
In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.

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Alzi la mano chi, oltre chi scrive (eh eh), a volte pranza con un tramezzino e un contorno di verdure. Quando il tramezzino fa da pranzo, il suo nome potrebbe indicare l’inframmezzare la colazione e la cena e non il pranzo e la cena, come era all’inizio della storia del tramezzino italiano: per tale motivo il tramezzino si chiamava così. Era il piccolo «tramezzo» tra i due pasti principali della giornata.
Proprio quest’anno, il tramezzino compie 100 anni. E, per questa ricorrenza, venerdì 13 marzo ovvero fra pochi giorni, negli spazi della Centrale Nuvola Lavazza di Torino si svolgerà Tramezzino100!, una celebrazione tutta torinese di questo spezzafame che in Italia, ormai, è diventato iconico e si fa apprezzare a qualunque orario (sì, lo so, iconico è un termine che sta antipatico a tanti, tuttavia non ha un sinonimo altrettanto efficace).
Sempre quando chi scrive deve fare una colazione abbondante e tardiva, di domenica, a volte inventa una specie di «brunch italiano» con tramezzino, preferibilmente imbottito di pesce, come gamberetti e rucola o salmone affumicato e fette di arancia, cappuccino e caffè, ma sono tanti quelli che ogni giorno fanno colazione con un tramezzino.
Il tramezzino è un sandwich italiano. È, insomma, l’italianizzazione del sandwich angloamericano. Siamo chiari. Certamente l’idea di mettere del companatico tra due piccole fette di pane non nasce col sandwich. Addirittura, tra gli antenati del sandwich viene citato il korech, un paninetto ebraico la cui caratteristica fisica che più fa ricordare il tramezzino è la sottigliezza del pane. Il korech, infatti, è il cosiddetto «panino» creato dal saggio Hillel unendo la matzah (pane azzimo) e il maror (erba amara) per adempiere al precetto biblico di mangiare l’agnello pasquale insieme a delle erbe amare. Questa preparazione si realizza durante la cena del Seder di Pesach (la Pasqua ebraica). Dopo aver mangiato il matzah (da solo) e il maror (da solo), e prima del pasto principale (Shulchan Orech), si prendono due pezzi di matzah (solitamente la terza matzah, o matzah kohen), si inserisce tra di essi l’erba amara (spesso lattuga romana o rafano) con anche il charoset (un composto dolce di frutta e noci) e si mangia. Si tratta di un panino dal forte simbolismo, legato direttamente alla storia del popolo ebraico: l’amaro delle erbe rappresenta la durezza dell’esperienza in Egitto, mentre il pane rievoca la speranza e la dolcezza della libertà.
golosità da conte
Nello specifico angloamericano, invece, in origine il sandwich era un paninetto che si mangiava accanto al tè del pomeriggio (tea sandwich), durante i picnic e durante le lunghe partite a carte notturne dei nobili. Proprio quest’uso ha dato il la alla tesi dell’origine del sandwich dalla pratica del gioco. Secondo questa tesi, inserire il companatico tra due fette di pane permetteva di «impugnare» la preparazione con una sola mano, senza usare l’altra, occupata a tenere le carte da gioco. Il sandwich non è una ricetta di pane con qualcosa di stabilito dentro, è la ricetta di due fette di pane con qualcosa dentro, quindi è una tipologia culinaria, non un unicum. Poi, ovviamente, si sono codificati vari sandwich. Altra caratteristica del sandwich è quella di usare un pane morbido e sottile, diverso dal pane fatto di acqua, lievito e farina.
