Ansa
Oggi si ricorda la Shoah, l’ultimo e più devastante dei tanti massacri compiuti in Europa contro gli israeliti. Che la storia pare condannare a essere oltraggiati senza reagire. Pena, passare per i «cattivi» del mondo.
Oggi, 27 gennaio, riesplode la memoria dell’ebreo morto, che piace molto, mentre quello vivo, Dio non voglia armato fino ai denti perché intenzionato a restare vivo, diciamocelo, non piace; anzi è considerato il peggior mostro dell’umanità.
Il più grande pogrom su suolo europeo prima della Seconda guerra mondiale esplode nel quattordicesimo secolo: gli ebrei sono massacrati per l’accusa di aver causato la peste. Il 9 gennaio 1349 quasi tutta la popolazione ebraica di Basilea fu massacrata. Anche in Germania, Svizzera e Francia la popolazione ebraica fu accusata di aver avvelenato le fonti d’acqua e di aver causato una moria diffusa tra i cristiani. L’imperatore del Sacro romano impero Carlo IV aveva emanato un editto secondo il quale tutte le proprietà degli ebrei uccisi per il loro presunto coinvolgimento nella diffusione della peste potevano essere impunemente confiscate dai loro vicini cristiani. Lo sterminio degli ebrei si moltiplicò. A Strasburgo, il 10 febbraio 1349, fu rovesciato il governo comunale e istituito un cosiddetto governo del popolo. Gruppi di uomini armati e inferociti andarono il 14 a prelevare gli ebrei dalle loro case, dove erano riuniti per lo Shabat. Il giorno stesso sono stati bruciati su enormi roghi eretti nel cimitero ebraico, donne, uomini e ragazzi, un totale di circa 2.000 persone. Furono salvati solo i bambini più piccoli, consegnati poi a famiglie cristiane.
L’ultimo pogrom su suolo europeo si è avuto in Polonia nel 1946, un anno dopo la fine della Seconda guerra mondiale a Kielce, una quarantina di ebrei furono uccisi e una cinquantina feriti. Erano tutti reduci dai campi. Era tutto quello che era rimasto. Non è stato solo Hitler. L’odio mortale per l’ebreo è una costante della storia europea. Poi l’antisemitismo è stato sospeso: troppo disonorato da Hitler. È risorto dopo il 1974 sotto forma di antisionismo. Fino a 1974 sapevamo che gli israeliani erano i buoni. Tutti avevamo il tifo per loro nella Guerra dei sei giorni. Dopo la sconfitta della guerra del Kippur, visto che non potevano distruggere Israele militarmente, i signori del petrolio hanno puntato su una guerra diversa: le burocrazie dell’Onu e dell’Unione europea sono state comprate, fiumi di denaro sono stati investiti per giornalisti, scrittori, uomini politici per la beatificazione del terrorismo palestinese e la demonizzazione di Israele. Il terreno era fertile.
Era lo stesso mondo che aveva visto la Shoah, uno sterminio avvenuto su terre cristiane, ad opera di uomini al 95% battezzati. Dalla nascita dello stato di Israele c’è un tratto ricorrente, quasi strutturale, nella storia dell’antisemitismo europeo e mediorientale: l’idea che, qualunque cosa accada, gli ebrei possano sottrarsi all’accusa morale solo accettando la propria vulnerabilità fino all’annientamento. Il contenuto delle accuse cambia nel tempo, il linguaggio si aggiorna, i riferimenti simbolici si adattano alla sensibilità dell’epoca, ma l’esito del ragionamento resta sorprendentemente stabile. Se gli ebrei non vogliono «passare dalla parte del torto», devono rinunciare a difendersi.
