Leone XIV (Ansa)
La banca del Vaticano ha lanciato due indici che selezionano i titoli in base ai principi cattolici. Nel paniere anche Meta, Amazon, Asml e Deutsche Telekom. Intanto il Parlamento Ue approva gli emendamenti che spingono l’euro digitale voluto dalla Lagarde.
Le buone azioni del Papa: non per l’eternità dell’anima ma quelle quotate Borsa. C’è qualcosa di vagamente surreale, e quindi irresistibilmente moderno, nell’idea che il Vaticano lanci indici azionari. Non una benedizione ai mercati, non un richiamo morale a trader tarantolati, ma due panieri veri che girano su piattaforme globali. Altro che incenso: qui profuma di Silicon Valley, Wall Street e Piazza Affari. Il tutto, ovviamente, in conformità con la Dottrina sociale della Chiesa. Amen.
Lo Ior annuncia con solennità la nascita del Morningstar Ior Eurozone Catholic Principles e del Morningstar Ior US Catholic Principles. Due panieri, cinquanta titoli ciascuno, Europa e Stati Uniti, costruiti secondo le «migliori pratiche di mercato» e filtrati dal vaglio etico cattolico. Il capitalismo con l’aspersorio.
Il comunicato è un capolavoro di teologia finanziaria. Giovanni Boscia, responsabile asset management dell’Istituto per le Opere di Religione, pala di «benchmark», di «processi di valutazione e rendicontazione delle performance», di «approccio trasparente e basato su regole». È il lessico della finanza globale, declinato secondo i principi della Dottrina sociale della Chiesa. La preghiera di un banchiere d’affari con il catechismo sulla scrivania.
E poi c’è la composizione dei due panieri. Ed è lì che il mistero viene disvelato. Tra i titoli «pienamente conformi ai principi dell’etica cattolica» troviamo Meta, Amazon, Nvidia, Tesla, Apple, Alphabet. Zuckerberg, Bezos, Musk e soci promossi all’esame di morale. Il peccato originale lavato con una buona governance Esg e qualche «policy sulla diversity».
In Europa va ancora meglio: Asml, Deutsche Telekom, Sap, Santander, Hermès, UniCredit, Allianz. Il lusso francese, la finanza globale, le telecomunicazioni, i semiconduttori. San Francesco chiederebbe spiegazioni. Ma il poverello d’Assisi non conosceva i derivati, e soprattutto non doveva misurarsi con Morningstar.
Lo Ior ci tiene a precisare che non si tratta di una semplice operazione d’immagine. Come spiega Giovanni Boscia è un «ulteriore passo avanti» nel percorso di allineamento tra investimenti e principi cattolici. Un modo per essere rigorosi, trasparenti, coerenti. E anche per dimostrare che la Chiesa non è contro il mercato: vuole solo addomesticarlo, battezzarlo, magari mettergli una talare elegante per non sfigurare con il gessato dei banchieri.
Fin qui il Vaticano. Ma mentre a Roma si selezionano azioni cattoliche, a Bruxelles si discute di moneta. E non di una qualsiasi, ma dell’euro digitale, la creatura prediletta di Christine Lagarde. Anche qui, molta solennità: sovranità monetaria, autonomia strategica, indipendenza da Paesi terzi. Sotto la superficie tecnica, però, una questione squisitamente politica.
Il Parlamento europeo approva due emendamenti che spingono con decisione il progetto. Numeri robusti, maggioranze trasversali, un messaggio chiaro: basta dipendere da Visa e Mastercard, basta consegnare dati, commissioni e potere a soggetti extraeuropei. L’euro digitale viene presentato come la risposta civile e ordinata a un mondo dei pagamenti sempre più privatizzato, sempre meno europeo.
Lagarde parla di infrastruttura «completamente europea». Pasquale Tridico (Cinquestelle) esulta e ricorda un dato imbarazzante: tra i dieci sistemi di pagamento più usati in Europa, nessuno è europeo. Forza Italia lucida il suo blasone europeista. Fratelli d’Italia vota a favore. La Lega si astiene, come chi non vuole scontentare né il contante né la nostalgia.
Ed ecco il filo rosso che unisce tutto. Da una parte il Vaticano che certifica l’etica di Apple e Nvidia. Dall’altra l’Unione europea che tenta di costruire una moneta digitale pubblica per non dipendere dai colossi privati. In mezzo, la stessa ossessione: governare il capitalismo.
È il tempo in cui le istituzioni morali entrano nei mercati e i mercati entrano nelle istituzioni morali. Il Papa non scomunica più la finanza come farina del diavolo. La indicizza. Bruxelles non demonizza il digitale: lo statalizza. Tutti parlano di valori, tutti parlano di sovranità, tutti parlano di etica. E tutti, curiosamente, parlano il linguaggio dei fogli Excel.
