
In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.

In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.
Gianclaudio Torlizzi fondatore di T-Commodity ed esperto di materie prime ed energia. In Groenlandia succede di tutto.
«Con lo scioglimento dei ghiacci, le rotte commerciali artiche diventano importanti, ed offrono un notevole risparmio di giorni di navigazione rispetto alle rotte tradizionali come Suez. Gli Stati Uniti mirano al controllo dei “colli di bottiglia” globali (choke point) e ad estendere la loro influenza sul continente panamericano. Non possono tollerare potenze ostili di Russia e Cina, in quest’area strategica. La disponibilità mineraria delle acque artiche è significativa. Si stima un’importante presenza di minerali, e l’attività di estrazione mineraria sottomarina (il cosiddetto deep sea mining) sarà una tematica cruciale del futuro. Gli Stati Uniti mirano ad assicurarsi queste risorse. Aggiungi che si trova tra Nord America, Europa ed Artico. Può costituire la traiettoria più breve per i missili balistici russi diretti in Usa. Lì c’è la base militare americana di Pituffik con tanto di radar per early warning missilistici. Il cosiddetto Giuk (Greenland, Iceland e Uk) è un choke point navale cruciale per monitorare le navi ed i sottomarini russi e cinesi presenti nel nordatlantico. Trump vuole la Groenlandia ma non ha le risorse per mettere militari là o costruire infrastrutture necessarie. Qui potrebbe entrare in gioco Italia come mediatrice e proporre un accordo. Esiste un problema di comunicazione con ambienti della diplomazia europea con la galassia Maga».
Altro che. Ma dalla sfera di cristallo che hai lasciato nell’altra stanza quale scenario prevedi? Gli Stati Uniti pagheranno un sacco di dollari. Danimarca e Groenlandia litigheranno su quanto spetta a ciascuno?
«Lo scenario più probabile è che la Danimarca mantenga una sovranità formale sul Paese, ma in cambio gli Stati Uniti otterranno la capacità operativa di muoversi. Un’azione di forza americana potrebbe invece destabilizzare ulteriormente una Nato già fragile e alienare l’appoggio degli alleati; mentre in questa fase sarebbe necessario rafforzare l’unità contro l’asse Mosca-Pechino».
A proposito di Russia e Cina, io mi sono fatto questa suggestione. Donald Trump, non essendo riuscito a spezzare l’asse Mosca-Pechino e a ottenere un accordo in Ucraina, ha come piano B quello di smontare il Sud globale pezzo per pezzo, partendo dal Venezuela. Giusto?
«La strategia di “Noxin”, cioè di spezzare l’abbraccio tra Mosca e Pechino, non ha avuto successo finora. Washington scommetteva che Mosca, a lungo andare, sarebbe stata fagocitata da Pechino, e che la Cina stesse assecondando e strumentalizzando le velleità neo-imperiali di Putin per concentrare gli sforzi bellici occidentali sull’Ucraina. Tuttavia, non c’è stato l’avvicinamento sperato da parte di Putin. L’azione venezuelana non è tanto una reazione a questo fallimento, quanto un’azione che si sarebbe verificata comunque. Il target è Pechino. La priorità numero uno per gli Stati Uniti è fronteggiare l’ascesa cinese, e il Venezuela, fornitore di petrolio alla Cina, rappresenta il primo segnale della strategia americana di estendere la propria influenza sul continente panamericano in chiave anticinese. Anche l’Iran rientra in questa strategia».
Ci arriviamo. Da consulente del ministero della Difesa, concordi sul fatto che la Cina sia una grande potenza economica che però non regge il confronto militare con gli Stati Uniti?
«Sì, non credo si possa parlare di una totale parità di mezzi. La capacità produttiva cinese, pur avendo superato quella statunitense in alcuni ambiti come quello navale, non è sufficiente a garantire un predominio. Il motivo è semplice. La scarsa esperienza delle forze armate cinesi nei conflitti bellici. La guerra è esperienza, e il fatto che i cinesi non abbiano maturato decenni di esperienza diretta sul campo rende difficile affermare che la loro capacità militare sia sufficiente per battere gli avversari. Prendi l’Ucraina. Oggi ha un’industria all’avanguardia nel comparto droni. Cosa impossibile senza l’esperienza dolorosa dell’invasione russa degli ultimi quattro anni».
Hai evidenziato come gli Stati Uniti stiano costruendo catene del valore «made in Usa» e che il Pentagono acquisisca partecipazioni di minoranza strategica in molte aziende, assicurando loro commesse a prezzi superiori a quelli di mercato per consentire all’industria di rinascere. Ho compreso bene?
