Annamaria Bernardini De Pace (Imagoeconomica)
L'avvocato divorzista Annamaria Bernardini De Pace: «Hanno trovato una parola antica e fuori luogo per aggredire gli uomini. L’emergenza giovanile nasce dai genitori che non svolgono più il loro ruolo: abituano i figli solo ai diritti e non ai doveri».
Ormai è diventata per molti una sorta di amica di famiglia da quando tiene udienza a Forum. È, infatti, tra i più popolari giudici della trasmissione di Canale 5. Bisogna dirlo perché è un fatto di costume, ma francamente Annamaria Bernardini De Pace è infinitamente di più di una pur bravissima cultrice del diritto prestata all’infoteitment.
È l’avvocatessa di maggior peso anche nella determinazione dottrinale del diritto di famiglia che lei ha sempre interpretato non come la professione di chi sostiene le ragioni di una parte, ma come la protezione dei più deboli e un grimaldello per affermare i diritti alla dignità. Non ha mai fatto affermazioni di bandiera, ma atti che si traducono in militanza sul fronte della giustizia giusta. E non poteva essere diversamente. Nata a Perugia, è figlia di un notissimo magistrato, Nicola Bernardini De Pace e di un’avvocatessa dal curriculum invidiabile: Isabella Bellisario, peraltro figlia di un alto ufficiale dei carabinieri. Per avere un’idea di come questa protagonista del diritto, inteso come resa di giustizia alla persona, interpreta la sua professione basta dire che ha assistito Raul Bova, il suo ex genero, nella causa di divorzio dalla seconda moglie. Disse a chi le chiese com’era possibile: «Perché Raul è il padre dei miei nipoti ed è una persona buona». Lei offre protagonismo al buonsenso. Senza rinunciare mai alle battaglie di principio.
Avvocato, torniamo sulla famiglia nel bosco. A suo parere, sono giustificati i provvedimenti presi nei loro confronti? E ancora: non sono eccessivamente dilatati i tempi delle perizie rispetto alla necessità di tutela dei diritti dei bambini?
«Io mi fido del tribunale dell’Aquila, essendo il suo presidente uno dei migliori giudici in Italia. Certo, poi non tutto dipende dai tempi del giudice, ma da quello degli altri operatori di diritto e della psicologia, che non hanno certamente solo quel caso da risolvere. Ritengo, comunque sia, che fosse indispensabile tutelare i diritti di quei bambini e di tutti i bambini che non devono mai essere considerati proprietà dei genitori e privi dei diritti costituzionali».
Vorremmo una sua opinione su questa scelta dei giudici di togliere i bambini dalle famiglie che, però, non pare motivata da condizioni oggettive. Nessuno tocca i bambini dei rom, difficilmente si ha notizia di bambini tolti da contesti familiari criminali. Come spiega queste differenze?
«I magistrati e gli assistenti sociali non girano ogni giorno in tutte le famiglie di Italia per vedere cosa succede. Il magistrato si muove quando viene segnalato un caso nel quale uno o più minori si trovano in una situazione di pregiudizio per la loro salute psicofisica. Basterebbe che qualcuno segnalasse al tribunale, con nome, cognome e indirizzo, lo stato di pregiudizio di un figlio di rom o di criminali perché il tribunale fosse obbligato a intervenire. In realtà, non sono stati “sottratti” i bambini ai genitori, ma sono stati condotti i bambini in un luogo ricco di accudimenti che non c’erano in famiglia. Oggi viene rispettato il diritto all’istruzione e il diritto alla società di questi bimbi che i genitori avevano ritenuto di negare loro».
Secondo lei le misure di contrasto al femminicidio divenuto reato specifico con l’ergastolo in automatico sono sufficienti a contrastare il fenomeno?
«Il fenomeno di per sé non sarà mai contrastato, perché la violenza è insita nell’uomo e non tutti gli uomini vengono educati a governarla, così come non a tutti gli uomini si insegna il rispetto verso la donna e verso gli altri in genere. Certo, ritengo che, per contrastare davvero questo fenomeno, per quanto sia possibile, le donne devono imparare anche a sapersi difendere. Trovo che sia troppo ingenuo sperare di incontrare nella propria vita solo uomini rispettosi ed educati, considerato quello che si sente e si legge ogni giorno. E quando si incontrano uomini violenti, la regola è scappare e denunciare, considerando entrambe le soluzioni doveri e non atti di coraggio».
