
In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.

In merito all'articolo pubblicato oggi sulla Verità, «La Luiss pronta a nuovi accordi con l'Iran», l'Ateneo smentisce che sia in discussione o sia prevista alcuna collaborazione accademica con Università e istituzioni iraniane.
Ci voleva la certificazione di un autorevole studio peer-reviewed, realizzato seguendo tutti i dettami della evidence based medicine (Ebm, medicina basata sulle prove scientifiche) per avere, riguardo la cosiddetta «medicina di genere» su bambini e adolescenti, la conferma di ciò che sarebbe stato già comprensibile con il puro buon senso: gli adolescenti sottoposti a procedure di alterazione sessuale manifestano, negli anni successivi ai trattamenti per cambiare sesso, un forte aumento delle gravi malattie psichiatriche.
Lo dice un importante studio finlandese realizzato su più di 2.000 adolescenti, che ha inferto un duro colpo alle promesse dei promotori della transizione di genere in età adolescenziale.
I risultati dello studio, pubblicato questa settimana su Acta Pediatrica e condotto dal professor Riittakerttu Kaltiala-Heino dell’ospedale universitario di Tampere, sono impressionanti: la morbilità psichiatrica degli adolescenti sottoposti ai trattamenti medici è aumentata notevolmente durante il monitoraggio, passando dal 9,8% al 60,7% nella riassegnazione di genere femminilizzante e dal 21,6% al 54,5% nella riassegnazione di genere mascolinizzante. «Ogni sottogruppo di adolescenti riferiti al genere ha affrontato un rischio psichiatrico in corso sostanzialmente elevato», ha evidenziato lo studio, realizzato su una coorte di 2.083 giovani dal 1996 al 2019. «I bisogni psichiatrici non diminuiscono dopo la riassegnazione di genere medico», sostengono gli autori dell’indagine, che descrivono nelle loro analisi un rischio circa cinque volte superiore rispetto ai controlli maschili e tre volte superiore rispetto ai controlli femminili. Gli autori hanno osservato che in alcuni giovani pazienti, i trattamenti medici «sembrano essere collegati a un peggioramento della salute mentale».
I risultati finlandesi arrivano nel mezzo di una fase di profonda revisione, caratterizzata da un passaggio dall’approccio «affermativo» (basato sulla transizione medica rapida), incoraggiato soprattutto dall’onda woke statunitense, a uno più prudente, orientato alla psicoterapia. Negli ultimi 10-15 anni, molti Paesi hanno registrato un incremento esponenziale di adolescenti (soprattutto femmine) con disforia di genere, dovuto anche alla propaganda martellante di alcuni circuiti politici e mediatici.
Che intorno alla disforia ci sia un vero e proprio business, è un dato di fatto: la «gender industry» (l’industria delle cliniche e dei prodotti farmaceutici che lavorano intorno alla transizione di identità di genere, speculando sui dubbi identitari delle giovani generazioni) ha prosperato negli Stati Uniti, almeno fino all’arrivo del presidente Donald Trump, che già a fine 2023 prometteva di «porre fine alle mutilazioni sessuali infantili». La mappa delle cliniche «pediatriche» per cambio di sesso e terapie ormonali dal 2007 al 2023 negli Usa è cresciuta a ritmo incessante. Si è dovuto aspettare il 2026 per vedere la prima grande organizzazione medica statunitense prendere una posizione netta contro la chirurgia sui minori: a febbraio di quest’anno la American Society of Plastic Surgeons (Asps) ha emesso una posizione ufficiale raccomandando che gli interventi chirurgici di affermazione di genere siano posticipati a dopo i 19 anni.
