Da destra in alto, Bill Clinton, BIll Gates, Woody Allen e Steve Bannon
- Quello che emerge dai documenti desecretati è una tela di relazioni che legava il faccendiere ai potenti della terra: da politici come Clinton e Barak a ricconi come Gates e uomini di cultura come Allen e Chomsky.
- Gli Usa svelano chi inviò filmati osceni al faccendiere: l’emiratino Ahmed bin Sulayem Donald nel 2006 alla polizia di Palm Beach: «Indagatelo». I Labour sostengono Starmer.
Lo speciale contiene due articoli
Ci sono alcuni punti che balzano agli occhi a seguito della pubblicazione degli Epstein files. Innanzitutto, quello che per decenni è stato presentato dalla stampa «soltanto» come uno scandalo sessuale (su cui c’è ancora molto da indagare, visti i risvolti horror che emergono con il passare dei giorni) è anche, in realtà, la più grande storia di corruzione del secolo. Gran parte delle figure pubbliche coinvolte nello scandalo erano uomini delle istituzioni, corrotti da sesso e soldi. Puntava sulle umane debolezze dei potenti, Epstein, per perseguire gli interessi economici suoi e della casta che rappresentava. E quei decisori pubblici, all’epoca, erano quasi tutti esponenti della sinistra liberal e progressista.
Come era prevedibile, la stampa sta puntando molto su Trump, ma più passa il tempo, più le responsabilità del presidente degli Stati Uniti appaiono vaghe. Ieri addirittura è circolato un file declassificato dell’Fbi che testimonierebbe che The Donald, che ha interrotto le frequentazioni con il faccendiere pedofilo 20 anni fa, prima del primo arresto di Epstein nel 2008, lo aveva denunciato alla polizia nel 2006. Non è stata trovata alcuna email scambiata tra i due e la stessa supertestimone Virginia Giuffré ha sempre dichiarato che il comportamento di Trump «non è mai stato inappropriato». Nel frattempo anche la complice e compagna di Epstein, Ghislaine Maxwell, ha indirettamente scagionato il presidente, tirando però nel girone dei «buoni» anche l’ex presidente Bill Clinton.
Il problema però è che Clinton è stato il capofila di quella gauche caviar che si è accoccolata sulle ginocchia di Epstein. Il faccendiere pedofilo era un habitué della Casa Bianca: nei primi anni dell’amministrazione di Bill Clinton, Jeffrey Epstein l’ha visitata almeno 17 volte. I registri mostrano che il pedofilo è andato da Clinton anche tre volte nello stesso giorno. Il suo badge era emesso da «Rubin», probabilmente l’ex segretario al Tesoro Robert Rubin, all’epoca direttore del Consiglio economico nazionale: Epstein dunque si intratteneva con il presidente influenzando verosimilmente le politiche del governo. Clinton testimonierà il prossimo 27 febbraio.
È inquietante anche l’influenza che Epstein ha esercitato sul governo britannico, che potrebbe portare l’attuale premier Keir Starmer alle dimissioni. Il faccendiere infatti ha intrattenuto intensissime relazioni con una delle figure chiave della sinistra inglese, quel Peter Mandelson che, mentre si faceva fotografare in mutande nelle case di Epstein, gli suggeriva come fare pressioni sul governo di cui lui stesso faceva parte. Mandelson è indagato da Scotland Yard per cattiva condotta nell’esercizio di funzioni pubbliche.
Imbarazzante anche il ruolo dello storico ministro della Cultura di François Mitterrand, Jack Lang, che per un tozzo di pane (chiedeva a Epstein favori e biglietti aerei), si è dovuto dimettere da presidente dell’Istituto del mondo arabo. La procura fiscale francese ha aperto un fascicolo su di lui e sulla figlia Caroline Lang - che con Epstein ha aperto perfino una società off-shore - per riciclaggio e frode fiscale aggravata.
