Andrea Barabotti
Il deputato della Lega: «I ruoli apicali nei ministeri, in Parlamento, nell’esecutivo e in Regione devono essere affidati a chi possiede un legame originario con la nazione».
Vi ricordate di Cécile Kyenge, nata in Congo, ministro per l’Integrazione nel governo Letta del 2013? Ecco, se anche volesse, questa signora, non potrebbe mai diventare presidente del Consiglio, del Senato o tantomeno presidente della Repubblica e nemmeno governatore di Regione. Sarebbe così se passasse la proposta di legge del deputato della Lega, Andrea Barabotti (40 anni, militante da quando ne aveva 22), con la quale vorrebbe «preservare l’identità nazionale, la continuità istituzionale e la fedeltà verso la Repubblica».
Onorevole Barabotti, quindi per ricoprire certi incarichi si deve per forza essere nati in Italia?
«Sì, per alcune cariche dello Stato è indispensabile essere cittadini italiani dalla nascita. La guida delle istituzioni deve essere affidata a cittadini che possiedono un legame originario e pieno con la nazione».
Quindi uno nato in Italia ma da genitori senegalesi, va bene?
«Sì, ma i genitori devono essere anche loro cittadini italiani. Non vale solo lo ius soli ma anche lo ius sanguinis. Se è nato in Italia da genitori stranieri che però acquisiscono la cittadinanza italiana allora va bene».
La sua legge non vale per i sindaci.
«No, perché loro hanno una funzione amministrativa. Vale solo quando si ha a che fare con ruoli apicali di garanzia come il presidente della Repubblica o il presidente del Consiglio dei ministri che dirige l’azione di governo o come il presidente del Senato che sostituisce talvolta il presidente della Repubblica».
E i presidenti di Regione.
«Sì, perché hanno potere esecutivo e legislativo ovvero i principi e le fondamenta della nazione e della nostra civiltà».
È, dunque, una questione di civiltà.
«Certamente. Credo che da parte di tutto il mondo occidentale debba esserci un risveglio delle coscienze. In un mondo sempre più conflittuale e interconnesso, se non si è orgogliosi di ciò che siamo e se non difendiamo le nostre radici e la nostra identità, siamo destinati a perire».
Ritiene che oggi la nostra identità sia a rischio?
«I rischi per la nostra identità non li vedo tanto nella diversità che penetra nelle nostre società, quanto nella debolezza della nostra civiltà. Nell’Occidente che odia se stesso, come diceva Ratzinger».
Ha preso spunto dalla legge americana?
«Negli Usa il requisito della cittadinanza per nascita per accedere alla presidenza è previsto sin dall’origine della Costituzione, in quanto quel Paese ha sempre avuto a che fare con intensi flussi migratori. Nella maggior parte delle Costituzioni europee, invece, non esiste questo vincolo. In Europa il fenomeno migratorio ha assunto dimensioni significative soltanto in tempi recenti, e non ha rappresentato quindi, per i nostri padri costituenti, un elemento di allarme tale da imporre specifiche norme».
Ai tempi dei nostri padri costituenti eravamo noi italiani a emigrare.
«Appunto. L’Europa ha conosciuto questo problema solo recentemente. I padri costituenti non potevano immaginare flussi migratori così importanti. Adesso che quel problema esiste, è nostra responsabilità sgombrare il campo dal buonismo di facciata e pensare al futuro».
È una legge che guarda al futuro quindi.
«Certo, oggi potrebbe sembrare che abbia un significato simbolico ma gli effetti di lungo periodo potrebbero cambiare i destini del Paese».
È difficile però modificare la Costituzione.
«Se vogliamo difendere la nostra civiltà e le nostre istituzioni è il momento di inserire nella Costituzione requisiti come questo: per le cariche apicali dello Stato si deve essere cittadino italiano dalla nascita. Qualcuno dirà che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge ma ci possono essere dei distinguo».
Tipo?
«Lo scoglio più grande è che questa norma andrebbe a creare due tipi di cittadinanze: per nascita e acquisita. Una disparità tra cittadini che rappresenterà motivo di scontro. Per noi l’unica differenza sta nel fatto che per le cariche apicali serve essere nati in Italia. Se poi, un domani, ci fosse l’elezione diretta del capo dello Stato, questa norma sarebbe ancora più necessaria».
Perché?
