Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 17 aprile con Carlo Cambi
Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz durante un incontro dello scorso 23 gennaio a Roma (Ansa)
- Oggi il vertice convocato da Macron con i Paesi interessati al piano di sminamento dello Stretto strategico. Berlino, però, chiede il mandato delle Nazioni Unite. L’America studia il programma assicurativo sulle navi.
- L’annuncio di Trump: «Stop all’arricchimento dell’uranio in Iran». Poi torna sul Papa: «Deve capire che non possono avere l’atomica». Spunta l’ipotesi di nuove sanzioni secondarie.
Lo speciale contiene due articoli.
Giorgia Meloni, a quanto apprende La Verità, parteciperà in presenza, oggi a Parigi, al vertice dei cosiddetti «volenterosi»: circa quaranta leader, molti collegati in videoconferenza, sono attesi alla riunione convocata dal presidente francese Emmanuel Macron e dal premier britannico Keir Starmer. Sul tavolo del summit, la riapertura in sicurezza dello Stretto di Hormuz. L’impegno dei «volenterosi», però, come più volte sottolineato dalla Verità a proposito di una eventuale partecipazione italiana alla missione, è subordinato alla stabilizzazione del cessate il fuoco tra Usa e Israele da una parte e Iran dall’altra. Fino a quando la guerra sarà pienamente in corso, e senza un mandato internazionale ad esempio dell’Onu, non se ne parla, perché ogni partecipazione a interventi anche di semplice sminamento delle acque dello Stretto sarebbe a tutti gli effetti un ingresso in guerra. Lo ha ribadito ieri il cancelliere tedesco Friedrich Merz: «La Germania», ha detto ieri Merz, come riporta Nova, «contribuirà alla futura salvaguardia della navigazione nello stretto di Hormuz ma solo a determinate condizioni. Ho coordinato questa posizione all’interno del governo tedesco. Una missione di questo genere richiederebbe un mandato internazionale, preferibilmente delle Nazioni Unite, una risoluzione del governo tedesco e un mandato del Parlamento tedesco. Siamo ancora lontani da questo obiettivo». La Germania potrebbe partecipare con navi sminatrici o da ricognizione.
Così come solo parole ascolteremo oggi dai «volenterosi»: le chiavi della soluzione del conflitto sono nelle mani di Donald Trump e Benjamin Netanyahu da un lato e del regime iraniano dall’altro. La situazione nello Stretto è, per usare un eufemismo, confusa: l’Iran ha minato le acque e chiede un pedaggio alle navi che vogliono attraversare Hormuz; gli Usa hanno disposto un blocco navale per le navi dirette verso porti iraniani o in uscita da essi.
Secondo alcune fonti, qualche nave ha comunque attraversato lo Stretto, ma il volume di traffico resta a livelli minimi: «Gli Stati Uniti», ha detto ieri Stephen Miller, stretto collaboratore di Trump, «potrebbero mantenere il blocco navale dei porti iraniani a tempo indeterminato.
La linea è chiara: gli Stati Uniti non accetteranno mai minacce da parte di un Iran dotato di armi nucleari, e l’embargo sta soffocando l’economia iraniana». Da Teheran arriva un altolà all’idea dei «volenterosi»: «Qualsiasi mossa o interferenza nello Stretto di Hormuz non farebbe altro che complicare la situazione», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, «la sicurezza dello Stretto di Hormuz è garantita dall’Iran da decenni e, con l’aiuto degli Stati regionali, l’Iran è in grado di assicurare la sicurezza e la navigabilità della via, a condizione che cessino le interferenze e l’attuale guerra».