Era nell’esercizio delle sue funzioni di primo ministro norvegese prima, e presidente del Comitato per il Nobel poi, anche Thorbjorn Jagland, già segretario generale del Consiglio d’Europa, che nella fitta corrispondenza con Epstein si lamentava di «non poter andare avanti solo con donne giovani»: la polizia norvegese ha aperto un’indagine per «corruzione aggravata». Anche l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak dell’Israel Democratic Party è stato fotografato mentre entrava nella residenza di Epstein a Manhattan. Barak ha ammesso di aver volato sull’aereo di Epstein, ma ha negato di aver assistito a comportamenti inappropriati. E chissà come ha fatto Johanna Rubinstein, presidente dimissionaria dell’Unhcr Svezia, già a capo della filiale americana della Childhood Foundation, a soggiornare con i suoi bambini nell’isola caraibica privata del condannato per molestie sessuali: ringraziò Epstein per essere stata «in paradiso», mentre l’isola è stata l’inferno per centinaia di ragazze minorenni.
Anche Woody Allen e Noam Chomsky hanno rappresentato per decenni i vertici para-istituzionali della cultura globale, l’uno come cineasta, l’altro come linguista e docente emerito al Mit: feroci fustigatori del potere conservatore, influenzavano l’opinione pubblica mentre si intrattenevano con il diavolo. Quanto a Bill Gates, se ufficialmente non ha ricoperto incarichi pubblici, di fatto è il primo finanziatore dell’Organizzazione mondiale della sanità; privatamente andava a lezione dal faccendiere pedofilo per farsi spiegare come «fare soldi con i vaccini» e «rendere le pandemie un modello di business». Menzione a parte merita Steve Bannon: gran parte dei messaggi declassificati tra lui ed Epstein sono stati inviati nel 2018 e nel 2019, dopo che Bannon ha lasciato il suo ruolo alla Casa Bianca con Trump (dove ha lavorato otto mesi). Bannon stava girando un film su Epstein e gli elaborava strategie su come migliorare la sua reputazione.
Oggi gli amici di Epstein, che lo frequentavano mentre esercitavano il loro potere dentro le istituzioni, sono finalmente chiamati nelle aule di giustizia.
Il video di torture era di un arabo
Le pressioni sul Dipartimento di Giustizia statunitense (Doj) per svelare i nomi oscurati all’interno degli Epstein files (eccetto, naturalmente, quelli delle vittime) iniziano a sortire i primi effetti. Da lunedì, i membri eletti del Congresso possono accedere su richiesta ai documenti originali, un primo atto di trasparenza concesso dal governo Usa. Dopo aver esaminato alcuni fascicoli, il deputato repubblicano Thomas Massie, insieme con il collega dem Ro Khanna, ha contestato alcune scelte del Doj. Così, ieri, si è scoperto con chi Epstein commentasse «video di torture»: è il miliardario emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem, presidente e ad di Dp World, uno dei maggiori operatori portuali al mondo.
«Dove sei? Stai bene? Mi è piaciuto il video delle torture», si legge nell’email inviata da Epstein il 24 aprile del 2009. «Sono in Cina e arriverò negli Stati Uniti la seconda settimana di maggio», risponde l’emiratino. Intanto, il segretario al Commercio Howard Lutnick ha ammesso di aver visitato la famigerata isola di Epstein nel 2012, specificando di esserci stato con la famiglia durante un pranzo e solo per un’ora. Questa versione collima con quanto emerge nei file, al contrario di quanto dichiarato in precedenza sul fatto di aver interrotto i rapporti col faccendiere nel 2005. Altri documenti, però, suggeriscono affari comuni fino al 2014.
Secondo un altro file desecretato, Donald Trump nel 2006 chiamò la polizia di Palm Beach per complimentarsi delle indagini su Epstein: «Grazie al cielo lo state fermando, sanno tutti che cosa fa». Il tycoon, inoltre, consigliava agli inquirenti di concentrarsi sulla «malvagia» compagna di lui, Ghislaine Maxwell, e nel corso della telefonata avrebbe raccontato di essere stato una sola volta in presenza di adolescenti con Epstein e di essere «andato via subito di corsa».
