
In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.

In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.
La sinistra ha un’autentica passione per il mattone. Che si tratti delle case dell’Inps, affittate a prezzi di favore a compagni e compagne (D’Alema, Veltroni, Nilde Jotti, l’ex moglie di Occhetto, la figlia di Luciano Lama, eccetera) o di grandi operazioni urbanistiche, quando ci sono di mezzo gli immobili i progressisti hanno sempre le mani in pasta e ogni tanto rischiano pure di sporcarsele. Il caso Milano è d’esempio. La giunta di Beppe Sala si trascina stancamente da anni, inseguita dalle inchieste giudiziarie che hanno portato agli arresti di architetti, manager, funzionari comunali e pure di un assessore.
In totale sono circa 150 i cantieri finiti nel mirino della Procura per costruzioni senza autorizzazione urbanistica, realizzati con la benevolenza degli architetti municipali e ora fermi, sospesi in un limbo in attesa di una legge Salva Milano che in realtà era una Salva Sala. Ora sul capo dell’ex aspirante federatore della sinistra (il sindaco sognava di essere il prossimo leader della coalizione ma ora lotta anche per un semplice posto da deputato) si è abbattuta un’altra grana, anzi una tegola.
I pm sostengono che dirigenti e imprenditori hanno truccato la gara per la vendita dello stadio di San Siro, la più grossa operazione immobiliare in città dei prossimi anni. Secondo i magistrati, il bando per acquistare l’impianto sportivo (per poi demolirlo e costruirvi attorno condomini residenziali e centri commerciali) sarebbe stato tagliato su misura per far vincere Milan e Inter.
Il progetto è stato a lungo contestato da chi non capiva la ragione di dover demolire uno stadio che avrebbe potuto essere ristrutturato e conservato come edificio storico. Ma l’idea di recuperare il vecchio impianto non è mai stata neanche lontanamente presa in considerazione dalla giunta Sala e adesso si scopre, dai messaggi scambiati tra assessori ed ex assessori, tra manager e impiegati pubblici, che dietro c’era un preciso piano. Ovvero l’intenzione di vendere a tutti i costi lo stadio alle società proprietarie delle squadre di calcio cittadine. Un’operazione fatta in fretta per non incorrere nei vincoli della Soprintendenza ma, soprattutto, fatta scambiando dettagli e inserendo clausole che garantissero l’interesse dei soli club e di nessun altro immobiliarista.
Perché questa urgenza? E perché questa voglia di favorire due società che comunque hanno sede e interessi all’estero? Nonostante la passione per il mattone dei compagni, nessuno ha mai voluto chiarire il mistero. Tuttavia ora, per causa di forza maggiore, i protagonisti dell’affaire dovranno spiegare, perché non soltanto la Procura ha sequestrato i supporti informatici, vale a dire telefoni e computer, di manager e funzionari, ma ha pure indagato tutti per turbativa d’asta.
Il sindaco in questa faccenda non è tirato in ballo (mentre in quella dei condomini costruiti senza concessione sì), ma, pur riconoscendo che contro di lui non ci sono accuse, resta il fatto che una giunta a cui si contestano 150 cantieri abusivi e la vendita «truffaldina» dello stadio non può restare in piedi. Con quale faccia Sala continuerà a far finta di niente mentre tutto va a rotoli? Come potrà rispondere alle centinaia di famiglie che, avendo dato soldi a imprese che non avevano l’autorizzazione a costruire, ora non hanno né risparmi né casa? O come giustificherà la vendita dello stadio cittadino con un’operazione che, adesso, i pm sostengono essere stata truccata? Può darsi che Sala, sindaco glamour col calzino arcobaleno, s’imbulloni alla sedia, nel disperato tentativo di lasciarla solo quando gli verrà garantita una poltrona di ricambio in Parlamento, ma comunque sia, la giunta calce e martello è al capolinea.
E a questo proposito forse il centrodestra dovrebbe fare qualche riflessione, prima di arrivare alle prossime elezioni senza un candidato e con la prospettiva di regalare ancora una volta alla sinistra la capitale economica d’Italia.
