Lamberto Frescobaldi (Imagoeconomica)
Il presidente dell’associazione delle imprese del settore Lamberto Frescobaldi: «Capisco le perplessità degli agricoltori. Ma per noi aumentare l’export in Sudamerica è una necessità».
Non tutto il Mercosur viene per nuocere. Si potrebbe riassumere così l’impressione che si ricava da questa chiacchierata con Lamberto Frescobaldi, uno dei signori del vino. La sua famiglia è tra le più blasonate al mondo, i vigneti si estendono in tutta la Toscana e dal Castello di Nipozzano a Montalcino ovunque ci siano territori di qualità c’è una cantina Frescobaldi. È anche a capo dell’Unione italiana vini e sotto la sua presidenza l’Uiv ha ripreso quella centralità che da sempre ha connotato la produzione enoica nel panorama agricolo ed economico. Con lui parliamo di Mercosur, di mercato e della novità dei vini senza alcol, che a molti fanno storcere il naso, ma che il marchese Frescobaldi invece classifica nella cartella delle opportunità.
Come presidente dell’Unione italiana vini ha giudicato positivamente il sì al tratto Mercosur. Per quali ragioni? Non teme che i brasiliani continueranno a farsi il loro Prosecco?
«Il Mercosur è certamente un buon accordo per il vino, raggiunge gli obiettivi di abbattimento delle barriere tariffarie e non tariffarie. Il mercato del vino sta affrontando una congiuntura particolarmente delicata. L’apertura di nuovi mercati e la diversificazione delle esportazioni rappresentano non solo una scelta strategica, ma una necessità imprescindibile. Al momento, il 60% dell’export italiano di vino è concentrato su cinque mercati principali. In questo contesto, il Mercosur - per ragioni storiche e identitarie - può costituire un’opportunità significativa per i nostri prodotti. È utile evidenziare che i vini europei destinati al Brasile subiscono attualmente rincari rilevanti, con dazi all’importazione che raggiungono il 27% per i vini fermi e il 35% per gli spumanti. Per quanto riguarda le indicazioni geografiche, 355 nomi di prodotti alimentari, vini e spiriti europei saranno protetti nel Mercosur e beneficeranno dello stesso livello di protezione oggi previsto nell’Ue. L’uso di un’indicazione geografica per prodotti non originali sarà vietato ed espressioni come “tipo”, “stile”, “imitazione” o simili non saranno consentite. Diverse denominazioni italiane, come Prosecco, Asti, Marsala sono oggi utilizzate in Argentina e Brasile; questo non deve stupirci, gli italiani che si sono trasferiti più di un secolo fa in quei Paesi hanno iniziato a produrre vini “nello stile” dei prodotti della loro terra di origine e con le medesime varietà. Il termine “Prosecco” è oggi utilizzato come varietà in Brasile, uno dei pochi Paesi al mondo dove il nome ancora non gode di una protezione robusta. A conclusione del negoziato, la Commissione ha ottenuto, a nostro avviso, un importante risultato e anche il nome Prosecco sarà protetto in Brasile».
Il mercato del vino in quei Paesi, a reddito assai inferiore rispetto all’Europa, vale mezzo miliardo di cui neppure il 10% è di vino italiano. Come pensate di crescere?
«Se le percentuali di incidenza del vino italiano sono così basse lo si deve proprio al fatto che finora vi sono state barriere commerciali talmente alte da aver scoraggiato la maggior parte delle imprese, soprattutto quelle abituate a produrre e vendere vini di medio e alto livello, che arrivavano sul mercato con prezzi proibitivi per la maggior parte del pubblico. L’eliminazione delle tariffe consentirà a un numero maggiore di aziende italiane di provare ad approcciare questi mercati, allargando sensibilmente la percezione dei vini italiani, oggi confinata a pochi prodotti ultracompetitivi. L’esperienza sudcoreana, con la progressiva eliminazione dei dazi dal 2011, ha consentito a quel Paese di crescere di oltre il 300% in termini di valore alle importazioni nel giro di appena dieci anni, con l’Italia assoluta protagonista. Per quanto riguarda la concorrenza interna, io non ho paura della competizione, quando questa è sana e giocata ad armi pari. Se i vini argentini dimostreranno di essere prodotti apprezzabili dal pubblico italiano, ben venga, vorrà dire che potremo imparare qualcosa di nuovo da loro (le loro varietà - come il Malbec - non sono coltivate qua in Italia). Al di là di tutto, i numeri attuali dell’industria vitivinicola argentina, peraltro focalizzata sul mercato sudamericano e su quello statunitense, non consentiranno mai un’invasione del nostro Paese».