Secondo tanti, il nome sandwich si deve al nobile britannico John Montagu che era il IV conte di Sandwich. Secondo alcuni di questi, fu costui a pensare di coprire una fetta di pane con una farcitura messa sopra, la preparazione tipica che chiamiamo crostino, con un’altra fetta. Ma questa ricostruzione non è certa. Secondo altri Montagu avrebbe solo «diffuso» la pratica, non l’avrebbe inventata. Sia come sia, il sandwich inteso in senso angloamericano è il panino per eccellenza, in senso italiano, invece, il sandwich è un tipo esotico e preciso di «panino» molto diverso dai panini italiani e ha acquisito il suo nome italiano, tramezzino, con tutta una serie di interpretazioni locali molto ghiotte. Il tramezzino veneziano ha la forma a cupola e ci si può trovare dentro il baccalà mantecato, tipico della regione veneta. Il tramezzino romano accoglie mozzarella e cicoria, la verdura più amata nella capitale, insieme col carciofo. Il tramezzino è ormai entrato nella tradizione italiana tutta, ma ci sono città, come Torino, Venezia, Roma, dove ce ne sono talmente tanti che si potrebbe certamente campare di tramezzini.
Il sandwich viene descritto per la prima volta in Londres (1770), titolo francese poi tradotto nel 1772 in terra inglese col titolo A tour to London: nel libro scritto dallo scrittore francese Pierre-Jean Grosley dopo che ebbe passato tutto il 1765 a Londra, sono annotate impressioni di quel viaggio. E dei sandwich. Le prime ricette di sandwich si trovano attestate dall’inizio dell’Ottocento. Se in Gran Bretagna è un paninetto che affianca il tè, il tea sandwich, a un certo punto, con la Rivoluzione Industriale, che «sdogana» molte cose prima riservate ai ricchi, il tramezzino diventa uno spuntino anche popolare. Non per democrazia, ma per guadagnare ulteriormente di più vendendo ai poveri, che sono tanti, come pare dicesse Ettore Petrolini: gli operai avevano bisogno di qualcosa da mangiare più velocemente possibile durante il lavoro e il sandwich era perfetto.
Secondo molti il nostro sandwich, il tramezzino italiano, nasce a Venezia, secondo altri a Torino, per la precisione al Caffè Mulassano: Angela Demichelis e il consorte Onorino Nebiolo, due torinesi emigrati in America, tornando a Torino acquistano il Caffè Mulassano e decidono di introdurvi il panino fatto col sandwich bread che avevano conosciuto negli Usa, il tipico pane morbido a forma di parallelepipedo. Era il 1926. Secondo altri, già decenni prima nei bar di Torino circolava il concetto di sandwich angloamericano. Nel 1846 il cuoco dell’ambasciatore d’Inghilterra a Torino, Francesco Chapusot, ne La vera cucina casalinga: sana, economica e dilicata aveva pubblicato la prima ricetta italiana (si tratta di un sandwich fatto con pane imburrato e prosciutto).
Da dovunque sia arrivato, il tipico pane anglosassone morbido e dalla forma geometrica con cui si prepara il sandwich, il sandwich bread, è molto diverso dalla pagnotta di pane italiano. E ancora diversi dalla pagnotta italiana, anch’essa declinata in mille tipi, stante la ricetta di base acqua, farina, lievito, sono i millemila tipi di panini tipici che abbiamo, dalla ciriola romana alla michetta milanese passando per la biova piemontese e la mafalda siciliana. Quindi il tramezzino, questo sandwich all’italiana, si trova un posto accanto agli altri panini locali, specializzandosi come «merenda» mattutina o pomeridiana.
Il tramezzino si mangia per lo più freddo (anche se ci sono alcuni che lo preferiscono leggermente scaldato anche con farcia fredda, come la sottoscritta). Ha forma triangolare, che deriva dalla fetta di pane rettangolare o quadrata tagliata in due e privata del bordo e accoglie i più svariati ripieni, spesso realizzati con salumi e formaggi di cui siamo ricchi, adagiati su una sottile passata di maionese che italianizza e sostituisce la passata di burro angloamericana. Il sandwich bread italiano si chiama pane in cassetta.
conio dannunziano
La prima attestazione della parola tramezzino in italiano è del 1872 e secondo alcuni è da attribuire a Gabriele D’Annunzio. Comunque sono attestate anche altre denominazioni locali piuttosto originali come panino gravido in Toscana, panino imbottito a Roma e italianizzazioni simpatiche come sanguiccio, sangueviccio e sanduiccio e tartina di pane.