Riccardo Ruggeri, ex grande manager internazionale, giornalista, editore, scenarista, prestigiosa firma della Verità, studioso di modelli organizzativi avanzati. Ed è in quest’ultima veste che ti ho chiesto questa intervista. Lo scorso anno avevo partecipato a uno dei tuoi Chiostri Idea che avevi tenuto a Milano. Si percepiva che stavi lavorando a una filiera molto innovativa basata sul presupposto che ci saranno giganteschi mutamenti di modello organizzativo di ogni genere che mi avevi anticipato. Dopo aver letto i tuoi ultimi Camei, ti faccio una domanda secca e immagino inopportuna. Supponiamo per un attimo che il presidente Meloni ti chiedesse una consulenza sull’applicazione allo Stato del tuo modello: Idea + IA + Nuovo equilibrato contratto sociale.
«Le risponderei che sarebbe un’ottima Idea e che dovrebbe partire subito inserendo questo tema al centro del suo programma della prossima legislatura, ricordandole che sarà, che piaccia o meno, dominata da IA. Prima però dovrebbe entrare, tecnicamente, nel problema. Suggerirei di partire, ragionando da scenarista, in un caso infinitesimo, recentissimo, paradigmatico. Quello di Investcloud-trasferimento digitale di servizi finanziari: è la sede italiana di una piccola (6-9 milioni di dollari di fatturato a livello mondo) multinazionale tascabile americana. L’organico della sede italiana è di un Ceo, sette funzionari, 29 impiegati in gran parte laureati, specie ingegneri. Chiude perché tutti e 37 vengono sostituiti da un algoritmo. La nostra classica risposta politico-sindacale (“mettiamoli in cassa integrazione”) non si può applicare perché il Ceo non scappa in Bangladesh o in Serbia, semplicemente chiude e perde il posto pure lui. Nel frattempo, le 7 Sorelle (Nvidia, Microsoft, Google, Amazon, Meta, Apple, Tesla/X) e tutte le altre cugine procedono a pesanti licenziamenti che durano da un paio d’anni a botte del 20% alla volta. Sono tutti posti di lavoro sostituibili da IA. E curiosamente le motivazioni sono tutte uguali e chiarissime. Questa la locuzione scelta, immagino congiuntamente da tutti i loro uffici legali e stampa: “Siamo in grado di creare più software, cioè più prodotti, in meno tempo e con meno lavoro convenzionale”. Di più: “Investiamo questi risparmi da ristrutturazione per finanziare i nostri futuri data center”. Che fa Wall Street? Li premia valutando che spenderanno 700 miliardi nel 2026, il 75% in più del 2025!».
Che significato ha questo modello congiunto di comunicazione?
«È evidente la loro strategia: visto che l’implementazione radicale di IA la iniziano loro stessi nelle loro aziende, si candidano come consulenti per questo modello a livello mondo. Non è più possibile raccattare quattrini con la pubblicità, quindi si trasformeranno in società di consulenza per applicare IA nelle aziende e nello Stato a fronte di ricchi contratti. Come avviene oggi per i vari McKinsey e relative filiere. Essendo vissuto negli anni Ottanta-Novanta del Novecento come Ceo, quando avvenne la grande purga verso la classe operaia con l’eliminazione del lavoro manuale causa robot, per me è tutto un déjà vu».
Allora millantavano che si sarebbero creati altri posti di lavoro più qualificati.
«E io scrissi che non si sarebbe verificato quello che i teorici del Ceo capitalism (non ho mai capito se in buona o cattiva fede) sostenevano allora: l’innovazione uccide sì posti di lavoro però, non subito, ma nel medio periodo ne crea di nuovi a più alto contenuto professionale. In realtà era una menzogna, quello convenzionale emigrò in Asia e Sudamerica, il nuovo lavoro rimase qua ma divenne povero, creando quindi una nuova povertà, però garantita (caso Fiat Mirafiori, 18 anni in cassa integrazione!). Questa nuova attività la chiamarono Gig economy».
I plebei, già. Nei tuoi ultimi Camei scrivi però che «l’attuale ristrutturazione a mezzo IA eliminerà il lavoro della classe patrizia». Sarà così?