I dazi americani vi stanno facendo ancora perdere mercato?
«Perdiamo noi così come perdono i nostri competitor, Francia in particolare. La mia sensazione è che i dazi, assieme alla svalutazione del dollaro in buona parte generata dalle tariffe, facciano male anche perché si inseriscono in un quadro generale difficile, con i consumi generali di vino - in contrazione da ormai 5 anni - fortemente condizionati dal calo del potere di acquisto, dalla pressione dell’industria delle bevande e da moti salutistici che fanno di un’erba un fascio. Il risultato, almeno per ora, è pesante: nell’anno appena terminato stimiamo un calo del valore dell’export attorno all’8-10%, dopo un primo semestre a +5%. Ma soprattutto, ciò che purtroppo dobbiamo rilevare è che le nostre imprese si stanno facendo in gran parte carico del dazio per non perdere quote di mercato, con i listini in calo di circa il 10%. Una situazione difficilmente sostenibile, che potremmo riuscire a superare solo con un maggior impegno da parte dei nostri partner commerciali statunitensi. In un contesto generale di difficoltà, tutti devono fare la propria parte per un obiettivo comune perché ricordo che per ogni dollaro investito in vino europeo il trade statunitense genera un beneficio di 4,52 dollari. Se il vino non arriva, e non si vende, i primi a primi a pagare dazio sono loro».
C’è un altro mercato potenziale per il vino italiano sempre sottovalutato: la Cina.
«La Cina non ha imposto dazi sul vino recentemente. C’è stata un’indagine su antidumping e sussidi che tuttavia non riguarda il vino, ma solo i distillati. La Cina rimane l’eterna terra promessa, però dobbiamo fare i conti con una realtà di mercato che ha visto le importazioni complessive di vino calare di circa un terzo dal pre Covid al 2024. Purtroppo il 2025 ha confermato la progressiva riduzione degli ordini».
Tornando al Mercosur, se dovesse giudicare con gli occhi di un agricoltore che non fa vino quali sono i punti di maggiore criticità?
«Le preoccupazioni del mondo agricolo europeo, in particolare di alcune filiere, sono legittime: il Brasile in particolare è una superpotenza quando si parla di agricoltura e allevamento. Tuttavia, ritengo che, anche grazie all’importante lavoro svolto dal governo italiano, l’accordo raggiunto a Bruxelles con l’introduzione di un regolamento specifico su importanti clausole di salvaguardia che monitoreranno con attenzione l’impatto sull’agricoltura europea tenga conto di queste preoccupazioni, prevedendo strumenti di intervento a sostegno del comparto».
Lei come moltissimi produttori di vino fa anche olio extravergine di oliva. È preoccupato dall’«invasione» di olio tunisino favorito dall’Ue?
«Questo è un argomento complesso. Ahimè nel nostro Paese non abbiamo avuto una politica di sviluppo di questo magnifico prodotto. Le olivete sono rimaste quelle centenarie, siamo stati sopraffatti dalle paure del cambiamento e quindi l’importazione ha preso il sopravvento. Adesso il mistero dell’Agricoltura ci ha posto attenzione e sono fiducioso che qualcosa cambierà. Dobbiamo ripartire dall’oliveta, come per i vini siamo ripartiti dai vigneti».
Non ama parlare dele sue aziende perché teme la commistione tra Frescobaldi imprenditore e Frescobaldi presidente dell’Uiv, ma visto dalla sua azienda come va il mercato?
«Il mercato non è stato facile per nessuno, Frescobaldi compreso. Dobbiamo trarre insegnamenti da questi momenti difficili per affinare le nostre tecniche per riflettere a cosa fare differentemente, per cambiare».
