
In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.

In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.
«È stato tutto così improvviso. Inaspettato. Non sapevamo nulla della cattura di Maduro. Sono felice, ringrazio l’Italia. Ora posso fumare una sigaretta?». Non sapevano nulla della cattura di Maduro ma è stato proprio grazie a quell’arresto che Trentini è potuto ritornare a casa, assieme agli altri italiani prigionieri. Trentini era diventato un simbolo politico, specie perché a sinistra dava fastidio che il governo avesse già liberato in un blitz Cecilia Sala dalle grinfie di un altro governo di fetenti, l’Iran degli ayatollah; roba che se adesso pensi cosa le avrebbero fatto se il governo non avesse agito con la massima solerzia ti viene la pelle d’oca. Ma appunto Cecilia Sala era stato un grande successo del governo italiano e della rete diplomatica connessa. La stessa che ha agito con il fiato sul collo col passare del tempo, negli ultimi giorni un pochino di più, per riportare a casa Alberto Trentini e Mario Burlò. Non sapevano della cattura di Maduro, loro. Invece quelli della sinistra, la Cgil e Maurizio Landini lo sanno benissimo. Tant’è che nei giorni della cattura hanno allestito frettolosamente una manifestazione contro gli Stati Uniti di Trump. Che però ci ha dato una mano enorme nelle trattative per la liberazione.
Per Landini, Trump è un nemico della democrazia. E allora, domando al leader del sindacato rosso, con che faccia si metta a suonare trombe e grancassa. »La liberazione di Alberto Trentini e degli altri prigionieri italiani è finalmente un’ottima notizia. Chiediamo libertà e giustizia per tutti i prigionieri politici, i giornalisti, i sindacalisti e gli attivisti incarcerati dal regime di Maduro», ha commentato in una nota il numero uno della Cgil. Una nota che vorrebbe tenere tutto furbescamente assieme: Landini è felice della liberazione che arriva per merito del governo Meloni e della Casa Bianca, ma non lo ammette. Se il sindacalista chiede libertà e giustizia per tutti i prigionieri del regime, significa non solo che Maduro faceva parte delle cricca dei fetenti ma che andasse disarcionato: beh, allora il blitz degli americani andava fatto.
Non c’era un altro metodo per destituirlo, a meno che Landini non voglia esportare l’inutile e arrogante metodo degli scioperi come strumento di trattativa. «La Cgil - prosegue il leader della Confederazione - in coerenza e a sostegno delle posizioni del sindacato mondiale, è dalla parte della democrazia, dei diritti umani e del diritto internazionale, in Venezuela come in Iran, dove in queste ore si sta compiendo uno dei più gravi crimini contro l’umanità per mano del regime teocratico al potere. La Cgil è scesa in piazza sin dal 2022 con il movimento “Donna vita libertà”, dopo l’uccisione della giovane Mahsa Amini, e continuerà a essere al fianco di chi chiede libertà e democrazia in ogni parte del mondo».
Una roba tipo concorso Miss Italia: vorrei la pace nel mondo. E ancora: «La Cgil - conclude Landini - è per “costituzione” contro ogni forma di dittatura e di autoritarismo: i diritti dei lavoratori, la libertà di manifestare e i diritti sindacali sono parte fondante della democrazia». In altre parole Trentini è già archiviato, ora bisogna pensare all’Iran. È incredibile la faccia tosta con cui riescono a mettersi davanti alle telecamere. Trentini allora era solo un pretesto per fare campagna politica? Landini, la Schlein, il campo largo, farebbero più bella figura se lo dicessero così, limpidamente; tanto si capisce ugualmente. La tessitura pazientemente curata dal governo Meloni con la Casa Bianca ha salvato la vita a Cecilia Sala prima, ad Alberto Trentini e agli altri connazionali adesso. È grazie a questi scambi di informazioni e soprattutto ai nuovi rapporti di forza - sì, di forza - che è stato possibile evitare il peggio. Perché fintanto che c’era Maduro il nostro ambasciatore a Caracas e i diplomatici rimbalzavano contro un muro di gomma. «Io sono qua da due anni e tre mesi e non c’era mai stata una collaborazione di questo genere con il governo del Venezuela», ha spiegato l’ambasciatore Giovanni Umberto De Vito. «Mi sono scontrato contro dei muri per mesi e qualcosa, oggettivamente, è cambiato dall’inizio dell’anno. Sono stati molto molto collaborativi, ma non posso dare dettagli». Oggi infatti salutiamo Alberto e siamo contenti che lui con Burlò possano riabbracciare i cari. E facciamo anche finta di credere che non ci siano stati maltrattamenti e quant’altro, pur sapendo che fintanto che non sei a Roma il profilo da tenere è obbligatoriamente basso. I dettagli arriveranno.