Il professor Luca Ricolfi, che come sa si muove sempre da una lettura statistica della realtà, sostiene che i femminicidi in Italia sono in diminuzione. Non c’è un eccesso di attenzione mediatica? E ancora: è sufficiente individuare nel «patriarcato» l’origine del delitto?
«Che nel 2025 ce ne siano stati 30/40 meno che nel 2024 mi sembra sia vero. Tuttavia, anche un solo femminicidio è insopportabile e devastante. Il patriarcato non c’entra niente in quanto, secondo me, uccidere la propria donna è un gesto rabbioso di violenza di un uomo possessivo e le donne dovrebbero imparare ad allontanarsi dal loro uomo quando passa dalla carezza allo schiaffo o dal sussurro d’amore all’urlata. Comunque sia, il patriarcato è una fissazione delle attiviste femministe che non sanno per che cosa combattere, poiché uomini e donne hanno pari dignità giuridica e, quindi, hanno trovato una parola antica e fuori luogo per aggredire gli uomini in genere».
Non c’è, tra le tante leggi che si fanno, un buco legislativo per la tutela intesa sia come affidamento, ma anche come affermazione dei loro diritti anche patrimoniali, degli orfani di femminicidio?
«Secondo me sì. Io faccio parte di un’associazione internazionale che si chiama Edela che, grazie alla socia Roberta Beolchi, ogni anno raccoglie il tributo di ciascuna di noi e lo devolve a favore degli orfani di femminicidio. Le mamme che subiscono la violenza dei mariti, dicendo che non si separano “per i figli”, dovrebbero imparare tutte che, così pensando, preparano i loro figli a una vita da orfani di un padre criminale e di una madre morta».
Vista dal suo osservatorio «l’istituzione famiglia» in che stato di salute è? Non è il decadimento del valore famiglia una delle cause dell’aumento della violenza minorile?
«Sono assolutamente di questo parere. L’emergenza gioventù nasce proprio dal fatto che i genitori non svolgono responsabilmente il loro ruolo, che è caratterizzato da doveri e non da diritti: mantenere, educare, istruire e formare i figli, accertarsi del loro benessere e seguire le loro ispirazioni morali; invece i genitori di oggi considerano i figli dei follower e fanno cose simpatiche perché vogliono i loro cuoricini. Li abituano a soddisfare i diritti, non li puniscono mai e non insegnano loro le regole. I ragazzi, così, si sentono sparsi nel mondo, senza radici e senza obiettivi».
Si è fatto molto clamore sulla riscrittura del ddl Bongiorno (lo chiamiamo così per semplicità) per i reati di violenza e stupro. Ma davvero l’assenza dell’assenso mina così gravemente la ratio della norma? In diritto penale l’onere della prova è sempre in carico all’accusa, non si rischia di invertire questo «sacro» principio?
«Era talmente sbagliata la norma basata sul consenso libero e attuale che è stata cambiata ed è stato introdotto il concetto di dissenso. La prima versione l’ho criticata fortemente, giacché il presunto colpevole doveva dimostrare che ci fosse il consenso. Ma lei si immagina come sarebbe stata strumentalizzata dalle donne un’ipotesi del genere se solo pensiamo alle mogli che per dispetto, per vendetta o per denaro, dopo mesi di rapporti coniugali, potevano denunciare la violenza dicendo “Io l’ho fatto per dovere coniugale, ma non c’era il mio consenso libero”?».
Un’ulteriore domanda su questi temi; non crede che vi sia un eccesso di normazione sui rapporti interpersonali? Non incide questo anche sulla qualità delle relazioni e sull’affettività?
«Sono assolutamente d’accordo. Lo dico sempre, ma insisto che tutto questo dipenda dalla mancanza di educazione in famiglia e dalla necessità che lo Stato intervenga laddove anche la scuola non è stata messa nelle condizioni di fare il proprio dovere».
