
In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.

In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.
Giacomo Casanova, nel suo eclettismo di stimolatore di ferormoni multisensoriali, sapeva bene come usare, a mò di grimaldello goloso, ostriche e caviale per farsi accogliere tra le braccia della bella di turno come ben narrato nei suoi diari e il tema del rapporto tra le pepite di Nettuno che possono creare una felice sinergia reciproca tra piaceri della gola e altri conseguenti ci viene ben descritto dalla brava Lejla Mancusi Sorrentino nel suo ultimo libro Delizie afrodisiache, dove si viaggia ai quattro palmenti tra caviale, ostriche, aragoste e frutti di mare assortiti.
Inevitabile iniziare questo percorso a dorso di storione, la fonte delle preziose uova di caviale. Una tradizione che affonda le sue radici sin dall’antichità come testimoniano alcuni bassorilievi tramandati a noi dalle piramidi egizie dove vengono raffigurati dei pescatori che estraggono le uova da pesci di tale stazza che non possono che esser storioni, posto che, balene e delfini, non hanno mai frequentato le acque del Nilo. A parte la stazza da peso massimo, le razze pregiate tipo i Beluga possono arrivare a otto metri per altrettanti quintali, lo storione ha un’altra caratteristica, ben descritta da Ovidio: «È un pesce pellegrino tra le onde più illustri». Un tempo dal Mediterraneo poteva risalire anche lungo i nostri fiumi, dal più accogliente Po sino al patriottico Piave che, al suo passaggio, mormorava goloso in attesa che poi i pescatori provvedessero alla concia conseguente. Infatti era tra le acque e le insenature protette dei fiumi che la femmina storiona provvedeva a salvaguardare la prosecuzione della specie deponendo le uova. E così anche lungo le coste atlantiche del Nord America o del Mar Nero lungo il Volga o il Don. Uova preziose anche per la sopravvivenza umana, come ad esempio facevano Egizi e Fenici che, dopo averli conservati sotto sale, li tenevano nelle stive delle navi quali cibo di pronto consumo, mentre i più goderecci Romani li servivano ai banchetti della nobiltà patrizia accompagnati dal suono dei flauti stuzzicanti l’appetito a seguire, mentre i Greci erano più discreti, impreziosendone i vassoi con adeguate decorazioni floreali.
Caviale sorta di «nero petrolio» goloso di cui erano ricche le terre mediorientali del mar Caspio, dove le tribù nomadi procedevano alla cattura e poi alla eviscerazione ovaiola avviando un progressivo mercato verso occidente tanto che, in Italia, divennero approdi di riferimento i porti di Venezia e Genova. Caviale che progressivamente si impone sulle tavole della nobiltà del tempo come in Inghilterra, dove re Edoardo II gli attribuisce l’etichetta di «pesce reale» e, come tale, con apposito decreto, impone ai pescatori della golosa Albione di consegnare in esclusiva alla casa reale quanto pescato lungo il Tamigi e dintorni.
A ognuno il suo stile. Un esempio arriva dal geniale Leonardo Da Vinci. Passeggiando in cerca di ispirazione lungo il Ticino, nei pressi di Pavia, incrocia dei pescatori che hanno appena liberato le preziose uova da mamma storiona. Nei giorni a venire era stato invitato alle nozze della duchessa Beatrice d’Este che andava in sposa a Ludovico il Moro. Da lì, al genio che aveva dipinto la Gioconda, l’intuizione conseguente: si presenta al regale banchetto con un omaggio che rapì l’occhio dei convitati. Uno scrigno incastonato di pietre preziose e gemme di valore a fare corona a una coppa ricolma di caviale, proprio come si trattasse di un raro e raffinato gioiello.
