(Ansa)
- L’Unione punta sul Mercosur che rafforza gli scambi con mercati instabili dove la legge della forza prevale sui contratti. A Rio si moltiplicano attacchi politici e minacce fisiche contro i gruppi del Vecchio continente.
- I giapponesi lodano le nostre piccole e medie imprese che hanno resistito ai dazi di Donald Trump. Buoni i numeri dei marchi di lusso.
Lo speciale contiene due articoli
Il Brasile può essere considerato uno dei grandi Paesi industriali del mondo? La domanda non è accademica per l’Europa e per l’Italia. In una fase in cui il Vecchio Continente è stretto tra la frattura geopolitica con il blocco cino-russo e le spinte protezionistiche degli Stati Uniti, la ricerca di partner affidabili è una necessità strategica. Il Sud America rappresenta un interlocutore naturale. Tra le economie dell’area, quella brasiliana è la più rilevante per dimensioni e potenziale. Ma il nodo non è il potenziale: è l’affidabilità del sistema.
Mentre l’Unione Europea rilancia l’accordo con il Mercosur come tassello della propria proiezione globale, il comportamento delle istituzioni brasiliane solleva interrogativi: un’intesa di lungo periodo presuppone fiducia, prevedibilità normativa e stabilità politica. Nel negoziato Ue-Mercosur erano già emerse divergenze non solo commerciali ma istituzionali. L’Europa fonda la propria competitività su stabilità regolatoria e certezza del diritto. In Brasile e nel Mercosur, le norme appaiono spesso esposte alla pressione politica e alla contingenza elettorale.
Con le elezioni presidenziali all’orizzonte, il rischio è che questa tendenza si accentui. Infrastrutture strategiche, grandi appalti pubblici e settori regolati - ambiti che dovrebbero garantire stabilità - diventano terreno di scontro. Contratti rinegoziati e responsabilità riallocate si accompagnano a narrazioni costruite per il consenso più che per la coerenza giuridica. Le aziende straniere ne subiscono le conseguenze.
Le recenti proteste indigene contro infrastrutture e operazioni logistiche legate all’export - tra cui mobilitazioni che hanno coinvolto strutture riconducibili a grandi trader come Cargill - hanno evidenziato una frattura tra sviluppo economico, tutela ambientale e diritti delle comunità locali. Non sono solo tensioni interne: l’Europa è tra i principali mercati di destinazione delle materie prime brasiliane. Quando blocchi e proteste colpiscono nodi logistici dell’export, l’impatto si riflette sulle catene di approvvigionamento europee.
In questo contesto, il tema ambientale e quello indigeno rischiano di diventare strumenti di pressione politica. Un ulteriore segnale è arrivato con la revoca del decreto sulle idrovie amazzoniche, misura che avrebbe dovuto rafforzare la navigazione fluviale come asse strategico logistico. L’annullamento del provvedimento dopo contestazioni ha riaperto il dibattito sulla continuità delle politiche infrastrutturali.
Il punto non è il merito della misura, ma la volatilità decisionale: piani annunciati e poi ritirati trasmettono incertezza agli investitori. Il tempismo è significativo. Mentre l’Europa consolida l’accordo con il Mercosur, si moltiplicano tensioni e attacchi contro aziende europee attive nel Paese, insieme a oscillazioni nelle politiche infrastrutturali e ambientali. Il segnale che arriva a Bruxelles è contraddittorio: cooperazione strategica da un lato, instabilità verso operatori compliant dall’altro.
Questo scollamento solleva una domanda: l’accordo con il Mercosur è davvero conveniente per l’Europa se uno dei partner principali offre un quadro così volatile? Un’intesa commerciale si valuta non solo su dazi o quote di mercato, ma sulla solidità delle istituzioni e sulla coerenza delle politiche nel tempo.
A ciò si aggiunge un elemento strutturale: il Brasile convive con elevati livelli di insicurezza sul piano dell’incolumità fisica. Quando instabilità normativa, fragilità sociale e strumentalizzazione politica si combinano, il rischio complessivo aumenta. Non si tratta solo reputazione, ma di una variabile economica. Un investitore internazionale valuta stabilità politica, certezza del diritto e sicurezza. Se le regole possono essere reinterpretate per finalità elettorali, se la piena conformità non mette al riparo da attacchi politici e provvedimenti strategici vengono revocati sotto pressione, l’attrattività del Paese si riduce.
Emblematico il caso Enel, che ha aumentato i propri investimenti nel Paese sudamericano e che ha sempre rispettato le regole connesse alla sua concessione. Nonostante questo, durante e dopo blackout dovuti a eventi naturali estremi l’azienda è oggetto di attacchi pubblici provenienti da ambienti politici e istituzionali, con episodi che hanno superato il piano tecnico, trasformandosi in una pressione personale e mediatica. Negli ultimi tempi si sono persino registrate minacce violente e rivolte personalmente ad alcuni manager. Quando il confronto regolatorio scivola in un clima intimidatorio, il messaggio per gli investitori è inequivocabile.