In sostanza, per ora i «volenterosi» sono allo stadio delle buone intenzioni. Detto ciò, l’Italia, se e quando la missione internazionale verrà effettivamente organizzata, potrà offrire un contributo di estremo rilievo: sono ben otto i cacciamine della Marina militare italiana in servizio e pronti all’impiego. Si tratta dei cacciamine della Classe Gaeta, che sono stati sottoposti a importanti lavori di ammodernamento per restare tecnologicamente competitivi. Dispongono di un completo sistema di apparecchiature specifiche fra le quali un sistema integrato di navigazione e tracciamento; apparati di radio-navigazione; un ecogoniometro cacciamine a profondità variabile; un sistema automatico per l’identificazione e distruzione di mine. Si trovano a Gaeta, Termoli, Alghero, Numana, Crotone, Viareggio, Chioggia e Rimini: il tempo di trasferimento verso Hormuz è valutato in circa 30 giorni. Individuare e far brillare in sicurezza le mine navali è una delle operazioni più complesse che ha di fronte una forza armata, e in questo genere di operazioni la nostra Marina militare è considerata una eccellenza a livello mondiale.
Da parte sua, un funzionario Usa ha detto al Wall Street Journal che è quasi pronto un programma statunitense per assicurare le petroliere che transitano nello Stretto di Hormuz, ma si stanno risolvendo alcune questioni di sicurezza con la Marina prima del suo avvio. Il programma, a quanto ha spiegato il responsabile degli investimenti Conor Coleman, assicurerà perdite fino a 40 miliardi di dollari per le navi disposte ad attraversare lo Stretto.
«Teheran rinuncerà al nucleare»
Donald Trump ha dichiarato che Teheran avrebbe accettato di consegnare la cosiddetta «polvere nucleare» in suo possesso e di sospendere l’arricchimento dell’uranio per un periodo indefinito. Parlando alla Casa Bianca, il presidente ha affermato che l’Iran starebbe mostrando una maggiore apertura negoziale rispetto al passato e che un accordo «molto probabile» escluderebbe lo sviluppo di armi nucleari. Secondo Trump, la consegna riguarderebbe materiale nucleare legato anche a precedenti attacchi e ai siti sotterranei iraniani. I colloqui proseguirebbero in un clima positivo, con nuovi incontri previsti nei prossimi giorni. Il 21 aprile scadrà il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran.
Uno stretto alleato di Trump, come il capo delle forze di difesa pakistane Asim Munir, ha recentemente incontrato il presidente del parlamento della Repubblica islamica, Mohammad Bagher Qalibaf. Scopo del faccia a faccia è, in particolare, stato quello di organizzare un nuovo round di negoziati tra Stati Uniti e Iran, dopo i colloqui finiti in stallo lo scorso sabato.
Se da una parte è aperta al dialogo, Washington, dall’altra, non sta rinunciando ad aumentare la pressione sul regime khomeinista. «Le nostre forze sono pronte a riprendere le operazioni di combattimento, qualora questo nuovo regime iraniano facesse una scelta sbagliata e non accettasse un accordo», ha affermato ieri il capo del Pentagono, Pete Hegseth, che ha anche parlato del blocco americano a Hormuz. «Minacciare di lanciare missili e droni contro navi, navi commerciali che transitano legalmente in acque internazionali, non è controllo. Questa è pirateria. Questo è terrorismo. La Marina degli Stati Uniti controlla il traffico in entrata e in uscita dallo Stretto perché disponiamo di risorse e capacità reali, e stiamo attuando questo blocco», ha dichiarato. Al contempo, il capo di Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine, ha assicurato che Washington è pronta a «usare la forza» verso chi cerchi di forzare il blocco americano a Hormuz. E attenzione: la pressione americana non è soltanto di natura militare ma anche economica. Appena l’altro ieri, il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, ha infatti minacciato di colpire l’Iran con delle sanzioni secondarie. L’obiettivo è chiaramente quello di mettere ulteriormente in ginocchio l’economia della Repubblica islamica, per costringere quest’ultima a negoziare da una posizione di debolezza. Al contempo, Trump è tornato a parlare di Leone XIV. «Deve capire che l’Iran non può avere un’arma nucleare», ha detto.
