Con il Presidente degli Stati Uniti andare allo scontro frontale non ha mai portato risultati a nessuno. Nemmeno ai leader europei tanto incensati dalla sinistra. Giorgia Meloni ha fatto bene a mettere alcuni punti fermi senza andare alla rottura.
Iolanda Apostolica
Iolanda Apostolico disapplicò il decreto Cutro e manifestò in piazza contro Salvini.
Il Consiglio superiore della magistratura durante il plenum di ieri ha promosso Iolanda Apostolico: settima valutazione di professionalità. Venti favorevoli, sei contrari, cinque astenuti.
Scatto di carriera. Postumo, però. Perché la giudice nel 2024 si è dimessa dopo le polemiche per la disapplicazione del decreto Cutro e per un video che la immortalava alla testa di una manifestazione pro-migranti e contro l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. Una promozione a carriera finita. Sembra un paradosso, ma è un passaggio tecnico rispetto alla progressione economica dei magistrati. Gli scatti non sono tutti uguali: c’è quello economico, che incide sullo stipendio, e quello funzionale, che apre la strada a incarichi più rilevanti. In questo caso inciderà sulla pensione dell’ex toga salva-migranti.
Non ci gira attorno la consigliera laica Claudia Eccher: «Indipendentemente dal fatto che la Apostolico abbia lasciato la magistratura, il nostro dovere è valutare nel merito il quadriennio di servizio seguendo le leggi e le circolari del Csm. La settima e ultima valutazione di professionalità non è un mero passaggio burocratico, ma determina un avanzamento sia professionale che economico, con riflessi diretti anche sul trattamento pensionistico e di fine rapporto». E arriva al punto: «Nel caso della Apostolico si riscontra una carenza sul prerequisito dell’indipendenza. Non si contesta il diritto ad avere opinioni politiche, ma la scelta di manifestarle in un contesto di contrapposizione frontale con le autorità di pubblica sicurezza e con le scelte del governo, proprio su una materia che rientra nelle sue specifiche competenze funzionali».
Il togato Tullio Morello spiega perché il Csm ha votato a favore della ex collega: «Le sue idee non hanno influenzato la decisione giurisdizionale. Se nelle motivazioni fosse emerso un pregiudizio, allora potremmo discutere della sua imparzialità». Il Consiglio però si è spaccato. Il laico Enrico Aimi è stato duro: «Doveroso esprimere una posizione critica rispetto alla proposta di riconoscere alla Apostolico il superamento della settima valutazione di professionalità. Non può essere un automatismo, ma richiede una verifica rigorosa e sostanziale del permanere dei requisiti fondamentali, ovvero indipendenza, imparzialità ed equilibrio. Nel caso di specie, tali requisiti appaiono meritevoli di un approfondimento ben più incisivo».
Dopo la partecipazione alla manifestazione filmata, «il magistrato», secondo Aimi, «avrebbe dovuto astenersi dalla trattazione di procedimenti in materia di immigrazione». «Non basta essere imparziali, bisogna anche apparirlo, perché la credibilità della giurisdizione si fonda sulla fiducia dei cittadini», ha ricordato la consigliera Isabella Bertolini, aggiungendo: «Proprio per questo ho sottolineato che questi principi impongono rigore, coerenza e senso del limite, soprattutto quando si toccano temi sensibili o esposti al confronto pubblico». Infine, un colpo al Consiglio: «La decisione del Csm rappresenta, a mio avviso, un’occasione persa. Si poteva, e si doveva, aprire una riflessione vera sul modello di magistrato che vogliamo, non solo tecnicamente preparato ma capace di incarnare fino in fondo terzietà, misura ed equilibrio. Senza questa chiarezza, il rischio è quello di indebolire la percezione stessa di imparzialità della magistratura. Oggi il Csm sul caso Apostolicoha dato l’ennesima pessima prova».
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Ansa
Per il giudice Valeria Tomassini, l’emergenza pandemica giustificava l’inoculazione dei vaccini senza prescrizione e la sperimentazione di massa. Respinto il ricorso della madre di un 24enne deceduto dopo una dose.
Per il gip Valeria Tomassini, un’emergenza sanitaria giustifica l’utilizzo a tappeto di «una cura sperimentale» come il vaccino anti Sars-Cov-2 e con simili premesse dovremmo rassegnarci a essere cavie in prossime, future pandemie.
È davvero sconcertante quanto dichiara il giudice del Tribunale di Roma, nel rigettare l’opposizione all’istanza di archiviazione del procedimento contro Nicola Magrini, ex direttore generale dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), presentata dalla mamma di un ventiquattrenne morto nell’ottobre del 2021, dieci giorni dopo la prima dose di Comirnaty.
