INEOS Grenadier al Grenadier pub
The Grenadier pub di Londra diventa il primo luogo d’origine di un’automobile riconosciuto ufficialmente al mondo.
C’è una banconota da 5 sterline appesa al soffitto di un pub a Belgravia, elegante quartiere centrale di Londra. Su quella banconota c’è lo schizzo a penna di un fuoristrada. Quel fuoristrada, oggi, si chiama INEOS Grenadier.
Lo scorso 19 maggio, The Grenadier pub ha ricevuto lo status di World Origin Site: il riconoscimento ufficiale, certificato da un organismo registrato presso il Governo britannico, che fissa per sempre il luogo esatto in cui un’idea ha cambiato le cose. È un registro che non conosce gerarchie tra i propri iscritti: la scoperta della penicillina da parte di Alexander Fleming, la prima proiezione cinematografica dei Fratelli Lumière e il locale del primo concerto dei Beatles condividono lo stesso sigillo verde. Il Grenadier è il primo veicolo nella storia ad entrarvi.
Fu qui, nel 2017, che Sir Jim Ratcliffe — fondatore di INEOS Automotive — decise di costruire un 4x4 senza compromessi in un’epoca in cui l’intera categoria stava cedendo al design urbano. Mentre il mercato inseguiva linee morbide, schermi touch e promesse di elettrificazione, il Grenadier nasceva con telaio separato, trazione integrale permanente e tre differenziali bloccabili: un fuoristrada progettato per fare il fuoristrada, senza mediazioni. Tre anni dopo arrivava il primo prototipo; oggi conta oltre 36.000 unità consegnate nel mondo e una targa verde sul muro del pub dove tutto è cominciato, svelata da Ratcliffe in persona.
Diverse curiosità legano il registro World Origin Site anche all’Italia. Il numero 22 di Frith Street, nel quartiere londinese di Soho, è il luogo in cui John Logie Baird realizzò la prima dimostrazione pubblica della televisione al mondo, il 26 gennaio 1926: lo stesso indirizzo che dal 1949 ospita il Bar Italia. Tra i primissimi siti e prodotti certificati in assoluto figura la stazione radio di Guglielmo Marconi, identificata con la targa WOS0002 e protagonista della prima trasmissione radio senza fili della storia. Tra i luoghi attualmente in fase di certificazione rientrano anche quelli legati all’invenzione del barometro di Torricelli, del pianoforte di Cristofori e della mappa iconografica di Leonardo da Vinci.
Una forte presenza italiana si ritrova anche a bordo del Grenadier: diversi componenti chiave nascono infatti nel nostro Paese. Gli assali rigidi sono prodotti dal Gruppo Carraro a Maniago, i sistemi frenanti portano la firma di Brembo, alcuni elementi di sterzo e sospensioni sono realizzati da Frap di Bruino, nel torinese, mentre le tiranterie dei differenziali provengono da Cofle di Trezzo sull’Adda. Non capita spesso che una grande idea abbia così tanti indirizzi precisi.
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Archiviata l’inchiesta sui pm dei Trevallion, Anm esulta. E poi le famiglie non si fidano...
Dopo l’intervista in anteprima alla «mamma del bosco», l’australiana Catherine Birmingham, ieri sera Bruno Vespa ha presentato a Porta a porta il sondaggio realizzato da Antonio Noto sulla «Percezione del sistema degli affidi in Italia» scatenata proprio dal caso dei «bambini della famiglia del bosco» tolti ai genitori e affidati ai servizi sociali.
Dal report analitico stilato nel mese di maggio su un campione di 2.000 maggiorenni per il ministero della Famiglia, il dato più sorprendente è quello che soltanto il 13% degli intervistati affiderebbe un minore in difficoltà ai servizi sociali. Davanti a una difficoltà educativa o familiare, infatti, il servizio pubblico non è considerato il primo luogo di protezione ma il 33% indica lo psicologo, il 30% familiari o amici, mentre i servizi sociali si fermano al 13%. La scuola, la Chiesa e la ricerca online raccolgono quote molto più contenute. In sostanza, per gli italiani il sistema degli affidi e, più in generale, l’apparato di tutela minorile sono percepiti come necessari ma non pienamente rassicuranti perché percepiti come sostitutivi, invasivi o poco reversibili tanto che una parte consistente dell’opinione pubblica teme che l’intervento istituzionale possa produrre effetti negativi sia sul minore sia sulla famiglia di origine.
