
In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.

In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.
Iniziano già i primi sgambetti a Roberto Vannacci. L’associazione Nazione Futura si oppone presso l’ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (Euipo), alla domanda di registrazione (ancora in fase di esame) del marchio «Futuro Nazionale», presentata dall’ex generale il 24 gennaio scorso.
«Elevato rischio di confusione e di somiglianza», dice il presidente, Francesco Giubilei, il quale sostiene che il suo simbolo sia uguale a quello partorito da Vannacci.
Giubilei avanza una «violazione di un diritto anteriore», in quanto la sua creatura è nata nel 2017. «Un progetto come quello di Vannacci che parte con queste premesse di poca correttezza, nasce già azzoppato», attacca Giubilei, «il nome Futuro Nazionale e il logo scelto (blu con scritta bianca e tricolore stilizzato) sono in modo evidente presi a spunto dall’associazione Nazione Futura».
«Non si può nemmeno pensare a una casualità», insiste, «avendo Vannacci, prima che scendesse in politica, partecipato come ospite a vari eventi della nostra associazione». Secondo Giubilei, il logo di Vannacci risulterebbe privo dei requisiti di novità e distintività, previsti dalla normativa europea, essendo composto dalle stesse componenti verbali, semplicemente invertite nell’ordine.
Per chi si chiedesse chi sia questo Giubilei, è un ragazzo di Cesena di 34 anni, puntiglioso e pignolo, collaboratore del Giornale, editore di Historica e Giubilei Regnani, professore all’Università̀ Giustino Fortunato di Benevento e anche presidente della Fondazione Tatarella. Essendo un noto rompiscatole c’è da immaginarsi che non mollerà la presa. Ma ha trovato davanti a sé uno altrettanto accanito. Infatti, la risposta di Vannacci è stata sobria: «Giubilei è prolisso, io rispondo molto più succintamente al suo ricorso: me ne frego. La paura fa 90!». Accusandolo di strumentalizzare la vicenda per ottenere visibilità. In effetti, a seguito di questo polverone, Nazione Futura ha annunciato la campagna di tesseramento 2026 con lo slogan «Leali e coerenti» rivolgendosi ai delusi da Vannacci. Giubilei si riferisce ai responsabili dei team di Milano, Varese e Verona che, qualche giorno fa, hanno abbandonato l’ex generale con un aspro comunicato definendo «Il mondo al contrario», «un bluff politico e organizzativo».
Su Instagram Giubilei risponde a Vannacci definendolo «a corto di idee» e ironizza sul fatto che, non contento di aver copiato nome e logo dalla sua associazione, si sia appropriato anche dello slogan «me ne frego» degli Arditi e di D’Annunzio. «Lo vedo abbastanza nervoso, lo saremmo anche noi se fossimo in lui, visti i fuoriusciti da Il mondo al contrario che si stanno iscrivendo a Nazione Futura. Ormai Vannacci ha più amici a sinistra che a destra», graffia. Il profeta Giubilei si riferisce alle notizie non confermate, anzi smentite dai diretti interessati, di fantomatici incontri tra Vannacci, Renzi e Conte. «Dopo Renzi, ora anche il M5s!», scrive Vannacci su Facebook commentando un articolo del Giornale, «di questo passo i giornali di Angelucci ci diranno che, nel mio tutto ipotetico nuovo partito, sono pronto a prendere come portavoce Luxuria, come responsabile della sicurezza Ilaria Salis e come tesoriere Mimmo Lucano. Sumahoro sarebbe naturalmente ministro dell’Agricoltura». Lo stesso Renzi smentisce: «Il Corriere scrive che io vedo regolarmente Vannacci in un circolo canottieri di Roma. Non solo falso ma ridicolo».