Sempre secondo Massie, risulta coinvolto nello scandalo anche un altro uomo che occupa «una posizione piuttosto elevata in un governo straniero». La sensazione è che stia tremando la classe dirigente di mezzo mondo. Anche se, va ribadito, figurare negli Epstein files non significa automaticamente essere colpevole. All’interno ci sono numerosi documenti contenenti semplici rassegne stampa: basta essere stato qualcuno negli ultimi 20 anni per esserci finiti dentro. Ieri, per esempio, è stato tirato in mezzo anche il calciatore francese Franck Ribéry, ma il suo avvocato ha già annunciato querele.
Chi, invece, sembra coinvolto nelle indagini dell’Fbi è l’ex numero uno di Victoria Secret, il miliardario Les Wexner. Un documento che pare una scheda interna al bureau, de-oscurato grazie alle pressioni dei deputati, lo inquadra come «co-conspirator», cioè una figura rilevante della rete legata a Epstein. Questo non fa di lui un colpevole, ma è piuttosto significativo. Secondo il Financial Times, inoltre, nel 2008 Epstein pagò 100 milioni di dollari a Wexner come risarcimento dopo che questi lo aveva accusato di avergli rubato centinaia di milioni di dollari. Un altro miliardario menzionato nei file per abusi sessuali e altre nefandezze, benché mai alcuna accusa fu intentata contro di lui, è Leon Black, ex ad di Apollo global management. Anche su questa figura, insieme agli altri quattro nomi usciti ieri, si sono accesi i riflettori.
Nel Regno Unito, intanto, i ministri e i parlamentari laburisti hanno confermato la fiducia a Keir Starmer dopo le numerose richieste di dimissioni. Da diversi giorni la stampa inglese canta il de profundis all’attuale premier, che per il momento, però, sta riuscendo a resistere, probabilmente più per il timore di un’ulteriore ascesa del partito di Nigel Farage che per reale credito nei suoi confronti. Anche perché, nonostante questo serrare i ranghi, si rincorrono le voci di ulteriori dimissioni all’interno del Partito laburista. La faccenda è oltremodo delicata perché coinvolge, attraverso il principe Andrew, anche la Casa reale, che tuttavia ha assicurato il massimo sostegno alle indagini. Secondo il Telegraph, il fratello del Re e Epstein stavano pianificando anche possibili affari in Cina.
Continua a leggereRiduci
Elly Schlein (Ansa)
Il Partito democratico non ha una visione chiara sulle alleanze e sulle strategie internazionali.
Centosessantadue favorevoli, undici astenuti, nessun contrario. Questo è l’esito conclusivo della direzione del Pd, di qualche giorno fa, che ha approvato la relazione del segretario Schlein. Tutto bene, quindi: almeno in apparenza il partito si mostra compatto e pronto per le battaglie che lo attendono nei prossimi mesi.
Elly Schlein, nel rintuzzare le critiche della sparuta componente riformista in merito al referendum sulla giustizia e sui temi internazionali, ha solennemente chiosato, forte del risultato numerico, che il Pd ha solo una linea. Tanto tuonò che non piovve: la promessa battaglia dei riformisti, capeggiati da Pina Picierno, si è rivelata solo un malinconico dissenso, nella solita litania tipica di questi incontri del Pd.
Diversi osservatori si sono soffermati su questo aspetto, perdendo di vista il vuoto pneumatico di prospettiva politica della relazione del segretario e la buona dose di autoreferenzialità del dibattito interno. Le uniche cose che tengono assieme l’attuale gruppo dirigente del Pd sono le critiche verso le politiche del governo Meloni e la campagna referendaria per il No alla riforma della giustizia, aspetto nel quale ormai il merito ha da tempo lasciato il posto alla volontà di usare la clava referendaria per assestare un colpo al governo di centrodestra. Su tutte le altre tematiche, il nulla: le questioni del posizionamento internazionale e del futuro del cosiddetto «campo largo» che sono strettamente interconnesse, sono state rimandate, e non sembra esserci la consapevolezza del fatto che presto i nodi arriveranno al pettine.
