Marco Sorbara (Ansa)
Per screditare la riforma, Gratteri sostiene che la appoggiano indagati e processati. Ma le cronache sono piene di innocenti finiti in cella ingiustamente. Il caso di Marco Sorbara (909 giorni di prigionia) è esemplare.
Ripartiamo dalla grammatica secondo Gratteri, quella che - ipse dixit - lo assolverebbe. «Per il No voteranno le persone perbene» e tanto basta per avere chiaro che in una dicotomia «buoni e cattivi», coloro che voteranno Sì non sono persone per bene: la lingua italiana non è una convenzione borghese. Dunque coloro che voteranno Sì sono dei farabutti, con tonalità più o meno intense: «Indagati, imputati, massonerie deviate e centri di potere». E già qui uno dovrebbe opporre al magistrato la seguente domanda: e da quando un indagato o anche un imputato è una persona non per bene? «Io parlavo della Calabria», ha poi tentato di minimizzare, come se la Calabria fosse un mondo a sé o facendo finta di non sapere che quella regione si porta dietro una serie di pregiudizi che si estendono oltre la regione.
A Nicola Gratteri voglio raccontare una storia che non lo riguarda direttamente come procuratore (non voglio unirmi al coro di coloro che ricordano anche certi numeri delle sue inchieste) ma che si inserisce nell’affermazione manifesto che lo sta portando ad essere uno dei testimonial più marcati a favore del No. È la storia di un ragazzo, figlio di genitori calabresi trasferiti ad Aosta, di nome Marco Sorbara, ex giocatore di hockey professionista, già assessore comunale ai servizi sociali e poi consigliere regionale con l’Union Valdotaine. Oggi siede ancora in quel consiglio, nelle file di Forza Italia. Ma in mezzo alle due legislature, Marco Sorbara ha conosciuto l’inferno: 45 giorni di isolamento in una cella quattro passi per due; 214 in carcere di massima sicurezza e 909 in custodia cautelare. Da persona per bene, caro dottor Gratteri.
Una mattina del gennaio 2019, Marco viene arrestato con l’accusa più infamante: essere colluso con la ‘ndrangheta. Invece… nulla era vero e dopo quattro anni di processi - colpevole in primo grado, assolto in Appello e confermato totalmente estraneo in Cassazione - è arrivata la libertà, la fine di un incubo che non doveva nemmeno cominciare se la giustizia non fosse quel gravissimo disservizio che conosciamo. Non solo Sorbara non aveva contatti con la ‘ndrangheta ma non c’entrava nulla con il contesto dell’inchiesta. È stato un errore, un errore giudiziario come si dice in questi casi. Intanto però ti hanno rovinato la vita e te la devi ricomporre da zero, con zero soldi e con le mille difficoltà di chi comunque arriccia il naso e commenta: «Beh, qualcosa avrà pur fatto…».
Il fronte del No alla riforma dirà: beh, vedi la giustizia ha funzionato. No, la giustizia non ha funzionato per niente miei cari. Perché un innocente in galera non ci deve proprio finire: invece pm e gip erano sulla stessa linea circa le più gravi misure cautelari; pm e giudice di primo grado erano sulla stessa linea nella sentenza.
Marco Sorbara è finito prima in una cella di isolamento, poi in quelle «ordinarie» sempre in un carcere di massima sicurezza in mezzo a fetenti veri, lui che era incensurato: fatevi raccontare cosa succede nelle carceri. In galera per un pregiudizio, un teorema del pm che trovava sponda nel gip che gli dava corda tenendo Sorbara dentro. Quanto al processo di primo grado, il giudice ha fatto sua la memoria del pm come sempre accade negli errori giudiziari: il giudice si appiattisce sulle convinzioni dell’accusa e ne replica spesso gli svarioni logici, le incongruenze investigative e talvolta pure gli strafalcioni grammaticali. In poche parole la verità dell’accusa diventa la verità del giudice, facendo diventare l’errore giudiziario una delle tragedie che le vittime della malagiustizia raccontano. E per le quali chiedono il giusto risarcimento che paghiamo noi cittadini ma non i magistrati colpevoli dell’errore. Toccherà ai magistrati di appello dire che l’accusa non reggeva, non stava in piedi. Idem ha dichiarato la Cassazione.
