
In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.

In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.
Il dottor Nicola Gratteri ha fatto una terrificante lista dei votanti Sì al prossimo referendum sulla riforma Nordio: inquisiti, rei mafiosi, massoni, Willy il coyote, lo sceriffo di Nottingham. La signora Elena Schlein in arte Elly ha sottolineato che Casapound vota Sì, quindi alla lista dei reprobi che votano Sì si è aggiunto il fascismo.
In Italia il fascismo è morto da ottant’anni. Lo sappiamo perché lo ripetiamo con regolarità liturgica, insieme al meteo e alle previsioni sul Pil. E tuttavia, come certi parenti imbarazzanti di cui si evita di parlare ma che continuano a occupare la poltrona buona in salotto, alcune sue strutture sono rimaste. Non per nostalgia, guai, ma per una sorta di affetto istituzionale che nessuno osa confessare. Perché in fondo c’è qualcosa della struttura fascista che piace: questo qualcosa è una statalismo che schiaccia il cittadino, che lo riduce a una foglia sbattuta dal vento. Il fascismo fu alleato del nazismo e poté esserlo perché anche il nazismo aveva la stessa struttura, e il nazismo fu alleato del comunismo e poté esserlo perché anche il comunismo aveva la stessa struttura. Il patto Ribbentrop-Molotov fu un ovvio patto tra sue gemelli eterozigoti per usare la definizione che dà il filosofo Alain Besançon nel saggio Novecento, il secolo del male. La mia teoria è, invece, che si sia trattato di padre e figlio, un padre degenere e un figlio ancora più degenere. Nazismo vuol dire nazional socialismo, mentre il socialismo di Lenin era internazionale e sempre socialismo era, e il socialismo è lo Stato che schiaccia il cittadino perché lo Stato socialista è buono per antonomasia.
Come tutti sanno, il mondo si divide in buoni e cattivi e i buoni decidono chi sono i cattivi. Il patto non spartì solamente la Polonia e già questo sarebbe abbastanza ripugnante da generare nelle persone per bene un rifiuto totale per la falce e martello. La spartizione della Polonia significò milioni di ebrei consegnati ai campi di sterminio, significò la distruzione degli intellettuali polacchi e delle strutture gerarchiche polacche, significò lo sterminio di un milione di cattolici polacchi. Il patto includeva anche la fornitura di materie prima che l’Unione Sovietica vendeva alla Germania nazista a prezzi concorrenziali, materie prime grazie alle quali la Germania hitleriana poteva invadere e massacrare. Vorrei ricordare agli sprovveduti che il patto fu rotto da Adolf Hitler in un sussulto di follia: non furono certo i sovietici a tirarsi indietro.
Il riassunto di tutto questo è che sia i fascisti sia i comunisti amano lo statalismo che schiaccia il cittadino. Per questo ci sono strutture fasciste che sopravvivono. La più elegante di queste sopravvivenze è la non separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Un’invenzione del 1941, concepita in pieno regime e oggi difesa con zelo da chi ama presentarsi come custode esclusivo dell’antifascismo. Ricordo che in Europa solo Italia e Grecia non hanno la separazione delle carriere. Anche francesi, belgi tedeschi norvegesi, inglesi eccetera sono rei, inquisiti, mafiosi, massoni, fascisti, sporchi brutti e cattivi? Torniamo alla storia. Nel 1941 il Guardasigilli Dino Grandi mise ordine nella materia con una chiarezza che oggi definiremmo disarmante: la magistratura è un ordine unico, al servizio dello Stato; il pubblico ministero non è antagonista del giudice. Non antagonista. Non controparte. In un sistema che proclamava «Tutto nello Stato, nulla al di fuori dello Stato», l’idea che accusa e giudizio potessero porsi su piani distinti sarebbe parsa un vezzo anglosassone o peggio americano, una debolezza da società litigiosa.