Lei è stata severissima sulla strage di Capodanno. Il nostro governo ha fatto una decisa pressione sulla Svizzera perché l’inchiesta proceda. Che ne pensa di chi sostiene che Giorgia Meloni abbia voluto ingerire nell’ordine giudiziario di un altro Paese dando prova di non apprezzare il limite tra poteri?
«Secondo me la Meloni ha fatto benissimo. Ha solo dimostrato, come fa sempre del resto, grande empatia nei confronti degli italiani vittime. Le critiche al comportamento della Svizzera non sono certo una fantasia della Meloni, ma provengono da chiunque abbia avuto modo di vedere e verificare il comportamento delle autorità svizzere dal momento della tragedia in poi».
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Clementina Forleo, consigliere Corte appello Roma (Ansa)
Gruppo di toghe in campo per sostenere il referendum: «Degenerazione correntizia».
All’interno della magistratura sta nascendo dal basso una fiera opposizione a quel fronte del No che punta a far deragliare la riforma della giustizia promossa dal Governo. La campagna referendaria è entrata nel vivo e c’è chi ha deciso di ribellarsi a messaggi come quello di Rocco Maruotti che, da segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati, è arrivato ad associare gli insensati omicidi commessi dagli agenti dell’Ice a Minneapolis alla nostrana proposta di separazione delle carriere tra toghe requirenti e giudicanti. Ma c’è pure chi, in modo altrettanto infelice, ha denunciato che contro i magistrati si starebbero usando metodi da polizia del G8 di Genova, mentre, a Torino, gli agenti venivano picchiati a sangue.
E così, per provare a contrastare tali bugie, sono ufficialmente scesi in campo 51 «Magistrati per il Sì» con un documento breve, ma tosto che appoggia la riforma e, soprattutto il sorteggio: «Liberi da condizionamenti, ci dissociamo pubblicamente dal merito e dai toni delle posizioni maggioritarie dell’Anm. Dichiariamo la nostra adesione alla riforma. La piena indipendenza della magistratura e dei singoli magistrati, compromessa dalla degenerazione correntizia, è garantita solo dal sorteggio secco dei consiglieri dei Csm», si legge nel testo. L’iniziativa è stata promossa da Carmen Giuffrida, giudice presso il Tribunale per i minorenni di Catania, e tra i firmatari 40 toghe in servizio e 11 in quiescenza.
Ci sono giudici della Cassazione (il presidente di sezione Giacomo Rocchi, e i consiglieri Giuseppe Cricenti e Luciano Varotti), consiglieri togati del Csm (Andrea Mirenda), procuratori di città come Parma e Varese (Alfonso D’Avino e Antonio Gustapane), membri del comitato direttivo centrale della stessa Anm (Natalia Ceccarelli), pm di numerose Procure italiane (Giuseppe Bianco, da tempo attivo sul fronte del Sì, Francesco Bretone, sostituto pg a Bari, Anna Gallucci, Annalisa Imparato, Marco Mansi, Giorgio Milillo, Federico Moleti, Massimo Russo, pm presso il Tribunale dei minorenni di Palermo, e Gennaro Varone). Non mancano i giudici di primo e secondo grado, compreso qualche presidente di sezione: Giuseppe Cioffi, Daniele Colucci, Edoardo D’Ambrosio, Giovanni Genovese, Arminio Salvatore Rabuano, Nicola Saracino, Gianluca Sarandrea, Benedetto Sieff, Maura Stassano, Marco Tamburrino, Anna Maria Torchia e Massimo Vaccari. Tra questi segnaliamo anche Clementina Forleo, consigliere di Corte d’Appello a Roma ed ex coraggiosa gip dell'inchiesta sulle scalate bancarie Unipol-Bnl, e Andrea Paladino, in prima linea durante «Mani pulite» e oggi trasferito a Vercelli. Non mancano gli ex magistrati ordinari passati alla giustizia tributaria come Paolo Itri. Tra i firmatari pure gli ex pm Antimafia e antiterrorismo Antonio Rinaudo e Catello Maresca, autore di diversi libri sulla camorra, oggi distaccato presso la Commissione bicamerale questioni regionali.
