
In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.

In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.
Mercoledì il settimanale Chi ha pubblicato delle foto della sindaca di Genova, Silvia Salis, al mare a Forte dei Marmi con alcune amiche e con il suo capo di gabinetto, Marco Speciale. I membri del centrodestra, temendo una trappola, non hanno commentato, per non spostare l’attenzione sul gossip quando in città sta avvenendo una cosa che non succedeva da circa vent’anni: tutti i sindacati hanno dichiarato lo stato di agitazione contro l’operato della giunta Salis.
Il principale giornale cittadino, il Secolo XIX, non ha scritto una riga su questa iniziativa che interessa tutta la città.
In compenso, dopo aver pubblicato una breve notizia sul sito del giornale che riguardava la giornata al mare della prima cittadina, ha successivamente, in tutta fretta, eliminato la notizia dal Web.
Il portavoce del governatore Marco Bucci, Federico Casabella, sui social, ha picchiato duro, dopo essere stato accusato dal quotidiano della famiglia Aponte di aver realizzato dossier contro la Salis: «Perché un articolo viene pubblicato e poi ritirato? È stata una normale scelta editoriale? Oppure qualcuno ha ritenuto che quella notizia fosse meglio non lasciarla online? Lo chiedo perché qualche mese fa, quando il bersaglio eravamo io e il presidente Bucci, gli editoriali si sprecavano. Si parlava di dossieraggi, black-list, libertà di stampa sotto attacco. Si costruì un caso nazionale. Oggi, invece, un articolo sparisce e nessuno sembra trovare la cosa degna di una domanda».
Speciale, ex vicecapo dei vigili urbani, è stato capo di gabinetto con il sindaco Marco Doria, detto il marchese rosso per i nobili natali e le idee politiche, ma anche, per ben sette anni con Bucci, pezzo da 90 del centrodestra ligure.
Ma anche il segretario generale del Comune, Pasquale Criscuolo, aveva già lavorato con Bucci.
Insomma, i due dirigenti più influenti della macchina amministrativa non sono espressione del Pd, né dello spoil system. Anzi, sono entrambi considerati trasversali e non certo nemici della destra.
Per molti Speciale è colui che diffonde tra i dipendenti del Comune il Verbo della sindaca, che ai contatti con il personale preferisce i video, girati nella sua torre eburnea del sesto piano di Palazzo Tursi.
A rappresentarla all’esterno è più spesso Speciale che non il vicesindaco Alessandro Terrile, che mal digerirebbe il ruolo debordante del capo di gabinetto.
Per questo il servizio di Chi sarebbe stato diffuso a tambur battente anche da diversi esponenti dem, nella speranza (vana) di disarcionare Speciale a suon di battutine e gomitate, sebbene il dirigente in Versilia abbia casa e moglie.
Il capo di gabinetto ha uno stipendio di 143.000 euro, ma a inizio 2026 ha cessato il vecchio incarico e ha assunto quello nuovo: identico.
Nella delibera di nomina si legge che c’è «una quota di retribuzione di posizione determinata con atto datoriale del direttore generale […] del 18 dicembre 2025».
Per qualcuno la parte variabile potrebbe contenere un aumento ad personam (forse alla voce premio di risultato) in un momento in cui l’organico dei dipendenti del Comune sta subendo tagli senza precedenti.
Ma la vera spina nel fianco della Salis, che punta molto sulla sua immagine di sindaca de sinistra e antifa, è la guerra che le hanno dichiarato i sindacati.
Dal comunicato diramato da tutte le sigle (ignorato dalla versione cartacea del solito Secolo XIX) apprendiamo che il 15 giugno 2026 si è svolta l’assemblea generale dei lavoratori del Comune, in cui «sono emerse le numerose e inascoltate criticità che da tempo perdurano in tutte le Direzioni» del Comune.
Per questo il 22 è stato dichiarato lo stato di agitazione, comunicato alla Prefettura.