Nel corso dei secoli, questo discorso ha assunto forme diverse, spesso internamente coerenti, talvolta persino persuasive per i contemporanei. Nel Medioevo cristiano, l’accusa centrale era quella di deicidio, un’accusa folle e demente. Dio non si può uccidere. Gesù è morto non per volontà del sinedrio, ma per volontà del Padre. Il popolo eletto che aveva custodito la Sua nascita, ha dovuto custodire la Sua morte, perché è la Sua morte il trionfo, è la Sua passione che ha sottratto l’umanità al demonio. Su questa accusa si fondavano le altre, una su tutte il contagio della peste. In età moderna, con l’emancipazione ebraica, l’ostilità si è tradotta in stereotipi economici e politici: l’ebreo usuraio, cosmopolita, cospiratore. Nel Novecento, l’antisemitismo razziale ha fornito una giustificazione «scientifica» allo sterminio. Ogni epoca ha prodotto il proprio apparato argomentativo, adeguato al clima culturale del tempo. Dopo la Shoah, sembrava che alcune forme di discorso fossero definitivamente screditate. L’antisemitismo esplicito, biologico o teologico, è diventato inaccettabile nello spazio pubblico occidentale. Ma il problema non è scomparso: si è trasformato.
Oggi, in larga parte del dibattito politico e mediatico, la questione ebraica riemerge quasi esclusivamente attraverso Israele. Ed è qui che il vecchio schema torna a funzionare. Nel contesto del conflitto israelo-palestinese, e in particolare dopo l’atrocità delle stragi compiute da Hamas, dopo che ostaggi anche bambini sono stati trascinati tra ali di «civili» festanti che li prendevano a calci e sputavano loro addosso, dopo che ostaggi, inclusi due bimbetti dai capelli rossi, sono stati torturati, affamati e assassinati nel tunnel, durante la guerra a Gaza, si è diffusa una narrazione secondo cui Israele, per non essere moralmente condannabile, dovrebbe rinunciare all’uso della forza anche quando subisce attacchi deliberati contro civili e rapimenti di massa.
Le vittime israeliane vengono rapidamente assorbite nello sfondo, mentre il centro del discorso si sposta sulle conseguenze delle operazioni militari israeliane sulla popolazione palestinese, in particolare sui bambini. Le sofferenze di Gaza enfatizzate con una potenza mediatica mai vista prima, diventano il perno morale attorno a cui si riorganizza l’intero giudizio. La legittima difesa israeliana viene resa concettualmente impossibile. Hamas può colpire civili, nascondersi tra la popolazione, usare infrastrutture civili per scopi militari; Israele, invece, sembra non avere alcuna opzione moralmente accettabile. Ogni risposta è definita come sproporzionata per definizione.
La conclusione implicita è sempre la stessa: se Israele vuole restare «dalla parte giusta della storia», deve subire. Questo meccanismo non è nuovo. Ci sono almeno due elementi che ricorrono costantemente nella lunga durata storica dell’antisemitismo. Il primo è la trasformazione di identità o qualifiche ebraiche in insulti. In passato, «ebreo» era sinonimo di avaro o infido nel linguaggio popolare europeo. Oggi, in molti contesti, «sionista» viene usato non come termine politico descrittivo, ma come etichetta morale negativa, equivalente a persona crudele, manipolatrice o intrinsecamente malvagia. È un passaggio significativo: si evita il riferimento diretto all’ebreo, ma se ne conserva la funzione stigmatizzante. Il secondo elemento è l’appropriazione selettiva di simboli ebraici che non possono essere facilmente delegittimati. Gesù viene presentato come palestinese e contrapposto ai «sionisti», la Shoah viene evocata per costruire analogie rovesciate, i bambini palestinesi diventano il fulcro di una retorica che richiama esplicitamente l’immaginario della persecuzione ebraica. Non si tratta semplicemente di empatia per le vittime civili, ma di una sostituzione simbolica: l’ebreo non è più la vittima archetipica, bensì il persecutore che ha usurpato quel ruolo. Le vittime civili sono fortunatamente poche, ma tutti prendono per buoni gli assurdi numeri di vittime forniti da Hamas, o, in molti casi, li aumentano.