Al comitato sono convinti che arriveranno molte altre adesioni e che la maggioranza silenziosa che non si riconosce nella campagna per il No troverà in questo gruppo un valido megafono per far sentire la propria voce.
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Tommy Robinson (Ansa)
Il britannico: «Voglio proteggere i nostri confini con muri e droni. È estremista? Allora lo sono. Salvini è uno dei pochi che ha capito».
La sua visita romana ha suscitato un’ondata di polemiche. Tommy Robinson è stupito di questa accoglienza e alla fine dell’intervista scherza: questo colloquio lo dedico ai miei detrattori.
Robinson, il suo incontro con Matteo Salvini ha suscitato polemiche qui in Italia. Il suo estremismo antislamico è eccessivo anche per il ministro leghista?
«Estremismo antislamico? È il tipo di assurdità partigiana e globalista che la stampa tradizionale sforna su di me ogni giorno. I media vogliono dipingermi come una specie di predicatore d’odio, ma la mia non è islamofobia, è voler difendere i nostri confini. Sì, sono anti-islam, e allora? Non odio i musulmani, odio un’ideologia che è diametralmente opposta alla civiltà occidentale e allo Stato di diritto. Salvini non è ambiguo: ha ragione. Non ha paura di dire quello che tutti pensano: che la massa d’immigrati che rifiutano i nostri valori sta distruggendo le nostre società. Non ha paura di difendere il suo popolo. Quindi, chiamatemi estremista, razzista, come volete. Ma non chiamatemi bugiardo».
Eppure, più che per nazionalista, lei attraverso questi concetti non rischia di passare per razzista o, peggio, neonazista?
«I media hanno esaurito argomenti concreti. Certe etichette non significano nulla, perché sono state usate così tanto e senza alcuna giustificazione. Chiamano “neonazista” chiunque difenda i confini britannici, la cultura britannica o le ragazze britanniche, perché non hanno altro in mano. Non possono discutere con i fatti, quindi ricorrono agli insulti. Sia chiaro: non sono un neonazista, ma i media probabilmente lo sanno già, tanto sono faziosi, illusi e ideologicamente intrappolati. Sono troppo a destra per Farage? Farage è politicamente corretto, come la maggior parte degli altri. Se invocare confini sicuri, libertà di parola e protezione dei nostri figli mi rende troppo a destra, chiamatemi pure estremista. Mi chiamino come vogliono: lo indosserò come un distintivo d’onore. Ma io ho passato la vita a combattere contro i veri nazisti: quelli che marciano per le strade, che glorificano Hitler, che prendono di mira le minoranze».
Ha in mente un progetto con Salvini?
«Con Salvini non stiamo costruendo un’alleanza segreta, ma un movimento che dica: “Basta”. Basta con l’agenda globalista, le frontiere aperte, l’indottrinamento woke, la censura. Basta con le bugie, con i media ideologicamente controllati. Ora siamo noi i media. La stampa tradizionale è un dinosauro. Ho incontrato Salvini perché è uno dei pochi che ha capito: la sovranità nazionale non è un crimine ma un diritto. Proteggere i propri confini non è razzismo, è responsabilità. Difendere la propria cultura non è estremismo, è sopravvivenza. E se i media pensano che questo sia controverso, bene. Perché la vera controversia è che continuano a fingere che le migrazioni di massa, la sostituzione culturale e l’erosione della libertà di parola siano progresso. Non lo sono, sono una resa. Quindi avanti, chiamatelo pure progetto o alleanza: io lo chiamerò “lotta per il nostro futuro”, e non la sto combattendo da solo».
Quali sono i suoi rapporti con Farage?
«Non ho rapporto con Farage. Ha detto che non gli importa del ricambio demografico, che non vuole espulsioni di massa e che entro il 2050 l’influenza dei musulmani nel Regno Unito sarà così potente che non potranno essere isolati. La differenza tra me e Nigel è che io non sono politicamente corretto. Io continuerò a dire la verità e a fare il lavoro che la maggior parte dei politici non ha la forza di fare. Sono un ragazzo impenitente della classe operaia di Luton, città che amo con tutto il cuore ma viziata, infiltrata e conquistata dal peggio che l’islam ha da offrire».