Lei produce alcuni dei vini più ricercati del mondo, Masseto, Ornellaia, il mercato dei fine wines è fuori dalla crisi? La concorrenza francese è ancora potente?
«La concorrenza anche per i vini più desiderati è molto alta, non possiamo rilassarci e dobbiamo produrre vini sempre migliori. I grandi francesi non dormono sugli allori e anche loro sono sotto pressione. Ho molti amici in Francia e con loro ci scambiamo spesso buone idee. Possiamo crescere entrambi».
Da presidente di Uiv lei si è molto battuto per tenere i vini dealcolati nel perimetro delle cantine e come prodotto agricolo. È soddisfatto del decreto del governo e quale pensa sia il futuro dei vini dealcolati?
«Siamo soddisfatti che, finalmente, il quadro normativo sui vini dealcolati sia stato completato anche in Italia. Sono diverse le imprese del vino italiane che vogliono sviluppare questo business e rispondere alle richieste di alcuni mercati e dei nuovi consumatori. Il vino “no e low alcohol” non sostituisce il vino tradizionale, ma offre un’opportunità in più a un consumatore che, per mille motivi, decide di non voler consumare una bevanda alcolica o voler semplicemente un vino più leggero. Vediamo nei prossimi anni quali saranno le reazioni del mercato, ma certamente mettere le imprese italiane nelle condizioni di competere al pari dei competitor tedeschi, francesi e spagnoli è una buona notizia. L’attacco all’alcol e al vino è un tema pressante, anche se recentemente vi è stata un’importante dichiarazione delle Nazioni Unite che ha ribadito la netta distinzione tra consumo moderato e abuso. Speriamo si continui su questa strada».
Il riconoscimento Unesco per la cucina italiana fa bene al vino?
«È un riconoscimento “alla carriera”, ma con ancora lunghi secoli davanti. E il mondo del vino italiano esulta, perché è parte di essa: in tavola assieme alla cucina italiana c’è anche il “suo” vino. Si tratta inoltre di un risultato politico importante da parte del nostro governo per difendere e promuovere le nostre identità in giro per il mondo dove c’è fame (e sete) di Italia».
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Gianclaudio Torlizzi (Imagoeconomica)
Il fondatore di T-Commodity Gianclaudio Torlizzi: «L’America corregge il tiro della globalizzazione, che ha permesso l’ascesa di Pechino. Sulla Groenlandia l’Italia ha le carte in regola per fare da mediatrice e proporre un accordo».
Gianclaudio Torlizzi fondatore di T-Commodity ed esperto di materie prime ed energia. In Groenlandia succede di tutto.
«Con lo scioglimento dei ghiacci, le rotte commerciali artiche diventano importanti, ed offrono un notevole risparmio di giorni di navigazione rispetto alle rotte tradizionali come Suez. Gli Stati Uniti mirano al controllo dei “colli di bottiglia” globali (choke point) e ad estendere la loro influenza sul continente panamericano. Non possono tollerare potenze ostili di Russia e Cina, in quest’area strategica. La disponibilità mineraria delle acque artiche è significativa. Si stima un’importante presenza di minerali, e l’attività di estrazione mineraria sottomarina (il cosiddetto deep sea mining) sarà una tematica cruciale del futuro. Gli Stati Uniti mirano ad assicurarsi queste risorse. Aggiungi che si trova tra Nord America, Europa ed Artico. Può costituire la traiettoria più breve per i missili balistici russi diretti in Usa. Lì c’è la base militare americana di Pituffik con tanto di radar per early warning missilistici. Il cosiddetto Giuk (Greenland, Iceland e Uk) è un choke point navale cruciale per monitorare le navi ed i sottomarini russi e cinesi presenti nel nordatlantico. Trump vuole la Groenlandia ma non ha le risorse per mettere militari là o costruire infrastrutture necessarie. Qui potrebbe entrare in gioco Italia come mediatrice e proporre un accordo. Esiste un problema di comunicazione con ambienti della diplomazia europea con la galassia Maga».
Altro che. Ma dalla sfera di cristallo che hai lasciato nell’altra stanza quale scenario prevedi? Gli Stati Uniti pagheranno un sacco di dollari. Danimarca e Groenlandia litigheranno su quanto spetta a ciascuno?
