(iStock)
Gli stranieri dovevano sostituire le popolazioni occidentali, ma tra poco saranno sostituiti a loro volta. Secondo Alex Karp, l’ad di Palantir, l’innovazione e l’Ia renderanno superata la questione di dover importare manodopera a basso costo.
Alex Karp, amministratore delegato di Palantir, ha lanciato la provocazione dal pulpito di Davos all’ultima edizione World Economic Forum. «L’Intelligenza artificiale permetterà di ridurre drasticamente l’immigrazione perché non avremo più bisogno di importare persone per i lavori di basso livello». E la memoria subito corre al 2017.
Alessandro Gassman tromboneggiava sulla necessità di avere immigrati. «Senza immigrati il Paese si ferma. Buon tutto», twittava il figlio d’arte. Molto figlio ed un po’ meno di arte. «Il Paese si ferma? Ma se arrivano e stanno stravaccati fuori dalle stazioni Termini e Centrale» replicava un certo Roberto. E qui arriva la perla di saggezza passata alla storia anche se non più reperibile in rete avendo il nostro eroe abbandonato X ed ancora prima cancellato -probabilmente per la vergogna- il post passato alla storia: «Te piacciono i pomodori? Le verdure? Le fragole? Il vino? Senza di loro scordateli Robertì». Allora non si parlava ancora di intelligenza artificiale. Ma di macchine che aiutavano a raccogliere, separare e confezionare in automatico i pomodori ce n’erano eccome. Cose che Gassmann ignorava evidentemente. La retorica globalista abbracciava la narrazione dell’allungamento e dell’allargamento delle catene del valore. Si spostano più fasi del processo produttivo laddove il lavoro costa di meno licenziando gli operai. E simmetricamente, piuttosto che esportare capannoni, si importano braccia che si accontentano di lavorare per un salario più basso. Di qui lo stucchevole rimando ai lavori «che gli italiani non vogliono più fare» per giustificare l’immigrazione incontrollata.
Ora però la narrazione cambia anche ai piani alti. Anzi a dire il vero è già cambiata da un paio di anni. Ce la sbatte in faccia il Ceo di uno dei più importante player nel settore dei big data oggi. Ma quasi due anni fa, sempre dal palco del World Economic Forum in Arabia Saudita Larry Fink - Ceo di Blackrock e attuale padrone di casa a Davos - ci anticipava il concetto con brutale chiarezza.
Dopo aver promosso l’apertura delle frontiere e l’immigrazione di massa in America dichiarava che i Paesi «xenofobi» con «popolazioni in calo» avrebbero potuto essere in realtà i «grandi vincitori» in un futuro dominato dall’intelligenza artificiale e dalla robotica. «Posso sostenere che nei Paesi sviluppati i grandi vincitori sono i Paesi con una popolazione in calo», affermava Fink. «Abbiamo sempre pensato che la diminuzione della popolazione fosse una causa di crescita negativa, ma nelle mie conversazioni con i leader di questi grandi Paesi sviluppati che hanno politiche migratorie xenofobe, che non permettono a nessuno di entrare, con una demografia in calo, questi Paesi svilupperanno rapidamente la robotica, l’intelligenza artificiale e la tecnologia» In altre parole, gli immensi costi sociali dovuti alla sostituzione in massa di lavoratori con i robot saranno più facilmente gestibili in quei Paesi che non avranno accolto immigrati clandestini in maniera disordinata. In quel caso il welfare necessario a sostenere questi lavoratori sarà molto più costoso. Mentre quindi ci raccontavano come ineluttabile la necessità di importare schiavi per abbassare il costo del lavoro, già sapevano che ci sarebbe stato un ulteriore problema.