Di fatto la linea di politica estera è la proiezione della politica nazionale e quella che viene proposta oggi dalla sinistra italiana è una coalizione posticcia e fragile, poco utile agli italiani e inadatta nel momento in cui bisognerà operare scelte politiche chiare e nette per la nostra sicurezza e per il nostro futuro. Una comune visione sulla politica estera è indispensabile per essere credibili nei confronti degli altri Paesi, per guadagnare fiducia e prestigio nelle Istituzioni internazionali, Unione europea in testa.
Ma tra Pd e Movimento 5 stelle il confronto vede più differenze sostanziali che punti di visione comune. Del resto una coalizione politica e di governo non può essere gestita come una assemblea studentesca, come la immagina Elly Schlein. Bypassare le contraddizioni interne nascondendole dietro agli attacchi rivolti agli avversari e nemici è troppo facile. Questi temi sono fastidiosi, sia per la sinistra che per il Pd e perciò la polvere viene nascosta sotto il tappeto: oggettivamente non una grande strategia.
Il Pd non è in grado di immaginare un discorso radicalmente nuovo, da sviluppare guardando alla realtà per arrivare a una nuova idea di Italia e di Europa capace di «far pace» con l’Occidente. La destra non solo è più avanti, ma è anche oggettivamente favorita in un Paese che nutre serie preoccupazioni come il nostro, perché sembra aver compreso l’urgenza di rivisitare il vecchio ordine mondiale.
La direzione di qualche giorno fa ha reso evidente invece che, dopo qualche anno della sua ascesa al potere, il gruppo dirigente del principale partito della sinistra italiana si è rivelato un re nudo, privo di un’analisi realistica del mondo, amante di declamazioni retoriche che si rivolgono moralisticamente solo a una parte della società italiana, dimenticando il resto.
Il discorso e lo spirito identitario da cui questo gruppo è animato, incarnato dalla scommessa sul risveglio di un presunto «popolo di sinistra», indica l’incapacità di leggere un Paese segnato negli ultimi anni da bruschi spostamenti elettorali e quindi da un’estrema mobilità, legata ai grandi cambiamenti in corso. Soprattutto quel discorso e quello spirito, rivolti al passato, impediscono di immaginare un futuro che solo un’apertura razionalmente guidata potrebbe «pensare». Il suo profilo non è quindi all’altezza della drammaticità della situazione ed esso è anche, e inaspettatamente, poco energico. Se la destra non inciampa da sola è difficile, nelle condizioni attuali, immaginare che la sinistra possa svolgere un ruolo da protagonista nel prossimo futuro.
Continua a leggereRiduci
Marcello Foa (Imagoeconomica). Nel riquadro Jeffrey Epstein
- L’ex presidente della Rai Marcello Foa: «Nei file ci sono riferimenti a pratiche inimmaginabili. Temo che i veri colpevoli rimangano impuniti».
- Una parte consistente dell’élite che ha creato l’ordine globale è coinvolta nella vicenda. Per il «Me too» ribaltarono tutto quanto. Un pedofilo vicino al potere non fa notizia.
Lo speciale contiene due articoli.
Marcello Foa, questi Epstein files sono davvero una questione seria? Oppure oltre al clamore che si è sviluppato sul Web c’è poco?
«Gli Epstein files sono una questione serissima. Una quantità enorme di documenti, di cui però qualche migliaio non è stata resa pubblica per ragioni di Stato o perché contenenti materiale troppo sensibile. Insomma la parte più scottante, imbarazzante, lugubre non è uscita: il procuratore aggiunto Todd Blanche qualche giorno fa ha parlato di immagini di morte, ferite e violenze fisiche. Quella è una dichiarazione fortissima, quelle immagini non ce le hanno mostrate e sono le più atroci da concepire per il pubblico e le più pesanti per chiunque sia stato ripreso in quegli atti. Tutto questo ci dimostra che Epstein non era solo un pedofilo, ma faceva chiaramente delle cose oltre l’immaginabile, pratiche che probabilmente erano di stampo satanista».
