
In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.

In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.
Alcuni numeri per intenderci: circa 27 miliardi di ricavi annui, 4,8 miliardi di margini lordi, oltre 150.000 dipendenti. Queste cifre sono quelle sciorinate da Poste Italiane per descrivere il gruppo che potrebbe nascere nel caso l’Offerta pubblica di acquisto e scambio, Opas, su Telecom Italia andasse in porto. Sì, avete letto bene: all’ora di cena di una domenica sera elettorale, le Poste guidate da Matteo Del Fante e dal direttore generale Giuseppe Lasco puntano al controllo della totalità di Tim.
Andiamo al sodo. L’offerta da 10,8 miliardi rappresenta un premio del 9% sull’ultimo prezzo di venerdì di Tim. «Il corrispettivo riconosciuto da Poste Italiane agli azionisti di Telecom che dovessero aderire» all’Opas - si legge nel comunicato - «sarà rappresentato da (i) una componente in denaro pari 0,167 euro per ciascuna azione di Tim portata in adesione all’Offerta, e (ii) da una componente in titoli pari a 0,0218 azioni ordinarie di Poste Italiane di nuova emissione per ciascuna azione di Tim portata in adesione all’Offerta».
Il mercato da tempo fiutava un blitz di Poste su Tim che recentemente aveva ritoccato la sua quota di controllo portandola a oltre il 27%. Il titolo dell’ex monopolista telefonico è infatti salito del 100% in Borsa nell’ultimo anno. Anche Poste ha beneficiato dei risultati messi a segno da Del Fante guadagnando oltre il 30% rispetto a marzo 2025 e arrivando al record storico di 23,87 euro per azione. Ma già prima si poteva intuire che sarebbe finita così, quando Cdp (azionista di Poste col 35%, poi c’è il Mef poco sotto il 30%) scambiò le partecipazioni in Nexi e Tim. La «mamma» Cdp è diventata socio forte nel gruppo leader dei pagamenti digitali, la «figlia» Poste ha preso in dote Tim, fino a volerla ora sposare. PosTim, se così possiamo chiamarla si candida a essere la «più grande infrastruttura connessa in Italia», con «posizione di leadership nei servizi finanziari e assicurativi, nella logistica, nella logistica» e chiaramente «nelle telecomunicazioni». Le sinergie previste sono di circa 0,7 miliardi l’anno combinando «una rete fisica estremamente capillare - costituita da quasi 13.000 uffici postali, gli oltre 4.000 punti vendita Tim e una rete di oltre 49.000 partner terzi - con una base di oltre 19 milioni di clienti digitali attivi, facendo leva sull’App “P” di Poste Italiane, leader con oltre 4 milioni di utenti attivi giornalieri - prosegue il comunicato - concepita come piattaforma scalabile per l’integrazione di nuovi prodotti e servizi, inclusi quelli di tlc di cui Tim diventerà unica fabbrica prodotto».
Se Poste fa il colpaccio, lo Stato forse si mangia le mani. Nel 1997 Telecom Italia - la «madre di tutte le privatizzazioni» targate Romano Prodi - venne collocata in Borsa a 5,16 euro. Ora Tim vale circa 0,6 euro. In questi quasi 30 anni hanno appesantito quasi tutti il debito della vecchia Sip: i capitani coraggiosi Colaninno e Gnutti, poi Tronchetti Provera, gli spagnoli di Telefonica, i francesi di Vivendi, fino al ritorno dello Stato attraverso Cdp con successiva cessione della rete al fondo Usa Kkr e ora l’offerta di Poste che riporterà appunto lo Stato sopra il 50%. Complimenti a Poste, zero commenti su come è stato privatizzato e gestito un patrimonio come Telecom Italia.
Tutto cominciò con una fetta di salame. Perché proprio a 14 anni un giovanissimo garzone di nome Fausto trovò lavoro come addetto alle consegne in una salumeria di Novi Ligure. Fu così che cominciò a pedalare. Sempre in bicicletta, mattina e sera. E poi il ritorno a casa e quella interminabile salita da Villalvernia a Castellania.