Forse è questo il segno dei tempi. Il capitalismo non si combatte più dall’esterno, ma dall’interno, a colpi di benchmark e regolamenti. La santità non passa solo dal voto di povertà, ma anche dai «benchmark». E la moneta, da simbolo astratto di fiducia, diventa infrastruttura geopolitica.
Alla fine, tra un indice cattolico e un euro digitale, il messaggio è chiaro: anche Dio e l’Europa hanno capito che senza finanza non si governa il mondo. La differenza sta nel tentativo ambizioso, di darle un’anima. O almeno una policy.
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La Nazionale azzurra di cricket impegnata al Mondiale 2026 (foto Federazione Cricket Italiana F.CR.I.)
Nella prima storica partecipazione a un Mondiale T20, la Nazionale italiana ha esordito all’Eden Gardens di Calcutta affrontando la Scozia. Nonostante la sconfitta per 208-134, gli azzurri hanno lasciato il segno, emozionando tifosi italiani e indiani e preparando la prossima sfida di domani contro il Nepal a Mumbai.
A Calcutta, dove il cricket è più di uno sport e somiglia a una religione civile, l’Italia ha fatto il suo ingresso in una storia che fino a poco tempo fa sembrava lontanissima. Domenica 9 febbraio 2026 resterà una data simbolica: per la prima volta una Nazionale azzurra ha giocato un Mondiale di cricket. È successo all’Eden Gardens, uno dei templi di questo gioco, davanti a un pubblico curioso e a una piccola ma rumorosa pattuglia di tifosi arrivati dall’Italia per assistere a un debutto che vale già come traguardo.
Il risultato, contro la Scozia, è stato severo: 208 a 134 per gli avversari. Ma il senso della giornata va oltre il tabellino. Perché il cricket, seguito nel mondo da oltre due miliardi di persone, in Italia resta uno sport di nicchia, spesso confuso con altri giochi e quasi mai raccontato. Eppure oggi esistono una Federazione, un movimento e una Nazionale che è riuscita a qualificarsi per il Mondiale T20, la versione breve e più spettacolare del gioco, in corso tra India e Sri Lanka.
Per capire la portata dell’impresa bisogna partire proprio da qui: il T20 è il formato pensato per la televisione e per il grande pubblico, con partite che durano circa tre ore e ritmi serrati. Ogni squadra ha a disposizione 20 «over», cioè 120 lanci, per segnare più punti possibile. Poi si invertono i ruoli e vince chi ne fa di più. Il cricket, in fondo, è uno sport di mazza e palla, come il baseball, ma con regole e tempi tutti suoi. Due battitori stanno in campo insieme e cercano di colpire la palla per poi correre tra le linee di battuta, mentre la squadra in difesa prova a eliminarli: colpendo il «wicket» (tre paletti di legno), prendendo la palla al volo o sorprendendoli mentre corrono. Quando dieci battitori sono eliminati, o quando finiscono i lanci a disposizione, l’inning si chiude.
A rendere tutto più spettacolare ci sono le battute che finiscono oltre il confine del campo: se la palla esce al volo vale sei punti, se rimbalza prima di uscire ne vale quattro. È il momento che fa alzare gli stadi in piedi, soprattutto in India, dove il cricket è parte dell’identità nazionale e dove l’Eden Gardens è considerato una specie di cattedrale laica dello sport.
In questo scenario l’Italia si è presentata con una squadra che è quasi un ritratto dell’Italia contemporanea: un gruppo multietnico, fatto di figli e nipoti di emigrati italiani cresciuti in Australia, Sudafrica o Inghilterra, e di giocatori arrivati nel nostro Paese da Pakistan, Sri Lanka e India, diventati eleggibili dopo anni di residenza. Un mosaico di storie diverse, tenute insieme da una maglia azzurra che nel cricket, fino a poco fa, era quasi invisibile sulla mappa mondiale.
L’esordio è stato emozionante e complicato. Dopo pochi minuti l’Italia ha perso per infortunio il capitano Wayne Madsen, uno dei suoi uomini chiave, e da lì la partita si è messa in salita. La Scozia ha costruito un punteggio molto alto, difficile da inseguire, e nonostante una buona reazione nella seconda parte del match gli azzurri non sono riusciti a colmare il divario. Il finale ha premiato gli scozzesi, ma ha lasciato anche la sensazione che l’Italia, almeno per tratti, sia riuscita a stare dentro la partita.
Ora il calendario non concede pause: domani, giovedì 12 febbraio, a Mumbai c’è la sfida contro il Nepal, un’altra tappa di questo battesimo mondiale. Il girone è impegnativo, con avversari di grande tradizione come Inghilterra e Indie Occidentali, e per passare il turno servirebbe chiudere tra le prime due. Obiettivo difficile, ma non è questo il punto centrale di questa avventura.