Caviale sempre protagonista anche in riva al Baltico, nella San Pietroburgo dove all’arrivo della primavera i nomadi Cosacchi provenienti dalle rive del Volga portavano come omaggio allo zar Pietro il Grande le primizie del loro caviale. E qui l’immancabile fuori spartito che accompagna da sempre le vicende umane. In Russia, considerata un po’ la patria che ha valorizzato le uova di storione, il caviale si chiama «ikra» e, nella tradizione locale, più che solista in proprio, entra nel gioco di squadra della «zakuska», un antipasto russo ricco di varie componenti: da pesci di mare, salati o affumicati, a uova, creme piccanti, formaggi di varia fatta. L’etimo caviale, in realtà, è di origine persiana, altra miniera di cavialitudini golose, ovvero «khag aviar», torta dell’energia, forse un rimando all’uso medicinale ed energizzante che se ne faceva un tempo. Ricco di minerali, in particolare zinco, benefico nello stimolare varie funzioni, dalla produzione di testosterone alla stimolazione ovarica delle potenziali mamme dedite alla riproduzione dell’umana specie. Ecco, allora, che la sua casanoviana rilettura erotica rientra nei più corretti canoni di una comunità.
Ritorniamo a percorrere le vie storiche della riproduzione cavialesca lungo le tavole dei vari Paesi. Sul finire dell’Ottocento furono molti i pescatori russi che varcarono le rotte polari per giungere negli States in cerca di fortuna, tanto che le uova dello storione venivano offerte nei saloon per stimolare ulteriore richiesta di pinte di birra, vista la loro birichina stimolazione salina. Con la rivoluzione bolscevica, il caviale che i cavalieri cosacchi offrivano allo zar trova degno asilo nella Parigi della Belle Époque. Ci pensano i fratelli Melkoun e Mouchegh Petrossian, russi fuggiti da Baku, sulle sponde del Mar Nero, storica miniera di goloso caviale. Figli di un ricco commerciante di seta, giungono sulle rive della Senna l’uno per proseguire gli studi di medicina, l’altro per diventare avvocato. Ma, ben presto, la bella vita parigina li distrae dai testi accademici e cercano di coinvolgere l’altra metà del cielo dal «oui, c’est un plaisir» con l’afrodisiaco caviale galeotto, che avevano portato con sé, consolazione dell’esilio. Il caviale si abbinerebbe bene alle feste animate da charleston e champagne, ma in Francia risulta sconosciuto. Hanno nostalgia di casa, ma come fornitrice di uova di storione, non di altro. Si ingegnano. Allora non c’erano i canali social, ma il genio non ha frontiere, e se accompagnato da tenacia e determinazione non conosce ostacoli. Riescono a contattare telefonicamente nientemeno che l’allora ministro russo del commercio estero. Sfondano una porta aperta. Reciproca. Loro hanno bisogno di caviale per far sognare i loro amici oltre le rive della Senna, il ministro si trova con i depositi dove le scatolette di caviale rischiano di ammuffire, vista la caduta della richiesta locale, dovuta all’impoverimento rivoluzionario conseguente.
I Petrossian hanno, in pratica, il monopolio di importazione di caviale dalla madre Russia e al ministero leninizzato hanno finalmente moneta sonante per acquistare le granaglie sui mercati internazionali, vista la caduta della produzione a livello locale. Tuttavia, quello dei Petrossian, non è un debutto in società tutto rose e fiori. Nel 1925 partecipano all’Expogastronomica nel Gran Palais. Un esordio a paso doble. Da un lato, la rete di amicizie che avevano fidelizzato nel tempo che sono orgogliose di rendere il dovuto omaggio al loro impegno, ma dall’altro anche dei parvenu di gola che si approcciano un po’ dubbiosi a quelle strane perline nere servite con aristocratica simpatia. Rien à faire. Un teatrino di smorfie, rigurgiti, sputacchiate come neanche nei peggiori boulevard di Pigalle e dintorni. Tanto che diventano protagonisti di un teatrino che vede radunarsi attorno a loro un pubblico sorpreso e divertito come nei palchetti di Montparnasse. I Petrossian vengono salvati dalle cucine del Grand Hotel Ritz, che porterà presenza stabile nel menù il loro caviale. Ed è così che i due tenaci fratelli apriranno una loro boutique, sorta di ambasciata delle migliori e diverse varianti del caviale, cui seguirà anche una azienda dedicata per la produzione stessa del loro piccolo gioiello goloso.
