Carlo Calenda (Ansa)
Dialogo aperto tra Forza Italia e il leader di Azione. Antonio Tajani: «Se son rose...». Paolo Berlusconi: «È un ottimo politico».
La politica riserva sempre colpi di scena inaspettati. Tra i più interessanti degli ultimi giorni c’è l’intesa tra Carlo Calenda e Forza Italia. La strana coppia.
All’evento di ieri organizzato al teatro Manzoni di Milano, dal titolo «Più libertà, più crescita», che segna l’avvio della campagna referendaria sulla riforma della giustizia, promosso da Forza Italia per il 32° anniversario della discesa in campo di Silvio Berlusconi, sono presenti tutti i colonnelli azzurri: il presidente del Piemonte e vice segretario Alberto Cirio, il vice segretario Stefano Benigni, il ministro Paolo Zangrillo, la presidente della Consulta nazionale Letizia Moratti, il presidente Mediaset Fedele Confalonieri, Paolo Berlusconi.
Special guest il segretario di Azione. «Apriamo al confronto anche con forze diverse dalle nostre. L’abbiamo fatto con il partito radicale sulla giustizia, oggi lo facciamo con Calenda sul libero mercato. Un modo per confrontarsi, per vedere se c’è la possibilità di convergenze», dice il segretario di Forza Italia, Antonio Tajani. E l’occhio si sposta già sulle elezioni comunali di Milano 2027 per le quali Tajani non esclude di ripetere l’esperimento Basilicata, dove Azione e centrodestra hanno corso insieme. Vincendo. «Credo che con un candidato civico di area moderata, Azione possa sostenere un accordo e sostenere questo candidato. Vediamo», aggiunge Tajani. «intanto oggi parliamo con Calenda di economia e su molte questioni possiamo trovarci in sintonia. Poi se son rose fioriranno».
Le lusinghe a Calenda traducono in una risposta altrettanto persuasiva. «Vengo dalle aziende, mai appassionato a destra e sinistra. Questo Paese ha disperatamente bisogno di liberali, popolari e riformisti che non possono pensare di essere sottomessi né ai sovranisti di destra né agli estremisti di sinistra. Hanno costruito la storia Paese e l’hanno resa libera e indipendente. Noi quel percorso lo faremo e se in quel percorso ci sarà spazio per lavorare insieme, sarò felicissimo. Perché pensare di condividere quel percorso con Conte, Fratoianni, Bonelli, Schlein, Salvini o Vannacci, proprio non ce la faccio».
In fondo è proprio l’insegnamento trasmesso da Berlusconi, sempre felice di includere nel partito da lui fondato chiunque avesse capacità, idee, pensieri di libertà. E tutto si può dire fuorché Calenda non sia uno dalle mille risorse. Da sempre un politico buono per tutte le stagioni. Il suo innato talento è multifunzione e vale in tutti i contesti. Altrimenti non sarebbe stato possibile per uno che da giovane era iscritto alla Federazione giovanile comunista italiana, fare il manager in Ferrari e in Sky Italia, per poi seguire Luca Cordero di Montezemolo prima in Confindustria e poi nella sua avventura politica, Italia Futura. Salvo passare successivamente dalla Scelta civica di Monti, grazie alla quale diventa viceministro dello Sviluppo economico, prima con Letta e poi con Renzi, per il quale riveste anche la carica di ministro, continuando con Gentiloni. Tutto ciò passando anche dal Pd che gli permette pure di diventare europarlamentare. Uscendone, infine, per fondare Azione e candidarsi a sindaco di Roma. Unica cosa che non gli va a buca. «Oggi più che mai la battaglia per la libertà richiede scelte coraggiose. Ovvero, avere la forza di rendersi autonomi da chi è nemico dell’Europa. E Azione non defletterà», conclude Calenda.
La benedizione a Calenda arriva anche da Paolo Berlusconi. «È un ottimo politico, speriamo che faccia parte anche lui della coalizione». «L’arricchimento di persone in questo grande lavoro che Forza Italia deve fare all’interno di un governo per consolidare la sua posizione centrista credo sia utile», aggiunge il fratello del Cavaliere. «Ricordiamo l’ultimo messaggio di Silvio: Forza Italia è il partito dell’amore e del cuore per i nostri figli, per i nipoti, per tutti. Chi sposa questo è ben accetto».
Continua a leggereRiduci
Enzo Bianco (Ansa)
L’ex ministro, tra i fondatori del Pd: «Molti nel partito hanno cambiato idea sulla separazione delle carriere perché temono di non essere ricandidati. L’infrastruttura sullo Stretto di Messina riunificherà davvero l’Italia».