In Amazon, ad esempio, le riduzioni di personale sono state significative. Nell’ultimo quarto del 2025 sono state licenziate quasi 15.000 persone come parte di un più ampio piano di efficientamento aziendale che riguardava il 4% della forza lavoro cosiddetta corporate. Il tutto grazie all’intelligenza artificiale ritenuta essere la tecnologia più trasformativa dai tempi di internet. È inoltre prevista una seconda tornata di licenziamenti -sempre di circa 15.000 unità- in questo primo quarto del 2026 stavolta nei comparti AWS (servizi web), Prime Video e risorse umane. Alla fine, quasi il 10% del comparto corporate composto di circa 350.000 unità. E il tutto in attesa di quella che sarà la vera rivoluzione. Da qui al 2033 Amazon non assumerà fino a 500.000-600.000 nuove unità nei settori della logistica. Non stiamo parlando semplicemente di mancate assunzioni. Ma di vere e proprie riduzioni del personale. Come infatti evidenziato da Riccardo Ruggeri nel suo libro incipit Editoria & Amazon di alcuni anni fa, il turnover settimanale in Amazon è pari al 3% settimanale. In pratica ogni sette giorni cambia il 3% del personale. Il che significa che «nell’arco di nove mesi il rinnovo dei dipendenti è totale». In pratica l’azienda è fatta di persone che nove mesi prima non c’erano. Stante queste dinamiche, la riduzione di personale sarà mostruosa. L’intelligenza artificiale mette quindi a dura prova la retorica immigrazionista. Ma non basta. A ben vedere sono altri i racconti che crolleranno con l’uso intensivo dell’intelligenza artificiale. Oggi stupidamente utilizzata per mettere in bikini chiunque appaia in una foto. Questa moda ha infatti un costo. La fame di energia dei data center necessari all’Ia spinge alla produzione di energia on site. Saranno necessari motori di aerei sul posto e tanto combustibile fossile. La soluzione è più costosa rispetto alla connessione alla rete. Si stima che l’energia prodotta sul posto costi il doppio rispetto a quella reperibile sul mercato. Che però non c’è in quantità sufficiente dati i fabbisogni. Ora raccontateci la favoletta delle rinnovabili, della transizione coi pannelli solari ed i mulini a vento. Anzi per dirla alla Gassmann «ti piace mettere le persone in bikini Robertì?» Bene, beccati il petrolio!
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2026-01-27
Freddo o caldo cambia tutto: dove ci sono le rinnovabili il prezzo dell’energia cresce
(IStock)
I dati di Nord Europa e America dimostrano che eolico e solare dipendono troppo dal clima e non riescono a coprire il fabbisogno. L’Ue ufficializza l’addio al gas russo.
Il clima invernale fa il proprio mestiere e mette in difficoltà i sistemi energetici negli Stati Uniti e in Europa, influenzando anche il mercato e i prezzi.
Dopo la tempesta Goretti di un paio di settimane fa, che ha provocato un’alta richiesta di energia, da qualche giorno su Canada, Stati Uniti, una parte dell’Asia e sull’Europa nord-orientale insiste una massa d’aria polare gelida che ha fatto abbassare le temperature a livelli glaciali. La domanda di energia, quindi, sia per riscaldamento sia per i processi industriali, è salita moltissimo e con essa sono saliti i prezzi. Cose che normalmente succedono d’inverno.
Il prezzo del gas dal 9 gennaio scorso in Europa è cresciuto del 38%, avendo il future mensile al TTF chiuso ieri le contrattazioni a 39,11 euro al megawattora, dopo aver toccato un massimo a 43,38 euro al megawattora. Un prezzo che non si vedeva da un anno. In Italia il prezzo al PSV per le consegne di ieri era a 44,73 euro al megawattora.
Il freddo polare del nord Europa influenza anche, di riflesso, i prezzi dell’elettricità in Germania, dove ieri il prezzo spot era di 141,31 euro al megawattora mentre le consegne per oggi hanno raggiunto i 130,61 euro al megawattora. A quanto pare dunque i 100.000 megawatt installati di capacità fotovoltaica non sono sufficienti a scongiurare un rincaro del prezzo dell’energia quando la domanda sale. In effetti, ieri alle 13, l’orario di punta per la produzione fotovoltaica, l’apporto di tale produzione era di soli 3.700 ME, ovvero il 3,6% della capacità installata. Meglio l’eolico, che alla stessa ora presentava una produzione di 20,4 gigawattora sui 73 possibili, pari al 28% circa. In quell’ora, il 35% del fabbisogno era coperto dalle due fonti rinnovabili. Ma è stato un attimo. Il fotovoltaico si è rapidamente azzerato e per tutte le 24 ore chi ha tenuto in piedi il sistema elettrico tedesco sono stati gas (13-15.000 megawatt), carbone (14-19.000 megawatt) e importazioni (circa 3 gigawatt costanti dalla Francia, altre quantità da Svizzera, Norvegia, Danimarca), oltre che i pompaggi idroelettrici al mattino presto e in serata. Il prezzo del gas è salito molto anche negli Usa, dove la produzione di gas rallenta a causa del freddo, facendo salire anche i prezzi del Gnl importato in Europa.
