Matteo Renzi e Carlo De Benedetti (Ansa)
l «Bullo» sponsorizza l’ascesa di Silvia Salis così da indebolire Conte e Schlein. L’Ingegnere spinge per sostituire la Meloni con un governo tecnico.
Carlo De Benedetti in versione Nostradamus prevede che presto Giorgia Meloni sarà spazzata via. In un’intervista a Lilli Gruber andata in onda giovedì sera, l’Ingegnere ha sputato veleno contro il presidente del Consiglio, definita, nella mezz’ora scarsa di chiacchiere da salotto su La7, «menzognera di prima qualità», «annebbiata», «infantile» e «asservita in ginocchio da Trump».
Perché l’ex padrone di Olivetti, che piazzò vecchie telescriventi al ministero delle Poste in cambio di tangenti, ce l’abbia tanto con il premier non è dato sapere ma si può immaginare. Viene infatti il sospetto che sia perché Meloni non lo invita alla mattina a fare colazione nelle stanze dorate di Palazzo Chigi come faceva invece Matteo Renzi. Il quale, tra un caffè e una brioche, gli spifferava notizie sulle prossime riforme, come ad esempio quella sulle banche popolari. Grazie a quella confidenza, rivelata appena uscito da lì al suo broker, De Benedetti guadagnò in un amen 600.000 euro, come poi avrebbe accertato l’inchiesta della magistratura, che però - guarda caso - nel comportamento dell’Ingegnere non riscontrò alcun reato.
Tornando all’apparizione tv dell’ormai più che novantenne imprenditore, a colpire non è tuttavia la bile sputata contro Meloni, ma le sue previsioni su quel che a breve potrebbe accadere. Il Nostradamus con cittadinanza svizzera (ma stupenda tenuta nelle Langhe) pronostica una prossima cacciata del presidente del Consiglio, colpito da una crisi internazionale. Secondo l’ex padrone di Repubblica, lo shock a cui andiamo incontro è analogo a quello del 1973, con la guerra del Kippur, ma a suo dire con effetti perfino peggiori. Dall’agio della sua residenza e dall’alto della sua presunzione, l’Ingegnere predice uno scenario catastrofico e, «siccome noi abbiamo complessivamente una classe politica non particolarmente attrezzata», Meloni sarà spazzata via. «E a questo punto?», lo ha incalzato una gongolante Lilli Gruber. «Beh, Mattarella sarà costretto a trovare un presidente del Consiglio tecnico, ma anche politico» ha replicato De Benedetti, evocando l’ipotesi di un governo di unità nazionale. Che cosa ciò voglia dire lo ha spiegato lui stesso subito dopo: «A noi manca un Winston Churchill che abbia il coraggio di dire al Paese che servono misure lacrime e sangue». In pratica, siamo alla riedizione dell’operazione Monti, con la quale Giorgio Napolitano piazzò al governo l’ex rettore della Bocconi, liquidando l’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi. Anche allora in qualche modo c’era lo zampino dell’Ingegnere, perché prima di accettare l’incarico ma subito dopo aver capito quali fossero le intenzioni del capo dello Stato, Monti fece il giro dei poteri forti, consultando proprio De Benedetti. In pratica, qualcuno dall’alto si preparava a dare il benservito a un governo democraticamente eletto per imporre agli italiani delle poco democratiche misure. Tutto ciò ovviamente senza passare dalle elezioni e senza consentire al popolo sovrano di esprimere la propria opinione. Ora, a sentire l’Ingegnere, è tutto pronto per il bis. Far cadere Giorgia Meloni per imporre qualcuno che faccia come allora il lavoro sporco, con tagli e tasse. Per la prima tessera del Pd (appena nacque il Partito democratico, De Benedetti si precipitò a iscriversi) non sono importanti le primarie, le elezioni, le candidature, perché tutto deve essere lasciato a Mattarella. Tutto è nelle sue mani. Ovvero nelle mani di un presidente della Repubblica trasformato in monarca, che pur senza essere mai stato scelto dagli italiani ormai regna sul Colle da più di undici anni e a fine mandato passerà alla storia con addirittura un mandato di 14, record mai visto nelle democrazie occidentali.
