2019-01-16
L'Eni può aiutarci in Libia, ma ci vorrà un accordo politico con Russia e Arabia Saudita
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Marilyn Manson non è certo uomo che si turbi facilmente, se non altro perché ha costruito una intera carriera sulla provocazione e l’eccesso. Ha creato un personaggio appositamente per scandalizzare, e se non venisse bandito e censurato non avrebbe più senso di esistere. Nel tempo, soprattutto quando era all’apice del successo ormai parecchi anni fa, molte città americane di profonda fede protestante insorgevano contro le sue esibizioni platealmente e anche tristemente blasfeme. Al solito, la soluzione migliore sarebbe stata ignorarlo, invece di alimentare il suo freak show fuori tempo massimo.
Nel frattempo, Manson si è evoluto. È un filo meno pagliaccesco, la sua ricerca musicale ne ha senza dubbio elevato il livello culturale. E in ogni caso la fama del passato è sbiadita, l’età e il grasso addominale incombono, e il vecchio circo si è parecchio ammosciato. Eppure sembra che la curia ferrarese sia riuscita nel capolavoro grottesco di regalare a Manson nuova pubblicità, nuove polemiche e un pizzico di vigore giovanile.
Il musicista americano suonerà nella città emiliana il prossimo 11 luglio nell’ambito del Ferrara Summer Festival. A suscitare un certo, divertito, interesse è stata la notizia che sarebbe stato accolto - almeno per qualche momento - in un convento delle suore di San Vincenzo. Come ha spiegato il sindaco leghista Alan Fabbri a Radio Radio, «tutti gli anni, in piazza Ariostea, gli artisti hanno potuto riposare (anche gli Slipknot) - prima dell’esibizione - nel backstage del palco, che per l’occasione è sempre stato il convento delle suore di San Vincenzo». Per chi non ne fosse edotto, gli Slipknot sono decisamente più pesanti di Manson a livello sonoro e almeno altrettanto disturbanti per quanto riguarda testi e blasfemia. Però non hanno avuto (né causato) problemi con le suore. Questa volta però a Manson l’ingresso al convento è stato interdetto.
Lo ha fatto sapere lo stesso Fabbri: «Purtroppo, dopo tutta questa attenzione mediatica sulla notizia, le suore hanno comunicato di aver ricevuto ordini dall’alto, quindi immagino dalla Curia - con cui non posso dire di avere ottimi rapporti - di ritirarsi dal supporto per tutto il Ferrara Summer Festival e non solo per il concerto di Marilyn Manson». Peccato, ha commentato giustamente il sindaco: magari le determinate suorine avrebbero potuto cogliere l’occasione per riportare all’ovile la pecorella (volutamente) smarrita.
Il fatto, però, è che oltre al folklore e alla curiosità sotto questa vicenda c’è qualcosa di un poco più sgradevole. «Non ho mai detto che Manson sarebbe stato ospitato dal convento», ci racconta Alan Fabbri. «Io ho sempre parlato dei camerini. Piazza Ariostea, dove si svolge il concerto, ha a lato un convento che ha sempre concesso le stanze in cui venivano allestiti i camerini per gli artisti. Vuol dire che lì gli artisti si cambiano, anzi si cambiavano e facevano i loro preparativi dentro il convento, che collaborava con la produzione del festival. È sempre stato così da quando abbiamo i concerti in Piazza Ariostea e doveva essere così anche con Manson, la cui data è stata annunciata mesi fa. Dopo le mie dichiarazioni però c’è stato un passo indietro».