Lei è diventato famoso dopo la manifestazione United Kingdom, che ha radunato oltre 150.000 persone. Trump sta fondando il suo mandato sulla lotta all’immigrazione clandestina. Vuole lo stesso?
«Non mi sono prefissato di essere famoso, ma di svelare la verità. E quando almeno 150.000 persone si sono presentate con me il 13 settembre 2025, non ero io il punto, ma loro. Il popolo britannico che è stanco di essere tenuto all’oscuro, messo a tacere, sostituito e venduto. E sì, il mandato di Trump si basa sulla lotta all’immigrazione illegale. Anche il mio. Ma non si tratta solo di immigrazione: si tratta di proteggere la nostra cultura e difendere il nostro futuro. Voglio fare lo stesso nel Regno Unito, non solo con manifestazioni ma con un cambiamento reale e duraturo. Proteggere i nostri confini, non con promesse ma con muri e droni. Porre fine all’abuso delle leggi sull’asilo: niente più migranti economici che manipolano il sistema. Tagliare l’assistenza sociale ai clandestini: niente sussidi, nessuna rete di sicurezza per chi ha infranto la legge per arrivare qui. Questo è “trumpiano”? Bene. Trump non ha solo vinto un’elezione, ha risvegliato un movimento».
Ma il sentimento anti immigrati non rischia di creare un clima avvelenato come sta accadendo proprio in America con l’Ice?
«L’Ice non è una fazione estremista: è un’agenzia federale con il mandato legale di far rispettare le leggi ed espellere chi entra illegalmente in America. Questo non è estremismo, è Stato di diritto. È ciò che fa qualsiasi nazione con confini funzionanti. Trump non ha solo vinto, ha stravinto. Ha conquistato gli Stati indecisi e, sì, ha ottenuto anche il voto popolare. Questo è ciò che si chiama un mandato del popolo. Gli americani hanno guardato alle frontiere aperte e ha detto “basta”. Hanno guardato alla criminalità, alla pressione sui servizi e alla perdita di identità nazionale, e hanno scelto democraticamente di porvi fine».
Lo stesso Trump sembra aver fatto marcia indietro e sospeso i due agenti dell’Ice…
«Vorrei essere chiaro su Minneapolis. Altro che condannare gli agenti paramilitari: stiamo vedendo dei pazzi di estrema sinistra che impediscono fisicamente alle forze dell’ordine di fare il loro lavoro: allontanare stupratori di bambini, assassini e altri criminali violenti che non hanno nulla a che fare con gli Stati Uniti. Questi estremisti “antifa” non sono manifestanti pacifici. È lo stesso copione che hanno usato durante le rivolte del 2020, quando hanno bruciato quartieri e terrorizzato innocenti. Ciò che è particolarmente disgustoso è come questi esponenti della sinistra affermino di “proteggere le comunità” mentre proteggono letteralmente dall’espulsione criminali condannati. A loro non importa della sicurezza pubblica: a loro interessa destabilizzare i nostri Paesi e minare lo Stato di diritto, perché serve alla loro agenda. Quindi no, non condannerò gli agenti federali che cercano di proteggere le loro comunità».
In molti vedono nell’azione politica degli Usa una tendenza imperialista: secondo lei sarebbe giusto un intervento militare in Iran?
«Sono contrario alle guerre eterne. Ho visto cosa hanno fatto ai nostri Paesi, ai nostri soldati e alle nazioni che avremmo “liberato”. Gli interventi in Iraq e Afghanistan sono stati fallimenti catastrofici, nati da illusioni neoconservatrici e condotti con assoluta incompetenza. Ma il punto è questo: l’Iran è diverso. È una teocrazia che tiene in ostaggio la popolazione, che lapida a morte le donne, che impicca gli omosessuali alle gru, che finanzia il terrore in tutta la regione mentre il suo popolo lotta per comprare il pane. L’Iran è diverso. È una società altamente istruita e sofisticata, con una nazione filo-occidentale e laica che ha già dimostrato più volte il suo desiderio di cambiamento. Le proteste a cui abbiamo assistito lo dimostrano: iraniani coraggiosi, soprattutto donne, che si oppongono all’hijab obbligatorio e affrontano la polizia morale. Quello che sta accadendo oggi in Iran non è un complotto istigato dall’estero ma un movimento interno per la libertà. Quindi non credo che l’intervento di Trump in Iran sarebbe sbagliato, a patto che sia fatto in modo intelligente, con obiettivi chiari e a sostegno del popolo iraniano stesso, e non come un esercizio di costruzione di una nazione dall’alto».
