
In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.

In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.
Siccome il giorno in cui dovrà lasciare l’incarico di numero uno del maggiore sindacato italiano si avvicina, Maurizio Landini ha fretta di rilanciare la propria immagine, per prepararsi alle elezioni del 2027. Le regole interne della Cgil prevedono che i dirigenti lascino ogni incarico al compimento del sessantacinquesimo anno di età, che il segretario generale festeggerà il 7 agosto di quest’anno. Dunque, se non vuole finire presto in panchina, il capo della Confederazione rossa deve accelerare e anche trovare rapidamente qualche argomento da cavalcare.
Il governo di centrodestra, e anche i toni accesi che anticipano ogni campagna elettorale, ovviamente aiutano e infatti Landini ha deciso di scendere in campo con una serie di proposte economiche. L’occasione sarà la presentazione di un libro dal titolo L’Italia che non arriva a fine mese, in compagnia di Elly Schlein. Edito dalla Fondazione Feltrinelli, il volume rappresenta la più clamorosa smentita alle tesi care al principale alleato del Pd, che in una precedente legislatura, dopo l’introduzione del reddito di cittadinanza, annunciò per bocca dell’allora suo leader Luigi Di Maio l’abolizione della povertà. Rottamato da Giorgia Meloni, il sussidio non fa al momento parte del programma di Landini, il quale invece è più propenso a rispolverare un vecchio cavallo di battaglia della sinistra, ovvero la patrimoniale, trovando nella segretaria del Pd, che non vuole certo farsi scavalcare a sinistra, un’alleata.
Al segretario della Cgil poco importa che l’idea di una tassa dell’1,3% su patrimoni da due milioni di euro spacchi il campo largo, con Matteo Renzi decisamente contrario (dopo aver lasciato Palazzo Chigi è diventato milionario, e perciò sarebbe tra le vittime dalla stangata) e Giuseppe Conte assai tiepido. Anche l’ala riformista del Partito democratico non vede di buon occhio un prelievo su case, conti correnti e investimenti, criticando la tempistica dell’uscita, che prima del voto rischierebbe di spaventare molti elettori.
Nessuno, né Landini che la propone né quanti prendono le distanze per opportunità o per calcolo, sembra però rendersi conto che la patrimoniale in Italia esiste già e genera ogni anno una raccolta per il fisco pari a una cinquantina di miliardi. A introdurla ci pensò Mario Monti nel 2011, con la famosa manovra che tramortì per un paio d’anni l’economia italiana. L’ex rettore della Bocconi introdusse l’Imu sulla seconda e anche sulla prima casa e non contento inventò l’Ivie, l’imposta sui valori immobiliari all’estero. Il governo Berlusconi poi tolse la tassa sulla residenza principale, ma il resto rimase. Unito peraltro alle imposte di bollo, di registro, catastali, ipotecarie e di successione. In totale, nel 2020 facevano più di 40 miliardi, cifra che ci collocava al di sopra della media Ue sia per gettito erariale che in rapporto al Pil. Tanto per essere chiari, solo cinque Paesi su 27 avevano un prelievo percentualmente più pesante del nostro.
Ho citato i dati del 2020, anno in cui a causa del Covid l’incidenza fu inferiore, perché la patrimoniale all’epoca fu oggetto di uno studio dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica diretto da Carlo Cottarelli, uno che non è certo sospettabile di antipatia verso Schlein e compagni, essendo stato senatore del Pd. Oggi in Italia la patrimoniale genera un gettito addirittura maggiore, sopra i 50 miliardi, quasi il doppio dunque di quei 26 che Landini immagina di rastrellare con la sua super imposta. Ma il leader sindacale evidentemente non lo sa. Tutto ciò dimostra che non soltanto l’idea del segretario della Cgil è propaganda, ma che è anche aria fritta.