Dietro ogni capo Tagliatore c’è una firma inconfondibile, ma soprattutto una visione. Pino Lerario non è solo l’erede di una tradizione sartoriale, è colui che l’ha trasformata in un linguaggio contemporaneo, portando l’eleganza pugliese sui mercati internazionali senza mai snaturarla costruendo un’identità forte fatta di proporzioni decise, dettagli riconoscibili e una coerenza rara. È Pino Lerario a raccontarsi.
Famiglia, casa, storia: è tutto ciò che rappresenta Tagliatore a Martina Franca?
«Sì, assolutamente. Per noi Tagliatore non è solo un’azienda, è proprio un pezzo di vita. È qualcosa che va oltre il lavoro: rappresenta le nostre radici, il nostro territorio e tutto quello che ci è stato tramandato nel tempo».
La storia parte dal nonno Vito, tagliatore di tomaie di scarpe, fino ad arrivare alla confezione. È stata un’evoluzione naturale o una rottura netta?
«Direi senza dubbio un’evoluzione naturale. Questo passaggio lo ha fatto mio padre in modo spontaneo, senza forzature. Parliamo di un’epoca diversa, in cui certe scelte nascevano più dall’istinto e dalle opportunità che da una strategia precisa. È stato un cambiamento graduale, quasi inevitabile, che si è inserito perfettamente nel contesto familiare e lavorativo. È stato un cambio importante, ma sempre legato al “saper fare” artigianale».
In una famiglia come la vostra, il «saper fare» si impara o si respira fin da piccoli?
«Secondo me si respira, prima ancora di impararlo. Io stesso ho iniziato molto presto, intorno ai sette anni, quando mio padre aprì il primo laboratorio nel 1972. Dopo la scuola andavo in bottega e stavo lì a guardare, ad ascoltare, a toccare i tessuti. È qualcosa che ti entra dentro piano piano. Poi certo, ci vuole passione: senza quella puoi anche stare lì tutta la vita, ma non impari davvero».
Anche suo padre ha iniziato giovanissimo.
«A cinque anni. Oggi sembra impensabile, ma una volta era così: si cresceva in bottega, si imparava fin da subito un mestiere. Era una scuola di vita oltre che di lavoro».
Le piace ancora chiamarla «bottega»?
«Sì, e continuerò a chiamarla in questo modo. La bottega per noi è sempre stata come una seconda casa, anzi forse la prima, perché ci passavamo più tempo che a casa. È un ambiente che ti forma, che ti accompagna per tutta la vita. Anche se oggi siamo un’azienda con centinaia di dipendenti, per me resta la bottega. È un termine che racchiude tutto: tradizione, manualità, sacrificio. Nel nostro dialetto si dice a putia, e questo ti fa capire quanto sia radicata questa idea nella nostra cultura».
C’è stato un momento chiave, una svolta per Tagliatore?
«Più che un singolo momento, direi diversi episodi nel corso degli anni. Quando lavori tanto e per così tanto tempo, è inevitabile affrontare difficoltà. Noi abbiamo avuto anche momenti molto duri, situazioni che sembravano delle vere e proprie catastrofi. Però, col senno di poi, proprio quegli episodi si sono rivelati fondamentali per la nostra crescita. Ti costringono a reagire, a migliorare, a non adagiarti».
Tagliatore è ancora un’azienda familiare. Come si mantiene l’equilibrio?
«Essere un’azienda familiare è bellissimo, ma non sempre semplice. Ci sono dinamiche diverse rispetto a un’azienda strutturata in modo più “freddo”. Però alla fine si trova sempre un equilibrio, perché alla base c’è il legame familiare. Ci si confronta, si discute, ma poi si decide insieme. Siamo quattro fratelli e ognuno ha il suo ruolo. Mia sorella Maria Teresa si occupa dell’amministrazione, mio fratello Luciano della produzione, Vito del reparto taglio, e io ho un ruolo più di coordinamento generale. Cerco di tenere insieme tutte le parti».
La produzione resta in Puglia. Quanto conta il made in Italy oggi?
