
In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.

In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 5 gennaio con Carlo Cambi
La Regione Puglia chiede ai medici di base di restituire 23 milioni di euro ricevuti, negli ultimi dieci anni, come parte dei loro compensi in virtù di un Accordo collettivo nazionale che, secondo una sentenza del Tar dell’Emilia Romagna (che riguarda peraltro i pediatri di libera scelta) non è più valido. Non è un gioco di parole, ma una pretesa talmente incredibile, che va letta un paio di volte per capirla bene.
Ricominciamo: la Regione Puglia - con un deficit da centinaia di milioni di euro, liste d’attesa infinite, macchinari dei reparti obsoleti e chi più ne ha più ne metta - ha deciso di chiedere indietro una parte dei compensi versati negli ultimi dieci anni ai propri medici di base, per una somma pari a 23 milioni di euro (circa 70.000 euro a testa). Si tratta di somme che la stessa Regione Puglia ha versato negli anni, attraverso le Asl, per aderire - correttamente - ad un Accordo collettivo nazionale (e ai conseguenti accordi integrativi regionali) che prevede l’erogazione di queste cifre ai medici di base e ai pediatri, a soddisfazione di un complesso meccanismo di compensazione degli emolumenti sottoscritto nel 2005.
E su che base la Regione Puglia ha improvvisamente deciso di chiedere indietro queste cifre? Sostanzialmente sulla base di una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna - attualmente sub iudice del pronunciamento in Cassazione - che solleva la Regione, guidata da Michele De Pascale, dal versamento retroattivo delle medesime somme ai propri sanitari. Somme che, se dovessero essere sborsate tutte in una volta, peserebbero per oltre 100 milioni di euro e manderebbero a gambe all’aria il sistema sanitario dell’Emilia-Romagna e con lui la tenuta dell’intero fortino Pd.
Ma torniamo in Puglia. La pretesa di riavere indietro 23 milioni di euro da parte dell’ente, che a partire al 7 gennaio sarà guidato da Antonio De Caro, è arrivata ai camici bianchi in modo davvero inatteso. Non solo per i contenuti, ma anche per le modalità con cui è stata comunicata. Le sigle sindacali che rappresentano i sanitari, infatti, senza incontri preliminari sul tema, né discussioni di merito si sono visti recapitare la pretesa - motivata con stralci della sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna - il 31 dicembre 2025 alle ore 20.48, quando immaginiamo bene gli uffici regionali gremiti di dipendenti intenti a sbrigare le ultime faccende prima di accomodarsi al cenone di capodanno.
Anche a causa di queste stranezze il sospetto - e si sa che a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca - è di essere di fronte a una sorta di tacito sostegno amministrativo tra due enti molto legati tra loro, a conferma di una linea - quella dell’Emilia-Romagna - che se dovesse essere sconfessata in Cassazione comporterebbe la debacle totale per una delle roccaforti della sinistra.
Per entrare in termini più tecnici si tratta della annosa questione degli «assegni individuali» e del fondo di compensazione che ogni Regione doveva accantonare per erogare emolumenti ai medici di base sostitutivi degli scatti di anzianità, eliminati nel 2005.
Per un po’ di tempo questo meccanismo funzionò senza intoppi, poi si bloccò nel periodo della spending review (dal 2010 al 2014) e nel 2016 riprese con un nuovo Accordo collettivo nazionale (il corrispettivo del Ccnl per i medici). Lo Stato cominciò a versare il dovuto alle Regioni per creare un fondo apposito da cui attingere, ma mentre alcune destinarono le cifre al rispetto di questo accordo (come la Puglia) altre, come l’Emilia-Romagna, preferirono usare le quote ricevute per la copertura di altre spese scegliendo, non solo di non versare il dovuto ai medici, ma di non creare nemmeno il fondo necessario a farlo.
Qualche tempo fa, i pediatri di Rimini hanno chiesto alla Asl di riferimento gli assegni mai ricevuti, con una causa vinta in primo grado. A quel punto la Asl di Rimini ha chiesto aiuto alla Regione Emilia-Romagna che in appello si è costituita come parte in causa e, sulla vicenda, ha ottenuto ragione dal Tar. I medici di Rimini, però non hanno desistito, sono ricorsi in Cassazione e attualmente la Regione di De Pascale - quella che nel frattempo ha alzato i ticket sanitari e ha chiuso le frontiere ai malati provenienti dal resto d’Italia - è in attesa del pronunciamento definitivo.
