(Ansa). Nel riquadro, Jacqueline Monica Magi, giudice penale al tribunale di Pistoia
Dalla Bicamerale in poi, ha sempre sostenuto la separazione delle carriere. Ora, invece, la ripudia perché l’ha fatta la destra.
superiori della magistratura e la nascita dell’Alta corte disciplinare. È un referendum importante, su una riforma attesa da anni, che viene a completare il disegno costituzionale del 1948 e quello del nuovo Codice di procedura penale varato nel 1988-1989 dall’impianto accusatorio.
La magistratura si oppone alla riforma per non ben spiegate ragioni, accampando ipotesi di retroscena apocalittici, che non trovano alcun riscontro nelle norme di legge. La sostanza dell’articolo 104 della Costituzione non cambia, la magistratura rimane un ordine indipendente e lo garantisce la Costituzione, esattamente come prima della riforma. Tutti i paventati cambiamenti del fronte del No, a leggere le norme, svaniscono. A parte ipotesi di alcun appiglio giuridico, il fronte del No non sa che dire se non che il sorteggio non garantisce la competenza dei sorteggiati.
O bella, in Corte di assise, dove si giudicano i reati più gravi, i giudici popolari vengono sorteggiati fra i cittadini, non solo sono sorteggiati anche i componenti dello speciale organo che giudica il presidente della Repubblica, allora noi avremmo un sistema che fa giudicare il presidente della Repubblica e gli accusati di omicidio e di strage da incompetenti? Certo che no, ma non sanno proprio che dire per contrastare i sostenitori di una riforma che mira a riportare trasparenza e legittimazione in un sistema che l’ha persa. Si perché il Csm è un organo di alta amministrazione chiamato a dare valutazioni tecniche sulla vita professionale dei magistrati e non deve e non può rappresentare nessuno, perché la rappresentanza implica un mandato da parte di elettori a cui si deve rispondere e non si può rispondere delle valutazioni tecniche a un elettorato. La rappresentatività dei membri del Csm verso gli elettori è, quindi, abnorme, una abnormità che va interrotta. Poi dovremo affrontare l’abnormità rimasta e non ancora toccata, quella dei Consigli giudiziari, organi regionali rappresentativi, piccoli Csm locali che ancora hanno membri eletti e dove si ricrea il gioco delle correnti. Il nodo dei Consigli giudiziari andrà affrontato.
Non tutti i magistrati, però, sono schierati sul fronte del No, ci sono magistrati anche sul fronte del Sì e si stanno disvelando piano piano. Esiste un gruppo di 61 magistrati che hanno fatto documenti comuni, che esprimono le loro opinioni tramite i social, che scambiano continuamente le loro idee. E non sono gli unici a esprimersi per il Sì. Ve ne sono altri. Scoprire che non si è soli a volere la riforma, a chiedere più trasparenza e legittimazione nel Csm, a chiedere una reale indipendenza del giudice dal pm è stato per me e per altre colleghe un momento di liberazione, il momento in cui ci siamo sentite finalmente libere di parlare, esprimere le nostre idee, comprese nel proprio pensare. Il modo che abbiamo noi colleghe di approcciarci al tema è completamente diverso da quello dei colleghi, più asettico e cerebrale. Noi ci esprimiamo con maggior calore e maggior sentimento e in modo certamente più concreto. È la differenza fra i due mondi, maschile e femminile, che si vive anche in questa battaglia. Come ha detto una collega alla Maratona oratoria dei magistrati per il Sì a Roma sabato 28 febbraio 2026, il ritrovarsi uniti dagli stessi pensieri, dalle stesse volontà, mi ha fatto sentire libera, eliminando quel senso di oppressione che da anni si era impadronito di me, chiusa in un sistema dove anche un respiro sbagliato poteva avere conseguenze inaspettate e le migliori intenzioni potevano essere lette negativamente in un clima definito da un collega a Roma, in quello stesso incontro, giustizialista.
Al momento ci rammarichiamo dei toni verbali violenti utilizzati dai sostenitori del No che, non avendo argomenti, offendono e aggrediscono.