Il dibattito globale si è acceso: diversi governi hanno commissionato studi indipendenti per valutare l’efficacia dei trattamenti. Il più influente è stato il Rapporto Cass (Cass Review, indagine indipendente di quattro anni commissionata dal servizio sanitario nazionale britannico e guidata dalla nota pediatra britannica Hillary Cass), reso pubblico ad aprile 2024, che ha definito le basi della medicina di genere per minori come «sorprendentemente deboli». Risultato: il Regno Unito ha vietato la prescrizione di bloccanti della pubertà ai minori di 18 anni al di fuori dei trial clinici dopo aver chiuso, già nel 2022, il Gender identity development service (Gids) della clinica Tavistock di Londra, l’unico ospedale pubblico britannico dedicato alla disforia di genere dei minori, trattati con farmaci bloccanti della pubertà. Un rapporto pubblicato l’anno precedente ha riscontrato «forti criticità» all’interno del Gids per i metodi di cura adottati. C’è inoltre il sospetto che diversi, giovanissimi pazienti siano stati incoraggiati a intraprendere il percorso di transizione con troppa fretta.
Negli Stati Uniti la situazione è polarizzata: molti stati a guida repubblicana hanno vietato le cure di genere per i minori, mentre organizzazioni vicine ai democratici come la Wpath (World professional association for transgender health), organizzazione che definisce gli standard di cura globali per la salute delle persone transgender e non binarie) continuano a sostenere l’accesso ai trattamenti, pur sottolineando la necessità di valutazioni approfondite. Il famoso Transgender Center della Washington University presso il St. Louis Children’s Hospital ha chiuso, dopo che una legge del Missouri entrata in vigore nel 2023 ha obbligato il centro a sospendere i trattamenti medici per i pazienti minorenni. Anche le linee guida tedesche, adottate formalmente nel marzo 2025, sono significativamente più caute rispetto alle bozze precedenti, riconoscendo che per molti giovani l’insoddisfazione di genere può essere «temporanea».
In Australia, il governo Lnp del Queensland ha sospeso la distribuzione dei farmaci che sopprimono la pubertà e degli ormoni sessuali per i minori almeno fino al 2031. Finlandia, Svezia e Norvegia hanno indicato la psicoterapia come trattamento di prima linea, riservando gli ormoni solo a casi eccezionali o all’interno di protocolli di ricerca. Non manca però la criminalizzazione degli scienziati revisionisti: gli esperti (come la stessa dottoressa Cass) hanno denunciato un clima di discussione «tossico» che impedisce una ricerca serena. Due medici australiani che hanno sollevato preoccupazioni sulla «medicina di genere» infantile hanno dovuto affrontare un’azione giudiziaria, lo psichiatra del Queensland Andrew Amos è stato bandito dall’ordine dei medici (Ahpra) per aver pubblicamente messo in discussione i trattamenti contestati, mentre la psichiatra Jillian Spencer è stata sospesa dal suo ospedale dopo essersi opposta ai trattamenti di genere dei minori. La strada per tutelare gli adolescenti, insomma, appare ancora in salita.
Ecco #DimmiLaVerità del 10 aprile 2026. Il nostro Alessandro Rico ci parla della inaudita tensione tra amministrazione Trump e Vaticano.
La notizia c’è, la consapevolezza del momento speriamo prenda corpo. Sta tra questi due punti il percorso che il Vinitaly giunto ala 58° edizione si accinge a percorrere come di consueto a Verona dal 12 al 15 aprile con un’anteprima di due giorni di fuori salone che comincia il 10 e ha in Opera Wines, la rassegna delle migliori etichette scelte dalla bibbia americana del vino Wine Spectator, per esaltare il meglio del meglio delle cantine italiane ospitata come sempre nei padiglioni della Gran Guardia proprio di fianco all’Arena.