Enzo Bianco, tra i fondatori del Partito democratico e due volte ministro dell’Interno, lei è uno dei pochi dem favorevoli alla riforma della giustizia.
«Non dalla prima all’ultima virgola, chiaramente. Però, la reputo necessaria. E condivido parte dei cambiamenti proposti dal governo».
Per esempio?
«Accentuare una differenziazione tra magistratura requirente e giudicante».
La dibattutissima separazione delle carriere.
«Serve una distinzione più netta, come avviene in quasi tutti i Paesi europei o anglosassoni».
E il sorteggio?
«Non è la soluzione ideale, ma resta preferibile allo strapotere delle correnti. Adesso si decide in base all’appartenenza».
Il Pd rilancia l’accusa dell’Anm, stampata persino sui manifesti per il referendum: con le nuove norme, le toghe sarebbero controllate dal governo.
«Ho molto rispetto per i magistrati. E, ovviamente, nei confronti del partito che ho contribuito a fondare. All’epoca della sua nascita, ero presidente della Margherita. Sono stato uno dei quattro firmatari dell’atto costitutivo assieme a Rutelli, Fassino e Veltroni».
Però?
«Stento a immaginare che tutti lo pensino».
Non ci credono neanche loro, insomma?
«Tanti, in buona fede, ci sono. Ma stanno consapevolmente esagerando. Se si fermassero un attimo, contando fino a tre, molti magari supererebbero questa convinzione».
Invece?
«È un argomento facile da raccontare e difficile da riscontrare. Al posto dei leader del Pd, più che criticare la riforma, avrei però fatto delle controproposte. Questa contrarietà rischia di apparire, davanti all’opinione pubblica, come una strenua difesa dell’esistente».
In aula, l’opposizione ha rifiutato ogni confronto.
«Si potevano trovare soluzioni comuni, almeno per correggere le distorsioni che colpiscono i cittadini: ad esempio, l’inaccettabile condanna preventiva da semplici indagati. Spesso si viene assolti anni dopo, ma la reputazione è distrutta per sempre».
La riforma era già prevista ai tempi della bicamerale di D’Alema. Lei, allora, stava per entrare al Viminale.
«Sono diventato ministro, per la prima volta, alla fine del 1999. La giustizia era uno dei temi su cui si dibatteva di più, con un’impostazione non troppo lontana da quella attuale».
Alcuni favorevoli di allora, adesso sono contrari.
«Mi dispiacerebbe fare i nomi di persone che stimo».
A tanti manca il coraggio?
«La disciplina di partito conta anche per la rielezione: i candidati sono scelti dalle segreterie».
Temono le ire del Nazareno?
«Probabilmente, la determinazione e la nettezza di Elly Schlein suscitano preoccupazione. Io, però, inviterei ad ascoltare pure i riformisti del Pd. Con qualche sforzo reciproco, forse si riuscirebbe ad avere una linea comune».
Assieme ad altri impavidi ex deputati dem, lei è intervenuto al convegno «La sinistra che dice sì». C’erano Ceccanti, Morando, Concia…
«Chi appartiene a quella tradizione talvolta si sente il dito puntato addosso, da parte di qualcuno che ha posizioni più radicali. Sapere che siamo in tanti ci rinfranca».
Non è stata solo una piacevole rimpatriata tra amici?
«Spero che si possano unire le forze per fare sentire la nostra voce, sempre con il massimo rispetto verso Schlein».
Non vi ascolta?
«Potrebbe farlo un po’ di più, magari riunendo con maggiore frequenza gli organi del Pd, sia a livello nazionale che locale. Purtroppo, questi sono difetti di un partito governato da correnti».
La segretaria, appena eletta, aveva annunciato battaglia a «cacicchi» e «capibastone».
«Esattamente».
Oltre a riconsiderare questa riforma, cosa suggerite?
«Più europeismo in politica estera. E maggiore pragmatismo sui temi economici».
Anche sul federalismo, però, la chiusura sembra totale.
«Non bisogna commettere lo stesso errore, limitandosi soltanto alla critica».
E i diritti civili?
«Un altro tema che sentiamo molto. Va gestito con equilibrio».
Temete la deriva massimalista, all’inseguimento di Conte e Landini?
«Fa parte della nostra storia, ma andrebbe bilanciata. Ci sono pure gli eredi della tradizione riformista, come noi. Questa è una ricchezza, non un limite. Evitiamo l’organizzazione per correnti, per cui il capo della sinistra si sceglie i suoi candidati».
Dovrebbe essere Elly Schlein a sfidare Giorgia Meloni?