«Lo scenario più probabile è che la Danimarca mantenga una sovranità formale sul Paese, ma in cambio gli Stati Uniti otterranno la capacità operativa di muoversi. Un’azione di forza americana potrebbe invece destabilizzare ulteriormente una Nato già fragile e alienare l’appoggio degli alleati; mentre in questa fase sarebbe necessario rafforzare l’unità contro l’asse Mosca-Pechino».
A proposito di Russia e Cina, io mi sono fatto questa suggestione. Donald Trump, non essendo riuscito a spezzare l’asse Mosca-Pechino e a ottenere un accordo in Ucraina, ha come piano B quello di smontare il Sud globale pezzo per pezzo, partendo dal Venezuela. Giusto?
«La strategia di “Noxin”, cioè di spezzare l’abbraccio tra Mosca e Pechino, non ha avuto successo finora. Washington scommetteva che Mosca, a lungo andare, sarebbe stata fagocitata da Pechino, e che la Cina stesse assecondando e strumentalizzando le velleità neo-imperiali di Putin per concentrare gli sforzi bellici occidentali sull’Ucraina. Tuttavia, non c’è stato l’avvicinamento sperato da parte di Putin. L’azione venezuelana non è tanto una reazione a questo fallimento, quanto un’azione che si sarebbe verificata comunque. Il target è Pechino. La priorità numero uno per gli Stati Uniti è fronteggiare l’ascesa cinese, e il Venezuela, fornitore di petrolio alla Cina, rappresenta il primo segnale della strategia americana di estendere la propria influenza sul continente panamericano in chiave anticinese. Anche l’Iran rientra in questa strategia».
Ci arriviamo. Da consulente del ministero della Difesa, concordi sul fatto che la Cina sia una grande potenza economica che però non regge il confronto militare con gli Stati Uniti?
«Sì, non credo si possa parlare di una totale parità di mezzi. La capacità produttiva cinese, pur avendo superato quella statunitense in alcuni ambiti come quello navale, non è sufficiente a garantire un predominio. Il motivo è semplice. La scarsa esperienza delle forze armate cinesi nei conflitti bellici. La guerra è esperienza, e il fatto che i cinesi non abbiano maturato decenni di esperienza diretta sul campo rende difficile affermare che la loro capacità militare sia sufficiente per battere gli avversari. Prendi l’Ucraina. Oggi ha un’industria all’avanguardia nel comparto droni. Cosa impossibile senza l’esperienza dolorosa dell’invasione russa degli ultimi quattro anni».
Hai evidenziato come gli Stati Uniti stiano costruendo catene del valore «made in Usa» e che il Pentagono acquisisca partecipazioni di minoranza strategica in molte aziende, assicurando loro commesse a prezzi superiori a quelli di mercato per consentire all’industria di rinascere. Ho compreso bene?
«Sì, è corretto. Le materie prime sono una criticità primaria per gli Usa, data la dipendenza della Cina, che controlla oltre il 90% della raffinazione di terre rare. Gli Stati Uniti agiscono su due fronti. Da un lato sul fronte energetico. Cercando di compromettere l’approvvigionamento petrolifero cinese. Vedi appunto Venezuela e Iran. L’obiettivo è indebolire Pechino che da quelle importazioni dipende. Poi ci sono i minerali. Gli Usa stanno creando nuove filiere. Per competere con i prezzi cinesi, il Pentagono entra nel capitale di aziende minerarie locali e garantisce contratti pluriennali con prezzi superiori a quelli di mercato. Questo crea problemi all’Europa, cui gli Usa chiedono un price floor più alto sulle materie prime…».
Un prezzo minimo remunerativo.
«L’Europa resiste, temendo costi maggiori per le manifatture, e non attua politiche di sussidio come gli Usa, che però bilanciano con dazi e mantenimento dei prezzi del petrolio. L’Ue, invece, con il dazio ambientale Cbam non farà che aumentare i prezzi di acciaio e altre materie prime. E questo si che intacca la competitività e genera incertezze legali. Come al solito Bruxelles dimostra una mancanza di visione e di conseguente policy sulle materie prime. E mentre l’Europa si balocca, gli Stati Uniti costruiscono rapidamente una propria filiera mineraria».