«Sì! E questo sarà proprio il problema. È in quest’ottica da piazzista per l’implementazione di IA che devi leggere il viaggio a Roma di Peter Thiel e il suo dilemma cultural-religioso: “Vuoi la tecnologia anticristiana di Francesco Bacone oppure vuoi il cristianesimo antitecnologico di Jonathan Swift”? E si risponde: l’America deve perseguire una terza via. È quello che le 7 Sorelle americane (e cugine varie) stanno facendo sul mondo del business, imponendo IA nel modello organizzativo a livello statale e aziendale. Per questo l’ho definito piazzista, non certo in termini dispregiativi».
Seguendo il ragionamento di Peter Thiel e tuo, mi domando: come la pensa su IA quell’Anticristo di Xi Jinping?
«Xi è all’avanguardia. Nel 2016 ha disegnato il ruolo di IA dandogli dignità umana e trasformandolo in un cittadino cinese a tutti gli effetti, secondo questo programma:
1) Pianificazione in tre fasi per raggiungere nel 2020 un “livello avanzato”, nel 2025 ottenere “grandi scoperte”, nel 2030 diventare “leader globale di IA”.
2) Investire 400 miliardi di dollari all’anno.
3) Integrazione di IA in ogni settore economico e sociale, dalla produzione intelligente alla medicina e, udite udite, fino alla governance sociale, parola colta per dire sorveglianza.
4) Creare un ecosistema di Stato pubblico-privato con piattaforme condivise.
5) Una notazione a margine: le pubblicazioni scientifiche cinesi (quelle pubblicabili, sia chiaro) hanno eguagliato quelle di America, Regno Unito ed Europa messe insieme».
C’è qualche alternativa? Il tuo modello organizzativo Idea ci può aiutare?
«Per Idea ho seguito un altro percorso: far precedere all’applicazione di IA un nuovo modello organizzativo estremamente semplificato, esente dai tabernacoli secondari (quelli che contengono ostie scadute o decomposte). Quindi l’implementazione di IA deve avvenire seguendo un percorso innovativo, l’unico in grado di gestire un evento come sarebbe, provate a immaginarlo, in contemporanea, lo scoppio di un uragano, uno tsunami, un terremoto. Credo l’unica modalità in grado di affrontarlo sia la filiera Idea + IA + Nuovo contratto sociale».
Torniamo alla mia domanda iniziale, se Giorgia Meloni ti chiedesse: «Vorrei conoscere un suo parere su come affrontare in termini tecno-politici lo scoppio della grande bolla di IA che, secondo quanto lei ha scritto, sarà contemporaneamente un uragano, uno tsunami e un terremoto»?
«Risponderei così: “Il potere lo si può gestire in termini ideologici o politici o religiosi (e si può essere scelti da un board di ottimati o dagli elettori con elezioni più o meno manipolate) ma l’execution deve avvenire sempre e soltanto scegliendo un certo tipo di modello organizzativo e un leader coerente allo stesso, ma con comportamenti basati sulla più spinta possibile determinazione. Per esempio, le leadership europee, culturalmente convinte di avere il miglior modello organizzativo esistente al mondo - in realtà un falso storico - tenderanno a resistere in tutti i modi (con normative castranti) a IA e all’innovazione organizzativa che è il brodo di cultura di IA. Conoscendo l’America, immagino che si accorgeranno (anzi, se ne sono già accorti) che la teoria dei finti pesi/contrappesi e la finta teoria del diritto internazionale, con questa tecnologia non sono più praticabili. Andranno al potere i padroni dell’Intelligenza artificiale, i Thiel, che si avvarranno di “presidenti cartonati” . Tutto è già successo, se sostituisci a IA quello che in America si chiama l’apparato industriale-finanziario-militare- Corte Suprema. A cui devi aggiungere, in posizione dominante, le 7 Sorelle di IA.
Mi chiedi cosa suggerirei al presidente Meloni? Prepararsi ad applicare dalla prossima legislatura il modello Idea + IA + Nuovo contratto sociale all’attuale modello organizzativo dello Stato».
Come. Potresti approfondire?
«Iniziando da quattro ministeri strategici (Interni, Giustizia, Finanze, Sanità) per risolvere in termini organizzativi i problemi legati a sicurezza, giustizia, tasse, salute. E spiegare prima ai cittadini cosa significa e i sacrifici da fare. Sacrifici che saranno a favore dei loro figli e nipoti oggi tanto penalizzati proprio da noi adulti e vecchi.