Marco Sorbara è finito per 909 giorni in carcere da innocente, da persona per bene. Come lui ce ne sono circa un migliaio ogni anno. Caro Gratteri, Sorbara, figlio di calabresi per bene, voterà Sì perché esige la separazione delle carriere, perché ha provato sulla propria pelle - lui come tanti - dove può portare un feeling distorto tra pm e giudici del processo, perché sa che il pm lavora per la propria convinzione, altro che «ha l’obbligo di trovare prove a favore dell’indagato», e quella convinzione la porta nelle fasi del procedimento giocando di sponda con i giudici.
La giustizia non funziona perché - come sostengono quelli del No - alla fine c’è un giudice che dà ragione e salverebbe baracca e burattini. La giustizia non funziona perché ci sono troppe affinità culturali e troppe sovrapposizioni operative tra Procura e i giudici, che intossicano i processi. E la giustizia non funziona visto che il presidente del tribunale di Aosta che ha condannato in primo grado l’innocente Sorbara è stato premiato con il trasferimento alla presidenza della Corte d’Appello di Trento!
Ecco perché questa riforma è un importante primo passo. Ed ecco perché proprio certi magistrati si stanno scaldando oltre modo per affossarla. Non solo voterò Sì, dunque, ma spero che la maggioranza acceleri per la responsabilità dei giudici.
Ps. A coloro che pensano che questo referendum sulla giustizia non li riguardi potrei fare l’esempio di tante persone per bene che si sono ritrovate in galera o accusate di reati gravi senza aver fatto nulla di nulla.
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In Italia causa centinaia di decessi ogni anno. Purtroppo è impossibile accorgersi di inalarlo, perché non dà irritazioni. Meglio controllare regolarmente caldaie e vecchie stufe. E tenere areata la casa.
Si tende a pensare che l’unico problema del freddo invernale sia la bassa temperatura e che, di conseguenza, ogni volta che si accende il riscaldamento l’unico problema possibile sia risolto. Ahinoi, così non è. Possono esserci anche problemi a causa del riscaldamento, invece, problemi derivanti dal monossido di carbonio, la cui inalazione dipende sovente da un riscaldamento difettoso.
Come spiega il ministero della Salute, il monossido di carbonio è tra i più rilevanti inquinanti prodotti dalla combustione. Si tratta di un gas. Un gas incolore, inodore, insapore, non irritante e, soprattutto, tossico. Si capisce che se non ha colore, non ha odore, non ha sapore e non irrita può diventare difficile accorgersi di starne inalando oltre la soglia di tolleranza. Altro elemento negativo è che senza ventilazione adeguata il monossido di carbonio può raggiungere concentrazioni elevate negli ambienti in cui si trova. Per le sue caratteristiche già viste, il monossido di carbonio può quindi essere inalato in modo subdolo, impercettibile, fino a raggiungere nell’organismo concentrazioni letali.
Il monossido di carbonio presente nell’aria degli ambienti confinati proviene principalmente dal fumo di tabacco e da fonti di combustione non dotate di idonea aspirazione, come radiatori portatili a kerosene e a gas, caldaie, scaldabagni, stufe a gas, caminetti e stufe a legna. Una delle più comuni cause di intossicazione da monossido di carbonio, infatti, dipende dalle vecchie stufe a gas liquido tenute in ambienti dove non si area a sufficienza. Nel caso di combustione incompleta di qualsiasi materiale organico contenente carbonio, in presenza di scarso contenuto di ossigeno nell’ambiente, il monossido di carbonio si può accumulare.
Il monossido di carbonio, però, non esiste solo negli ambienti confinati: esso può anche provenire dall’esterno, in primo luogo, per esempio, quando il locale si trova annesso ad un garage o ad un’autofficina o in prossimità di strade con intenso traffico veicolare. Le fonti antropiche (cioè non naturali, causate dall’uomo) esterne di monossido di carbonio sono costituite principalmente dagli scarichi degli autoveicoli, dagli impianti di combustione non industriali e in quantità minore dagli altri settori come l’industria e altri trasporti, per esempio treni e aerei. Non ci pensiamo mai, ma più che love is in the air dovremmo dire che il carbonio is in the air cioè è nell’aria. La concentrazione di monossido di carbonio nell’atmosfera è variabile ed ha anche una funzione positiva, contribuendo a formare l’ozono a livello del suolo. Fonti naturali di monossido di carbonio sono i vulcani, oppure reazioni fotochimiche nella troposfera. E poi viene prodotto dall'uomo, come già detto, anche accidentalmente. Ma come avviene?