Che il fondo necessario per versare le integrazioni ai medici, sia ancora in essere (e dunque che lo Stato stia ancora versando alle Regioni le cifre necessarie) si evince dal vigente contratto nazionale che, all’articolo 44 stabilisce il trattamento economico dei medici riferendosi ad una «quota capitaria annua ripartita in base a tale fondo integrato con gli assegni individuali». Per questo le sigle sindacali delle due Regioni sono in rivolta.
Ci vorrà del tempo prima che la Cassazione si pronunci, ma come sarebbe bello (e utile) se, nel frattempo, tutte le altre Regioni si allineassero sostenendo che quei fondi non andavano mai erogati e che, magari, chi li ha erogati li chiedesse indietro. A volte i sogni si avverano.
Dare le perle ai porci. Significa non offrire cose preziose, insegnamenti profondi o gesti sinceri a chi non può apprezzarli, non li capisce o li disprezzerebbe, rischiando di sminuirli e sporcarli. Nasce dal Vangelo. La frase evangelica originaria recita: «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle ai porci» (Matteo 7:6). Le «perle» rappresentano il nostro amore per Dio, per la verità, che è una e una sola, per il Regno dei Cieli. Le perle rappresentano l’Eucarestia, che preti sciocchi somministrano a peccatori pubblici. Le perle sono la possibilità di entrare nella Chiesa, la casa di Dio, accesso cui hanno diritto solo coloro che la fede in Cristo ha reso fratelli e figli di Dio, come recita il primo bellissimo brano del Vangelo di San Giovanni, letto nella Messa del 31 dicembre, mentre preti sciocchi hanno permesso preghiere islamiche nelle chiese cristiane, uno dei nostri altari è stato profanato dall’orrido idolo Pachamama, statuetta a cui si facevano sacrifici umani nelle lande del Perù prima dell’arrivo della luce del cristianesimo. I porci sono i peccatori, coloro che non condividono la fede in Cristo, tutti coloro che sono fuori dal Regno dei Cieli.
Il Vangelo non è politicamente corretto. Usa termini durissimi, perché sta parlando di salvezza che sarà data a chi fa parte del Regno dei Cieli e negata a chi non ne fa parte. I Vangelo non è gay friendly, e, soprattutto, non è inclusivo. Chiunque raccomandi l’inclusione sta rinnegando il Vangelo. Esiste una parabola che lo chiarisce. Le vergini sagge hanno portato sufficiente olio per le lampade, quelle stolte no. Quelle sagge non dividono il loro olio con le stolte, perché altrimenti non ci sarà olio sufficiente per nessuna. Ma come, non bisognava dividere tutto? E la generosità? La generosità non si fa con la dottrina, non si fa con la fede. Aggiusto la mia Messa, smusso la mia dottrina, così che anche i non credenti e i peccatori possano accedere alle perle, è il discorso anticristico dei preti sciocchi che rinnegano Cristo per l’inclusività. «Chi non è con me è contro di me» è un’affermazione che riduce i margini dell’inclusività a zero. Noi non dobbiamo includere quelli che sono fuori dal Regno dei Cieli fino a quando ne sono fuori; dobbiamo convertirli, così che diventino fratelli e figli di Dio nella sola maniera possibile, la fede in Cristo. Una delle opere di carità spirituale è avvertire il peccatore che sta peccando San Paolo ci ricorda che dobbiamo continuare ad avvertire il peccatore, quando è opportuno e quando è inopportuno, maleducato, politicamente scorretto, e anche quando è vietato e porta a un’accusa penale o sociale, per esempio l’accusa di omofobia.