Lo Stato non si contraddice. Lo Stato converge. Accusa e giudice cooperano. L’ordine si afferma. La frattura è sospetta. Fin qui tutto lineare. Il problema nasce quando il regime scompare ma l’architettura resta. La Repubblica eredita quella struttura unitaria e la colloca dentro un sistema costituzionale che rende la magistratura indipendente dal potere politico. Un’operazione ardita: conservare il telaio pensato per uno Stato totalizzante e privarlo del centro che lo guidava. Il risultato è una creatura giuridica che non trova molti equivalenti comparabili: un pubblico ministero che appartiene allo stesso ordine del giudice, ne condivide carriera e cultura, partecipa allo stesso autogoverno, esercita un potere incisivo sulla vita dei cittadini - intercettazioni, misure cautelari, iniziativa penale obbligatoria - ma non risponde politicamente a nessuno. Il governo risponde agli elettori. Il Parlamento risponde agli elettori. I sindaci rispondono agli elettori. I dirigenti pubblici rispondono disciplinarmente. I cittadini rispondono penalmente. Il pubblico ministero, quando sbaglia gravemente, fa rispondere lo Stato. Il danno viene risarcito con denaro pubblico, cioè sono gli esausti contribuenti che saranno massacrati, mentre la carriera del magistrato non subirà nessun intoppo.
C’è una buffa regola, che recita che chi sbaglia, paga e chi non paga, sbaglia molto perché tanto non ci rimette niente. È un congegno perfetto: massimo potere, responsabilità pochissima. Una macchina istituzionale che combina autonomia elevatissima e conseguenze personali attenuate. Quando qualcuno propone di separare le carriere, cioè di distinguere negli ordinamenti, chi accusa da chi giudica come avviene nei sistemi liberali classici, si grida al pericolo autoritario. Alla deriva illiberale. Al ritorno delle ombre.
Ed ecco la scena più italiana di tutte: si difende come baluardo democratico un impianto concepito per ridurre la dialettica liberale nel processo. Si brandisce l’antifascismo per proteggere una soluzione nata nel 1941. Nei sistemi liberali decenti, l’accusa o è separata dal giudice, oppure è collocata sotto un indirizzo politico che risponde agli elettori. Nei sistemi autoritari novecenteschi, al contrario, la magistratura era concepita come organo unitario dello Stato: accusa e giudizio come funzioni convergenti di un medesimo potere. L’Italia ha scelto una via tutta sua: ha mantenuto l’unità delle carriere, ma senza subordinazione gerarchica all’esecutivo e senza una netta separazione ordinamentale. Ha conservato la struttura dell’unità eliminando il centro politico che la teneva insieme.
Il problema non è l’indipendenza della magistratura, principio sacrosanto. Il problema è l’asimmetria tra forza e responsabilità. Ogni potere democratico vive di equilibrio: autorità e conseguenza, decisione e controllo. Quando la prima cresce e la seconda si assottiglia, l’architettura non crolla, si inclina. E un’inclinazione istituzionale non fa rumore: si percepisce col tempo, come un pavimento leggermente storto che costringe i mobili a scivolare sempre nella stessa direzione. Non serve evocare fantasmi. Basta leggere il 1941 e guardare il 2026. Il fascismo non ritorna. Il fascismo, in certe sue soluzioni tecniche, non se n’è mai andato. È evidente che i nipoti, bisnipoti e cugini di primo e secondo grado del mai veramente defunto compagno Stalin aborrano la separazione delle carriere. La vera abilità retorica sta nel chiamare questa permanenza in una struttura squisitamente fascista «progresso». E nel convincersi che ogni richiesta di equilibrio sia un attentato alla democrazia.
È una specialità nazionale: trasformare un’anomalia in un totem e poi difenderlo con fervore morale. Con aria severa. Con tono pedagogico dei buoni che spiegano ai cattivi perché sono cattivi, in nome della libertà e dell’antifascismo. I cattivi ne hanno abbastanza. E ora il momento è venuto di occuparsi dell’ultima roccaforte di uno statalismo assoluto fasciocomunista, di poteri enormi associati al totale azzeramento delle responsabilità: sto parlano dei servizi sociali.
Svolta trash per i maggiorenti del fronte contrario alla riforma della giustizia: per schernire il neonato comitato dei sanitari per il Sì, Giovanni Bachelet, presidente del Comitato società civile per il No ed ex deputato Pd, ha pensato bene di accomunarlo alla foto di un wc (e di un bidet). Si dice che quando si è a corto di argomenti, il «bene-rifugio» sia l’insulto gratuito. E dare sostanzialmente dei «cessi» agli avversari politici e di pensiero non può essere altrimenti catalogato se non come insulto.
