
In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.

In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.
Sarà pure una citazione abusata, ma visto quello che sta succedendo nelle ultime ore in casa Stellantis, mai come adesso l’avvertimento di Sergio Marchionne del 2017 sui rischi legati alle auto elettriche suona come una profezia rimasta colpevolmente inascoltata. L’ex amministratore delegato non era contrario ai veicoli a batteria a priori, ma esprimeva un paio di concetti che potrebbero sembrare addirittura banali.
Da una parte spiegava che imporre la transizione senza prima aver risolto i problemi strutturali (colonnine di ricarica, materie prime, costi di produzione) sarebbe stata un’arma a doppio taglio. Dall’altra che serviva andare a fondo e analizzare l’origine dell’elettricità e l’impatto ambientale della produzione delle batterie perché si sarebbe scoperto che se l’obiettivo era salvare il Pianeta non era quello il modo.
Parole che grondavano buonsenso, ma che evidentemente prima i decisori europei che hanno elaborato le follie tassative del Green deal e poi i manager di quella che nel 2021 è diventata Stellantis (il nuovo ad Filosa, peraltro un Marchionne boys, ha chiaramente accusato la gestione Tavares) non hanno neanche preso in considerazione. E oggi si vedono le conseguenze. Dopo una due giorni che potrebbe segnare una svolta nel futuro dell’automotive in Europa. Venerdì l’annuncio che l’abbaglio green ha un costo preciso e che sul bilancio 2025 di Stellantis peserà per circa 22,2 miliardi di euro. L’ammissione, in buona sostanza, di aver sbagliato tutto. Di aver «cannato» qualsiasi previsione rispetto all’impatto e alle vendite delle auto a spina. E della necessità di fare retromarcia. Morale della favola: niente dividendo (una bella mazzata anche per John Elkann ed Exor che negli ultimi anni grazie alle cedole di Stellantis aveva portato a casa circa 2 miliardi) e tracollo in Borsa. Meno 25% in una seduta.
Ma è solo l’inizio. Perché ieri è arrivata un’altra mazzata. Prevista, certo, ma non per questo meno dolorosa. Acc, la joint venture tra Stellantis, Mercedes e Total, ha annunciato che nell’ambito della riorganizzazione industriale, non si prevede che saranno soddisfatti i prerequisiti per riavviare i progetti in Germania e in Italia, che sono in stand-by ormai da maggio 2024. Morale della favola niente gigafactory (e del resto se le elettriche non si vendono a cosa servono le batterie) e circa 1.800-2.000 lavoratori a rischio. Stellantis rassicura: garantiamo un futuro a Termoli. I sindacati pressano: chiediamo azioni concrete. Insomma è iniziato il solito balletto che di solito non ha mai un happy end.
E del resto che l’annuncio di Acc sia arrivato a pochi minuti di distanza dalla svalutazione monstre non è un caso. Vuol dire che siamo solo all’inizio di una rivoluzione che non riguarda solo Stellantis, ma che sul gruppo italo-francese impatterà di più.
E adesso cosa succede? Qualche accenno alle future strategie lo troviamo nel comunicato di venerdì che cercava di ammorbidire il colpo delle svalutazioni. «Nel corso degli ultimi cinque anni», si leggeva, «Stellantis è diventata un leader nei veicoli elettrici e continuerà a essere all’avanguardia nel loro sviluppo. Questo percorso proseguirà a un ritmo dettato dalla domanda e non per imposizione. Stellantis si impegna a essere un punto di riferimento per la libertà di scelta, includendo quei clienti che, per stile di vita e necessità di lavoro, possono trovare nella crescente gamma di veicoli ibridi e con motori termici avanzati dell’azienda, la soluzione giusta per loro».
In quel «ritmo dettato dalla domanda e non per imposizione» c’è tanto della critica al Green deal e del cambio di passo che si intendere «mettere a terra». Ma ora alle parole dovranno seguire i fatti. E dalle indiscrezioni che circolano da giorni, sembra che il tanto ambientalmente bistrattato motore diesel sia destinato ad avere un ruolo non marginale nel futuro del gruppo. C’è chi indica nella fonderia di Carmagnola a una trentina di chilometri da Torino (notizia rilanciata da Terzo Garage) il sito per lo sviluppo del nuovo motore diesel 1.6 che potrebbe essere destinato all’Alfa Romeo Tonale. Ma non basta, perché nella stessa fabbrica si starebbero elaborando nuovi propulsori a benzina destinati alla futura Fiat 500 Abarth. Conferme ufficiali non ce ne sono, ma anche negli incontri degli scorsi giorni con i sindacati qualcosa di concreto è emerso sulla volontà di produrre una nuova generazione di motori a gasolio conformi alla normativa Euro 7.
