Le ingiuste detenzioni causano allo Stato perdite enormi. Eppure la relazione della Cassazione ci dice che solo un magistrato su 100, tra quelli in osservazione, va a casa. Per gli altri assoluzioni o censure.
La giustizia disciplinare nei confronti dei magistrati procede a ritmo di lumaca. Le toghe che sbagliano, salvo nel caso di Luca Palamara, vengono giudicate con tempi biblici e spesso non di pari passo con gli avanzamenti di carriera che, invece, procedono senza ostacoli. E così i giudici, prima di subire una condanna, hanno tutto il tempo di vedere crescere (automaticamente, in base all’anzianità) il proprio stipendio e, come succede, di dimettersi dalla magistratura prima dell’arrivo della condanna.
In più, negli ultimi anni, la sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura ha registrato un notevole aumento dei rinvii e, di conseguenza, del costo dei procedimenti (appesantito, per esempio, dalla convocazione di testimoni e spostamento delle udienze).
Nel 2025, su 80 azioni disciplinari definite sono arrivate solo 35 condanne. Un numero che fa a pugni con la montagna di denaro che il governo deve pagare ogni anno ai cittadini per riparare i casi di ingiusta detenzione: 26,9 milioni di euro nel 2024, 27,8 nel 2023 e 27,4 nel 2022 (fonte Ministero dell’Economia e delle Finanze). Gli ultimi dati sulle azioni disciplinari sono contenuti nell’intervento sull’amministrazione della Giustizia preparato dal procuratore generale della Cassazione, Pietro Gaeta, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario.
Dalle tabelle apprendiamo che le rare sanzioni subite dai magistrati partono da procedimenti che prima di prendere corpo devono superare filtri severi. Infatti, se sono moltissimi gli esposti che giungono alla Procura generale della Cassazione (per esempio nel 2025 sono stati 1.587), la maggior parte di queste denunce (laddove siano considerate «notizie non circostanziate» o che non riguardano magistrati ordinari) vengono definite con uno stringato provvedimento che finisce tra gli atti di segreteria (1.067 l’anno scorso). Gli estremi, in tal caso, sono inviati, con una sintetica descrizione, al ministro della Giustizia. Questo tipo di archiviazione disciplinare non passa per un giudice che potrebbe anche rigettare la richiesta come nel giudizio penale. Quando viene avviata l’azione disciplinare può arrivare, comunque, l’archiviazione, ma deve passare per il Csm che, come il gip, può non condividere e ordinare l’imputazione coatta. L’anno scorso hanno superato questa prima ghigliottina appena 520 denunce su 1.587 e, alla fine dell’anno, l’azione disciplinare è stata richiesta solo 76 volte (43 volte dal pg Gaeta e 33 dal ministro Carlo Nordio), un dato che rappresenta il 14, 6 per cento delle 520 iscrizioni di procedimenti predisciplinari. Nel 2025 risultano ancora pendenti in Procura generale 461 notizie di illecito (un numero in linea con gli anni precedenti). Da un’altra tabella apprendiamo che l’azione è stata promossa contro 38 magistrati (12 pm, 26 giudici), un numero molto più basso di quelli coinvolti negli anni precedenti (58 nel 2024, 66 nel 2023) e in particolare nel biennio del cosiddetto caso Palamara (84 e 79) o nel 2017 (98). Numeri comunque risibili se confrontati con le denunce. Sono davvero tutte così campate per aria o tra colleghi si tende a non essere troppo severi? Si tratta comunque di cifre che non possono non suscitare qualche riflessione e dare argomenti a chi, per esempio i sostenitori della riforma Nordio, ritengono che serva un’Alta corte disciplinare al di fuori della giurisdizione.