Cosa altro dire se non che quel giovane, Fausto di nome, faceva Coppi di cognome? Oggi il museo dei Campionissimi di Novi, all’interno di un insediamento industriale dismesso, celebra i suoi trionfi e quelli di tanti che resero lo sport italiano celebre nel mondo. Erano gli anni del ciclismo eroico, i primi decenni del Novecento, quando i campionissimi, Coppi, Costante Girardengo, Gino Bartali, Felice Gimondi, Francesco Moser si sfidavano a colpi di pedale, quando le e-bike non esistevano e il cicloturismo non era ancora di moda.
In Monferrato oggi sono in tanti a pedalare, non più per necessità o sfida, ma solo per diletto. Un modo per godere in ogni stagione di panorami straordinari. Non è per caso che i Paesaggi vitivinicoli del Piemonte - che comprendono Langhe, Roero e Monferrato - siano Patrimonio Unesco dal 2014.
Novi Ligure, quieta cittadina nella valle dello Scrivia, a ridosso dell’Appenino, vanta palazzi dipinti, la Collegiata di Santa Maria Assunta e il Teatro Marenco. Nonostante sia in Provincia di Alessandria mantiene il suffisso «Ligure» che indica l’antica appartenenza a Genova, durata quasi tre secoli, dal 1447 al 1815, grazie a un regio decreto del 1863.
Un territorio rinomato per le eccellenze enogastronomiche: deliziosa la farinata cotta nel forno a legna del ristorante Il Banco. Come il cioccolato di Bodrato, già bottega artigianale, oggi moderno laboratorio di delizie. Boeri, cremini, gianduiotti, ma anche tavolette alle spezie, praline al tèmatcha, cremini al sale per palati esigenti. Le fantasiose ricette utilizzano materie prime piemontesi come la ciliegia Bella di Garbagna, presidio Slow food, e le nocciole Igp Piemonte.
Un’altra degustazione è alla pasticceria del Vicolo, Da Bianca, dove assaggiare i canestrelli al Gavi, biscotti secchi rustici senza uova conditi al Cortese.
Il Gavi in Monferrato è re indiscusso: anche i tipici ravioli locali - un’autentica prelibatezza - vengono intinti nel vino purpureo. La cooking class del raviolo di Gavi - ricetta antichissima, gelosamente custodita dall’Ordine Obertengo dei Cavalieri del raviolo e del Gavi - nel laboratorio del ristorante Cantine del Gavi, ovviamente a Gavi, è un’esperienza. Il locale, gestito da due affabili sorelle, Roberta ed Elisa Rocchi, è nelle stanze di un antico palazzo ed è composto da una sala con volte a botte, una cappella privata, un giardino all’italiana con roseto e piante aromatiche.
Altra visita d’obbligo è alla Cantina dei Produttori del Gavi che rappresenta la principale realtà vitivinicola del territorio. Il Cortese di Gavi docg è, tra l’altro, uno dei vini bianchi italiani più esportati nel mondo: ben l’85% della produzione. Dal 1951 la cooperativa cura la coltivazione e la produzione del più̀ grande vigneto della denominazione Gavi docg: 80 soci, 300.000 bottiglie, 200 ettari distribuiti tra gli 11 Comuni che costituiscono le Terre del Gavi.
Nel cuore di quelle colline s’incontra anche La Raia, azienda agricola biodinamica: 180 ettari, dei quali 50 coltivati a vigneto, 60 a seminativo e i restanti occupati da pascoli, boschi di castagno, acacia e sambuco in un microclima unico che favorisce la maturazione dell’uva. Vera oasi di biodiversità anche per api ed insetti impollinatori. L’azienda, infatti, produce pure mieli biologici: un aromatico millefiori e un monofloreale di acacia. Ma la sorpresa è quella di un itinerario artistico legato al paesaggio.