Il dato più rilevante del report è la centralità del legame familiare: anche in caso di affido, il 64% ritiene che la famiglia d’origine debba restare presente nella vita del minore e solo l’11% sostiene l’allontanamento definitivo. In sostanza, non si chiede minore protezione, ma una protezione diversa: più ascolto, più gradualità, più prevenzione, più supporto alla famiglia prima dell’allontanamento e più trasparenza nei criteri decisionali. Altro dato importante è la percezione dell’affido considerato dal 43% una soluzione sbagliata mentre per il 17% è necessario ma rischioso. Un dato che farà riflettere il ministro Eugenia Roccella, committente del sondaggio, è quello sulla poca conoscenza e scarsa fiducia nel sistema. Infatti il 46% non non si fida del sistema degli affidi, il 45% ritiene i servizi sociali non competenti e il 44% pensa che non migliorino la situazione dei minori. La sfiducia si estende anche ai tribunali minorili, giudicati competenti soltanto dal 48%. I cittadini associano i servizi sociali a controlli invasivi e temono che possano portare alla perdita del controllo familiare. Va detto che la risposta è data dalla conoscenza di casi mediatici o racconti episodici, chiedendo maggiore trasparenza e comunicazione istituzionale. Inoltre il 54% degli intervistati ritiene che l’allontanamento dei bambini dai genitori debba essere perseguito solo in casi di estrema gravità, ad esempio violenza sui minori. Il 40% lo considera valutabile anche in casi meno gravi, come forti carenze educative o situazioni familiari che compromettono il benessere del minore. Il 6% non sa rispondere.
Intanto ieri una nota del ministero di Giustizia ha chiarito che «l’ispezione ministeriale avviata sul comportamento dei magistrati che hanno seguito il caso della famiglia Trevallion si è conclusa senza rilievi disciplinari e il ministro ha disposto l’archiviazione del procedimento ispettivo». Il Guardasigilli, Carlo Nordio, che aveva inviato gli ispettori del ministero al tribunale dell’Aquila per verificare se ci fossero state anomalie nel procedimento con cui, nel novembre del 2025, erano stati allontanati i tre figli dai genitori, chiarisce che «non sono emersi profili di illeciti disciplinari da parte dei magistrati e le decisioni di merito in ossequio all’indipendenza e all’autonomia della magistratura non sono oggetto di valutazione». L’Associazione nazionale magistrati ha festeggiato rinnovando subito la vicinanza ai colleghi di L’Aquila mentre l’avvocato Simone Pillon, legale della famiglia, preso atto della decisione, ritiene che «avremo presto modo di convincere il Tribunale per i minorenni del mutato quadro fattuale e della bontà delle argomentazioni difensive maturate circa l’opportunità del rientro a casa dei minori nel loro superiore interesse».
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Claudio Cipolla (Imagoeconomica)
Gli attivisti del Mandorlo, cristiani Lgbt riconosciuti dalla diocesi, passano in «frocessione» davanti al duomo di Padova esponendo scritte stile Pride a sfondo religioso. E monsignor Cipolla (ora) si dice «imbarazzato».
Dio è queer. E i suoi discepoli sono cattofroci che, ovviamente, fanno la frocessione. Gli attivisti del Mandorlo, associazione di cristiani Lgbtq+, hanno avuto la brillante idea di esporre cartelli come questi davanti al Duomo di Padova.
Con tanto di foto diffusa sui social. Siamo nei giorni che precedono la grande festa di Sant’Antonio (13 giugno) e in città, alla tomba del santo, ci sono già lunghe file di fedeli che venerano le reliquie e pregano devoti. Immaginiamo la gioia nel trovarsi circondati dai cattofroci e dalle cattofroce (così si chiamano loro, non prendetevela con me) che irridono le vere processioni (chiamandole frocessioni) e che pregano il «Dio queer». Cosa ci manca? Solo di sentirli recitare «Ave Maria, piena di gender» e «Padre nostro che sei nei cieli non binari». Nel nome del padre del figlio e dello spirito Lgbtq+: andate in pace la messa pride è finita.
