
In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.

In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.
Ma davvero i grassi fanno ingrassare? A sentire la parola verrebbe appunto da ritenere di sì. E per anni siamo stati martellati da articoli e opinioni che andavano tutti nella stessa direzione: bisogna mangiare cibi light, con pochi grassi, anzi possibilmente senza grassi animali. Il dottor Leonardo Calò, cardiologo di fama, smonta questa narrazione in un volume molto interessante e documentato intitolato Il paradosso del grasso (Vallardi).
Dunque dottore, i grassi fanno male oppure no?
«I grassi non fanno male: è un paradosso, appunto. Abbiamo vissuto un’epoca di grande demonizzazione dei grassi, a partire dagli anni Sessanta e fino a tempi molto recenti. La classe medica è stata inondata di raccomandazioni, si diceva di evitare i grassi. Quando metto il burro sulla copertina del mio libro è una sorta di provocazione, ma quello che voglio fare è proprio rispondere a questa demonizzazione. Esistono grassi che fanno bene e sono fondamentali. Ma in quella specie di salutismo che spesso siamo stati portati a seguire con enfasi - anche medica - abbiamo proibito i grassi. Il che ha sbilanciato l’alimentazione sui carboidrati, perché abbiamo iniziato a mangiare grandi quantità di carboidrati, specie semplici, zuccheri. Questi ultimi - rieccoci nel paradosso - non danno mai il senso della sazietà. I grassi, che pure sono più calorici, però danno quando li mangi un senso di sazietà, per cui lo stomaco si sente più pieno, la gente ha meno fame. Lo zucchero e i carboidrati invece inducono sempre più fame, per cui si hanno l’obesità e la sindrome metabolica, mentre è praticamente impossibile avere una sindrome metabolica con i grassi. A questo va aggiunto poi il fatto, come dicevo prima, che ci sono grassi molto benefici».
Ma quando è iniziata la demonizzazione dei grassi?
«A un certo punto la ricerca medica ha iniziato a fare un’analisi della geografia delle patologie a livello globale. Possiamo dire che progressivamente ci si è spinti a dire che i Paesi che mangiano più grassi avevano più malattie cardiovascolari. Si è diffuso questo dogma, il problema è che gli studi su cui si basava facevano alcune selezioni fra gli Stati presi in esame e le analisi erano un po’ arretrate. Si è iniziato a dire che i grassi fanno male, che le popolazioni che mangiano i grassi stanno male, peccato che dagli studi, nelle analisi globali, siano stati eliminati i Paesi in cui si verificava il paradosso. Cioè dove si mangiavano molti grassi ma la popolazione non era poi così affetta da patologie cardiovascolari. Penso alla Francia, alla Svizzera... In ogni caso, da un certo momento in poi nella classe medica hanno iniziato a dominare idee del tipo: “Bisogna evitare il colesterolo nei cibi, evitare il grasso, limitare i latticini...”. Poi sono arrivati i latticini light e un poco alla volta si è arrivati a un’eliminazione pressoché completa dei grassi dall’alimentazione, che ha portato progressivamente a un impoverimento di alimenti molto importanti per la nostra salute».
Ne abbiamo già parlato su queste pagine. Un momento importante del percorso che lei ha ricostruito fu quando l’industria americana iniziò a spingere per la diffusione della margarina come sostitutivo del burro. Insomma ci furono anche ragioni di business.
«È vero: molte delle scelte che poi coinvolgono la popolazione, i pazienti, sono in parte architettate dall’industria. L’industria può governare il mondo medico, bisogna essere onesti, e bisogna cercare di essere estremamente prudenti nell’interpretazione dei dati. Negli anni passati si è spinto molto su prodotti industriali, oli industriali, la margarina e tutti i grassi transidrogenati che permettevano la cosa più semplice del mondo, ovvero la conservazione del cibo. La conservazione del cibo è diventata un imperativo perché la distribuzione nei grandi store, nei grandi supermercati, è iniziata a diventare un tema importante. Se prendiamo qualcosa dal nostro amico sotto casa magari dura un giorno o due giorni. Invece conservare il cibo per mesi e anche per anni è un problema. Il punto fondamentale è che quel cibo entra nelle nostre cellule, entra nelle nostre membrane. Quel tipo di cibo magari si conserva a lungo ma pietrifica completamente il sistema delle membrane cellulari che sono fatte di grasso. I grassi di quel tipo - come la margarina, ma anche altri zuccheri e grassi industriali - sono sostanzialmente grassi che disintegrano il sistema di comunicazione all’interno del nostro corpo, perché le membrane sono i meccanismi di trasmissione. Si è dato spazio a quel tipo di grassi sono stati progressivamente eliminati i grassi benefici».