Ovviamente non posso spiegare a te e ai tuoi lettori, cosa intendo operativamente e nei dettagli, cosa comporta applicare il modello organizzativo Idea + IA + Nuovo patto sociale. Sarebbero seghe mentali fra intellettuali. Lo farò solo con un interlocutore che abbia il potere di decidere se applicarlo o meno, quali costi politici è disposto ad assumersi, eccetera eccetera. Ma stai tranquillo: non succederà, e io mi terrò in berta il mio modello organizzativo “innocente”. Finirà che ci scriverò il solito libretto che leggeranno solo quattro gatti, congratulandosi con grandi pacche sulle spalle».
Scusa se insisto. Non ti chiedo, conoscendoti, i dettagli dell’applicazione Idea + IA + Nuovo contratto sociale. Ma in cosa consiste il ruolo organizzativo che ti sei disegnato?
«Sono convinto che, a insaputa di molti, specie ai vertici delle grandi organizzazioni umane di quello che chiamiamo pomposamente Occidente, siamo già entrati in una condizione atmosferica politica-economica-culturale riconducibile al suddetto “uragano-tsunami-terremoto”. Avendo studiato questo momento per tutta la vita, ho costituito, nell’ambito formale di Grantorino Libri, un’attività di consulenza totalmente destrutturata (di qui il nome di Chiostro di riflessione) dove io, su richiesta, decido a chi fornirla. Adotto questa priorità: prima i vertici di organizzazioni statali e piccole-medie aziende, escludendo le grandi, non essendo con la maggior parte dei loro Ceo intellettualmente sulla stessa lunghezza d’onda. Io scelgo il cliente e non viceversa. Come ovvio, la mia attività, e quella di chi desidera lavorare con me, è totalmente gratuita, secondo il principio che seguo da 20 anni: “Quando non c’è passaggio di denaro, Agenzia delle entrate e Magistratura sono garantite per definizione”. E io lavoro sereno».
L’ipotesi peggiore si sta materializzando. Non che Milan e Inter, o meglio RedBird e Oaktree, i due fondi internazionali che controllano i club, non l’avessero presa in considerazione, ma probabilmente neanche nelle loro proiezioni più pessimistiche ipotizzavano un intervento così celere della Procura di Milano.
A neanche sei mesi dal rogito del novembre 2025, infatti, il progetto stadio di proprietà rischia la paralisi e, di conseguenza, anche i piani a lungo termine che prevedevano un deciso cambio di marcia in termini di ricavi. Dati ufficiali non esistono, ma secondo le stime più accreditate, grazie al nuovo impianto, ciascun club potrebbe arrivato a guadagnare tra biglietti, hospitality, eventi extracalcistici e diritti pubblicitari circa 100 milioni di euro in più all’anno. Non solo. Perché lo stadio cambierebbe l’appeal delle società. O meglio, la loro «vendibilità». In altre parole, RedBird e Oaktree, che per mestiere investono con l’obiettivo di guadagnare percentuali a doppia cifra rispetto a ogni asset che mettono in portafoglio, avrebbero risorse in canna decisamente più profittevoli.
E adesso? Forse è ancora presto per capire se l’indagine per la presunta procedura pilotata dai vertici del Comune di Milano con advisor e consulenti di rossoneri e nerazzurri possa portare all’annullamento dell’operazione, ma lo scenario più catastrofico prevede l’attivazione dello scudo penale. La clausola, non a caso fortemente voluta dai due club, che prevede la possibilità di rescindere dal contratto nel caso di «indagini o procedimenti penali che impediscano l’inizio dei lavori nei tempi concordati. O che mettano in discussione la bancabilità del progetto».
Perché, è bene ricordarlo, San Siro è stato ceduto per 197 milioni di euro, ma il progetto complessivo di riqualificazione e ristrutturazione dell’area prevede un esborso di circa 1,5 miliardi che verrà in buona parte finanziato attraverso un maxi-prestito bancario.
