Con Margherita Mastromauro (presidente pastai Uif) raccontiamo il Carbonara day, la giornata di grande successo dedicata a un piatto simbolo della cucina italiana.
Elly Schlein (Ansa)
Dopo aver passato più di un anno a dire che Giorgia Meloni doveva prendere le distanze dal leader della Casa Bianca, adesso le imputano di aver portato «ai livelli più bassi i rapporti con gli Usa» e di aver «perso peso politico in Europa». Bisognerebbe far pace col cervello.
Per più di un anno la sinistra ha chiesto che Giorgia Meloni prendesse le distanze da Donald Trump. Una volta che lo ha fatto, per difendere le ragioni della libertà di manifestazione di pensiero del pontefice, a parte il pregevole intervento di Elly Schlein in difesa dell’autonomia del governo e contro l’attacco di Trump alla Meloni stessa, è stata tutta una serie di: «Lo ha fatto tardivamente», «Lo doveva fare molto prima», «Ormai non ha più peso politico», «Mai rapporti così deteriorati tra Usa e Italia», «Doveva aiutare l’Europa e non mantenere buoni rapporti con Trump» e stupidate del genere.
Se uno va sulla Treccani e legge cos’è la diplomazia troverà che questo termine ha diversi sinonimi che sono negoziazione, tatto e rapporti che richiedono prudenza nella trattazione di affari delicati o anche nelle relazioni tra persona e persona, ivi incluse, ovviamente, quelli tra governanti. Inoltre, sempre la Treccani, ci insegna che esiste la diplomazia segreta, quella tradizionale oppure la diplomazia aperta, tra l’altro, propugnata dagli Stati Uniti a partire dagli anni della prima guerra mondiale e si tratta della tendenza a informare, entro certi limiti, la pubblica opinione di trattative e orientamenti di politica estera.
A me sembra, francamente, che sia quello che ha fatto la Meloni in questo anno che è alle nostre spalle visto anche il soggetto, il biondo Donald, che guida non uno staterello ma la prima superpotenza mondiale, e visto che l’Europa è stata completamente assente (e lo è tuttora); la Meloni ha evidentemente provato a far valere le sue ragioni esprimendo critiche esplicite in molti casi, ma tentando di mantenere una relazione strategica e indispensabile che è quella tra l’Italia, l’Europa e gli Stati Uniti d’America. E voglio ricordare che questo non vale solo per la storia nota che abbiamo alle spalle fin dall’aiuto degli Stati Uniti nella liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Non è, quindi, una questione di riconoscenza per un passato per il quale non ci può essere che gratitudine, ma è frutto di considerazioni geopolitiche contemporanee: l’impossibilità assoluta di non mantenere rapporti con gli Stati Uniti d’America da parte dell’Italia e dell’Europa stessa. Chi non ne conosce i motivi se li vada a studiare, non abbiamo tempo da perdere per spiegarglieli.
C’è poi chi la critica per essersi posta in modo non convincente a favore dei famosi «volenterosi», cioè qualche leader europeo che non ha combinato una cippa di nulla salvo conquistare quegli attimi di notorietà di cui parlò anni fa Andy Warhol e che, beati loro, li hanno gratificati pur nell’assoluta assenza di alcun risultato.
Un’altra critica abbastanza incredibile è che la Meloni, dato questo scontro con Trump, avrebbe perso il suo peso specifico in Europa in quanto prima pensavano che lei rappresentasse un ponte e ora che il ponte sia crollato. Bastava sfogliare Repubblica ieri per leggere, nell’editoriale di Francesco Bei, accuse di «camaleontismo politico» che avrebbero condannato il presidente del Consiglio italiano all’«irrilevanza». Qui, evidentemente, più che un ragionamento è una sessione di lotta greco-romana del cervello di costoro col cervello degli stessi e questo per due motivi: il primo è che fino all’altro ieri avevano sempre sostenuto che i rapporti non avrebbe dovuto tenerli la Meloni personalmente ma l’Europa nel suo complesso, cosa che l’Europa non ha mai fatto; il secondo è che sostenevano che la Meloni avrebbe dovuto tenere la schiena dritta di fronte a Trump e ora che ha drizzato la schiena, fino addirittura a piegarla indietro col rischio di una scogliosi imminente, allora ha perso peso in Europa. Capite che siamo allo stravolgimento e al contorcimento mentale che al confronto un contorsionista professionista potremmo definirlo caratterizzato dal rigor mortis?