Dal punto di vista nutrizionale, un tramezzino apporta all’incirca tra 250 e 350 kcal ogni 100 grammi. 100 g di tramezzino contengono circa 20 g di grassi, 30 g di carboidrati e 10 g di proteine. Sono valori indicativi, che cambiano in base al ripieno: uovo e salame sarà diverso da prosciutto cotto e mozzarella light. Abbiamo detto che il pane per tramezzini, il pane in cassetta, è un pane molto diverso dal nostro tipico pane italiano acqua, farina e lievito. Questa differenza è gustativa, ma anche nutrizionale. Il pane per tramezzini è un pane assai morbido, con crosta, anche, morbida, e questa morbidezza è data dal latte e dai grassi. Le calorie per 100 g, che sono generalmente tra 220 e 250 ogni 100 g, sono date dai grassi e per questa ragione va consumato con moderazione. A maggior ragione quando compone un tramezzino: il tramezzino può essere sì uno spezzafame, una merenda, ma non bisogna esagerare nel mangiarne soprattutto se si segue un regime alimentare dietetico.
Marco Ferreri, il più enigmatico regista italiano, soffriva d’insonnia. Trascorreva varie notti a vedere i film con Jerry Calà. In un’intervista tv antecedente al 1993 osservò: «Calà mi piace». Infatti, colui che consacrò Ugo Tognazzi, Ornella Muti, Gérard Depardieu, volle proprio il Gatto emerso nel 1977 a Non stop, come protagonista di Diario di un vizio. Tuttavia, l’apice della «libidine» per l’attore siciliano, classe 1951, trasferitosi prima a Milano e poi, dopo la prima media, definitivamente a Verona, si verificò al Festival del cinema di Berlino.
Premio come miglior attore dal gotha della critica. Ma colpì un altro gigante della regia, Werner Herzog. Così lui - figlio di un dipendente delle Fs («capufficio delle informazioni a Verona, grande interprete di tedesco, inglese e russo» ricorda) - «fighetto» e yuppie nelle commedie di Carlo Vanzina e Marco Risi, esperì la sua massima realizzazione. Firmò poi, alla regia, alcuni film, lo pretese anche Pupi Avati e oggi annuncia una nuova opera, una sorpresa.
Ricordi il momento in cui Ferreri ti contattò e la tua reazione?
«Ero in macchina, in autostrada. A un certo punto mi suona il telefono. C’era un distributore. Entro. Rispondo. Dall’altro capo sento questa voce inconfondibile, di Marco Ferreri, che parlava un romano con accento milanese. “Sono Marco Ferreri. Calà, come sei? drammatico?” (ne imita alla perfezione la voce, ndr). E io dissi: “Maestro, sono bravissimo”. “Bene, e allora fai un film con me”. Tun. Ha messo giù il telefono. Penso: “Ma che cazzo è sta’ cosa qua?”. Siccome ero molto amico della sua costumista, l’ho chiamata. “Ma tu sai qualcosa?”. “Jerry, non ti volevo levare la sorpresa ma questa cosa è vera”».
Vi conoscevate già?
«Abbiamo intrapreso un’amicizia molto prima di girare il film. Mi invitava a casa sua a Roma, cucinava il pesce. Diceva “sai, la notte non dormo e allora me guardo tutti i tuoi film. Ho capito che tu sei comico, saresti pure bravo nel drammatico”. “È un onore per la mia carriera”. Onorato perché mi ha coinvolto anche nel casting. Sabrina (Ferilli, ndr) l’ho scelta io, capito? Tra una rosa di candidate dissi che ne avevo sentito parlare molto bene. “Però al provino voglio anche te”. Poi Sabrina arrivò e, come immaginavo, impazzì per lei».
La coppia tra il tuo personaggio, Benito, e lei, Luigia. Si tradiscono. Lui vende detersivi, sogna di insegnare filosofia, vive avventure erotiche con ragazze annotando in un diario la sua vita.
