Ci siamo, spengono i termosifoni
Mario Draghi (Massimo Di Vita/Archivio Massimo Di Vita/Mondadori Portfolio via Getty Images)
Roma è la prima ad attuare lo straordinario piano strategico messo a punto per sconfiggere Mosca: abbassare il riscaldamento e spegnere la luce. «Non è economia di guerra», dice Mario Draghi. Però le aziende chiudono e scarseggiano prodotti nei supermercati. Joe Biden vuol abbattere lo zar a colpi di caviale e vodka: il mondo va a pezzi e abbiamo leader così.

Abbassate i termosifoni e spegnete la luce: così batteremo Putin. Ecco lo straordinario piano strategico per sconfiggere lo zar di tutte le Russie e di tutte le guerre: restare al freddo.

Occhio, non ho scritto restare freddi, cioè non perdere la calma, come è richiesto nei momenti più difficili per poter conservare la necessaria lucidità. No, bisogna proprio abituarsi a mettere la maglia di lana, se occorre anche una doppia maglia della salute, così da poter meglio sopportare le temperature più rigide. Purtroppo, non è consigliabile usare la boule dell’acqua calda perché dovremmo mettere il bollitore sul gas oppure attaccarlo alla presa elettrica, con relativo consumo di energia. Già, perché sia prepararsi una tisana che farsi una pasta al pomodoro, d’ora in poi rischia di essere un aiuto indiretto a Mosca, in quanto ogni metro cubo di metano o chilowattora che consumiamo è un incentivo all’invasione in Ucraina. Ovvero munizioni per i cannoni russi.

Sì, lo so che chi si fa una doccia calda non può sentirsi in colpa per ciò che accade a mille chilometri di distanza, ma il clima è questo e, visto che a seguito della guerra dichiarata da Vladimir Putin il prezzo dell’energia è schizzato alle stelle, con risultati devastanti sulle bollette di famiglie e imprese, l’unica soluzione al momento è risparmiare. O meglio: abbassare i caloriferi, spegnere i lampadari e ridurre al minimo i consumi di corrente. Insomma, meno lavatrici e più lavaggi a mano, possibilmente con acqua fredda o al massimo tiepida, per ridurre al minimo l’uso di gas e di energia elettrica. Il presidente del Consiglio dice che non siamo ancora in un’economia di guerra, però a leggere gli annunci del Comune di Roma, che si prefigge di abbassare di due gradi la temperatura delle abitazioni nella Capitale, si capisce che se non siamo a una parsimonia obbligata da un conflitto, poco ci manca. Anche perché il Campidoglio «minaccia» di anticipare di un paio di settimane l’ordinanza per lo spegnimento dei termosifoni, infischiandosene del vento gelido che spira da Nord.

La Regione guidata da Nicola Zingaretti ha già deciso di rinunciare a due ore di riscaldamento, un po’ per risparmiare e un po’ per essere solidale con gli ucraini, mentre le Regioni del Nord, forse temendo un colpo di coda dell’inverno, per ora preferiscono rinviare, ma nessuno sa dire fino a quando, perché il contatore di gas e luce corre, così come corrono i prezzi. La memoria va all’indietro, cioè al 1973, quando il governo guidato da Mariano Rumor, a seguito dell’aumento del prezzo del petrolio e dell’embargo deciso dai Paesi arabi contro gli alleati di Israele, impose a tutti gli italiani l’austerity, ovvero un periodo di risparmio energetico. Nei giorni festivi fu vietata la circolazione alle auto private e la velocità fu limitata a 100 chilometri orari, allo scopo di consumare meno carburante. Le insegne luminose vennero spente per decreto e i lampioni ridotti del 40 per cento, lasciando le città al buio o quasi. Di cinema e bar, fu ordinata la chiusura anticipata e un limite fu posto perfino alle trasmissioni Rai, così da poter mandare a letto gli italiani prima delle 23.

«Non siamo ancora a un’economia di guerra», dice Draghi, ma mi pare evidente che ci si stia arrivando. Dopo aver promesso un’autonomia energetica in quattro e quattr’otto, spedendo Giggino Di Maio ad Algeri, per convincere il Paese africano a venderci più gas, e aver sguinzagliato quell’altro fenomeno di Manlio Di Stefano, sottosegretario grillino agli Esteri, per farsi dare un po’ di metano dall’Azerbaijan, siamo letteralmente alla canna del gas. E il Gnl, cioè il metano liquido che doveva arrivare dagli Stati Uniti? Non abbiamo rigassificatori per immagazzinarlo. Le centrali a carbone che dovevamo riavviare per sopperire alla carenza di gas e comunque ridurre la dipendenza da Mosca, oltre a inquinare richiedono di essere alimentate da coke di cui la Russia è il nostro principale fornitore, nel senso che importiamo da loro i due terzi di ciò che ci serve. Risultato, dopo esserci illusi di poter diventare in tempi rapidi indipendenti da Putin e poter meglio interpretare il ruolo di difensori delle legittime aspirazioni dell’Ucraina, ora ci rendiamo conto che i problemi sono più complicati di quanto immaginavamo.

A causa del caro gas, le aziende stanno chiudendo e per l’aumento del prezzo del gasolio i trasportatori minacciano di bloccare il Paese e di conseguenza di non rifornire né supermercati né imprese. Già ora sugli scaffali scarseggiano alcuni prodotti e in qualche caso i negozi hanno disposto il razionamento. In pratica, nonostante le rassicurazioni del governo, ci stiamo avviando verso la recessione e un’economia di guerra, che la sanzioni alla Russia certo non possono lenire. Ieri, Joe Biden ha annunciato che per fermare Putin e le sue truppe imporrà l’embargo di vodka e caviale: se non ci fossero di mezzo migliaia di morti e un mondo che sta andando in pezzi, ci sarebbe da ridere di fronte a una classe politica occidentale che si rivela giorno dopo giorno inadatta al ruolo che è chiamata a svolgere. Io sono preoccupato per la guerra, ma ancor di più per la crisi delle democrazie che nel momento peggiore dimostrano di essere in mano a politici imbelli.

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