Nel 1961, l’American Heart Association, l’associazione cardiologica americana, raccomandò nelle sue linee guida la riduzione dei grassi saturi e la sostituzione del burro con oli vegetali e margarine. Qualcuno sostiene che sia cominciato tutto da lì. Oggi possiamo ribaltare queste convinzioni?
«Diciamo che abbiamo riequilibrato questa convinzione. Si è capito nettamente - purtroppo rendendosi conto dell’impatto sulla mortalità cardiovascolare globale e la mortalità totale anche per malattie infiammatorie e tumori - che gli oli vegetali industriali fanno male. I grassi transindrogenati con questo tipo di preparazione chimica ci fanno male, ci creano dei grossi danni cardiovascolari e tumorali. E dunque bisogna ricalibrare i vari componenti della nostra alimentazione: proteine, grassi e anche carboidrati... Bisogna trovare le giuste proporzioni. I grassi polinsaturi e i grassi monoinsaturi sono quelli che dovrebbero essere maggiormente impiegati. Parliamo di olio d’oliva, avocado, pesce azzurro, mandorle, noci, nocciole... Tutto questo fa bene, molto bene».
E i grassi saturi?
«I grassi saturi in realtà sono un grande gruppo, all’interno ci sono tante cose diverse, per cui dobbiamo capire che tipi di grassi saturi stiamo andando a mangiare e in che quantità. Per tornare al discorso storico che facevamo prima si è capito poi che il grande problema erano le margarine e gli oli vegetali, i grassi transidrogenati che sono fortemente tossici. Il fatto è che questo tipo di prodotti erano prevalentemente utilizzati per veicolare il consumo dei classici snack. Questo è stato il vero problema: gli snack e le bevande zuccherate di cui siamo stati inondati anche noi. Biscotti, merendine, anche il gelato... Tutto ciò che era confezionato. Siamo stati inondati di questi prodotti dagli anni Settanta fino al Duemila. Poi a un certo punto si è iniziato a riflettere, ma per ben 30 anni abbiamo consumato prodotti che contenevano tantissimo zucchero e grassi transidrogenati, un dramma».
Beh poi a un certo punto i grassi vegetali sono diventati il nemico numero uno. A un certo punto sembrava quasi una barzelletta: ovunque compariva la scritta «senza olio di palma». Ma faceva così male questo olio di palma?
«No, come per tutte le cose è sempre un fatto di quantità e proporzioni. Il vero problema è che ci sono le mode, una volta l’olio di palma e poi qualcos’altro. A seconda dei periodi si sono affrontati vari temi, ma il tema centrale che non è stato mai affrontato davvero, se non proprio negli ultimi anni, è quello dello zucchero, cioè della quantità di zucchero che assumiamo ogni anno».
Affrontiamolo.
«All’inizio del secolo si assumeva un chilo di zucchero l’anno, attualmente arriviamo a assumere anche 34 o più chili di zucchero l’anno. Lo zucchero è presente dappertutto, ti induce fame. Hai il desiderio di mangiare dopo due ore che hai assunto qualsiasi carboidrato semplice, sei costantemente con l’insulina alta, non hai l’insulina piatta, non c’è flessibilità metabolica perché l’organismo si abitua a mangiare e non è capace di digiunare. Il grasso invece - ad esempio un panino con un buon formaggio d’alpeggio e il pane un po’ tostato o con olio d’oliva, pomodoro o avocado - non ti induce fame. Anzi il grasso dà un senso di sazietà, blocca lo svuotamento dello stomaco e questo è un punto molto importante. Ovviamente, come sempre, il tema è la quantità».
Oggi però vanno molto di moda le diete low carb. In tanti hanno dichiarato guerra ai carboidrati e sono molto concentrati sulle proteine. Anzi tutto quello che vediamo nei supermercati, dallo yogurt al latte, ha sempre la variante con aggiunta di proteine. Anche questo è un errore?