«Lui era avanti, anticipava la lotta fra poveri, capito? Tra gli extracomunitari e gli italiani poveri».
Cosa voleva dire Ferreri?
«Non voleva dare nessun messaggio. Una volta, mentre giravamo, mi disse “vedi Jerry, adesso se improvvisamente faccio passare un nano su questa scena ci scrivono sei libri e invece io non volevo dire niente”. Fra l’altro il diario era vero, era stato trovato in una pensione di infima categoria in Francia».
Ornella Muti mi ha raccontato che la fece quasi uscir di testa.
«A me andò abbastanza tutto liscio. L’unica cosa è che mi prendeva in giro perché, siccome questo film era a basso costo, quella mattina sul set - giravamo davanti a una stazione secondaria di Roma - mi disse “Calà, te sei abituato ad avere un ottone, invece io te faccio cambia’ nei cessi della stazione”. Per me non era un problema, a me non sembrava vero di essere il protagonista del film di un regista con cui avevano lavorato la Muti, Noiret, Depardieu… Una volta mi sono accorto che quando dava l’azione chiudeva gli occhi. Gli chiesi “Marco, ma tu chiudi gli occhi anche quando faccio la scena?”. E lui “Calà, io la scena la sento, nun me frega niente di vederti“».
Nella relazione tra un uomo e una donna quanto conta il sesso?
«Eh la Madonna, cosa ti posso dire? Sarebbe triste se una relazione fosse basata solo sul sesso, un collante importante in una coppia, ma credo che in una relazione ci debba essere anche qualcos’altro».
Hai avuto molte storie. Le hai capite le donne?
«Il pianeta donna (pausa, sorride, quasi sornione, ndr)… Il pianeta donna è molto complesso. Mah, guarda, devo dire che credo di conoscerle abbastanza, non per le relazioni che ho avuto nella mia vita ma anche perché ho avuto la fortuna di avere molte donne come amiche e quindi confidenze che magari a un partner non si fanno…».
E quanto all’eternità di un amore?
«Bisogna vedere cosa s’intende per amore. L’amore, in senso globale, il bene che si vuole a una persona, se è vero, può durare per sempre. Riferendomi alla domanda che mi hai fatto prima, il sesso è molto raro che duri per sempre. L’amore, l’affezione possono senz’altro durare per sempre».
Tornando a Berlino, 1993. La Stampa scrisse: «Jerry Calà di rara bravura». I grandi giornali si scusarono per averti trattato male. Una rivalsa?
«Certo, mi emozionai tanto perché per darmi il premio mi fecero una sorpresa invitandomi in un ristorante, L’orso, a Berlino, vicino a dove stava il Muro. Io non sapevo niente e arrivai in questa sala dove vedo il gotha della critica italiana che si alza in piedi, applaudendomi. Mi dissero “guarda ti vogliamo dare questo premio e anche chiedere un po’ scusa per averti un po’ bistrattato”. Ma quando poi ho ripreso a fare le commedie hanno ripreso a bistrattarmi (ride, ndr)».
In alcune fonti, tipo Wikipedia, si legge che colpisti Wim Wenders…
«Sbagliano. Non era Wenders ma Herzog».
Ah, il grande Werner Herzog, il regista di L’enigma di Kaspar Hauser, Fitzcarraldo…
«Era venuto a vedere il film. Seduto vicino a me. Alla fine - io parlo un po’ tedesco, mio padre era interprete - mi fece una domanda strana, “hai figli?”, io dico “no, non sono sposato, non ho figli” e lui “quando ne avrai uno fagli vedere questo film, ne devi essere fiero”. Gli dissi “danke”. Poi arrivò l’ufficio stampa: “Ma sai chi era quello seduto vicino a te? Herzog”. “Oh cazzo”».
Più avanti un figlio l’hai avuto…
«Sì, mi sono sposato nel 2002 e mio figlio è nato nel 2003».
E hai messo in pratica il consiglio di Herzog?