Il cristianesimo condanna la sodomia, uno dei quattro peccati che grida vendetta a Dio. Il vescovo di Vienna ha profanato la Cattedrale di Santo Stefano con spettacoli gay e ovviamente osceni. Lo ha fatto, pare, per sensibilizzare sull’Aids. Secondo tutte le statistiche l’atto sodomitico moltiplica il rischio di malattie infettive, tanto più che molti gay disprezzano il preservativo, oppure, come pubblicizzato dall’intellettuale (?) gay (o queer) Leo Bersani amano ricercare volontariamente il contagio. A Vienna a entusiasmare un clero sempre più corrotto c’è anche una mostra d’arte (?), dove tra rane crocefisse spicca una Pietà dove il Cristo morto tiene in mano il pene di un uomo travestito da donna, un cosiddetto trans. Attualmente la sodomia è chiamata omosessualità, termine ampolloso e improprio. Nessuna attività sessuale è possibile tra persone dello stesso sesso, ma solo pratiche erotiche che devono necessariamente interessare il tubo digerente. Il tubo digerente non è un organo sessuale e non è un organo ricreativo, serve per digerire e per espellere feci che sono un tripudio di microbi e che per una mentre normale sono ripugnanti. Alla sodomia si affianca il queer. Queer vuol dire strano. Ognuno ha diritto di essere strano. Nessuno ha diritto di pretendere di essere accettato, perché nessuno può costringermi ad accettare qualcosa che è appunto strano, al di fuori della mia etica e della mia estetica. La potenza liberticida del queer, come di tutte le altre lettere della sigla Lgbt-qualche-altra-cosa, è che accettare l’altro diventa un dovere, anche se l’altro ha fatto tutto quello che poteva per essere ripugnante. I due maggiori intellettuali queer sono Mario Mieli e la/il filosofa/o ex Beatriz Preciado, attualmente Paul Preciado. Mario Mieli è autore di Elementi di critica omosessuale, dove parla della sublime bellezza di pedofilia, necrofilia e coprofagia. Mario Mieli faceva spettacoli teatrali dove mangiava gli escrementi suoi e del suo cane, crudi e sconditi. I colibatteri ne saranno stati lieti. Riporto un brano della persona che all’epoca era Beatriz Preciado, al momento Paul, pubblicato il 17 gennaio 2014 su Liberation, che riassume il suo pensiero. «Da questa modesta tribuna, io invito tutti i corpi delle donne allo sciopero dell’utero. Affermiamoci come cittadine intere e non come uteri riproduttivi. Attraverso l’astinenza, attraverso la omosessualità, ma anche attraverso la masturbazione, la sodomia, il feticismo, la coprofagia, la zoofilia (non vuol dire avere il micetto e mettere la foto su Fb, ma avere rapporti erotici con gli animali, ndr) e l’aborto. Non lasciamo penetrare nelle nostre vagine una sola goccia di sperma nazionale cattolico». Sottolineo in entrambi i casi l’affetto per la coprofagia. La coprofagia è autoaggressione, come l’aborto, come la zoofilia. Queer vuol dire aggressione all’uomo e dato che l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, vuol dire aggressione a Dio, per questo sono oscene le parole di Nicola Vendola, personaggio politico, che ha acquistato un bambino con l’odiosa pratica dell’utero in affitto, che definisce queer sia Cristo che la Madonna, un nuovo tipo di bestemmia. Preciado si limita a definire il Natale patriarcale e discriminatorio: in confronto, una vera signora.
La parola «omosessualità» crea una folle simmetria col neologismo altrettanto senza senso «eterosessualità». Se con un colpo di bacchetta magica scomparissero tutti gli atti eterosessuali (cioè sessuali) l’umanità si estinguerebbe. Se sparissero tutti gli atti cosiddetti omosessuali, si svuoterebbero gli ambulatori di proctologia e quelli di patologie sessualmente trasmissibili, e la sanità di ogni nazione ricupererebbe fiumi di quattrini. Il non odio per il peccato non è amore per il peccatore, ma indifferenza alla sua salvezza, un’indifferenza di cui, come ci ricorda Ezechiele, si dovrà rispondere nel giorno del giudizio: «Se tu non parli per distogliere l’empio dai suoi peccati, l’empio morirà per la sua iniquità, ma della sua morte chiederò conto a te». La diga rotta. La resa di Fiducia supplicans alla lobby omosessuale di José Antonio Ureta e Julio Loredo (ed. Tradizione Famiglia Proprietà) descrive l’inclusione di peccatori non pentiti e trionfalmente accolti col loro peccato, quello che Cristo definisce come dare le perle ai porci, come il crollo della diga. La Conferenza episcopale africana ha annunciato che non intende seguirla, ricordando che i cristiani devono avere per il male un «odio perfetto». Il gesuita John Mac Neal, nel 1970 scrisse una serie di articoli sulla più importante rivista di teologia degli Usa sostenendo quello che poi sarà l’argomento ricorrente delle lobby omosessuali: poiché Dio ha creato tutto, ha creato gli omosessuali, quindi essere omosessuali fa parte del progetto di Dio. Dio non ha creato omosessuali come non ha creato assassini. Ha creato uomini liberi che hanno scelto di fare il male e ne sono diventati dipendenti. L’ipotesi della genesi genetica della cosiddetta omosessualità è stata dimostrata falsa oltre ogni ragionevole dubbio. L’omoerotismo è un comportamento di cui si diventa totalmente dipendenti. Questi gesuiti che hanno partecipato ai primi Pride è possibile che fossero in conflitto di interessi?