È pur vero che la sconfitta al referendum ha rinvigorito il campo largo e quindi, complice anche la primavera, sono rifioriti i vari partiti che albergano in tale campo sentendo odore di poltrone in vista delle elezioni politiche del prossimo anno. Ma è noto che ci sono fiori che possono essere mangiati dagli uomini e questo è proprio il caso del campo largo dove i leader mangiano i fiori altrui avendo idee diverse e inconciliabili tra di loro; tra questi fiori eduli figura il fiore di zucca ma qui c’è proprio il problema: cosa risiede in queste zucche?
Badate che non me lo chiedo io, se lo chiedono i vari leader del campo largo l’uno dell’altro. Se questo è vero su molti temi non lo è di meno sulla politica estera: basti pensare che quando c’è stato da decidere sull’invio delle armi all’Ucraina, pur essendo tre le componenti fondamentali del campo largo, le più votate, hanno prodotto più del doppio di mozioni cioè sette. Immaginate il casino che sarebbe successo se fossero stati al governo: o, per non cadere, si sarebbero autoconvinti a forza delle tesi altrui oppure il governo sarebbe andato in crisi, ma questo è più difficile perché quando la natica di un politico si accomoda sulla poltrona poi risulta anche chimicamente difficile sollevarla dalla medesima. Come dicevano i contadini toscani di una volta: «Il campo ’un deve mai esse’ troppo largo sennò ’un vedi i confini e ti rubano i co’omeri».
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Ali Khamenei (Ansa)
Attaccare Leone XIV e Giorgia Meloni è stato un errore, come iniziare il conflitto. Ma proprio la resistenza del regime ne dimostra la pericolosità. Per ridurlo allo stremo, la leva economica sarebbe stata più utile delle bombe.
Ormai è chiaro che attaccando il Papa (e di conseguenza pure Giorgia Meloni che si è schierata con il pontefice), Donald Trump ha compiuto un clamoroso errore. Non solo perché gran parte dei cattolici sta con Leone XIV e non con il presidente americano, ma anche perché mettendosi contro la Chiesa e pure contro uno dei pochi governi «amici», l’inquilino della Casa Bianca ha contribuito al proprio isolamento.
Tuttavia, c’è una cosa su cui il commander in chief americano non ha torto ed è l’estrema pericolosità dell’Iran per la pace nel mondo. Paradossalmente, a dimostrare quale rischio si corra se non si disarmano gli ayatollah c’è proprio la guerra scatenata da Trump. Attenzione: non voglio in alcun modo legittimare i bombardamenti americani e israeliani, né dire che gli Stati Uniti hanno diritto di fare ciò che vogliono perché sono i gendarmi del globo. No, semplicemente mi limito ad annotare che, a differenza di quanto tutti si attendevano, Teheran ha dimostrato una capacità di resistenza sorprendente, che deve far riflettere e non poco.
Gli ayatollah devono fare i conti con l’esercito più potente del mondo e con l’intelligence più letale del pianeta. Insieme, Stati Uniti e Israele rappresentano una micidiale macchina da guerra. Tuttavia, il regime di Teheran resiste. I primi hanno ucciso la guida suprema e, insieme a Khamenei, i vertici militari e politici della Repubblica islamica. Eppure gli ayatollah non capitolano, ma rilanciano e minacciano l’intera stabilità dell’area del Golfo. Nessuno immaginava che, decapitato il serpente, questi rigenerasse altre teste pronte a colpire. Nessuno poteva sapere che l’Iran avesse una quantità di missili e droni di gran lunga superiore a quella stimata dal Pentagono e dunque in grado di continuare a tenere in scacco la regione. Allo stesso tempo, credo che né Washington né Tel Aviv avessero previsto che, una volta attaccata, Teheran reagisse contro le petro-monarchie, ovvero i Paesi che campano vendendo greggio. Decine di velivoli comandati a distanza e costruiti con poche decine di migliaia di euro hanno messo in ginocchio l’economia del Golfo e di conseguenza quella occidentale, in particolare europea.