Tornando però a De Benedetti, consola solo una cosa e cioè che con le previsioni non ci abbia mai preso. Fin da quando in maniera sprezzante rifiutò di entrare in affari con Steve Jobs per poi passare alla sua scalata alla Société Générale de Belgique (dove prima di essere cacciato disse: «Sono venuto a fischiare la fine della ricreazione»), l’Ingegnere ha una lunga lista di pronostici sbagliati. L’ultima riguarda proprio Meloni, a cui nel 2022 predisse vita breve, perché Berlusconi non avrebbe mai accettato di farle da «paggetto» e si sarebbe sfilato. Come sappiamo non è andata così, ma i rancori dell’uomo che per una vita ha brigato con il potere è meglio conoscerli, perché si capisce quali trame il potere punti a ordire, magari approfittando di qualche ex premier in cerca di rivincite.
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Bill Frisell (Matthew Septimus)
Per gli esperti il suo impatto sullo strumento è pari a quello di Jimi Hendrix e Pat Metheny. A 75 anni appena compiuti, Bill Frisell non smette di sognare: «Chi prova a spiegare la musica ottiene solo quello che aveva già capito».
Per dimostrare che Bill Frisell «ha cambiato il suono della musica americana», Philip Watson impiega 560 pagine (Beautiful dreamer). Per mandare in vacca le fatiche di un biografo meticoloso al diretto interessato bastano cinque parole, che non hanno bisogno di traduzione: «Oh man, I don’t know!». L’unico della classe a non credere nel titolo è infatti l’artista di Baltimora (Maryland) che, a 75 anni appena compiuti, si sente ancora al primo giorno di scuola. Anche se il suo maestro, Jim Hall (1930-2013), non esitava a dire: «Bill ha portato la chitarra in un luogo in cui non era mai stata». Non si tratta di falsa modestia: in quegli occhi da Peter Pan lo smarrimento è sincero. Il supereroe c’è, ma è nascosto, innanzitutto a sé stesso. Lo intuì Gene Santoro, il cronista musicale che aveva soprannominato Frisell il «Clark Kent della chitarra elettrica». D’altronde, lo insegnano i fumetti: mai chiedere notizie di Superman al suo alter ego. E soprattutto, nessuno ha mai visto entrambi nella stessa stanza.
Il Torino Jazz Festival 2026 (dal 25 aprile al 2 maggio) la attende con un titolo che sembra proprio nelle sue corde: «The sound of surprise».
«È vero. Ogni giorno mi sveglio, prendo in mano lo strumento e mi sento come se fossi all’inizio di tutto. È molto simile alla prima volta in cui ho provato a muovere le dita sul manico. Non riesco a immaginare la musica senza lo stupore, spero che non mi abbandoni mai».
Nel creare colori inaspettati, mischiando le vibrazioni sonore agli effetti, lei è considerato un punto di riferimento. Ma che suono ha la sorpresa?
«Ad esempio quello di John Abercrombie che, negli anni Settanta, riusciva a trasformare la chitarra in qualcosa di simile a una tromba, grazie a un semplice distorsore. Oppure penso a quel pedale destro che ho sempre invidiato ai pianisti (il sustain, ndr). Grazie a lui, le corde restano libere di vibrare, una volta percosse, e i suoni si mescolano magicamente. Nel mio piccolo ho provato a fare la stessa cosa con il delay. Come vede, non ho inventato nulla. E ultimamente sto tornando indietro. Al posto di aggiungere, levo».
Vuole riscoprire la primordiale voce della chitarra?
«Preferisco continuare a vederla come un’orchestra dalle infinite possibilità. L’unico limite è ciò che riesci a immaginare».
Gli esperti, mi perdoni se glielo ricordo, la inseriscono in quell’elitario club di colleghi che hanno cambiato il suono del mondo. Gli altri soci sarebbero Jimi Hendrix, Pat Metheny e pochi altri.