Il vero dato storico è che l’Italia c’è. Che un Paese legato quasi esclusivamente al calcio, per quanto riguarda gli sport di squadra, si è presentato su uno dei palcoscenici più importanti di uno sport globale. Che in uno stadio simbolo di Calcutta, dove un tempo si giocava anche a calcio e dove sono passate generazioni di campioni, è risuonato anche l’inno italiano per un Mondiale di cricket. Il resto, risultati compresi, verrà dopo. Per ora, per gli azzurri, è già iniziato un viaggio che fino a ieri sembrava impensabile.
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Friedrich Merz ed Emmanuel Macron (Ansa)
Per la Germania la proposta dell’Eliseo distrae dai veri problemi Intesa con la Meloni: no allo scontro con Trump voluto da Parigi.
«Piacere di rivederti, Giorgia». «Anche per me, Friedrich». L’asse Meloni-Merz si rinsalda. Il vertice di due settimane fa a Villa Pamphili, tra baci, sorrisoni e abbracci, che decretò il piano d’azione fra Italia e Germania, sta dando i suoi frutti.
Il Consiglio europeo di domani nelle campagne di Bruxelles, rappresenta un’ulteriore prova. Nel governo si dice che il treno europeo è ormai guidato da Roma e Berlino e circola il brutto termine «Merzoni». Un rapporto che, fonti di Palazzo Chigi, definiscono «pragmatico, solido e costruttivo» ma soprattutto «dialogante» nei confronti dell’America di Trump, malvista da molti partner europei. «Tra noi e la Germania c’è un rapporto molto vivo e funzionale, con la consapevolezza che l’Europa non debba baciare la pantofola dell’America, ma nemmeno arrivare a una continua sfida che ci vedrebbe perdenti, come agita Parigi», l’indiscrezione di un ministro italiano. Meloni ci va più cauta. Vorrebbe sfruttare al meglio le collaborazioni trasversali, a seconda dei temi, con tutti i partner europei, mettendo però al primo posto Berlino. Quei 160 miliardi di euro di scambi commerciali tra i due Paesi sono una valida ragione. «L’alleanza tra Italia e Germania è strategica, Berlino è il nostro primo partner commerciale, la crescita economica dei due Paesi è strettamente interconnessa», il commento di Forza Italia sui social.
Un patto dettato anche da ciò che accade nel mondo. L’intesa fra il cancelliere tedesco e il premier italiano ha, però, un terzo incomodo: la Francia di Macron. Si delinea così una nuova Europa, che vede il presidente francese sempre più isolato. A poche ore dall’incontro dei leader, le posizioni prevalenti sembrano lontane dalla visione del capo dell’Eliseo.
La strategia dell’asse italo-tedesco segna una distanza sempre più netta dal protezionismo di Macron, il quale continua a spingere per una difesa radicale del made in Europe. È convinto che di fronte al protezionismo di Trump anche l’Ue debba fare lo stesso e proclamare il suo «buy european». Ma la linea di autonomia strategica invocata da Macron si scontra con uno scetticismo sempre più marcato da parte dei partner europei. Merz e Meloni vorrebbero rendere l’Europa più forte perché economicamente indipendente. Ma senza provocare l’ira di Trump. I Paesi Baltici e i Paesi del Nord hanno già dichiarato che spingere per una preferenza europea rischia di allontanare gli investimenti.
Ieri Macron ha rilasciato un’intervista su più quotidiani nella quale illustra la sua «dottrina economica europea». Lancia un appello«a un nuovo indebitamento comune Ue per finanziare difesa, tecnologia e intelligenza artificiale»: «È il momento del risveglio europeo: dobbiamo uscire dallo stato di minoranza geopolitica», ha dichiarato. Ciò ha fatto ulteriormente irritare Berlino. Una fonte vicina al governo tedesco ha spiegato che la Germania è contraria, sottolineando come la proposta di Macron di un nuovo debito «distragga dall’argomento principale, ovvero il problema della produttività. Non può essere che si chieda più denaro ma poi non si affrontino le riforme». Merz, inoltre, non ha ancora digerito il voltafaccia di Macron sul Mercosur e, soprattutto, ha perso la pazienza sul dossier della cooperazione militare franco-tedesca, l’Fcas, il progetto di caccia del futuro che sarebbe «già morto».
Competitività è la parola d’ordine della settimana europea. Nel giro di poche ore si terranno tre incontri chiave, tutti dedicati a con unico obiettivo: rilanciare l’industria europea. Il primo appuntamento è previsto oggi ad Anversa, dove un migliaio di industriali europei saranno ascoltati da Emmanuel Macron, Ursula von der Leyen, Friedrich Merz e il premier belga Bart De Wever, con lo scopo di istituire un vero e proprio «Industrial Deal».