Si crea monossido di carbonio in seguito a reazioni di combustione in, spiega Wikipedia, «difetto di aria». Significa che l’ossigeno presente nell’aria non basta per convertire tutto il carbonio in anidride carbonica, anche detta biossido di carbonio e, di conseguenza, una parte si converte in monossido di carbonio, il gas tossico. Succede anche all’esterno, negli incendi boschivi, per esempio: nei punti più interni dell’incendio ci sarà più monossido di carbonio. All’esterno, quindi, il monossido di carbonio è pericoloso in caso di incendi, esplosioni e qualunque altro evento che lo concentri (poi, naturalmente, si disperderà, diminuendo la sua concentrazione per metro d’aria). Al chiuso, per ovvie ragioni, in presenza di monossido di carbonio ad alta percentuale per metro d’aria si è più in pericolo.
In Italia le statistiche ufficiali più recenti riportano 500-600 morti l’anno, di cui circa i 2/3 per intossicazione volontaria. Tali cifre sicuramente sottostimano la vera entità del fenomeno poiché molti casi di intossicazione, soprattutto quelli accidentali o i casi non mortali, non vengono correttamente diagnosticati e registrati. Si stimano circa 6.000 ricoveri per intossicazione non letale, anche queste cifre sarebbero sottostimate perché non tutti i casi di intossicazione sono correttamente diagnosticati. Insomma, ci troviamo di fronte ad un pericolo da conoscere meglio per combatterlo, in primo luogo prevenendolo.
Quando il monossido di carbonio in casa inizia ad essere pericoloso?
In Italia, il limite di legge per il monossido di carbonio (CO) nell’aria ambiente, finalizzato alla protezione della salute umana, è stabilito dal D. Lgs. 155/2010 in 10 mg per metro cubo. Si tratta della media massima giornaliera su otto ore. Il limite di 10 mg/m³ corrisponde a circa 8,6 ppm (parti per milione). Per ambienti indoor (abitazioni), i livelli normali sono tra 1 e 4 ppm, mentre situazioni di pericolo si raggiungono a concentrazioni molto più alte (es. 520 ppm o 1000 ppm). In presenza di processi di combustione, quali sistemi di riscaldamento e di cottura o di fumo di tabacco, e inadeguata ventilazione, le concentrazioni interne possono superare quelle esterne.
Durante l’inverno nelle abitazioni possono verificarsi concentrazioni superiori a quelle esterne e livelli elevati si riscontrano più frequentemente in edifici vecchi. Da 10 a 30 ppm è una bassa concentrazione, ma comunque restarci esposti a lungo può causare sintomi lievi come mal di testa, affaticamento, vertigini, nausea, confusione. Il monossido di carbonio inalato si lega con l’emoglobina, una proteina presente a livello dei globuli rossi e deputata al trasporto dell’ossigeno, formando la carbossiemoglobina (COHb). Giunto nel sangue, attraverso gli alveoli polmonari, il monossido di carbonio entra in competizione con l’ossigeno per il legame con l’emoglobina e lo vince. Il legame tra monossido di carbonio ed emoglobina è molto più stabile di quello che quest’ultima ha con l’ossigeno, pensate, circa 200, 300 volte in più. Il monossido di carbonio si appropria dello spazio altrimenti riservato all’ossigeno e impedisce il normale trasporto dell’ossigeno ai tessuti periferici. Questo meccanismo si chiama ipossia e determina effetti tossicologici di diversa entità. Il monossido di carbonio intossica in questa maniera. Il livello di carbossiemoglobina può aumentare, appunto, in caso di esposizione a fumi di combustione, all’inquinamento atmosferico e anche al fumo di sigaretta, che sempre combustione è. I valori normali di carbossiemoglobina nei non fumatori sono dallo 0 all’1,5%. Nei fumatori possono essere dal 5 al 10%. Per concentrazioni ambientali di CO inferiori a 5 mg/metro cubo, corrispondenti a concentrazioni di COHb inferiori al 3%, non si hanno effetti apprezzabili sulla salute, negli individui sani, mentre in pazienti con affezioni cardiache, anche basse concentrazioni possono provocare una crisi anginosa. A concentrazioni maggiori, dal 10 al 25% di carbossiemoglobina, intossicazione di grado dal moderato al severo, si verificano cefalea, confusione, disorientamento, capogiri, visione alterata, nausea e vomito. Livelli di carbossiemoglobina superiori al 30% in genere provocano dispnea da sforzo, dolore toracico (nei pazienti con coronaropatia) e confusione. Livelli più alti possono causare sincope, convulsioni e obnubilamento del sensorio. In genere, quando i livelli sono > 60% si manifestano ipotensione, coma, insufficienza respiratoria e decesso. La severità delle manifestazioni cliniche da intossicazione da CO dipende dalla sua concentrazione nell’aria inspirata, dalla durata dell’esposizione e dalle condizioni di salute delle persone coinvolte. Particolarmente suscettibili sono gli anziani, le persone con affezioni dell’apparato cardiovascolare e respiratorio, le donne in stato di gravidanza, i neonati ed i bambini in genere.