Architetti, artisti, agronomi, fotografi sono stati invitati a vivere e sperimentare i vigneti, i campi e i boschi della tenuta. E ad offrire, attraverso opere d’arte e installazioni permanenti, un percorso che dialoga con la natura circostante. Oggi a La Raia, che gestisce anche un raffinato ristorante e una locanda di design, si producono tre tipi di Gavi docg: Gavi, Gavi riserva vigna Madonnina e Gavi pisé che ha una permanenza di 20 mesi sui lieviti e fa un passaggio in botte. E due tipi di Piemonte doc Barbera – Barbera e Barbera largé, affinata in barrique di rovere per 18 mesi prima di invecchiare. «Perché quando si stappa una bottiglia, è casa».
Finito il breve momento di critica preventiva alle Conferenze sull’Anticristo che Peter Thiel ha tenuto a Roma, si possono ora leggere i resoconti - ottimo quello di Stefano Graziosi - di chi alle conferenze c’è andato davvero, e si può constatare come il giornalismo delle maestrine che corrono a chiudere le orecchie ai bambini che non devono sentire quello che dice un «fascista» [sic] non colga altro risultato se non quello di ribadire la grande ignoranza di chi pensa di parlare di filosofia e teologia ma, in realtà, sta solo obbedendo all’imperativo della sua vita: ribadire di essere un benpensante.
Entrando, invece, nel merito e rivolgendoci a un pubblico realmente interessato ai temi complessi trattati nelle conferenze, è bene chiarire alcuni elementi senza i quali ciò che Thiel ha detto rischia di risultare non del tutto chiaro. Ci sono due premesse teoriche imprescindibili, la prima consiste nel ricordare il «dogma della Tecnica» per come formulato da Martin Heidegger, presupposto senza il quale ogni spunto di Thiel corre effettivamente il rischio di apparire un pro domo sua: nel mondo della Tecnica, se una cosa si può fare allora si deve fare.
L’intrinseca ineluttabilità della Tecnica, che in fondo costituisce la sua spinta anticristica, consiste proprio in questo: se la bomba atomica si può fare allora si deve fare perché comunque ogni rinvio, ogni limite e ogni esitazione saranno destinati a essere travolti da qualcun altro. La Tecnica rende l’umanità una riserva a sua disposizione esattamente per questo: perché non può essere fermata. Sarà poi l’uomo - ma a quel punto fuori dalla Tecnica - a decidere di usare o non usare la bomba atomica mostrando così tutta la tragica tensione esistente tra Tecnica e Mondo. Su questo presupposto si giocano tutte le considerazioni che Thiel fa a proposito dell’Anticristo, giungendo a conclusioni non sempre condivisibili ma senza dubbio dotate di una loro coerenza.
Il secondo presupposto fondamentale da considerare sta nell’annosa questione della sovrapposizione concettuale tra Cristianesimo e progresso. Questa teoria si basa sui Padri della Chiesa, specialmente su Origene, e afferma che se il Nuovo Testamento è un «superamento» dell’Antico - e ciò è una verità di fede - allora tutto il senso della storia deve essere letto come «progresso» graduale, come graduale chiarimento e inveramento del Cristianesimo sino a giungere alla Seconda venuta del Cristo, alla ricapitolazione finale (apocatastasi) e quindi all’Apocalisse. Hegel costruì la sua filosofia della storia su questo presupposto ed è innegabile che esso abbia rappresentato una delle forze imprescindibili nella costruzione della «civiltà cristiana». Non è questa la sede per argomentare i limiti di tale tesi, ma fatto sta che Thiel la considera vera e su questo presupposto egli costruisce la sua interpretazione dell’Anticristo: se il «superamento» è il senso del Cristianesimo, allora impedire quel superamento è proprio dell’Anticristo. Nello specifico, Thiel legge la Tecnica non come un esito tragico ma come il trionfo della volontà umana sulla natura, e vede nella sua corsa verso l’eliminazione delle «conseguenze del peccato» (fatica, lavoro, malattie) una sorta di benedizione che sarebbe malvagio ostacolare.
