La reazione di Donald Trump alla sentenza della Corte Suprema statunitense che ha negato il suo potere esclusivo di imporre dazi senza approvazione del Congresso è stata quella di firmare venerdì una tariffa aggiuntiva del 10% a tutte le importazioni, a partire dal 24 febbraio, per un periodo di 5 mesi eventualmente prorogabile dal Congresso stesso. Ieri ha cambiato idea e ha aumentato il dazio aggiuntivo al 15%.
I governi delle nazioni esportatrici stanno valutando l’impatto di questa misura sugli accordi già siglati con Washington. Il caso peggiore è che tutte le esportazioni dall’Ue siano caricate di un canone aggiuntivo alla tariffa del 15% concordata con gli Usa. Stima dei gradi di impatto negativo nel caso peggiore per l’Italia: 1) forte per i prodotti del lusso, niente esenzioni; 2) perdita di competitività significativa per macchinari e robotica industriale; 3) componentistica per automotive, impatto non totale, ma negativo; 4) così come per l’agrifood; 5) invece limitato per una varietà di prodotti farmaceutici perché esentati da dazi. L’aggiunta del 10% non tocca i prodotti esentati nell’accordo tariffario del Nord America con Canada e Messico e ciò potrebbe essere una via (non facile) di export scontato indiretto in America (Canada e Ue hanno un trattato commerciale di quasi zero dazi), ma anche un fattore di concorrenza contro alcune merci italiane.
L’Italia deve prepararsi a reagire a questo scenario. Quanto in fretta? Un mese o due di ambiguità possono essere sostenibili, ma di più sarebbe difficile.
Ho preparato, pur in fretta, un secondo scenario meno inquietante perché non credo che i repubblicani centristi possano votare un suicidio economico dell’America nel Congresso dove la maggioranza di Trump è minima (probabilmente motivo per cui ha cercato di bypassare il Congresso stesso cercando di darsi in modi forzati poteri esclusivi in materia tariffaria). Tutti i dati mostrano un impoverimento della classe media statunitense perché i dazi sono stati in buona parte - un’altra parte è stata caricata sugli esportatori con perdita di margine entro accordi con gli importatori - trasferiti ai consumatori generando inflazione. Tali statistiche hanno correlazione con la perdita di consenso di Trump nei sondaggi. Quindi ritengo probabile - come già visto in alcuni casi recenti - che una parte del Partito repubblicano non voterà la continuazione dell’aggiunta del 15% alle tariffe concordate mesi fa con le nazioni esportatrici alleate. Se i dazi restassero all’attuale 15% con molte aree di esenzione, lo scenario sarebbe sostenibile.
Il terzo scenario riguarda una precisazione che però al momento mi è difficile fare. Se la Corte Suprema ha dichiarato illegittimi i dazi imposti nel 2025, Trump potrà mantenerli? In teoria no. Ma gli alleati, appunto, hanno siglato accordi con valore di trattato confermando l’accettazione dei dazi, per lo più al 10 o al 15%. La Corte potrà annullarli? Tali trattati hanno un valore confermativo anche se illegale la firma di Trump? Questa illegalità è formalmente vera oppure, come sostenuto da un giudice di minoranza della Corte, il potere presidenziale in materia di dazi può essere esteso come eccezione a quello di esercitare in modo discrezionale la politica estera e di sicurezza? Trump ha argomentato la legittimità del suo potere sulle tariffe (facoltà esclusiva del Congresso anche se non in materia di sanzioni) come emergenza per il riequilibrio commerciale tra America e mondo. In sintesi, io temo che lo scontro istituzionale in America crei incertezza economica e finanziaria con danno per l’America stessa e gli alleati, peggiorato dalla soddisfazione della Cina nel vedere che la deterrenza statunitense è indebolita al suo interno.
Cosa raccomandare? A Trump ci penseranno i repubblicani Usa. Agli europei suggerisco freddezza e ricerca di contatti diplomatici. Agli attori di mercato un momento di pazienza prima di scontare il caso peggiore di una divergenza euroamericana non facilmente riparabile. In qualche modo sarà riparata.