Una prima tranche da circa 350 milioni di euro sarebbe stata garantita da un pool di istituti che vede in prima fila Goldman Sachs, Jp Morgan, Banco Bpm e Bper. Ma è solo l’inizio. Certo che se il progetto dovesse entrare anche solo nella fase di stand by, tutto il castello di fidi che Redbird e Oaktree stanno da tempo mettendo in piedi rischierebbe di saltare. La Verità ha provato a chiedere un commento ai fondi: di loro sono soliti mantenere una certa riservatezza e, vista la delicatezza del momento, non si sono smentiti.
Certo, va ricordato che in conformità con quanto previsto dalla Legge stadi, il contratto di compravendita prevede una responsabilità del Comune di Milano in caso di inadempienza. Con la possibilità di chiedere «la restituzione delle somme versate», «il rimborso delle spese documentate, fino a un massimo di 20 milioni di euro» e «l’esonero dal pagamento di qualsiasi indennità per l’utilizzo dello Stadio Meazza, per un periodo massimo di due anni».
Un ulteriore bel guaio per il Comune e un risarcimento sostanzioso per i due club che difficilmente, però, basterà a RedBird e Oaktree. I due proprietari che lottano ormai da anni per trovare un equilibrio tra ambizioni sportive e conti di Milan e Inter e che pensavano di aver finalmente svoltato grazie all’operazione stadio.
Se la ricerca di un nuovo impianto dovesse tornare al punto di partenza, anche i loro progetti sulle due sponde opposte dei Navigli potrebbero cambiare. Ma, forse, stiamo correndo troppo in fretta.
La sera del 4 novembre 2021, mentre a Palazzo Marino si chiude una delle delibere decisive sul futuro di San Siro, Giancarlo Tancredi, allora responsabile pubblico del dossier stadio e poi assessore alla Rigenerazione urbana, scrive al sindaco Giuseppe Sala: «Possiamo sentirci un minuto su delibera Stadio? Sono qui con segretario generale. C’è un punto sul Meazza che vorrei condividere con te». Subito dopo parte la telefonata. È anche da qui che la Procura di Milano fa partire la nuova inchiesta su San Siro: non un episodio isolato, ma un’operazione che, secondo i pm, sarebbe stata orientata fin dall’origine attraverso «accordi informali e collusioni», con scambi «non trasparenti e indebiti» tra Comune, Inter, Milan e consulenti.
Gli indagati sono nove, divisi in tre blocchi. Sul fronte pubblico ci sono Christian Malangone, direttore generale del Comune dal 2018; Giancarlo Tancredi, responsabile unico del procedimento per la dismissione dello stadio dal luglio 2019 all’ottobre 2021 e poi assessore; Simona Collarini, direttrice della Pianificazione e programmazione servizi e Rup subentrata dal 29 ottobre 2021. Sul fronte dei club compaiono Mark Van Huukslot, procuratore dell’Inter, e Alessandro Antonello, amministratore delegato nerazzurro fino al marzo 2025. Sul fronte dei consulenti figurano Ada Lucia De Cesaris e Fabrizio Grena per l’Inter, Giuseppe Bonomi e Marta Clara Silvana Spaini per il Milan. A tutti sono stati sequestrati i cellulari e i computer.
L’accusa principale è la turbativa del procedimento amministrativo che conduce all’avviso pubblico del 24 marzo 2025, l’atto con cui il Comune apre la raccolta di eventuali manifestazioni di interesse alternative sulla Gfu San Siro dopo la proposta presentata da Inter e Milan l’11 marzo 2025; a Tancredi e Malangone si aggiunge la rivelazione di segreto d’ufficio sulla delibera del 5 novembre 2021, relativa alla dichiarazione di pubblico interesse, mentre a Tancredi viene contestata anche quella sulla delibera del 19 gennaio 2023, che chiude il dibattito pubblico sul dossier stadio. Per i pm, l’iter sarebbe stato orientato da costanti interlocuzioni informali e scambi di informazioni non trasparenti, fino a determinare nella sostanza il contenuto. Sul tavolo c’è un affare da 197 milioni di euro costruito attorno alla cessione dell’intera Grande funzione urbana San Siro. L’operazione riguarda oltre 280.000 metri quadrati, con una superficie lorda considerata di 98.314 metri quadrati, e secondo la Procura sarebbe stata piegata alle richieste delle società per arrivare alla compravendita e consentire lo «sfruttamento commerciale ed edilizio del territorio circostante». È qui che il decreto usa la formula più dura: il Comune, «discostandosi in parte» dalla ratio della legge stadi, avrebbe assecondato soggetti privati «portatori di interessi principalmente volti alla ottimizzazione dei ricavi», rendendo l’intera operazione «fortemente connotata da una veste speculativa».