Il secondo appuntamento è domani, appunto, con il vertice Ue informale sulla competitività al Castello di Alden Biesen in Belgio. Questo sarà preceduto, a margine, da un prevertice firmato da Germania e Italia, che vedrà la partecipazione di una dozzina di leader, concepito come una riunione tra Paesi «affini» per preparare il confronto tra i leader europei sui temi della competitività, del rafforzamento del mercato unico, del contrasto alla deindustrializzazione e della sburocratizzazione. Un prevertice ristretto (al quale parteciperà anche la Francia che inizialmente aveva lasciato trapelare l’ipotesi di una clamorosa defezione) per ribadire le posizioni di Germania e Italia sulla necessità di una semplificazione delle procedure, capace di superare l’impasse delle istituzioni e delle decisioni a 27, non sempre possibili, restituendo così più poteri agli Stati membri.
A Parigi però, vedere il binomio Roma-Berlino strutturarsi attorno alla competitività, prima con un paper e poi con l’idea stessa di un incontro preparatorio che, di fatto, riduce lo spazio politico dell’Eliseo, non è piaciuto affatto. Il timore è quello di un asse che detti l’agenda e costringa la Francia a inseguire. Gli equilibri europei si stanno spostando. E non verso Parigi.
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La Borsa sta giudicando la transizione industriale europea: i casi Ferrari e Stellantis mostrano quanto il percorso sia diventato rischioso. Intanto dall’India arriva una nuova domanda di auto che può offrire ossigeno a produzione e competenze italiane.
L’industria italiana oggi non viene giudicata nei piani o nei vertici istituzionali. Viene giudicata ogni mattina dalla Borsa. Ed è lì che il segnale si è fatto inequivocabile.
Il primo scossone è arrivato il 9 ottobre scorso, quando Ferrari ha perso oltre il 16% in una seduta, bruciando circa 13,5 miliardi di capitalizzazione. Conti solidi, domanda forte, marchio intatto. Ma la traiettoria dell’elettrico, con una quota prevista intorno al 20% al 2030, è apparsa meno ambiziosa rispetto alle aspettative incorporate nei prezzi.
Il mercato non ha punito il passato. Ha ridimensionato il futuro. Se anche l’eccellenza viene colpita, quale protezione resta per il resto della filiera?
La risposta è arrivata il 6 febbraio. Stellantis ha perso circa il 24% e le contrattazioni sospese dopo un avvio a -14%. I 22,2 miliardi di svalutazioni sui programmi elettrici e lo stop al dividendo hanno cancellato oltre 5 miliardi in poche ore.
Qui il giudizio è diventato strutturale.
Stellantis significa fabbriche, indotto, territori. Quando il mercato taglia un quarto del valore in un giorno, sta dicendo che il percorso della transizione appare troppo rischioso rispetto ai ritorni.
Non è ostilità all’innovazione. È sfiducia nella cornice economica.
Dal 2026 il meccanismo europeo sul carbonio alle frontiere incorpora un prezzo nelle materie prime strategiche. Scelta politicamente coerente, ma in un continente già penalizzato dall’energia significa ulteriore pressione sui margini.
Gli investitori fanno un calcolo netto. Domanda debole, investimenti enormi, costi in aumento. Il rischio cresce mentre l’ex Ilva non ha ancora una soluzione capace di offrire acciaio verde a prezzi di mercato. Per il capitale è fragilità industriale e assenza di visione politica. Poi però si apre uno spazio.
L’accordo tra Ue e India può valere 4 miliardi l’anno di dazi risparmiati. Le tariffe sulle auto scenderanno dal 110% al 10% entro 250 mila veicoli, favorendo il premium. L’India vale 4,3 milioni di vendite annue, con oltre 50.000 nel lusso.
Qui passa la reindustrializzazione.
Non dall’elettrico di massa, dove la guerra dei prezzi è dominata dall’Asia e l’Europa rischia di sostituire la dipendenza energetica con una nuova subordinazione alla Cina per terre rare e batterie, ma dalla combustione ad alto valore, dall’ingegneria, dalla meccanica sofisticata, dove l’Italia conserva competenze e reputazione.
Non è delocalizzare. È difendere il cuore produttivo agganciandolo a nuova domanda.
La transizione deve essere verde, ma anche sostenibile per chi investe. Se la capacità industriale si perde oggi, domani non ritorna.
La Borsa non fa ideologia. Fa conti.
E i conti stanno chiedendo se l’Europa vuole davvero proteggere la sua manifattura.
Senza industria italiana, non c’è crescita europea.
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