Ultimo quadrante. La prospettiva di uno shock in Iran si allontana? Sostieni che il 20% del petrolio cinese proviene da quell’area, però per ora non si intravedono segnali di cambiamento?
«Sì, è corretto. L’Iran è un paese molto più complesso del Venezuela. Gli Stati Uniti si sono fermati anche a causa dell’opposizione di alcuni Paesi arabi, come l’Arabia Saudita, che non sarebbero contenti di un collasso dell’Iran. Perché aumenterebbe l’offerta di petrolio sul mercato, causando un ulteriore calo dei prezzi. Ci sono pressioni cinesi e forse dai paesi del Golfo per evitare un’azione di forza immediata. È un dossier complesso, anche perché non si può escludere una reazione come il blocco dello stretto di Hormuz (dove passa il 20% del petrolio globale). Oppure attacchi missilistici ai Paesi del Golfo. Non sono neppure sicuro che il cambio di regime a Teheran sia l’obiettivo finale di Washington. Il vero scopo è rendere l’Iran il più possibile “allineato”, trasformandolo da alleato strategico di Pechino in un attore più gestibile. In ballo non ci sono solo le forniture di petrolio e la gestione del choke points, ma anche la Via della Seta cinese che rischia di saltare».
Una curiosità. Si favoleggia giustamente delle immense riserve petrolifere del Venezuela ma della sua scarsa produzione. Il petrolio del Venezuela è praticamente bitume vero? Costa poco estrarlo ma tanto lavorarlo, giusto?
«Sì, è un petrolio pesante che può essere raffinato principalmente da Stati Uniti, Cina e India. Costa poco estrarlo, ma la manutenzione degli impianti petroliferi è scarsa dopo l’espropriazione di Chavez, rendendo necessario un revamping generale e generando incertezza sui costi di lavorazione. In quegli impianti servirebbe un energico revamping visto lo stato in cui si trovano».
Tu parli spesso di nuovo paradigma della politica estera americana. Che tradotto significa?
«L’evoluzione dell’economic statecraft a stelle e strisce prevede che il settore privato gestisca estrazione e sicurezza, e il governo incassi il vantaggio geostrategico più una quota dei profitti; mantenendo salve le casse statali e la capacità militare. Questo implica un totale allineamento delle grandi aziende americane alle istanze del governo, indipendentemente dalla presidenza (Trump o altro). Non penso che cambiando le amministrazioni cambi il corso degli eventi. La politica estera americana era già destinata a questo tipo di azione per contrastare il superamento della Cina. Trump o non Trump. Alcuni europei non capiscono che l’approccio precedente, superglobalista, rimpianto da alcuni, ha permesso alla Cina di emergere. Era un modello fallimentare che doveva essere fermato e riformato. Da un lato quindi l’Europa dovrebbe comprendere questo interesse strategico statunitense per la riforma della globalizzazione e aiutare gli americani a contrastare la Cina. Dall’altro va anche detto come l’approccio muscolare di Trump nei confronti dei suoi alleati rischia di avere un effetto controproducente, come è emerso dall’avvicinamento del Canada alla Cina».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 19 gennaio con Flaminia Camilletti
Roberto Bin
Il professore, autore di alcuni dei più noti manuali universitari di Diritto, Roberto Bin: «Bruxelles ha guidato l’espansione in deroga ai Trattati, e i giudici comunitari hanno operato a tutela di una precisa linea economico-sociale».
Con una stima conservativa, si può dire che centinaia di migliaia di studenti di giurisprudenza in Italia si siano formati sui testi di Roberto Bin. I volumi di Diritto costituzionale e di Diritto pubblico scritti con Giovanni Pitruzzella, oggi giudice della Corte costituzionale di nomina quirinalizia, hanno superato entrambi di slancio le 20 edizioni e sono in uso presso molte Facoltà degli atenei italiani. Anche per questo, il professor Bin, ordinario all’Università di Ferrara, è un interlocutore ideale per ragionare sulle mutazioni del diritto, sottoposto a tensioni formidabili tra chi lamenta la fine di quello «internazionale» e chi si interroga sui limiti di quello «europeo» in rapporto a quello costituzionale delle nazioni. Nella conversazione con La Verità, Bin accetta di partire dai fondamentali, aiutando a mettere a fuoco anzitutto il significato di alcuni termini decisamente inflazionati.