Ma i limiti evidenti delle fonti rinnovabili non frenano l’Europa. Ieri, al vertice del Mare del Nord Gran Bretagna, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Islanda, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi e Norvegia hanno firmato ad Amburgo un patto per installare altri 100 gigawatt di energia eolica offshore attraverso progetti congiunti su larga scala. L’annuncio non specifica l’ammontare dei sussidi pubblici necessari per installare questa enorme capacità, né a quanto ammonteranno i necessari investimenti nelle reti elettriche necessarie ad evacuare l’energia prodotta.
Per completare il suicidio energetico europeo, sempre ieri a Bruxelles il Consiglio Affari generali ha sancito l’addio definitivo al gas russo, approvando il relativo regolamento. Il divieto di importare gas dalla Russia, sia via gasdotto che Gnl, inizierà ad applicarsi sei settimane dopo l'entrata in vigore del regolamento, mentre per i contratti esistenti è previsto un periodo di transizione.
Il divieto totale per le importazioni di Gnl entrerà in vigore a partire dal primo gennaio 2027, mentre quello per le importazioni di gas da gasdotto entrerà in vigore a partire dal primo ottobre 2027.
Ungheria e Slovacchia hanno votato contro, la Bulgaria si è astenuta, tutti gli altri a favore. Subito dopo il voto, l’Ungheria ha annunciato ricorso alla Corte di Giustizia dell’Ue contro il regolamento, perché esso «presenta una misura sanzionatoria come una decisione di politica commerciale per evitare l’unanimità. Ciò è in completa violazione delle norme dell’Ue. I Trattati sono chiari: le decisioni sul mix energetico sono di competenza nazionale». Così ha scritto su X il ministro degli Affari Esteri e del Commercio dell’Ungheria Péter Szijjártó.
Prima di autorizzare l’ingresso di importazioni di gas nell’Unione, inoltre, i Paesi dell’Ue verificheranno il Paese in cui il gas è stato prodotto, per evitare triangolazioni. Ma non solo: entro il 1° marzo prossimo gli Stati membri devono elaborare dei piani nazionali per diversificare l'approvvigionamento di gas e individuare i rischi e le difficoltà nella sostituzione del gas russo. Le imprese dovranno quindi notificare alle autorità e alla Commissione tutti i restanti contratti relativi al gas russo. Dunque, prima si vieta l’importazione di gas russo, poi si chiede a Stati e imprese come e dove intendono trovare le alternative. Forse la logica richiederebbe di invertire l’ordine dei fattori. Gustosa, poi, la postilla: «in casi di emergenza dichiarata e se la sicurezza dell’approvvigionamento di uno o più paesi dell’Ue è seriamente minacciata, la Commissione può sospendere il divieto di importazione per un massimo di quattro settimane», dice il comunicato stampa del Consiglio. Come se la Russia, a quel punto, non vedesse l’ora di salvare l’ex cliente europeo dall’emergenza. A nessuno, pare, viene un dubbio.
Insomma, nulla cambia nella distorta percezione della realtà in quel di Bruxelles, che nonostante i disastri provocati pretende ancora di forgiare il mondo con i propri regolamenti.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente della Commissione (criticata dalla Kallas perché decide solo con i fedelissimi) firma oggi un accordo di libero scambio con Nuova Delhi che favorisce l’automotive tedesca. Mazzata per il tessile, da valutare gli impatti per il settore agricolo.
Non sarà un altro Mercosur. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen ha lanciato messaggi rassicuranti già prima di sbarcare a Nuova Delhi, dove oggi firmerà l’atteso accordo commerciale con l’India, punto di arrivo di quasi due decenni di negoziati e anche di un trattamento di favore senza eguali giacché l’Ue non ha mai sanzionato l’India per l’acquisto di petrolio russo.
Il patto di libero scambio promette forti riduzioni tariffarie per vino e olio d’oliva, lasciando invariata la protezione su carne, pollame e zucchero. Un’intesa che «dovrebbe essere molto vantaggiosa per gli esportatori agricoli europei» hanno fatto trapelare da Bruxelles come a voler mettere le mani avanti e tranquillizzare il settore agricolo che ancora non ha digerito (soprattutto gli italiani) il Mercosur.
La firma con Delhi arriva dopo un iter lungo e complesso. I colloqui sono partiti nel 2007 e da allora, il tavolo delle trattative si è allargato ad un ampio pacchetto che comprende commercio di beni e servizi, investimenti e cooperazione normativa. Sia ben chiaro però che l’annuncio della ratifica non equivale all’operatività immediata, poiché l’intesa dovrà affrontare un iter complesso di ratifica soprattutto sul fronte dei Paesi Ue. Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, ha detto che «saranno valutate se quanto è stato garantito, verrà davvero messo in campo».