Altro elemento misterioso di questa riforma è come sia possibile che la sinistra, che per venti anni, dalla Bicamerale di Massimo D’Alema in poi, ha sostenuto la separazione delle carriere, adesso sia contro la riforma solo per partito preso, perché la riforma viene fatta da un governo di destra, tradendo così i propri progetti passati.
Non sappiamo come andrà il referendum e cosa succederà dopo, alcuni di noi temono vendette se vincerà il No, ci scherziamo sopra, ma intanto respiriamo un’aria libertà che ci consente di denunciare i soprusi subiti, come ha fatto a Roma la collega Margherita che ha rivelato che alcune volte le è stato intimato di prendere alcune decisioni al posto di altre, e che ci permette di poter sperare in una riforma del sistema che porti maggiore trasparenza ed eticità.
Chiediamo, a chi ci ascolta, con tutto il nostro coraggio, di esporsi in questa battaglia e ci auguriamo che il 22 e 23 marzo i cittadini vadano a votare e votino Sì.
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Enrico Mattei con lo Scià Rehza Pahlavi nel 1960 (Getty Images)
Il neonato ente italiano guidato da Enrico Mattei cercò spazio in Iran per saziare la sete di petrolio italiana negli anni del «boom». L'accordo con lo Scià Rehza Pahlavi del 1957 generò una dura reazione dei grandi monopolisti angloamericani. Ma l'Italia ebbe da allora un piede nell'oro nero del Medio Oriente.
L’italia dei primi anni Cinquanta aveva una grande sete di energia. Lasciate alle spalle le macerie della guerra, aveva fruito degli aiuti economici del Piano Marshall avviandosi verso una fase di forte sviluppo industriale. Zona cruciale per la posizione nel Mediterraneo, la Penisola era entrata nel 1949 a far parte dei Paesi del Patto Atlantico. Tuttavia, rimaneva forte la dipendenza dai grandi produttori esteri nel settore del petrolio, che rappresentava un freno e un possibile ostacolo all’alba del «boom» economico per gli alti prezzi applicati all’oro nero da parte dei fornitori. L’Italia, Paese sconfitto in guerra ed ex possessore di colonie, fu fortemente limitato nello scacchiere internazionale delle concessioni petrolifere e sempre sottoposto al potere dei consorzi anglo-americani. Almeno fino alla nascita, nel 1953, dell’Ente Nazionale Idrocarburi guidata dall’ex liquidatore dell’Agip nato durante il ventennio, Enrico Mattei. Ingegnere chimico, deputato della Democrazia ed ex comandante dei partigiani «bianchi», Mattei mostrò subito una forte tendenza a rompere il giogo dei grandi produttori esteri, cercando spazio per l’Italia con l’obiettivo di una più larga autonomia energetica.
La visione di Mattei non includeva soltanto un piano industriale, ma era anche e soprattutto geopolitica. Il padre dell’ente idrocarburi italiano sfruttò appieno i rivolgimenti in atto nei Paesi nordafricani del Mediterraneo (tra cui naturalmente l’ex colonia libica) e del Medio Oriente per creare una breccia nel monopolio delle sette sorelle. Nel caso specifico dell’Iran, l’occasione per Mattei venne proprio dal rapido mutamento della situazione internazionale e dallo sconvolgimento degli equilibri politici di Teheran. Dopo la fine della guerra, il governo del Paese era stato fortemente turbato da fatti di sangue, cospirazioni ed assassinii che avevano portato, dopo un attentato alla sua vita, all’allontanamento dello Scià Rehza Pahlavi dalla guida dell’Iran. Al suo posto si era insediato il nazionalista Mohammad Mossadeq, la cui politica mirava alla nazionalizzazione del petrolio e ad un’islamizzazione dello Stato per le spinte del suo braccio destro, l’ayatollah Kashani, che fu uno dei mentori di Khomeini. Nel 1950 iniziarono gli approcci italiani all’Iran, con la ratifica del Trattato di Amicizia finalizzato alla fornitura di tecnologia nel campo della meccanica, della chimica e per la realizzazione di opere pubbliche. Il