La signora, attraverso il suo avvocato, voleva che la Procura di Roma proseguisse nelle indagini nei confronti di Magrini, dell’ex ministro della Salute Roberto Speranza, del già presidente del Consiglio superiore della Sanità Franco Locatelli, del presidente dei medici italiani Filippo Anelli e di altre figure di spicco nella gestione della pandemia Covid, per reati quali «commercio o somministrazione di medicinali imperfetti, o in modo pericoloso per la salute pubblica», falso ideologico, rifiuto di atti di ufficio.
Alla mamma del ventiquattrenne studente di Trento è stata data risposta solo in merito al fascicolo aperto dalla Procura di Roma a carico di Nicola Magrini e per il quale la pm Rosalia Affinito aveva chiesto l’archiviazione. La signora si è opposta ma il gip il 3 aprile ha dato ragione alla Procura e disposto l’archiviazione ritenuta «approfondita e motivata».
Le motivazioni del rigetto sono contenute in poche, sorprendenti righe. Il giudice scrive che «la situazione pandemica, del tutto eccezionale, ha giustificato la decisione di accelerare tutti i procedimenti di sperimentazione, studio e autorizzazione dei vaccini al fine di immunizzare, nel più breve tempo possibile, il più elevato numero di persone».
Ancora questa narrazione del vaccino Covid che immunizza, quando invece pure i vaccinati si infettavano, contagiavano e finivano in ospedale. Ma poi, perché un gip entra nel merito di scelte che furono politiche, improvvisando spiegazioni scientifiche? Parla di procedimenti di sperimentazione accelerati, evita di fare riferimento a quelli omessi come gli studi di farmacocinetica (qual è il destino del farmaco una volta iniettato?) o l’eliminazione del gruppo «placebo» nella sperimentazione Pfizer post-autorizzazione. Soprattutto, finge di ignorare che la vaccinazione di massa contro il Covid 19 aveva fallito in termini di efficacia per il contrasto della pandemia, in quanto l’assunzione del farmaco non era in grado di perseguire lo scopo normativo della «prevenzione dell’infezione da Sars-CoV-2» in funzione della quale i cittadini vennero obbligati a sottoporsi a vaccinazione.
La dottoressa Tomassini però è inarrestabile e aggiunge: «Il raggiungimento di tali obiettivi e la situazione di pericolo per la salute pubblica, ha giustificato la somministrazione massiccia di una cura sperimentale a tutti i cittadini, anche fragili e senza prescrizione medica». Un magistrato riconosce che si trattava di «cura sperimentale», che il vaccino venne dato a tutti senza sicurezza e appropriatezza terapeutica, ma non trova nulla da eccepire. Già, perché era stata una decisione politica, non dettata dall’evidenza scientifica, e figuriamoci se un giudice lo ammette.
Così, in scenari futuri, dobbiamo aspettarci che pure i tribunali ritengano appropriata la distribuzione massiccia di trattamenti sperimentali, di cui non si conoscono gli effetti a medio e lungo termine, i cui componenti sono coperti da segreto militare. Farmaci «imperfetti», se non nocivi nell’utilizzo di massa, per i quali però si non si riterrà opportuno rafforzare la farmacovigilanza, così come è accaduto durante la pandemia malgrado avessero ricevuto un’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata. Decisioni contrarie al principio di precauzione, che per il gip di Roma forse è irrilevante.
Mentre il legale della mamma del giovane deceduto voleva che fosse riconosciuta la responsabilità penale dell’allora direttore generale di Aifa, in concorso con funzionari dell’agenzia e del ministro della Salute, per il reato di falso ideologico «avendo omesso o alterato dati e comunicazioni, così rappresentando falsamente l’efficacia e la sicurezza dei vaccini anti Covid». E ipotizzava anche il reato di somministrazione di medicinali «guasti o imperfetti» ovvero «in specie, qualità o quantità non corrispondente alle ordinazioni mediche oppure diversa da quella dichiarata o pattuita», il giudice ha ritenuto il comportamento di Magrini «non rilevabile penalmente».
Dichiara che rientra «nella piena discrezionalità dell’Aifa decidere di acquistare, a fronte di autorizzazione e dello stanziamento di fondi per contrastare il virus SarsCoV-2, vaccini contro la malattia da esso cagionato» e che tale decisione «ha consentito di raggiungere gli obiettivi prefissati dalla campagna vaccinale». Né c’era «una preordinata volontà di sottacere dati rilevanti». Messaggio chiarissimo, inaccettabile.
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Péter Magyar (Ansa)
Péter Magyar, osannato dalla sinistra anti Orbán, minaccia da neo premier ungherese la sospensione dell’informazione statale: «Fabbrica di menzogne». E sfiducia pure il presidente della Repubblica: «Lo rimuoveremo insieme a tutti gli altri burattini».