Una condizione che «comporterà, in particolare, l’indisponibilità a effettuare ore straordinarie, cambi turni non programmati e l’effettuazione di attività che non siano strettamente correlate all’erogazione del servizio».
Ma che cosa contestano alla giunta le rappresentanze dei lavoratori? Mancherebbero le «risposte chiare da parte dell’amministrazione» al taglio di 570 dipendenti previsto tra il 2023 e il 2028. La riduzione del personale avrebbe infatti «evidenti e palesi ricadute sullo stress da lavoro».
Non basta: il Comune avrebbe «deciso di non procedere a una razionalizzazione della spesa per il comparto dirigenziale, implementandone l’organico a tempo indeterminato». Su 5.000 dipendenti comunali, la metà sono sotto la supervisione di sei dirigenti, l’altra metà di altri 76. Circa un generale ogni trenta soldati.
Per i sindacati la scelta di puntare sul rafforzamento della componente dirigenziale e il ricorso a esternalizzazioni e appalti, mettono a rischio la qualità dei servizi, le condizioni salariali e la stabilità occupazionale.
Ci sarebbe, poi, una «gestione fuori controllo del lavoro straordinario»: solo la Polizia locale avrebbe accumulato 82.000 ore.
Nel comunicato inviato alla Prefettura, le rappresentanze dei lavoratori allargano, però, il quadro delle contestazioni ben oltre il tema degli organici e dello straordinario. Tutte le sigle denunciano, infatti, pressioni sempre più forti sul personale, tra scadenze, richieste di prestazioni aggiuntive, cambi turno, estensione della reperibilità e riduzione dello smart working.
Lo sfacelo è davanti agli occhi di tutti: i servizi amministrativi e demografici, l’ossatura del Comune, sono in continua sofferenza; la Polizia locale è gravata da un numero sempre maggiore di compiti; i servizi tecnici sono indeboliti dalla carenza di figure specialistiche e di mezzi. Nei servizi sociali, culturali e turistici e soprattutto nel settore educativo 0-6 anni, ci sarebbero un burnout diffuso, una carenza di assunzioni stabili e il rischio di riduzione del sostegno ai bambini più fragili.
Le organizzazioni sindacali lamentano il mancato rispetto di accordi già sottoscritti su smart working, buoni pasto, banca ore, valutazione e servizi educativi, oltre che la trasmissione tardiva di dati e informazioni. Su tali questioni è stato aperto lo stato di agitazione di tutto il personale comunale con richiesta di «raffreddamento» del conflitto al prefetto.
Il 29 giugno è previsto un presidio unitario dei sindacati sotto la Prefettura a partire dalle 10.30 del mattino.
Cinzia Maniglia, segretaria regionale della Cisl Fp Liguria, sottolinea la delicatezza del momento: «La proclamazione dello stato di agitazione nel Comune di Genova rappresenta un atto politico di straordinaria gravità, la cui portata è evidente nei numeri: sei organizzazioni sindacali che si muovono unite e compatte. Quando l’intero arco della rappresentanza del lavoro si schiera in questo modo, siamo di fronte a una vera e propria emergenza democratica e sociale per il territorio. L’amministrazione non può continuare a ignorare o a prendere passivamente atto di una realtà drammatica: da qui al prossimo triennio verranno a mancare oltre 500 posti di lavoro nella macchina comunale. Questa non è una fatalità, è una precisa responsabilità politica che sta scientemente svuotando i servizi pubblici. Questo fronte unito è il segno che il tempo delle risposte parziali è scaduto e che serve un cambio di rotta immediato».