Che la cattura di Nicolás Maduro stia ridefinendo i rapporti tra l’Italia e il Venezuela è evidente dalla notizia più attesa: Alberto Trentini torna a casa.
Il cooperante italiano, rinchiuso nel carcere El Rodeo a Caracas per 423 giorni, è stato liberato insieme al connazionale Mario Burlò. Ad annunciare la novità, alle 5 di ieri mattina, è stato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Alberto Trentini e Mario Burlò sono liberi e sono nella sede dell’ambasciata d’Italia a Caracas». Ed è proprio nel luogo della rappresentanza diplomatica italiana che è stata scattata la prima foto dei due: Trentini, che indossa una t-shirt rossa, appare sorridente seppur visibilmente dimagrito. Al suo fianco, Burlò, mostra un volto disteso. I due non erano nemmeno a conoscenza della cattura del dittatore venezuelano: «È stato tutto così improvviso. Inaspettato» ha detto Trentini. Sia il cooperante sia Burlò, che sono in buone condizioni, hanno reso noto di non essere stati «torturati». E mentre aspettava l’aereo per tornare in Italia, l’operatore umanitario ha dichiarato al Tg1: «Desidero ringraziare il presidente del Consiglio, il governo italiano, il ministro degli Esteri Tajani, il corpo diplomatico che si è attivato e ha portato a termine la liberazione mia e di Mario».
A parlare subito con i due connazionali è stato il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha espresso «gioia e soddisfazione» per il loro rilascio. Condividendo parole di gratitudine verso «le autorità di Caracas, a partire dal presidente Rodriguez», ha poi aggiunto che «questo risultato è il frutto del lavoro discreto, ma efficace, portato avanti in questi mesi non solo dal governo, ma dalla rete diplomatica, dall’intelligence». È evidente, come sottolineato da Tajani, che «la svolta c’è stata quando il presidente Rodriguez ha detto che ci sarebbe stata una decisione per liberare i prigionieri politici». Da quel momento l’Italia ha «rinforzato l’azione diplomatica, lavorando sottotraccia in silenzio». Il vicepremier ha condiviso qualche dettaglio in più sulle ore concitate che hanno preceduto la scarcerazione: «Ieri sera (domenica sera, ndr) verso le 20:10, il ministro degli Esteri del Venezuela mi ha comunicato che il presidente Rodriguez aveva deciso di liberare Trentini». «Alle 3:50 di stamane (ieri, ndr) il nostro ambasciatore mi ha chiamato per dirmi che erano arrivati» in ambasciata il cooperante e Burlò. Cruciale è stato anche il sostegno di Washington, con il segretario di Stato americano, Marco Rubio, che «si è dimostrato molto sensibile alla questione dei prigionieri italiani». E nonostante la liberazione abbia scaturito una felicità bipartisan, a scagliarsi contro Meloni, accusandola di «sudditanza» verso Washington è stato il presidente M5s, Giuseppe Conte, che ha detto al Tg3: «L’azione degli Stati Uniti in Venezuela» è «un atto gravissimo che prelude al Far West».
Polemiche a parte, l’esito positivo arriva dopo che Trentini ha trascorso più di un anno dietro le sbarre del carcere di massima sicurezza, senza accuse. Il cooperante di 46 anni era arrivato sul territorio venezuelano il 17 ottobre del 2024 per la missione con la Ong Humanity & inclusion. E il 15 novembre, mentre era in viaggio verso Guasdualito per fornire supporto alle comunità locali, è stato fermato a un posto di blocco e arrestato. Da quel momento la sua detenzione è stata avvolta dal silenzio. In oltre un anno di detenzione, il regime di Maduro ha permesso a Trentini di parlare con la famiglia solamente tre volte: il 16 maggio, il 26 luglio e il 9 ottobre del 2025. L’ambasciatore d’Italia in Venezuela, Giovanni De Vito, era poi riuscito a visitare sia Trentini che Burlò il 23 settembre e il 27 novembre del 2025. Lo stesso silenzio e isolamento ha coinvolto la detenzione dell’imprenditore torinese: Burlò era arrivato in Venezuela sempre nel 2024 e la famiglia, dopo averlo sentito il 9 novembre di quell’anno, ha saputo della sua detenzione tramite una nota del console italiano al tribunale di Torino, visto che Burlò era chiamato a rispondere di presunte indebite compensazioni di crediti fiscali.
Ora l’attenzione del governo italiano è rivolta ai «42 italo venezuelani» detenuti ancora in Venezuela, ha messo in luce Tajani. L’altra priorità è «lavorare per il cambio di passo nei rapporti con il Venezuela» ha proseguito, aggiungendo che «per questo, in accordo con il premier Meloni, abbiamo intenzione di alzare il livello di rappresentanza diplomatica, finora con l’incaricato d’affari, al rango di ambasciatore». Tra l’altro, ha ricordato Tajani, che in Venezuela «c’è anche una presenza importante dell’Eni» e quindi l’Italia conta «di continuare a essere protagonista in quell’area».