Si celebra a Verona il vino italiano un settore che vale 14 miliardi (si veda il box sui numeri del vino) e che visto dai lustrini della Fiera sembra ancora il bel mondo di qualche anno fa, ma si dovrebbe invece meditare sul vino versato. Per rimi ad occuparsene dovrebbero essere proprio gli organizzatori di Vinitaly, la Fiera di Verona che non riesce a uscire dal bozzolo della consuetudine stretta com’è in un quartiere fieristico del tutto anacronistico, in un programma di eventi scontato, in un’autocelebrazione che non produce alcuna innovazione. Si sono persuasi che bastasse dare spazio agli influencer, agli smanettoni del web, magari anche a qualche minigonna per dare valore al vino. Il risultato è una crisi sera con oltre 70 milioni di ettari di vino invenduto stoccato nelle cantine. Peraltro tuti gli studi confermano che per vendere il vino gli influencer non servono a nulla. Uno studio della Rutgers University ha dimostrato che gli influencer aumentano del 73% il desiderio di bere tra i giovani di età compresa tra 18 e 24 anni, ma che il trasferimento di quel desiderio in acquisto è pari a zero. Andava bene negli anni dei ricchi premi e cotillons la falsa attrattività ora c’è bisogno di sostanza. Ma la Fiera non si è adeguata.
Troppo vicino al centro della città, troppo ingolfato il traffico, troppo congestionata la proposta degli espositori, impossibile il parcheggio, difficile il collegamento e soprattutto costosissimo il partecipare alla Fiera. Si è detto negli anni scorsi che il biglietto caro serviva a scoraggiare il pubblico dei bevitori; risultato ottenuto solo a metà, ma con un’evidente controindicazione: si è ancora di più rinchiuso in ghetto dorato il vino che invece ha un bisogno matto di ritrovare la sua dimensione popolare e sociale e il suo valore culturale. Per questo serve una narrazione più profonda, meditata, meno estemporanea, serve l’esperienza del vino. Chissà se di questo si discute a Vinitaly.
Di certo, come detto, c’è la notizia che spiazza la narrazione di una cisi senza soluzione e rilancia la strategia del valore del vino. E la notizia sta nel fatto che il gruppo farmaceutico Angelini ha investito una somma ingente per rilanciare la cantina che ha cerato nel mondo il mito del Sagrantino: la Arnaldo Caprai. Il gruppo Angelini che è uno dei colossi dell’industria farmaceutica ha da anni una propensione al vino per la valorizzazione dei territori. Partito con Tenuta Trerose (ottimo nobile di Montepulciano) si è poi diramato in tutti i territori di qualità costituendo il gruppo Angelini Wines&Estates che oggi conta Bertani in Veneto con un grande Amarone, la cantina del Brunello a Montalcino Val di Suga, San Leonino nel Chianti Classico, Fazi Battaglia che è come dire il Verdicchio e Puiatti che significa grandi bianchi del Collio. Infine ecco l’approdo a Montefalco. Come si sa Arnaldo Caprai è scomparso di recente c’era incertezza sul destino della cantina contesa tra gli eredi ed ecco che Marco Caprai, il vero creatore del Sagrantino come fenomeno mondiale tra i rossi di grande qualità, ha trovato in Angelini il partner finanziario giusto. Il gruppo acquisisce la maggioranza, Marco torna al timone e sarà anche l’uomo di punta del vino di qualità di Angelini. Si dirà, ma è in fin dei conti è una notizia aziendale. Niente affatto: è il segno che sul vino di altissima qualità si può e si deve tornare ad investire. Del resto questo è uno dei temi centrali: la dotazione finanziarie delle imprese, il sostegno all’export, la mutazione delle aziende che da solo agricole devono necessariamente diventare soggetti economici capaci di stare sui mercati, di diversificare l’offerta, di far valere i loro valori in Europa.