Professore, su quali basi si legittima il «diritto internazionale» che molti vedono, di recente, messo a repentaglio?
«Null’altro che il consenso degli Stati. O meglio, il diritto internazionale deve essere accettato dagli Stati più forti, agli altri può essere imposto».
Nessuno schema «dato» in natura, quindi. E invece come ha senso definire lo «stato di diritto»? La sua definizione è assimilabile a quella di «rule of law»?
«I due concetti vengono da tradizioni culturali molto diverse, e hanno assunto significati diversi nel tempo. Oggi sono appiattiti in un generico principio di soggezione del potere al diritto».
Aiutandosi con il cosiddetto «paradosso dell’autorità» elaborato dal filosofo Joseph Raz, lei ha spiegato che - da un certo punto di vista - anche un sistema politico non rispettoso dei diritti umani (ad esempio, un totalitarismo novecentesco) potrebbe essere considerato uno stato di diritto: quindi non è scontato che uno stato di diritto difenda i diritti umani?
«È un tema su cui si discute da sempre: se lo Stato di diritto si riduca al principio di legalità (ovvero: ogni potere pubblico deve essere esercitato in conformità della legge), o implichi qualcosa di più, appunto in termini di rispetto dei diritti umani».
Facciamo un passo avanti su questo aspetto. Lei di recente ha scritto un paper di grande interesse dal titolo «L’Unione europea rispetta i principi del rule of law?» (leggibile qui: shorturl.at/vJjVK), in cui ragiona su una evoluzione dell’architettura istituzionale dell’Ue che sarebbe - sue parole - «in deroga alle regole costruttive dello Stato di diritto». La sua tesi, se si può così riassumere, è che l’Ue «internamente» agisca secondo lo stato di diritto, ma che lo faccia molto meno nei confronti dei Paesi membri. Come motiva questa asserzione?
«Lo sviluppo della Comunità europea è avvenuto grazie a decisioni assunte in deroga alle norme dei Trattati in vigore, sulla base di accordi politici tra gli Stati membri. I Trattati hanno consolidato ciò che la politica aveva già concordato».
Lei ha scritto che le toghe della Corte di giustizia Ue sono «giudici che operano come “funzionari” e perseguono magari obiettivi nobilissimi, ma non tollerano i vincoli posti alla loro “funzione” da chi - legislatore o Stato membro - è investito dalla legittimazione politica, cioè dalla rappresentanza democratica; evadono perciò dal tracciato storico dello Stato costituzionale di diritto in nome di un rule of law che si riduce alla supremazia del diritto europeo e che tradisce lo stesso significato del principio dello Stato di diritto». Sembra parlare di giurisprudenza Ue come intrinsecamente ostile alla democrazia: è così?
«Checché se ne possa pensare, l’organizzazione europea è una organizzazione tra Stati, signori dei Trattati su cui si fonda. Il suo principale obiettivo, la costruzione di un mercato comune, ha fatto prevalere le regole comuni del mercato e della concorrenza sulle istanze sociali che erano al centro delle Costituzioni del dopoguerra. La delocalizzazione delle imprese, alla ricerca di costi minori di produzione, ha lasciato dietro di sé il deserto economico: il diritto dell’Ue non l’ha affatto ostacolata, anzi, l’ha protetta come esercizio di una libertà delle imprese».
Il dibattito italiano tende a dare per scontata la cosiddetta primazia del diritto Ue sul diritto nazionale e costituzionale. Tale supremazia è fondata? E se sì, su cosa?
«Si basa su principi elaborati dalla giurisprudenza della Corte di giustizia, sin dai primi anni di attività. Gli Stati l’hanno contrastata, ma molto debolmente: in fondo faceva comodo a tutti fissare a livello europeo misure che magari nel contesto nazionale avrebbero avuto difficoltà a far digerire».