Le minacce di un’invasione della Groenlandia sono state un errore?
«È stata una genialità strategica, e il fatto che in Europa non riescano a comprenderlo dimostra che non capiscono come funziona il mondo. Non si trattava di invadere la Groenlandia: è stata una lezione magistrale sull’arte dell’accordo. Trump ha messo un punto fermo. Ha forzato un dibattito che l’élite globalista in Europa e Canada non voleva avere: chi possiede e protegge effettivamente l’Artico? Chi si opporrà a Russia e Cina mentre militarizzano quelle nuove rotte di navigazione e puntano alle vaste risorse lì presenti? La risposta non è certo della Danimarca o dell’Ue, che sarebbero ancora lì a discutere mentre viene issata la bandiera cinese. Ciò che Trump ha fatto con la Groenlandia è stato costringere tutti a svegliarsi. Si trattava di proteggere il futuro dell’Occidente dalle minacce di Mosca e Pechino».
I suoi passati problemi con la giustizia avranno ripercussioni sul suo futuro politico?
«Mi chiede delle ripercussioni come se il mio passato fosse una sorta di responsabilità. Una vera responsabilità è un sistema che dedica più tempo a processarmi che a incarcerare veri criminali. Continuerò a fare quello che ho sempre fatto: spostare la finestra di Overton. Dieci anni fa, se avessi detto le cose che dico ora, sarei stato completamente emarginato. Oggi, milioni di persone le dicono con me. Questo è il vero cambiamento, non la vuota promessa di qualche politico. Quindi no, i miei problemi legali non avranno ripercussioni sul mio futuro politico, perché non sto giocando al loro gioco. Sto giocando la partita lunga: cambiare i cuori e le menti».
È vero che dietro il suo movimento c’è il sostegno di Musk?
«Penso che Elon Musk ci apprezzi abbastanza da apparire in diretta davanti a milioni di persone che ci sostengono. Credo che capisca davvero il virus della mente woke, i suoi pericoli, la minaccia del collasso della civiltà e l’immigrazione illegale incontrollata e senza freni, che avvantaggia solo l’estrema sinistra, che in futuro avrà una classe di schiavi dipendenti e già pronta a votare per loro. Chiedetevi: perché i media non se ne accorgono?».
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Lucio Malan (Imagoeconomica)
Il capogruppo di Fdi al Senato: «L’assalto al poliziotto è tentato omicidio. Il sindaco dem di Torino considera Askatasuna un luogo di arricchimento culturale. Ma fa guerriglia».
«L’assalto a quel poliziotto è tentato omicidio e mi aspetto che questo sia il capo di accusa. Calci, pugni e martelli: quel ragazzo lo volevano morto». Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, dopo il caos di Torino analizza l’allarme sicurezza e allarga le braccia: «Ha ragione il procuratore di Torino: c’è una buona borghesia che ancora tollera e giustifica».
A chi si riferisce?
«Per decenni il centro Askatasuna ha agito indisturbato e lo stesso sindaco lo ha considerato come un luogo di arricchimento culturale. Una guerriglia del genere è stata preparata, con luoghi a disposizione per raccogliere le armi che sono state usate in piazza».
Cosa si aspetta?
«Che non ci siano sconti per i violenti. E vorrei che l’Anpi esprimesse la sua indignazione, visto che questa manifestazione inneggiava alla Torino “partigiana”. Qualcuno pensa che massacrare un poliziotto sia una forma di resistenza. Perché l’Anpi ha perso la parola?».
Dunque?
«O con lo Stato o con i violenti. Non può più esserci una via di mezzo».
È stato carabiniere anche lei?
«Ho prestato servizio come ausiliario, nel 1983. Non ho soltanto battuto a macchina, mi è capitato anche di uscire».
Ha operato anche in esterna?