Infatti i magistrati in Italia sono 9.192 (di cui 6.898 giudicanti e 2.294 requirenti) e quindi, a voler fare un conto grossolano, nel 2025, per ogni sei magistrati è stata presentata una denuncia. Eppure solo lo 0,7 per cento di loro risulta sottoposto a procedimento disciplinare nel 2025. Certo qualcuno obietterà che per il disciplinare dei magistrati occorre considerare che spesso i cittadini, come i tifosi di calcio con l’arbitro, si considerano vittime di illecito quando perdono una causa che ritenevamo di aver ottime ragioni per vincere. Quindi moltissime notizie di reato sono infondate per questo motivo, quando non provengono da squilibrati e querelomani. Semmai il dato interessante è che la tanto temuta iniziativa disciplinare del ministro continua a essere, quantitativamente, poco significativa, e questo, in teoria, è un dato che può essere letto come rassicurante anche rispetto alla riforma perché è evidente che non solo la Procura generale, ma anche il ministro opera una grande selezione a monte ed esercita l’azione disciplinare solo in pochi casi ritenuti gravi.
Nel 2025, come detto, su 76 azioni disciplinari solo il 43,4 per cento è stata avviata su iniziativa di Nordio, mentre il 56,6 è partita da Gaeta. Nel biennio precedente, sempre con questo governo, il Guardasigilli ha promosso il 33,8 e il 26,7 per cento delle azioni. Complessivamente ministro e pg ne hanno fatte partire 80 nel 2024 e 90 nel 2023. Non esattamente numeri da purga. L’anno scorso il Csm, in pratica il tribunale di questo tipo di procedimenti, ha emesso 154 provvedimenti. Di questi 118 sono state decisioni: 35 condanne, 31 assoluzioni, 52 ordinanze di non luogo a procedere. In quest’ultimo caso in 24 occasioni il magistrato ha lasciato l’ordine giudiziario, quasi sempre per dimissioni volontarie, in 13 è scattata l’esimente della scarsa rilevanza del fatto. Ventisei magistrati hanno ottenuto, invece, l’applicazione dell’istituto della riabilitazione. Il perdono è toccato a un numero di toghe di poco inferiore a quello dei condannati. A questi ultimi è quasi sempre toccato un buffetto: nel 2025, una ha ricevuto un ammonimento, 19 la censura, sette la perdita di anzianità, quattro sono state sospese dalle funzioni e altrettante sono state rimosse. Tale decisione è quasi sempre la conseguenza di una condanna penale di una certa rilevanza (anche se Palamara, per esempio, è stato espulso dalla magistratura prima del suo patteggiamento davanti al tribunale di Perugia).
Nella relazione ci sono anche altri numeri interessanti. Si scopre che i magistrati sotto procedimento disciplinare sono soprattutto quelli delle grandi città (l’11,8 per cento fa parte del distretto di Roma, il 10,3 di Milano, l’8,8 di Torino e Bari, il 5,9 di Napoli). Ovviamente la percentuale si abbassa se il numero è parametrato ai magistrati in servizio nell’area (l’incidenza di Milano scende a 0,9 e quella di Torino a 1,1). Più birichine le toghe di Ancona che hanno una media di 2,2 toghe incolpate ogni 100 in servizio e il 5,9 del totale (come Napoli, ma anche Lecce e Salerno). Nei procedimenti le contestazioni più frequenti sono i «reiterati, gravi e ingiustificati ritardi» e la «grave violazione di legge determinata da ignoranza e negligenza inescusabile». Ma c’è anche chi è accusato di avere leso l’immagine della magistratura commettendo reati penali o, al di fuori delle funzioni, di avere utilizzato il proprio ruolo «per conseguire vantaggi ingiusti per sé o per altri» o di avere svolto «incarichi extragiudiziari non autorizzati». Solo a un magistrato, l’anno scorso, è stato contestato di avere divulgato atti coperti da segreto. Per quanto riguarda il genere, le donne, pur essendo la maggioranza delle toghe (il 57 per cento del totale), subiscono meno procedimenti disciplinari, anche se, nel 2025, il numero di azioni nei loro confronti è aumentato (le incolpate sono passate dal 33,3 per cento al 38,2). Pare di capire che pure in questo settore poco commendevole le signore abbiano intrapreso il cammino della parità.