Il Brasile possiede risorse e capacità industriali per ricoprire un ruolo globale. Ma la credibilità internazionale si misura sulla coerenza delle istituzioni, sulla stabilità delle decisioni e sulla separazione tra gestione economica e contingenza politica. Finché questa separazione resterà incerta, anche l’accordo più ambizioso rischia di poggiare su fondamenta fragili. Per l’Europa, alla ricerca di partner affidabili, non è un dettaglio secondario.
Grazie alla spinta delle pmi Roma per la prima volta supera l’export di Tokyo
Ci volevano i giapponesi per demolire la narrazione molto in voga tra tanti studiosi e che spesso abbiamo sentito risuonare anche in Confindustria, che il problema dell’economia italiana sono le piccole e medie imprese e la mancanza di grandi gruppi imprenditoriali.
Ora invece scopriamo, anzi ce lo dice a chiare lettere un articolo del Nikkei Asia, che proprio il sistema delle pmi ha rappresentato uno scudo efficace ai dazi di Trump consentendo all’export di continuare a crescere anche più di concorrenti temibili e finora imbattibili come il Giappone.
Nell’articolo si sottolinea che l’impatto dirompente dei dazi statunitensi ha aiutato l’Italia a superare il Giappone nelle esportazioni mondiali in termini di valore nella seconda metà del 2025, con l'aumento delle spedizioni di marchi di lusso e prodotti alimentari.
Secondo i dati pubblicati dall’Ocse, l’export del made in Italy ha raggiunto i 376 miliardi di dollari nel periodo luglio-dicembre mentre quello giapponese si è fermato a quota 370 miliardi di dollari. È la prima volta nell’arco di 50 anni, che l’Italia supera il Giappone su base semestrale. Il Nikkei Asia fa notare che l’Italia si è classificata al quinto posto tra i maggiori esportatori mondiali nel periodo considerato, dietro Cina, Stati Uniti, Germania e Paesi Bassi. Il Giappone è sceso al settimo posto, a ridosso della Corea del Sud. Se si considera l’intero 2025, però le esportazioni giapponesi hanno comunque superato di poco quelle italiane.
Sui mercati valutari globali, il dollaro ha registrato un andamento positivo nei confronti dello yen, ma si è indebolito nei confronti dell’euro. Di conseguenza, le esportazioni giapponesi sono diminuite in dollari, mentre il valore di quelle italiane è aumentato.
Un ruolo importante in questa accelerazione l’hanno avuto le pmi, ovvero la diversificazione dei settori di punta fortemente concorrenziali. Il Giappone che ha sempre puntato molto sull’automotive (rappresenta il 17% del totale), ha risentito di più delle tariffe di Trump, trascinando quindi al ribasso il valore complessivo delle esportazioni. In Italia invece, sebbene ci siano marchi come Ferrari, Lamborghini e Stellantis, l’industria automobilistica rappresenta solo il 3% delle esportazioni che hanno altri settori trainanti con alti standard qualitativi come la farmaceutica, l’alimentare, i mobili e l’abbigliamento.
Il Nikkei Asia ricorda anche che siccome gran parte del made in Italy è destinato ad una clientela benestante, anche se i prezzi aumentano per effetto dei dazi, è poco probabile che la domanda diminuisca. Per l’unicità dei prodotti italiani, la clientela internazionale non bada a spese e non è certo il ritocco dei listini di qualche punto che rappresenta un disincentivo. Ecco alcune conferme: nei tre trimestri fino a settembre, le vendite del marchio di alta moda Prada sono aumentate del 9% su base annua, raggiungendo i 4,07 miliardi di euro (4,8 miliardi di dollari). Le esportazioni di prodotti alimentari italiani, come la pasta, hanno avuto un incremento del 4% su base annua nel periodo gennaio-novembre.
Il Nikkei Asia riconosce il carattere strategico delle piccole e medie imprese, che hanno attutito il colpo dei dazi dell'amministrazione Trump. Il magazine nipponico poi sottolinea che il solido sostegno del governo alle esportazioni delle piccole e medie imprese ha dato i suoi frutti.
Nell’ultimo decennio, le esportazioni italiane sono aumentate del 60%, superando la crescita del 18% del Giappone e del 34% della Germania. Nel passato uno yen più debole ha portato a una migliore competitività dei prezzi per le esportazioni giapponesi e all’espansione della quota di mercato all’estero, ma questa dinamica si è attenuata negli ultimi anni.
La valuta giapponese ora si scambia a circa 156 yen per dollaro, circa la metà del valore di 15 anni fa. Un altro elemento di debolezza è la delocalizzazione della produzione di numerose imprese nipponiche, per cui la debolezza dello yen ha contribuito meno all’incremento delle esportazioni.
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A Crotone la Procura indaga su 93 ingressi. Nei guai per fuga di notizie un poliziotto.