«Conta tantissimo, anche se è sempre più difficile sostenerlo. Produrre in Italia significa affrontare costi più alti, ma nel nostro caso è fondamentale. La nostra collezione è molto ampia, con tanti modelli, colori e possibilità di personalizzazione: questo tipo di lavoro si può fare solo qui. Purtroppo molte aziende stanno andando all’estero perché i costi sono più bassi. Ma il made in Italy è la nostra vera forza: se perdiamo quello, perdiamo tutto. Andrebbe tutelato molto di più».
Le vostre giacche con i rever larghi. Da dove nasce questa scelta?
«Dalla voglia di osare e di dare personalità al prodotto. Ci siamo ispirati agli anni ’70 e ’80, quando i rever erano più ampi. Abbiamo ripreso quell’idea e l’abbiamo reinterpretata. Il rever largo dà carattere, forza, presenza».
Dopo l’uomo avete sviluppato anche la donna. Che differenze ci sono?
«Il processo creativo cambia molto, soprattutto per quanto riguarda materiali e sensibilità. Però abbiamo voluto mantenere una cosa fondamentale: la costruzione. Le nostre giacche da donna sono realizzate con la stessa cura e tecnica di quelle da uomo, che sono tra le più complesse».
Quali sono i vostri mercati principali?
«L’Italia resta il mercato principale, anche se è il più difficile. Poi c’è il Giappone, molto esigente ma importantissimo per noi. Siamo presenti anche in Europa, in paesi come Francia e Germania, nei paesi scandinavi, in Turchia e stiamo crescendo negli Stati Uniti».
Si parla molto di sostenibilità: quanto conta per voi?
«Tantissimo. Per noi sostenibilità significa soprattutto qualità. Utilizziamo tessuti italiani e realizziamo capi pensati per durare negli anni. Questo è il vero lusso oggi. Quando un capo dura nel tempo e continua a essere indossato dopo anni, vuol dire che hai fatto un buon lavoro. Ho clienti che ancora oggi indossano cappotti di più di dieci anni fa e non riescono a separarsene: questo per me è il risultato più bello».
All’Università di Firenze, Scuola di Economia e Management, ci sarà una lettura congiunta autore-studenti del Libretto Appunti per una lezione di vita, sottotitolo Capire è difficile . Ne seguiranno altre in Università e Politecnici che lo hanno già richiesto o che lo chiederanno. Il Libretto viene donato ai partecipanti dall’autore-editore prima della lettura congiunta. Per i privati le modalità le troverete nella «quarta di copertina» del Libretto. Se volete diventare mini sponsor del Libretto contattatemi.
Questo Libretto nasce dal sogno di riportare - nell’arco di un decennio - molti nuovi o vecchi ex lettori (specie giovani, di qualsiasi età) alla lettura di libri, riviste, giornali, attraverso prodotti e modalità di nuovo tipo, con schemi, approcci, modalità, di nuovo tipo.
Ricordando un momento lontano - anni Ottanta del Novecento - mi è venuta l’idea di pubblicare un libretto per illustrarne poi, a voce, il testo, esplicitandone i passaggi chiave e il non detto, trasformandolo quindi in una «lezione di vita», in particolare per i giovani di qualsiasi età.
Gianni Agnelli, allora mio presidente, amante di libri di successo, specie saggi, mi raccontò la tecnica che usava per ben assimilarli senza doverli leggere. «Affittava» per un giorno l’autore che doveva raccontargli l’intero processo creativo, leggendo insieme i passaggi e le frasi topiche, seguendo sì l’indice, ma con ampie digressioni e svolazzamenti laterali. In questo caso, mi offro di essere io affittato da voi, però a titolo gratuito.
Questa la mia mission. Per un vecchio autore come me, leggere insieme a un giovane questo libretto significa trasferirgli non solo conoscenze, ma anche l’anima del libro. Tutti noi adulti, soprattutto se colti, ci lamentiamo che i giovani non leggano, ma non andiamo al di là dal fare battute spesso da bar. Di passare dalle chiacchiere al fare, nulla. Il presente libretto, in questo senso, è rivoluzionario, essendo nato come proposta banalmente pratica. Vorrei che casi come questo - ricordiamolo, è una modalità sperimentale - si moltiplicassero all’infinito. Personalmente, sono a disposizione.