Ma chi esce più colpito da questa storia? Quale personalità in particolare, quale mondo?
«Qui c’è una cerchia di potere che riguarda diversi ambiti: mondi politici, economici, case reali - quella britannica, quella norvegese - che ovviamente aveva delle frequentazioni molto imbarazzanti. E probabilmente una parte di questo mondo partecipava anche a riti orribili, violenze sessuali, torture su minori e chissà che altro. L’elenco delle persone che frequentavano Epstein è lunghissimo, da alcuni dettagli emergono aspetti sconvolgenti».
Ad esempio?
«Per esempio Epstein che riceve un messaggio da una persona che gli dice, riferendosi probabilmente a una ragazzina: “Vuoi che le faccia questo o che la torturi?”. Un altro gli dice: “Tornerò dall’Africa con due ragazzini, preferisci maschio o femmina?”. Si parla di ragazzini di 11 anni. Un’altra testimonianza parla di due ragazze che sarebbero state uccise e sepolte nel suo ranch. E poi c’è Epstein che quando parte la prima inchiesta del 2008 ordina oltre 1.200 litri di acido solforico, e ovviamente ci si chiede a che cosa mai potrebbe servire . Insomma ci sono in queste mail talmente tanti particolari e riscontri di pratiche - che vanno ben oltre le violenze sessuali - che dovrebbero essere oggetto di una campagna stampa imponente, basata su richieste di chiarimenti alle autorità».
E invece...
«E invece questa campagna non c’è, a parte qualche voce isolata. La Verità ha raccontato questa vicenda, ma quasi nessun altro l’ha fatto, e anche negli Stati Uniti la discussione è molto forte sui social e particolarmente su X, però i grandi media stanno trattando la vicenda occupandosi solo dei personaggi più famosi. Ma in realtà quello che sta emergendo è molto più pesante e inquietante».
Cioè?
«Ci sono ambienti, che qualche inchiesta ha raccontato, in cui sono diffuse pratiche inimmaginabili di violenze su bambini. Queste cose esistono e dovrebbero essere indagate e denunciate con forza. Il sospetto è che la vicenda di Epstein sia molto più scabrosa e grave di quanto finora emerso sui media».
Anche solo basandosi su ciò che è uscito finora, però, il quadro è decisamente inquietante. E sono coinvolti nomi imponenti, basti pensare a Bill Gates. Il quale smentisce ciò che gli viene attribuito nelle email, cioè la frequentazione di ragazzine russe e addirittura il tentativo di somministrare di nascosto alla moglie antibiotici per non farle contrarre malattie veneree.
«Bill Gates chiaramente ha smentito, che altro poteva fare? Chiunque avrebbe smentito, però quando si guarda l’intervista che hanno fatto alla sua ex moglie Melinda, si vede sul suo volto un grande dolore. Ed è indicativo. L’uomo già frequentava in modo assiduo Epstein, è molto probabile che sia andato con le ragazzine, questo episodio degli antibiotici è molto inquietante... La sua immagine pubblica viene comunque fortemente danneggiata».
Però la cosa sembra finire lì.
«Ho visto la dichiarazione di Todd Blanche dell’altro giorno. Dice: se avessimo avuto informazioni su uomini che hanno abusato di donne li avremmo perseguiti, ma non le abbiamo. Le indagini sono state chiuse in luglio. Insomma, nessun arresto. Beh l’impressione è che ci abbiano dato in pasto tutta questa enorme quantità di documenti ma che però la magistratura americana stia andando col freno a mano tirato, perché evidentemente il numero di persone coinvolte e il loro livello è talmente alto che preferiscono che tutto si risolva con il rumore mediatico, peraltro attutito. E si va oltre la destra e la sinistra, è uno scandalo trasversale. C’è anche questa nota dell’Fbi che risale al 17 marzo del 2025 in cui si dice che si devono censurare le immagini e i documenti che riguardano presidenti, segretari di Stato e Vip. Infatti i nomi delle corrispondenze di Epstein sono quasi tutti oscurati e questo fa comunque riflettere».