Il caso Caprai diventa così paradigmatico dell’evoluzione che il prodotto vino deve avere: crescere di dimensioni, diversificare e qualificare le produzioni. È uno degli asset strategici di Sandro Boscaini che con la Masi ha esplorato per orino il mercato dei capitali e che oggi spinge sull’offerta turistica integrata al vino. E’ il caso della Marchesi Antinori che è diventata brand globale e lavora su acquisizioni per presidiare diverse fase di mercato e diversificare al massimo l’offerta. Sono tutte dinamiche che dovrebbero essere al centro del Vinitaly che invece pare più orientato ad offrire la faccia ludica del mondo del vino. Che invece ha di fronte a se sfide molto importanti riconquistare consumatori soprattutto nella generazione Z, conquistare nuovi mercati dopo la battaglia estenuante sui dazi visto che gli Usa sono ancora il nostro primo cliente, ma ci sono economie in espansione che desiderano il valore vino. E poi c’è la sfida sull’enoturismo: almeno 4 miliardi di fatturato possibili. Ma questo significa mettersi in sinergia con i territori, creare strutture capaci di far diventare le cantine testimoni dei valori culturali dei distretti vinicoli, rilanciare le leggi sulle strade del vino. Infine c’è il rapporto con l’Europa che da una parte sostiene il vino, ma dall’altra lo penalizza con le campagne (sbagliate nelle forme) anti-alcol o con gli accordi commerciali come l’ultimo firmato con l’Australia che consente la produzione del falso Prosecco. Come si vede i temi sono tanti e complessi. Da domenica 12 aprile a Verona tra 4400 espositori che vengono da una cinquantina di Paesi se ne parla nella speranza che abbia ancora ragione, dopo 2500 anni, Aristofane che sentenziava: «Bevendo gli uomini migliorano: fanno buoni affari, vincono le cause, son felici e sostengono gli amici».

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Il vino in Italia significa 14 miliari di fatturato di cui 7,8 arrivano dall’export. Le cantine che imbottigliano sono circa 46 mila, le aziende agricole che producono uva o comunque gravitano attorno al vino sono circa 300 mila.
In totale il vino occupa direttamente, 1,2 milioni di persone a cui si aggiungono poi gli addetti a valle del processo produttivo. Nell’ultima vendemmia l’Italia ha prodotto 47,4 milioni di ettolitri di vino (più 8 % rispetto all’anno precedente) recuperando la leadership mondiale (è un primato che significa molto poco) considerando che la Francia (è in crisi nera sta estirpando 30 mila ettari di vigna)ha prodotto 35,9 milioni di ettolitri e la Spagna 29,4 milioni. Solo di bottiglie Doc e Docg in Italia se ne producono 2,2 miliardi. Le regioni leader nella produzione sono Veneto (25%), Puglia (18%), Emilia Romagna (17%) e Sicilia (8%), quelle che hanno il valore aggiunto più alto sono Toscana e Piemonte.
Sul fronte dell’export il 2025 è stato un anno problematico. In complesso abbiamo venduto per 7,78 miliardi di euro con un calo del 3,7% rispetto all'anno precedente. Pesano le tensioni commerciali e il rallentamento nei mercati chiave come gli Usa (-9,2%). Nonostante la flessione, l'Italia si conferma tra i leader mondiali per volumi esportati, con Veneto, Toscana e Piemonte a trainare il settore. I vini più esportati restano gli spumanti con il Prosecco in testa. Dal punto di vista dei consumi si assiste ad una continua erosione. Come rende noto il sito inumeridelvino.it nel 2024, secondo Istat, gli italiani che hanno consumato vino sono il 54,7% della popolazione, lo 0,4% in meno rispetto al 2023. Di questi, circa il 2% beve oltre mezzo litro al giorno, il 13% beve uno o due bicchieri al giorno, mentre il 33% beve meno spesso. L’andamento è ancora leggermente positivo per il consumo sporadico, mentre i bevitori abituali calano dal 16% al 14% della popolazione.
Nel 2024, la fascia d’età in cui il consumo sporadico di vino è al massimo è quella dei 35-44 anni, mentre nel consumo moderato ma costante la proporzione maggiore è sempre quella degli ultra 75enni, con una penetrazione calante ma pur sempre importante del 24%. Dati positivi sono invece quelli che riguardano l’enoturismo.