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Due immagini del cherubino raffigurato in un affresco della chiesa di San Lorenzo in Lucina (Ansa)
Allarme antifascista al Nazareno per un cherubino restaurato in San Lorenzo in Lucina: «Somiglia troppo al premier, Giuli intervenga». L’interessata scherza: «Non sono io». Il rettore: «Niente politica e quelle comunque sono anime del Purgatorio».
«Tutto scorre, anche il migliore dei single malt», parola di Manlio Scopigno che non era un critico d’arte ma un allenatore filosofo. Nel dibattito della sinistra artistica, che l’altra sera deve avere fatto tardi in terrazza, tutto scorre verso un affresco che giganteggia in una cappella della basilica di San Lorenzo in Lucina, nel cuore di Roma: un angelo che tiene in mano una pergamena dell’Italia avrebbe il volto di Giorgia Meloni. Scatta immediatamente l’allarme di pennello democratico.
Ce n’è a sufficienza per convocare la segreteria del Pd, gridare in una nota all’«affronto per la grave violazione del codice dei Beni culturali», sollecitare l’intervento della Soprintendenza per far scomparire il cherubino fascista. Oppure, in nome della par condicio, auspicare che sulla Venere del Botticelli venga pittato il profilo svizzero di Elly Schlein.
Purtroppo è tutto vero. E dopo avere chiesto spiegazioni al ministro Alessandro Giuli, la capogruppo dem in commissione Cultura alla Camera, Irene Manzi, aggiunge: «L’ipotesi che un intervento di restauro possa aver prodotto un’immagine riconducibile a un volto contemporaneo rappresenta una grave violazione. Il patrimonio culturale non può essere piegato a letture improprie, non si può comprometterne l’identità e il valore storico». È consolante notare che il partito della cancel culture - fiancheggiatore di Ultima generazione che deturpava dipinti e sculture - è passato dalla distruzione sistematica delle «icone suprematiste» al culto dell’arte classica.
Al tempo stesso è evidente l’ossessione dell’opposizione per il premier, sottolineata dalla replica di Susanna Campione (Fdi), in commissione Cultura del Senato: «Siamo al delirio mistico. Pur di attaccare il governo, la sinistra chiede al ministro di controllare come mai il volto di un affresco sia somigliante a quello di Giorgia Meloni. Il livello di ossessione è totale, in assenza di idee a loro non resta che disquisire sul sesso degli angeli, anzi sul volto. Voglio sperare che l’opposizione non chieda di inserire nell’affresco anche i volti di Schlein, Bonelli, Fratoianni e Conte».
Poiché i cherubini nel dipinto murale sono due, qualcuno constata che l’altro abbia proprio il ciuffo di Giuseppe Conte, in alternativa a Bobby Solo o Elvis Presley. Si chiama pareidolia, la tendenza istintiva del cervello a riconoscere nei profili casuali, comprese le nuvole, forme familiari. Così parte l’embolo artistico: ma davvero il viso è quello del premier? Lei interviene divertita su X: «No, decisamente non somiglio a un angelo» risponde con la faccina che se la ride. Ma la somiglianza c’è e la storia è presto raccontata.
Infiltrazioni dalle fondamenta e dal tetto avevano danneggiato la cappella con l’affresco della Vittoria alata attorno al busto di re Umberto II. Monsignor Daniele Micheletti (rettore del Pantheon e della basilica) aveva affidato il restauro all’artigiano decoratore Bruno Valentinetti, che lo ha pianificato nel 2002 e l’ha finito lo scorso Natale. «Informai la Soprintendenza e partirono i lavori. In effetti le somiglia molto», constata il sacerdote. «Se anche fosse che male c’è? Non per questo siamo meloniani. Quelle sono anime del Purgatorio. Le chiese di Roma sono piene di ritratti di famiglie nobili non sempre irreprensibili. Noi abbiamo il busto di Umberto II ma non per questo siamo monarchici. Anche Caravaggio dipinse il volto di una prostituta. Ma non vorrei far passare la parrocchia come meloniana, se la cosa scandalizza la faremo modificare».