Che effetto ha quello che lei chiama «rule of european law» sulla giurisprudenza nazionale? E, considerando il nostro Paese, sulla Corte costituzionale, almeno per l’orientamento che essa ha espresso negli ultimi lustri, per esempio durante la crisi economica?
«La supremazia del diritto europeo e l’efficacia diretta delle sue norme negli ordinamenti nazionali hanno posto il giudice nella possibilità di disapplicare le leggi interne per applicare le norme europee. Nel dubbio che le prime siano in contrasto con le seconde, il giudice italiano deve rivolgersi alla Corte di giustizia, che non avrà dubbi a far valere i principi di libertà di mercato sui vincoli “sociali” posti dalla legislazione nazionale. È il ricco imprenditore che può difendere i suoi interessi in giudizio davanti alla Corte di giustizia, rivendicando la tutela della “suoi” diritti di libertà. La Corte costituzionale non ha potuto contestare questo meccanismo, ma ha il merito di aver cercato di limitarne le conseguenze più dannose per i diritti sociali».
Nel paper già citato, secondo lei la Corte di giustizia Ue ha la funzione teorica di un giudice ma in pratica si fa carico di una finalità politica: «Come la Commissione europea», lei scrive, essa «persegue con coerenza la funzione che ritiene sia loro assegnata, quella di promuovere l’integrazione degli ordinamenti europei smantellando qualsiasi tentativo degli Stati membri di salvaguardare “spazi nazionali” di tutela di interessi collettivi, diritti sociali, protezione dei lavoratori». Ma è possibile invertire questa dinamica?
«La Corte di giustizia ha il potere esclusivo di dire cosa il diritto europeo significa in relazione ai casi specifici che le sono sottoposti. Si è sempre mossa dominata dall’obiettivo di rafforzare l’integrazione europea ben oltre al punto che gli Stati avrebbero voluto raggiungere con i Trattati. Non è compito di un giudice, come lo intendiamo noi, puntare a un obiettivo sostanzialmente politico: ma è stato comodo per la politica non contrastare questo atteggiamento con sufficiente determinazione. Anche se spetta ai Trattati definire con precisione il ruolo degli organi dell’Ue, Corte di giustizia inclusa».
Esulando dai temi di puro diritto, che spiegazione dà del fatto che la finalità politica che la Corte Ue si è attribuita e che lei ha descritto risponda a un modello piuttosto economicista, e sia però apparentemente tutelata e protetta soprattutto dalla sinistra politica, in Italia ma tutto sommato in molta parte dell’Europa?
«Non credo che sia la “sinistra europea” ad aver tutelato il modello liberista che ha dominato l’Ue. Quanto all’Italia, è stata l’unico Paese europeo in cui l’adesione e le trasformazioni dei Trattati europei non sono mai state affrontate da un dibattito politico che sfociasse in una norma costituzionale apposita: e ciò è accaduto perché non si voleva uno scontro politico aperto con il Pci, che si era opposto con forza all’adesione alla Comunità europea in cui vedeva la prevalenza degli interessi del grande capitale e dell’industria pesante tedesca. È stato il Trattato di Maastricht (1992) a promuovere un’Unione politica ed economica più stretta e porre le basi dell’euro, definendo anche i criteri di convergenza (i famigerati “parametri di Maastricht”). A firmare il Trattato furono Francesco Cossiga, Guido Carli e Gianni De Michelis. E nel dibattito parlamentare il voto favorevole del Pds fu “una scelta sofferta e non scontata” (dalla dichiarazione di voto di D’Alema alla Camera), motivata dai rischi che sarebbero derivati dal restarne fuori».
Che eco ha nel diritto costituzionale l’apparente momento opaco dell’internazionalismo e del globalismo? Prevede un ritorno del costituzionalismo «statuale» o altre formule sono all’orizzonte?
«Sono sprovvisto di sfera di cristallo. Ma che la globalizzazione sia in crisi non mi dispiace affatto. Il costituzionalismo è nato negli Stati, come risposta al conflitto sociale, che necessariamente si svolgeva nei confini nazionali. Oggi dove si svolge il conflitto sociale, se c’è? Questa è la domanda, a cui però non so dare risposta».
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