«Sì, è corretto. Le materie prime sono una criticità primaria per gli Usa, data la dipendenza della Cina, che controlla oltre il 90% della raffinazione di terre rare. Gli Stati Uniti agiscono su due fronti. Da un lato sul fronte energetico. Cercando di compromettere l’approvvigionamento petrolifero cinese. Vedi appunto Venezuela e Iran. L’obiettivo è indebolire Pechino che da quelle importazioni dipende. Poi ci sono i minerali. Gli Usa stanno creando nuove filiere. Per competere con i prezzi cinesi, il Pentagono entra nel capitale di aziende minerarie locali e garantisce contratti pluriennali con prezzi superiori a quelli di mercato. Questo crea problemi all’Europa, cui gli Usa chiedono un price floor più alto sulle materie prime…».
Un prezzo minimo remunerativo.
«L’Europa resiste, temendo costi maggiori per le manifatture, e non attua politiche di sussidio come gli Usa, che però bilanciano con dazi e mantenimento dei prezzi del petrolio. L’Ue, invece, con il dazio ambientale Cbam non farà che aumentare i prezzi di acciaio e altre materie prime. E questo si che intacca la competitività e genera incertezze legali. Come al solito Bruxelles dimostra una mancanza di visione e di conseguente policy sulle materie prime. E mentre l’Europa si balocca, gli Stati Uniti costruiscono rapidamente una propria filiera mineraria».
Ultimo quadrante. La prospettiva di uno shock in Iran si allontana? Sostieni che il 20% del petrolio cinese proviene da quell’area, però per ora non si intravedono segnali di cambiamento?
«Sì, è corretto. L’Iran è un paese molto più complesso del Venezuela. Gli Stati Uniti si sono fermati anche a causa dell’opposizione di alcuni Paesi arabi, come l’Arabia Saudita, che non sarebbero contenti di un collasso dell’Iran. Perché aumenterebbe l’offerta di petrolio sul mercato, causando un ulteriore calo dei prezzi. Ci sono pressioni cinesi e forse dai paesi del Golfo per evitare un’azione di forza immediata. È un dossier complesso, anche perché non si può escludere una reazione come il blocco dello stretto di Hormuz (dove passa il 20% del petrolio globale). Oppure attacchi missilistici ai Paesi del Golfo. Non sono neppure sicuro che il cambio di regime a Teheran sia l’obiettivo finale di Washington. Il vero scopo è rendere l’Iran il più possibile “allineato”, trasformandolo da alleato strategico di Pechino in un attore più gestibile. In ballo non ci sono solo le forniture di petrolio e la gestione del choke points, ma anche la Via della Seta cinese che rischia di saltare».
Una curiosità. Si favoleggia giustamente delle immense riserve petrolifere del Venezuela ma della sua scarsa produzione. Il petrolio del Venezuela è praticamente bitume vero? Costa poco estrarlo ma tanto lavorarlo, giusto?
«Sì, è un petrolio pesante che può essere raffinato principalmente da Stati Uniti, Cina e India. Costa poco estrarlo, ma la manutenzione degli impianti petroliferi è scarsa dopo l’espropriazione di Chavez, rendendo necessario un revamping generale e generando incertezza sui costi di lavorazione. In quegli impianti servirebbe un energico revamping visto lo stato in cui si trovano».
Tu parli spesso di nuovo paradigma della politica estera americana. Che tradotto significa?
«L’evoluzione dell’economic statecraft a stelle e strisce prevede che il settore privato gestisca estrazione e sicurezza, e il governo incassi il vantaggio geostrategico più una quota dei profitti; mantenendo salve le casse statali e la capacità militare. Questo implica un totale allineamento delle grandi aziende americane alle istanze del governo, indipendentemente dalla presidenza (Trump o altro). Non penso che cambiando le amministrazioni cambi il corso degli eventi. La politica estera americana era già destinata a questo tipo di azione per contrastare il superamento della Cina. Trump o non Trump. Alcuni europei non capiscono che l’approccio precedente, superglobalista, rimpianto da alcuni, ha permesso alla Cina di emergere. Era un modello fallimentare che doveva essere fermato e riformato. Da un lato quindi l’Europa dovrebbe comprendere questo interesse strategico statunitense per la riforma della globalizzazione e aiutare gli americani a contrastare la Cina. Dall’altro va anche detto come l’approccio muscolare di Trump nei confronti dei suoi alleati rischia di avere un effetto controproducente, come è emerso dall’avvicinamento del Canada alla Cina».
