2019-01-16
L'Eni può aiutarci in Libia, ma ci vorrà un accordo politico con Russia e Arabia Saudita
www.laverita.info
Domenico, Pamela, Iside, Claudio. Nomi propri che diventano casi giudiziari, fascicoli, consulenze tecniche, perizie. Nomi che evocavano culle e fotografie conservate nei telefoni. E che poi sono finiti accostati a errori o infezioni ospedaliere. È sempre lì che si torna. A una sala operatoria che non funziona, a una rianimazione per adulti usata per i bimbi, a un batterio invisibile, a un ritardo che diventa irreversibile. A un mi è sembrato di aver sentito un «sì» di risposta alla richiesta in sala operatoria sul nuovo cuore per Domenico.
Il cardiochirurgo Guido Oppido, emerge dall’inchiesta, avrebbe chiesto se il cuore fosse presente e se tutte le procedure fossero state seguite prima di procedere all’espianto del cuore, sì malato, ma che teneva il piccolo in vita. Ora le indagini cercano di ricostruire passo dopo passo le fasi dell’operazione e il nesso causale tra le azioni dei medici e la morte del bimbo. Le concause delle ultime tragedie al Monaldi, però, sono da ricercare altrove. Pamela, quasi la stessa età di Domenico, muore nel 2024 dopo un trapianto, stroncata da una miocardite batterica e da emorragia cerebrale. I nomi di alcuni dei medici che si sono occupati di lei coincidono con quelli del caso di Domenico. Il reparto è lo stesso. «Pamela», racconta l’avvocato Carlo Spirito, che ha assistito i genitori della piccola, «avrebbe riscontrato una ventina di positività a infezioni batteriche». E perfino una da Escherichia coli. La sua vicenda finisce in un’ispezione del Centro nazionale trapianti e di un verbale (che, stando alla denuncia di Federconsumatori, sarebbe rimasto per mesi nei cassetti). Si parla di criticità organizzative, di percorsi pediatrici non dedicati, di un reparto promesso e mai realizzato entro la deadline fissata per marzo 2025. Un anno prima è toccato a Claudio, tre mesi e mezzo. Secondo quanto riferito dai genitori, «non funzionavano il reparto di cardiologia neonatale, né la sala operatoria né la rianimazione». L’operazione viene rinviata, poi eseguita. Dopo poche ore, ricoverato nella rianimazione per adulti, Claudio ha una crisi respiratoria e muore. Iside aveva solo quattro mesi quando è morta. Nel 2021 era stata operata al cuore, per una grave cardiopatia, dalla stessa equipe di medici che ha operato Domenico. Il giorno delle dimissioni, ha ricostruito ieri sera Fuori dal coro, la trasmissione condotta da Mario Giordano su Rete 4, i genitori vengono rassicurati dai medici: «È andato tutto bene». Iside muore 15 giorni dopo l’ultima visita al Monaldi per un’infezione che avrebbe contratto in ospedale. Infezioni che i sanitari avrebbero nascosto ai genitori. L’inchiesta è stata archiviata per «l’assenza di correlazioni» con le azioni dei medici Cto Monaldi-Cotugno. Una successiva perizia medico-legale chiesta dalla famiglia, invece, svela che l’infezione che ha ucciso la piccola era «un’Ica», letteralmente «infezione correlata all’assistenza». La vittima sarebbe quindi stata mandata a casa senza un’adeguata profilassi medica. «Mi piacerebbe sentirmi dire “abbiamo sbagliato”», afferma ora la mamma ai microfoni di Fuori dal coro. Quattro storie diverse. Un unico luogo. E sempre lo stesso interrogativo che resta sospeso tra le carte. Andando indietro negli anni la situazione peggiora. Tra i piccoli pazienti trapiantati fra il 2014 e il 2016 si registra un’impennata dei decessi: 26 morti in tre anni. Bambini immunodepressi ricoverati in reparti per adulti. «Ma i casi giudiziari che riguardano il decesso di bambini al Monaldi sono cominciati presto, ne ricordo uno del 1995», svela alla Verità un ex funzionario dell’ufficio legale dell’ospedale. Il 17 febbraio 1995, infatti, un esposto viene presentato alla Procura circondariale di Napoli per le condizioni del reparto di cardiochirurgia pediatrica del Monaldi. A firmarlo è il padre di un bambino di due anni operato per una grave malformazione cardiaca. Si denunciavano carenze strutturali e si chiedeva conto della mancata esecutività di una delibera che stanziava 6 miliardi per l’acquisto di attrezzature idonee. Nel reparto, stando all’esposto, esisteva soltanto un bagno del quale si servivano