«Per scongiurare di vedere persone nate all’estero presidenti della Repubblica. Guardando il campo largo non la vedrei una possibilità così lontana dalla realtà. La sinistra ha nominato uno o più ministri stranieri, perché non dovrebbe fare lo stesso per altre cariche? Sappiamo tutti di cosa è capace».
Questa legge ha avuto la benedizione di Matteo Salvini?
«Prima di approvare una proposta di legge, i nostri uffici legislativi fanno molti passaggi interni e alla fine danno il via libera; quindi, presumo, che anche Salvini l’abbia letta. Del resto, è in perfetta consonanza con la linea politica del partito».
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«Dopo Geo Barents la sentenza sul risarcimento a Sea Watch? Noi, fino a ora, abbiamo praticato il confronto con queste sentenze impugnandole e continueremo a farlo, quindi valorizzando il sistema giudiziario che prevede tre gradi di giudizio. Anche in questo caso faremo così».
Così il ministro dell’Interno ha risposto a margine dell’evento di questa mattina alla Stazione Termini di Roma, dove è stato inaugurato un nuovo ufficio della Questura.
I finanzieri del Comando Provinciale Bergamo hanno scoperto e smantellato nei giorni scorsi una fabbrica clandestina di sigarette attiva nella provincia, sequestrando prodotti destinati al mercato illecito nazionale ed estero per un potenziale profitto tra i 12 e i 14 milioni di euro.
L’operazione ha portato all’individuazione, nell’area industriale di Ciserano, di un capannone privo di insegne e apparentemente dismesso. In realtà, lo stabile mostrava segnali incompatibili con lo stato di abbandono, quali ad esempio movimenti di mezzi nelle ore notturne ed emissioni di fumo.
Il controllo di uno dei mezzi utilizzati ha consentito di individuare anche un secondo sito nel comune di Treviolo, ritenuto funzionale alle attività logistiche.
È scattato quindi l’intervento coordinato su entrambi gli obiettivi. A Treviolo, durante il controllo di un autoarticolato in fase di scarico, i finanzieri hanno rinvenuto circa 1.500 kg di tabacco in foglia e numerosi colli contenenti filtri per sigarette. Contestualmente, nel capannone di Ciserano, è stata scoperta una vera e propria fabbrica clandestina, dotata di un impianto completo capace di gestire l'intero ciclo produttivo, dall'essiccazione del tabacco al confezionamento dei pacchetti, con una potenziale capacità produttive di sigarette di oltre un milione al giorno.
All'interno dello stabilimento sono stati rinvenuti 12 lavoratori stranieri e locali allestiti a dormitorio nonché una cucina e cospicue scorte alimentari.
L’opificio era gestito con particolare accortezza per blindare la produzione nel massimo riserbo: le pareti erano state rivestite con materiale fonoassorbente per attutire i rumori dei macchinari, mentre l'uso di gruppi elettrogeni serviva a mascherare i picchi di consumo elettrico che sarebbero stati rilevati attraverso la fornitura di energia elettrica.
A conferma dell'elevato profilo criminale, la presenza di un capillare sistema di videosorveglianza esterno e il rinvenimento di due rilevatori di microspie, misure finalizzate ad eludere eventuali controlli delle Forze dell'ordine.
Il bilancio dell’operazione è rilevante: sequestrati oltre 530.000 pacchetti di sigarette contraffatte riconducibili a marchi di largo consumo (pari a più di 21 tonnellate di prodotto finito), 38 tonnellate di tabacco, milioni di filtri e fustelle per il confezionamento, 11 macchinari industriali e diversi mezzi utilizzati per il trasporto.
Il valore complessivo dei prodotti sottratti al mercato illegale e dell’intera linea di produzione è stimato tra i 12 e i 14 milioni di euro.
Conformemente al parere dell’Autorità Giudiziaria di Bergamo due persone sono state arrestate, mentre i lavoratori presenti sono stati denunciati a piede libero per contrabbando di tabacchi lavorati e contraffazione di marchi.
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Dopo la stretta di Bruxelles, la Grecia lavora con Germania, Olanda, Austria e Danimarca per creare centri in Paesi terzi. Intanto dieci Stati, tra cui la Spagna, spingono per pattugliare i luoghi di origine e di transito.