Del resto, che la tassa sui patrimoni non funzioni lo provano i risultati ottenuti da chi ha perseguito quella strada. In Francia, quando ci provò François Hollande, i grandi capitali fuggirono e in Gran Bretagna, con l’arrivo di Keir Starmer, molti ricconi hanno fatto le valigie. Per non dire della Svezia, che dopo aver sperimentato uno Stato sociale sostenuto da alte tasse ha fatto marcia indietro. Perché chi ha soldi e consulenti non sta certo ad aspettare Landini: alla prima avvisaglia se ne va. Nella rete del fisco così finisce chi ricco non è, ma avendo ereditato una casa in città come Milano rischia di sembrarlo e di pagare grazie a Landini decine di migliaia di euro ogni anno. Una stangata capace di uccidere un’intera fascia di reddito e insieme di far scappare i grandi capitali.
Non resta che sperare che da tipi come il segretario della Cgil gli italiani si tengano alla larga. Qui non si rischia di bloccare il Paese con gli scioperi, ma di ammazzarlo.
Prima ha mostrato le braccia bendate, poi, quando ha parlato dei ragazzi che vivevano con lui, Taj Mohammad Alamyar non è riuscito a trattenere le lacrime. Nel primo pomeriggio di ieri i riflettori nazionali sono stati puntati sull’unico superstite della mattanza di Amendolara, in provincia di Cosenza.
C’era anche lui su quel minivan che nella tarda mattinata di lunedì è diventata la prigione di fuoco per i quattro cittadini stranieri arsi vivi. Due pachistani li hanno imprigionati dentro il mezzo che hanno poi cosparso di benzina. Mohammad, alle telecamere della Tgr Calabria, ha raccontato quello che è successo lunedì mattina quando era nel minivan assieme a tre afgani e un pachistano che lavoravano come braccianti agricoli e vivevano con lu in un appartamento a Villapiana, sulla costa ionica cosentina.
Mohammad era diretto assieme a loro a Metaponto perché stavano lavorando alla raccolta delle fragole. Quella mattina erano nel minivan con due cittadini pachistani indicati dal superstite come i caporali. Sono i due uomini incastrati dalle telecamere di videosorveglianza e ora in carcere con l’accusa di omicidio plurimo aggravato. Sono, infatti, le immagini delle telecamere a inquadrare il mezzo parcheggiato nel piazzale della stazione di benzina sulla statale 106 nel comune di Amendolara. Quei frame, acquisiti dagli investigatori, mostrano l’orribile dinamica di quanto accaduto: si vedono due cittadini stranieri uscire velocemente dal minivan mentre dal cofano esce fumo. Uno dei due cerca di tenere chiusa la portiera per non far uscire i connazionali, mentre il complice presumibilmente afferra la pistola erogatrice per cospargere il mezzo di carburante. Quest’ultimo, poi, va al posto del complice a bloccare la portiera e dalle immagini si vede che dall’interno le vittime cercano di forzarla per uscire, ma restano intrappolate. Questa è la ricostruzione fornita da circa 30 secondi di video. Trenta secondi di immagini che, nella giornata di ieri, sono rimbalzate sui social descrivendo i momenti della mattanza. A supporto della ricostruzione, effettuata con le immagini delle telecamere, si è aggiunta la testimonianza dell’unico superstite. Mohammad ai microfoni della Tgr, con un italiano stentato, ha raccontato quanto accaduto mimando anche il momento in cui uno dei pachistani avrebbe appiccato fuoco con un accendino:
«Ho avuto paura di morire». Il giovane bracciante ha raccontato che i due caporali sono scesi dal mezzo, hanno prima cosparso di benzina il minivan e poi uno dei due ha preso l’accendino. Lui è riuscito a salvarsi rompendo il finestrino e scappando. Si è ferito e ha lesioni in diverse parti del corpo; mentre i suoi colleghi di lavoro e coinquilini sono stati arsi vivi. I due pachistani che li hanno intrappolati nel mezzo e bruciati sono adesso in carcere.
