Tra settembre 2024 e gennaio 2026, su 64 persone in attesa di espulsione ben 34 sarebbero state valutate non idonee al trasferimento nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), 10 avrebbero rifiutato la visita venendo quindi liberate, solo 20 sarebbero entrate nei centri. E diventano otto, sugli undici del reparto Malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna, i medici indagati per aver dato parere negativo circa l’idoneità di stranieri irregolari al trasferimento nelle strutture.
Per la Procura di Ravenna, che ipotizza il reato di falso ideologico continuato in concorso, i camici bianchi farebbero parte di una rete di attivisti che ostacola l’ingresso nei Cpr per motivi ideologici. D’altra parte, già a marzo 2024 la Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), assieme alla Rete Mai più lager -No ai Cpr e all’Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, lanciavano un appello chiedendo «a tutto il personale sanitario una presa di coscienza sulle condizioni e sui rischi per la salute delle persone migranti sottoposte a detenzione amministrativa nei Cpr». Allegata all’esortazione pubblica, c’era anche una bozza di modello da utilizzare per negare l’idoneità.
In base a quali criteri i medici dell’ospedale di Ravenna (sei donne e due uomini) abbiano scartato l’ingresso nei centri per un numero alto di irregolari, è oggetto di indagine. Certo, non ci comprende come mai «un senegalese di 25 anni arrestato dopo avere molestato e palpeggiato sette lavoratrici tra stazione e biblioteca. E un ventiseienne del Gana diventato celebre alle cronache locali dopo avere distrutto la pensilina dei bus davanti alla stazione ferroviaria e avere commesso un furto in un supermercato del centro», figurassero tra i non idonei, come riporta il Resto del Carlino. «Irregolari ma non idonei insomma: tuttavia con motivazioni ritenute dagli inquirenti assenti o arbitrarie tanto che è ora emerso che entrambi i medici che avevano vergato quei documenti sono indagati».
Nei giorni scorsi in Emilia - Romagna ci sono stati flash mob di solidarietà, con rivendicazioni dell’autonomia di cura dei dottori (mai messa in discussione, se non in epoca Covid) e cartelli contro i Cpr definiti lager. Tiziano Carradori, direttore dell’Ausl Romagna, ha difeso la correttezza degli otto sanitari affermando che «si sono attenuti a una procedura esplicita pubblicizzata sul sito aziendale e adottata in seguito al protocollo sottoscritto fra Ausl e prefettura».
C’è un’inchiesta in corso, quindi lasciamo operare i pm ravennati Daniele Barberini e Angela Scorza. Non si capisce, però, tutta questa levata di scudi in difesa della deontologia medica. La sinistra sta cavalcando il caso per partito preso. «Dichiarazioni e manifestazioni iper enfatizzate a favore degli indagati hanno investito tanto il piano politico quanto quello istituzionale, suscitando non poche perplessità sull’obiettivo che si voleva raggiungere», ha commentato su Ravenna Today Luca Cacciatore, segretario locale della Lega.
L’effetto è stato quello «di una sorta di pressione indiretta per mettere in discussione una legittima inchiesta ancora in corso, attraverso una plateale difesa d’ufficio preventiva degli indagati», ha poi aggiunto. A livello medico, poi, c’è stata una reazione spropositata. Dopo il pessimo intervento di Filippo Anelli, presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei medici e degli odontoiatri, che si è sentito in dovere (in questo caso) di tuonare: «L’esercizio professionale del medico è fondato sui principi di libertà, indipendenza, autonomia e responsabilità […] Questi sono i nostri doveri, questa è la nostra professione: lasciateci liberi di metterli in pratica», altri camici bianchi si sentono toccati nel vivo.
«Una medicina subordinata all’ordine pubblico non protegge i cittadini. Una medicina intimidita non tutela i fragili. Una medicina delegittimata perde la propria funzione etica», scrive Antonio Ragusa, primario di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale di Sassuolo e presidente del Comitato etico Aogoi, in una lettera a Quotidiano sanità. Il professore si dichiara preoccupato: «È pericoloso delegittimare pubblicamente un’intera categoria prima che i fatti siano accertati».
Ma nessuno lo sta facendo, si chiede chiarezza sul comportamento tenuto da alcuni medici in tema di certificazioni di idoneità. Come mai era legittimo farlo per chi esonerava dalla vaccinazione Covid, mentre adesso sarebbe oltraggioso «dell’autonomia medica e del diritto alla salute»? Se la magistratura sta indagando, elementi dovrà avere. E non è possibile continuare ad accettare che irregolari non siano nei centri, non vengano espulsi ma diversi di loro continuino a delinquere, a commettere aggressioni nei confronti della cittadinanza.
«La detenzione amministrativa nei Cpr non è una modalità che tuteli la salute di chi vi viene rinchiuso», sostiene il direttore dell’Ausl Romagna. Ieri l’assemblea dei 106 presidenti degli Ordini territoriali Fnomceo, riunita a Roma, ha chiesto la revisione della procedura relativa al trasferimento nei centri, che «deve riguardare esclusivamente lo stato di salute dell’individuo e non costituire atto autorizzativo». Una mossa che sarebbe dettata dalla preoccupazione: «La tutela dei soggetti fragili è obbligo deontologico e costituzionale».
Se la questione va affrontata diversamente, giusto farlo, ma non si aggira il problema dichiarando il falso e certificandolo, come ipotizza la Procura a carico degli otto medici.