«Non sono a conoscenza dei dettagli», spiega alla Verità il coordinatore nazionale automotive della Cisl Stefano Boschini, «ma sono settimane che se ne parla e anche nel recente vertice al Mimit (quello del 30 gennaio alla presenza del responsabile Europa Emanuele Cappellano, ndr) l’azienda ci ha confermato che è al lavoro per la produzione di un nuovo motore diesel 1.600».
Anche perché, val la pena ricordarlo, a differenza per esempio di Volkswagen, le vetture ibride del gruppo italo-francese prevedono solo la versione a benzina e hanno praticamente abbandonato il gasolio. Un’altra evidenza di quanto la trappola del Green deal abbia condizionato le strategie del gruppo fino a gettarla fuori dal mercato. Ora la retromarcia, sperando che non sia troppo tardi
«Il simbolo per la registrazione è stato depositato il 24 gennaio scorso – ha detto Vannacci– oggi abbiamo registrato lo statuto del partito presso il notaio». «Ci sono tante persone – prosegue – che vengono da qualsiasi orientamento, sia ideologico che politico, ci sono tanti curiosi, tanti entusiasti che credono nell’Italia e vedono in Vannacci e in Futuro Nazionale la risposta alle loro aspettative». «Facciamo crescere Futuro Nazionale e rendiamolo grande insieme – ha risposto a chi gli chiedeva se nel futuro si vedesse presidente del Consiglio –. Come ho sempre detto occupiamoci di quello che dobbiamo fare oggi. Quello che succederà in futuro dipende da quello che facciamo oggi».
Si dice che il pianista globale di bianco vestito, protagonista insieme alla diva dell’Opera Cecilia Bartoli del momento musicalmente più alto nella notte olimpica di San Siro, abbia almeno 40 milioni di figli. Artisticamente parlando, ça va sans dire. Lang Láng - rispettivamente «luce del sole» e «gentiluomo istruito», perché in Cina basta spostare un accento e scoppia la rivoluzione - a 43 anni continua a incantare legioni di bambini e appassionati di ogni età in tutti i cinque Continenti, come un pifferaio buono che non conduce alla sventura, ma a quegli 88 tasti bianchi e neri ai quali è stato consegnato fin da piccolissimo.
Il giorno dopo l’inaugurazione di Milano-Cortina 2026 - genere nel quale è assoluto specialista (Giochi di Pechino 2008, Expo Dubai 2020, riapertura della cattedrale Notre-Dame de Paris 2024) - ci riceve nel quartier generale di Steinway & Sons, a pochi minuti a piedi dal Teatro alla Scala. Mentre si rilassa circondato da gran coda e cioccolatini di pasticceria, scorrono nella mente le scene chiave della sua biografia feroce: il comandamento inesorabile del padre che non lo abbandonerà dai 2 anni fino al successo («Devi diventare il numero uno al mondo»); l’addio straziante alla madre in lacrime (che non smuoverà il capofamiglia: «Torna a esercitarti, non c’è tempo per piangere»); lo studio disperato al gelo di Pechino con gli spartiti mangiati dai topi; le apparizioni nelle notti da incubo di un Bach che parla cinese e il beffardo cane giallo di pezza, crudele premio d’umiliazione per i piccoli sconfitti ai concorsi all’ombra del Dragone. Fino al precipizio: il giorno in cui papà Lang Guoren disse al figlio sul quale aveva scommesso tutto: «Hai fallito, la tua via d’uscita è la morte. Buttati dal balcone!».
A proposito di queste Olimpiadi, sulla cui spettacolare apertura resterà anche la sua firma: nella prima parte della vita per lei suonare era diventata un’ossessione per le vittorie, i premi e le medaglie. Quando l’uomo trasforma la musica in una gara sfrenata rischia di sciuparla?
«Negli anni in cui ho iniziato, la competizione nel mio Paese rappresentava l’unica strada per diventare un pianista. La musica non dovrebbe essere ridotta a questo, è una forma d’arte che ha il potere di celebrare l’umanità e di connettere le persone, ma il sistema all’epoca era quello. Senza i trionfi ai concorsi non sarebbero mai arrivati i concerti. La mia è stata una gavetta molto dura, ma ripensandoci ha avuto anche qualche lato positivo».
Quale?
«Prepararsi a essere giudicati da una giuria ti obbliga ad allargare il repertorio, a saper affrontare un palco, a lavorare duro, tralasciando tutto ciò che non è necessario e a migliorare. Poi è ovvio che la rivalità estrema, il voler sempre primeggiare può condurti alla follia…» (ride).
Nella sua carriera c’è un momento in cui si è accorto di cambiare mentalità in questo senso?