Mentre il Vicariato promette un’indagine e la soprintendente di Roma Capitale, Daniela Porro, pianifica una visita già domani, l’autore del restauro Valentinetti (82 anni) cade dalle nuvole: «Chi lo dice che è Meloni? Tutte invenzioni. L’ho riprodotto uguale a 25 anni fa, ricalcando il profilo dopo aver ripreso i disegni e i colori». Valentinetti ha lavorato al restauro della Cappella Sistina, alla reggia del sultano di Giordania e nella villa Belvedere della famiglia Berlusconi a Macherio. Sull’eventuale simpatia per il premier ereditata da una lontana vicinanza al Msi, aggiunge: «Da anni non voto, tanto la pensione non aumenta. Mi piaceva la Dc di Giulio Andreotti». Poi per prendere in giro i giornalisti: «E anche Pol Pot».
Mentre si solleva il polverone pittorico, torna alla mente un precedente a suo modo religioso. Una decina d’anni fa si scoprì che il crocifisso della cappella dell’Ospedale papa Giovanni di Bergamo aveva qualcosa di estemporaneo: il volto di Gesù somigliava maledettamente a quello del Bocia, storico capo ultrà dell’Atalanta, recordman di Daspo. Dopo polemiche e smentite («È giusto confondere carità e prepotenza?»), l’artista Andrea Mastrovito ammise la licenza artistica in nome del tifo. E il manufatto con lampi curvaioli è ancora lì. Episodio che dev’essere sfuggito al cardinale vicario del Papa, Baldo Reina, che ieri invece ha espresso «amarezza»: «Le immagini d’arte sacra non possono essere oggetto di utilizzi impropri o strumentalizzazioni».
Anche se «la bellezza è negli occhi di chi guarda» (William Shakespeare), la sinistra iconoclasta cerca i colpevoli con la lente. Monsignor Micheletti non ci sta: «Fra Meloni e Schlein non scelgo nessuna delle due. Se ci sarà una crescita nei fedeli di destra nessun problema, li aspetto a messa». Lui ha capito tutto. L’affresco della discordia è già una calamita, si prevedono solo posti in piedi sul sagrato. Rimane in piedi l’altro dilemma di queste ore drammatiche: «Chi è titolato a stabilire ufficialmente che il volto è quello della Meloni?». Risposta facile: un giudice con la sindrome da Achille Bonito Oliva e la smania di finire sui giornali si trova ovunque.
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(Ansa)
Borchia (Lega): «La svolta della Danimarca è un monito: è necessario che chi commette reati non resti più da noi».
Quorum raggiunto. In 24 ore il referendum sulla proposta di legge di iniziativa popolare «Remigrazione e riconquista», sul portale del ministero della giustizia, ha superato la soglia delle 50.000 firme necessarie per l’approdo in parlamento. Un risultato che arriva dopo la sgangherata protesta dell’opposizione radicale che ha tentato di delegittimare la proposta impedendo ai promotori di fare la conferenza stampa alla Camera organizzata dal deputato leghista Domenico Fargiule proprio per annunciare il lancio della raccolta firme.
La sottoscrizione serve per avviare il processo della proposta per contenere le migrazioni massive che secondo i promotori (tra cui Casapound) «sono un fenomeno disastroso e deleterio per le nazioni e i popoli» perché generano problemi sociali, culturali ed economici e compromettono la sovranità e l’identità nazionale. L’Italia e l’Europa fronteggiano ormai da decenni un fenomeno migratorio di dimensioni enormi che si inserisce in un quadro più ampio di processi geopolitici ed economici, molto spesso, se non sempre, incentivati da centri di interesse che perseguono interessi e obiettivi contrari a quelli di nazioni e popoli.