Crede insomma che a tutta questa storia sia stata messa una sordina.
«L’impressione è che da un lato l’amministrazione Trump sia stata costretta a diffondere tutti questi documenti, dall’altro mi sembra che ci sia un tale potenziale tellurico sul sistema - sui rappresentanti massimi del sistema in cui viviamo - che alla fine l’interesse condiviso sia quello di non spingere davvero sull’acceleratore. Dunque credo che alla fine i veri colpevoli oltre a Epstein rimarranno impuniti».
Citavo Bill Gates perché è un personaggio che ha esercitato e ancora esercita notevole influenza, ad esempio sull’Oms. Che non si apra almeno una riflessione su questo tema è curioso.
«In Europa qualcuno si è dimesso. E qui si torna al punto fondamentale: ma se non è successo niente perché si dimettono? Si dimettono perché ovviamente tutto questo è inaccettabile, però per esserci una vera svolta ci dovrebbe essere qualche incriminazione pesante. Todd Blanche dice che non ci sono prove degli abusi su ragazze, però ci sono le vittime di Epstein che hanno dichiarato di voler far uscire i nomi dei Vip con cui sono state. Queste ragazze hanno lasciato ore e ore di testimonianze, oggi sono donne mature che quando erano ragazzine sono state violentate, in un caso una ragazza diceva di essere stata violentata tre volte al giorno. Tutto questo non può passare sotto silenzio. Chi le ha violentate? Solo Epstein? E poi c’è un altro fatto di cui ci siamo dimenticati in queste ore».
Cioè?
«Sappiamo che Epstein registrava, come faceva il vecchio Kgb al tempo dell’Unione sovietica, i rapporti sessuali dei suoi ospiti. Il Kgb lo faceva nascondendo una telecamera dietro lo specchio della camera d’albergo, lui probabilmente lo faceva piazzando delle microcamere e poi registrava meticolosamente tutti gli incontri, e quello era l’elemento di ricatto che usava nei confronti dei suoi ospiti. Ebbene, di quella documentazione non si parla più, è chiusa rigorosamente in un cassetto di qualche procuratore di New York e credo che non verrà mai aperta. Per ora dalla enorme mole di materiale diffusa abbiamo dei flash, ma le parti più rilevanti sono quelle che riguardano presunte uccisioni e riti e quella dei ricatti sessuali. Entrambe restano coperte dal silenzio delle autorità statunitensi, che evidentemente su questi due aspetti preferiscono sorvolare».
Perché la stampa, anche italiana, se ne occupa poco?
«Come ho spiegato nel mio libro Gli stregoni della notizia, i media italiani seguono quel che fa la grande stampa americana. E la grande stampa americana da subito ci ha dato in pasto Trump, Bill Gates e poi anche Elon Musk, Il quale in realtà ha dimostrato di non aver mai incontrato Epstein e oggi è uno dei più duri, irriducibili sostenitori della verità totale, tanto che ha offerto protezione giuridica alle vittime o a chiunque denuncerà i Vip coinvolti e pubblica su X dei post chiedendo perché non ci sia stato ancora alcun arresto. E ha perfettamente ragione: che non ci sia stato alcun arresto dal 2019 è una cosa scandalosa. La grande stampa americana è andata alla ricerca di prove fumanti nei confronti di Trump e di qualche altro Vip, non le ha in teoria trovate e dunque continua a trattare la vicenda un po’ sotto tono. La stampa italiana segue quell’onda e poi è molto imbarazzata perché gran parte dei Vip coinvolti sono stati osannati, portati a esempio come Bill Gates, Bill Clinton e altri. Sono stati per anni osannati come esempi di leader virtuosi, ne escono macchiati e allora si preferisce non affondare il colpo. Il vero giornalismo in questo momento viene fatto sui social media e non sui media mainstream».