nuovo governo iraniano, impegnato a rompere il monopolio anglo-americano, aveva bisogno di tecnologia per lo sfruttamento di aree non ancora esplorate. Qui si inserì l’azione di Enrico Mattei, che vide un’opportunità unica per la crescita internazionale dell’industria petrolifera italiana. Il 1953 fu un anno chiave sia per la nascita dell’Eni che per il colpo di Stato voluto dagli anglo-americani, che rovesciarono Mossadeq riportando Pahlavi alla guida del Paese. Coperto dall’appoggio occidentale, lo Scià non abbandonò completamente l’idea di un’industria nazionale del petrolio. In quel periodo, si intensificarono i contatti con l’ente italiano tramite la neonata Nioc (National Iranian Oil Company). Nel 1955 Mattei iniziava i rapporti con il governo di Teheran, per la fornitura del supporto tecnico nell’esplorazione delle zone individuate dalla Nioc. L’anno successivo la prima delegazione dell’Agip Mineraria era in Iran con il compito di esplorare un’area di 12.000 chilometri quadrati a Nord del Golfo Persico. Il 14 marzo del 1957 l’accordo tra Eni e Nioc fu siglato con l’approvazione finale del governo italiano: l’Italia entrava così in modo indipendente nel mercato petrolifero iraniano, saltando il monopolio del consorzio anglo-americano. Ma quello che destò maggiore scalpore a livello internazionale furono le clausole fino ad allora inedite del contratto: fino ad allora la regola prevedeva la divisione al 50% delle royalties tra le compagnie ed il Paese produttore. Mattei, con atto coraggioso e spregiudicato, assegnò il 75% agli iraniani in virtù del fatto che l’accordo era stato siglato con una compagnia di Stato. Questo significava un’opportunità unica per Teheran e fu letta dai grandi produttori anglo-americani come un atto di concorrenza sleale. All’indomani della firma dell’accordo la stampa anglosassone, in particolare quella americana, si scagliò contro l’iniziativa dell’Eni. L’accordo era stato siglato in un periodo di crisi geopolitica rappresentato dalla guerra di Suez, così che i governi di Londra e Washington vissero l’ingresso dell’Italia in Iran come una pugnalata alla schiena. Mattei tirò dritto, nonostante le ritorsioni dirette che le sette sorelle misero in atto in Libia facendo pressioni sul governo di Tripoli affinché riducesse le concessioni all’Eni. Ancora una volta la geopolitica venne in aiuto al patron del petrolio italiano, perché il governo dello Scià rappresentava un punto delicato e non poteva essere in quel momento punito. Erano gli anni della Guerra fredda e Mosca rappresentava una minaccia per le mire che storicamente nutriva sull’Iran.
Le esplorazioni dell’Agip Mineraria portarono allo sfruttamento dei giacimenti iraniani dopo il 1960. Non fu un’impresa semplice a causa della natura del terreno e delle incognite che il sottosuolo riservava. Particolare difficoltà rappresentò la spedizione sui Monti Zagros, rilievi inospitali al confine con l’Iraq, sia per le grandi difficoltà logistiche nel trasporto dei materiali in alta montagna che per il pericolo rappresentato dalla presenza di banditi. Nel 1960 fu scavato il primo dei giacimenti sul monte Sequtah, a cui seguiranno altre perforazioni dal 1965 in avanti. Per mettere a frutto i pozzi fu necessario un grande sforzo in termini di infrastrutture, tra cui una complessa rete di teleferiche per superare le profonde ed aspre gole che caratterizzavano la catena montuosa iraniana.
Il più importante giacimento scoperto dall’Eni in Iran fu quello offshore di Doroud, nelle acque del Golfo Persico. Qui i tecnici Eni assieme agli iraniani della Nioc realizzarono il più importante campo petrolifero italo-iraniano, con una produzione che a partire dalla metà degli anni ’60 permise la produzione di circa 100.000 barili al giorno, rappresentando il centro nevralgico dell’industria petrolifera italiana in Iran.