Nell’inchiesta sull’immigrazione clandestina della Procura di Crotone, che ieri ha fatto notificare dagli investigatori della Digos dieci avvisi di conclusione delle indagini preliminari, non ci sono gommoni o sbarchi: ci sono delle scrivanie di funzionari della Prefettura, i documenti per attestare le assunzioni degli immigrati e i nulla osta. Poi 93 ingressi. Illegali.
Tutto ruotava attorno a un’azienda, la Eco green management, società di movimento terra che, secondo la Procura di Crotone, avrebbe prodotto i contratti usati dagli immigrati per ottenere la regolarizzazione della loro posizione. L’avviso di conclusione delle indagini preliminari ricostruisce le accuse (a vario titolo): «Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, favoreggiamento personale, rivelazione di segreto d’ufficio». È l’ossatura di un’inchiesta su un sistema che gli investigatori definiscono come «strutturato».
L’impresa, registrata nel 2020, è risultata intestata a Tommaso Iannuzzi, 31 anni, di Cariati e residente a Bologna. Ma, secondo l’accusa, sarebbe stata «di fatto gestita da Giuseppe Petrone», cinquantenne di Crotone indicato come il vero «dominus» delle operazioni. È tra il 2023 e il 2024 che, stando alla ricostruzione degli investigatori della Digos, si concentrano i numeri: «93 nulla osta per l’assunzione di lavoratori subordinati». Che corrispondono a 93 ingressi sul territorio italiano. Una volta giunti in Italia, però, gli stranieri avrebbero fatto perdere le loro tracce, «eludendo i controlli previsti dalla legge». In questo scenario si inserisce la figura dell’avvocato Fabio Lucà, 40 anni, nato a Cariati e residente a Crotone. L’accusa: avrebbe «falsamente attestato il rapporto di lavoro dei cittadini stranieri presso la Prefettura, pur sapendo che si erano già dimessi o non avevano mai preso servizio». Un passaggio chiave, perché senza attestazione il sistema si sarebbe inceppato. Poi ci sono i funzionari dello Sportello unico per l’immigrazione della Prefettura di Crotone: Ardit Bardho, 33 anni, nato in Albania e residente a Botricello e Nicola Borza, 44 anni, di Cotronei. Secondo la Procura, «non avrebbero revocato i nulla osta già rilasciati, nonostante la documentazione in loro possesso evidenziasse l’irregolarità della posizione dei migranti». I beneficiari sarebbero tre cittadini del Bangladesh: Md Al Amin, 29 anni, Mohammed Walid, 39 anni, entrambi domiciliati a Terni, e Mohammed Raton, 47 anni, domiciliato a Roma. Sono accusati di «ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato». Ma l’inchiesta è andata oltre il perimetro amministrativo. C’è un capitolo che riguarda la fuga di notizie. E qui compare il nome di un vice sovrintendente della polizia di Stato, Domenico Cataldo Nigro, 55 anni, di Cirò Marina. L’accusa è di aver «rivelato informazioni riservate sulle intercettazioni in corso» a Simon Ridge Molinaro, 29 anni, nato in Germania e residente a Rocca di Neto. A questo punto nelle carte compare il passaggio successivo: Molinaro avrebbe avvertito Iannuzzi, suggerendogli di «cambiare acqua» per sfuggire alle investigazioni. Nella documentazione investigativa raccolta dal sostituto procuratore Umberto Iurlaro si parla di un «articolato sistema volto a favorire l’immigrazione clandestina» e di un «sottobosco» di condotte illecite che sarebbero ruotate attorno alla Eco green management.
I meccanismi sono proprio quelli denunciati nel giugno 2024 dalla premier Giorgia Meloni al procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo. Da allora le inchieste su chi ha sfruttato il Click day del decreto Flussi (il provvedimento con il quale il governo stabilisce quanti cittadini non comunitari possono entrare in Italia per motivi di lavoro) per favorire l’immigrazione illegale si sono moltiplicate. E alcune si sono anche concluse. A Napoli, per esempio, 21 dei 44 indagati in un’inchiesta dalla quale è emerso che gli organizzatori avrebbero incassato soldi in cambio dei permessi d’ingresso, ha chiesto di patteggiare. E anche se l’epicentro del fenomeno viene fotografato dalle Procure soprattutto al Sud, a Livorno, nel giugno dello scorso anno, si è scoperto il meccanismo più raffinato: gli indagati avevano allestito un «Caf abusivo» e una «centrale del lavoro», specializzandosi nella predisposizione di migliaia di domande di ingresso e producendo documentazione falsificata riconducibile a ignari legali rappresentanti di centinaia di aziende sparse su tutto il territorio nazionale.
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Via al processo di manutenzione del Giudizio Universale di Michelangelo all’interno della Cappella Sistina. «Ci siamo accorti che c’era uno stato sottilissimo bianco, che si è scoperto essere un sale – il lattato di calcio», ha spiegato Barbara Jatta, direttrice dei Musei Vaticani. «Lo toglieremo con acqua distillata e carta giapponese», ha spiegato il capo restauratore Paolo Violini.






