Il fatto che in California lo spoglio elettorale abbia caratteristiche da terzo mondo non è poi così grave.
L’ingiustizia espande il suo potere indefinitamente quando non trova un ostacolo che la fermi e l’assetto sociale e politico dei luoghi in cui governa il partito unico - dalla Corea del Nord alla California - necessita di conteggi di schede che durano dieci giorni e durante i quali, a ogni aggiornamento, le percentuali del candidato che deve perdere diminuiscono sempre più sulla spinta di sempre nuove schede postali, come nella Georgia del 2020. Estremamente più grave è, invece, ciò che sta accadendo nella povera Gran Bretagna. Là il caso di Henry Nowak ci mostra come la società occidentale per come delineata dalla sinistra globalista sia giunta al suo esito finale. E mentre un broglio elettorale è la cosa più concreta del mondo, una cosa che chi la commette dice semplicemente che non lo sta facendo e quando il vincitore è proclamato chi si è visto si è visto, sir Keir Starmer che attacca sia Nigel Farage, sia Elon Musk, sia il vicepresidente Usa, JD Vance, perché a suo dire starebbero tutti «politicizzando la vicenda del povero giovane morto per un tragico errore», fornisce agli inglesi e al mondo la possibilità di comprendere che ciò che si sta affermando non è una semplice menzogna da politici ma una precisa concezione filosofica.
Un boomer che dice «non usiamo le tragedie per dividere la società» non sapendo che ci sono almeno venti video di lui che nel 2020 strumentalizzava la vicenda di George Floyd con tanto di inginocchiata a favore di telecamere alla quale ben pochi si sono sottratti anche qui in Italia, non è semplicemente ridicolo o grottesco, è qualcosa di molto di più e molto peggio. Il fatto che in questo momento ci siano politici che non si vergognano di dire che mentre le vite dei neri contano, quelle dei bianchi non contano, che è stato giusto montare un movimento mondiale con tanto di Ong internazionale che governa i flussi di denaro per dire Black lives matter e allo stesso modo è stato opportuno cercare di censurare per cinque mesi l’episodio che ha visto morire Henry Nowak, prima accoltellato da un sikh con regolare coltello rituale e poi lasciato dissanguarsi dalla polizia accorsa sul posto perché gli agenti hanno creduto all’assassino che affermava di essere stato «vittima di razzismo», non rappresenta una questione soltanto sociale, né culturale né tantomeno politica. Siamo qui di fronte a un passaggio puramente filosofico: alla questione del rapporto con il Male.
Le società occidentali dopo venticinque anni di globalismo progressista hanno imboccato la strada paventata da Eric Voegelin e si sono convinte della sostanziale correttezza dell’impianto politico gnostico: il Male è qualcosa di derivante da «ignoranza», da «errori», da comportamenti che la politica deve individuare e che deve curare. Una volta eliminato tutto il «disagio sociale» ci sarà il paradiso in terra e se qualcuno non è d’accordo è un fascista e va rieducato o espulso o incarcerato o ucciso (in fondo Charlie Kirk non «se l’è cercata»?). Se la realtà fa il dispetto di contraddire questa visione del mondo allora molto semplicemente sbaglia la realtà o, più precisamente, il processo di educazione complessiva dell’universo non è ancora giunto al paradiso in terra e ogni tanto accadono incidenti di percorso che devono essere negati o nascosti.
Ecco perché le morti che sostengono questa visione del mondo devono essere celebrate e fatte strumento di rieducazione universale mentre le morti che contraddicono questa visione del mondo devono essere interpretate: disagio psichico, malattia mentale, disagio sociale, povertà, conseguenze del patriarcato, conseguenze del suprematismo bianco, razzismo, mancata integrazione, mancata accoglienza. E mentre un enorme Parastato gramsciano viene allestito per gestire e curare tutti questi incidenti di percorso, tanto da renderli talmente necessari che quando i razzisti non ci sono bisogna sostenere economicamente le iniziative del Ku Klux Klan, i fatti possono, anzi devono, essere sacrificati e negati perché esiste un Bene superiore al quale sacrificarli. Alla base di questa visione della società sta l’idea che il Male sia «politicamente superabile» e non sia affatto un elemento costitutivo e inalienabile della realtà, della società e dell’uomo. Si sta quindi rifiutando l’idea tragica del mondo e si sta sposando in tutto e per tutto quel Progressismo illuminista che è alla base di ogni totalitarismo, come il Novecento ci ha ampiamente mostrato.
Ma proprio qui arriva la tragica novità: mentre l’idea di «paradiso in terra» da imporre con le rieducazioni, i campi di concentramento e i gulag proveniva sempre da un’idea di Stato totalitaria che rivendicava la propria superiorità sulle «democrazie borghesi», negli ultimi anni, e più precisamente da dopo la pandemia, stiamo assistendo all’assunzione di queste idee e di queste prassi da parte degli Stati democratici e dei settori più «illuminati» degli stessi, quelli che parlano di «obsolescenza della democrazia» se vince Donald Trump e che ti dicono che se manifesti per Henry Nowak devi andare in galera ma chi bruciava Minneapolis per Floyd voleva solo giustizia. Qualcosa però non sta funzionando: il gregge è stato tosato troppe volte.