Ecco dunque entrare in gioco l’Anticristo: secondo Peter Thiel sono ormai decenni che i risultati della Tecnica risultano in realtà ostacolati da limiti e normative ispirati dalle forze anticristiche, cioè dalle forze che promettendo «pace e sicurezza» stanno in realtà lavorando per la costruzione di un governo globale, basato su istituzioni non governative, che tolga la libertà all’uomo e lo sottometta al volere di pochi illuminati occulti. Questa è la prima considerazione difficilmente negabile nell’analisi di Thiel perché, se è vero che ci troviamo oggi di fronte all’Intelligenza artificiale intesa come nuovo strumento in grado di cambiare il paradigma della civiltà umana, è altresì vero che dall’invenzione di Internet in poi la tecnologia non ha fatto grandi salti, né dal punto di vista dell’affinamento della stessa Rete, né per quanto riguarda l’uso esteso delle tecnologie digitali, né per quanto attiene la medicina - giustamente Thiel fa notare che la cura per il cancro, che sembrava a portata di mano nel 1970, non ha conosciuto in realtà progressi decisivi -, né per quanto riguarda il grande orizzonte teoretico dei nostri tempi: la meccanica quantistica.
Secondo Thiel, la causa di questi esiti deludenti è da imputare alle forze anticristiche che vogliono ostacolare il progresso tecnologico per controllarlo unilateralmente e impostarlo secondo i propri fini ideologici. A questo punto Thiel propone la sua soluzione, che è in fondo anche quella di Elon Musk, la quale, presupponendo il dogma della Tecnica e della sua ineluttabilità, prevede l’assunzione degli esiti della Tecnica in prima persona garantendo così una «salvaguardia umanista» e sottraendo gli esiti ultimi della Tecnica all’uso che ne farebbero i nichilisti. Qui alcuni osservatori hanno sollevato dubbi sulla buona fede del proprietario di Palantir, il quale starebbe in pratica dicendo che, visto che il panoptikon e il controllo esteso dell’umanità è ineluttabile, meglio che in questa corsa arrivino per primi i tecnolibertari occidentali che la Cina. I dubbi sono più che giustificati e, malgrado la superficialità di chi vive mentalmente in un eterno 1979 e parla di «capitalismo fascista che punta a massimizzare i profitti», emergono in questo senso anche voci articolate e competenti.
Nel richiamare al grande pubblico i tributi che Peter Thiel deve a René Girard, col quale si laureò, segnatamente all’idea di Cristianesimo come di evento che rompe il meccanismo calcolante dell’atto sacrificale alla base delle società, Antonio Spadaro, riferendosi alle Conferenze, obietta che Girard, soprattutto in Portando Clausewitz all’estremo, in realtà ipotizzò la possibile neutralizzazione etica del nichilismo e delle dinamiche mimetiche nella storia, ma tale obiezione riposa sulla criticità di non individuare con chiarezza quale umanità - la Chiesa? - dovrebbe farsi carico di ciò e come. A maggior ragione appaiono già obsolete, oltre che singolarmente funzionali all’idea di «governo globale» o peggio di «partito unico», le teorie onniregolamentative che pensano di poter scendere a patti con il mostro tecnologico imponendogli una «algoretica» quando, seppur ancora non entrati nella singolarità, si stiano già verificando, nell’ambito dell’Ia, fenomeni eversivi e ostili contro gli umani, e ciò malgrado i limiti etici impostati. Non sbaglia però Spadaro quando fa notare che non è semplice parlare di Anticristo senza parlare di Cristo ma, se è plausibile l’accusa a Thiel di configurare soluzioni che sembrano proprio su misura delle sue imprese, lo stesso tipo di rischio si corre quando, per richiamare a Cristo, lo si fa ricorrendo alla categoria sociologica dei «poveri» - coloro che «avremo sempre con noi» - ricadendo forse nello stesso immanentismo di Thiel, un immanentismo che nega nei fatti il significato escatologico della Redenzione, antecedente a storia e società perché trascendente.