Claudio Musicò, segretario regionale del Dipartimento autonomie locali e Polizie locali, rimarca la distanza che ormai separa la Salis, progressista solo sulla carta, e i dipendenti del Comune: «C’è un forte rammarico per essere arrivati a questo punto, perché da una giunta di centrosinistra ci saremmo aspettati un rapporto più vicino ai lavoratori, più ascolto e una maggiore capacità di intervenire prima che le criticità diventassero strutturali. Lo stato di agitazione non nasce per alzare i toni, ma perché per troppo tempo le lavoratrici e i lavoratori del Comune hanno segnalato problemi concreti su organici, carichi di lavoro, organizzazione dei servizi e rispetto degli accordi senza ricevere risposte adeguate. Adesso serve un cambio di passo vero: meno distanza politica e più confronto serio con chi ogni giorno manda avanti i servizi comunali».
Nonostante un simile scontro, la Salis, forte del sostegno dei media, risponde costruendo una narrazione del tutto virtuale.
Nei palazzi genovesi che contano si vocifera che nell’ultimo periodo la sintonia tra la prima cittadina e il suo comunicatore romano di riferimento, Marco Agnoletti, già portavoce di Matteo Renzi, si sia un po’ raffreddata. Di sicuro nella conferenza stampa su un anno di giunta, a precisa domanda su Agnoletti, la sindaca non ha voluto rispondere, specificando che la consulenza del giornalista era pagata da lei personalmente e non con denaro pubblico.
L’ex campionessa di lancio del martello sarebbe, però, pronta a circondarsi di nuovi collaboratori. Dopo l’exploit dell’intervista a Bloomberg, sta portando avanti le grandi manovre per una squadra della comunicazione ancora più efficace, ben consapevole che le fortune di Renzi iniziarono con la poderosa Bestia del fu Rottamatore, la Florence multimedia, quando l’ex premier era ancora presidente della Provincia.
L’1 maggio la responsabile dell’Informazione istituzionale, comunicazione e capo ufficio stampa, Chiara Barbieri, ha lasciato l’incarico. Considerata vicina alla Lega, ma apprezzata anche dal centrosinistra, passerà a luglio all’Autorità portuale.
La nuova amministrazione non ha ancora nominato il successore.
La vera novità è che il Comune ha aperto due partite contemporaneamente e ha indetto un bando per l’Ufficio stampa e uno per una figura di «alta specializzazione» presso il Gabinetto della sindaca. In pratica, un portavoce vero e proprio. Un incarico fiduciario e strategico per cui sono scadute l’8 giugno le candidature.
L’impressione è che la nuova amministrazione non stia semplicemente sostituendo Barbieri, ma stia costruendo una struttura più articolata.
Si tratta di un modello più simile a quello adottato da grandi amministrazioni e ministeri, dove la comunicazione strategica e l’ufficio stampa sono separati.
Al momento il portavoce della sindaca è Simone D’Ambrosio, redattore senior dell’agenzia di stampa Dire dal 2015 al 2025.
Nello staff della sindaca figurano anche l’assistente personale Ludovica Chiarelli, figlia di Teodoro, storico giornalista della Stampa, e l’addetto stampa Pietro Zampedroni.
Ma adesso si attende l’arrivo delle due nuove figure esterne pronte a rafforzare la comunicazione della sindaca. Già molto forte.
Notevole l’ultima trovata: un incontro pubblico tra la Salis e l’ex sindaco della Grande mela, Bill De Blasio, alla Festa del viaggio della guida Lonely planet. Nella locandina dell’evento, intitolato «Da New York a Genova storie di città che cambiano», i due primi cittadini sono posti sullo stesso piano, anche a livello di immagine.
L’ennesima dimostrazione del fatto che alla Salis l’ambizione non fa difetto.
Nella sua enciclica, Magnifica humanitas, papa Leone XIV, riprendendo quasi alla lettera un concetto già espresso da papa Francesco nel 2023, in occasione della Giornata del migrante e del rifugiato, ha affermato che, accanto al diritto di migrare, dovrebbe riconoscersi anche quello «a rimanere nella propria terra in pace e sicurezza, affrontando le cause profonde che costringono a migrare, comprese quelle legate alle ingiustizie economiche e alla crisi climatica».