Innanzitutto c’è subito un aspetto che non torna. Secondo uno studio di Bruxelles, il Pil europeo salirà nel migliore dei casi dello 0,2% e quello indiano dell’1%. Insomma poco o nulla per l’Europa. La riduzione dei dazi su vari settori non porterà quella sferzata all’economia che si attenderebbe da un negoziato di questa portata. Peraltro la Ue è già oggi il principale partner commerciale dell’India: gli scambi bilaterali di merci hanno raggiunto i 135 miliardi di dollari nel 2023-24, con un aumento di quasi il 90% nell’ultimo decennio. In questa trattativa Von der Leyen sarebbe andata avanti come un treno. Stando a una ricostruzione di Politico, l’Alta rappresentante della Ue, Kaja Kallas si sarebbe lamentata, in privato, dando alla presidente della «dittatrice» perché accentratrice e per la tendenza a decidere solo con i suoi (in particolare con il suo capo di gabinetto, Bjorn Seibert) mentre il resto della struttura sarebbe informata solo a cose fatte.
Ma vediamo chi ci guadagna e chi ci perde dall’accordo. Per l’automotive e i macchinari di sicuro a brindare sarà la Germania che non a caso ha sollecitato Bruxelles a stringere i tempi dell’accordo. Berlino ha bisogno di trovare nuovi mercati di sbocco per le sue imprese, specie quelle dell’auto, che boccheggiano. E quale migliore piazza dell’India, destinata a diventare la terza economia mondiale. I dazi sulle auto provenienti dall’Europa dovrebbero passare da un massimo di 110 a 40%. Ciò favorirebbe Volkswagen, Mercedes-Benz e BMW. Il governo Modi avrebbe accettato di ridurre immediatamente il dazio per un numero limitato di auto con un prezzo d’importazione superiore a 15.000 euro. Secondo una fonte, la riduzione si applicherebbe inizialmente a una quota di circa 200.000 veicoli a combustione all’anno. Nel tempo, il dazio dovrebbe scendere fino al 10%. I veicoli elettrici sarebbero esclusi dalle riduzioni per i primi cinque anni, per proteggere gli investimenti dei produttori locali. L'India è il terzo mercato automobilistico più grande al mondo dopo Stati Uniti e Cina. Attualmente i produttori europei detengono meno del 4% del mercato indiano, che conta circa 4,4 milioni di veicoli all’anno ma si prevede una crescita fino a 6 milioni di unità all’anno entro il 2030.
Per il tessile-abbigliamento, l’accordo si prospetta una mazzata per la Ue. L’India ha una forte tradizione nel tessile e un costo del lavoro molto basso. Due fattori che rappresentano un vantaggio competitivo. Un report di Bruxelles stima che le esportazioni dell’India in questo settore cresceranno in termini assoluti (8,4 miliardi rispetto agli 1,4 miliardi della Ue). Per la pelle situazione simile: export dell’India stimate in aumento di 5,3 miliardi rispetto ai 970 milioni della Ue. Per il lattiero-caseario e cereali gli aumenti delle esportazioni verso la Ue sarebbero superiori al 100%. Va sottolineato che il governo Modi ha voluto il mantenimento dello status quo sui settori più sensibili per la propria economia, carne bovina, pollame e zucchero per i quali le tariffe non subiranno cambiamenti.
Ciò che rende l’accordo squilibrato a favore dell’India è l’assenza nel Paese di regole stringenti sulle emissioni di carbonio che ha permesso una crescita industriale a basso costo. Questo le consente di produrre acciaio, alluminio e cemento utilizzando ancora il carbone, diventando un gigante delle esportazioni. L’India si è opposta al Carbon Adjustment Mechanism della Ue, considerandolo un ostacolo al libero commercio. Non è chiaro se e come questa posizione sarà gestita con il nuovo accordo.
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Germano Dottori (Imagoeconomica)
L’analista Germano Dottori: «Gli americani guardano da tempo con preoccupazione agli sviluppi del processo di integrazione in atto nell’Ue, in parte anche per colpa nostra. Per Trump pure la Nato può essere messa in discussione, se non porta vantaggi tangibili».
