Dario Fo aveva bisogno di un disturbatore in sala e mi ha preso subito, senza nemmeno farmi un provino. Ho lavorato tre anni con lui, fino nel 75. Dopo sono andato via perché ero un po’ stanco, pur non avendo un’alternativa».
Com’era Dario Fo?
«Come attore lo trovavo veramente unico, mentre non era un grande comunicatore del mestiere. Mi diceva: “Tu, guardami, ruba, prendi le cose, spiami…”. Dovevo imparare guardandolo. Poi ho smesso di guardarlo: avevo bisogno di qualcos’altro, di una persona più diretta. E sono andato da Carlo Cecchi, nel 1975-76».
Cecchi è scomparso a gennaio…
«Mi piaceva molto. Sono stato con lui tre anni, poi non c’era niente per me e ho iniziato a pensare: «Cosa posso fare io?». Ho buttato giù un testo intitolato Katzenmacher. Quando l’ho scritto, lo volevo fare da solo. Nella compagnia di Cecchi era entrato per una piccola parte Claudio Morganti, che veniva da una scuola di Genova, dove Carlo insegnava. Ci siamo conosciuti e un giorno gli ho detto: “Ho buttato giù ’sta cosa che volevo fare da solo, però mi piacerebbe una figura come la tua”. Suo padre ci ha prestato i soldi per comprare un piccolo furgone. Abbiamo caricato tre elementi della scenografia e giravamo per l’Italia: dove ci volevano, noi facevamo lo spettacolo».
Facevate teatro d’avanguardia…
«Dal ’79 mi sono trasferito a Firenze, non ne potevo più di stare a Milano, e ho conosciuti tutti: Roberto Benigni, Carlo Monni, Donato Sannini… Un amico mi ha presentato Carmelo Bene, dicendo che ero un bravo attore. Lui mi ha dato la mano e mi ha detto: “Ma io non sono un attore!”. Sono rimasto senza parole. Cosa voleva dire? Ma allora anche io non sono un attore! Carmelo Bene, Leo De Berardinis e Carlo Cecchi sono stati il mio premondo del teatro. Erano i miei riferimenti. Poi voglio ricordare anche Antonio Neiwiller. Stavamo assieme a bere, a parlare… eravamo un po’ dei surrealisti italiani».
Con Luca Ronconi ha lavorato?
«Ho fatto con lui L’anitra selvatica».
E gli ha rubato qualcosa?
«Non ce l’ho fatta, ho tentato. Ho molti amici che hanno lavorato con lui e ne parlano con un fervore incredibile, io invece non ho avuto l’innamoramento e a me se non parte quello, non parte niente».
Dario Fo invece l’ha incontrato successivamente?
«Sì, andava fiero di me».
Questo fermento culturale quando è finito?
«Negli anni Ottanta c’è stata una piccola resistenza e arrivavano anche molte belle compagnie dall’estero. Dagli anni Novanta è cambiato tutto».
E ha cominciato a fare cinema con Palombella rossa di Nanni Moretti.
«Nanni si è innamorato di noi in teatro e ha preso me e Claudio Morganti per interpretare due assillanti militanti comunisti. Lui voleva che interpretassi il protagonista, che poi ha fatto Silvio Orlando, ma non avevo tempo perché seguivo la mia bottega di teatro».
Pranzo di ferragosto di Gianni Di Gregorio e Gomorra di Matteo Garrone le hanno dato la notorietà, l’hanno resa un volto.
«Hai detto una cosa giusta: mi hanno reso un volto. Mi piace l’idea. Sono partito come uno che arriva veramente da altrove e pian piano ora, dopo tanti anni, inizio a starci dentro».
Perché il suo terreno rimane il teatro?
«La mia fonte è quella. All’inizio sui set ero spaesato perché non ero abituato ad avere un occhio, la macchina da presa, a mezzo metro, a un metro…. Adesso mi piace espormi. Il teatro ha una lingua che non è la stessa lingua del cinema, è completamente differente. Ha un altro tempo, un altro ritmo, un altro suono per la presenza del pubblico».
Non ha fatto tantissimi film, ma quasi tutti sono grandi film. Ha selezionato bene i suoi ruoli…
«Non è che ho scelto! Come si fa a dire di no a Gianni Amelio per L’intrepido o a Mario Martone per Noi credevamo? Ho lavorato tanto con Gianni Di Gregorio: c’è affinità di sentimenti, una bella libertà. Ormai ci guardiamo e ci capiamo. Pranzo di ferragosto era prodotto da Matteo Garrone, che veniva da bambino con suo padre Nico, grande critico teatrale, a vedere i miei spettacoli. È iniziato tutto da lì».
Invece con Sorrentino in Parthenope come si è trovato?
«Bene. Paolo ha reso il mio personaggio, l’ex sindaco di Napoli Achille Lauro, un archetipo. Mi ricordo che i costumi per me erano tre o quattro per le varie scene, alla fine lui mi ha tenuto con un costume unico, bianco, per tutto il tempo, sottoponendomi a un trucco di quattro ore e mezzo».
Adesso un altro momento di grande notorietà è arrivato grazie a Checco Zalone.
«Mi hanno visto tutti! Era un ruolo fisicamente duro perché il mio personaggio aveva avuto un ictus. Ho scoperto un trucco: ho letto che in caso di ictus uno dei problemi è deglutire. Ho dovuto trovare un espediente per affrontare questa parte molto difficile. Checco Zalone ha una leggerezza, ma toccando le cose della vita. Anche lui è una maschera, come Benigni, Troisi, Totò, Eduardo e Peppino De Filippo. La maschera per me è il punto più alto. Prima il carattere, poi il tipo, infine la maschera. Un’altra maschera che mi piace molto è Massimo Ceccherini».