E da chi dipende questa retromarcia? Sembra di capire che sia dovuta alla Curia locale. Che, guarda un po’, è guidata da monsignor Gian Carlo Perego, noto ai più come vertice della Fondazione Migrantes e sempre in prima fila sui temi della accoglienza. «Perego, soprattutto in quanto presidente della Fondazione Migrantes», dice il leghista Fabbri, «non è che mi ami molto. Forse anche per questo stanno cercando di negarci varie forme di collaborazione. Ad esempio qualche settimana fa il Capitolo della Cattedrale, associazione in cui si ritrovano vari parroci e gestisce la Cattedrale di Ferrara, ci ha negato la possibilità di fare delle riprese video all’interno delle chiese, che chiedevamo per realizzare una sorta di video promozionale turistico, con tutte le bellezze architettoniche, monumentali e artistiche della città di Ferrara».
Insomma il blocco a Manson rientrerebbe in una antica tensione fra il vescovo pro migranti e il sindaco di destra. «Da quando mi sono insediato ci sono questi problemi», continua Fabbri. «Un esempio. Non appena eletto, durante l’estate, ho deciso di far mettere i crocefissi nelle scuole. Senza fare grande pubblicità ho emesso la delibera di acquisto dei crocefissi e non ho fatto alcuna polemica, non ho usato il gesto a fini politici, non ho fatto niente. Però evidentemente nell’albo pretorio del Comune è uscita la determina dirigenziale e qualcuno se n’è accorto. Subito è nata una polemica, nemmeno quello andava bene, nemmeno il crocifisso: il vescovo disse che un buon cristiano non deve guardare a queste cose».
Intendiamoci: che la curia si stranisca per Marilyn Manson è decisamente più comprensibile delle polemiche sui crocifissi. Ed è persino diritto delle suore, del vescovo e di ogni prete rifiutare di ospitare uno che ha sempre denigrato la religione, anche se le posizioni dell’artista sono appena più articolate di come piace raccontarle, e dipendono molto dal contesto statunitense. A suscitare qualche perplessità, semmai, è il doppio binario. Negli anni passati non c’erano stati problemi a ospitare band decisamente cruente («il cantante degli Slipknot iniziò il concerto con una bestemmia», ricorda il sindaco Fabbri), ora sorge il problema proprio dopo le dichiarazioni del primo cittadino con cui la diocesi è in rapporti tesi da tempo principalmente a causa delle differenti visioni sul tema migratorio.
«Forse il fatto che io in passato non abbia mai commentato nulla ha fatto passare tutto in sordina», ipotizza Fabbri. «Questa volta ho fatto un commento a Radio Radio dicendo che secondo me era una cosa bella che Manson potesse passare nel convento. Si poteva comunque trovare un motivo di unione anche fra visioni molto diverse. Credo che in questo caso abbia pesato la voglia di rompermi un po’ le scatole». In effetti è un po’ curioso: monsignor Perego è uno dei principali cantori dell’accoglienza, è sceso in piazza con le associazioni Lgbt, ha sempre voluto apparire aperto e tollerante. Con Manson lo è stato un po’ meno del solito. Forse perché arriverà in aereo e non in barcone?
Ecco #DimmiLaVerità del 24 aprile 2026. La deputata di Fdi Sara Kelany spazza via le bugie della sinistra sui centri in Albania.
Il fascino del passato incontra la generosità del presente. Il 25 aprile, la capitale italiana della moda ospiterà la seconda edizione dell'evento dedicato al mondo degli abiti vintage, con protagonista il popolare sito di e-commerce.
Domani eBay sarà partner principale del Vogue Vintage Market, un appuntamento dedicato agli appassionati del mondo della moda e soprattutto della moda di seconda mano, che dà nuova vita a capi vintage e abiti dal gusto sempre attuale. L'evento torna a Milano per il secondo anno, sulla scia del successo già riscosso sulle piazze mondiali della moda. Londra, New York e Berlino. Madrina dell’edizione di quest'anno del Vogue Vintage Market sarà la top model di fama internazionale Mariacarla Boscono, che per l'occasione farà dono di una serie di capi vintage del suo guardaroba personale.
