Mario Draghi e Ursula Von Der Leyen (Ansa)
Gli interessi sui prestiti valgono 2,85 miliardi quest’anno, e nel biennio successivo saliranno ancora Se ci fossimo indebitati noi sul mercato, avremmo potuto fissare tassi e scadenze molto più convenienti.
È dalla primavera del 2020 che su questo giornale abbiamo cominciato a spiegare i costi del Pnrr e smentire la leggenda della «pioggia di miliardi» e quindi non possiamo che accogliere con soddisfazione i dettagli forniti ieri dal quotidiano Milano Finanza. Che ci offre un primo quadro a consuntivo di quanto avevamo agevolmente previsto, in quasi splendida solitudine, sin dalla genesi del Next Generation Eu.
Scavando nelle centinaia di pagine dello stato di previsione del ministero dell’Economia, è emerso che gli interessi sui prestiti del Pnrr ricevuti dall’Italia (circa 81 miliardi sui 123 ottenibili) frazionati nelle otto rate finora incassate, ammontano per il 2026 a 2,85 miliardi. Per poi salire a 3,4 miliardi nel 2027 e nel 2028 e cominciare poi a scendere molto lentamente in relazione al piano di rimborso.
Si aprono così due fronti di analisi: quello della convenienza economica di tale operazione e quello dell’opportunità politica. Ed è difficile individuare quale dei due fronti sia stato più penalizzante per l’Italia.
Sotto il primo aspetto, abbiamo ricevuto la conferma che siamo completamente alla mercé delle scelte di emissione (quanto a tipologia di strumenti finanziari e loro scadenze) della Commissione, che poi presenta il conto degli interessi agli Stati membri, non senza caricarli di un «piccolo» contributo spese (nel 2026 3,5 milioni) per l’attività di intermediazione.
E quindi il Mef - ogni sei mesi - deve adeguare le proprie previsioni di spesa per interessi su quei prestiti che, includendo anche altri strumenti come il Sure, oggi concorrono per 123 miliardi al debito pubblico complessivo di 3.095 miliardi.
Stronchiamo subito sul nascere un’obiezione: se l’Italia si fosse indebitata autonomamente sui mercati avrebbe pagato tassi più alti. Obiezione respinta, perché avremmo dovuto e potuto indebitarci a lungo termine, evitando i successivi rialzi. Invece abbiamo rinunciato ad essere autonomi nella scelta delle scadenze e della strategia di indebitamento e abbiamo soltanto subìto le scelte della Commissione che ha incredibilmente emesso titoli anche su scadenze molto brevi, rinnovandoli ripetutamente a scadenza.
Nel 2020 il rendimento medio all’emissione del Btp decennale e trentennale è stato pari rispettivamente a 1,28% e 2,31%. Chi e cosa avrebbe impedito al Mef di emettere titoli su tali scadenze, peraltro per importi del tutto compatibili con le normali emissioni medie mensili, ed evitare così l’impatto del rialzo dei tassi partito nell’estate 2022? Invece per noi ha deciso la Commissione, e ora ci ritroviamo a pagare il conto a piè di lista, che speriamo si sia fermato sui livelli da ultimo previsti dal Mef.
In qualsiasi azienda, il direttore finanziario autore di un simile errore di strategia e pianificazione sarebbe stato già accompagnato alla porta. In materia di finanza pubblica, la Corte dei Conti dovrebbe aprire una riflessione su come l’Italia sia stata espropriata della facoltà di accesso autonomo ai mercati finanziari, subendo in toto gli effetti di una strategia di rischio di tasso, rivelatasi fallimentare, arbitrariamente scelta dalla Commissione per tutti i malcapitati debitori.