Per il «Me too» ribaltarono tutto quanto. Un pedofilo vicino al potere non fa notizia
Sembra quasi che non sia successo niente, che l’affare meriti giusto l’attenzione di qualche complottista e i post di Elon Musk. L’indignazione viene lasciata al popolo della Rete, che sugli Epstein files ribolle da giorni, forse perché si è reso conto. della portata del materiale. Per il resto, qualche articolo qua e là, qualche rigo in cronaca. Pochi i commenti indignati, forse perché la stampa impegnata e progressista sperava che l’osso da mordere fosse quello - piuttosto carnoso - chiamato Donald Trump, e invece si è ritrovata per le mani ben altro. Il risultato è che di questa montagna di materiale, in Italia ma non solo, si parla poco o comunque non abbastanza, e non sempre in maniera approfondita. Eppure siamo di fronte a uno degli scandali del secolo, forse il più scabroso. Uomini politici, manager, magnati, aristocratici, professori universitari e potenti di varia natura - questa è la notizia - frequentavano un uomo che, se va bene, era soltanto un pedofilo (ma forse è pure qualcosa di peggio: per ora risulta che si scambiasse con l’uomo d’affari emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem mail riguardanti «video di tortura», tanto per intendersi).
E già questo basterebbe, in altre condizioni, ad annientare carriere come se non ci fosse un domani. Ma ovviamente c’è di più. Alcuni di questi uomini hanno condiviso con il succitato abusatore delle pratiche innominabili, e forse pure altre che non ci è dato conoscere. Eppure non cadono teste a pioggia. Qui e lì c’è un ministro che pensa alle dimissioni, là c’è un riccastro che si scusa, poca roba. Nulla in confronto a ciò che lo scandalo Epstein potrebbe e dovrebbe provocare.
Prendiamo il solo Bill Gates. Sappiamo per certo che con Epstein aveva una frequentazione non casuale. Alcune mail che lo riguardano parlano di suoi rapporti con ragazzine russe. Altre raccontano di antibiotici che avrebbe voluto somministrare di nascosto alla moglie Melinda per evitare di attaccarle malattie sessualmente trasmissibili prese dalle suddette fanciulle. Chiediamo: qualcuno si ricorda che questo signore è il principale finanziatore della Organizzazione mondiale della sanità? Negli anni passati ha influito non poco sulle scelte globali in materia di vaccinazione e ha condizionato pure le vite di molti italiani. Non sarebbe forse il caso di domandarsi se valga la pena di continuare a restare in una organizzazione pagata da questo soggetto? È sorprendente che nessuno si ponga realmente il problema. Eppure una seria riflessione sul tema sarebbe il caso di aprirla, no? E in ogni caso sarebbe soltanto la punta di un iceberg di orrore. Il fatto è che una consistente parte della presunta élite che ha creato l’ordine globale dominante negli ultimi decenni è coinvolta in un vicenda odiosa e terrificante, ma pare che non la si voglia prendere sul serio, anzi c’è chi fa a gara per «smentire le bufale». Per il Me too ribaltarono il mondo, per un pedofilo forse satanista amico dei presidenti poco più di una alzata di spalle. Forse la corruzione morale è molto più profonda di quanto pensiamo.
Continua a leggereRiduci
Paolo Petrecca (Imagoeconomica)
La polemica sulla telecronaca dell’inaugurazione olimpica condotta dal direttore di «RaiSport» è il pretesto per una resa dei conti politica dentro e fuori viale Mazzini. Il vero scandalo è l’intoccabilità di Mattarella.
Non conosco Paolo Petrecca e non ho ascoltato la sua telecronaca dell’inaugurazione dei Giochi olimpici invernali. Do però per acquisito che non sia stata brillantissima e che sia stata azzoppata da incertezze ed errori, perché su questo mi pare concordino un po’ tutti. Da giorni infatti non si parla d’altro: se ne lamenta l’opposizione, che chiede le dimissioni del collega, e sono sul piede di guerra pure i giornalisti della Rai, che per protesta hanno deciso di non firmare i servizi messi in onda. Di quest’ultima iniziativa immagino che gli italiani se ne siano fatta una ragione, mentre mi domando perché degli onorevoli di Pd, Avs e 5 stelle debbano intromettersi in una faccenda che, semmai, riguarda i vertici della televisione pubblica e non certo la sinistra, la quale farebbe bene a occuparsi degli scontri di piazza e degli attentati alle linee ferroviarie invece che delle dirette tv.