Si tratta, in sostanza, del diritto a non subire la «costrizione» a emigrare. Ed essa è ravvisabile quando nel proprio Paese mancano le condizioni minime per una dignitosa e sicura sopravvivenza. Il che vale a distinguere tale situazione da quella nella quale l’emigrazione si presenti, invece, soltanto come la via più promettente per tentare il miglioramento delle proprie condizioni di vita. In questo secondo caso l’emigrazione costituisce null’altro che una libera scelta di ciascun individuo, che lo Stato di provenienza non dovrebbe, in linea di massima, ostacolare ma alla quale può contrapporsi, da parte dello Stato verso il quale si vuole emigrare, il diritto di rifiutare l’accoglienza se ritenuta, per una qualsiasi ragione, contraria al proprio interesse. Nel primo caso, invece, si può ritenere che lo Stato al quale il migrante si rivolge sia gravato da un «dovere di accoglienza» che, però, può definirsi propriamente «giuridico» solo quando ciò sia desumibile dalle norme interne del medesimo Stato, ovvero da convenzioni internazionali alle quali esso abbia aderito, come ad esempio la Convenzione di Ginevra del 1951 sullo «status» dei rifugiati. Altrimenti rimane soltanto un generico quanto elastico «dovere morale» dal quale ciascuno Stato può, a sua totale discrezione, ritenersi o meno gravato, sulla base di considerazioni etiche e politiche che possono essere della più varia natura.
Alla stregua della suddetta distinzione, è poi facile comprendere che la mancanza di condizioni minime di dignitosa e sicura sopravvivenza costituisce un cerchio concentrico, ma di raggio ridottissimo rispetto a quello, enormemente più ampio, costituito dalla sola mancanza delle condizioni che consentano, senza lasciare il proprio Paese, un apprezzabile miglioramento del proprio livello di vita. Tanto per fare un esempio, la massiccia emigrazione italiana che ebbe luogo tra la fine del diciannovesimo secolo e i primi anni del ventesimo non fu certamente dovuta, nella stragrande maggioranza dei casi, all’esigenza di sfuggire a quello che, altrimenti, sarebbe stato un inesorabile destino a morire di stenti, ma soltanto al legittimo desiderio di cercare, al di là dell’oceano, una fortuna che in Italia non sarebbe stato possibile trovare.
I nostri emigranti erano, quindi, del tutto equiparabili a quelli che oggi si definiscono i «migranti economici», per cui, come essi erano legittimamente respinti quando non avevano titolo o non rispondevano alle condizioni previste per essere accolti nel paese in cui volevano emigrare, anche gli attuali «migranti economici» possono essere respinti, per le stesse ragioni, dal nostro come da qualsiasi altro Paese nel quale abbiano manifestato l’intenzione di stabilirsi.
Vi è, poi, da chiedersi, a questo punto, su chi faccia carico, a fronte del diritto di ciascuno di non essere «costretto» a emigrare, il dovere di impedire l’insorgere di una tale costrizione. E a questo interrogativo non può che rispondersi, secondo logica e comune buonsenso, che un tale dovere incombe essenzialmente sulle pubbliche autorità dello Stato al quale ciascuno appartiene. Esse, infatti, sono in primo luogo responsabili della eventuale mancanza delle condizioni minime di dignitosa sopravvivenza per tutti i cittadini dello Stato amministrato, salve, naturalmente, le situazioni di emergenza createsi, ad esempio, per imprevedibili catastrofi naturali (ivi comprese quelle ipoteticamente prodotte da mutamenti climatici), ovvero quelle derivanti da aggressioni esterne o sommovimenti interni cui, da parte delle stesse autorità, non si sia in alcun modo data causa. Solo in via del tutto subordinata possono ammettersi responsabilità di altri Stati o di potenti organismi economici sovranazionali per vere o presunte «ingiustizie economiche» derivanti dall’abuso di posizioni di vantaggio acquisite nello Stato nel quale si manifesti il fenomeno dell’emigrazione.