Nel frattempo, Teheran si è mostrata timidamente ottimista sul fronte diplomatico. «Nonostante la nostra profonda sfiducia negli Stati Uniti, derivante dai ripetuti tradimenti della diplomazia, abbiamo comunque intrapreso i negoziati in buona fede e restiamo cautamente ottimisti», ha affermato l’ambasciatore iraniano presso le Nazioni Unite, Amir Saeid Iravani. «Se Washington adotterà un approccio razionale e costruttivo, questi negoziati potranno portare a un risultato significativo», ha aggiunto. Questo ovviamente non significa che la strada sia del tutto in discesa: sempre ieri, un alto funzionario iraniano ha infatti sottolineato che la questione dell’uranio arricchito resta forse il principale nodo sul tavolo negoziale. Dall’altra parte, la medesima fonte ha però parlato di progressi. Ciò significa che lo stallo diplomatico, soprattutto dopo l’annuncio del cessate il fuoco tra Israele e Libano, potrebbe essere in procinto di essere superato.
In tutto questo, la Cina ha auspicato che Washington e Teheran tornino al tavolo negoziale, mentre anche Ankara sta spingendo per la diplomazia. «Continueremo a fornire il supporto necessario affinché il cessate il fuoco in corso si trasformi in una tregua permanente e, infine, in una pace duratura, senza che diventi più complesso e difficile da gestire», ha dichiarato il ministero della Difesa turco. Bisognerà infine vedere come si svilupperà il rapporto tra Trump e Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano è sempre stato freddo verso il cessate il fuoco tra Usa e Iran. Tuttavia, ieri ha accettato la tregua libanese. Solo il tempo ci dirà se Gerusalemme si allineerà completamente alla Casa Bianca nei suoi sforzi diplomatici con Teheran. Un fattore, questo, che potrebbe rivelarsi decisivo per il destino della crisi iraniana: in un senso o nell’altro.
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Vladimir Putin (Ansa)
Dallo scoppio della guerra nel 2022 i Paesi della Ue sono i principali compratori mondiali di gas russo, più ancora degli asiatici. Intanto Bruxelles impone i suoi balzelli green anche agli ucraini, che con l’altra mano riempie di quattrini. Un atteggiamento suicida.
Come si dice suicidio in danese? Secondo l’Intelligenza artificiale, che mi aiuta nella ricerca, la traduzione è selvmord. E nella lingua di Hans Christian Andersen come si scrive ipocrita? Sia per le donne che per gli uomini si usa hikler. State pensando che mi voglia trasferire a Copenhagen? Tranquilli, non correte a festeggiare: non ho nessuna intenzione di traslocare. Mi sono interessato alla trasposizione dei due termini dopo aver letto l’intervista rilasciata alla Stampa dal commissario europeo all’Energia, il danese Dan Jorgensen.
Intervistato dal corrispondente a Bruxelles del quotidiano sabaudo, l’esponente socialdemocratico di Odense mi ha richiamato alla mente sia la volontà di togliersi la vita, sia l’atteggiamento ipocrita di chi fa il contrario di ciò che predica. Infatti, alla domanda se per effetto della guerra in Iran non sia il caso di ripensare al divieto di acquisto del gas russo, Jorgensen risponde con un perentorio «assolutamente no». «La Russia ha trasformato l’energia in un’arma contro di noi e non dovremo mai più ripetere l’errore di mettere il nostro destino economico e il nostro benessere nelle mani di Putin». Peccato che senza il gas del Qatar e senza quello di Mosca, con le pompe di benzina a secco perché dal Golfo non arriva più una goccia di petrolio, il nostro destino economico e il nostro benessere sono messi in serio dubbio a prescindere da Putin. Jorgensen addirittura esclude che si possa tornare al gas russo anche una volta raggiunta la pace in Ucraina. «Il divieto è nella nostra legislazione, non si tratta di sanzioni che possono essere eliminate una volta finita la guerra».
In altre parole, anche quando si raggiungerà una tregua, l’Europa continuerà a essere in guerra con Mosca. Come lo definireste voi un simile atteggiamento? Per me non c’è alcun dubbio: la Ue in questo modo sceglie di suicidarsi perché, nonostante abbia a portata di mano chi potrebbe evitare uno choc energetico, insiste a rifiutare alcun contatto e, addirittura, si impone di non acquistare gas e petrolio russo anche nel caso in cui si raggiunga la pace. Pure un bambino sarebbe in grado di capire che in questo modo a farsi del male è per prima l’Europa, il cui comportamento è autolesionistico. Ma Jorgensen dice che il problema non è riallacciare relazioni commerciali con Mosca, ma ridurre i consumi di fonti fossili, accelerando la transizione energetica. Peccato che il Green deal abbia messo in croce il sistema industriale europeo, regalando quote di mercato crescenti, in particolare nel settore automobilistico, alla Cina. In pratica, stiamo procedendo dritti verso uno selvmord, per dirla in danese.