In questo quadro, chi rifiuta di aderire completamente a questa narrazione viene rapidamente classificato come «disumano», privo di empatia, indifferente alla sofferenza dei civili. È un’accusa potente, perché non riguarda le analisi o le soluzioni politiche, ma il carattere morale della persona. E colpisce non solo chi agisce in malafede o per puro odio ideologico, ma anche persone sinceramente convinte di stare dalla parte dei diritti umani. Ed è forse questo l’aspetto più inquietante: la sensazione che, ancora una volta, il discorso sia costruito in modo quasi perfetto. Non grossolano, non apertamente antisemita, non facilmente smontabile con un richiamo ai precedenti storici. Un discorso che consente di sentirsi giusti, compassionevoli, solidali con gli oppressi - e che tuttavia produce, come risultato finale, la stessa conclusione di sempre: gli ebrei possono essere accettati solo come vittime passive. Nel momento in cui agiscono, nel momento in cui si difendono, diventano colpevoli.
La storia mostra che questo schema non è mai stato innocuo. Ogni volta che si è affermata l’idea che gli ebrei dovessero «abbozzare» per il bene superiore della società, il passo successivo è stato giustificare la loro esclusione, persecuzione o eliminazione. Le ragioni addotte cambiavano; la logica sottostante no. Occorre rifiutare un dispositivo morale che, ancora una volta, chiede a un popolo di dimostrare la propria innocenza rinunciando al diritto fondamentale di sopravvivere.
Il rilancio fino a livelli mortali del nuovo antisemitismo passa dal vittimismo palestinese. L’islamizzazione dell’Europa passa dal vittimismo palestinese. Una guerra risolvibile e già risolta da ottimi trattati di pace che avrebbero dato uno stato ai palestinesi diventa eterna grazie al vittimismo palestinese.
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I due militari sono stati fatti inginocchiare con un mitra puntato addosso. Ira di Roma: convocato l’ambasciatore israeliano.
Due carabinieri in servizio all’ambasciata presso il consolato generale d’Italia a Gerusalemme sono stati fermati illegalmente domenica da un colono israeliano in Cisgiordania, che li ha fatti inginocchiare sotto il tiro di un fucile mitragliatore e «interrogati», ovviamente senza averne alcun titolo. La vicenda, resa nota ieri pomeriggio da fonti di governo, ha scatenato una tempesta diplomatica tra Italia e Israele, dagli esiti ancora incerti. Con una nota la Farnesina ha fatto sapere che «il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiesto di convocare l’ambasciatore di Israele in Italia per chiedere chiarimenti e confermare la dura protesta sull’episodio che ha visto coinvolti ieri (domenica, ndr) due carabinieri in servizio presso il consolato generale d’Italia a Gerusalemme».
«I due militari», si legge nella nota, «sono stati bloccati in territorio palestinese, vicino Ramallah, probabilmente da un “colono” sotto la minaccia di un fucile mitragliatore». La Farnesina ha inoltre riferito che «l’ambasciata d’Italia a Tel Aviv ha già rivolto una protesta formale al governo israeliano rivolgendosi al ministero degli Affari esteri, al Cogat (il comando militare israeliano per il Territori palestinesi occupati), allo Stato maggiore delle Idf, la polizia e allo Shin Bet (il servizio di sicurezza israeliano competente per i Territori palestinesi)». I dettagli dell’accaduto non sono ancora chiari. Secondo le prima ricostruzioni i due militari stavano effettuando un sopralluogo in vista di una missione degli ambasciatori della Ue in un villaggio nei pressi di Ramallah, in territorio della Autorità nazionale palestinese.
Gli uomini dell’Arma, che erano a bordo di un’auto con targa diplomatica e muniti di passaporti e tesserini diplomatici, come detto, sono stati «interrogati» dall’uomo, armato e in abiti civili, che si presume essere un colono israeliano. I due militari hanno però rifiutato di rispondere. Secondo quanto riferito dalla Farnesina l’uomo avrebbe poi passato ai due carabinieri una persona al telefono, che senza identificarsi, li ha informati che si trovavano all’interno di un’area militare e dovevano allontanarsi. Il ministero degli Esteri ha poi precisato che una verifica con il Cogat ha però confermato che non esiste nessuna area militare in quel punto. I due carabinieri sono poi rientrati incolumi in consolato e hanno riportato all’ambasciata e alla catena di comando dell’Arma quanto era avvenuto.