Germano Dottori analista e consigliere scientifico di Limes, la disputa sulla Groenlandia e il suo esito, in parte ancora da scrivere, cosa ci dice? Che, come al solito, Donald Trump fa marcia indietro? O che ha utilizzato la sua solita strategia negoziale? E in finale per ottenere che cosa che già non aveva?
«Ci dice soprattutto che in questo suo secondo mandato la politica di Trump sembra riflettere due cose: l’accettazione di un mondo strutturato su sfere d’influenza più o meno esclusive e la volontà di crearne una di natura “emisferica” per gli Stati Uniti, dalla quale escludere russi e, soprattutto, cinesi. Ha sorpreso la spregiudicatezza con la quale il tycoon ha aperto un contenzioso con un alleato atlantico, ma occorre sottolineare che per Trump anche la Nato può essere messa in discussione, se fonte di vincoli non compensati da vantaggi tangibili. È un nazionalista integrale».
E propone addirittura il Board of Peace: una struttura internazionale da lui personalmente gestita. Trump sta picconando le strutture sovranazionali di cui non si fida più? E se sì perché?
«Questa diffidenza nei confronti delle grandi organizzazioni internazionali non è un dato del tutto nuovo nella storia americana. Gli Stati Uniti non aderirono alla Società delle Nazioni, che pure nacque grazie all’impulso di un loro presidente, Woodrow Wilson. E prima di dar vita all’Onu ebbero cura di prevedere che al loro interno fosse creato un Consiglio di Sicurezza soggetto al loro diritto di veto. Ciò premesso, il Board sembra poggiare su premesse inedite, di natura privatistica, con tanto di tassa di partecipazione. Difficile formulare previsioni sulla sua efficacia, ma nel peggiore dei casi sarà soltanto un tentativo ulteriore andato a vuoto come altri in precedenza. Speriamo invece che funzioni, perché il suo obiettivo è la pacificazione, interesse collettivo. Trump si è riservato al suo interno un ruolo centrale, che peraltro difficilmente verrebbe accettato una volta cessato il suo mandato alla Casa Bianca».
Mentre negozia un possibile accordo in Ucraina, Trump sembra voler smontare pezzo per pezzo il cosiddetto Sud globale. Dal Venezuela all’Iran. Una strategia di pressione per costringere Vladimir Putin ad accettare un compromesso?
«Per Trump la politica internazionale dovrebbe privilegiare i rapporti bilaterali, nei quali gli Stati Uniti possono più agevolmente far valere il peso superiore della loro potenza politica, economica e militare. Le aggregazioni costituiscono invece un problema, sia quando legano le mani a Washington costringendola a decisioni collettive, che nelle circostanze in cui sono costituite senza, o contro, gli Stati Uniti per bilanciare la loro supremazia».
La Cina è una superpotenza economica. Ma sul piano militare sono ancora gli Stati Uniti a dettare legge. Avevamo dato per morta troppo presto l’America con la sua capacità di esercitare il cosiddetto hard power?
«La Repubblica Popolare Cinese è un’immensa fabbrica ma ha dei limiti importanti. Sul piano finanziario, gli Stati Uniti rimangono significativamente superiori: se vuoi fare soldi con i soldi, è ancora all’industria finanziaria americana che occorre rivolgersi. Accende spesso la fantasia il fatto che i cinesi detengano una parte significativa dei titoli del debito sovrano statunitense, ma a ben vedere, si sono legati le mani: infatti, non possono indebolire il loro debitore senza subire perdite molto alte. Probabilmente, Pechino pensa a un condominio sul mondo, non ad affossare gli Stati Uniti. Sul piano militare, poi, la geografia rappresenta un grosso problema per i cinesi. E non può essere modificata. L’America controlla le vie marittime da cui dipende la prosperità della Repubblica Popolare. Nessuno ha dato per morti gli Stati Uniti: non per caso, il Pianeta è sempre pieno di persone che dimostrano contro la loro permanente supremazia. Anche dalle nostre parti».
Il Venezuela è il giardino di casa. E l’esfiltrazione di Nicolás Maduro rientrava sicuramente nelle capacità degli Stati Uniti. L’Iran è invece lontano. E Trump non può permettersi un conflitto del tipo di quelli promossi in passato dai neocon e dai Democratici. Che scenario dobbiamo aspettarci in Iran una volta che questo regime sarà eventualmente caduto?