Tuttavia, il comportamento europeo è pure fortemente ipocrita perché, mentre da un lato dice di non voler mettere il proprio destino nelle mani di Putin, dall’altro sottobanco continua a finanziare la guerra in Ucraina. L’ipocrisia al quadrato. Lo dice lo stesso commissario Ue all’Energia nell’intervista alla Stampa. Leggere per credere. «C’è ancora una terribile guerra in corso in Ucraina e Putin sta facendo molti soldi grazie a questa crisi. Aiutarlo a riempire di nuovo le sue casse è una cosa impensabile per l’Unione europea. Dal 2022 abbiamo speso più soldi comprando energia dalla Russia di quanti ne abbiamo dati in aiuti all’Ucraina».
Jorgensen parla di imbarazzo, ma in realtà la definizione più appropriata per definire il comportamento del Vecchio Continente credo sia ipocrisia. Da un lato si fanno dichiarazioni di principio e si varano decine di sanzioni. Dall’altro si fa il contrario. Ci sono due magnifici grafici di una recente ricerca dove si evidenziano gli acquisti di gas attraverso gli oleodotti e di Gnl sbarcato da navi russe, dove si vede che l’acquirente principale è l’Europa. Il Crea, centro indipendente di ricerca sull’energia con sede a Helsinki, nel suo ultimo rapporto spiega che, nel solo mese di marzo, 14 spedizioni di prodotti petroliferi provenienti da raffinerie che utilizzano greggio russo e che sono classificate dalla Ue tra quelle ad alto rischio sono sbarcate nei porti europei.
E, sempre a marzo, i proventi delle esportazioni russe di combustibili fossili hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi anni, con un raddoppio delle entrate. Ma chi sta acquistando gas e petrolio russo? Per quanto riguarda il Gnl, la Ue compra la metà delle forniture di Mosca, mentre per il gas il principale acquirente è, con il 33%, sempre l’Unione. Nel solo mese di marzo i cinque maggiori importatori europei hanno versato nelle casse del Cremlino 1,3 miliardi di euro. E chi è stato a dare il maggior contributo? La Spagna, con 355 milioni e un incremento del 124% rispetto al mese precedente. Poi seguono l’Ungheria, la Francia, il Belgio e la Bulgaria. Inoltre i nuovi dazi sul carbonio imposti dalla Ue per favorire la transizione green, oltre a danneggiare l’industria europea, stanno impedendo all’Ucraina di importare in Europa l’acciaio prodotto da Kiev.
Dunque, riepilogando, l’Unione compra gas dalla Russia finanziando la guerra di Putin ma nega all’Ucraina, per una questione ecologica, di poter vendere i suoi prodotti. Come lo definireste voi questo comportamento? In danese si dice hykler.
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António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite (Ansa)
Dalla Brexit in poi è palese il distacco dalla retorica unionista e del «bene comune». La crisi attuale svela la realtà: ci sono interessi specifici, spesso divergenti.
Quali regole sarà meglio adottare nell’affrontare le tensioni e liti internazionali in cui il mondo si trova? Cambiare strada non è semplice in tempi come i nostri, tra potentissimi portatori di aspetti e progetti anche molto singolari, e posseggono e si scambiano come niente energia atomica in tempi ormai piuttosto innervositi. Ma il lato debole per la lite non è l’unico problema.
La questione è stata affrontata da Nadia Schadlow, senior fellow in strategia politica nel prestigiosissimo Hudson Institut americano. Schadlow è, in sé, un esempio di lucidità scientifica che scavalca senza fare una piega le trappole delle differenze politiche, ad esempio pubblicando tranquillamente il saggio di cui sto parlando ora sulla rivista Foreign Affairs, la più anti trumpiana d’America, dopo essere stata importante stratega nella prima amministrazione Trump.