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Con una stima conservativa, si può dire che centinaia di migliaia di studenti di giurisprudenza in Italia si siano formati sui testi di Roberto Bin. I volumi di Diritto costituzionale e di Diritto pubblico scritti con Giovanni Pitruzzella, oggi giudice della Corte costituzionale di nomina quirinalizia, hanno superato entrambi di slancio le 20 edizioni e sono in uso presso molte Facoltà degli atenei italiani. Anche per questo, il professor Bin, ordinario all’Università di Ferrara, è un interlocutore ideale per ragionare sulle mutazioni del diritto, sottoposto a tensioni formidabili tra chi lamenta la fine di quello «internazionale» e chi si interroga sui limiti di quello «europeo» in rapporto a quello costituzionale delle nazioni. Nella conversazione con La Verità, Bin accetta di partire dai fondamentali, aiutando a mettere a fuoco anzitutto il significato di alcuni termini decisamente inflazionati.
Professore, su quali basi si legittima il «diritto internazionale» che molti vedono, di recente, messo a repentaglio?
«Null’altro che il consenso degli Stati. O meglio, il diritto internazionale deve essere accettato dagli Stati più forti, agli altri può essere imposto».
Nessuno schema «dato» in natura, quindi. E invece come ha senso definire lo «stato di diritto»? La sua definizione è assimilabile a quella di «rule of law»?
«I due concetti vengono da tradizioni culturali molto diverse, e hanno assunto significati diversi nel tempo. Oggi sono appiattiti in un generico principio di soggezione del potere al diritto».
Aiutandosi con il cosiddetto «paradosso dell’autorità» elaborato dal filosofo Joseph Raz, lei ha spiegato che - da un certo punto di vista - anche un sistema politico non rispettoso dei diritti umani (ad esempio, un totalitarismo novecentesco) potrebbe essere considerato uno stato di diritto: quindi non è scontato che uno stato di diritto difenda i diritti umani?
«È un tema su cui si discute da sempre: se lo Stato di diritto si riduca al principio di legalità (ovvero: ogni potere pubblico deve essere esercitato in conformità della legge), o implichi qualcosa di più, appunto in termini di rispetto dei diritti umani».
Facciamo un passo avanti su questo aspetto. Lei di recente ha scritto un paper di grande interesse dal titolo «L’Unione europea rispetta i principi del rule of law?» (leggibile qui: shorturl.at/vJjVK), in cui ragiona su una evoluzione dell’architettura istituzionale dell’Ue che sarebbe - sue parole - «in deroga alle regole costruttive dello Stato di diritto». La sua tesi, se si può così riassumere, è che l’Ue «internamente» agisca secondo lo stato di diritto, ma che lo faccia molto meno nei confronti dei Paesi membri. Come motiva questa asserzione?
«Lo sviluppo della Comunità europea è avvenuto grazie a decisioni assunte in deroga alle norme dei Trattati in vigore, sulla base di accordi politici tra gli Stati membri. I Trattati hanno consolidato ciò che la politica aveva già concordato».
Lei ha scritto che le toghe della Corte di giustizia Ue sono «giudici che operano come “funzionari” e perseguono magari obiettivi nobilissimi, ma non tollerano i vincoli posti alla loro “funzione” da chi - legislatore o Stato membro - è investito dalla legittimazione politica, cioè dalla rappresentanza democratica; evadono perciò dal tracciato storico dello Stato costituzionale di diritto in nome di un rule of law che si riduce alla supremazia del diritto europeo e che tradisce lo stesso significato del principio dello Stato di diritto». Sembra parlare di giurisprudenza Ue come intrinsecamente ostile alla democrazia: è così?
«Checché se ne possa pensare, l’organizzazione europea è una organizzazione tra Stati, signori dei Trattati su cui si fonda. Il suo principale obiettivo, la costruzione di un mercato comune, ha fatto prevalere le regole comuni del mercato e della concorrenza sulle istanze sociali che erano al centro delle Costituzioni del dopoguerra. La delocalizzazione delle imprese, alla ricerca di costi minori di produzione, ha lasciato dietro di sé il deserto economico: il diritto dell’Ue non l’ha affatto ostacolata, anzi, l’ha protetta come esercizio di una libertà delle imprese».
Il dibattito italiano tende a dare per scontata la cosiddetta primazia del diritto Ue sul diritto nazionale e costituzionale. Tale supremazia è fondata? E se sì, su cosa?