In Italia è in forte crescita, con un valore stimato di 2,9 miliardi di euro nel 2024 e un boom previsto a 18 milioni di italiani coinvolti nel 2026. Il comparto, fondamentale per il turismo rurale, attira principalmente per degustazioni (71,2%) e visite in cantina (49,7%), con Toscana, Sicilia e Sardegna tra le mete preferite.

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Vinitaly è anche festa fuori dai padiglioni. Si parte venerdì 10 in Piazza dei Signori dove alle sei di pomeriggio ci sarà a tagliare i nastro della 58ª edizione, la vincitrice della Coppa del Mondo di discesa libera Laura Pirovano, portacolori delle Fiamme Gialle, ospite d’onore sul Palco della Loggia di Fra Giocondo affiancata dal presidente di Veronafiere, Federico Bricolo, dal sindaco di Verona, Damiano Tommasi, dal presidente della Provincia di Verona, Flavio Massimo Pasini, e Diego Ruzza, assessore ai Trasporti, Mobilità e Lavori Pubblici della Regione Veneto, con gli interventi di Roberto Nicolis, presidente di Asd La Grande Sfida, e Luca Rigotti, presidente del Consorzio delle Venezie.
Nei calici del brindisi inaugurale, ci sarà infatti il Pinot Grigio Doc delle Venezie, official wine della manifestazione. Oltre settanta gli eventi che per tutto il fine settimana trasformeranno il cuore storico della città in un grande palcoscenico dedicato al vino italiano. Fino a domenica (10-12 aprile), tra piazze, cortili e scorci iconici, Vinitaly and The City proporrà iniziative diffuse pensate per appassionati e curiosi, con un’offerta capace di valorizzare l’identità enologica del Paese attraverso esperienze coinvolgenti e trasversali.
Degustazioni guidate, incontri di approfondimento e momenti formativi si affiancheranno a un calendario articolato che spazierà dalle visite guidate alla scoperta del patrimonio cittadino agli appuntamenti culturali e letterari, offrendo nuove chiavi di lettura del rapporto tra territorio, tradizione e vino. Tra le novità più attese sabato sera in Piazza Bra, andrà in scena lo spettacolo immersivo «Dentro c’è l’Italia», una produzione originale che unisce linguaggi artistici differenti – danza, teatro e musica – per raccontare l’anima del vino italiano.
Firmato e diretto da Giuliano Peparini e organizzato da Veronafiere con la partnership di OpportunItaly, il programma di accelerazione imprenditoriale promosso dal ministero degli Affari Esteri e da Ita - Italian Trade Agency, e patrocinato dal Masaf, lo spettacolo vedrà protagonisti 150 performer sulla scalinata di Palazzo Barbieri, in un racconto scenico che intreccia paesaggio, memoria, tradizione e passione, elementi distintivi della cultura vitivinicola nazionale.
Vinitaly and the City è aperto dalle 15 alle 20 tutti i giorni i carnet degustazioni sono acquistabili online fino al 9 aprile al costo di 18 euro, durante i giorni dell’evento si potranno acquistare online e presso le casse di Piazza dei Signori a 22 euro. A questo programma si aggiunge Opera Wine l’appuntamento con cento cantine selezionate da Wine Spectator ed ospitato sabato nel padiglione della Gram Guardia.

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L’ultima «botta» è arrivata come al solito da Bruxelles. La Commissione salute del Parlamento europeo nel suo documento anticancro torna alla carica con le etichette allarmistiche e invita Ursula von der Leyen «a presentare senza ulteriori indugi proposte di legge sugli health warming».
Insomma, scrivere sulle etichette del vino quello che ormai si trova da molti anni sulle sigarette: il vino uccide. Immediata la reazione dei vignaioli europei che non ci stanno anche perché moltissimi testi scientifici dimostrano che un consumo moderato di vino non è dannoso, ma anzi ha vantaggi per la salute. Così il presidente dell’Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi si lamenta e dice: «Colpisce e preoccupa che si torni a mettere in discussione un equilibrio già raggiunto rimettendo in discussione una deliberazione del Parlamento europeo e le indicazioni delle Nazioni unite sulle malattie non trasmissibili; è una impostazione che rischia di alimentare un approccio ideologico e punitivo anziché fondato su evidenze scientifiche e distinzione tra abuso e consumo responsabile». Insomma, per le cantine piove sul bagnato e certo questi allarmi non aiutano i consumi.