Come avete visto, ho tralasciato la questione dell’uranio arricchito che tanto preoccupa Benjamin Netanyahu e Donald Trump, ma che pure è una reale minaccia, perché se non venisse fermato il regime teocratico di Teheran il rischio che un bel giorno sganci una bomba atomica su Israele per cancellarlo dalla faccia della terra esiste. Come esiste il pericolo che destabilizzi le citate monarchie del Golfo, per imporre la sua visione dell’islam fino alla Mecca.
Tutto ciò giustifica la guerra scatenata da Trump e Netanyahu? No, perché il conflitto è stato iniziato su presupposti sbagliati, ovvero che gli ayatollah sarebbero caduti così come sono caduti Maduro e lo Stato socialista venezuelano. Purtroppo, a complicare le cose c’è il fanatismo religioso, oltre che un Paese molto più complesso del previsto. Risultato: il conflitto può essere un boomerang perché, se Khamenei junior e i suoi accoliti restano al potere, il sistema affaristico e terroristico iraniano rischia di essere legittimato e, in prospettiva, irrobustito. Anche perché, come si è visto, gli uomini forti di Teheran hanno intessuto relazioni con la Cina e la Russia, e dunque il nemico da sconfiggere non è più soltanto la Repubblica islamica, ma anche quella socialista e la federazione guidata da Putin.
Rischiamo in pratica di trovarci di fronte (ma forse, come segnala il Financial Times a proposito del satellite di Pechino che avrebbe guidato i colpi d’artiglieria dei pasdaran, l’abbiamo già davanti) a un’alleanza di Paesi canaglia, con possibili nuove guerre.
Non so, ma forse non lo sa neppure lui, come Trump pensi di uscire dall’angolo in cui si è ficcato senza rendersene conto, ma di fronte a una guerra che non si può perdere (perché il prezzo da pagare sarebbe salato) ma neppure vincere (perché l’avversario seppur tramortito resiste) c’è una soluzione, e non è costituita dalle bombe bensì dai soldi. Fermare il flusso di denaro che continua a sostenere il regime iraniano è l’unica possibilità per strozzare il regime.
Ma resta il fatto che, senza la Cina, e senza un’intesa per raggiungere una tregua in Ucraina, per Teheran sarà sempre facile, come è accaduto per anni, vendere il petrolio sotto banco e mantenersi a galla.
La guerra, insomma, prima che contro gli iraniani andava e va condotta contro il denaro sporco che tiene in vita il sistema teocratico di Teheran. E per vincerla serve raggiungere una pace con la Russia e un’intesa con Pechino.
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- Il presidente Usa: «Pechino ha accettato di non inviare armi ai pasdaran». Il capo dell’esercito pakistano vola a Teheran per pianificare il secondo round di negoziati.
- Milano quasi invariata, giù Londra e Parigi. Borse prudenti in attesa della diplomazia.
- Colloqui «costruttivi» a Washington, ma l’Idf per ora smentisce lo stop ai combattimenti contro Hezbollah e annuncia nuovi piani di battaglia. Raid dell’aviazione pure su Gaza.
Lo speciale contiene tre articoli
La crisi nello Stretto di Hormuz si sviluppa lungo un equilibrio sempre più fragile tra aperture diplomatiche e segnali di escalation militare. Nelle ultime ore il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rivendicato un ruolo diretto nella riapertura della rotta strategica, coinvolgendo anche la Cina. «La Cina è molto contenta che io stia aprendo definitivamente lo Stretto di Hormuz. Lo faccio anche per loro e per il mondo intero», ha scritto sul social Truth, aggiungendo: «Questa situazione non si ripeterà mai più. Hanno accettato di non inviare armi all’Iran».
Trump ha poi sottolineato il suo rapporto con Pechino: «Il presidente Xi mi darà un grande, caloroso abbraccio quando arriverò lì tra qualche settimana». E ancora: «Stiamo collaborando in modo intelligente e molto efficace! Non è forse meglio che combattere?», pur ribadendo che gli Stati Uniti «sono molto bravi a combattere, se necessario, molto meglio di chiunque altro!!!». A rafforzare il messaggio politico anche il fronte economico: «La guerra con l’Iran può essere risolta “quasi subito”», ha detto a Fox News, assicurando che con la fine del conflitto «i prezzi del gas andranno incredibilmente giù».