«Ho qualche dubbio che sia la candidata migliore, ma è ancora presto per decidere. Una scelta importante come questa va lungamente meditata. Comunque, dovremmo cercare una personalità che valorizzi di più anche la componente cattolica e liberal democratica».
L’emergente Ruffini o il navigato Gentiloni, allora?
«Gentiloni ha tutte le caratteristiche per essere il leader di un grande partito riformatore, oltre che un premier autorevole e apprezzato».
Quattro volte in Parlamento. E altre quattro sindaco di Catania. Tre anni fa voleva riprovarci. La Corte dei conti l’ha dichiarata incandidabile, per il dissesto finanziario del Comune.
«È stato un obbrobrio giuridico, peraltro appreso da un comunicato stampa. Due giorni dopo, avrei dovuto presentare la mia lista. I sondaggi mi davano in testa. Un tempismo sospetto».
Com’è finita?
«La decisione è stata annullata dalle Sezioni riunite della Corte di cassazione. Fu un attacco ingiustificato e fazioso».
Ora pregusta freddamente la vendetta?
«Cerco di separare le vicende personali dalle posizioni politiche. Però, di questi casi ne accadono tanti».
Ha fatto anche il ministro dell’Interno. Oggi si discute di un nuovo pacchetto di sicurezza. Per il Pd, è inutile repressione.
«Qualcuno si preoccupa della possibile restrizione delle libertà. Tutto naturale e legittimo, per carità. Ma quando ci sono rischi gravi e motivazioni serie, servirebbero ulteriori riflessioni».
Come giudica Piantedosi, suo successore al Viminale?
«È stato un ottimo prefetto, difatti ha un approccio molto tecnico. L’ho visto all’opera: non urla, è rispettoso, sa ascoltare. Non sempre sono d’accordo con lui, ma lo considero una persona di valore».
A differenza del suo partito, lei è favorevole persino al ponte sullo Stretto.
«Ero ministro quando il governo Amato decise di farlo. Anche in questo caso, non ho cambiato idea».
Perché lo considera necessario?
«Voglio chiarirlo: non serve tanto al trasporto automobilistico, ma a portare l’alta velocità ferroviaria in Sicilia».
Da Catania a Roma, in quattro ore e mezza.
«Allora avremmo davvero un'Italia unita. E la Sicilia diventerebbe, per le merci, la porta d’accesso al Mediterraneo. Cambieremmo il mondo».
Tocca di nuovo citare la segretaria del Pd, ancora ferocemente avversa. Dice che è «un ecomostro irrealizzabile», nonché «un progetto arrogante».
«Lo spieghi ai siciliani, che ora ci mettono nove ore per arrivare nella capitale. In alternativa, sono costretti a pagare 300 euro per comprare un biglietto aereo. Il Ponte migliorerebbe la vita a milioni di persone».
Il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, l’ha elogiata: «Conferma che l’opera non è di destra o di sinistra, ma è un’infrastruttura fondamentale per la Sicilia, la Calabria e tutto il Paese».
«Lo apprendo da lei. Non ne sapevo nulla, ma è vero: uno dei primi ministri dei Lavori pubblici ad appoggiare il progetto fu Nerio Nesi, che era un esponente dei Comunisti italiani».
Lei apre un varco.
«Al di fuori delle letture un po’ faziose e superficiali, anche tra i nostri elettori ci sono tanti favorevoli. Se venissero spiegate bene le ragioni, sarebbero la stragrande maggioranza».
Enzo Bianco, padre nobile e fondatore, non teme lo spariglio.
«Questo però si inserisce nella tradizione del Partito democratico. Non ci sono posizioni eretiche. Piuttosto, fatico a comprendere chi è pregiudizialmente contrario alla separazione delle carriere solo per schieramento politico. Rivolgo un caloroso invito a tutti».
Quale?
«Riflettiamo e valutiamo nel merito, per cortesia. Resta una buona riforma della giustizia, anche se è stata fatta da un governo di cui siamo e resteremo fieramente avversari. Comunque, si può e si deve migliorare».
Solo le vecchie glorie possono salvare il Pd?
«L’eta non conta. Tra qualche giorno, compirò 75 anni. E ho ancora voglia di combattere».
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 26 gennaio con Carlo Cambi
Stefano Zecchi (Ansa)
Il filosofo: «La cultura che nega le differenze tra le etnie rende impossibile l’integrazione. Ai giovani mancano padri autorevoli».
Stefano Zecchi, filosofo e scrittore, già docente di Estetica a Milano e autore del romanzo Resurrezione: che idea si è fatto dei ragazzi che girano con la lama in tasca?
«Credo che anzitutto sia un problema di integrazione fallita. Nelle aule si fa sentire sempre di più la presenza di extracomunitari, di prima o seconda generazione».