Perciò uno dei temi centrali di questo Vinitaly sono i vini dealcolati. È stata una battaglia anche questa della Unione Italia Vini quella di tenere anche i no e low alcol dentro il perimetro della produzione enoica per evitare l0aggressione dei bibitari. Si dice che sia un segmento in crescita. Per ora i volumi sono ridottissimi: 7,2 milioni di bottiglie in tuto per un fatturato che non ha superato i 24 milioni di euro con un prezzo medio a bottiglia che oscilla tra i 15 e 20 euro.
A debuttare e a andare abbastanza bene sono i vini spumanti anche perché Doc, Igt e Docg sono esclusi dalla possibilità di essere dealcolati mentre i vini che spumano possono essere anche addizionati di anidride carbonica e dunque diventano a tutti gli effetti una bibita. Sarà interessante comunque esplorarli sapendo che poiché i costi di delacolazione e gli impianti che servono per togliere l’alcol (quasi tutti lo fano a freddo con processo osmotico) sono importanti non si trovano «vini» delle cantine più piccole anche se di grande blasone.
Ma il Vinitaly conferma anche un’altra tendenza di mercato emersa negli ultimi anni; quella dei bianchi di lungo o lunghissimo affinamento. In questo alcuni vitigni come il Fiano (Di Meo) il Verdicchio (Mirizzi) la Vernaccia di San Gimignano (Teruzzi) il Sauvignon (Venica) emergono con grande forza espressiva. Torna un’ attenzione anche sui vini dele Isole (Nerello Mascalese dala Sicilia con Donnafugata, Carignano del Sulcis con Santadi) e sui rossi meridionali primo tra tutti l’Aglianico (Mastroberardino e Cantine del Notaio per il Vulture). È vero che i rossi hanno subito un certi appannamento nei consumi, ma alcuni must non solo resistono ma si sono apprezzati di valore. Con una differenza però: se prima bastava la denominazione a decretare il successo di un grande rosso oggi conta moltissimo il marchio, il blasone dell’azienda. Brunello significa ancora Biondi Santi o Argiano, Chianti Classico significa Badia a Passignano, Castello d’Ama, Mazzei o Ricasoli, Barolo significa ancora Gaja, Amarone Masi o Tedeschi, Sagrantino si declina ancora come Arnaldo Caprai. Tornano di prepotenza i grandi uvaggi: San Leonardo in Trentino, Tignanello, Ornellaia, in Toscana, Turriga o Barrua in Sardegna per citare alcuni con la percezione che questi non siano vini ma ormai siano diventati delle griffe che si consumano come scelta di piacere assoluto.
Il resto del mercato è monopolizzato dagli spumanti che se certo vanno al traino del Prosecco tuttavia cominciano ad emergere spumanti di territorio da vitigni autoctoni – esempi su tutti l’esplosione della Passerina e la fortissima ripresa del Lambrusco - mentre le etichette più famose (Ferrari, Bellavista, Ca’ del Bosco, Monsupello, Serafino, Maso Martis) ormai si collocano in diretta concorrenza con gli Champagne. Le sorprese di questo Vinitaly? I vini freschi bianchi e rosati di bassa gradazione, non destinati a sfidare il tempo, ma necessari per esaltare il piacere della tavola. Dice il re degli enologi Riccardo Cotarella: «Non necessariamente dobbiamo fare vini destinati a sfidare il tempo, bisogna tornare a fare anche vini di prezzo accessibile che diano il piacere del bere, che siano appetibili per i giovani come degustazione moderna». È una sfida che i produttori sembrano avere accolto e girando per i padiglioni di Verona l’incontro col vino amico è possibile.