«Qualche arresto, un paio di inseguimenti. Ricordo quando eravamo a caccia di una banda di ladri, ne vidi uno avvicinarsi con un oggetto che scintillava in mano».
E lei?
«Tirai fuori la pistola, e respirai pienamente la tensione che si vive in quei momenti. La mia esperienza da carabiniere è stata breve, ma ho vissuto accanto a quegli uomini in divisa che per 40 anni di servizio hanno rischiato la vita».
Era l’epoca finale del terrorismo brigatista.
«Era più facile entrare nell’Arma perché c’erano poche domande, visto che gli agenti erano nel mirino delle Br».
Il Paese era più solidale con poliziotti e carabinieri in quell’epoca?
«Ricordo sicuramente una maggiore collaborazione tra maggioranza e opposizione rispetto a oggi. Le forze dell’ordine erano difese da tutti. Anche dai magistrati, che remavano nella stessa direzione».
Oggi sul principio di legalità la politica si divide. Mario Roggero, il gioielliere di Cuneo che ha sparato ai rapinatori dopo che avevano minacciato la sua famiglia, ora deve affrontare un risarcimento di 780.000 euro, più i pignoramenti.
«Lo trovo sconcertante. Si infangano le forze dell’ordine, e poi si trattano i delinquenti come fossero manager, cui bisogna pagare la buonuscita. Come se i criminali fossero caduti sul lavoro. Forse bisognerebbe ricordare che rubare non è un lavoro, chi delinque è consapevole di rischiare la vita, e nessuno può accampare diritti di risarcimento sull’attività criminale».
Che idea si è fatto di questa vicenda «simbolo»?
«Un uomo esasperato dalle rapine ha reagito. Ovviamente non tutte le rapine sono uguali, e bisogna valutare caso per caso. Ciò che lascia di sasso è il trattamento nei confronti dei criminali: le famiglie dei carabinieri uccisi in servizio o in guerra non riceveranno mai le somme esorbitanti accordate ai parenti dei delinquenti».
C’è una disparità di trattamento a danno delle forze dell’ordine?
«Penso alla vicenda di Rami, il ragazzo egiziano morto a Milano. Una morte causata da chi guidava il motorino, al termine di un folle inseguimento che poi è stato giudicato corretto e legittimo. Se la sono presi anche in quel caso con gli agenti in divisa, come se esistessero due codici penali: uno per i criminali che delinquono, e uno per i poliziotti e i carabinieri che ne pagano le conseguenze».
Vede delle responsabilità della magistratura in questo allarme sicurezza?
«Una certa ideologia emerge chiara in sede di interpretazione delle norme. E questo è grave, perché scoraggia le forze dell’ordine e incoraggia i criminali. Chi non si ferma all’alt è consapevole che, stante questa situazione, potrebbe non essere inseguito, perché non ne vale la pena. La costituzione dice che i magistrati sono soggetti solo alla legge, ma qualcuno vorrebbe non essere soggetto a niente e nessuno».
Molti casi di cronaca riguardano ragazzi molto giovani. La vicenda del diciannovenne marocchino che ha accoltellato a scuola un compagno fa ancora discutere. Serve una campagna educativa, o leggi più severe e metal detector negli istituti scolastici?
«Io dico che bisogna applicare le leggi, e inasprirle dove serve. L’approccio sociologico va bene, ma non basta. Anzi, il rischio è giustificare tutto parlando di semplice “disagio giovanile”. Ma il disagio non giustifica le coltellate, gli assalti ai poliziotti o lo spaccio di droga. Altrimenti diventa un alibi, e non possiamo accettarlo».
Il nuovo decreto Sicurezza arriverà in Consiglio dei ministri entro la prima settimana di febbraio, ma non ci saranno le norme invocate dalla Lega. Le strette per chi manifesta, lo stop alle armi da taglio, le tutele penali per gli agenti in divisa al momento restano fuori dal decreto, e saranno inserite in un altro disegno di legge.
«Ogni volta che si fa un provvedimento di legge si vagliano tante proposte e non tutte vengono accolte. Ci sarà un passaggio parlamentare e se ne potranno aggiungere altre. Non ne dobbiamo fare una battaglia di partito. Il solo fatto che in questi tre anni siano astati assunti 39.000 agenti delle forze dell’ordine ben rappresenta lo sforzo del governo per tutelare la sicurezza dei cittadini».