La Procura di Castrovillari, coordinata dal procuratore capo Alessandro D’Alessio, ha emesso nei loro confronti un provvedimento di fermo per omicidio plurimo aggravato. Il motivo della mattanza? Da quanto finora emerso, anche dal racconto del superstite, il movente sarebbe da ricercare in una «vendetta dei caporali». Forse, lunedì mattina tra loro sarebbe scoppiata una lite perché i caporali volevano i soldi per il trasporto. Ma il giovane sopravvissuto ha descritto uno scenario di violenza e soprusi continui: non venivano mai pagati e spesso i due pachistani arrestati li minacciavano anche con pistole e coltelli per farli lavorare senza soldi. In pratica, davano loro vitto e alloggio ma nessun salario, come ha spiegato lo stesso Mohammad: «I soldi non ce li davano, da mangiare sì. La casa sì, i soldi no». Quello descritto dal giovane bracciante è una fotografia di un caporalato che fa vivere in condizioni disumane i lavoratori. Ma per lui questo è un modus operandi per loro già noto e con rassegnazione afferma: «Questa è la mafia pachistana».
Sulla mattanza di Amendolara sono in corso delicate e complesse indagini condotte dagli agenti della Mobile di Cosenza, guidati dal dirigente Gianni Albano e dal questore Antonio Borelli. Nella giornata di oggi ci sarà una conferenza stampa in questura a Cosenza in cui saranno resi noti alcuni particolari di quanto accaduto. Anche gli accertamenti sui cadaveri carbonizzati e sul mezzo saranno decisivi per ricostruire l’esatta dinamica della mattanza di Amendolara.
Quanto avvenuto lunedì mattina ha avuto una risonanza nazionale soprattutto dopo la diffusione del video in cui si vedono i due pachistani intrappolare i loro connazionali nel minivan e poi dargli fuoco. Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, sui suoi canali social ha postato il video degli ultimi istanti di vita delle quattro vittime esprimendo tutto il suo disappunto: «Ci sono notizie che fanno vacillare la fiducia nell’umanità. Disumani». Anche il leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci, sui suoi profili social ha commentato la strage di braccianti: «Se importi il terzo mondo, diventi il terzo mondo. Sono pachistani i due aggressori che hanno bruciato vivi quattro extracomunitari alla stazione di servizio. Queste risorse sono quelle che ci pagano le pensioni. Ora, oltre al patrocinio gratuito per la difesa legale dovremo pagare loro anche il carcere, alla modica somma di 140 euro al giorno. Remigrazione». Le indagini degli inquirenti, ora, cercheranno di fare luce sul movente che ha scatenato tanta violenza e crudeltà.
Gli scafandri da palombaro e le tute da astronauta, ecco ciò che serve. I due equipaggiamenti, che sfilano su un camion nella solenne parata ai Fori Imperiali, sarebbero molto utili per camuffare le perplessità repubblicane davanti alla celebrazione così dolcemente monarchica della Festa della Repubblica.
A Roma va in scena il 2 giugno dominato dalla presenza regale di Sergio Mattarella, canuto sovrano da 11 anni (e per altri 3) di una nazione che 80 anni fa scelse di non avere più niente a che vedere con la monarchia. Eppure quasi ci risiamo, un po’ per acclamazione e un po’ per disperazione, mentre le Frecce Tricolori in volo sopra l’Altare della Patria rendono orgoglioso l’italiano e la Costituzione si conferma intoccabile come il Corano. C’è spazio persino per una predica politica. «Il popolo italiano è il risultato di tante migrazioni, di tanti apporti, e ciò non ci dispiace affatto, non lo consideriamo un problema», scandisce Mattarella in un confronto con un gruppo di under 35, «noi italiani abbiamo fornito seconde generazioni e quelle successive a molti Paesi d’Europa e delle Americhe. In fondo, è anche la nostra storia».