Responsabilità, quelle ora dette, che ben difficilmente potrebbero essere esclusive, ma potrebbero tutt’al più concorrere con quelle delle autorità locali per aver esse contravvenuto al dovere di combattere, in tutti i modi possibili, l’affermarsi delle suddette posizioni di vantaggio, una volta resasi riconoscibile la loro nocività rispetto agli interessi della popolazione. Al riguardo può evocarsi, come esempio storico, quello del re Ferdinando II di Napoli, il quale non esitò a mettersi in fiero contrasto con quella che era allora la superpotenza britannica, fino a rischiare addirittura la guerra, per tutelare i legittimi interessi del Regno e delle popolazioni siciliane contro le vessatorie condizioni alle quali la Gran Bretagna pretendeva che le fosse fornito lo zolfo estratto dalle miniere della Sicilia. E il risultato, anche se non del tutto conforme alle attese, fu comunque quello di un miglioramento delle suddette condizioni.
Occorre, dunque, decidersi a lasciar finalmente cadere un certo, diffuso modo di pensare che tende, per un verso, a considerare frutto di «costrizione» quello che, invece, nella quasi totalità dei casi, è frutto soltanto di una libera, ancorché condizionata scelta di ciascun soggetto che decida di lasciare il proprio paese in cerca di miglior fortuna; per altro verso, ad esonerare i governanti dei paesi dai quali provengono i maggiori flussi migratori da ogni responsabilità con riguardo alla ritenuta esistenza, in essi, di condizioni tali da dar luogo alla vera o presunta «costrizione», per una parte della popolazione, ad intraprendere la via dell’emigrazione. Atteggiamento, quest’ultimo, all’origine del quale appare facilmente riconoscibile un residuo di vero e proprio «razzismo», tale dovendosi ritenere quello di chi, da una parte, in nome del più rigoroso antirazzismo, pretende giustamente il riconoscimento di uguali diritti e uguale dignità per gli appartenenti a qualsiasi etnia ma, dall’altra, ritiene normale che non ci si possa attendere, da chi appartiene a determinate etnie, l’adempimento degli stessi doveri e l’assunzione delle stesse responsabilità che gravano su chi appartenga alle altre.
di Pietro Dubolino, Presidente di sezione emerito della Corte di Cassazione
Il musicologo jazz Luca Bragalini racconta l’emozionante scoperta di alcune opere inedite del grande sassofonista Gerry Mulligan. Un’avventura partita dal Conservatorio di Brescia e finita in gloria tra gli scatoloni della Library of Congress di Washington.
I minori stranieri non sarebbero sufficientemente tutelati, nel disegno di legge «Disposizioni in materia di immigrazione e protezione internazionale, nonché disposizioni per l’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e l’asilo», attualmente in discussione al Senato.
Diverse associazioni protestano, chiedono al Parlamento «centralità dei diritti dei minorenni» e che «il loro superiore interesse prevalga e non sia sacrificato in nome del controllo dell’immigrazione». Curioso, che si chieda al nostro Paese di discostarsi da un Patto europeo entrato in vigore il 12 giugno e che finalmente riforma la gestione dei flussi e introduce procedure uniformi, vincolanti per tutti gli Stati membri. Ancora più singolare, che la richiesta avvenga dopo che le Ong riconoscono che l’Italia ha «una delle normative più avanzate d’Europa in materia di tutela dei diritti dei minori stranieri non accompagnati […] possiede già tutto ciò che serve a garantire il pieno rispetto dei diritti e la risposta ai bisogni di bambini, bambine e adolescenti soli».