Dopo la tragica scomparsa di Mattei nel 1962, l’attività dell’Eni in Iran proseguì secondo i piani originari, fino alla soglia degli anni ’70, quando la nascita dell’Opec trasformò radicalmente la natura dei contratti tra le compagnie e i Paesi produttori. La seconda e più grave cesura avvenne con la rivoluzione che nel 1979 portò al regime degli ayatollah guidato da Khomeini, che nazionalizzò totalmente l’industria petrolifera. Fu in questo frangente che l’Eni perse la gestione del giacimento di Doroud. La successiva guerra contro l’Iraq portò distruzione nelle infrastrutture e una graduale ripresa degli investimenti dell’Eni si ebbe alla fine del regime di Khomeini l’anno successivo. Negli anni ’90, pur con contratti radicalmente diversi da quelli siglati da Enrico Mattei all’alba della presenza italiana, L’Eni ebbe una seconda fase di espansione durata fino all’inizio del terzo millennio, con importanti collaborazioni come quella che portò alla costruzione del grande gasdotto South Pars. Dal 2010 al 2015 l’embargo petrolifero all’Iran e le sanzioni a Teheran hanno paralizzato l’attività di Eni in Iran. Dopo una breve finestra di due anni dopo l’accordo sul nucleare del 2015 l’azienda italiana si è dedicata soprattutto al recupero dei crediti maturati in Iran negli anni precedenti. Dal 2018, anno della ripresa delle tensioni internazionali sull’Iran, i progetti di Eni si sono spostati su altre aree strategiche in Africa, Asia e Nord Europa.
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(iStock). Nel riquadro, Natalia Ceccarelli, giudice Corte d’appello di Napoli
Siamo diventati parte di una vera «primavera» e siamo amati dalla gente. Serve un futuro senza correnti e raccomandazioni.
Quando Carmen Giuffrida mi ha chiamato, in una fredda mattina di gennaio, e mi ha proposto di aderire al manifesto di un manipolo di magistrati per il Sì, confesso, ho tentennato. Non per la giustezza dello schieramento - di cui non dubitavo, avendo avuto modo di osservare da vicino le allegre scorribande correntizie - bensì per il timore della lapidazione che, puntuale, si sarebbe abbattuta sul miniclub di kamikaze in gestazione.
Anche alle pietre sono abituata, è vero, ma quelle le schivo (a volte le ricevo) nella ristretta cerchia dei masochisti ascoltatori di Radio Radicale. Ora si trattava di prendersi le pietre dalla folla - ove la propaganda ha salde diramazioni - e, sinceramente, non me la sentivo di lanciarmi nel fango fino al collo, avendo faticato a costruirmi una reputazione. Ma l’incoscienza, si sa, è l’ingrediente di tutte le rivoluzioni. Tra il cuore e la ragione, ha avuto la meglio l’emozione. Ci siamo presentati in 51. Altri si sono aggiunti dopo. Altri si aggiungeranno. Ho conosciuto eroici settantenni e compassate femministe (sarà un ossimoro? Chissà). Un po’ imbranati con lo strumento utilizzato (alcuni più degli altri, eh), ma carichi di una passione capace di alimentare tre generazioni. Abbiamo cominciato a divertirci combattendo e divertendo abbiamo continuato.
L’affetto che avvertiamo intorno a noi crescente ci ispira e ci motiva. Siamo diventati parte di una primavera di cui nessuno dei protagonisti potrà mai dimenticarsi. Comunque vada il referendum, ne sarà valsa la pena. Personalmente ho ritrovato il gusto della colleganza. Sine spe ac metu. Mi piace, poi, l’idea che siamo percepiti più vicini alle persone. Lo sento. Lo so. Per chi ancora non ci conoscesse, provo a descrivere chi siamo, con il divertimento che segue. Grazie a tutti per l’affetto..