È la giornata di Re Sergio, così centrale in tutto, nella confortevole narrazione mainstream. 1) Al centro del palco, con due ali di quei corazzieri che qualche settimana fa hanno rischiato di suonare citofoni uruguagi per scoprire i retroscena della grazia a Nicole Minetti; 2) al centro dei complimenti, pure meritati per la sua sobria eleganza e per essere arrivato dal Quirinale su un’auto da sfilata d’epoca a Villa d’Este: Lancia Flaminia 335 scoperta del 1961, un gioiello che ci riconcilia con la tradizione e con il genio italiano dei motori dopo lo scempio della supposta Ferrari Luce (fioca); 3) al centro delle cronache rigorosamente genuflesse del Giornale Unico delle coscienze democratiche.
Il presidente-re in piedi sullo chassis saluta con la mano il popolo, «accompagnato nel magnanimo gesto da un dispiegamento di carabinieri in moto» (commento da Istituto Luce, fioco come la Ferrari).
Tutto alla perfezione secondo tradizione: la corona di fiori al Milite Ignoto, l’inno cantato da Andrea Bocelli, i bambini del reparto oncologico del Bambin Gesù accolti nei giardini del Quirinale, con la toccante foto con la piccola Sofia. Manca solo il lancio dei paracadutisti per via del troppo vento, con il rischio di doverne recuperare qualcuno nel Tevere o sulla cupola di San Pietro. Tutto secondo tradizione, anche le parole. «Guardando indietro questi 80 anni di Storia, con quello che ne è derivato di crescita dei diritti, di tutela della salute e difesa del lavoro, si può dire che la Repubblica ha corrisposto a quanto ci si attendeva, alle aspettative che quel voto espresse», spiega Mattarella.
Alla fine della parata il presidente offre un passaggio al ministro della Difesa, Guido Crosetto, e sente il dovere di aggiungere: «Nella fase storica che il mondo sta attraversando, caratterizzata da luci e ombre, le donne e gli uomini delle forze armate confermano la loro vocazione a concorrere alla costruzione della pace e della sicurezza globali. Le forze armate hanno impeccabilmente espresso lo spirito e le forti motivazioni che ne animano le donne e gli uomini, contribuendo a rappresentare un popolo orgoglioso della propria storia e della propria cultura».
Si riferisce a noi italiani e il passaggio ha un retrogusto di sano nazionalismo, incomprensibile per gruppettari global come Elly Schlein, che infatti se ne sta alla larga come Giuseppe Conte. Si nota anche l’assenza di Matteo Salvini, giustificata così da Ignazio La Russa: «Ognuno è dove vuole. Dell’opposizione non ho visto neppure un capogruppo». Il leader della Lega sarebbe rimasto al ministero dei Trasporti, «al lavoro per evitare lo sciopero dell’11 giugno» (fonte Mit). Comunque posta sui social: «Buona Festa della Repubblica, un pensiero a chi contribuisce con il lavoro di ogni giorno alla crescita del Paese, un ringraziamento ai costruttori di pace». Il governo è quasi al completo e il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, rappresenta anche la Lega.
Vorrebbero partecipare a tutti i costi gli ambientalisti, ma a modo loro, con striscioni, fumogeni e altro materiale da «antagonisti». In sei vengono fermati dalle forze dell’ordine e denunciati per invasione di area off limits e resistenza a pubblico ufficiale. Per il resto zero polemiche, quest’anno nessuno a sinistra sembra scomporsi neppure per il passaggio marziale in parata degli incursori della Marina, eredi nello spirito della Decima Mas. Zero fremiti, quando si muovono i monarchi in pectore tutto deve essere perfetto.