Dunque, quale sarebbe la deriva? «La raccolta obbligatoria dei dati biometrici (impronte digitali e foto del volto) a partire dai 6 anni», dichiarano nel documento le varie organizzazioni firmatarie, da ActionAid Italia a Cir-Consiglio italiano per i rifugiati, che chiedono di promuovere e coordinare un’iniziativa politica in Europa «per una moratoria immediata sull’applicazione del rilievo biometrico sotto i 14 anni».
Dimenticano, queste Ong, che era stato Amber Alert Europe, il Centro europeo per i bambini scomparsi, fondazione paneuropea che riunisce 85 organizzazioni in 29 Paesi, a chiedere nell’aprile del 2018 alla Commissione europea di utilizzare l’identificazione tramite impronte digitali per i bambini a partire dai 6 anni e di includerli nel database biometrico Eurodac.
«Prendere le impronte digitali di un bambino può contribuire notevolmente alla sua protezione», affermò Frank Hoen, fondatore di Amber Alert Europe. «Quando i bambini che arrivano nell’Unione europea vengono correttamente identificati e registrati alla frontiera, le autorità competenti sono in grado di tenerli lontani dai trafficanti e persino di aiutarli a ricongiungersi con i familiari. In questo modo possono ricevere la protezione e le cure di cui hanno bisogno». Adesso la raccolta e la digitalizzazione delle impronte digitali dei minori stranieri sono diventate un atto lesivo. Sotto accusa è finito anche l’articolo 5 del disegno di legge in discussione, quello che contiene «Disposizioni in materia di minori stranieri non accompagnati e di ingresso e soggiorno». Non piacciono gli interventi proposti in tema di «prosieguo amministrativo», ovvero la misura che consente il prosieguo del percorso di accoglienza e integrazione a beneficio del minore anche dopo il compimento della maggiore età. Forse infastidisce che siano precisate le regole procedurali per la presentazione della domanda, che deve avvenire «su richiesta documentata presentata anche dai servizi sociali del Comune» e «a pena di inammissibilità, entro il compimento del diciottesimo anno d’età».
Ma ben vengano disposizioni certe e chiare. Così pure è stata fonte di contrarietà la previsione di un nuovo comma 2-bis, in base al quale «il Tribunale per i minorenni può disporre, in ogni tempo, la cessazione della misura quando risulti da una relazione dei servizi sociali che il neo maggiorenne abbia tenuto una condotta incompatibile con la prosecuzione del percorso di inserimento sociale». Solo perché è migrante, se si comporta male dovrebbe beneficiare di trattamenti di favore rispetto a un ragazzo italiano con lo stesso bisogno di accompagnamento e di percorso educativo? Non dimentichiamo che per la legge 47/2017, conosciuta come legge Zampa, tanto citata dalle Ong come modello riconosciuto a livello europeo, presupposti per la richiesta del proseguo amministrativo sono che il destinatario della misura abbia intrapreso «un percorso di inserimento sociale»; che necessiti «di un supporto prolungato volto al buon esito di tale percorso finalizzato all’autonomia»; che abbia l’obiettivo di realizzare il diritto all’integrazione sociale. Servono volontà e impegno.
Soprattutto, le barricate sono state alzate contro la proposta di riduzione della durata del prosieguo, da 21 a 19 anni. Forse il legislatore deve meglio definire, se la riduzione verrà valutata a seconda dei risultati già ottenuti a livello individuale, o se sarà una regola per ogni percorso del minore straniero e allora capiremo la logica che ha dettato questo accorciamento dei tempi.
Di sicuro, suona strano che per l’autonomia del migrante 19 anni siano pochi, quando diverse forze politiche di centrosinistra chiedono da tempo di estendere il diritto di voto ai sedicenni, per le elezioni amministrative, europee, politiche. L’ultima, quella lanciata a gennaio da +Europa: «In Italia a 16 anni lavori, paghi le tasse e rispondi penalmente delle tue azioni. Ma non puoi scegliere chi ti rappresenta».