Sul terreno, però, la tensione resta elevata. Nelle prime 24 ore del blocco navale statunitense, sei imbarcazioni sono state fermate e costrette a invertire la rotta dalle unità americane. Lo ha riferito un funzionario a Nbc News, precisando che non sono stati esplosi colpi e che nessun militare è salito a bordo delle navi. Cinque trasportavano petrolio. I controlli avvengono all’ingresso del Golfo dell’Oman, dove gli Stati Uniti mantengono oltre una dozzina di navi. Nonostante il blocco, si registrano segnali di ripresa del traffico. Una petroliera battente bandiera maltese ha attraversato lo Stretto ed è entrata nel Golfo Persico, la prima dall’inizio delle restrizioni.
La Vlcc Agios Fanourios I, rimasta per due giorni all’ancora nel Golfo dell’Oman, ha ripreso la navigazione nella notte verso Bassora. In questo contesto emergono elementi che complicano il quadro. Il Financial Times ha rivelato che l’Iran avrebbe utilizzato tecnologia satellitare cinese per colpire obiettivi americani. Pechino ha respinto le accuse: «Ci opponiamo con forza al fatto che parti coinvolte diffondano disinformazione, basata su congetture e insinuazioni, contro la Cina». Sul piano militare, Washington prepara comunque un rafforzamento con migliaia di soldati, tra cui circa 6.000 a bordo della portaerei Uss George H.W. Bush e oltre 4.000 tra marines e unità anfibie. Teheran ha risponsto con fermezza. «L’Iran non permetterà alcuna esportazione o importazione di petrolio nel Golfo Persico e nel mare dell’Oman se gli Stati Uniti, Paese terrorista e aggressore, continueranno con i loro atti illegali di blocco nella regione», ha dichiarato il comandante Ali Abdollahi.
Nonostante la tensione, la diplomazia resta attiva. Secondo indiscrezioni di media americani, Stati Uniti e Iran starebbero valutando un’estensione del cessate il fuoco di due settimane per proseguire i negoziati, ipotesi tuttavia smentita dalla Casa Bianca. Secondo il New York Times, Trump avrebbe rifiutato l’estensione della tregua. In questo contesto si inserisce il ruolo del Pakistan: il capo di Stato maggiore dell’esercito pachistano, Asim Munir, è a Teheran per consegnare al ministro degli Esteri Abbas Araghchi un messaggio degli Stati Uniti e provare a pianificare un secondo round di colloqui. Sul fronte internazionale, Mosca ha preso le distanze dal conflitto. «Non partecipiamo a questa guerra; non è la nostra guerra», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, aggiungendo che il conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran «non ha nulla a che fare con la Russia». Peskov ha inoltre precisato che «l’iniziativa di esportare uranio arricchito dall’Iran alla Russia non è attualmente in discussione, ma Vladimir Putin è pronto a riprenderla».
La Cina rilancia il sostegno al dialogo. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha affermato che Pechino sostiene «il mantenimento della dinamica dei negoziati di pace» in Medio Oriente, sottolineando che i colloqui «vanno nell’interesse fondamentale del popolo iraniano» e che la Cina è pronta a svolgere «un ruolo costruttivo». Anche l’Iran ribadisce la propria posizione sullo Stretto. «Qualsiasi mossa o interferenza nello Stretto di Hormuz non farebbe altro che complicare la situazione», ha affermato il portavoce Esmaeil Baghaei, mentre la portavoce del governo, Fatemeh Mohajerani, ha definito Hormuz «una risorsa speciale per l’Iran», annunciando che «per questa via navigabile dovrebbe essere definito un regime speciale». Il presidente Masoud Pezeshkian, che anche ieri ha espresso la sua preoccupazione per il possibile mancato pagamento dei salari dei dipendenti pubblici, mantiene una linea prudente: «L’Iran non cerca la guerra o l’instabilità», ma «qualsiasi tentativo di imporre la propria volontà o di costringere il Paese alla sottomissione è destinato al fallimento».