Dalle 11 del mattino fino alla sera alle 20, sarà possibile esplorare e acquistare capi selezionati, abiti e accessori vintage donati da uffici stile e stampa dei brand, designer, creativi, il tutto presso Officine LùBar (via Monviso 34, Milano).
La novità di quest'anno pensata da eBay sarà la dimensione virtuale dell'evento, che permetterà anche a chi si trova fuori città di partecipare e aggiudicarsi preziosi capi vintage, grazie a una diretta su eBay Live, la nuova piattaforma di shopping interattivo in diretta che connette acquirenti e venditori in tempo reale all’interno dell’ecosistema sicuro e affidabile di eBay.
Durante il live streaming, in programma alle 15.00, sarà possibile acquistare borse e accessori di brand come Fendi, Prada e Louis Vuitton, messi all’asta a partire da 1 euro. Anche quest’anno il ricavato delle vendite del Vogue Vintage Market, al netto di costi, imposte e commissioni, sarà devoluto a Fondazione Pangea Ets, da oltre vent’anni attiva nella promozione dell’emancipazione e dell’autonomia femminile. I fondi contribuiranno a sostenere donne vittime di violenza lungo tutto il loro percorso di rinascita, destinando alle case rifugio, primo stadio in termini di accoglienza, e al reinserimento lavorativo attraverso il progetto Reama.
Posata la polvere dell’inedito cozzo tra «imperi» (quello morale del Vaticano contro quello, secolarissimo, dell’America), si può forse tentare di capire cosa l’abbia generato. Cosa, cioè, abbia provocato, sotto le scintille dei post di Donald Trump, quella divergenza che ora si cerca di ricomporre dopo il «sequestro» dell’allora nunzio Christophe Pierre al Pentagono, dopo le frasi mai viste del primo Papa americano contro il suo presidente, dopo insomma che Casa Bianca e Santa Sede sembrano agli antipodi più che dentro l’alveo di ciò che chiamiamo Occidente.
Le linee di faglia identificabili sono almeno tre. La prima è la più facile da cogliere: l’Iran. Nel metodo, la Chiesa contesta le ragioni dell’intervento bellico, anche alla luce del documento - comunque non valutato con favore - sulla Strategia della sicurezza nazionale del novembre ’25. Qui, a pagina 28, si legge che Teheran, pur restando il primo fattore di destabilizzazione del Medio Oriente, era stata «enormemente indebolita dalle azioni israeliane successive al 7 ottobre 2023 e dall’azione del presidente Trump del giugno 2025, che ha significativamente depotenziato il programma nucleare iraniano». Nel merito, è finora difficile valutare positivamente l’efficacia dell’azione partita il 28 febbraio scorso: di qui l’inesausto richiamo a soluzioni diplomatiche, culminato nell’aggettivo «inaccettabile» scelto da Leone XIV quando Trump ha minacciato di «cancellare un’intera civiltà».