Senza il timore di cadere nel velleitarismo, si assume che la Politica e la Scuola siano mature per un nuovo paradigma didattico come questo, interdisciplinare, soprattutto orizzontale, che fornisca non solo lezioni di sapere, ma anche «lezioni di vita». La scommessa insita nel libretto è riuscire a sottomettere la tecnica e l’ideologia della produttività alle regole del modello organizzativo prescelto. In questo caso la modalità di narrazione è più importante del contenuto narrato, puramente strumentale all’obiettivo.
Gli appunti con cui questo libretto è stato costruito hanno un punto fermo: il tema e il contenuto devono far riflettere e cambiare il nostro modo di raccontare la realtà, ma deve essere tassativamente escluso l’indottrinamento, comunque articolato o mascherato.
C’è chi si è chiesto cosa resterà di quella che fu chiamata la Galassia Gutenberg che ha animato la storia della modernità, attraverso libri, riviste, giornali, e se la stampa quotidiana, corpo intermedio per eccellenza, riuscirà ancora a traghettare i meccanismi base dell’informazione delle democrazie liberali, oggi sempre più fragili. Perché fragili e difensivi sono i nostri pensieri e le nostre posture per affrontare e dominare gli scenari futuri. Noi europei intuiamo che quello che chiamiamo «ordine mondiale» con allegato «diritto internazionale», fatto nei secoli a nostra immagine e somiglianza, sta per saltare. E anche il nostro ceo capitalism, ora che vengono alla luce sempre più tabernacoli secondari - per usare la terminologia di «IDEA» - si sta sgonfiando. Questo mi ha portato a scegliere il cosiddetto Scenario 17 come riferimento per questa sperimentazione di orizzontalità culturale.
Il libretto consta di un incipit - concepito per fare una prima conoscenza fra autore e lettore - e di due soli capitoli. Uno ove la narrazione si snoda attraverso un fil rouge studiato dall’autore per assemblare frasi e parole di personaggi della cultura e del giornalismo, di riconosciuta indipendenza e competenza, sperimentando così le «lezioni di vita» su un tema di grande attualità, come «La geopolitica spaziale America-Cina». Ho utilizzato nell’analisi di scenario il «Caso Svizzera» come riferimento politico, economico, culturale, giudicandolo, in questo senso e in questo momento storico, il laboratorio più avanzato dell’Occidente, per la sua interpretazione del dominante e allo stesso tempo decadente ceo capitalism.
Nel secondo capitolo, invece, viene scelto dall’editore-autore, in totale solitudine, lo «scenario» di riferimento (nella fattispecie, il «17» su un ventaglio di 19), avvalendosi dei contributi sapienziali di Giovanni Maddalena, filosofo del gesto. Il libretto raccoglie e sistematizza una serie di appunti, frasi, singole parole, e come tale dev’essere letto, eventualmente usato. Sono «appunti» che vanno a comporre una narrazione vocale autentica, una «lezione di vita» per giovani di qualsiasi età.
In questo progetto-sogno l’editore-autore non intende svolgere forma alcuna di leadership, ma limitarsi a dare contributi, mettendo a disposizione i suoi studi - in un arco temporale di oltre settant’anni - sul management di organizzazioni complesse, sui modelli organizzativi, sulla sua proposta del modello IDEA e sui suoi tabernacoli secondari (rimando alla metafora-definizione di IDEA: «ostie o scadute o decomposte» nelle filiere del potere).
Il libretto è stato scritto in base alle tre assunzioni di IDEA: 1 ragionare per scenari; 2 decidere per controintuizione; 3 parlare e scrivere per metafore. A titolo esemplificativo, qua è stata messa in discussione anche la filiera «scrittore/giornalista-editore-stampatore-distributore-libreria-lettore» e i relativi «pesi», oggi totalmente sbilanciati a favore del business rispetto agli obiettivi editoriali ed educativi. Quindi la scoperta e l’accecamento dei tabernacoli secondari che, col tempo, hanno alterato il meccanismo di creazione di prodotti a forte base culturale.