Su indicazione del ministro egiziano Badr Abdelatty, il viceministro Nazih El-Nagari ha partecipato a Islamabad a una riunione tecnica con funzionari di Egitto, Arabia Saudita, Pakistan e Turchia (mediatori nella crisi), dedicato alla crisi regionale. I partecipanti hanno ribadito il rispetto dei principi di sovranità e non ingerenza, mentre il ministro pakistano Muhammad Ishaq Dar ha evidenziato gli sforzi di Islamabad per ridurre le tensioni tra Stati Uniti e Iran e favorire una de-escalation volta a ristabilire stabilità e sicurezza.
Dall’Europa arriva un nuovo appello al dialogo. «Noi continueremo ad avere rapporti con gli Stati Uniti, lavoreremo perché Hormuz possa essere libero e ci possa essere libertà di navigazione», ha dichiarato il ministro Antonio Tajani. In chiusura si registra anche la posizione della diaspora iraniana in Italia contro l’annunciata visita di Reza Pahlavi in Italia. «Gli iraniani oggi guardano avanti e stanno pagando un prezzo altissimo per rovesciare il regime degli ayatollah, senza alcuna intenzione di tornare al passato monarchico», ha affermato Davood Karimi, presidente dell’associazione rifugiati politici iraniani residenti in Italia.
Il petrolio sale ancora, scende il gas. Solo Francoforte tiene in Europa
Le Borse europee hanno mostrato un andamento disomogeneo ieri, riflettendo un contesto globale dominato dall’incertezza geopolitica ed economica. Gli investitori restano prudenti in attesa di sviluppi concreti nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, che potrebbero riprendere a breve. Il nodo centrale riguarda lo stretto di Hormuz: il blocco reciproco tra Washington e Teheran sta infatti limitando il passaggio di petroliere, con potenziali effetti sulle catene di approvvigionamento e sui prezzi dell’energia. Secondo le stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio, la guerra in Iran «incide ancora poco» ma potrebbe avere un impatto sul Pil da 0,2 a 0,4 punti percentuali a seconda degli scenari che prevedono l’eventuale riapertura dello Stretto di Hormuz o un suo blocco prolungato.
Nonostante il quadro teso, i mercati statunitensi hanno recentemente mostrato segnali di forza: ieri l’S&P 500 si è avvicinato a toccare i massimi storici, mentre il Nasdaq è rimasto in positivo, trainato in particolare dal comparto tecnologico. Questo slancio si è riflesso anche sui mercati asiatici, che hanno esteso i guadagni durante la notte tra martedì e mercoledì, sostenuti da un cauto ottimismo su una possibile distensione geopolitica e dalla resilienza del settore tech.
Sul fronte delle materie prime, il petrolio si mantiene stabile con una lieve tendenza al rialzo (Il Brent intorno alle 18 quotava 95,76, in rialzo dell’1,02%, e il Wti a 95,8 dollari, in aumento dell’1,07%), segnale che il mercato sta già incorporando un premio al rischio legato alle tensioni nello stretto di Hormuz. Al contrario, il gas naturale mostra una dinamica in calo (-4,37% a 41,4), suggerendo aspettative di domanda più deboli o una maggiore disponibilità nel breve periodo. Tuttavia, il quadro resta fragile: la tregua di due settimane è prossima alla scadenza e il Fondo monetario internazionale ha esplicitamente segnalato il rischio di una recessione globale in assenza di una soluzione negoziale.
In Europa, le principali piazze finanziarie hanno chiuso in territorio negativo o poco mosso. Parigi ha registrato un calo dello 0,64%, Londra dello 0,45% e Madrid dello 0,52%, mentre Milano ha terminato praticamente invariata (-0,04%), mantenendosi comunque sui livelli più elevati dal 2000. La cautela prevalente è coerente con la fase di attesa degli operatori, che evitano posizionamenti aggressivi in mancanza di segnali chiari sul fronte geopolitico.
A Piazza Affari si sono distinti alcuni titoli finanziari e industriali. Nexi ha guidato i rialzi con un +5,8%, seguita da Mediobanca (+4,8%) Infine, sul mercato obbligazionario si osserva un lieve aumento dello spread tra Btp e Bund, salito a 77 punti base, con il rendimento del decennale italiano al 3,81%. Questo movimento riflette un moderato incremento del premio per il rischio, coerente con il contesto di incertezza globale.