Vi sentite offesi? Io sì. Ma che ci volete fare? Noi siamo i bigotti, gli antiquati, quelli che quando s’interrogano su Dio pensano a San Tommaso e Sant’Agostino, mica a Leo Gullotta. I nuovi cattofroci del Mandorlo (e del piffero) invece sono la punta avanzata, quella che piace alla Chiesa che piace, coccolati e vezzeggiati pure dal vescovo di Padova, monsignor Claudio Cipolla, che non a caso era con loro quindici giorni fa alla veglia Lgbtq+ nella chiesa di San Bartolomeo a Montà. «Basta discriminazioni, largo alle benedizioni, fino al riconoscimento dell’amore omosessuale», è stata la battaglia lanciata in quell’occasione. La veglia ha avuto il patrocinio della Diocesi di Padova, con il supporto dell’Azione cattolica, del Movimento dei Focolari e dell’Agesci. Tutti insieme appassionatamente. Lotta dura e gay senza paura. Ora monsignor Cipolla si dice «in imbarazzo» perché i suoi amici «cattofroci» sono andati davanti al duomo a sbandierare che Dio è queer. Ma che si aspettava?
Che Dio è queer (e la Madonna pure) lo vanno dicendo da tempo i «cattofroci» e le «cattofroce», illuminati da importanti teologi come Nichi Vendola. Il quale Vendola ha tenuto importanti relazioni per dire che anche Maria di Nazareth era queer, la Maddalena pure mentre il buon samaritano era sicuramente trans. La natura Lgbtq+ di molti dei protagonisti delle Scritture è rivelata, per altro, dalla Bibbia queer, testo «rivoluzionario» che non a caso è stato presentato in pompa magna proprio dal circolo il Mandorlo di Padova. «Siamo sicuri che maschio e femmina Iddio li creò?», si chiedono le locandine di lancio. Nel testo l’interpretazione piuttosto singolare di tutti i libri sacri. A cominciare da Sodoma dove, si capisce, erano tutti eterosessuali e vennero sterminati in quanto avevano cacciato due stranieri. Insomma, dice la Bibbia queer, che a Sodoma non c’erano sodomiti, ma razzisti. Monsignor Cipolla lo sapeva?
Certo che lo sapeva. Non poteva non saperlo. Eppure quando il vescovo ha visto la foto con i cartelloni su Dio queer davanti al duomo di Padova, ha finto stupore. «Sono imbarazzato per il gesto che hanno fatto questi ragazzi», ha detto. «Conosco loro e le loro famiglie, come Chiesa locale abbiamo riconosciuto il loro circolo. Da capo della grande comunità cristiana devo stare al di sopra delle parti. E perciò non voglio essere tirato per la giacchetta da un lato né dall’altro. Noi dobbiamo sempre voler bene a tutti i nostri figli, però…». E in quel però c’è tutto il manifesto della sconfitta della Chiesa: davvero voler bene ai figli vuol dire inseguirli lungo le strade della Bibbia queer? Davvero significa riconoscere i circoli «cattofroci» dove si nega che «maschio e femmina Iddio li creò»? Dove si riscrivono i testi sacri secondo il vangelo Lgbtq+? O voler bene ai figli vuol dire dare loro l’occasione di incontrare la verità di Gesù Cristo che persino è un po’ meglio che incontrare gli idoli del gay pride?