«L’incontro con Gary Graffman è stato decisivo. Non era solo un insegnante di pianoforte, ma un solista immenso e soprattutto un grande educatore. Guarda caso veniva dalla scuola di Vladimir Horowitz, un gigante che non ha costruito il suo percorso vincendo gare, tutt’altro».
Il sistema discografico e concertistico attuale rischia di trasformare gli artisti in atleti?
«Beh, qualcosa in comune con gli sportivi ce l’abbiamo. Dobbiamo rispettare la nostra routine di studio e di esercizio, dalla quale non si scappa. E poi siamo responsabili della nostra, chiamiamola così, condizione. Le sfide sono continue: puoi ad esempio essere stravolto e torturato dal jet lag, ma quando entri in scena non puoi permetterti che il pubblico se ne accorga. Non è concesso, in qualche modo devi fare...».
E come?
«Caffè! Espresso italiano!» (ride). «C’è un altro ostacolo. Un pianista professionista deve garantire stabilità e costanza. Non può suonare divinamente una sera e male quella dopo. Certo, non è facile, soprattutto se si fanno troppi concerti. Non dobbiamo scordarci che siamo esseri umani e non macchine. Se si fanno male questi conti si rischia il burnout. Soprattutto da giovani, quando non si è abbastanza maturi per gestire il successo e tutto ciò che ne deriva, da un punto di vista fisico e mentale».
Lei ha appena inciso per Deutsche Grammophon l’album Piano Book 2, che insieme al lavoro precedente forma una grande antologia. Sembra quasi che abbia voluto creare un’oasi di bellezza pescando dai compositori della sua vita (Bach, Chopin, Liszt, Rachmaninoff, ma anche Morricone e molti altri), nella quale giovani e meno giovani possano trovare una ragione per innamorarsi della musica. Davanti a tutto non ha messo la tecnica o la voglia di dimostrare quanto si è bravi alla tastiera.
«È un lavoro che voglio dedicare a tutti coloro che amano o ameranno il pianoforte. Non importa che abbiano fatto della musica il loro lavoro o che siano all’inizio di un percorso. Vanno bene anche i curiosi».
Con questo progetto, ma anche con la Lang Lang International Music Foundation, lei parla a milioni di bambini (Piano Book 1 ha superato il miliardo di stream). Molti di loro sognano di diventare come lei e la statistica ci dice che la stragrande maggioranza di loro non ce la farà. Che messaggio vuole dare a un ragazzo che viene bocciato a un concorso pianistico o che si accorge di non avere abbastanza talento?
«Primo: chi non ci prova non saprà mai di averne uno. Secondo: al di là del livello che riuscirai a raggiungere, la musica sarà tua amica per sempre. Ti aiuterà nella creazione, nell’immaginazione, nella concentrazione, ti donerà una mente e un cuore aperto».
Che tipo di insegnante augura di incontrare ai ragazzi che si avvicinano allo strumento: qualcuno simile all’amorosa signora Zhu Ya-Fen, che lei descrive con affetto nella sua autobiografia (La mia storia, Feltrinelli), la terribile professoressa «Rabbia» o l’illuminato Graffman, che le aprì le porte della dimensione spirituale dell’arte.
«A ogni bambino del mondo auguro di incontrare qualcuno come la professoressa Zhu. Era gentile e paziente, sapeva comprendere i bambini. Oggi purtroppo non c’è più. E non riesco ancora a credere che anche Gary (Graffman, ndr) ci abbia lasciato così presto. La sua anima però è rimasta con tutti quelli che l’hanno conosciuto».
Il rapporto con suo padre è stato segnato da una continua lotta. Per certi versi l’ha torturata, fissandole fin da piccolo degli obiettivi che da fuori possono sembrare disumani. Per altri l’ha costretta a tirare fuori il meglio di sé. Con il senno di poi chi aveva ragione dei due?
«Da un lato papà era nel giusto, perché desiderava il mio successo e il mio bene e ha dedicato tutta la sua vita a questo. Dall’altro ha sicuramente esagerato nello spingere così tanto».
Lei racconta che a un certo punto si era quasi convinto di essere simile al padre di Wolfgang Amadeus Mozart: il genitore-manager di un genio, a cui gestire la vita, senza limiti. Forse però somigliava più al papà-tiranno del campione di tennis Andre Agassi, torturato con un mostruoso robot sparapalline, di cui parla la biografia-capolavoro Open.
«Nella mia storia in effetti c’è qualcosa di simile a quella di Agassi, ma forse anche della carriera sportiva del golfista Tiger Woods. Il mio mito però è Michael Jordan».
Ma ha mai perdonato suo padre per averle chiesto di togliersi la vita in un momento di disperazione?
«Sì, l’ho fatto. La distanza ci ha dato una mano. Da quando non è più attaccato a me in ogni singolo istante della giornata siamo addirittura diventati amici».