Incompatibilità culturale?
«La cultura del coltello non è italiana. Lo era ai tempi del “compare Turiddu”, oggi è superata».
Dunque?
«Possiamo star qui ad elaborare soluzioni di breve termine, ma la verità è che la scuola non è attrezzata per gestire classi scolastiche così composite. Oltre la cultura, ne faccio una questione di civiltà, cioè capacità di relazionarsi e rispettare i coetanei, i costumi e le tradizioni».
La violenza giovanile come prima conseguenza di un problema migratorio sfuggito di mano?
«Sì, e non esiste un criterio valido a priori che garantisca l’integrazione. Il sociologo Alain Touraine ha studiato il modello francese, inglese e tedesco. Sistemi diversissimi, che spaziano dalla massima integrazione al massimo controllo: e tutti imperfetti. Si naviga a vista».
In Italia cresce il numero di ragazzi che possiedono armi «improprie», coltelli, tirapugni, eccetera. Ma sono cifre ancora basse rispetto ad altri Paesi europei.
«In Italia il problema è solo all’inizio, ma ci stiamo adeguando alle realtà europee che da decenni cercano di convivere con i problemi legati all’integrazione. Qualcuno dice che il problema si risolverà da solo? Io rispondo che le visioni ottimistiche non aiutano, e ci impediscono anche di comprendere il valore delle differenze».
In altre parole?
«Non c’è solo un tema legale e organizzativo dietro la violenza giovanile. Un ragazzo italiano e uno marocchino possono trovare una risorsa nelle loro differenze. Ma noi cerchiamo il livellamento, annientando entrambi: così facendo, non avremo né comprensione né integrazione».
Cosa intende, quando parla di «livellamento» delle differenze?
«Se nascondiamo il presepe, per paura di offendere una famiglia musulmana, ci abbandoniamo a una resa culturale. Sarebbe più corretto apprezzare il presepe e spiegare alla classe come i musulmani celebrano le loro festività».
Protagonisti dei casi di cronaca sono anche minorenni italiani. Si parla di «vuoto da riempire».
«La democrazia ha sempre, nelle sue maglie, una quota di violenti. Baby gang, centri sociali, e tutti quelli che non intendono accettare le regole. Max Weber sottolinea come la democrazia non porti a una visione irenica della vita, per cui tutti remano pacifici nella stessa direzione. Certe violenze, in buona parte, sono endemiche. Possono e devono essere limate, con l’educazione scolastica, ma non mi stupiscono troppo. Sicuramente raccontano di un altro fallimento: quello della metropoli».
La metropoli?
«La grande città è stato un mito novecentesco. E oggi è un’ illusione pensare che possa essere un luogo di emancipazione e di progresso. Anzi, è il simbolo di un fallimento di sviluppo e integrazione. E Milano è un esempio drammatico di questa deriva».
Insomma, riconosce che le nuove generazioni sono più fragili?
«Ho sempre pensato che questa mancanza di solidità dipenda dall’assenza del padre, che oggi viene demonizzato in quanto simbolo patriarcale. La cultura “woke” ha le sue responsabilità».
Cioè?
«Nessuno vuol tornare alla famiglia ottocentesca, dominata dal padre padrone. Ma oggi fare il padre autorevole è diventato quasi un reato. E la figura del padre non è stata sostituita da nessun’altra. Senza questa figura, tutto diventa possibile. Una certa cultura di sinistra nega il problema, così non va nemmeno alla ricerca di soluzioni».
Quando parla della figura del padre, si riferisce in senso esteso al rispetto dell’autorità?
«Ma certo, l’autorità contiene i valori fondanti di una società, e diventa essenziale rispettarla. Altrimenti si va incontro a una polverizzazione delle relazioni. E la strada verso il nichilismo è tracciata».
I nuovi mezzi di comunicazione, l’ecosistema dei social, amplificano il problema?
«Di recente papa Leone ha detto una frase che mi ha fatto riflettere: “È tornata la moda della guerra”. Ecco, per me con quelle parole non parla solo di armi e soldati, ma c’è qualcosa di più».
Vale a dire?
«È tornata di moda la guerra della competitività violenta tra realtà sociali. Il coltello che porta in tasca il ragazzo non è solo il simbolo di una cultura diversa dalla nostra, ma anche la spia di un ritorno dell’aggressività. E la virtualità delle comunicazioni di oggi sicuramente non aiuta: siamo obbligati a urlare più forte degli altri per avere attenzione. Lo sbocco naturale non può essere che l’esasperazione dei rapporti sociali».
Continua a leggereRiduci