Padova era già nota come la città dell’onorevole Zan. Poi come la città che vuol riconoscere i bambini con due mamme. Ora diventa la città dell’imbarazzo del vescovo. Ma sicuro: monsignor Cipolla porta in palmo di mano il circolo dei cattofroci e delle cattofroce, va alle loro veglie Lgbtq+ e poi si stupisce di trovarli davanti al duomo a sbandierare sulla faccia dei devoti a Sant’Antonio che Dio è queer. Verrebbe da dire chi è causa del suo mal pianga sé stesso. Ma il problema è che quello non è il «suo» mal. Non è cioè il mal del vescovo: è, piuttosto, il male che offende tutti i fedeli e devasta la Chiesa dall’interno perché baratta i valori eterni del cristianesimo con le mode lesbochic del momento. Così avremo sempre più via frocis al posto di via crucis, e teologia delle drag queen al posto di quella di San Tommaso. E saremo noi a piangere guardando monsignor Cipolla, che per farci piangere ha tutto quello che ci vuole. Persino il cognome.
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Donald Trump (Ansa)
La Casa Bianca ha pubblicato la nuova United States Counterterrorism Strategy 2026, un documento destinato a suscitare un ampio dibattito internazionale perché ridefinisce profondamente le priorità della sicurezza nazionale americana e offre una fotografia estremamente netta delle minacce che l'amministrazione di Donald Trump ritiene più pericolose per gli Stati Uniti.
Non si tratta soltanto di un aggiornamento tecnico delle strategie precedenti, ma di una vera e propria dichiarazione politica che riflette la visione dell'attuale presidente e la sua dottrina basata sul principio dell'«America First» e della «pace attraverso la forza». Nella prefazione, Trump sostiene che il suo ritorno alla Casa Bianca abbia segnato la fine di un periodo caratterizzato da «debolezza» e «umiliazioni» per gli Stati Uniti. Il presidente rivendica una serie di risultati ottenuti durante il primo anno del suo secondo mandato, tra cui il rilascio di oltre cento ostaggi americani detenuti all'estero, l'arresto del responsabile dell'attentato di Abbey Gate in Afghanistan e la designazione di importanti sezioni dei Fratelli Musulmani come organizzazioni terroristiche. Il documento cita inoltre le operazioni militari «Midnight Hammer» ed «Epic Fury», presentate come azioni decisive contro il programma nucleare iraniano e contro le capacità militari della Repubblica Islamica. L'aspetto più innovativo della strategia riguarda la classificazione delle minacce. Secondo la Casa Bianca, il terrorismo contemporaneo non è rappresentato esclusivamente dalle organizzazioni jihadiste, ma si articola in tre grandi categorie. La prima è costituita dai cartelli della droga e dalle organizzazioni criminali transnazionali che operano soprattutto nell'emisfero occidentale. La seconda comprende i gruppi islamisti tradizionali come al-Qaeda e lo Stato Islamico. La terza categoria è invece rappresentata dagli estremisti violenti di sinistra, inclusi anarchici e movimenti antifascisti radicali. Una definizione destinata a generare polemiche, poiché amplia notevolmente il concetto di minaccia terroristica adottato dall'amministrazione americana.
Nel documento emerge con chiarezza la convinzione che il terrorismo islamista continui a rappresentare un pericolo concreto per il territorio americano. Per questo motivo la strategia individua come priorità assoluta la neutralizzazione dei gruppi jihadisti che dispongono sia dell'intenzione sia delle capacità operative necessarie per colpire cittadini e interessi statunitensi. In particolare vengono menzionati al-Qaeda, soprattutto la sua branca nella Penisola Arabica, e l'ISIS-Khorasan, considerato uno dei segmenti più aggressivi e pericolosi dello Stato Islamico. Un intero capitolo è dedicato ai Fratelli Musulmani, descritti come l'origine ideologica del terrorismo islamista moderno. Secondo la Casa Bianca, tutte le principali organizzazioni jihadiste contemporanee, da Hamas ad al-Qaeda fino all'ISIS, affondano le proprie radici nella visione politica e religiosa sviluppata dalla Fratellanza musulmana. Per questo motivo l'amministrazione Trump annuncia l'intenzione di proseguire con la designazione come organizzazioni terroristiche straniere delle diverse ramificazioni del movimento presenti in Medio Oriente, Africa e Asia. Si tratta di una posizione che segna una netta discontinuità rispetto ad altre amministrazioni americane e che potrebbe avere conseguenze significative nei rapporti con numerosi Paesi della regione.