«Queste sono le nuove mode. Ma bisognerebbe ritornare all’antico, quando si diceva che in medio stat virtus. Ippocrate ci spiegava che bisognava mangiare un po’ di tutto. Le proteine danno un altro problema. Queste diete iper proteiche portano un invecchiamento cellulare clamoroso, questo abbondare di proteine accelera il metabolismo. Gli amminoacidi, specie gli amminoacidi ramificati in grandi quantità, che sono quelli che poi determinano la massa muscolare, inducono attivazione. E attivazione significa che tutto lavora di più e tutto invecchia prima. Per cui di nuovo è un fatto di proporzione: se uno mangia una giusta quantità di proteine, 0,8 grammi per chilo, va bene. Dipende anche dalle varie fasi della vita, certamente una persona più giovane ha più bisogno di proteine, in una persona di mezza età magari bisogna limitarle, invece negli anziani bisogna usarle in maniera giusta anche per evitare la sarcopenia, cioè la riduzione della massa muscolare. Se usate con moderazione le proteine determinano una corretta alimentazione, in eccesso determinano invecchiamento cellulare. Le diete low carb possono portare a altri problemi».
Proviamo a consigliare un’alimentazione corretta per evitare problemi vascolari. Che cosa dovremmo mangiare partendo dalla colazione?
«Deve esserci un po’ di tutto. Certamente i carboidrati si possono impiegare, però meglio non raffinati. La fetta di pane un po’ scuro, integrale o comunque tostata con dell’olio o con una fettina di formaggio. Fondamentale è l’impiego della frutta e della verdura. L’avocado è un cibo importante. In linea generale possiamo guardare a quello che è sempre stato il patrimonio della dieta mediterranea. Anche un buon piatto di pasta col pomodoro va bene. Possiamo poi associargli i legumi, per cui proteine di buona qualità, o eventualmente anche della carne o delle uova. Il problema è la qualità dell’alimento. Noi siamo ciò che mangiamo, le nostre membrane cellulari, le nostre cellule, sono quello che mangiamo. Se mangiamo carne che è stata riempita di antibiotici o uova di pessima qualità o formaggio di pessima qualità, ci stiamo ammalando. Se torniamo a puntare sulle qualità, sulle filiere di qualità, allora va bene. Ad esempio il formaggio di pecora e di capra è decisamente di ottima qualità perché sono animali allo stato selvatico, sono spesso ad alpeggio, mangiano l’erba, è più probabile che abbiano meno quantità di tossine al loro interno. Lo stesso vale per il pesce, cioè se uno si fissa col salmone e pensa che prendendo il salmone ha svoltato perché prende omega 3, commette un errore. Il salmone è in gran parte d’allevamento e se uno vede come viene allevato non lo mangia più. Ci sono i pesci del Mediterraneo, le sardine, le acciughe, il tonno del Mediterraneo o lo sgombro: sono pesci di ottima qualità che contengono basse quantità di metalli perché sono di dimensioni molto molto piccole e comunque vivono in mari meno inquinati. È molto importante guardare l’origine dei prodotti. Serve una alimentazione equilibrata con percentuali giuste di proteine per cui carne, uova e formaggi senza esagerare, usare molto i vegetali, usare carboidrati non eccessivamente raffinati. Sempre con equilibrio: una pizza o un dolce ogni tanto non fanno male».
Per l’eleganza e il garbo, l’eleganza e la compostezza, la Rai la scelse per informare gli italiani dello storico passaggio dal bianco e nero al colore. Maria Grazia Picchetti, annunciatrice Rai dal 1961 al 1977, era perfetta per quel ruolo istituzionale. Tuttavia, accanto alla dizione impeccabile, con sorpresa, dato che il nonno era di San Donà di Piave, sa essere anche informale fino a lasciarsi andare a qualche frase in vernacolo veneto.
Appariva un po’ misteriosa, ma anche familiare. Disse di no ad Alberto Sordi che la voleva accanto a sé in un film. Con Enzo Tortora strinse una sincera amicizia e si accorò per la sua sventura.
È nata a Verona.
«Sì, ma sono rimasta fino a quattro mesi di vita. Mio padre era dirigente del dazio, trasferito lì. Friulano, di Aviano, la mamma della provincia di Firenze. Fu chiamato in guerra - alpino della “Tridentina”, fece la ritirata del Don dalla Russia - io e la mamma andammo a Cremona e lì feci l’asilo dalle suore».