Inoltre, gli effetti nefasti di tale scelta non si fermano ai prestiti. Perché anche il debito contratto dalla Ue per erogare i sussidi (finora l’Italia ha incassato quasi tutti i 71 miliardi previsti) sta generando interessi passivi di gran lunga superiori alle previsioni e si è resa necessaria una revisione del bilancio Ue 2021-2027 per tenere conto di questo aumento. Ancora meno gestibile è la situazione sul successivo periodo 2028-2034, per il quale si prevedono pagamenti annuali per 25-30 miliardi tra interessi, da coprire con tagli di altre spese o maggiori contributi degli Stati membri.
E veniamo quindi ai danni sul piano dell’opportunità politica. Con il Pnrr si è concretizzato un vero esproprio della politica di bilancio del nostro Paese, le cui direttrici di spesa sono state decise a Bruxelles ma con costi comunque a carico del contribuente italiano. Dopo la perdita di sovranità monetaria, una consistente erosione della sovranità di bilancio. E non ci si venga a proporre la foglia di fico del Pnrr comunque scritto da noi; perché il regolamento Ue poneva tali e tanti paletti (percentuali minime su transizione green e digitale, aree di intervento, obiettivi) che l’autonomia riservata all’Italia è stata la stessa di chi sceglie solo il colore della tappezzeria in occasione di una totale ristrutturazione della casa. Con l’aggravante che il nostro Paese, per ristrutturare la casa come deciso a Bruxelles, ha compresso altre decisioni di spesa, che sarebbero magari state più allineate con l’interesse nazionale, come ad esempio un più massiccio intervento di alleggerimento sul Fisco.
La pericolosità di tale manovra è stata ben evidenziata dalla Corte Costituzionale tedesca nel dicembre 2022, quando ha definito limiti molto stringenti per accettare il Next Generation Eu. Esso è compatibile con la Legge fondamentale solo perché eccezionale, temporaneo e, soprattutto, deve rispettare la responsabilità di bilancio del Bundestag che non può trasferire sovranità fiscale senza un adeguato controllo democratico.
Noi invece ci siamo ridotti ad approvare una lista della spesa quasi preconfezionata, dagli effetti molto limitati se non nulli sulla crescita, assumendoci la responsabilità del debito e, dulcis in fundo, subendo in pieno anche le scelte in tema di rischio tasso. Tanto a Bruxelles sapevano che non c’era bisogno di ingegnarsi tanto: comunque avremmo pagato noi.
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I finanzieri del Comando Provinciale di Roma hanno eseguito un’ordinanza adottata dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Velletri, con la quale è stata disposta la misura cautelare personale dell’obbligo di dimora nei confronti di tre persone indagate per i reati di truffa e riciclaggio.
L’indagine, condotta dalla Compagnia di Velletri e coordinata dalla Procura della Repubblica, ha fatto emergere una truffa milionaria il cui sistema si basava sulla pubblicazione, su siti e piattaforme online, di annunci relativi ad appartamenti per locazioni brevi e camere in bed e breakfast a Roma, in realtà inesistenti o non nella disponibilità degli inserzionisti. Le offerte erano rivolte in particolare a turisti, anche stranieri, intenzionati a soggiornare nella Capitale in vista del Giubileo.
Una volta effettuati i pagamenti tramite carta di credito, le somme confluivano sui conti correnti di una società creata appositamente per raccogliere i proventi della truffa. Da qui, il denaro veniva rapidamente trasferito, attraverso bonifici, a ulteriori società riconducibili al gruppo, alcune delle quali con sede anche all’estero.
Queste società, formalmente intestate a prestanome nullatenenti o con precedenti penali, venivano utilizzate come schermo per ostacolare l’identificazione dei reali beneficiari delle somme. In diversi casi, il trasferimento dei fondi veniva giustificato mediante l’emissione di fatture per operazioni inesistenti, così da attribuire una parvenza lecita ai flussi finanziari e rendere più complessa la ricostruzione dell’origine illecita del denaro.