Il referendum
al tempo dei social
In questa truculenta campagna referendaria - di scassinamenti costituzionali delle sette chiavi, di agognate sottoposizioni esecutive sadomaso, di demolizioni illegali della democrazia, fatte senza contratto di smaltimento - abbiamo scelto di parlare agli elettori con la leggerezza delle ali della libertà. Noi siamo i magistrati pop e votiamo Sì. Parliamo alle massaie e ai tassisti usando il linguaggio della gente. Conosciamo qualcuno in più dei 400 vocaboli del dottor Nicola Gratteri, e li decliniamo secondo Verità. Spezziamo la riforma come il pane e la distribuiamo a chi vuole capirla, rendendo semplice ciò che appare astruso e comprensibile ciò che appare oscuro.
Noi siamo i magistrati pop e votiamo Sì. Non siamo attori, cantanti, scrittori e intellettuali. Siamo semplicemente magistrati, sebbene taluno si diletti (e pure bravo) con la chitarra, il canto e la corsa campestre. Ci trovate su tutti i social media, insieme a tutti gli avvocati di buona volontà. Ma ci sono pure commercialisti, meccanici e assistenti giudiziari. Tanta pazienza ci vuole per spazzar via le menzogne. E ce l’abbiamo. Banniamo iettatori, catastrofisti e oscurantisti. Danziamo nella notte intorno al fuoco della ragione. E siamo amati. Noi siamo i magistrati pop e votiamo Sì. Il dramma correntizio non ci piace, preferiamo la commedia all’italiana. Ridiamo molto e molto riflettiamo sulla giustizia e sulle sue disgrazie. Spesso facciamo le pulizie di casa. Apriamo tutte le finestre e sbattiamo i panni all’aria. Non temiamo i microbi della raccomandazione e i batteri dell’autopromozione. Noi siamo immuni. Odoriamo come il culo di un lattante dopo il bagnetto. Splendiamo come la stella del mattino nella prateria.
Danzando ci prepariamo al 25 aprile della magistratura e ci divertiamo. Noi siamo i magistrati pop e votiamo Sì. Non siamo scesi dalla torre d’avorio a incontrar la gente. Semplicemente lì non siamo mai saliti. I piani alti erano tutti occupati. Neanche le briciole cadevano dall’alto. Ci siamo cibati di ghiande e frutti rossi. E abbiamo atteso, in mezzo alla povera gente. La torre ha traballato sotto i colpi della riforma. Abbiamo visto i nostri governanti cadere nel vortice dei non-argomenti, arrampicarsi sui muri dell’irragionevolezza. Noi siamo i magistrati pop e votiamo Sì.
Abbiamo una divisa, il testo, e la indossiamo a ogni occasione di confronto. È una divisa semplice, uguale per tutti, essenziale. Cercano di lanciarci contro un’arma che chiamano contesto: ma son «polveri bagnate», perché siamo più forti nella storia e pure nella geografia. I nostri oppositori fuggono indignati, gridando «Vedrai… vedrai». Vedrai che cosa? Boh. Speriamo di vedere l’alba di un nuovo giorno per la magistratura e per i cittadini, senza correnti d’aria e raccomandazioni. Noi siamo i magistrati pop, votiamo Sì. E sapete dove trovarci.
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2026-03-05
La guerra di domani è realtà. Tra droni e mitragliatrici come si preparano i soldati
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La terza edizione dell’Expo week defence a Livorno, organizzata da Extrema Ratio in collaborazione con il Comfose: «Pronti per ogni scenario, ma evitare i conflitti».
A guardarlo da fuori, il mondo delle forze speciali sembra semplice. Non facile, ovviamente, perché le prove sono dure, lo stress continuo, così come l’addestramento. Semplice nel senso che solitamente (e sbagliando parecchio) si pensa unicamente all’addestramento e all’impiego in missione (del resto ne I ragazzi della Folgore, Alberto Bechi Luserna parla proprio dell’«odor di impiego», inteso come il desiderio di essere essere mandati chissà dove nel mondo per fare ciò a cui ci si è preparati per anni). Ma non c’è solo questo. Anzi: il centro di tutto, forse, è lo studio, come certifica l’attività del Comfose, il comando delle forze speciali dell’esercito.