Per favorire la costituzione di un’editoria che diventi un Chiostro di approfondimento interdisciplinare, questo libretto verrà, in termini promozionali, presentato in Università e in altre organizzazioni culturali che lo vorranno. Verrà usata una tecnica innovativa: l’autore non si limita a scrivere, ma racconta a voce il processo che lo ha portato alla configurazione finale del libretto, esplicitando anche i tanti non detto o gli eventuali tabernacoli secondari che ha dovuto superare.
Riprendo la frase finale con cui si chiude: «Questo libretto, scritto da un ultranovantenne, vissuto in un altro millennio, ma innamorato del futuro in cui vivranno i suoi nipoti, non auspica certo l’imbarazzante mondo qua descritto. Questa tipologia di simulazione del futuro è concepita come ’lezione di vita’ per giovani di qualsiasi età che vogliano assumere una postura culturale per un futuro che si può, con assoluta certezza, ipotizzare diverso dal passato e dal presente. Scrivere scenari è la sintesi del pensare, lo si fa passeggiando nella natura e nella vita, e osservando le persone con lo sguardo del «viandante». Sogno tanti giovani «viandanti», a partire dai miei quattro nipoti, orgogliosamente tutti Gen Z, la generazione che avrà la responsabilità di governare il mondo nel XXI secolo».
Post-Scriptum: questo libretto è uno dei figli prediletti di IDEA, attrezzata per operare nella Rivoluzione Robot-Algoritmi in corso. Questa Rivoluzione, spesso all’insaputa di molti di noi, iniziò negli anni Ottanta del Novecento e in essa e con essa sono vissuto. Infatti, allora come ceo di un’industria di vernici vissi la sua prima fase: si procedette a sostituire la classe operaia, che pur essendo poco pagata non era «competitiva», con i robot di verniciatura. Cinquant’anni dopo ho avuto l’opportunità di vivere come studioso di scenari la seconda fase di quella Rivoluzione, rivolta agli aspetti burocratici e gestionali del rarefatto mondo del business, che riguarderanno miliardi di ore di lavoro, questa volta effettuate in gran parte dalla classe patrizia, molto ben pagata, che ora possono essere svolte meglio e in poco tempo grazie all’Ia. Questa Rivoluzione potrebbe assumere dimensioni rilevanti, con profondi stravolgimenti culturali, sociologici e politici. Mi auguro che venga portata a termine, perché innovazione e progresso sono nel Dna umano e non possono essere contrastati: personalmente suggerisco di cavalcarli.
Gli esponenti delle istituzioni e dei servizi sociali, i parlamentari del Partito democratico che firmano interrogazioni contro la Garante dell’infanzia colpevole di aver agito a tutela della famiglia nel bosco e tutti gli illuminati commentatori che da mesi inveiscono contro i Trevallion, indicandoli come genitori degeneri, possono ritenersi soddisfatti. Anche se hanno incontrato il presidente del Senato e hanno ricevuto solidarietà da alcuni rappresentanti della destra, Nathan e Catherine non hanno potuto fare altro che accettare la rieducazione.
Qualora gli sarà consentito, non prima di un mese, di riavere vicino i propri figli, i Trevallion non saranno più la famiglia del bosco ma una famiglia come le altre. Abiteranno in una casetta squadrata fornita dal Comune, manderanno i bambini al doposcuola, si dovranno scordare la vita silvestre con l’asinello e i cavalli: saranno vaccinati e normalizzati, anzi a dirla tutta lo sono già. La dignità della Repubblica è salva, i tre piccini non saranno più selvaggi allo stato brado ma aspiranti bravi cittadini, messi al sicuro lontano dalla foresta.