Per questi motivi, oltre ai tre presunti promotori, indagati per truffa e riciclaggio, altre 16 persone sono indiziate di riciclaggio per aver posto in essere operazioni volte a nascondere l’origine illecita dei fondi e ostacolare la ricostruzione della tracciabilità da parte degli organi inquirenti. Nel corso delle attività investigative è stato disposto il sequestro preventivo di oltre 145.000 euro, rinvenuti sui conti della società destinataria dei versamenti.
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Elly Schlein (Ansa)
Il 28 aprile 2022, l’allora governatore dell’Emilia-Romagna Bonaccini (oggi presidente del partito) in un discorso al consiglio regionale rivendicava maggiori poteri su sanità e altre materie. Alla seduta partecipava anche Elly, all’epoca assessore.
Sull’autonomia differenziata «tra le materie che vogliono destinare a maggiore autonomia c’è anche la Protezione civile. Dovremmo fermarci e riflettere, tutti, su quello che serve a un grande Paese per non aumentare i divari territoriali ma fare avere soprattutto alle regioni più fragili tutto il supporto che serve in termini di risorse, competenze e prevenzione del dissesto idrogeologico», diceva pochi giorni fa Elly Schlein.
Il commento è arrivato dopo che il consiglio dei ministri aveva approvato le pre-intese con quattro Regioni - Liguria, Lombardia, Piemonte, Veneto - su quattro materie: tutela della salute-coordinamento della finanza pubblica (che lascerà ben oltre un miliardo nelle casse delle quattro regioni), protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa. Niente che porterà alla sedicente «secessione dei ricchi» o ad avere «cittadini di serie A e di serie B», che per altro già esistono senza l’autonomia. La battaglia contro il federalismo è puramente ideologica. La segretaria Pd non a caso era in prima fila contro la devoluzione di alcune materie ai governatori, come scritto nella Costituzione, a partire dalla raccolta firme per indire un referendum - bocciato dalla Consulta - contro la legge Calderoli. Solo perché il progetto autonomista è portato avanti dal centrodestra. Infatti, quando al governo c’erano altri, l’idea del Pd e di Elly era tutt’altra.
Il 28 aprile 2022, Stefano Bonaccini, all’epoca presidente della Regione Emilia-Romagna e adesso europarlamentare nonché presidente del Pd, fece un discorso in consiglio regionale dell’Emilia Romagna, che se avessimo sentito solo le parole senza sapere chi le pronunciava avremmo pensato che si trattasse di un leghista. Ecco alcuni passaggi del suo intervento in aula consiliare. «Ho chiesto esplicitamente un mandato agli elettori nel 2020, cioè la possibilità di vedere attuata la Costituzione per quanto dispone al terzo comma dell’articolo 116 e di veder quindi riconosciute alle nostre Regione ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia; un percorso che fu avviato, ricorderete, nella precedente legislatura e approdato ad una prima significativa tappa il 28 febbraio 2018 con la stipula dell’intesa preliminare con l’allora governo Gentiloni». Secondo Bonaccini, «la nostra richiesta si fondava invece su un progetto specifico, cesellato materia per materia, funzione per funzione, indicando obiettivi di miglioramento circostanziati».
In che modo? «Nella nostra proposta [...] si prospettava la possibilità, a parità di risorse, di poter ottenere maggiori economie attraverso l’efficienza e maggiore sviluppo attraverso la programmazione di politiche, investimenti, servizi di qualità. Queste differenze mi hanno sempre fatto dire che la nostra proposta, pur specifica e calibrata per il sistema territoriale dell’Emilia-Romagna, ha, però, il pregio di poter essere sostenibile, riproducibile e replicabile per le altre Regioni, e che farebbe bene anche al resto delle Regioni che non utilizzassero la riforma perché – mi si perdoni l’espressione – costringere lo Stato a programmare a determinati costi standard, fabbisogni standard, livelli essenziali delle prestazioni sarebbe, comunque, un passo avanti per l’Italia, non solo e non tanto per l’Emilia-Romagna in sé», sosteneva Bonaccini.