La questione dei detenuti è stata al centro anche del colloquio in Vaticano tra papa Leone XIV e il leader dell’opposizione venezuelana, María Corina Machado. Il premio Nobel per la pace, che incontrerà giovedì Donald Trump, ha chiesto al Pontefice di «intercedere per tutti i venezuelani che continuano a essere rapiti e scomparsi».
Sulla Groenlandia Donald Trump sembra intenzionato ad andare fino in fondo. A bordo dell’Air force one, infatti, il tycoon ha ribadito che gli Stati Uniti «si impadroniranno della Groenlandia in un modo o nell’altro». Perché, ha aggiunto, «se non la prendiamo noi, lo faranno la Russia o la Cina». Ieri, peraltro, è stata pubblicata integralmente l’intervista che Trump aveva rilasciato nei giorni scorsi al New York Times, nella quale il presidente ha lasciato intendere che Washington potrebbe trovarsi di fronte a una scelta drastica: «Non voglio dire quale sia la mia priorità assoluta», aveva affermato, «ma potrebbe essere una scelta», suggerendo un’alternativa secca tra il controllo dell’isola artica e la tenuta stessa della Nato.
Nella stessa intervista, Trump ha anche attaccato esplicitamente gli alleati europei, accusati di non essere in grado di garantire la propria sicurezza senza il sostegno americano: «Russia e Cina non sono affatto preoccupate della Nato senza di noi».
Le esternazioni del presidente statunitense hanno provocato una netta reazione da parte del governo della Groenlandia, arrivata ieri con un comunicato ufficiale. L’esecutivo di Nuuk ha respinto recisamente l’ipotesi che gli Stati Uniti possano prendere il controllo del territorio artico, sottolineando che la Groenlandia fa parte del Regno di Danimarca e che, in quanto tale, è membro della Nato. «Gli Stati Uniti hanno ribadito ancora una volta il loro desiderio di prendere possesso della Groenlandia», si legge nella nota, «e questo non può essere accettato in alcun modo». La replica groenlandese insiste sul fatto che la difesa dell’isola debba avvenire esclusivamente nel quadro dell’Alleanza atlantica e, pertanto, ha annunciato l’intenzione di intensificare gli sforzi affinché la sicurezza del territorio sia garantita sotto l’egida Nato. Insomma: una cooperazione multilaterale è bene accetta, ma senza alcuna pretesa unilaterale sulla sovranità dell’isola.
Sul caso è intervenuto anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, che ha ridimensionato l’idea di una crisi dell’Alleanza legata alle parole di Trump. Rutte ha sostenuto che il presidente americano «sta facendo la cosa giusta per la Nato», sollecitando gli alleati a spendere di più per la difesa, e ha ricordato che al recente vertice dell’Aia è stato fissato l’obiettivo di portare le spese militari al 5% del Pil. «Sono convinto che senza Trump non saremmo mai arrivati a questo risultato», ha detto, rivendicando un rafforzamento complessivo dell’Alleanza. Il segretario ha poi richiamato l’attenzione sull’Artico, sottolineando che i Paesi dell’area stanno aumentando la cooperazione e che la Danimarca ha già aumentato gli investimenti militari, dagli F-35 ai droni a lungo raggio, anche per garantire la sicurezza della Groenlandia.
L’Italia, dal canto suo, si sta distinguendo per la una posizione improntata alla cautela. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha chiarito ieri che a Roma non è mai arrivata una richiesta per l’invio di truppe italiane in Groenlandia nell’ambito Nato. «È un’ipotesi di Keir Starmer, (Regno Unito e Germania stanno discutendo di piani per rafforzare la propria presenza militare in Groenlandia, ndr) ma non se n’è mai parlato», ha precisato il titolare della Farnesina, ribadendo che sulla questione «si deve lasciare alla Groenlandia e alla Danimarca la libertà di decidere del loro destino». Tajani ha inoltre annunciato che nei prossimi giorni verrà presentato il piano dell’Italia per l’Artico, che comprenderà anche la Groenlandia, confermando la linea di Roma a favore di una gestione multilaterale e coordinata delle nuove tensioni geopolitiche che attraversano la regione.