«A Caracas non è stato abbattuto un regime, ma soltanto rimosso il suo leader, permettendone la sostituzione con la sua vice, che pare abbia promesso di collaborare con gli Stati Uniti, ponendo fine all’influenza che esercitavano localmente cinesi e russi. La situazione iraniana è completamente differente. È in atto una rivolta interna, innescata da una crisi idrica ed alimentare che ha fatto esplodere l’inflazione, convincendo vasti strati della popolazione a chiedere la fine della Repubblica Islamica. In Iran capiscono perfettamente che le sanzioni non potranno essere abolite fintantoché gli islamisti resteranno al potere. Più in generale, la società civile iraniana, altamente istruita e sofisticata, non accetta più le restrizioni delle libertà che la soffocano dal 1979. Il regime ha risposto con enorme violenza, uccidendo molte migliaia di persone e macchiandosi di crimini odiosi, che interrogano la coscienza di tutto l’Occidente. I dimostranti chiedono aiuto. Pur essendo certamente impressionato dalle immagini che riceve anche lui, Trump però ha finora esitato, perché è stato sorpreso ed è consapevole che ci sono dei rischi. Ha chiesto opzioni e fatto convergere forze nell’area del Golfo. Nel frattempo, le autorità iraniane lo hanno insolentito, circostanza che potrebbe bastare a motivare dei raid punitivi nei loro confronti, come accadde con il generale Soleimani. La situazione è molto fluida».
Trump di fatto prende a schiaffi l’Ue perché sa che questa non ha alternative? E soprattutto che Europa vuole Trump?
«In campo commerciale, l’unico in cui l’Europa agisca davvero come soggetto sovranazionale, l’Ue è un attore con il quale anche gli Stati Uniti son costretti a fare i conti. Al contrario di quanto comunemente si crede, gli americani guardano da tempo con preoccupazione agli sviluppi del processo d’integrazione in atto nel nostro Continente, in parte anche per colpa nostra. Qualche errore di comunicazione lo abbiamo infatti commesso anche noi, enunciando ambizioni del tutto legittime, ma che hanno generato un senso d’allarme Oltreoceano».
Innegabile che Trump abbia decisamente cambiato rotta e velocità di marcia nella politica estera americana. Ritiene questi cambiamenti irreversibili indipendentemente da chi sarà il successore di Trump?
«Non sappiamo chi gli succederà. Trump accelera anche perché sa di avere a disposizione poco tempo. Tre anni, forse meno, se i risultati delle elezioni di medio termine lo trasformeranno in un’anatra zoppa».
È corretto immaginare che sarà una sfida a due fra Rubio e Vance nel provare a raccogliere l’eredità di Trump? Che differenza c’è fra i due?
«È molto prematuro. Se la presidenza Trump sarà considerata un successo, i suoi esponenti di maggior spicco se ne contenderanno l’eredità. Ma se si concluderà in un fallimento, i repubblicani cercheranno verosimilmente qualcuno che non abbia fatto parte della sua amministrazione».
Le elezioni di mezzo termine sono tradizionalmente sfavorevoli al presidente in carica. Sul piano interno Trump ha ancora carte da giocare per provare ad evitare una sconfitta quantomeno probabile? In Minnesota sembra di assistere a una guerra civile!
«Sta provando a farlo, anche per evitare l’impeachment, spingendo sull’economia e adesso anche sull’espansione territoriale, che peraltro non convince al momento gli elettori americani».
Keir Starmer in UK e Mark Carney in Canada sono i più acerrimi avversari di Trump. Non esiste più l’anglosfera?
«L’anglosfera non è una realtà superficiale che connette dei leader. È qualcosa di molto più concreto e profondo, non congiunturale, che investe le élite ma coinvolge al massimo la stampa, l’editoria e la cultura. La comunanza linguistica è un collante fortissimo, resistente alle fluttuazioni della politica».
L’intesa fra Giorgia Meloni e Friedrich Merz ci dice che la Francia ha perso il suo ruolo di leadership in Unione europea. È un decadimento strutturale o passeggero quello di Parigi?
«L’Unione europea senza la Francia semplicemente non esiste. E la Francia è un “sistema”, a differenza nostra, dotato di un’élite coesa dalla fortissima identità nazionale e capace di immaginare progetti a lunghissimo termine. Noi siamo diversi, guardiamo più al locale che al globale, all’oggi più che al domani. L’Italia fa benissimo a sperimentare ogni geometria che ne enfatizzi la flessibilità e creatività diplomatica, ma dobbiamo essere coscienti dei nostri limiti. In altre parole, occorre realismo per tutelare i nostri interessi al meglio, con pragmatismo, senza inseguire chimere».
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