Giorgia Meloni è anch’essa in prima fila, ha accompagnato Mattarella alla cerimonia del Milite Ignoto e sottolinea: «Questa è una festa di riconoscenza e di responsabilità. Riconoscenza per chi ha costruito ciò che abbiamo oggi con grandi storie e piccoli gesti. Responsabilità perché dopo 80 anni dobbiamo chiederci che Repubblica vogliamo essere domani. Abbiamo tutte le carte in regola per essere ambiziosi, mi piacerebbe che fosse anche una festa di orgoglio». Dettaglio curioso: il premier indossa un paio di sneakers. «Devo fare la scala dell’Altare della Patria, mi serve una scarpa comoda. E se qualcuno storce il naso non mi importa».
Nel 2 giugno regale c’è spazio anche per un congedo molto pubblicizzato da siti e agenzie. È quello di «Briciola», il cagnolino mascotte dei carabinieri che per 12 anni ha sfilato con la fanfara del 4º reggimento a cavallo. Meticcia di piccola taglia, «nel 2022 una sua capriola nel cortile d’onore riuscì a strappare un sorriso al presidente». Non è un corgi ma per la narrazione va bene uguale.
«Non c’è nulla, proprio nulla oggi che incuta timore nei cuori dei nemici di Allah come le operazioni di martirio». Il 30 maggio Zakaria Ben Haddi, il ventunenne marocchino nato a Vimercate e residente in Brianza, aveva consegnato questo precetto ai suoi seguaci sui social, innescando la spirale investigativa che nel giro di poche ore ha portato prima al suo fermo e poi all’arresto.
«Il martirio». Una parola non isolata tra i contenuti pubblicati dal giovane su Instagram e su TikTok e che lui stesso ha provato a spiegare durante l’interrogatorio davanti al pubblico ministero Alessandro Gobbis.
«Ciò che mi ha più colpito del martirio è la dedizione a una causa», ha affermato, schietto, Ben Haddi durante una verbalizzazione a tratti surreale. Nelle 16 pagine dell’ordinanza con cui il gip del Tribunale di Milano Rosanna Mongiardo ha convalidato il fermo disposto dalla Procura sfilano fotografie di Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato islamico ucciso nel 2019, canti religiosi utilizzati dalla propaganda jihadista, immagini di combattenti armati e contenuti che, secondo gli investigatori, avevano finalità propagandistiche. Ma che per l’indagato avevano un intento «unicamente informativo». Una tesi che sembra scontrarsi, però, con gli altri messaggi pubblicati. A tre raccolte fotografiche su Instagram aveva affibbiato dei nomi eloquenti: «Obl», acronimo di Osama Bin Laden, «Sermone Califfo» e «Martirio».
Nella prima aveva fissato dichiarazioni in cui gli attentatori dell’11 settembre venivano definiti «eroi». Seguite da questo messaggio: «L’America non sognerà sicurezza finché noi non la vivremo come realtà in Palestina». La seconda conteneva con molta probabilità i predicozzi del suo imam preferito. Nella terza, invece, c’erano frasi di questo tenore: «L’amore per il martirio scorre nelle mie vene». Ma anche l’immagine di un combattente con un giubbotto esplosivo. Infine, la foto della pedaliera di un veicolo con la presenza di un pulsante applicato al pedale del freno, «con probabilità», sottolinea il gip, «destinato all’attivazione di un ordigno» e «con ulteriore riferimento al martirio da parte di voci narranti».
Ed è a questo punto che per gli investigatori è diventato particolarmente sospetto il contenuto di un altro post, che riportava la notizia dell’attentato a Modena del 15 Maggio. L’indagato ha provato a liquidarla così: «È stato un fatto che mi ha colpito molto, è stata una tragedia inaspettata». Di fatto, però, secondo il giudice, avrebbe invece «adottato comportamenti dissimulatori al fine di eludere l’attenzione degli organi investigativi». Lo proverebbe «il ricorso a generalità di fantasia per la creazione dei plurimi profili social». Ma, soprattutto, «il ricorso, verosimile, alla Taqiyya, ovvero alla dissimulazione della propria fede religiosa», che sarebbe «evincibile» perché «ha affermato di non essere credente e di non condividere i metodi della Shaaria». Ecco le sue parole: «Non è giusto punire con la pena di morte la stregoneria, non sono credente e non vedo nella Shaaria un modello di legislazione compatibile con i miei ideali».