Ciò detto, però, vorrei alzare il velo di ipocrisia che impedisce di affrontare il «caso Petrecca» per quel che è, ovvero una faida politica. Premessa: come tutti o quasi tutti i giornalisti del servizio pubblico, l’attuale numero uno dei servizi sportivi ha uno sponsor politico e si dice che il suo sia Fratelli d’Italia. A proposito della lottizzazione dei partiti a viale Mazzini, nella prima Repubblica circolava una battuta che sintetizzava bene la spartizione. Quando bisognava assumere dieci giornalisti, cinque dovevano essere in quota Dc, due con la tessera del Psi, uno dei socialdemocratici, uno era comunista e infine, se lo si trovava, se ne assumeva anche uno bravo. Non credo che, con l’avvento della cosiddetta seconda Repubblica, la situazione sia cambiata di molto. Petrecca ha il suo sponsor, così come ce l’ha gran parte degli altri suoi colleghi, perché nella televisione pubblica la carriera dipende per lo più da decisioni politiche. Bruno Vespa in passato venne crocifisso per aver detto, da direttore del Tg1, che la Dc era il suo azionista di maggioranza, ma era la verità.
Dunque chi critica Petrecca lo fa sostanzialmente perché lo avversa politicamente. Se fosse stato del Pd o dei 5 stelle, di certo né la Schlein né Conte lo avrebbero attaccato per i suoi balbettii.
Però nel caso del direttore di RaiSport c’è qualche cosa di più ed è proprio qui l’ipocrisia che provoca il voltastomaco in qualsiasi persona onesta. Petrecca, infatti, non avrebbe mai dovuto condurre la telecronaca dell’inaugurazione dei Giochi. Al suo posto avrebbe dovuto esserci un collega che da due anni si preparava a seguire l’evento, ossia Auro Bulbarelli. Figlio di Rino, storico direttore della Gazzetta di Mantova, Auro - che come Petrecca non conosco personalmente - è vicedirettore di RaiSport, ma rispetto all’attuale numero uno dei servizi sportivi ha alle spalle anni da telecronista delle principali corse ciclistiche in giro per il mondo. Fino a una settimana prima dell’inaugurazione dei giochi, Bulbarelli era il giornalista delegato a raccontare la cerimonia. Ma durante la conferenza stampa di presentazione gli è sfuggita una frase, ovvero ha dato una notizia, annunciando che venerdì ci sarebbe stata una sorpresa di Sergio Mattarella «paragonabile a quanto avvenuto alle Olimpiadi di Londra del 2012 con Elisabetta II e James Bond». In pratica, il collega ha fatto il suo mestiere, spoilerando ciò che il comitato olimpico e il Quirinale volevano tenere segreto. Mal gliene incolse: dal Colle e non solo sono partite telefonate irritate. Aver rivelato un segreto, ossia che il capo dello Stato avrebbe provato a imitare la Regina d’Inghilterra (senza svelare che sarebbe giunto a bordo di un tram guidato da Valentino Rossi) è stato giudicato un atto di lesa maestà. Dunque, Auro è stato rimosso e al suo posto è arrivato Petrecca. Nessuno ovviamente ha chiesto conto della sostituzione, perché non sia mai che qualcuno disturbi l’immagine armoniosa dell’inquilino del Colle (sono certo che lui nemmeno sapesse dell’indiscrezione, ma come spesso capita, i collaboratori sono più realisti del re). Tutti zitti, sindacati e Ordine, per un collega ingiustamente rimosso per aver fatto il proprio mestiere, ma tutti pronti a sparare vigliaccamente a zero su Petrecca, colpevole, oltre che di qualche gaffe, di non avere lo sponsor giusto che piace al sindacato, all’Ordine e all’opposizione. Il vero scandalo è questo. Non il direttore di RaiSport.
From Your Site Articles
Continua a leggereRiduci