Poi Brescia…
«Mio padre tornò e a Brescia feci le elementari, le medie e poi il liceo classico Arnaldo, feci francese e poi studiai inglese privatamente. La professoressa d’inglese era sorella di un dipendente della Rai di Milano. Veniva a trovarla a Brescia, mi vide e mi trovò carina. Mi chiese una foto. La Rai stava inaugurando il Secondo Canale. Fui contattata, venni a Milano con la mamma e vinsi il concorso nazionale con borsa di studio».
Destinazione finale: Milano.
«Mi dissero di fare un corso di dizione. Dopo alcuni mesi, arrivò una busta azzurra della Rai. A Roma, in viale Mazzini, chiesero a ognuna di noi dove volesse essere dislocata. Tra Roma, Torino, Napoli e Milano scelsi Milano. Se avessi scelto Roma avrei dovuto lasciare i miei affetti, il fidanzato, il papà e la mamma, mio fratello».
Poi si maritò?
«Mi sono sposata due volte. Il primo marito, da cui ho avuto due figlie, Elena e Manuela, è mancato nel 1996. Nel 2002 mi sono risposata con un giornalista dell’Associated Press, più grande di me di dieci anni, che purtroppo è mancato e ora vivo con la mia domestica e il mio cagnolino Billy, un barboncino. Le mie figlie vengono a trovarmi e i nipoti sono tutti all’estero. Lei è veneto?».
Sì, di Legnago, provincia di Verona.
«Aaah, Legnago. Mi fa venire in mente un carissimo e fraterno amico, il giornalista del Corriere della Sera Giulio Nascimbeni, di Sanguinetto, a Legnago insegnò…».
Certo, conosciuto e intervistato, indimenticabile con la sua Multifilter. Lei fu al suo fianco nel programma Tuttolibri.
«Sì, ne era il protagonista, mi volle al suo fianco, conobbi grandi scrittori. Diventammo amici profondi, di famiglia, anche con mio marito, tanto affetto. Veniva a cena da noi, ci portava pearà e cren da abbinare al bollito».
Un classico della gastronomia veronese.
«A Milano eravamo a un tiro di schioppo dal Corriere e dalla sua casa. Si arrivava a piedi. Come si dice in veneto eravamo proprio tacai…».
Nel 1962 si trovò a condurre Canzonissima poiché con Dario Fo e Franca Rame sorsero problemi.
«Furono cacciati via, malamente anche. Il loro spettacolo non fu gradito dalla Rai e loro abbandonarono. Ci fu uno scontro. Ero lì, nel teatro. Non si sapeva come portare a termine la trasmissione. E allora fu chiamato Gino Bramieri e ricordo che La Notte di Nino Nutrizio quella sera titolò all’incirca: “Gino Bramieri e Maria Grazia Picchetti, show in Canzonissima”».
Lei in copertina su Sorrisi e canzoni Tv del 2 dicembre 1962. È vero, come si legge nel servizio all’interno, che aveva i capelli così neri che doveva cospargerli con un po’ di polvere bianca per evitare problemi tecnici con il bianco e nero?
«Bravo, si è vero, dovevo mettevo un po’ di polvere grigia. Poi ho iniziato a farmi il colore, ne ho cambiati tanti, adesso sono castana con le méches».
La chiamarono «occhi di velluto»…
«Sì, ho ancora adesso due occhi grandi, si vede che sono piaciuti. Sa cosa, Roberto? Il nostro lavoro, specialmente per certi annunci importanti, portava al divismo. Io sono stata tutto fuorché diva. Le mie colleghe erano molto brave ma avevano più occasioni, essendo a Roma».
Infatti nelle celebri Domenica in condotte da Corrado e Baudo, dove varie sue colleghe intervenivano, lei non si vedeva…
«Non sono mai andata».
Per il fatto che era di stanza a Milano?
«Certo, per la direzione chiamare una persona da 600 chilometri di distanza non era semplice. Mi sono un po’ “autoisolata”».
Accanto a Enzo Tortora alla Domenica sportiva. Gli fu sempre vicina nel corso di quella tormentata e ingiusta vicenda giudiziaria.
«Enzo Tortora era il mio cuore, una cara persona, un galantuomo. L’idea che avesse fatto quella fine era lontana anni luce dal mio pensiero. Io ero la “signora fortuna”, intervenivo per la schedina, il Totip, conobbi Nino Benvenuti, Gianni Rivera... Ricordo che rincontrai Enzo nell’atrio della Rai in corso Sempione, indossava un montgomery blu, ci abbracciammo. Scuotendo la testa in maniera tristissima, mi disse: “Maria Grazia, per me è finita”, si vedeva che era malato… “Non dire così, non dire così”, risposi…».