Non si fermano le proteste contro il regime khomeinista. E, mentre continua a fare la voce grossa, l’Iran sta cercando di intavolare trattative con gli Stati Uniti. Ieri, il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, è tornato a usare toni duri, minacciando di impartire a Donald Trump una «lezione indimenticabile» nel caso Washington dovesse effettuare un attacco militare contro la Repubblica islamica. Attacco rispetto a cui il presidente americano potrebbe prendere una decisione oggi nel corso di una riunione, in cui discuterà con i suoi funzionari delle varie opzioni sul tavolo per colpire il regime degli ayatollah: opzioni che vanno dall’inasprimento delle sanzioni all’operazione bellica vera e propria.
Eppure, le comunicazioni tra Washington e Teheran non sono del tutto interrotte. «Il canale di comunicazione tra il nostro ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, e l’inviato speciale degli Stati Uniti, Steve Witkoff, è aperto e i messaggi vengono scambiati ogni volta che è necessario», ha dichiarato ieri il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei. «La Repubblica islamica dell’Iran non cerca la guerra, ma è pienamente preparata ad essa», ha affermato, dal canto suo, Araghchi, che, oltre ad aprire alla possibilità di un incontro con Witkoff, ha poi aggiunto: «Siamo anche pronti per i negoziati, ma questi negoziati devono essere equi, con pari diritti e basati sul rispetto reciproco». Axios ha inoltre riferito che, nel fine settimana, lo stesso Araghchi avrebbe avuto una telefonata con Witkoff: l’obiettivo del ministro iraniano sarebbe stato, in particolare, quello di allentare la tensione con Washington e di guadagnare tempo prima di un eventuale attacco statunitense. Segno, questo, del fatto che, al di là delle roboanti dichiarazioni di facciata e delle contromanifestazioni che ha organizzato ieri, il regime guidato da Ali Khamenei sia sempre più scricchiolante.
Dall’altra parte, domenica, pur minacciando di colpire duramente l’Iran, Trump ha aperto a un negoziato. «Penso che siano stanchi di essere malmenati dagli Usa. L’Iran vuole negoziare», ha detto. «L’incontro è in fase di organizzazione, ma potremmo dover agire a causa di ciò che sta accadendo prima dell’incontro. Ma un incontro è in fase di organizzazione. L’Iran ha chiamato. Vogliono negoziare». Insomma, l’inquilino della Casa Bianca sta ricorrendo alla sua consueta strategia volta ad alternare pressione e dialogo: pur aprendo alla possibilità di un incontro diplomatico, non esclude lo scenario di un attacco militare. Questo significa però che Trump non consideri quella del regime change l’unica eventualità sul tavolo. Il presidente americano potrebbe in alternativa puntare ad addomesticare il regime khomeinista (o un pezzo di esso) sulla falsariga di quanto avvenuto in Venezuela dopo la cattura di Nicolás Maduro.
Più propenso a un cambio di regime a Teheran è invece Benjamin Netanyahu. «Il popolo israeliano e il mondo intero osservano con stupore lo straordinario coraggio dei cittadini iraniani», ha detto, domenica sera, augurandosi che «la nazione persiana sia presto liberata dal giogo della tirannia». La parziale differenza di posizione tra Israele e Stati Uniti si nota anche nel loro atteggiamento nei confronti del principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, che si è più volte offerto di guidare la transizione di potere a Teheran. Se lo Stato ebraico si è mostrato particolarmente supportivo verso di lui, Trump, giovedì, ha detto di non essere ancora pronto a riceverlo. Il presidente americano è del resto storicamente scettico nei confronti dei processi di nation building: ragion per cui preferisce usare la pressione per costringere governi avversari a chinare il capo, ricorrendo alla loro decapitazione solo in casi estremi. Netanyahu, dal canto suo, vede lo smantellamento totale del regime khomeinista come una condizione essenziale per la futura sicurezza dello Stato ebraico.
E così, mentre secondo Iran Human Rights sarebbero finora 648 le vittime delle proteste in corso nella Repubblica islamica, cresce la tensione tra l’Ue e Teheran. Il Parlamento europeo ha infatti vietato l’accesso dei diplomatici iraniani nei propri edifici. Dall’altra parte, il ministero degli Esteri della Repubblica islamica ha convocato gli ambasciatori o gli incaricati d’affari di Italia, Regno Unito, Germania e Francia, a causa del sostegno che questi Paesi hanno dato alle manifestazioni contro il regime khomeinista. Quanto sta accadendo segna il fallimento della politica estera che la Commissione europea ha portato avanti dal 2015 al 2025, contribuendo a negoziare e sostenendo il Jcpoa: il controverso accordo sul nucleare iraniano firmato ormai undici anni fa. Frattanto, dopo la caduta di Bashar al Assad nel 2024, Mosca teme il crollo dell’altro storico alleato mediorientale. Ieri, il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergei Shoigu, ha sentito l’omologo iraniano, criticando quelle che ha definito delle interferenze straniere in seno alla Repubblica islamica.