«Certo, mio figlio è un cinefilo e si è appena laureato alla Civica scuola di cinema Luchino Visconti di Milano. Ha già fatto due docufilm, uno, sul calcio e i giovani, è oggi su Prime Video, insomma sta già muovendo i primi passi come regista. Sono molto fiero di lui…».
Ma perché un attore comico è apprezzato di più quando fa il drammatico?
«Perché questa è una provincialità tipicamente italiana. Ad esempio in America quando ti presenti a qualcuno e ti chiede “what you doing in the life?’ rispondi “I’m an actor”; ma se dici “I’m a comedian”, aaah, s’inchinano, qui se dici comico è un po’ dispregiativo».
Ogni tanto il cinefilo giustamente si gode anche una commedia leggera…
«Ho avuto la fortuna di fare commedie ancora oggi osannate e diventate cult, Sapore di mare, Vacanze di Natale, Yuppies… Ancora sono programmati, anche in prima serata. Questa cosa è bellissima perché mi ha fatto conoscere anche ai giovani che magari quando quei film sono usciti non erano ancora nati. Infatti ai miei spettacoli in teatro o nelle piazze d’estate ho un pubblico oso dire trans-generazionale, “siamo cresciuti con i tuoi film”, o giovani che mi dicono “non avevate paura a sparare le battute mentre oggi, col politicamente corretto, non è più così?”».
Ma quel celebre «prrrooova» a Non stop o «che libidine» come sono nati?
«Dall’osservazione. C’era uno spot dove un attore scandinavo diceva “avete mai prrrooovato la freschezza della primavera in Scandinavia?”. Mi faceva ridere e allora io ci mettevo “Prrrooova!”. “Che libidine” veniva detto da molti nelle notti milanesi e l’ho fatto mio…».
Ti senti con gli altri Gatti, Oppini, Smaila, Salerno?
«Certo, certo! Facciamo anche belle cene, bei pranzi, dove ci divertiamo ancora a prenderci in giro l’uno con l’altro e chi è tavola con noi assiste a degli spettacolini improvvisati perché non abbiamo perso la verve, noi quattro iniziamo subito a sparare battute a raffica».
E con Mara Venier?
«Come no! È una delle mie più grandi amiche. Siamo stati bravissimi, veramente c’è un affetto enorme, come c’è un grande affetto con Elisabetta, che ho un po’ cresciuto e ora, essendo rimasta senza papà, sono io il suo papà».
Sulla spiritualità che posizione hai?
«Io sono credente, non praticante. Spesso mi ritrovo a pensarci e anche a rivolgermi a Dio, soprattutto quando mi scappa qualche brutta parola, subito dopo dico “scusami Signore”. Comunque ho un dialogo con qualcuno che non ho ancora capito bene, forse nessuno capirà mai, qualcuno che ci guarda da lontano e anche da molto vicino. Comunque qualcosa ci deve essere e se quando vado di là non c’è niente m’incazzo».
Novità professionali?
«Sì, non ne posso ancora parlare ma sarà un grande ritorno al cinema, non da solo. Preparatevi! Sarà una sorpresa. Torneremo con un gruppo di amici fortissimi».
La scena iconica alla Capannina in Sapore di mare (1983) di Carlo Vanzina. Tu non ricordi Marina (Suma). Lei sì…
«Una figura barbina proprio, “un biglietto per tutte le lettere che non ti ho mai scritto”. Carlo Vanzina è stato bravissimo a cogliere gli sguardi miei e di Marina. Carlo mi disse “concentrati perché con questa scena puoi entrare nella storia del cinema, la giro alla Sergio Leone, carrello in avanti e io indietro sui tuoi occhi”. Dissi “cazzo, Carlo”».
C’è un po’ di Jerry in questa scena?
«Sì, senz’altro. La malinconia. Da buon Cancro sono molto mutevole di umore, passo dall’euforia alla quasi depressione in pochi minuti…».
Aumenta il petrolio e il costo dei carburanti schizza alle stelle. È una speculazione clamorosa. Adesso tocca alle bollette.
La frase «si sta rivoltando nella tomba» è una frase forte. Nella frase c’è il senso di un’indignazione profonda, della disperata coscienza di aver speso la propria vita a inseguire qualcosa che è stato non solo tradito, ma infangato.