Analizzando meglio questa contesa, che sta assumendo sempre più i toni di una rissa da bar, condita da rancore personale e invidia, sembra che più del logo «copiato», a Giubilei interessi fare le scarpe a Vannacci sul piano politico. Lo si evince da certe sue considerazioni, non richieste, che nulla hanno a che vedere con la forma e il colore del simbolo. La ramanzina di Giubilei è che Vannacci vedrebbe «nemici ovunque» avvisandolo che se «attacca il governo e assume posizioni divergenti rispetto alla linea del suo partito, fa il gioco della sinistra». E ammonisce: «Se si è all’interno di un partito e di una coalizione ci sono delle regole da rispettare e continuare pubblicamente ad assumere posizioni diverse dal proprio segretario e dal leader della coalizione, provando a metterli in difficoltà, non è un comportamento né costruttivo né leale». Su una paventata espulsione di Vannacci dalla Lega, di cui è ancora vicesegretario, oggi Salvini ha convocato un consiglio federale d’urgenza, per fare il punto della situazione politica.
Il pretesto è il pacchetto sicurezza e il referendum giustizia, ma Vannacci è il vero tema rovente.
Nel centrodestra c’è fermento. Ieri, sul Foglio, Paolo Zangrillo, ministro della Pubblica amministrazione, non si perita a dire che, se glielo chiedessero, sarebbe disponibile a fare il segretario di Forza Italia perché «al partito serve più turnover» e che Tajani lo vedrebbe bene «come presidente della Repubblica».
Anche Mark Zuckerberg lo incolparono di aver copiato Facebook. E sappiamo tutti com’è andata a finire.
Gli immigrati sono parte fondamentale del progetto della sinistra mondiale che vuole sostituire etnicamente il bacino di elettori dell’Emisfero occidentale. Il caso più eclatante è quello britannico, dove gli immigrati hanno cessato di essere minoranza e sono arrivati ai vertici della politica.
Donald Trump è pronto a trattare con l’Iran. Ma con la pistola poggiata sul tavolo. Secondo Axios, Washington avrebbe dato disponibilità a Teheran di avviare dei negoziati per raggiungere finalmente un accordo. In tal senso, Egitto, Qatar e Turchia si stanno adoperando per organizzare un vertice, da tenersi probabilmente venerdì a Istanbul, tra l’inviato statunitense per il Medio Oriente, Steve Witkoff, il genero dello stesso Trump, Jared Kushner, e il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi.
Non è ancora chiaro se, in caso, i tre avrebbero un colloquio diretto o indiretto. Tuttavia, una fonte iraniana ha riferito al sito qatariota Al-Arabi Al-Jadid che il formato diretto risulterebbe al momento il più probabile. In questo quadro, Witkoff arriverà oggi nello Stato ebraico su richiesta di Benjamin Netanyahu, che vuole coordinarsi con Washington prima della ripresa delle trattative. In particolare, oltre al premier israeliano, l’inviato americano incontrerà, a Gerusalemme, anche il capo di Stato maggiore delle Idf, il generale Eyal Zamir, il quale, ieri, ha affermato che le forze israeliane si trovano attualmente in una «fase di crescente preparazione alla guerra».
Ma quali sono i nodi al centro dei negoziati in via di rilancio? Trump vuole che Teheran rinunci all’arricchimento dell’uranio, riduca sensibilmente il suo programma balistico e rompa i rapporti con i propri proxy (a partire da Hamas, Huthi ed Hezbollah). Si tratta di tre richieste rispetto a cui, almeno finora, il regime khomeinista ha puntato i piedi. Un regime che risulta tuttavia, a sua volta, internamente spaccato. Se Araghchi sta da tempo cercando di tessere una tela diplomatica per scongiurare un’azione militare statunitense contro la Repubblica islamica, i pasdaran hanno continuato a premere per la linea dura. Consapevole di questa dialettica intestina, Trump vuole usare la pressione militare per mettere Teheran con le spalle al muro e costringerla a negoziare da una posizione di debolezza. Negli ultimi giorni, Washington ha infatti schierato in Medio Oriente una decina di navi da guerra, oltreché una serie di sistemi di difesa aerea volti a neutralizzare eventuali rappresaglie iraniane. Non solo. Ieri, gli Stati Uniti hanno tenuto delle esercitazioni navali nel Mar Rosso assieme a Israele. Di contro, le esercitazioni militari che erano state annunciate dai pasdaran nello Stretto di Hormuz, secondo il Wall Street Journal, non si sarebbero più tenute: segno, questo, del fatto che (forse) la linea di Araghchi, almeno per ora, sia riuscita a imporsi.