Ci fu quel «dove eravamo rimasti?», quando Tortora tentò di riprendere con Portobello.
«Sì, ma quello era già il canto del cigno… Mi viene una malinconia a parlare di questo… Un galantuomo. I Radicali gli sono stati vicini, solo Pannella, solo loro».
Con l’impegno professionale in Rai, aveva tempo di guardarlo qualche programma?
«Avevo l’ufficio in corso Sempione, c’erano la scrivania, un piccolo frigobar, un divanetto e di fronte una lunga mensola con i monitor, quelli con i tre canali della Rai, la Svizzera, anche Mediaset. Guardavo spesso Superquark di Piero Angela. Eravamo turniste, io al lunedì ero sulla Rete Uno e c’era il famoso film…».
Infatti la ricordo anche in questa veste…
«Sì, ma i fatti che mi hanno dato più share, perché c’erano milioni di spettatori davanti alla tv, sono stati La piovra con Michele Placido, i funerali di un Papa non ricordo bene quale - perché quando morì Paolo VI mi trovavo al mare ma ricordo che misi una camicetta di raso color melanzana, il colore del lutto vaticano - quelli di Berlinguer, dove c’era un oceano di persone, e poi Italia-Perù dei mondiali di calcio di Spagna del 1982. Ma un altro grande avvenimento fu la visita di Alberto Sordi…».
Racconti!
«A Milano, ero alla scrivania e stavo pranzando. Mi avevano portato un vassoio dal bar della Rai. C’era il Giro d’Italia. Suona il telefono. “Sono la costumista di Alberto Sordi”. Non ci ho creduto. Madonna, i me tol in giro… “Signora, sta arrivando il Giro d’Italia, mi dicono essere a 30 chilometri”. E lei: “È la verità, Alberto Sordi è accanto a me e vuole parlarle. Si chiamava Bruna Parmesan. Me lo passò e per convincermi fece l’imitazione di Cric e Croc».
Già, è stato il doppiatore di Oliver Hardy…
«Venne in Rai, mi voleva per la parte di sua moglie in Fin che c’è guerra c’è speranza (1974, ndr.). “Ho la famiglia, ho il lavoro, devo chiedere a mio marito”. Disse di aver già chiesto per me al direttore generale di Roma un permesso di nove mesi. E poi che ero la persona che cercava da tanto tempo per incarnare la borghesia lombardo-veneta. Arrivò a casa mia all’una di notte, con la sua corte, c’era anche Bedy Moratti, rimase lì fino alle 3.30, ma rinunciai. Lui ci rimase male. Poi affidò la parte a Silvia Donà Delle Rose».
Giacché annunciava anche i film, uno che le è piaciuto molto?
«Indovina chi viene a cena (1967, ndr.). Con Spencer Tracy, Katharine Hepburn e Sidney Poitier. Desidero anche ricordare, in particolare, con tanto affetto, Rosanna Vaudetti, ci conoscemmo al corso a Roma e poi stette a Milano con me per qualche anno».
La cara Rosanna! La ringraziamo per averci messo in contatto con lei. Gli annunci erano in diretta?
«Tutti in diretta. Quindi, quando voi mi vedevate, ero lì. Da Berlusconi spesso erano registrati in ampex».
Il 1° febbraio 1977 lei fece lo storico annuncio del passaggio definitivo della Rai al colore, dopo che la Vaudetti, tempo prima, diede il via ai programmi sperimentali…
«Sì, quell’annuncio fu in bianco e nero, in diretta come tutti».
Che atmosfera si respirava in Rai per via di quella trasformazione?
«Molta preparazione per le luci, i fondali, la vecchia tenda in velluto di una volta fu sostituita dai fondali con i simboli, c’era molta aspettativa, era il passaggio dal tradizionale, ormai superato, al moderno».
Con il colore si poteva vedere i toni del vostro maquillage.
«In quell’annuncio del passaggio al colore non avevo trucco. Ma anche dopo, avendo gli occhi grandi, l’ombretto non l’ho mai messo. Solo un po’ di mascara…».