Rimane senza dubbio il grande paradosso accelerazionista di chi dice che per limitare bisogna togliere i limiti ma, chiarendo il fatto che ogni accelerazionismo è un messianismo e, in quanto tale, negante la funzione redentrice della Resurrezione, per comprendere questo snodo cruciale occorre rifarsi, più che a Leo Strauss o a René Girard, al convitato di pietra che raramente viene citato dai commentatori di Thiel: Nick Land. L’originalissimo pensatore inglese, tra i vari concetti elaborati nel corso degli anni, ha proposto l’idea secondo la quale, nel mondo governato dalla Tecnica giunta al suo massimo sviluppo, non sia il passato a condizionare il futuro quanto in realtà il futuro a «trascinare verso di sé» il passato e il presente retroagendo su di essi nei modi di una «iperstizione». In questo presupposto risiede l’accelerazionismo di Thiel cioè, in fin dei conti, ancora nell’imprescindibilità del dogma heideggeriano e nel tentativo di elaborazione di strategie di gestione della Tecnica: una sorta di presa d’atto del rischio ontologico che l’Apocalisse implica insieme alla venuta dell’Anticristo. Saremmo perduti se, laddove cresce il pericolo, non crescesse anche ciò che salva, e l’anticipazione heideggeriana della fase nella quale ci troviamo si svela come l’unica possibilità di pensare in termini di risposta alla Tecnica.
Certo, quando Heidegger parlò del nostro «dover dire sì e no allo stesso tempo» indicò una direzione e non un metodo, e a noi che viviamo nel mondo della natura corrotta non resta forse che approntare le difese, i confini, i castelli e le isole di libertà nelle quali rifugiarci per stabilire l’esistenza di un mondo possibile e alternativo a quello che la Tecnica sta costruendo. E se per riflettere su tutto ciò lo stimolo viene dal miliardario che ha inventato Palantir, dobbiamo avere l’onestà di ammettere che, se le fonti preposte a ciò tacciono, allora la Provvidenza sta facendo parlare le pietre.
Cognome e nome: Lerner Gad. Beirut, 7 dicembre 1954. «Sono un ebreo fortunato. Ero un bambino che divorava libri, un po’ rachitico e molto emotivo», e fin qui...
«Un italiano che ha vissuto da apolide per metà della sua vita», e fin qui...
«Un ex militante di Lotta continua che non ha motivi di vergognarsi. Il commissario Luigi Calabresi lo hanno ucciso nel 1972, io sono entrato in Lc nel 1973. Lotta continua mi ha dato più di quello che mi ha tolto», e uno qui comincia a meditare se sia il caso di lottacontinuare a seguirlo.
Quando poi si sbilancia su un recente episodio con una pesante illazione - da «mente raffinatissima», dixit Giovanni Falcone, ai tempi del fallito attentato all’Addaura - uno lo abbandona al suo destino.
«Siccome Giusi Bartolozzi, ex parlamentare divenuta capo di gabinetto del ministero della Giustizia, tutto è tranne che scema... mi viene il sospetto che quel suo invito a votare Sì “così ci togliamo di mezzo i magistrati”, paragonati a “un plotone di esecuzione”, sia un messaggio ben calibrato per sollecitare alla mobilitazione certi ambienti siciliani che sappiamo», leggi: i picciotti di Cosa Nostra.
Ora, rilevato che Bartolozzi, magistrata e siciliana, quell’espressione «fuciliera» se la sarebbe potuta e dovuta risparmiare, proprio pensando al sacrificio di Falcone, Paolo Borsellino e loro scorte, che dire del commento di Gaddino, come amava chiamarlo Giuliano Ferrara ai tempi di Otto e mezzo su La7?
«Non è una semplice critica politica: è un’accusa gravissima, formulata però sotto forma di allusione. E le allusioni, su temi così delicati, sono spesso più insidiose delle accuse esplicite» l’ha infilzato Osvaldo De Paolini sul Giornale.
Precisando: «Negli anni in cui seguivo le sue inchieste tv, cui ho partecipato più di una volta anch’io, ricordo un giornalista capace di indagare con serietà i nodi economici e sociali del Paese».