Nel frattempo, come abbiamo visto, la Turchia punta a ritagliarsi un ruolo di primo piano nella mediazione tra Stati Uniti e Iran. Una linea, quella di Ankara, che rompe le uova nel paniere a Mosca. È infatti dall’anno scorso che Vladimir Putin si è de facto proposto come mediatore tra Washington e Teheran sul nucleare, per cercare di recuperare influenza in Medio Oriente dopo la caduta di un suo storico alleato come Bashar al Assad. Il punto è che l’iperattivismo diplomatico turco riduce i margini di manovra di Mosca. È quindi anche con l’obiettivo di guadagnare terreno che, ieri, il Cremlino si è nuovamente offerto di trasferire l’uranio arricchito iraniano in Russia. «I funzionari iraniani non hanno alcuna intenzione di trasferire scorte nucleari arricchite a nessun Paese e i negoziati non riguardano affatto tale questione», ha tuttavia affermato il vicesegretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Bagheri. Parole, queste, che difficilmente piaceranno a Trump. Così come difficilmente potranno preservare un clima disteso le dichiarazioni postate ieri su X da Ali Khamenei. «La recente sedizione è stata orchestrata dai sionisti e dagli Stati Uniti», ha tuonato l’ayatollah, sostenendo che Cia e Mossad sarebbero stati «sconfitti».
E poi emerge una questione saudita. Axios non cita infatti Riad tra gli attori diplomatici che stanno organizzando il vertice di Istanbul. Ufficialmente, l’Arabia Saudita ha sempre invocato la de-escalation e ha anche vietato agli Stati Uniti l’utilizzo delle proprie basi e del proprio spazio aereo per colpire l’Iran. Tuttavia, Axios ha rivelato che, la settimana scorsa, in un incontro a porte chiuse con dei think tank a Washington, il ministro della Difesa di Riad, Khalid bin Salman, avrebbe detto che, in caso di mancato attacco americano, Teheran si «rafforzerebbe». Domenica, il regno ha smentito lo scoop. Tuttavia non si può escludere che Mohammad bin Salman stia tenendo il piede in due scarpe. Da una parte, il principe ereditario saudita vuole mantenere la sua sponda con Ankara ma, dall’altra, teme le ambizioni nucleari di una Teheran su cui sta intanto aumentando la pressione internazionale. Ieri, infatti, Londra ha imposto sanzioni a dieci alti funzionari iraniani, mentre l’Ucraina si è unita ai Paesi che considerano i pasdaran un’organizzazione terroristica.
«I reparti li volete mobili o immobili?». La domanda dei sindacati di polizia mette il dito nella piaga dopo la follia criminale di sabato a Torino, dove 108 militari sono stati feriti mentre tentavano di garantire l’ordine pubblico sconvolto dagli assalti violenti dei teppisti di Askatasuna e dei loro complici. Ma il quesito è facilmente esteso all’ultimo episodio di cronaca nera in quella Gotham City che è diventata Milano: il carabiniere che ha sparato allo spacciatore nel boschetto-cloaca di Rogoredo è stato immediatamente indagato per omicidio volontario. Anche se il malvivente gli puntava contro una pistola che nessuno avrebbe potuto presumere a salve.
In un Paese civile la sicurezza passa dalla certezza del diritto e dalla difesa della legalità, affidata alle forze dell’ordine, che mai come in questo periodo si sono sentite sotto assedio. Nel mirino di manifestanti violenti e di criminali arrivati con la lunga onda migratoria, due categorie care alla sinistra all’opposizione, che non risparmia connivenze, ambiguità, solidarietà pelose per scopi ideologici ed elettorali. Secondo un vecchio motto extraparlamentare, «gli incendi sono funzionali alla destabilizzazione». Aggiornato da Maurizio Landini: «È tempo di rivolta sociale».