Chissà se qualcuno chiederà scusa ai genitori di Aurora Tivoli, la ragazza assassinata, secondo l’accusa, da un clandestino peruviano con precedenti per violenza sessuale e rapina. Emilio Gabriel Valdez Velazco, 57 anni, è arrivato in Italia nove anni fa e dal 2017 a oggi è vissuto ai margini, collezionando denunce e arresti. La polizia lo ha fermato più volte e gli ha consegnato un paio di decreti di espulsione per pericolosità sociale. Ma con una serie di scuse Valdez Velazco è sempre riuscito a sottrarsi all’ordine di rimpatrio. Una volta, a consentirgli di evitare di essere rispedito a casa, dove probabilmente era già noto, è stata la mancata validità del suo passaporto. Il documento infatti risultava scaduto e in attesa che l’autorità consolare del suo Paese gliene rilasciasse uno nuovo, Valdez Velazco ha continuato a circolare indisturbato in Italia.
In realtà, nel periodo tra la fallita espulsione e la concessione di un passaporto in regola, il presunto assassino (già, fino a che non sia intervenuta una sentenza definitiva, anche nel suo caso, nonostante le telecamere lo abbiano ripreso alle spalle di Aurora l’ultima volta che la giovane è stata vista viva, la colpevolezza è presunta) avrebbe dovuto essere trattenuto nel Cpr di Milano. Però al centro di via Corelli che avrebbe dovuto «ospitarlo» è stato rifiutato «a causa dell’inidoneità alla vita in comunità». Sì, avete letto bene: le forze dell’ordine avrebbero voluto impedirgli di andarsene a spasso per le note ragioni di pericolosità sociale, ma per «un’asserita patologia delle vie urinarie», certificata da un medico, Valdez Velazco è stato lasciato libero di tentare di violentare una ragazza alla fermata della metropolitana e di aggredire, e probabilmente uccidere, Aurora, una giovane che ha avuto il solo torto di incontrarlo.
Vi chiedete come sia possibile rimettere in circolazione una persona già finita in carcere (dove ha scontato solo parte della pena) per violenza sessuale, fermata per altre violenze commesse nel corso degli anni e per rapina aggravata, oltre che per immigrazione clandestina? La domanda va girata non soltanto ai magistrati che quasi sempre, con varie attenuanti, consentono a fior di delinquenti di trovare la scappatoia per non finire dietro le sbarre, ma anche a quella classe politica e giornalistica che ancora insiste a non voler vedere il nesso fra criminalità e immigrazione clandestina. Ogni volta che si mostrano i dati sugli arresti per stupro, per furto e rapina, costoro alzano sempre il ditino per spiegare che la maggioranza dei reati è commessa da italiani. È ovvio che in valore assoluto i connazionali figurano in cima alle classifiche, ma se si confrontano i numeri con la popolazione immigrata, basta un minimo di onestà per comprendere che il fenomeno della delinquenza d’importazione non è una percezione, come ogni tanto qualche «sinistrato» prova a spiegare.
La morte di Aurora, per cui immagino che né magistrati né opinionisti chiederanno scusa, dovrebbe essere di monito per cambiare le leggi sull’immigrazione clandestina, ma soprattutto per far comprendere che estendere dei diritti anche a chi non ha alcun titolo per beneficiarne può essere pericoloso. Le decisioni di rimettere in libertà o accogliere in Italia soggetti a rischio hanno delle conseguenze a carico delle persone più fragili. E Aurora era fra queste. Invece di essere aiutata è stata lasciata sola, nelle mani del suo assassino.