E mentre questa grande vittoria della civiltà si consuma senza che nessuno si opponga, molto lontano dalla bicocca di Palmoli, a Bergamo per la precisione, c’è un ragazzino per niente boschivo, con due genitori normalissimi, il bagno in casa, regolari vaccinazioni e regolarissima iscrizione alla scuola pubblica che tenta di ammazzare la sua professoressa di francese dopo essersi conciato come una specie di giustiziere della notte. Il minorenne in questione, 13 anni, non risulta vivesse con equini e somari, non andava per funghi tra le fronde, pare anche che si cambiasse di abito più di una volta la settimana. Di certo sapeva scrivere, e infatti ha pubblicato online un delirante manifesto in cui prometteva morte e distruzione. Sapeva anche usare il computer e i social network, tanto che ha pensato bene di trasmettere in diretta il suo attacco all’insegnante a colpi di coltello.
Certo, si potrebbe risolverla dicendo che il disagio e i perturbamenti dell’animo si possono annidare ovunque. Ma il caso bergamasco, a ben vedere, non è un unicum: è solo appena più estremo di altri. Nei giorni scorsi a Fondi, in provincia di Latina, un ragazzino di 14 anni ha accoltellato un altro ragazzo di 16 anni, fortunatamente limitandosi a ferirlo. Prima di essere fermato e consegnato ai servizi sociali ha fatto in tempo a vantarsi dell’impresa sui soliti social. A riguardo, la Garante regionale dell’infanzia e dell’adolescenza del Lazio, Monica Sansoni, dice che «episodi come quello accaduto non possono essere letti come fatti isolati. Sono segnali che ci interrogano profondamente come comunità educante e come istituzioni. È necessario vigilare e monitorare in maniera adeguata i disagi giovanili, ma soprattutto intervenire con strumenti educativi, sociali e relazionali capaci di prevenire l’escalation della violenza».
Interroghiamoci pure, per carità. Ma oggi esprimersi sulla pericolosità dei social network è diventato perfino banale. Persino Barbara Berlusconi, ieri, commentava l’episodio di Bergamo sostenendo che servano limitazioni per i minori all’uso delle piattaforme online. Su Avvenire, un esperto molto celebrato come Alberto Pellai invece insisteva sulla dipendenza che tali piattaforme riescono a creare (del resto sono progettate appositamente per questo).
In giro per il mondo sono ormai parecchi gli Stati che hanno imposto restrizioni: Australia, Spagna, Danimarca, Norvegia. Tutto ciò per dire che sono noti e stranoti i problemi anche gravi causati dai dispositivi digitali e dall’uso costante e compulsivo della Rete. È studiata la dipendenza, è studiata l’ansia. Sono studiati l’isolamento sociale, il bullismo, i danni alla concentrazione, i problemi fisici e psichici, i danni causati al rendimento scolastico. Sappiamo tutto, e da anni. È persino difficile sostenere, alla luce delle conoscenze di cui disponiamo, che esista qualche valido motivo per lasciare lo smartphone in mano ai minorenni (sugli adulti meglio sorvolare). C’è pure qualche politico che tenta di porre un argine, il ministro Valditara almeno ci ha provato. Ma la realtà ci dice una cosa precisa: l’Italia perseguita una famiglia che vive nel bosco, toglie ai genitori bambini che stanno con gli animali e non hanno il telefono, e ignora tutti coloro che passano ore e ore sulla Rete, sprofondati negli schermi nella quotidiana normalità delle famiglie ordinarie.
Chiaro: poi si piange e ci si indigna per qualche giorno se l’ennesimo insospettabile accoltella e si riprende in diretta. Si dibatte per mesi sulla serie Adolescence e si sfornano tante bellissime teorie. Ma è tutta ipocrisia. Se volessimo realmente proteggere i minori dovremmo tenerli al riparo da social e dispositivi. Dovremmo sottrarli al mondo artificiale in cui crescono e rimetterli a contatto con la realtà, la terra e il creato. In questo quadro, la famiglia del bosco è un modello, magari perfettibile, ma comunque un modello. Lo stile di vita che i Trevallion hanno proposto ai loro figli è più sano, equilibrato e psicologicamente costruttivo di quello a cui sono sottoposti troppi minorenni italiani ed europei. Eppure loro sono perseguitati e rieducati, mentre i genitori che non riescono o non vogliono allontanare i figli dal tablet non hanno problemi.
Vero: il bosco può essere pieno di pericoli, ostile. Ma i mostri, quelli più pericolosi, stanno in città. Fra di noi.