C’è la ricerca e lo sviluppo non solo di nuove armi sempre più performanti, ma anche di tecnologie e di strumenti utili per gli operatori. Affinare sempre di più ciò che si è imparato. Affinare gli strumenti che si ha a disposizione. Questo il mantra.
Tra questi, ci sono i droni, ovviamente. Ma pure tutti quei materiali utili per andare in missione e agire nel migliore dei modi. Occhiali da utilizzare in ogni ambiente, quindi. Coltelli da impiegare come extrema ratio, quando lo scontro diventa ravvicinato e non c’è più via di fuga. Ma anche materiale tecnico per difendersi dalle armi da taglio. E anche, ovviamente, fucili. Non è quindi un caso che Extrema Ratio, marca di coltelli (e non solo) che rifornisce gran parte delle forze armate internazionali, si sia rivolta al Comfose per organizzare tre giorni dedicati al sistema della Difesa, presso il poligono Le Arcate di Collesalvetti in provincia di Livorno, invitando partner come Sig Sauer, Nitecore, Energia Pura, Para jet e Helix. Il meglio delle aziende internazionali che si occupano di sicurezza. Ed è proprio da qui che è partito il comandante del Comfose, il generale di Brigata Carmine Vizzuso: «Grazie alle aziende che hanno aderito all’iniziativa permettendoci di testare il prodotto delle loro continue ricerche atte a migliorare il supporto alle Forze armate. Abbiamo avuto ospiti la cui presenza ha dimostrato il successo dell’evento. Grazie al vice comandante Comfose, Mauro Bruschi, e a tutto il personale che ha collaborato; bravi tutti, sono fiero del lavoro che è stato fatto».

Mauro Chiostri, fondatore di Extrema Ratio e Extrema Ratio Roma, ha invece affermato: «Questa terza edizione di Expo week defence days, (seconda realizzata a Collesalvetti, ndr) ha favorito lo scambio di opinioni, importante per contribuire allo sviluppo tecnologico; ha dato modo alle industrie di collaborare in un unico obiettivo rivolto al miglioramento delle offerte e hanno dato l’opportunità di ottenere un grande risultato che si è rivelato anche con le visite di personalità politiche e militari che hanno apprezzato l’iniziativa ritenendola importante». All’Expo infatti sono transitati tutti i reparti formati da Comfose: il nono reggimento col Moschin, il 185esimo Rao e il 4° Reggimento Alpini Paracadutisti. Tutti hanno potuto testare i materiali presenti, comprendendo le varie potenzialità degli strumenti che avevano davanti e pure i limiti per poterli migliorare.

In particolare, tra gli stand più visitati quelli di Sig Sauer, azienda americana di armi che, dopo importanti commesse negli Stati Uniti, sta ampliando il proprio volume di affari anche in Italia. Tra i modelli presentati la mitragliatrice Mmg in calibro 338 Norma magnum, Lmg IN calibro 7.62 sia ibrido sia convenzionale e Lmg in calibro 6.8 ibrido. La particolarità dei prodotti Sig oggi risiede sulle Mmg E Lmg e sui calibri ibridi che sono un loro prodotto esclusivo, che consente prestazioni superiori anche del 20-25% in termini di energia rispetto ai calibri convenzionali a parità di peso se non addirittura con pesi ridotti. Va da sé il vantaggio tattico. Ma non solo. Perché una delle caratteristiche dell’expo è quella di valorizzare le aziende italiane, come Neon che sta lavorando a importanti progetti per garantire la sicurezza degli operatori in condizioni climatiche estreme, ed Energia Pura, che ha già in produzione materiali anti taglio (di questi tempi utili anche per i civili, visti i continui attacchi all’arma bianca).
Non sono mancate le visite di personalità politiche e militari a testimoniare l’importanza dell’evento. Il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago, l’eurodeputata Susanna Ceccardi, l’onorevole Paola Chiesa e l’onorevole Chiara La Porta hanno mostrato interesse nel corso della visita agli stand. Mentre il mondo corre spesso all’impazzata verso nuovi conflitti, c’è chi si addestra e si prepara. Con la speranza di non dover utilizzare mai ciò che ha appreso.
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