Oggi non più: «Dispiace dirlo, proprio perché da Lerner molti si aspetterebbero qualcosa di diverso: analisi, rigore, contesto. Non suggestioni infami, lanciate sui social come sassi nello stagno».
Ma perché sorprendersi? Che il sospetto sia l’anticamera della verità - come sosteneva il gesuita Ennio Pintacuda, ispiratore di Leoluca Orlando - nel mondo dei buoni e dei giusti è un dogma inscalfibile.
Nonostante Falcone l’abbia demolito sostenendo che sia in realtà «l’anticamera del khomeinismo» (lo sostenne quando fu messo sotto inchiesta dal Csm e fu chiamato a discolparsi: giova sottolinearlo oggi, domenica referendaria).
La polemica ha avuto un unico effetto: far parlare ancora un po’ del referendum sulla giustizia?
Macché: farci apprendere che Lerner è vivo e lottacontinua insieme a noi..
Un mago nel sapersi riposizionare, sempre nel ruolo del consigliere numero uno.
«Quando Massimo D’Alema dice, rivolgendosi a Giuliano Pisapia, “tu sei il leader”, noi ci tocchiamo i cosiddetti» confidò ad esempio nel luglio 2017, rivelando tali pratiche apotropaiche, quando - tanto per cambiare - nel pollaio del centrosinistra non si capiva chi dovesse essere il gallo. Ma il problema non era l’investitura di Pisapia (che - giova sottolinearlo oggi, domenica referendaria - voterà Sì), ma che l’avesse formulata Dalemix.
Infatti, ecco il Fatto quotidiano dell’11 febbraio 2017: «Pisapia è il nuovo Romano Prodi, solo con lui si torna a vincere».
Firmato: Gad Lerner.
Un bel bacio, e buonanotte alla leadership dell’ex sindaco di Milano.
Lasciamo stare i cosiddetti - chè ravanare le parti basse a una certa età può rivelare spiacevoli sorprese, memori di come Enzo Biagi fulminò Giorgio Bocca quando il collega, vedendo la scenografia «da obitorio» di una sua trasmissione tv, aveva riferito che gli veniva voglia «per scaramanzia» di toccarsi le parti basse: «Caro Giorgio, toccati la testa, così fai prima» - e rendiamo merito a Lerner di essersi poi scusato per quella battuta grossolana.
Ma non si può non registrare con ammirazione la sua capacità di cantarsela e di suonarsela, uscendo da ogni situazione con invidiabile aplomb.
Ricordate quando nel maggio 2020 salutò Repubblica per sbarcare al Fatto quotidiano, «un giornale senza padroni»?
Stefano Cappellini, che del giornale fondato da Eugenio Scalfari è vicedirettore, lo colse subito sul Fatto: «Uh, ora che non ha più padroni, chi lo porterà in barca quest’estate?», memore dei soggiorni del Nostro, ospite in Costa Smeralda dell’ingegner Carlo De Benedetti, suo editore, venuti dopo le gite in elicottero con Gianni Agnelli, suo editore a La Stampa.
Da qui le social-etichette urticanti: «Partigiano al caviale», «Capo delle Brigate Rolex».
Il Lerner errante non vaga mai senza una meta.
1991-1994. Partecipa a Passo falso, programma di interviste su Rai3, dove poi conduce Profondo Nord e Milano, Italia.
Aldo Grasso, Enciclopedia della Televisione, Garzanti 2008: «Diventato quindi vicedirettore de La Stampa, congedandosi dal piccolo schermo con il consueto understatement: “La tv è un posto nel quale è giusto stare per un certo tempo e non di più”».
Bene, bravo, bis.
Quindi dove ritroviamo il Lerner situazionista (della situazione sua)?
Ma in tv, ovvio.
1997. Torna in Rai con Pinocchio.
2000. Direttore del Tg1.
Ottobre, stesso anno: dimissioni, dopo le polemiche per la messa in onda di un controverso servizio sulla pedofilia.