Molto si è discusso sull’esistenza di un quadro di intossicazione cronica da CO. In alcuni soggetti esposti per lungo tempo all’assorbimento di piccole quantità dell’inquinante, è stata descritta una sintomatologia caratterizzata da astenia, cefalea, vertigini, nevriti, sindromi parkinsoniane ed epilettiche, aritmie, crisi anginose.
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«Toga non mangia toga». Vogliono farci credere che la riforma Nordio sia un attentato all'indipendenza della magistratura, ma la realtà è molto più concreta. Il vero scontro non è sulla libertà, ma sull'impunità.
Kuldīga, Lettonia: la maestosa Ventas Rumba, cascata più larga d’Europa (iStock)
Viaggiare nell’Europa di mezzo significa andare oltre le capitali e i percorsi turistici consolidati. Tra Germania centrale, Moravia, Transilvania e Baltico interno, il viaggio diventa osservazione lenta e concreta di città, villaggi e regioni autentiche, fuori dai cliché.
Viaggiare nell’Europa di mezzo non significa cercare l’inedito a tutti i costi, né inseguire un’idea romantica di autenticità. Significa piuttosto spostarsi fuori dall’asse principale del racconto europeo, quello che passa invariabilmente dalle capitali, dai grandi musei, dai quartieri “rigenerati” e dalle stesse strade percorse milioni di volte.
L’Europa di mezzo è fatta di città intermedie, regioni laterali, territori che non sono mai diventati simbolo e che proprio per questo conservano una densità reale. Qui il viaggio non è una sequenza di tappe iconiche, ma una permanenza.
Le capitali europee sono ormai luoghi altamente leggibili: offrono percorsi chiari, estetiche riconoscibili, esperienze standardizzate. L’Europa di mezzo, invece, non fornisce istruzioni. Non si presenta. Non semplifica. Chiede tempo, attenzione, una certa disponibilità a non capire tutto subito. Ed è spesso in questa frizione che il viaggio acquista spessore.
Germania centrale: Sassonia e Turingia, oltre Berlino
Chi attraversa la Germania fermandosi solo a Berlino conosce una Germania parziale. Spostandosi verso sud, la scena cambia.
Lipsia (Leipzig) è una città che non ha mai avuto bisogno di reinventarsi come “nuova Berlino”, nonostante i paragoni. È un centro universitario, musicale, industriale, cresciuto per sedimentazione. I quartieri di Plagwitz e Lindenau raccontano una riconversione lenta: ex fabbriche, canali, spazi culturali non patinati. Qui il viaggio è fatto di passeggiate senza obiettivo, mercati rionali, tram presi per attraversare la città senza scopo preciso.
Lipsia non ha un centro monumentale dominante: la sua forza sta nella continuità urbana. Si entra nei caffè frequentati da studenti e famiglie, si osserva una quotidianità che non è stata compressa per il visitatore.
Dove dormire:
- Hotel Fürstenhof Leipzig, classico, affidabile, senza estetismi
- NH Leipzig Zentrum, centrale e dalla sobria eleganza
Dove mangiare:
- Auerbachs Keller, storico ma ancora vissuto; da provare il cinghiale con i funghi e il kartoffelknödel (knödel tedesco a base di patate)
- Zill’s Tunnel, cucina sassone senza concessioni. Ci si viene soprattutto per gustare il Würzfleisch, piatto tradizionale della Germania dell’Est (è un arrosto con salsa di rafano)

A poco più di un’ora, Weimar è l’opposto: compatta, borghese, misurata. Il suo peso culturale è enorme, ma non invadente.
Una volta visitati pochi luoghi chiave, la vera esperienza inizia fuori dal centro. La Turingia è una regione di foreste, strade secondarie, villaggi dove il turismo non ha cambiato il ritmo della vita.