Al momento di andare in stampa nessun esponente del governo aveva ancora preso posizione con una dichiarazione sull’accaduto. Una scelta probabilmente dettata dall’esigenza di non interferire con i passi formali portati avanti dalla Farnesina. Ma da Palazzo Chigi è filtrata informalmente una forte irritazione del premier Giorgia Meloni che condivide in pieno l’azione di Tajani.
Un ulteriore comunicato della Farnesina ha poi spiegato che «l’ambasciatore di Israele in Italia, Jonathan Peled, è stato convocato» ieri «pomeriggio alla Farnesina, su decisione del ministro degli Esteri Antonio Tajani, dopo il grave episodio che ha coinvolto due carabinieri in servizio presso il consolato generale d’Italia a Gerusalemme». «All’ambasciatore israeliano», prosegue il comunicato, «è stato espresso il forte disappunto e la dura protesta
dell’Italia per quanto accaduto. È stato ribadito come l’episodio sia di particolare gravità, anche alla luce del ruolo svolto dai carabinieri e del contesto operativo in cui si trovavano».
Infine, conclude la Farnesina, «si è colta l’occasione per reiterare la preoccupazione del governo sui comportamenti dei coloni violenti in Cisgiordania, in linea con quanto il ministro Tajani ha ricordato al suo omologo israeliano in occasione di numerosi colloqui. L’ambasciatore Peled ha espresso rincrescimento per l’incidente e ha indicato che il suo governo provvederà a effettuare le opportune indagini su quanto accaduto».
A prendere posizione per la maggioranza è stata la senatrice di Forza Italia e presidente della commissione Affari esteri e difesa a Palazzo Madama, Stefania Craxi, che in una nota ha espresso la sua «più ferma condanna per il gravissimo episodio avvenuto nei pressi di Ramallah». Aggiungendo poi che «se confermato, risulta ancor più grave che i due militari siano stati interrogati e trattenuti sotto minaccia nonostante fossero in possesso di passaporti e tesserini diplomatici». Per la senatrice di Fi quello avvenuto domenica «è un atto inaccettabile, che rappresenta una seria violazione delle norme internazionali». Per la segretaria del Pd Elly Schlein però, «i coloni uccidono, minacciano i palestinesi e stanno perpetrando da tempo - e indisturbati - abusi e violenze di ogni genere». Per questo, sostiene, «convocare l’ambasciatore non basta». E il governo dovrebbe dire «piuttosto a Netanyahu di fermarsi».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 27 gennaio con Carlo Cambi
L’ambasciatore d’Italia in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado (Ansa)
Il rappresentante italiano, ricevuto ieri dal premier e da Tajani, riprenderà servizio soltanto in caso di cooperazione delle autorità elvetiche. Procura di Roma pronta a inviare team di investigatori nel cantone.
L’ambasciatore d’Italia in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, non tornerà in Svizzera fino a quando non verranno avviate «collaborazioni effettive tra le autorità giudiziarie dei due Stati» e fino a quando non verrà costituita «una squadra investigativa comune per accertate, senza ulteriori ritardi, le responsabilità della strage di Crans-Montana». Questa la linea decisa dal premier, Giorgia Meloni, che, ieri, ha ricevuto Cornado alla presenza del sottosegretario di Stato Alfredo Mantovano e dell’avvocato generale dello Stato, Gabriella Palmieri Sandulli, al termine di una giornata di consultazioni anche con il ministro degli Esteri Antonio Tajani.
L’ambasciatore era stato richiamato in Italia, nei giorni scorsi, dopo la scarcerazione di Jacques Moretti, proprietario, insieme alla moglie Jessica del locale Le Constellation, rilasciato a fronte di una cauzione di 200.000 franchi pagata da un facoltoso imprenditore a lui vicino che ha preteso, e ottenuto, di rimanere anonimo.