Le opposizioni gridano alla repressione. Dicono che in sostanza state facendo solo propaganda.
«Le nostre leggi aumentano la libertà e non la riducono, in particolare la libertà di circolare per strada senza timore di essere aggrediti. E come ha detto il ministro Piantedosi i reati stanno scendendo, anche se è comprensibile l’allarme sociale dinanzi a fatti criminosi particolarmente violenti».
Il decreto sicurezza si occuperà anche di far funzionare le strutture per il trattenimento dei migranti. Si attiveranno i centri in Albania, limitando il potere dei magistrati di annullare le detenzioni?
«Posso dire che sull’Albania andremo avanti. E ci si aspetta che tutti i poteri dello Stato collaborino in tal senso. Purtroppo abbiamo un’opposizione che respinge ogni proposta, e alcuni magistrati che, tra il delinquente e il poliziotto, fanno cadere i sospetti sempre sul poliziotto».
Il premier Giorgia Meloni ha incontrato i soldati di pattuglia nelle città, quelli che fanno parte dell’operazione «Strade sicure». Conferma che non saranno ridotti?
«Strade sicure è una operazione che aumenta la sicurezza, con la presenza in determinate circostanze di militari in città. Quei soldati rappresentano un deterrente nei confronti dei criminali, e in più rassicurano i cittadini. È una formula che va mantenuta, in affiancamento alle forze dell’ordine».
Anche lei è preoccupato per la presenza di agenti dell’Ice alle olimpiadi invernali? La sinistra, a cominciare dal sindaco Beppe Sala, non li vuole in città. Che cosa si aspetta?
«Mi sembra una polemica del tutto strumentale. Sembra che ogni cosa accada nel mondo sia colpa del governo Meloni».
Nel merito?
«Ciò che ha fatto l’Ice negli Stati Uniti certamente colpisce, ma non è certo la Gestapo di Trump. Anzi. È stata creata da George Bush, e ampiamente utilizzata da Barack Obama. Proprio ai tempi di Obama ci sono state 56 persone uccise dall’Ice, e sono stati espulsi 5 milioni di immigrati. Ma nessuno all’epoca si è sognato di manifestare in piazza come oggi».
Il leader di Avs Nicola Fratojanni ha definito gli agenti dell’Ice come «tagliagole» di Trump.
«È il massimo dell’ipocrisia sentire pronunciare quella parola da quella stessa sinistra che ospita sostenitori e finanziatori dei terroristi di Hamas. Quelli sì, tagliagole».
Dunque?
«Penso che l’elezione di Trump abbia liberato la sinistra. Nel senso che adesso sono liberi di manifestare il loro odio verso l’America. Quando alla Casa Bianca c’erano amministrazioni a loro più amiche, erano costretti a reprimere i loro sentimenti più profondi. Oggi invece possono esternare finalmente tutto il loro antiamericanismo».
Il ministro Nordio ha detto che certe critiche alla riforma della giustizia sono «blasfeme». A cosa si riferiva secondo lei? Quali sono le critiche più insensate?
«Dire che questa riforma mina l’indipendenza della magistratura è blasfemo, ma non nei confronti del governo e del Parlamento che l’hanno approvata, bensì nei confronti della Costituzione. La Carta continuerà a dire che la magistratura costituisce un organo autonomo e indipendente da ogni altro potere, e che il giudice deve essere terzo e imparziale. Un concetto, questo, che la riforma rafforza, perché sottrae le toghe al potere delle correnti. Dunque sono accuse infondate che offendono anzitutto la Costituzione».
Un pronostico sul referendum. Se dovesse vincere il No, che cosa accadrà al governo?
«Niente pronostici ma una convinzione: è un’occasione unica per riformare la giustizia. Dovesse mai vincere il No, non cambierebbe nulla per il governo, e gli elettori potrebbero comunque esprimersi l’anno prossimo alle elezioni. Certo, nell’eventualità di una bocciatura della riforma, non potremmo cambiare il sistema giustizia per chissà quanto tempo, ed è davvero difficile sostenere che oggi vada bene così com’è».
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