Il concetto di diritto internazionale nacque un po’ alla volta. È un’architettura complessa. Prima che Ugo Grozio lo trasformasse in un sistema ordinato, il mondo somigliava a una enorme piazza di un mercato caotico: popoli che si sfioravano, si scambiavano cortesie o colpi di spada, senza un vero manuale d’uso. E tuttavia, sotto quella confusione apparente, alcuni spiriti inquieti già cercavano un filo logico. Alberico Gentili, per esempio, italiano di lingua tagliente e mente geometrica, osservò che la guerra non poteva essere trattata come una rissa di vicinato. Bisognava separarla dal diritto civile, darle una sua grammatica, magari severa, ma pur sempre una grammatica. Francisco de Vitoria, nella quiete vigile di Salamanca, guardava invece agli incontri con i popoli lontani e pensava che per regolare i rapporti tra genti diverse servisse un ius gentium che avesse la stessa aria necessaria e semplice delle leggi naturali. Poi arrivò Grozio. Olandese, protestante, pragmatico come una nave mercantile e insieme visionario come un esploratore. Mettendo ordine tra ragione, storia e consuetudini, compose De iure belli ac pacis e disse, con la tranquillità dei rivoluzionari veri, che gli Stati potevano convivere secondo regole fondate non solo su Dio, ma su un qualche consenso reciproco.
Credo che i tre autori si stiano rivoltando nella tomba all’idea che l’ideale da loro creato è ora invocato per protestare a favore di Maduro e Khamenei, due dei più tragici criminali che mai abbiano insanguinato i popoli. In Iran la Repubblica Islamica ha introdotto la lapidazione, il matrimonio delle bambine, il matrimonio a tempo, il «sigheh», forma di unione temporanea: un uomo «sposa» una donna, spesso una ragazzina, la usa per qualche giorno o qualche ora, poi la ripudia. I gay impiccati alle gru, i ragazzi ammazzati a migliaia non sono stati sufficienti perché le vedove di un dittatore atroce non si riversassero nelle strade a piangerlo, mentre i fuoriusciti iraniani in quelle stesse strade ballano felici. La Repubblica Islamica ha sempre dichiarato che lo scopo supremo della sua esistenza è la distruzione dello Stato di Israele e lo sterminio del suo popolo. Qualcuno spieghi alle dolenti prefiche di Khamenei che nessun diritto internazionale ha mai protetto uno Stato che dichiara tra i suoi fini la distruzione di un altro Stato e di un popolo.
E poi a rigirarsi nella tomba, nel vedere lo scempio della parola antifascista, ci sono gli antifascisti, sicuramente zio Tonino (avvocato Antonio Indaco, il fratello di mia nonna), i partigiani della divisione Osoppo, quelli di Giustizia e Libertà e gli innumerevoli altri che hanno combattuto sul serio. A rivoltarsi nella tomba nel vedere giovinastri di ottima famiglia con mamma che li dichiara bravi ragazzi e invasori islamici distruggere le nostre stazioni mentre la polizia immobilizzata dalla magistratura sta a guardare, c’è sicuramente la staffetta partigiana Oriana Fallaci. A rivoltarsi nella tomba c’è Primo Levi, partigiano di Giustizia e Libertà, a vedere la Brigata Ebraica presa a insulti il 25 aprile dall’Anpi.