Che, però, aveva esplicitato in modo diverso online: «Ogni esercito dei kuffar», scriveva Ben Haddi, «ha una filosofia, ha un fondamento per combattere. Quella filosofia è che si vince contro il nemico sfruttando ciò che ama di più. E cioè la loro vita e la loro ricchezza». Fino alla conclusione: «Quando si trovano di fronte a un nemico a cui non importa davvero della propria vita, l’intera psicologia viene capovolta». «Come si può notare», interpreta il giudice, «viene fatto riferimento al martirio quale arma contro i “nemici di Allah”». L’esegesi giudiziaria è questa: «Viene inteso nel senso di sacrificare la propria vita ai fini della guerra tra i credenti e gli infedeli (i «kuffar»)».
Ma c’è un altro messaggio che, agli occhi degli inquirenti, deve aver reso poco credibile le spiegazioni di Ben Haddi. Quello stesso giorno l’indagato ripubblica un post di un altro utente che recita: «Non incolparmi per quello che farò domani, perché sto facendo la cosa giusta». Ad accompagnarlo compare un commento di Ben Haddi che, tradotto letteralmente, significa «meno zero, in arrivo». A quel punto gli investigatori hanno deciso di approfondire l’origine del messaggio. L’analisi dell’account porta alla scoperta di ulteriori elementi ritenuti allarmanti. Nella biografia compare la frase: «31 maggio 2026, sarà il giorno ragazzi». E quel «meno zero, in arrivo» è stato letto come un conto alla rovescia rispetto alla data indicata: la sera del 30 maggio mancavano ormai «zero giorni». E siccome aveva anche richiesto a un internauta danese «l’inoltro» di un video «relativo alla fabbricazione di un ordigno artigianale», il pm ha ritenuto che gli ingredienti c’erano già tutti. Compreso un biglietto aereo di sola andata per il Marocco, con partenza programmata per il 9 giugno. «Lo hanno acquistato i miei genitori […]. Mi è stato detto che avrei dovuto seguire dei corsi di preparazione e quindi sarei dovuto rimanere lì», ha provato a schermarsi l’indagato.
Finché gli investigatori della Digos non hanno scoperto che il suo nome era comparso anche in una chat dal titolo «Terza posizione (movimento politico neofascista fondato alla fine degli anni Settanta, ndr)», indicata come «suprematista» e finita in un’altra indagine sfociata nell’arresto di un diciannovenne italo-albanese pavese: Matteo Celibashi. Qui Ben Haddi si era addentrato in una discussione su un ipotetico «colpo di Stato», osservando che sarebbe «impossibile» realizzarlo nelle condizioni attuali perché mancherebbero persone sufficientemente organizzate. I
n un’altra occasione aveva pubblicato la fotografia di un bambino biondo dagli occhi azzurri accompagnandola con la frase «chiaramente è superiore a te», replicando a un utente che gli aveva scritto: «Tu sei africano, non sei superiore a nessuno». Gli investigatori vi trovano discussioni che ruotano attorno al terrorismo internazionale e ai conflitti mediorientali. È la saldatura che più preoccupa gli analisti dell’intelligence. Suprematisti e jihadisti, spiegò alla Verità il capo del Servizio anti eversione Daniele Calenda, intervistato dal vicedirettore Giacomo Amadori, «hanno un obiettivo comune. Razzisti e jihadisti hanno lo stesso nemico, gli ebrei». Ma Ben Haddi, probabilmente sulla scia dello stesso intento dissimulatorio richiamato più volte dal gip, afferma: «Io non aderisco a correnti fasciste o neonaziste ma ammetto che in quel periodo avevo interesse per la politica di Terza posizione, ma non a quella degli anni Settanta». Il giudice, però, non deve avergli creduto.