«Purtroppo, però, anche molte richieste ragionevoli hanno trovato un muro non solo in un certo conservatorismo politico, anche questo piuttosto trasversale in Parlamento, ma soprattutto da parte delle strutture ministeriali a mettersi in discussione, a farsi misurare, anche solo a discutere e distinguere le funzioni e i costi. Questo lo considero, naturalmente, un male», evidenziava l’attuale presidente dem. «Me l’avete sentito dire più volte: se qualcuno venisse da Roma in Emilia-Romagna a dire che la sanità regionale non deve essere più gestita in Emilia-Romagna, ma gestita direttamente dal centro, io credo troverebbe non la mia opposizione, che sarebbe naturale, credo anche la vostra, ma troverebbe l’opposizione, a mio parere, della stragrande maggioranza degli emiliani e dei romagnoli…».
E ancora: «Noi non chiediamo un euro in più di quello che già ci arriva. Anzi, ci dessero un euro in meno di quello che oggi arriva, a noi andrebbe bene ugualmente e firmo subito. Basta che ci lascino gestire alcune materie, la gestione di quelle risorse definite prima a livello anche di livelli essenziali, di prestazioni e fabbisogni standard e, soprattutto, che ci permettano, da un lato, di programmare e soprattutto di semplificare e sburocratizzare», sosteneva ancora Bonaccini.
Da notare che, come si legge dallo stenografico del 28 aprile 2022 e dunque non cento anni fa, alla seduta parteciparono oltre appunto al «sottosegretario alla Presidenza Davide Baruffi e al presidente della Giunta Stefano Bonaccini», appunto, anche «gli assessori Paolo Calvano, Vincenzo Colla, Andrea Corsini, Raffaele Donini, Barbara Lori, Paola Salomoni, Elena Schlein». Schlein proprio lei? Certo che sì, poiché l’attuale segretario del Pd era vicepresidente dell’Emilia-Romagna. All’epoca però nessuno definiva l’autonomia come lo spacca-Italia, anzi. Cos’è cambiato tre anni e mezzo dopo? Forse che il Pd non è più nella maggioranza politica che governa l’Italia?
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2026-02-26
I Trevallion cedono Gli assistenti sociali sono vicini alla meta: rieducare la famiglia
La famiglia Trevallion (Ansa)
Respinta la ricusazione della professionista giudicata «ostile» Papà Nathan si piega: «Il cuore non è cambiato ma la testa sì»
standard. Lo confermano le dichiarazioni sconsolate che Nathan Trevallion, il padre dei tre bambini sottratti, ha rilasciato a Repubblica. I suoi figli, spiega indicando la sua vecchia dimora ai limiti del bosco, «dal primo giorno mi dicono che vogliono venire a casa, questa casa. È il posto della nostra anima, per tutti e cinque. È stato il nostro paradiso per tre anni e non riesco ancora a capire perché ce l’hanno tolto». Poi arriva ciò che le autorità evidentemente volevano sentirsi dire: «Abbiamo deciso che accetteremo gli standard italiani. Lo farò, che ne sia convinto o no. Allargheremo il nostro casolare qui a Palmoli, ingloberemo un bagno a secco, rifaremo gli infissi. Un progetto di bioedilizia. Ci collegheremo alla rete elettrica, a quella idrica. In Italia per vivere in cinque devi avere almeno 66 metri quadrati di alloggio, in Inghilterra basta la metà. E in Australia i bagni a secco sono la normalità da vent’anni, là manca acqua. Avvieremo, comunque, la ristrutturazione, come chiede il Tribunale dei minorenni». E ancora: «Chiuderemo con l’unschooling, l’insegnamento diretto dei genitori. Ho capito che qui non si può fare, al contrario del mio Paese, la Gran Bretagna. Manterremo la scuola a casa, l’homeschooling, scegliendo un istituto che la offre online». Infine, l’ammissione: «Il cuore non è cambiato, penso sempre allo stesso modo, vogliamo tutti vivere in stretto rapporto con la natura. La mia testa, però, è cambiata, è stato necessario».