Al termine di manifestazioni e operazioni di polizia, il bollettino dei tutori dell’ordine feriti e indagati supera di gran lunga quello degli incendiari, che spesso passano dal ruolo di accusati a quello di vittime del sistema. Con una conseguenza: l’immobilismo delle forze dell’ordine per non avere guai. Anche perché le regole d’ingaggio di polizia e carabinieri sono perdenti. Per gli agenti in missione vale l’articolo 53 del codice penale, secondo il quale «il pubblico ufficiale non è punibile nel momento in cui fa uso delle armi per adempiere al proprio dovere, quando è costretto dalla necessità di respingere una violenza o di vincere una resistenza». Ma abbiamo visto che per i magistrati valgono più le eccezioni delle regole.
In sintesi sono cinque.
1 Prima di agire, il poliziotto deve qualificarsi, soprattutto se è in borghese.
2 Poi deve intimare al malintenzionato di fermarsi.
3 Solo se sotto minaccia vitale può difendersi attivamente (quindi sparando).
4 In questo caso deve verificare la distanza, determinante per stabilire se ci sia o meno dolo. Oltre i 30 metri non lo è.
5 E comunque l’obiettivo dell’agente è quello «non di uccidere ma di rendere la minaccia inoffensiva».
Quindi dovrebbe sparare in aria mentre l’altro mira alla figura. È l’unico modo per vedersi garantita, da defunto, la legittima difesa. Nella concitazione di un’azione anticrimine, neppure Superman dotato di bindella sarebbe in grado di rispettare alla lettera le disposizioni.
Ancora più difficile, per le forze dell’ordine, è muoversi in sicurezza in caso di guerriglia urbana premeditata, organizzata e coordinata come quella di Askatasuna a Torino, dove pietre, bottiglie, oggetti contundenti, fumogeni, martelli, spranghe, trasformano le strade di una città inerme in un campo di battaglia. I corpi speciali antisommossa possono muoversi solo dopo essere stati aggrediti e devono sottostare a due principi fumosi: «Agire a scopo difensivo» e «reagire secondo proporzionalità». In teoria dovrebbero contare i teppisti prima di muoversi chiedendo loro il permesso.
Sono regole confuse e obsolete, da modernizzare a difesa di chi ci difende. Il Testo unico di Pubblica sicurezza, risalente agli anni Trenta del secolo scorso, ne prevede anche un paio folcloristiche come il «discioglimento delle manifestazioni annunciato da tre distinte intimazioni, precedute da uno squillo di tromba». O ancora: «Il funzionario di P.S., ove non indossi l’uniforme di servizio, deve mettersi ad armacollo la sciarpa tricolore». Dissuasione cromatica, la preferita da Elly Schlein.
Il retaggio giustificazionista è figlio di una vicenda storica. L’uovo del serpente fu covato 25 anni fa a Genova, durante il G8, quando tre giorni di vergogna gruppettara con la città messa a ferro e fuoco dai black bloc - parola di testimone - vennero trasformati da una narrazione turbo-progressista e irresponsabile (al governo c’era il nemico pubblico numero uno Silvio Berlusconi) in una «macelleria messicana». Gli eccessi polizieschi nella scuola Diaz furono un boomerang ma in molti fecero finta di dimenticarsi che arrivarono dopo un weekend di terrore, in cui Disobbedienti, Tute bianche e Black bloc si erano dati appuntamento per sfondare la zona rossa, fomentare disordini, distruggere tutto nel nome della rivoluzione proletaria.
«Non lavate questo sangue», scrivevano campioni di giornalismo con l’eskimo incorporato. E gruppi parlamentari che da sempre fiancheggiano col silenzio l’ultrasinistra violenta riuscirono a dedicare in Senato un’aula a Carlo Giuliani, un povero ragazzo sopraffatto dall’ideologia e ucciso mentre tentava di sfondare il cranio con un estintore a un carabiniere intrappolato dagli estremisti. Ora il sangue è quello di chi protegge le libertà democratiche dei cittadini, ma non sembra rosso uguale. Un reportage del Manifesto sui fatti di Torino teorizzava che gli aggressori «picchiavano il celerino perché lui aveva picchiato loro». Era uno scontro fra curve ultrà. Che altro?