Ancora più severa è la valutazione nei confronti dell'Iran, definito senza mezzi termini il principale sponsor del terrorismo a livello globale. Secondo il documento, la minaccia iraniana si manifesta sia direttamente attraverso il programma nucleare e missilistico di Teheran sia indirettamente mediante il sostegno economico, militare e logistico fornito a una vasta rete di organizzazioni armate e gruppi estremisti. Hezbollah viene indicato come il più importante tra questi proxy e come uno degli strumenti principali utilizzati dalla Repubblica Islamica per proiettare la propria influenza nella regione. La strategia sottolinea che le operazioni condotte contro le infrastrutture nucleari iraniane rappresentano soltanto una fase di una campagna più ampia. Washington afferma infatti che continuerà a utilizzare tutti gli strumenti disponibili – militari, diplomatici, economici e informatici – fino a quando Teheran non sarà più in grado di minacciare direttamente gli Stati Uniti o di sostenere organizzazioni terroristiche. Allo stesso tempo viene ribadita la volontà di colpire i gruppi sostenuti dall'Iran che pianificano attacchi contro cittadini americani, obiettivi israeliani o dissidenti iraniani presenti all'estero.
Un'altra sezione destinata a far discutere è quella dedicata all'Europa. La Casa Bianca riconosce il ruolo storico degli alleati europei nella lotta al terrorismo ma sostiene che il continente sia diventato, negli ultimi anni, un ambiente operativo particolarmente favorevole alle reti estremiste. Secondo il documento, gruppi jihadisti, cartelli della droga e Stati ostili avrebbero approfittato delle frontiere deboli, delle carenze nei controlli e delle limitate risorse dedicate all'antiterrorismo per trasformare diverse aree europee in centri logistici, finanziari e di reclutamento. La strategia afferma esplicitamente che la migrazione di massa abbia rappresentato una delle principali vie di penetrazione utilizzate dai terroristi. Gli autori sostengono che l'Europa debba recuperare il controllo delle proprie frontiere, affrontare apertamente il problema dell'islamismo radicale e incrementare significativamente gli investimenti nelle attività di intelligence e sicurezza. Secondo Washington, la sopravvivenza della civiltà occidentale dipenderà anche dalla capacità degli Stati europei di contrastare efficacemente queste minacce.
Accanto alle tradizionali attività di intelligence e alle operazioni militari, il documento dedica particolare attenzione alla guerra informativa e alla propaganda. La Casa Bianca ritiene che le organizzazioni terroristiche abbiano saputo sfruttare efficacemente le nuove tecnologie per reclutare sostenitori, diffondere ideologie estremiste e coordinare operazioni. Di conseguenza gli Stati Uniti intendono rafforzare le capacità di contropropaganda e sviluppare nuovi strumenti per individuare e neutralizzare le campagne di radicalizzazione online. Particolare rilevanza viene attribuita anche alla minaccia rappresentata dalle armi di distruzione di massa. Il documento definisce «imperativo» impedire che gruppi terroristici possano acquisire capacità nucleari, biologiche, chimiche o radiologiche. Viene inoltre evidenziato come i progressi tecnologici, inclusi l'intelligenza artificiale, i sistemi autonomi e le nuove tecnologie energetiche, possano essere sfruttati da organizzazioni ostili per sviluppare nuove forme di attacco. Per questo motivo Washington prevede un rafforzamento delle capacità di monitoraggio, prevenzione e risposta. Nel complesso, la Strategia antiterrorismo 2026 segna una svolta profonda rispetto agli approcci adottati negli anni precedenti. Il documento abbandona molte delle formulazioni utilizzate durante l'amministrazione Biden e torna a una visione fondata sulla deterrenza, sulla superiorità militare e sulla centralità dell'interesse nazionale americano. Iran, Hezbollah, Hamas e Fratelli Musulmani vengono identificati come componenti di un'unica architettura della minaccia islamista, mentre l'Europa viene invitata ad assumersi una quota molto maggiore della responsabilità per la propria sicurezza. Una dottrina destinata a influenzare non soltanto la politica estera degli Stati Uniti, ma anche il dibattito internazionale sulla lotta al terrorismo negli anni a venire.
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