adulti e bambini. Le criticità erano già nero su bianco. «Ed erano passati solo sette anni dal primo trapianto», ricorda l’ex funzionario. Il 15 gennaio del 1988, infatti, il cardiochirurgo Maurizio Cotrufo partì alla volta di Barcellona per prelevare un cuore. Tornò a Napoli ed effettuò il primo trapianto nella storia del Monaldi. Quell’operazione fu presentata come il simbolo di una sanità che voleva stare al passo con l’Europa. Ma l’ospedale è poi stato intaccato dalla legionella (2009), proprio nei reparti di rianimazione della cardiochirurgia pediatrica e nella terapia intensiva neonatale, da vari esposti di Federconsumatori e dalla sospensione (nel 2017) del reparto dei trapianti. Da anni si elencano sempre le stesse criticità: «Assenza di un reale reparto di trapiantologia pediatrica», pazienti ospitati in aree per adulti, «assenza di una terapia sub-intensiva». È in queste «assenze» che si nascondono le concause. Negli anni dell’opposizione i pentastellati si intestarono perfino un’ispezione del loro ministro di riferimento: «La visita di Giulia Grillo ha prodotto il suo primo effetto (l’ispezione, ndr). Da anni denunciamo gravi carenze nell’organizzazione dell’assistenza all’ospedale Monaldi di bambini trapiantati, una situazione protrattasi in parallelo a un tasso di mortalità mai così elevato […]. A partire dal 2014 si è assistito alla morte di tutti i bambini trapiantati tranne uno». Oggi alla guida della Regione c’è Roberto Fico, che ha tenuto per sé la delega alla Sanità. La risposta davanti al caso Monaldi è stata l’invio di ispettori e l’attesa delle determinazioni ministeriali e delle indagini della magistratura. Fredda negli atti e nelle parole, tutta concentrata sulle procedure e incapace di mostrare una minima partecipazione umana verso i genitori del piccolo Domenico. La formula attendista, però, questa volta non basta. Perché le concause del malfunzionamento del Monaldi sono da ricercare proprio nella gestione politica.
Attilio Fontana, governatore della Lombardia, nemmeno il tempo di celebrare il successo planetario di Milano-Cortina e già si dibatte sulle Olimpiadi estive del 2040.
«Qualcuno prova a salire sul nostro carro: visto che sono andate così bene a loro, si chiede, perché non cogliamo l’occasione per fare bella figura pure noi? Domanda legittima, ma la risposta è: perché voi non siete la Lombardia».
Roma ci spera.
«Se vogliamo garantire un altro successo, dobbiamo farle qui».
Nutre fiducia solo nei suoi corregionali?
«Oggettivamente, ci sono condizioni di vantaggio: amministratori che fanno squadra, classi dirigenti e cittadini che sentono le responsabilità in modo un po’ diverso da come accade nel resto del Paese».
In che senso, scusi?
«Siamo più determinati. Non ci lasciamo spaventare dai problemi. Guardiamo sempre al futuro con entusiasmo. È una condizione unica in Italia».
Si riparla di Olimpiadi diffuse, però.
«Giustissimo. Allora perché non prendere in considerazione Milano, Torino e Genova?».
Lo storico triangolo industriale?
«L’idea mi è venuta quando, qualche giorno fa, ho incontrato Cirio e Bucci, i governatori di Piemonte e Liguria».
L’importante è stare sulla linea del Po?
«Visto che ci sarebbe pure Genova, stavolta dovremmo spostare il confine lungo l’arco appenninico».
Lei scherza. Ma l’assessore allo Sport capitolino, Alessandro Onorato, non l’ha presa bene: «Fontana si avventura in stereotipi che danneggiano la credibilità dell’intero Paese per racimolare voti in Pianura padana».
«Beh, lasciamogli fare l’offeso. Quando uno si mostra così piccato di fronte a una considerazione tanto ovvia, vuol dire che è anche di poco spirito. Vede: magari le organizzerebbero benissimo. Faccio però un esempio: i mondiali di nuoto a Roma del 2009. Si ricorda come andò a finire?».
Vagamente.
«Mi permetta di rinfrescarle la memoria: ritardi clamorosi, progetti incompiuti, inchieste giudiziarie, impianti sequestrati. Ecco, non vorrei che si finisse per gareggiare all’Acquacetosa».
Vogliono brillare di luce riflessa?
«La Lombardia viene mal sopportata. Dimostra che in Italia si può essere propositivi e si riescono a fare le cose. Questo dà un po’ di fastidio a chi affonda le sue radici nelle gran chiacchiere. All’inizio c’era mezzo governo che tifava contro di noi».