Le è accaduto di trascorrere qualche Natale o Capodanno in Rai per fare gli annunci?
«Eccome, altro che uno! Anche Pasqua. Ci mettevamo d’accordo con le colleghe di Roma tramite il “Servizio di coordinamento e ottimizzazione”, andavamo a turni, tipo una fa Natale e una Capodanno. Ho fatto tanti 31 dicembre. Mangiavamo con i tecnici, come tovaglia avevamo gli “stamponi”, i palinsesti, con il fiasco di vino e ciascuno portava qualcosa da casa».
E a Ferragosto?
«A Ferragosto mi lasciavano andare in ferie!».
Non solo un portiere leggendario, ma una figura diventata nel tempo sinonimo di affidabilità, rigore e sobrietà. Il racconto televisivo attraversa le tappe della sua storia: dall’infanzia in Friuli ai campi di provincia, fino all’ascesa ai massimi livelli del calcio italiano ed europeo. La narrazione segue il percorso umano e sportivo di Zoff, il portiere che ha difeso la porta della Nazionale e i sogni di un intero Paese. Campione d’Europa nel 1968 e, soprattutto, capitano dell’Italia campione del mondo nel 1982, resta ancora oggi una delle icone più riconoscibili del calcio azzurro.
La docufiction si sviluppa come un viaggio nella memoria collettiva italiana, intrecciando imprese sportive ed emozioni personali. Attraverso immagini d’archivio, fotografie private, materiali inediti e testimonianze, emerge il ritratto di un uomo capace di incarnare disciplina e umanità, sempre lontano dai clamori ma centrale nella storia sportiva del Paese. Non mancano i momenti entrati nell’immaginario collettivo: dal trionfo mondiale del 1982 al celebre abbraccio con Enzo Bearzot, simbolo di un gruppo diventato leggenda. A ricostruire quella stagione e il percorso di Zoff sono le voci di compagni, avversari e protagonisti della cultura italiana: Francesco De Gregori, José Altafini, Fabio Capello, Maurizio De Giovanni, Michel Platini, Alessandro Del Piero, Bruno Conti, Marco Tardelli, Luca Marchegiani, Sandro Veronesi, Neri Marcorè e Cinzia Bearzot.
La produzione è firmata da Tunnel Produzioni, con la regia di Giovanni Filippetto, con il regista che ha curato anche i testi insime a Umberto Marino, Anna Boiardi e Antonio Azzalini.
Dietro il racconto della docufiction c’è una carriera che, più che un’ascesa spettacolare, somiglia a una costruzione lenta e inesorabile. Dino Zoff viene dai campi del Friuli, da un calcio che non aveva ancora miti consolidati e che chiedeva soprattutto affidabilità, resistenza, continuità. Non è mai stato un portiere «di effetto», e forse proprio per questo è diventato un punto fermo. La sua storia passa da Udinese e Mantova, fino alla Juventus, dove entra in un mondo che non ammette distrazioni e dove la solidità, più delle parate spettacolari, diventa una forma di leadership. Con la Nazionale attraversa stagioni diverse senza mai perdere il posto né la misura. Il titolo europeo del 1968 è il primo approdo, ma è il Mundial del 1982 a fissarne l’immagine nella memoria collettiva: a 40 anni, da capitano, alza la Coppa del Mondo in Spagna e chiude una delle carriere più longeve mai viste a quei livelli.
Anche il dopo non è una rottura, ma una prosecuzione naturale. Tornato in panchina, guida ancora Juventus e Nazionale, portando con sé lo stesso modo di stare nel calcio: sobrio, essenziale, quasi refrattario alle mode.
Ed è forse qui che la sua figura trova una coerenza rara. Come quando, nel 200, dopo il secondo posto agli Europei di Belgio e Olanda, dove condusse l'Italia a un passo dal trionfo, beffata prima dal pareggio di Wiltord nei minuti di recupero e poi dal golden gol di Trezeguet ai tempi supplementari, decise di dimettersi in seguito alle dure critiche di Silvio Berlusconi. Perché Zoff non ha mai cercato interpretazioni diverse di sé stesso: ha fatto un lavoro, con continuità assoluta, fino a farlo coincidere con un’idea di serietà che nel calcio moderno appare sempre più distante.
Ecco #DimmiLaVerità dell'8 giugno 2026. L'economista Antonio Maria Rinaldi spiega i motivi della sua adesione al partito di Vannacci.