Niente cessate il fuoco in Libano
Israele ha attaccato il Nord della Striscia di Gaza con una serie di operazioni militari dell’aviazione. Stando alle informazioni della protezione civile palestinese, ci sarebbero in totale dieci vittime, fra cui un bambino di 3 anni. Il ministero degli Interni ha detto che i caccia israeliani hanno preso di mira un veicolo della polizia e per colpire il mezzo sarebbero stati coinvolti diversi civili. Un altro attacco si è invece verificato nei pressi del campo profughi di al Shati, dove è stata uccisa la maggioranza delle persone. Ma se il confine Sud con la Striscia resta caldo, il confine Nord con il Libano si conferma incandescente.
Hezbollah ha lanciato 30 razzi, bersagliando soprattutto la cittadina di Kiryat Shmona nella Galilea occidentale. Questa zona ha visto cadere 20 razzi del movimento sciita libanese, otto sono stati intercettati dalla difesa aerea, mentre gli altri sono caduti in zona disabitate. Un’altra decina è invece piovuta sulla Galilea orientale, anche in questo caso senza causare danni. Il ministero della Sanità libanese ha denunciato che Israele avrebbe colpito tre ambulanze, uccidendo tre paramedici a Nabatiyeh. I mezzi attaccati appartengono al Comitato sanitario islamico, affiliato di Hezbollah, che Tel Aviv accusa di aiutare i terroristi negli spostamenti. Mentre lo scontro con i miliziani del partito di Dio andava avanti, a Washington Israele e Libano dopo 30 anni hanno aperto un tavolo per colloqui diretti, nonostante siano ancora tecnicamente in stato di guerra.
Le parti si sono presentate all’incontro, mediato dal Segretario di Stato Marco Rubio, con gli israeliani che chiedono che l’esercito di Beirut disarmi Hezbollah e prenda il controllo del territorio, mentre il Libano vuole l’immediata fine del conflitto che ha già provocato 2.124 morti e lo sfollamento di oltre 1,1 milioni di persone. L’evento ha visto la partecipazione dell’ambasciatrice del Libano negli Stati Uniti, Nada Hamadeh Moawad, e il suo omologo israeliano Yechiel Leiter. Al termine entrambe le parti hanno espresso pareri positivi, definendo i colloqui costruttivi. Il movimento sciita, escluso per volontà di Israele dall’incontro, si è opposto ai colloqui diretti, rilanciando con forza la sua azione militare. Intanto il politologo americano Edward Luttwak ha definito la missione Unifil come corrotta da Hezbollah, e l’Italia compromessa per la sua partecipazione a questa operazione onusiana che non avrebbe mai fatto il suo dovere di tenere Hezbollah lontana da Israele, per codardia, ma anche per corruzione. Il contingente dei caschi blu ha denunciato che le forze israeliane stanno ostacolando la consegna dei rifornimenti alle loro postazioni, mentre il generale Luciano Portolano, Capo di Stato maggiore della Difesa, ieri in visita in Libano, ha ribadito l’importanza del ruolo dell’Unifil. Portolano, che ha incontrato tutti i vertici della nazione araba, ha confermato l’impegno internazionale per il potenziamento dell’esercito di Beirut.
Il giornale al Mayadeen, citando una fonte iraniana, ieri ha riportato di pressioni di Teheran per un cessate il fuoco di una settimana in Libano, ma la notizia è stata immediatamente smentita da Israele, che ha annunciato nuovi piani di battaglia per il Paese dei Cedri con l’ordine di uccidere qualsiasi combattente di Hezbollah a Sud del Litani. Beirut ha denunciato alle Nazioni Unite l’attacco subito da Israele l’8 aprile, che ha provocato 300 morti e 1200 feriti, soprattutto nella capitale, dove ha colpito civili inermi. Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, si è intanto offerto di ospitare i prossimi colloqui fra Libano e Israele, mentre il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, in un colloquio telefonico con l’omologo israeliano Gideon Sa’ar ha richiamato l’attenzione di Tel Aviv su una nave russa che trasportava grano rubato all’Ucraina e a cui è stato permesso di attraccare nel porto israeliano di Haifa. Sybiha ha dichiarato: «L’esportazione illegale di prodotti agricoli ucraini rubati fa parte del più ampio sforzo bellico della Russia. Nessuno deve permettere alle navi della flotta ombra di Mosca di vendere quello che viene sottratto al popolo ucraino».
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