Per i pm la storia comincia molto prima del 2019. De Cesaris viene coinvolta già nel 2016 nel progetto San Siro; nel 2017, i club immaginano già nuovo stadio, museo, megastore, hotel, parcheggi e funzioni accessorie sull’intera area; il 24 ottobre di quell’anno De Cesaris invia a Tancredi un memorandum sui «possibili scenari normativi e procedimentali» per consentire a un privato di ristrutturare il Meazza e valorizzare l’area pubblica. In questa lettura, il progetto immobiliare era già pronto e la parte privata contribuiva perfino a indicare al Comune la strada da seguire. Un precedente chiave arriva l’8 novembre 2019, giorno della delibera n. 1905 sul pubblico interesse. Malangone invia a De Cesaris la versione definitiva dell’atto prima della notifica ufficiale; lei commenta «Anche illegittima.. bravi» e la gira subito a Mark Van Huukslot: «Ti ho mandato delibera». Per la Procura è il segno che la circolazione anticipata degli atti fuori dal perimetro istituzionale non sarebbe un’eccezione, ma un metodo. La richiesta di perquisizione (ieri gli inquirenti hanno fatto visita a Palazzo Marino come alle sedi delle due squadre) lo dice chiaramente: i pubblici ufficiali avrebbero favorito la diffusione di notizie riservate interne all’istruttoria, consentendo ai privati di calibrare le proprie istanze e perfino di ottenere modifiche alle bozze ancora da portare in giunta.
Il novembre 2021 è, però, il cuore del fascicolo. Il 27 ottobre De Cesaris invia a Spaini una mail con oggetto «Stadio» che riepiloga i passaggi istruttori della compravendita; il giorno dopo, secondo gli inquirenti, lo stesso file passa da Malangone a Tancredi. Il 31 ottobre Tancredi propone a Malangone di anticipare a De Cesaris il tema dell’indice di edificabilità territoriale. Poi arriva il 4 novembre: l’incontro «in centro», la raccomandazione «Non fate troppa scena», il messaggio a Sala. La mattina dopo, giorno della delibera n. 1379, Simona Collarini scrive che l’atto è stato «sistemato» e «allineato» alle indicazioni di Tancredi; poco dopo Van Huukslot avvisa De Cesaris: «Abbiamo cercato di aggiustare alcune cose... ci sono le cose concordate». Per i pm, è il punto in cui la semplice interlocuzione si trasforma in un confronto sul contenuto degli atti. Le chat del 2022 servono poi a mostrare che, per i club, il vecchio Meazza non era più davvero un’opzione.
Il 12 gennaio Mark Van Huukslot scrive che la vera discussione «non è stadio nuovo versus ristrutturazione Meazza, ma stadio nuovo a San Siro o stadio nuovo altrove» e aggiunge che discutere la ristrutturazione «non è di nostro interesse». Ada Lucia De Cesaris approva, Antonello chiude: «Agenda è nuovo stadio con nostra proposta». È il segno, per gli inquirenti, che la rotta fosse già fissata.
Tra il 2024 e il 2025 ci sarebbero stati decine di incontri tra Comune, club e consulenti prima del dossier del 7 marzo. Il 1° marzo Bruno Ceccarelli chiede una procedura pubblica per certificare le alternative; Tancredi risponde che l’evidenza pubblica verrà solo dopo la proposta delle squadre. Il 18 marzo aggiunge che bisogna chiudere entro l’estate, «se no ad ottobre scadono i 70 anni e arriva il vincolo». Sullo sfondo pesano i numeri: 40 milioni di oneri ed extraoneri, il tunnel Patroclo da oltre 68 milioni e il Meazza valutato da Sala in circa 100 milioni.
Per la Procura è qui che tutto si tiene: il vincolo da battere sul tempo, l’evidenza pubblica rinviata, il valore economico dell’area. E così San Siro smette di essere solo uno stadio: diventa il cuore di un affare che i magistrati ritengono scritto molto prima dell’ultimo atto.