Col termine fascismo si intendono due cose: il movimento creato da Benito Mussolini, durato un ventennio e sconfitto dagli angloamericani, oppure un qualsiasi movimento che ritenga lecito l’uso della violenza contro gli oppositori. Nulla è più fascista del comunismo, non a caso le due ideologie sono state alleate. Il fascismo, quello vero, quello di Benito Mussolini, è morto con lui, non risorge se qualcuno canta Faccetta nera e saluta col braccio teso, gesti che in una democrazia decente, che non ha paura della sua ombra e nemmeno di quella del Duce, dovrebbero far parte della banale libertà di pensiero e opinione. Se invece prendiamo come definizione di fascismo l’uso sistematico della brutalità a sostegno delle proprie idee, riconosciamo che il fascismo imperversa. Il fascismo è tornato, ma ha pensato bene di presentarsi con un nome nuovo: antifascismo. Così la violenza diventa pedagogica, l’insulto salvifico, il vandalismo un atto di «giustizia poetica». Il muro imbrattato non è più un reato di vandalismo, come la stazione distrutta, ma un momento di sacrosanta indignazione. Come Primo Levi trovo una violenza di tipo fascista, gratuita e impunita, lo scrivere sui muri: ma questi perché non scrivono sui muri delle camere da letto delle loro mamme? E come Primo Levi sono estremamente lieta di non aver mai trovato una scritta su un muro con cui fossi d’accordo. Le piazze si sono trasformate in palcoscenici di una nuova liturgia civica. I cortei armati sono sorretti dai cosiddetti maranza, cioè dall’alleato islamico esattamente come l’islam fu alleato del nazifascismo. E quando scappa la mano, perché la mano scappa sempre, basta insegnarle il tragitto, e si passa dal vetro rotto al cranio fracassato, il nuovo antifascismo scrolla le spalle con un fatalismo sorprendente: la violenza? Come si fa a non capirla? Così, nel gran mercato delle opinioni, anche l’omicidio ha trovato i suoi commercialisti morali. Che si tratti di un attivista americano o di un ragazzo francese, ecco apparire giustificazioni che neppure il vecchio, defunto esecrato regime sarebbe riuscito a produrre con tanta creatività. «Non era proprio un santo», «se l’è cercata», «bisogna contestualizzare»: un rosario di attenuanti recitato con la stessa compostezza con cui un tempo si giustificavano le bastonate. E poi c’è la demonizzazione dell’avversario, raffinata arte che il fascismo aveva portato ai suoi splendori più discutibili. Non si discute più con chi pensa diverso, lo si classifica. Fascista, omofobo, sionista o nella migliore delle ipotesi folle. Lo si isola. Io non posso partecipare a fiere del libro, entrare nelle scuole, come Pucci è fuori dal festival di San Remo. I buoni non ci vogliono. L’avversario non sbaglia, è sbagliato, anche malato. Patologia grave, contagiosa, da isolare a colpi di slogan e moralismi urlati. Il risultato è che, fingendo di combattere i fantasmi del passato, si può impunemente copiarne le ombre. Una caricatura di antifascismo che non difende la libertà, ma la odia.
Ma c’è un altro punto dove si rigira nella tomba ogni combattente che ha contribuito a creare il nuovo Stato italiano, dai partigiani della divisione Osoppo, ai padri costituenti, a ogni uomo e donna che con la caduta del fascismo ha osato sperare che un mondo di giustizia potesse nascere. Ancora più grave di tutti gli innocenti che stazionano nelle carceri italiane, è la deportazione dei bambini. La famiglia del bosco è solo la punta di un iceberg enorme e mostruoso. Siamo una nazione che permette a un pugno di impiegate statali, classificate da studi mediocri e da una mostruosa uniformità politico-ideologica, con poteri infiniti e infinita immunità, insieme ai magistrati che hanno alle spalle, di distruggere famiglie e deportare bambini, uccidendo per sempre ogni possibilità di felicità, facendo danni atroci e irreversibili al loro corpo e alla loro psiche, a volte consegnandoli anche a pedofili già riconosciuti come tali come al Forteto. Gente innocente è costretta all’incubo peggiore: la deportazione dei figli inghiottiti da un sistema che vuole la morte delle loro anime, ampollosamente chiamata emotional freezing: la psiche dei bambini annientata nel dolore. In nome del popolo italiano, in nome di libertà e decenza conquistate con lacrime e sangue, tutto questo deve finire. Subito. Che il Parlamento eletto dal popolo italiano metta a punto leggi che salvino di bambini dalla deportazione e dall’emotional freezing. Che ogni bambino possa restarsene al sicuro nella sua casa.