Era l’epoca dei gialloverdi, con Conte a Palazzo Chigi.
«I grillini erano contrarissimi. Fu grazie a Giorgetti, allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio, che riuscimmo a ottenere la candidatura».
Intanto a Roma avete firmato le prime intese sull’autonomia, lo storico vessillo leghista.
«Quello che è successo con le Olimpiadi potrebbe diventare un messaggio anche per gli amministratori del Sud: dicendo di no al federalismo stanno perdendo enormi opportunità».
Non si fidano dei ricchi settentrionali?
«Invece, vorrei dire loro: avete le capacità per fare grandi cose, dalla brillantezza di spirito alla magia dei luoghi. Perché cercare sempre la mano protettrice della Capitale? Perché genuflettersi a mamma Roma, che cerca di tenere tutti fermi e in silenzio, sperando che nessuno dia fastidio?».
Sono state settimane intense. Roberto Vannacci, come da lei auspicato, alla fine ha lasciato la Lega.
«Era inevitabile, anche se forse l’addio poteva essere previsto molto prima. Anzi, probabilmente questo matrimonio non bisognava nemmeno farlo».
Perché?
«Siamo due mondi troppo diversi».
Lei non ha mai amato il generale.
«Non ho assolutamente niente contro Vannacci. Le poche volte che gli ho parlato mi è sembrata una persona intelligente, simpatica e brillante. Però rappresenta valori con cui non abbiamo nulla a che spartire. Sono migliori i suoi o i nostri? Non importa. L’importante è che ognuno adesso prosegua per la sua strada».
Quali sono queste incompatibilità?
«Dal centralismo smaccato al nazionalismo esasperato. Tutte cose che non hanno niente a che vedere con il tipo di società che immagino e cerco di contribuire a realizzare».
Due mesi fa, mentre gli altri borbottavano, lei è deflagrato: «Col cazzo che vannaccizziamo la Lega!». Seguì l’apoteosi.
«I militanti non si sentivano certo rappresentati dal generale».
È stato il punto di non ritorno?
«Per la prima volta si è avuto il coraggio di dire quello che pensavano veramente i nostri».
In quanti poi l’hanno chiamata?
«Qualcuno».
Sia sincero.
«Tanti».
Comunque, è stato lui a lasciare la Lega.
«Non posso fare valutazioni su quello che pensa. Se uno però crea all’interno di un partito una struttura parallela, cosa vuol dire? Non bisogna essere degli acuti osservatori e nemmeno dei fini strateghi alla Churchill per capirlo: chi si dà tanto da fare, evidentemente cerca di creare un suo movimento».
Aveva assicurato che il Carroccio non sarebbe stato un tram.
«Mi pare evidente che sia accaduto il contrario».
Ha chiarito che il suo nuovo partito rimane un naturale interlocutore del centrodestra. Nessun leader ha ancora commentato.
«E vuole che mi esprima proprio io?».
Lei è più libero di farlo, magari.
«Fino a un certo punto».
A Bruxelles Futuro Nazionale è entrata nel gruppo più a destra del continente, assieme ai tedeschi di AfD. È un problema per l’eventuale appoggio al governo?
«Veda lei».
Pescano tra astensionisti o delusi?
«Toglie un po’ di voti a noi, un po’ alla Meloni, un po’ a tutti».
Nei sondaggi siete calati al 6%.
«Non mi preoccupa. In giro c’è fame di Lega. E non parlo di militanti, perché con loro dibattere di autonomia è come sfondare una porta aperta».
Di chi, quindi?
«Mi riferisco a tante persone che incontro e non c’entrano niente con noi: professionisti, insegnanti, imprenditori. Vogliono parlare della possibilità di decidere. Sono convinto che, quando la nostra grande forza propulsiva tornerà al centro della comunicazione, quei voti li ritroveremo».
Cosa cambia dopo l’uscita del generale?
«Ci permette di chiarirlo una volta per tutte: non siamo e non saremo mai quello in cui ci voleva trasformare».
Ovvero?
«Né un partito di estrema destra né un partito centralista».
Adesso resta vacante il posto di vicesegretario. Ha qualche suggerimento?
«Non mi permetto di dare nessun suggerimento a Salvini. Anzi, è lui che li dà a me. Ed è giusto che sia così. Però ci sono due persone che interpretano bene il sentimento della Lega. Sono apprezzati dalla loro gente e potrebbero essere un valido sostegno al nostro segretario federale».
Chi?
«Zaia e Fedriga: sarebbero entrambi una scelta eccellente».