Giuseppe Sala, nella nuova inchiesta su San Siro, non figura (al momento) tra gli indagati. Ma il suo nome affiora spesso nelle carte: nelle chat, nei passaggi politici più delicati, nei dossier che ruotano attorno alla vendita del Meazza e dell’area circostante. Ed è proprio questo il punto. Perché l’ultima indagine sulla cessione di San Siro arriva mentre il sindaco di Milano è già coinvolto nel maxi-filone sull’urbanistica e vede stringersi attorno a sé una cintura di procedimenti che tocca Palazzo Marino, la commissione Paesaggio, i grandi progetti immobiliari e ora anche il dossier simbolo della città.
Non è ancora un assedio giudiziario diretto su ogni fascicolo, ma è ormai un accerchiamento politico e amministrativo difficile da ignorare. In mattinata Sala aveva scelto il silenzio annullando una conferenza stampa, poi, in serata ha sottolineato che non ci sono «ipotesi corruttive» e di attendere «con fiducia» gli sviluppi dell’inchiesta: gli uffici hanno operato «in buona fede e per il bene di Milano» e ci sono state «interlocuzioni fisiologiche con i club». Nel maxi-filone urbanistica, Sala è indagato per false dichiarazioni, in relazione alla nomina di Giuseppe Marinoni alla commissione Paesaggio, e per concorso in induzione indebita nel filone Pirellino-Torre Botanica, ipotesi però già ridimensionata dal gip in sede cautelare.
Attorno a questo primo baricentro, il resto del panorama si è fatto sempre più fitto. L’indagine, partita negli anni passati dall’esposto su piazza Aspromonte, si è allargata fino a investire circa 150 progetti con oltre 70 indagati. Da quel troncone sono già nati processi veri e propri, da Torre Milano a Park Towers, da via Fauchè 9 a Bosconavigli. Accanto ai dibattimenti già avviati restano poi aperti o in fase avanzata altri dossier come Hidden garden, The nest, Scalo house, Giardino segreto, SerlioSette, Residenze Lac, Syre a San Siro e Unico-Brera. Non tutto chiama direttamente in causa Sala, ma tutto cade sulla stessa stagione politica e amministrativa e consolida l’immagine di una città in cui l’urbanistica è diventata terreno di scontro giudiziario permanente.
La nuova inchiesta su San Siro pesa soprattutto per il segnale politico che manda. Tra i nove indagati compaiono Giancarlo Tancredi e Christian Malangone, due figure centrali della macchina comunale che con Sala hanno seguito alcuni dei dossier più delicati in questi anni.
Il problema di Sala, ormai, è il cumulo. Oltre ai vari procedimenti urbanistici, ci sono i processi già aperti che continuano ad alimentare l’idea di una «urbanistica Milano» definita dai pm come un sistema. C’è il fronte della magistratura contabile, con una decina di istruttorie aperte. E c’è infine San Siro, il dossier più politico di tutti, quello che tocca identità cittadina, Inter e Milan, valore delle aree e immagine di Milano. Messo in fila così, il quadro racconta non soltanto un sindaco alle prese con alcune grane giudiziarie, ma il capo di un’amministrazione finita stabilmente sotto la lente delle Procure. Il verde Enrico Fedrighini parla di operazione segnata da «opacità» e dall’assenza di un vero interesse pubblico, denunciando una trasformazione trattata «quasi come se fosse una trattativa privata». Claudio Trotta, tra i promotori del Comitato Sì Meazza, insiste sul fatto che vendita e demolizione siano sempre parse «non necessarie, poco trasparenti e contrarie all’interesse pubblico», ribadendo che San Siro andava difeso e riqualificato. Dal fronte del centrodestra, Enrico Marcora (Fdi) chiede ora che il sindaco e la vice Anna Scavuzzo si assumano la responsabilità politica dell’operazione dopo mesi di denunce dei comitati e interventi in aula.
Per Sala, al secondo giro a Palazzo Marino e vicino alla scadenza della legislatura, significa affrontare il finale con la politica schiacciata dal calendario giudiziario. Se poi il quadro nazionale cambiasse e il voto venisse anticipato, tornerebbe il tema di una candidatura alle politiche, con l’effetto di lasciare Milano prima della scadenza.