Ma c’è un’altra ragione per cui, in un episcopato complesso come quello americano, l’amministrazione si è trovata con tutti i prelati schierati contro, senza le divisioni tra «conservatori» e «progressisti»: e non è solo per dovere d’ufficio e di difesa del Papa. La seconda linea di faglia che divide non solo Chiesa e Casa bianca ma anche e soprattutto l’anima cattolica e quella evangelica dell’amministrazione è infatti l’immigrazione. Il tratto personale e lo stile di papa Prevost lo rendono meno frontale di quanto fosse Bergoglio sul tema: Leone XIV ha appena invitato gli africani a servire il proprio Paese resistendo alla «tendenza migratoria». Tuttavia, oltre a contestare metodi ritenuti brutali nella gestione dell’immigrazione clandestina, c’è un fattore non indifferente. Quando in Italia o in Europa si parla di rimpatri, statisticamente ciò impatta su persone provenienti da Paesi in larga parte di religione islamica, o comunque di culture e storia diverse da quelle del nostro Continente. In America la «remigrazione», a voler usare un termine così abusato da essere inservibile, riguarda tanti latinos, molto spesso cattolici. Il rilievo generale dei vescovi non dipende dalla religione degli immigrati, ma sarebbe sbagliato non considerare questo tema. Secondo un articolo di Commonweal del 2025, addirittura «un cattolico su cinque» negli Usa è «vulnerabile» a un’applicazione severa dei criteri di rimpatri di massa. Paradosso ulteriore: come noto, il blocco elettorale cattolico americano, pur variegato, è considerato fondamentale per conquistare la Casa Bianca, e lo è stato anche per Trump. Tutti i sondaggi stimano che la maggioranza degli elettori cattolici lo abbia preferito a Kamala Harris, e in prospettiva il peso di questa fetta di popolazione sta diventando sempre più «pesante» rispetto ai protestanti, perché sta crescendo, a differenza dei secondi. La figura più rappresentativa di questo doppio attrito (guerra e immigrazione) è senza dubbio Stephen Miller, vice capo di gabinetto e consigliere per la sicurezza interna di Trump. Oltre a essere l’ispiratore principale della linea sull’immigrazione, Miller - proveniente da famiglia ebraica - lo scorso 16 aprile ha dichiarato che se l’Iran sceglierà la strada sbagliata, gli Stati Uniti hanno il potere di continuare «indefinitamente» la stretta bellica ed economica.
C’è una terza frattura, più latente e in un certo senso indipendente da Trump, che pure si trova a doverla gestire come presidente, sia nel Partito repubblicano sia nel Paese. Si può partire da un’inconsueta presa di posizione da parte dei patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme pubblicata sabato 17 gennaio 2026. Non tocca né la politica internazionale né l’America, ma cita «ideologie dannose, come il sionismo cristiano», che «ingannano il pubblico, seminano confusione e attentano all’unità del nostro gregge». Non si tratta di una faida religiosa in una zona infuocata quale la Terra Santa, ma di una linea di faglia teologica che attraversa anche l’America: tanto che a quel documento ha risposto duramente Mike Huckabee, ex pastore battista e ambasciatore degli Usa in Israele.
Come ha spiegato un recente articolo di Giacomo Maria Arrigo su Limes, il sionismo cristiano è «una credenza religiosa con considerevoli riflessi politici, che sostiene attivamente il ritorno degli ebrei in Israele e vede la nascita dello stato di Israele come parte del piano profetico», interpretando alla lettera la Bibbia in una dottrina «dispensazionalista». Per semplificare una faccenda stratificata e complessissima, il mondo evangelico americano e la sua sporgenza politica considera attuali, valide, storicamente predittive e politicamente impegnative le promesse veterotestamentarie fatte da Dio al suo popolo. Quando il popolarissimo conduttore Tucker Carlson ha chiesto al senatore repubblicano Ted Cruz se considerasse la nazione citata nella Genesi quella oggi governata da Netanyahu, Cruz ha risposto affermativamente. Il capo del Pentagono, Pete Hegseth, aderisce a tale impostazione, che non può non entrare in conflitto con la sensibilità cattolica. Del resto, è sotto la sua guida che, la scorsa Pasqua, il Pentagono si è premurato di far sapere che non ci sarebbero state celebrazioni cattoliche ma solo protestanti per il Venerdì Santo. Quanto tale profonda frizione sia destinata a caratterizzare il mandato di Trump, che pure allinea tra le sue fila una nutritissima schiera di cattolici dichiarati, lo testimonia persino l’ex miss California Carrie Prejean Boller, cattolica, che sostiene di essere stata licenziata dalla Commissione per la libertà religiosa per aver esercitato la sua, dichiarando che la fede nella Chiesa di Roma non sposa il sionismo politico come compimento dei Testi.
Episodio forse marginale, nella sua perfetta americanità, ma che rientra nel grande scontro teologico che anima il più materialista dei Paesi occidentali. Il sacro, espulso, trova sempre strade impreviste.