Dove dormire:
- Hotel Schillerhof, moderno e a pochi passi dalle zone d’interesse. Ottima la colazione.
- Boutique-Hotel Amalienhof: villa a poca distanza dalla casa di Goethe. Per chi ama le atmosfere tranquille
Dove mangiare:
- Benediktiner Wirtshaus im joHanns Hof: per un ottimo stinco di maiale
- Zum Schwarzen Bären: ristorante d’atmosfera dove provare la zuppa di carote e zenzero
Moravia e Repubblica Ceca interna: tra Praga e Vienna
La Moravia è una delle regioni meno raccontate d’Europa. Colline morbide, vigneti, cittadine funzionali, mai spettacolari. È un territorio che non si presta a un consumo rapido.
Brno è il suo centro principale: universitaria, concreta, meno estetizzata di Praga, ma più stabile. Qui si vive: mercati, biblioteche, caffè frequentati da residenti. Il modernismo architettonico convive con una quotidianità sobria.
Dove dormire:
- Hotel Grandezza, centrale e solido.
- Grandhotel Brno: nel cuore del centro storico, è dotato di un ottimo ristorante
Dove mangiare:
- Pavillon Steak House, citato tra i 10 migliori ristoranti della Repubblica Ceca
- Lokál U Caipla: costine alla birra ed entrecote i piatti forti.
Poco distante, Mikulov è una cittadina piccola, ordinata, quasi sospesa. Si visita in poche ore, ma restituisce una percezione chiara della scala dell’Europa interna: tutto è vicino, tutto è misurato.

Slovacchia occidentale: fermarsi per capire
La Slovacchia è spesso solo una zona di passaggio. Fermarsi cambia la prospettiva.
Trnava è pulita, ordinata, priva di attrazioni iconiche. Proprio per questo, restituisce una sensazione rara: quella di una città che non deve dimostrare nulla. Le giornate scorrono secondo ritmi locali, non turistici.
Dove dormire:
- Hotel Holiday Inn Trnava, funzionale.
- London Boutique hotel & Restaurant: ottimo rapporto qualità-prezzo
Dove mangiare:
- Thalmeiner, cucina mitteleuropea tradizionale
- Forky's Trnava, bistrot vegano in cui ordinare zuppe, wrap e piatti orientali

Transilvania: stratificazioni reali, non folklore
La Transilvania è spesso ridotta a cliché. In realtà è una regione complessa, segnata da convivenze storiche tra comunità diverse.
Sibiu è elegante, ordinata, sobria. Il centro storico è compatto, ma la vera esperienza è nel rapporto con la regione circostante.
Brașov è più turistica, ma basta uscire di pochi chilometri per entrare in villaggi dove il tempo non è stato adattato allo sguardo esterno.
Dove dormire:
- Casa Luxemburg, Sibiu: si chiama così perché un tempo sede del Consolato del Granducato del Lussemburgo
- Hotel Bella Muzica, Brasov: edificio del XVI secolo, ha un ristorante che offre piatti messicani, ungheresi e rumeni
Dove mangiare:
- Kulinarium, Sibiu: ottima la ciorbă, minestra turca a base di lenticchie rosse e spezie
- La Ceaun: qui è d’obbligo la zuppa di fagioli e prosciutto

Baltico interno: l’Europa del silenzio
Oltre le capitali baltiche esiste un interno fatto di laghi, foreste, città universitarie.
Tartu (Estonia) è colta, discreta, priva di spettacolarizzazione. Kuldīga (Lettonia) sembra ferma nel tempo, con una delle cascate più larghe d’Europa che non viene mai trasformata in attrazione.
Dove dormire:
- Hotel Lydia, Tartu: camere ben arredate ed eccellente ristorante interno
- Virkas Muiža, Kuldīga: circondato dalla vale del fiume Venta, ha stanze tutte diverse l’una dall’altra
Dove mangiare:
- Joyce, Tartu: filetto d’anatra con couscous perlato in un locale d’atmosfera
- Goldingen Room, in parte italiano, in parte locale. Da provare la zuppa di cervo
Perché l’Europa di mezzo conta
Perché non costruisce un’esperienza su misura. Non promette trasformazioni, non cerca consenso, non mette il viaggiatore al centro. Chiede solo di essere attraversata con attenzione.
Ed è spesso lì, fuori dalle capitali, che il viaggio smette di essere consumo e torna a essere una pratica di osservazione: lenta, concreta, profondamente europea.
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