Oltre ad aver vivacemente eccepito sulla «vannacizzazione», ha osservato che a tanti leghisti piace un po’ troppo l’amatriciana.
«Roma è una città che avvolge. Può far smarrire il senso della realtà. Chi fa il parlamentare o il ministro deve rimanere sempre vicino al proprio territorio, se non vuole perdere il contatto con ciò che conta davvero».
Senza dimenticare il risotto con l’ossobuco.
«Sì, ma anche la polenta».
Sembra una moderna rivisitazione di «Roma ladrona».
«Le faccio una confidenza: a tante cose che diceva Bossi credevo fideisticamente. Adesso che le vivo in maniera diretta, ho le prove. Senza timore di smentita, posso affermare che aveva sempre ragione».
Vede spesso il Senatur?
«Lo vado a trovare ogni tanto».
Come sta?
«Mentalmente è lucidissimo. Fisicamente mi sembra po’ sciupato».
E cosa dice di Vannacci?
«Non capisco la domanda…».
Ha commentato l’addio del generale?
«Non sento. Sono in viaggio per Brescia. Sto entrando in una galleria…».
Non ci sono gallerie fra Milano e Brescia.
«Appunto».
Meglio non infierire?
«Ecco».
Il suo mandato scade fra due anni. Pare che, in cambio del Veneto, Salvini abbia concesso la Lombardia a Fratelli d’Italia.
«Se così fosse, mi dispiacerebbe: nessuno sa interpretare la lombardità come la Lega».
Anche il ruvido Fontana, dopo dieci anni da governatore, finirà tra i magnaccioni capitolini?
«Ruvido io? E pensare che, per tutta la vita, m’hanno dato del moderato».
Schietto, allora.
«Con altrettanta franchezza le dico che, se dovessi finire da quelle parti, non dimenticherò i nostri piatti tipici».
Niente amatriciana?
«Solo con estrema moderazione».
Stasera, prima di Udinese-Fiorentina, il calcio si fermerà per ricordare Davide Astori. A pochi giorni dal 4 marzo, data della sua scomparsa otto anni fa, al Bluenergy Stadium è previsto un momento dedicato all’ex capitano della Fiorentina.
Il ricordo, però, non resterà solo simbolico. L’Associazione Astori, l’Udinese, la Fiorentina e la Lega Nazionale Professionisti Serie A hanno deciso di affiancare all’omaggio un’iniziativa concreta: un progetto di screening cardiologici gratuiti aperto a chiunque voglia aderire.
L’iniziativa è realizzata in collaborazione con il Reparto di Cardiologia dell’Azienda Sanitaria Universitaria Friuli Centrale. L’obiettivo è promuovere la prevenzione, trasformando la memoria in un’occasione di attenzione alla salute. Durante la serata, i tifosi presenti allo stadio potranno inquadrare il Qr code che comparirà sulle locandine dedicate e sui maxischermi per manifestare il proprio interesse. I controlli gratuiti si svolgeranno prossimamente nei locali dello stadio dell’Udinese, in date che saranno comunicate. Anche chi non sarà presente potrà aderire compilando un modulo che verrà pubblicato sui canali social del club friulano.
Un’iniziativa che lega il ricordo a un impegno preciso: invitare tutti a prendersi cura del proprio cuore, perché la prevenzione diventi una pratica condivisa e non soltanto un messaggio.
Francesco Greco, presidente del Consiglio nazionale forense, stiamo entrando nel rush finale di questa campagna elettorale referendaria: si aspettava una tensione del genere?
«No, perché di separazione delle carriere si parla da tempo, noi avvocati abbiamo avanzato molte proposte in merito. Un tale livello di odio tra gli schieramenti non c’era mai stato. Non è un bene che lo scontro politico venga trasferito nelle aule di giustizia».
Un voto politico, anziché nel merito?
«Questa mattina mi ha scritto un mio vecchio compagno di scuola. Non ha nemmeno letto il testo della riforma, ma voterà No perché respinge tutto ciò che arriva da questo governo. I cittadini devono ricordare che si vota sul sistema della giustizia, e in un processo c’è la loro vita in gioco, a prescindere dal partito d’appartenenza».
Oggi in Italia il giudice è un arbitro o un giocatore?
«Nel processo in Italia ci sono due colleghi, e un estraneo. I colleghi sono il giudice e il pm. L’estraneo è l’avvocato, che in realtà è l’unico a fianco del cittadino, ma spesso viene percepito come un ingombro nel normale svolgimento del processo».
Da dove evince la contiguità tra giudici e pm?