È stato adottato da tutte le cancellerie europee: la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha accolto la vittoria di Péter Magyar alle elezioni politiche del 12 aprile dichiarando che l’Ungheria «è tornata al cuore stesso dell’Europa», lunedì il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha salutato il risultato come «una delle migliori notizie di ieri», il primo ministro polacco Donald Tusk ha parlato di «portata storica», dichiarandosi «felice quando in politica moralità, decenza, onestà e verità vincono contro il male, la violenza e le bugie».
In Italia hanno esultato, se possibile, più le opposizioni che le forze di governo, nonostante gli eurodeputati di Tisza a Bruxelles siedano nel Partito popolare Europeo: «Hanno vinto la libertà, la democrazia e la voglia d’Europa», ha commentato il leader del Partito democratico Elly Schlein e mentre Ilaria Salis festeggiava, il segretario di Sinistra italiana Nicola Fratoianni definiva l’esito elettorale un «segnale di incoraggiamento per tutte le forze progressiste europee e per l’Italia».
Ma, 72 ore dopo il risultato, il primo ministro in pectore, che ha sconfitto l’ex premier Viktor Orbán, ha rilasciato alcune dichiarazioni che molto probabilmente lasceranno spiazzati i suoi estimatori progressisti. «Dopo la formazione del governo di Tisza, sospenderemo il servizio di informazione dei media pubblici», ha annunciato Magyar. Il futuro premier intende interrompere i programmi di informazione dei media statali, in attesa di una modifica della legge sui media per «garantire pluralismo e imparzialità da parte di un’informazione pubblica compromessa» nel lungo periodo di governo del suo predecessore.
Magyar dunque inaugura il suo mandato con un insolito bavaglio su cui le autorità di Bruxelles, al momento, non si sono ancora pronunciate. Eppure, la sua vittoria sul rivale, al governo da 16 anni, è stata netta, nonostante i compagni progressisti avessero annunciato che Orbán avrebbe «impedito al popolo sovrano di esprimersi» e «fatto di tutto per inquinare il responso delle urne».
I conti non tornano. Soprattutto dopo che Magyar, che ancora deve formare il nuovo governo (previsto intorno al 6 o 7 maggio), ha intimato oggi al presidente della Repubblica Tamás Sulyok di dimettersi: «Il popolo ungherese ha votato per il cambio di regime, non per il cambio di governo», è stata la curiosa argomentazione di Magyar già domenica sera, «ai miei occhi e agli occhi del popolo ungherese, egli è indegno e incapace di difendere lo Stato di diritto, di essere uno standard morale o un modello per il popolo ungherese (…). Se non se ne andrà volontariamente, useremo il mandato costituzionale dei due terzi e», ha aggiunto minaccioso, «lo rimuoveremo insieme a tutti gli altri burattini».
Secondo il futuro premier ungherese, Sulyok avrebbe «preso in considerazione» la sua richiesta. Non è tutto: Magyar ha anche messo in agenda l’estensione dei poteri della carica di presidente della Repubblica, che attualmente nell’ordine costituzionale ungherese è eletto dall’Assemblea nazionale e ha una funzione poco più che cerimoniale, pur svolgendo anche un ruolo nel controllo normativo. Secondo alcune testate ungheresi, non si può escludere che gli elettori tornino presto alle urne per scegliere con elezione diretta un nuovo presidente della Repubblica. Le dichiarazioni di Magyar appaiono in un momento molto delicato per Budapest ma anche per Kiev: a febbraio, il governo Orbán ha utilizzato il proprio potere di veto per bloccare il mega-prestito dell’Unione europea da 90 miliardi di euro destinato all’Ucraina per il biennio 2026-2027. L’opposizione del leader ungherese uscente era legata al tentativo di sbloccare i fondi comunitari destinati a Budapest ma congelati da Bruxelles per «violazioni dello Stato di diritto», quelle che comunque hanno consentito all’oppositore di Orbán di vincere con ampio margine le elezioni del 12 aprile. Il prestito da 37 miliardi di euro rappresenta il totale stimato dei fondi europei (tra fondi di coesione e Pnrr) spettanti all’Ungheria, che la Commissione europea tiene bloccati. Magyar ha chiesto a Orbán (che opererà ancora come governo esecutivo per tre settimane) di revocare al più presto il veto sul prestito ucraino prima di lasciare l’incarico e il commissario europeo all’economia Valdis Dombrovskis si è mostrato ottimista. Ma la decisione del primo ministro uscente è condizionata alla riparazione, da parte degli ucraini, dell’oleodotto Druzhba - che trasporta petrolio russo a basso costo - irrimediabilmente sabotato tra agosto 2025 e gennaio 2026. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha promesso che lo farà, ma ci vorrà del tempo. Nel frattempo, le ultime dichiarazioni di Magyar sull’Ucraina non consoleranno Bruxelles: «Non sosteniamo l’accelerata adesione dell’Ucraina all’Ue, è un Paese in guerra ed è impossibile per l’Unione europea accogliere un Paese in guerra».
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