Epperò in Europa il clima sta cambiando visto che la stessa Commissione europea ha delineato un nuovo approccio alla gestione delle migrazioni che mette al centro la sicurezza degli ingressi, la cooperazione con i Paesi terzi e un maggiore controllo dei flussi, cercando un equilibrio tra canali legali e contrasto all’irregolarità.
Legalità e sicurezza nazionali restano le priorità per ogni Stato con l’obiettivo di ridurre i disagi per i cittadini. Come spiegato dal direttore Maurizio Belpietro un’idea finalizzata sempre al contenimento della presenza dei migranti arriva dalla socialdemocratica Danimarca dove la premier Mette Frederiksen ha annunciato un irrigidimento delle norme che prevede l’espulsione dei cittadini stranieri condannati ad almeno un anno di carcere per reati gravi, accelerando i meccanismi di allontanamento di soggetti ritenuti pericolosi per la sicurezza interna. Nei reati gravi ha spiegato il ministero dell’immigrazione rientrano «aggressione aggravata e stupro».
«Le parole di Frederiksen certificano il fallimento di un sistema giunto inesorabilmente al capolinea», dice l’europarlamentare leghista Paolo Borchia. «Se anche le socialdemocrazie scandinave, storicamente generosissime in termini di welfare, si rendono conto di essere diventate un bancomat per migliaia di immigrati che non hanno saputo, o voluto, imbracciare la via dell’integrazione, significa che tutta Europa deve imparare a selezionare chi merita l’accoglienza e chi no», prosegue l’europarlamentare.
In termini generali, al di là delle procedure, aggiunge Borchia, «è evidente che ci sia la necessità di non consentire a chi commette reati di rimanere sui nostri territori. La sicurezza è diventato uno dei diritti principali da tutelare per il futuro. Un approccio più muscolare è necessario, anche a scopi di deterrenza».
Nel frattempo oltre a Danimarca, che ha un 8% di immigrati, Germania, primo paese Ue per immigrazione, Austria, Paesi bassi e Grecia stanno valutando la creazione di centri di rimpatrio al di fuori dell’Unione europea, i cosiddetti «return hub», per trasferire i richiedenti asilo irregolari verso Paesi terzi. Lo riferisce il portale tedesco Tagesschau, citando il ministero dell’Interno di Berlino. Secondo quanto riportato, dai centri verrebbero poi organizzati i rientri nei Paesi d’origine o negli Stati confinanti dei migranti cui è stata respinta la domanda di asilo nell’Ue. I cinque Paesi hanno istituito un gruppo di lavoro dedicato alla questione e, sempre secondo Tagesschau, accordi concreti dovrebbero essere raggiunti nel corso del 2026, confermando quindi che i centri immigrati in Albania voluti dal premier Giorgia Meloni sono un modello che ha anticipato le linee del Patto immigrazione e asilo dell’Unione europea.
Peraltro le politiche di contenimento secondo l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex), hanno provocato nel 2025 una diminuzione degli ingressi irregolari nell’Unione del 26%, il livello più basso registrato dal 2021, con cali significativi lungo le rotte dei Balcani e dell’Africa occidentale, al contrario del Mediterraneo centrale che resta la rotta più attiva verso l’Ue.
Tornando alla proposta di una legge su Remigrazione e riconquista che rafforza la normativa vigente in materia di governo dei flussi migratori, tutela della sicurezza pubblica e politiche demografiche e prevede il rientro volontario e assistito di cittadini stranieri regolarmente presenti, mediante incentivi economici, il presidente del Comitato Luca Marsella, ha rivendicato il risultato come risposta ai tentativi di bloccare politicamente l’iniziativa e ha invitato a proseguire la sottoscrizione per presentarsi in Parlamento con una platea di sostenitori ancora più ampia. La partita ora non è più simbolica ma procedurale: la proposta entra nel perimetro istituzionale e costringe il sistema politico a confrontarsi nel merito.
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