Meloni aveva definito questa scelta un «insulto alla memoria delle vittime», mentre il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, aveva rimarcato la necessità di «sapere chi ha pagato la cauzione e se ci sono complicità in quanto avvenuto la notte di Capodanno a Le Constellation».
A queste richieste esplicite, Beatrice Pilloud, procuratore del Canton Vallese, si era limitata a rispondere con un laconico «la decisione non è stata presa da me, ma dal Tribunale per i provvedimenti coercitivi», e senza aggiungere altro, aveva chiuso lì l’argomento.
Lo strappo istituzionale, rimarcato ieri, risulta quindi l’unico modo per esercitare una pressione sulla Svizzera sufficiente - si spera - ad ottenere un cambio di marcia nelle indagini. Per ora sull’inchiesta svizzera, che dovrebbe portare all’accertamento delle responsabilità per l’incendio di capodanno nel quale hanno perso la vita 40 giovanissimi e altri 116 sono rimasti gravemente feriti, continuano ad accumularsi ombre.
Non solo, infatti, la Procura del Canton Vallese è rimasta ferma all’ipotesi di reato per omicidio, lesioni ed incendio colposi, senza contemplare il dolo eventuale, nonostante le evidenti e innegabili mancanze nell’ambito della prevenzione incendi e della sicurezza del locale, ma i due proprietari de Le Constellation risultano ancora gli unici indagati, anche a fronte delle ammissioni del sindaco di Crans Montana, Nicolas Feraud, sui mancati controlli che da cinque anni non venivano effettuati come da obbligo di legge. La forma della «collaborazione effettiva» che dovrebbe avviarsi tra le autorità giudiziarie di Svizzera e Italia è contenuta nella rogatoria che la Procura Roma ha presentato ai magistrati di Sion. Nella rogatoria si chiede «l’acquisizione di tutti i documenti relativi all’attività istruttoria svolta fino ad oggi», compresa anche la «documentazione relativa alle autorizzazioni ottenute in passato dal locale Le Costellation», e quella relativa ai controlli delle autorità locali che per ammissione dello stesso sindaco di Crans Montana risultano mancanti. Al momento, infatti, il fascicolo aperto dalla Procura di Roma per omicidio colposo e disastro colposo, è contro ignoti, e i documenti richiesti alla Svizzera sono necessari per poter iscrivere i primi indagati. La rogatoria prevede, inoltre, l’invio di un team di investigatori che dovranno affiancare i colleghi svizzeri nell’attività di indagine. Nel frattempo arrivano le prime stime sui risarcimenti che spettano alle vittime della strage. Si parla di cifre che vanno da 600 milioni a oltre un miliardo di franchi svizzeri. A calcolarli, semplicemente utilizzando le tabelle di capitalizzazione e simulando lo scenario in termini di danni stimati, è stato Pascal Pichonnaz, professore di diritto privato all’Università di Friburgo, come riportato dal quotidiano francese Le Nouvelliste. La cifra ipotizzata servirà a coprire le cure mediche che, da sole, potrebbero costare fino a 1,6 milioni di franchi a persona e, poi, a tentare di ripagare la perdita di guadagno, attuale e futura per i feriti, che sono sono in maggioranza minorenni e che per anni - nessuno sa quanti - si troveranno a fare i conti con quello che hanno vissuto, invece di dedicarsi appieno alle sfide che aspettano i giovani adulti. In teoria, i risarcimenti che verranno chiesti, dovrebbero coprire anche i danni morali subiti dalle famiglie dei ragazzi morti tra le fiamme e da chi è ancora oggi in ospedale a lottare contro le bruciature profonde. Ma per rifondere quelli nessuna somma sarà mai sufficiente.
Da venerdì a domenica, proprio a Crans Montana, si terranno le gare di sci di Coppa del Mondo, l’ultimo appuntamento prima dei Giochi olimpici di Milano Cortina: per condividere il dolore delle famiglie e delle vittime della tragedia di capodanno le azzurre e gli azzurri dello sci alpino gareggeranno con il lutto al braccio.
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