Non importa se siano oratori o luoghi sacri. Entrano, incuranti di simboli che non riconoscono. E colpiscono. Il nuovo bersaglio dei maranza sono i sacerdoti. Due aggressioni nel giro di pochi giorni. La prima si colloca a Caravaggio, nella pianura bergamasca. Un centro che vive attorno al santuario e all’oratorio. È qui che la sera del Sabato santo don Andrea Piana entra dopo le confessioni.
Dentro, di ritorno dal campetto da calcio dell’oratorio, trova un ragazzo con una pezza sulla guancia. La spiegazione arriva subito: «Don, ci hanno picchiato dei ragazzi stranieri». Il sacerdote li raggiunge e prova a fissare un limite: «Gli ho detto di non mettere più piede in oratorio». Non funziona. Il gruppo, una decina di minori, stranieri e di seconda generazione, lo accerchia. «Parlavo», ha raccontato il prete, «ma guardavano per terra». Poi hanno cominciato a sbeffeggiarlo. Quando il don alza la voce richiamandoli con un «abbiate il coraggio di guardarmi in faccia» la risposta è fisica. «Uno di loro», racconta don Piana, «mi ha spintonato». Poi sarebbero saltati fuori «bastoni» e «una pietra».
«Me li hanno lanciati contro», ricorda il sacerdote. La scena si sposta dalla soglia dell’oratorio alla piazza davanti alla chiesa, sotto il campanile. L’aggressione continua. Da un bar intervengono alcune persone. Ma «l’unico loro atteggiamento», rammenta Piana, «è stato quello di sfida». L’escalation, però, affonda le sue radici nel recente passato. «Li conosco bene», dice il prete: «Con me hanno avuto spesso un atteggiamento provocatorio». Ed è scattata un’azione di prevenzione: l’accesso al campetto dell’oratorio non sarà più libero.
Al Giambellino di Milano, invece, la situazione è molto più delicata. La sequenza è durata un anno. Un ventunenne egiziano si presenta alla parrocchia di San Curato d’Ars chiedendo aiuto. Da quel momento, stando alle denunce, si apre una fase che viene definita di «persecuzione». Gli episodi si accumulano: violenze fisiche, minacce di morte, danneggiamenti. Lo straniero entra nei locali «per dormire o per fare i propri bisogni», scavalca i cancelli, resta «contro la volontà dei responsabili». Il quadro ricostruito dagli investigatori è progressivo. «Un atteggiamento sempre più ostile e aggressivo», fino a «minacciare di morte» il parroco e l’ausiliaria. La presenza sarebbe diventata costante e invasiva.
La sintesi è in una formula raccolta dagli investigatori: un comportamento «tale da generare un forte stato d’ansia nelle vittime e condizionare lo svolgimento della vita parrocchiale». La conseguenza è ridurre l’attività alle sole celebrazioni. Il 3 aprile arriva la risposta giudiziaria. Il commissariato esegue una misura cautelare in carcere per atti persecutori. Gli inquirenti segnalano il rischio che la situazione «potesse degenerare rapidamente». Viene escluso qualsiasi legame con contesti di fondamentalismo. Ma l’egiziano era già destinatario di alcuni ordini di allontanamento e coinvolto in precedenti episodi di resistenza, minacce e molestie. Sul fondo resta un precedente che ha segnato il confine.
A Como il nome di don Roberto Malgesini torna al centro dell’attenzione con l’avvio del percorso di beatificazione. Fu ucciso a coltellate da un clochard tunisino che aveva aiutato più volte il 15 settembre 2020 mentre portava la colazione ai senzatetto. Una condanna patteggiata per rissa e qualche denuncia per resistenza non bastarono per espellere il tunisino. Proprio nel giorno in cui i giudici avrebbero dovuto trattare il ricorso dell’immigrato il prete venne ucciso mentre faceva la carità.