«Si basa su principi elaborati dalla giurisprudenza della Corte di giustizia, sin dai primi anni di attività. Gli Stati l’hanno contrastata, ma molto debolmente: in fondo faceva comodo a tutti fissare a livello europeo misure che magari nel contesto nazionale avrebbero avuto difficoltà a far digerire».
Che effetto ha quello che lei chiama «rule of european law» sulla giurisprudenza nazionale? E, considerando il nostro Paese, sulla Corte costituzionale, almeno per l’orientamento che essa ha espresso negli ultimi lustri, per esempio durante la crisi economica?
«La supremazia del diritto europeo e l’efficacia diretta delle sue norme negli ordinamenti nazionali hanno posto il giudice nella possibilità di disapplicare le leggi interne per applicare le norme europee. Nel dubbio che le prime siano in contrasto con le seconde, il giudice italiano deve rivolgersi alla Corte di giustizia, che non avrà dubbi a far valere i principi di libertà di mercato sui vincoli “sociali” posti dalla legislazione nazionale. È il ricco imprenditore che può difendere i suoi interessi in giudizio davanti alla Corte di giustizia, rivendicando la tutela della “suoi” diritti di libertà. La Corte costituzionale non ha potuto contestare questo meccanismo, ma ha il merito di aver cercato di limitarne le conseguenze più dannose per i diritti sociali».
Nel paper già citato, secondo lei la Corte di giustizia Ue ha la funzione teorica di un giudice ma in pratica si fa carico di una finalità politica: «Come la Commissione europea», lei scrive, essa «persegue con coerenza la funzione che ritiene sia loro assegnata, quella di promuovere l’integrazione degli ordinamenti europei smantellando qualsiasi tentativo degli Stati membri di salvaguardare “spazi nazionali” di tutela di interessi collettivi, diritti sociali, protezione dei lavoratori». Ma è possibile invertire questa dinamica?
«La Corte di giustizia ha il potere esclusivo di dire cosa il diritto europeo significa in relazione ai casi specifici che le sono sottoposti. Si è sempre mossa dominata dall’obiettivo di rafforzare l’integrazione europea ben oltre al punto che gli Stati avrebbero voluto raggiungere con i Trattati. Non è compito di un giudice, come lo intendiamo noi, puntare a un obiettivo sostanzialmente politico: ma è stato comodo per la politica non contrastare questo atteggiamento con sufficiente determinazione. Anche se spetta ai Trattati definire con precisione il ruolo degli organi dell’Ue, Corte di giustizia inclusa».
Esulando dai temi di puro diritto, che spiegazione dà del fatto che la finalità politica che la Corte Ue si è attribuita e che lei ha descritto risponda a un modello piuttosto economicista, e sia però apparentemente tutelata e protetta soprattutto dalla sinistra politica, in Italia ma tutto sommato in molta parte dell’Europa?
«Non credo che sia la “sinistra europea” ad aver tutelato il modello liberista che ha dominato l’Ue. Quanto all’Italia, è stata l’unico Paese europeo in cui l’adesione e le trasformazioni dei Trattati europei non sono mai state affrontate da un dibattito politico che sfociasse in una norma costituzionale apposita: e ciò è accaduto perché non si voleva uno scontro politico aperto con il Pci, che si era opposto con forza all’adesione alla Comunità europea in cui vedeva la prevalenza degli interessi del grande capitale e dell’industria pesante tedesca. È stato il Trattato di Maastricht (1992) a promuovere un’Unione politica ed economica più stretta e porre le basi dell’euro, definendo anche i criteri di convergenza (i famigerati “parametri di Maastricht”). A firmare il Trattato furono Francesco Cossiga, Guido Carli e Gianni De Michelis. E nel dibattito parlamentare il voto favorevole del Pds fu “una scelta sofferta e non scontata” (dalla dichiarazione di voto di D’Alema alla Camera), motivata dai rischi che sarebbero derivati dal restarne fuori».
Che eco ha nel diritto costituzionale l’apparente momento opaco dell’internazionalismo e del globalismo? Prevede un ritorno del costituzionalismo «statuale» o altre formule sono all’orizzonte?
«Sono sprovvisto di sfera di cristallo. Ma che la globalizzazione sia in crisi non mi dispiace affatto. Il costituzionalismo è nato negli Stati, come risposta al conflitto sociale, che necessariamente si svolgeva nei confini nazionali. Oggi dove si svolge il conflitto sociale, se c’è? Questa è la domanda, a cui però non so dare risposta».
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