A stigmatizzare quanto accaduto è Nicolò Zanon, presidente del Comitato Sì riforma ed ex vicepresidente della Corte costituzionale. «Sto per partecipare a un convegno in cui si darà notizia della nascita di un Comitato di sanitari per il Sì che sostengono la riforma della giustizia», ha spiegato ieri pomeriggio in un video, «oltre 250 professionisti esporranno le ragioni per cui hanno ritenuto di schierarsi a favore del Sì al referendum. Mentre mi stavo organizzando per andare, mi arriva una specie di meme che proviene dal professore Giovanni Bachelet (chiamato da Romano Prodi nel 1995 a coordinare i suoi comitati elettorali e da allora sempre al fianco della sinistra, dalla scuola alle istanze Lgbtq, ndr) . Lui dice: “Nasce il Comitato sanitari per il Sì” e mette una vignetta in cui presenta due sanitari, un water e un bidet. Caro presidente Bachelet, per restare nell’argomento, direi che l’hai fatta proprio fuori dal vaso. E restiamo, quindi, in tema per seguire la tua bella metafora intelligente. Più in generale: ma è mai possibile che voi sostenitori del No dovete sempre disprezzare in questo modo vergognoso gli elettori del Sì? È un problema antropologico, è un problema psicologico? Qual è il vostro problema nei confronti di chi non la pensa come voi», conclude Zanon.
La gaffe di Bachelet è rimasta online qualche ora, prima che lo stesso autore del post social la rimuovesse anche per le numerose contestazioni racimolate sotto la vignetta non proprio satirica. A una di queste, Bachelet ha risposto non certo chiedendo scusa, ma rincarando la dose: «Il mio animo goliardico ha avuto la meglio solo per qualche ora. Prometto che entro un’ora prevarrà il mio animo ecumenico, civile e non violento. Rimuoverò tazza e bidet, che pure sono, indubitabilmente, sanitari: la battuta ci stava». Dare del «cesso» a chi la pensa diversamente è un modo è molto, molto democratico.
Nel frattempo, la Diocesi di Milano dopo aver ospitato sul proprio sito l’annuncio dell’incontro, organizzato ieri dall’associazione di promozione sociale Città dell’uomo, a senso unicissimo visto che parlavano solo esponenti del No (il presidente dell’associazione, Luciano Caimi, nell’introduzione ha più volte ribadito come il sodalizio sia «contrario alla riforma», gli interlocutori hanno ripetutamente parlato di «scasso costituzionale», «il ritorno del vecchio divide et impera», «la realizzazione del sogno di Silvio Berlusconi»), ha sterzato verso il garantismo proponendo per l’11 marzo un dibattito «a più voci», in Curia a Milano a cura dell’Unione giuristi cattolici.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto, nelle comunicazioni alla Camera sulla guerra in Iran: «Visto che quello che è successo in Turchia ed è successo a Cipro, ho dato mandato al capo di Stato maggiore della Difesa di innalzare al massimo il livello di protezione della difesa aerea e antibalistica nazionale in coordinamento con gli alleati e con la Nato. Di fronte a una reazione sconsiderata possiamo aspettarci di tutto e tutto può essere aspettato».
«Avevamo 2.576 persone nell'area interessata dalla crisi in Medio Oriente prima che iniziasse il conflitto e, per effetto di questa situazione, nei giorni scorsi abbiamo preso altre misure: in Kuwait è in atto un movimento di 239 militari verso l'Arabia Saudita: dei 321 ne rimarranno 82. In Qatar 7 dei 10 militari stanno raggiungendo l'Arabia Saudita. In Bahrein, dove abbiamo 5 militari, stiamo ritirando il personale. In Libano stiamo valutando attentamente la situazione e siamo pronti a far fronte ad ogni esigenza anche con personale navale per eventuali evacuazioni».
Il ministro degli Esteri alla Camera: «L’Italia mantiene aperti i canali con l’Iran e invierà supporto alla difesa aerea dei partner del Golfo, pur ribadendo il no a armi nucleari e missili per Teheran». Con queste parole Antonio Tajani ha sottolineato l’impegno italiano per evitare l’allargamento del conflitto e ha invitato le forze politiche a unità e moderazione in un momento così delicato, condividendo con il Parlamento la scelta di sostenere la difesa dei Paesi del Golfo.