I giudici possono pure ostacolare i rimpatri dall’Italia, ma se l’Europa ha davvero deciso di lottare contro l’invasione, non basteranno magistrati democratici e toghe per il No a tenere spalancati i confini del Vecchio continente. Almeno si spera. Il passo più deciso lo sta compiendo la Grecia, che come noi è sommersa dagli sbarchi, nonostante il calo degli arrivi di clandestini (-21% nel 2025 rispetto al 2024) e il buon numero di espulsioni (tra 5.000 e 7.000 l’anno, che però non compensano i 40-50.000 ingressi nel Paese).
Il ministro dell’Immigrazione ellenico, Thanos Plevris, ha appena dichiarato all’emittente statale Ert che Atene lavora, insieme a Berlino, Amsterdam, Vienna e Copenaghen, alla creazione di «return hub» in Paesi terzi. «Preferibilmente», ma non per forza, ha aggiunto il titolare del dicastero, «in Africa». C’è già stato un incontro tra omologhi e un ulteriore vertice si terrà la prossima settimana, quando Plevris verrà a Roma e vedrà pure il collega spagnolo. L’iniziativa, insomma, è trasversale: coinvolge governi a guida conservatrice e governi a guida progressista. D’altronde, sia la Danimarca sia la Germania si erano già mosse in autonomia: la prima intende cacciare gli stranieri che abbiano commesso reati per cui sia previsto almeno un anno di detenzione; la seconda ha iniziato a rispedire i criminali afgani tra le braccia dei talebani.
Supera le divisioni destra-sinistra anche il piano per rivedere le competenze di Frontex, presentato in un non paper da Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Croazia, Lituania, Romania, Slovenia, Malta, Spagna e dalla stessa Grecia. Pure per il futuro dell’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, diventerebbe cruciale il pattugliamento nelle aree di provenienza dei flussi: il documento invoca «una maggiore presenza di Frontex nei Paesi terzi, in particolare nei Paesi di origine e di transito, sfruttando adeguatamente i partenariati strategici dell’Ue». All’organizzazione, secondo le dieci capitali, andrebbe affidato «un ruolo più incisivo» nelle operazioni di rimpatrio.
Sono misure che si inseriscono nella nuova cornice normativa delineata dal Patto per le migrazioni e l’asilo, approvato nel 2024 e in vigore da giugno 2026. Pochi mesi fa, l’Unione ha anticipato alcuni provvedimenti, mettendo in cantiere un sistema comune fondato su solidi pilastri: ordini di rimpatrio validi ed eseguibili in tutti gli Stati membri; incentivi al rimpatrio volontario, strada che l’Italia batte con successo da tempo; una lista unica di Paesi di origine sicuri, che magari ci consentirebbe di neutralizzare le obiezioni della magistratura di casa nostra, alla quale comunque rimarrebbe la facoltà di svolgere valutazioni di merito, nell’eventualità di ricorsi; la realizzazione di centri di asilo e rimpatrio in nazioni terze.
Nel frattempo, da noi, la maggioranza di centrodestra, recependo il giro di vite, ha approntato un disegno di legge che introduce la possibilità di istituire blocchi navali, «in presenza», si legge nel testo, «di minacce gravi per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale». Il governo spinge sulla «procedura accelerata» di espulsione alla frontiera. E, auspicabilmente, il combinato disposto con le modifiche alla disciplina Ue consentirà di mettere a regime il centro di rimpatri in Albania, svuotato dalle sentenze dei giudici italiani. Con tanto di risarcimento ai migranti trasferiti. Così, scopriremo se davvero la prospettiva della detenzione a Gjadër possa fungere da deterrente per le partenze. È a questo scopo che la Grecia invoca gli hub nei Paesi terzi, anche se il ministro Plevris non ha specificato quali Stati siano candidati a ospitarli. Accoglierebbero persone cui viene rifiutato l’asilo e che le nazioni d’origine rifiutano di riprendere.
La coalizione che caldeggia l’aggiornamento di Frontex, dal canto suo, propone di reclutare, su base nazionale, una riserva di agenti cofinanziata dall’Ue, che andrebbe schierata qualora si determinino pressioni intense ai confini. Per pattugliare i quali, suggerisce il non paper, bisognerebbe impiegare droni e strumenti di intelligenza artificiale.
Certo, è ben lungi dall’essere affrontata la spinosa questione delle convenzioni internazionali, di cui, parlando all’Onu a settembre, Giorgia Meloni osservava giustamente che furono stipulate «in un’epoca nella quale non esistevano le migrazioni irregolari di massa e i trafficanti di esseri umani». Fatto sta che in Europa, stavolta, si fa sul serio. Chi predica il primato del diritto comunitario prenda nota.
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