Andandosene, sganciò furbescamente in tv una formidabile arma di distrazione di massa, facendo seguire all’ammissione di colpa la denuncia di un misfatto ai suoi occhi ancor più grave: la richiesta ricevuta dal presidente della commissione parlamentare di vigilanza Mario Landolfi di sistemare una stagista.
Risultato? La muta delle iene dattilografe, ça va sans dire: democratica e antifascista, si avventò sull’osso che Lerner gli aveva lanciato, e tanti saluti allo scandalo delle immagini trasmesse.
2001. Contrattone da direttore del Tg La7.
Stesso anno, 11 settembre. Dimissioni (aridanga) con stratosferica liquidazione, prevista dal contratto sottoscritto con Roberto Colaninno.
Riassunzione nella stessa rete per concessione di Marco Tronchetti Provera, così da riequilibrare -con l’innesto del Lerner prodiano- la conduzione del Ferrara berlusconiano.
Giuliano Ferrara: «Lo trovo opportunista, vile, corrivo, obliquo, venato di una certa infamia da primo della classe e delatore del vicino di banco, ma anche intelligente, colto, curioso, vitale».
Tra loro saranno scintille, perché il fondatore del Foglio si divertiva a sfotterlo e a farlo innervosire.
«Hai i dobloni che ti escono dalle orecchie, come dice il mio amico Pigi Battista», lo apostrofa.
«Stai parlando da inizio puntata, arriva al punto sennò è una gran rottura di coglioni», lo zittisce.
Lerner alla fine reagì con un argomento che lo avrebbe indignato , se l’avesse sentito usare da un altro: «Giuliano, scusa, hai le mestruazioni?».
Che non è un bel dire per chi anni dopo si ergerà, nel suo programma L’Infedele, a paladino delle donne davanti al «machismo» di Silvio Berlusconi nei confronti delle medesime.
I loro battibecchi mi consentirono di confezionare una rubrichetta che ebbe un certo qual seguito, che intitolai Stanlio e Ollio.
Torniamo a oggi, anzi a un anno fa.
Aprile 2025. Lerner lascia anche il Fatto, per l’eccessiva «indulgenza mostrata a mio parere di fronte all’ascesa delle destre nazionaliste e fascistoidi, da Trump a Putin fino a casa nostra», ma ringraziando Marco Travaglio per la libertà di cui ha goduto.
E dire che anche con il Nostradamus della (geo)politica nostrana non sono sempre state rose e fiori.
Quando il Travagliato era in tv con Michele Santoro, in un’intervista a La Stampa Lerner li mise a nudo, per dir così: «Devono sempre dimostrare di avercelo più lungo di tutti».
E Travaglio, alzandosi al suo livello: «Noi ce l’abbiamo normale, sembra lungo perché gli altri ce l’hanno troppo piccolo», alé.
Non diverso il tenore della polemica - tutta interna all’autoreferenziale mondo dei giornalisti autoreferenziali - tra Lerner e Paolo Mieli, ospiti di Enrico Mentana su La7 (con un trio così, c’era da chiamare un’esorcista).
Mentre l’ex direttore del Corriere della Sera spiegava le difficoltà dello storytelling sugli intrecci reali tra politica e economia, Lerner entrò a gamba tesa: «Mannaggia a te, Mieli, se avessi pubblicato più analisi di Massimo Mucchetti (ex editorialista del Corriere, ex senatore Pd, nda) quando eri direttore, ne avremmo capito di più... ho dovuto invitarlo io nella mia trasmissione L’Infedele per fargliele dire».
E Mieli, serafico mentre reagiva con un fallo di reazione (da dietro): «Mea culpa, Gad. Sei stato bravo a ricordarlo. Anche eroico, perché davanti a quelle vessazioni, il fatto che nel mondo dell’informazione ci sia stato una persona come te, limpida e trasparente, è una confortante garanzia».
Mentana preferì manzonianamente troncare e sopire.
Lerner in fundo: «Che sia cattivo non credo sia una novità, credo sia la sua prevalente natura». E se lo afferma Sua Santità Walter Veltroni, il papa del buonismo...