«I cambiamenti nella gestione del potere non sono mai facili», inizia Schadlow, e quello che ci sta ora arrivando addosso è uno di quelli che si propongono a non meno di mezzo secolo l’uno dall’altro. Ormai si tratta «non di questioni tra Stati rivali», ma addirittura dell’alternativa su modi diversi di fare politica estera. Cos’è di così importante, che sta cambiando adesso?
«Per definire gran parte dell’era post-Guerra Fredda - scrive Schadlow - il motto da seguire finora è stato per tutti: prima il globale», global first, il modo di vedere e trattare le questioni internazionali. «I governi nazionali come tutte le istituzioni transnazionali hanno seguito finora un solo credo: soltanto il globale poteva affrontare i problemi di quei tempi, definibili nel migliore dei casi insicuri.
L’attuale segretario generale dell’Onu, il portoghese Antonio Guterres, tutt’ora in carica da più di 10 anni e espressione dei criteri seguiti fin qui si lamenta la mancanza di «senso comune» per il bene collettivo. Ma Schadlow osserva che, appunto, sarebbe forse ora di verificare se non sia proprio questo poco «senso comune» che tiene tutto fermo, e non convenga cambiare strada, smettendo di inchiodare alla sacralizzazione del globale tutti i lavori e le iniziative effettivamente indispensabili per evitare i rischi più gravi della politica internazionale.
Che la cosa non funzionasse, «la delusione globalista», come la chiama ora Nadia Schadlow, venne certificata ufficialmente per la prima volta già 10 anni fa quando l’Inghilterra nel 2016 votò l’uscita dall’Unione Europea, preannunciando l’insoddisfazione crescente, in Europa e altrove, verso le Istituzioni sovranazionali.
Il fatto è che sotto la teatralità di Trump, comunque, nota Schadlow, si è finalmente ormai capito che la soluzione non si trova a livello globale. Sono i singoli Stati che generano i problemi (come con le industrie inquinanti), ne fanno l’esperienza (attraverso i loro cittadini che soffrono), e che hanno i mezzi per risolverli (attraverso redditi, infrastrutture, servizi). Solo gli Stati effettivamente impegnati a risolvere i propri interessi possono sbrogliare questioni per le quali finora le istituzioni globali non hanno risolto nulla.
La forma globale, osserva ora la prof. stratega senza pulci sulla lingua, funziona passivamente per registrare cosa non funziona, segnalarlo e discuterne, ma poi sono gli Stati locali, non le Istituzioni globali che ne hanno la responsabilità diretta verso i cittadini. «I processi globali si muovono lentamente, quando lo fanno. Gli Stati invece hanno maggiori possibilità di agire rapidamente, con flessibilità e risultati. Anche nelle questioni di «climate change» l’orientamento aperto alle esigenze ma anche risorse dello Stato permette di rispettare i bisogni e le risorse locali molto di più di quanto facciano le risorse global.
E qui Nadia la stratega fornisce un’intuizione molto acuta, sottolineando la profondità delle semplici ma promettenti intuizioni democratiche rispetto alle gigantesche strutture delle istituzioni globaliste, dimostrate inefficienti in molte importanti sfide del ventunesimo secolo. «Il progresso viene più facilmente dalla persuasione, dall’unione di volontà tra le persone, e dalla diretta cooperazione fra i governi. Le grandi strutture globali si sono invece dimostrate insufficienti in molte delle sfide importanti del ventunesimo secolo. Queste azioni concrete non producono solo risultati tangibili e positivi, ma anche sorreggono e rafforzano i valori democratici, e in modo più convincente di quanto siano riuscite a fare le complicate e pretenziose strutture globali. E conclude: «Gli Stati Uniti e gli altri stati democratici devono smetterla di riferirsi allo sclerotico ordine globale e trovare le loro personali soluzioni ai gravi problemi del nostro tempo».
Applausi.
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