«Dai numeri diffusi dalla stessa magistratura delle Corti d’Appello. Il 97% delle richieste dei pubblici ministeri in fase di chiusura delle indagini viene recepita acriticamente dal gip, senza cambiare una virgola. Ma poi nel processo, con il contraddittorio, il 46% degli imputati viene assolto. Dunque, quasi la metà degli imputati non doveva subire un processo».
Sì, ma alla fine molti imputati vengono prosciolti, giusto?
«Ma subire un processo penale, con annesse misure cautelari, e poi finire sulle prime pagine dei giornali, non è come passare una serata al cinema. È un dramma esistenziale da cui si esce comunque distrutti».
Perché i gip accetterebbero le richieste dei pm quasi in automatico?
«Perché c’è una forma di contiguità culturale, oltre che un problema pratico. Sul tavolo del giudice arrivano centinaia di migliaia di pagine, impossibile leggerle tutte. Si firma la richiesta del pm, e si va avanti».
E la soluzione è separare le carriere?
«Sì, per l’esattezza separare gli organi che decidono su promozioni, stipendi, sedi. Un ufficiale dell’Aeronautica non può diventare un ammiraglio della Marina. Ciò che vale per le forze armate deve valere anche per la magistratura. Solo così si garantisce il processo giusto, come da Costituzione.
Piercamillo Davigo sostiene invece che il giudice sarebbe il miglior censore del pm, perché ben conosce il suo lavoro.
«Davigo non ha una visione obiettiva delle cose: sosteneva che un innocente è solo un colpevole che l’ha fatta franca. E poi è stato condannato anche lui».
I sostenitori del No dicono che, dopo la riforma, il pubblico ministero sarà un superpoliziotto che cercherà solo gli elementi a favore dell’accusa.
«Non ho mai visto, in tanti anni, un pm che cerca le prove a favore dell’imputato. I pubblici ministeri, ai quali va tutta la nostra riconoscenza per l’impegno in situazioni delicate come la lotta alla criminalità organizzata, fanno semplicemente il loro lavoro a sostegno dell’accusa. Il resto sono leggende metropolitane».
E non vede il rischio di un pubblico ministero subalterno al governo?
«Se ci fosse lontanamente questo rischio, sarei il primo ad essere contrario alla riforma, perché l’avvocato ha bisogno di avere davanti un magistrato autonomo e indipendente, al fine di promuovere l’innocenza del suo assistito. Ma il rischio di un magistrato subalterno all’esecutivo non esiste, nessuna norma lo prevede, né si può fare un processo alle intenzioni».
Il sorteggio introduce un elemento di instabilità nel sistema?
«In realtà anche il nostro ordinamento giuridico ruota attorno alla “casualità”, nel processo civile e penale. Pensiamo al giudice “naturale” precostituito, che viene assegnato al cittadino in base a criteri automatici, come prevede la Costituzione. Detto questo, il sorteggio non è la migliore soluzione, ma ad oggi è l’unica. L’Anm ha rifiutato ogni confronto su questo tema, e si è chiusa a riccio per mantenere lo status quo».
A proposito, se vincesse il Sì, sarebbe la fine dell’Anm come lo conosciamo? È plausibile avere due carriere distinte in magistratura, con un unico corpo di rappresentanza sindacale?
«Il diritto di associarsi è costituzionalmente garantito, ma probabilmente l’Anm dovrà cambiare volto, e ristrutturarsi in una composizione differente, in cui i pm non prevalgano sui giudici come accade oggi».
Cioè?
«Se si guardano gli ultimi vent’anni, i presidenti dell’Anm sono stati quasi sempre dei pm. L’attuale presidente è il procuratore capo di una Procura della Repubblica; quello precedente era un altro procuratore; il segretario generale è un procuratore. Eppure, sui circa 9.000 magistrati italiani, i pm sono solo 2.000. Magari, dopo il referendum, l’Anm sarà un’associazione un po’ più democratica al suo interno».
Gli errori giudiziari, con questa riforma, si andrebbero a ridurre?
«Gli errori giudiziari ci saranno sempre: pensare che una legge possa eliminarli è utopistico. Però, con l’introduzione dell’Alta Corte disciplinare, chi commette un errore dovrà spiegarne il motivo, davanti a un sistema non governato dalle correnti come accade oggi al Csm».
E se vincesse il No?
«Tutto rimarrebbe immutato, almeno per 30 anni. E poiché la giustizia italiana non è certo un fiore all’occhiello - la Corte di Giustizia europea condanna sistematicamente l’Italia, non la Germania, non la Francia, non la Svizzera - in caso di vittoria del No saremmo destinati ad altri decenni di condanne internazionali. Un’occasione importante, forse irripetibile, andrebbe perduta».