Ecco che cosa volevano gli assistenti sociali, i tutori, il tribunale: che in quella famiglia cambiassero le teste. In verità, nelle parole di Nathan riportate da Repubblica non c’è nulla di nuovo. I Trevallion da mesi dimostrano la volontà di trattare e hanno accettato qualunque condizione gli sia stata posta. La verità è che tutti i loro gesti non sono bastati. Il tribunale non ne ha tenuto conto e così il servizio sociale. Che, a differenza di Nathan, non solo non hanno cambiato la propria testa, ma nemmeno hanno avuto il più piccolo dei ripensamenti. Anzi, come abbiamo documentato ieri il servizio sociale ha addirittura assunto un avvocato per tutelare la propria immagine.
Il legale in questione è Maria Pina Benedetti, nominata il 19 febbraio. Non ha perso tempo: ha subito diffuso un comunicato per ribadire che tutte le azioni degli assistenti sociali sono state impeccabili. L’avvocato spiega che l’Ente d’ambito sociale Alto Vastese (l’organismo da chi dipendono i servizi) «non ha mai assunto alcun atteggiamento autoritario o ostile verso i genitori né giudicante verso le loro convinzioni e scelte di vita, tantomeno è indifferente alla condizione dei bambini. Al contrario, è nel loro interesse che ha cercato a lungo un possibile terreno di mediazione che potesse assicurare il rispetto dei diritti fondamentali dei bambini alla casa, all’istruzione e alla socializzazione».
Secondo la Benedetti, «il personale che opera nei servizi dell’Ente d’ambito sociale Alto Vastese, Ecad 14, è altamente qualificato». E «anche in occasione dell’esecuzione dell’allontanamento dei bambini (dei Trevallion, ndr) ha cercato di tutelare il rapporto familiare dei minori, nei limiti del possibile, scegliendo di consentire alla madre di entrare anch’essa nella struttura di accoglienza, cosa non prescritta dal Tribunale, confidando in una possibile collaborazione con lei per favorire l’adattamento dei bambini al nuovo ambiente e alle sue regole». Chiaro no? Gli assistenti sociali non hanno nulla da rimproverarsi e guai a chi osa scrivere qualcosa di storto.
In realtà, sul conto dei servizi gli avvocati dei Trevallion nelle scorse settimane hanno espresso più di un legittimo dubbio. E qui c’è una piccola storia che merita di essere raccontata. I legali della famiglia nel bosco hanno accusato l’assistente sociale Maruska D’Angelo di essere ostile ai Trevallion, di avere dei pregiudizi nei loro confronti e di mirare sostanzialmente alla loro rieducazione. Ed ecco l’aspetto curioso: la richiesta di cambiare assistente sociale doveva essere girata non al Tribunale, ma all’ente che gestisce i servizi, ovvero l’Ecad che abbiamo citato prima. E questo Ecad - a cui partecipano i sindaci di vari Comuni della zona - ha risposto prontamente che la D’Angelo non andava rimossa. In aggiunta, tanto per non farsi mancare niente, ha deciso di assoldare un avvocato per tutelare la propria immagine.
Non solo le istituzioni non hanno avuto il minimo ripensamento, ma hanno anche rafforzato le proprie difese. Quindi tutto torna: nonostante la montagna di errori marchiani che hanno segnato indelebilmente la relazione fra i Trevallion e lo Stato, si continua a battere sullo stesso tasto: o la famiglia si piega o niente. Tonino Cantelmi, consulente di Nathan e Catherine, continua a offrire e chiedere collaborazione, ma a quanto sembra nessuno ha intenzione di ascoltarlo. L’obiettivo è chiaro, sempre lo stesso: la rieducazione.
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