«Oh... non saprei proprio! Tutto ciò che faccio viene da qualcun altro, è il frutto di quello che ho ascoltato. Io mi limito a cercare e probabilmente lo farò per il resto della mia vita».
Di sicuro va a esplorare luoghi a prima vista inaspettati. Solitamente si pensa al jazz come a una musica ipersofisticata e al country come a un genere più elementare. Eppure lei non si stanca di lodare questa tradizione.
«Per come la vedo io, nella musica tutte le linee si incontrano da qualche parte. A me piace esplorare le intersezioni, quei punti in cui i contorni sembrano sfuocati e confusi».
Cosa intende dire?
«Sprechiamo un sacco di tempo tentando di dare un nome a tutto quello che succede e a dividerlo in generi. Eppure, quando si immagina la musica, l’ultima cosa a cui si pensa è come definirla a parole. Se poi ci mettiamo a spiegarla, rischiamo di rompere l’incantesimo».
Addirittura?
«Sì, perché una volta definito ciò che sta accadendo si rischia di seguire solo quello che è stato codificato e in qualche modo ridotto. Suonare è un’avventura, è come camminare in equilibrio precario: basta poco per uccidere la magia».
Questa visione onirica mi fa tornare in mente un episodio che lei ha raccontato moltissime volte. Una notte, mentre dormiva, ha avuto una visione potente.
«È successo una quarantina di anni fa, ma lo ricordo come se fosse oggi. Ho sognato di trovarmi all’interno di un’enorme biblioteca, abitata da strani personaggi, simili a elfi o monaci. Erano gentili. “Ora”, mi dissero, “ti faremo vedere la vera essenza dei colori”. Così mi mostrarono il rosso più intenso e incredibile che si possa immaginare...».
E poi?
«Per qualche strano motivo, sapevano che ero un musicista. Per cui mi fecero ascoltare un suono indescrivibile che conteneva tutta la musica che amavo e molto altro ancora. Da Thelonious Monk a Sonny Rollins, da Charles Ives a Jimi Hendrix passando attraverso Andrés Segovia e Nino Rota...».
Un’esperienza che deve averla davvero segnata. Il suo ultimo album, a distanza di decenni, si intitola My Dreams (Blue Note), I miei sogni.
«Spero sempre di poterla rivivere. In qualche modo è quello che provo a fare sul palcoscenico».
È per questo che i colori la influenzano così tanto? In un documentario di Emma Franz (Bill Frisell. A Portrait) si intravede una piccola parte della sua variopinta collezione di chitarre, oltre 60, tra Gibson, Fender Telecaster e modelli realizzati su misura. C’è una scena in cui realizza con dolore che la maggior parte di questi capolavori non potrà seguirla in tour.
«Ciascuna di loro mi regala qualcosa di diverso, anche se sono dello stesso modello. È inspiegabile: c’entrano i colori, ma anche quello che sentono le mie dita, il luogo in cui nasce l’immaginazione...».
Ma che relazione c’è tra musica e colori?
«Quando traccio una linea su un foglio o creo una melodia, nella mia mente accade qualcosa di simile. Da bambino disegnavo continuamente automobili, razzi e dinosauri. Oggi sento lo stesso fremito imbracciando la chitarra».
Lei ha spalancato il repertorio del jazz, improvvisando sulla musica di Aaron Copland, John Lennon, Madonna e tanti altri. È l’istinto a dirle che può funzionare?
«Se qualcosa mi tocca nel profondo, inizia a risuonare nel mio cuore. A quel punto, il genere non è importante, mi viene solo voglia di cantare».
Lei canta spesso?
«Nemmeno sotto la doccia».
Ma come?
«Senza chitarra non riesco. Lei possiede la mia vera voce, più di quella con la quale le sto rispondendo adesso».
Cosa le smuovono le canzoni di Bob Dylan?
«Quando uscirono i suoi primi dischi avevo 12 anni: hanno accompagnato tutta la mia esistenza. Non bisogna vergognarsi di ciò che si ama».
Certo.
«Ai giovani che mi chiedono consigli dico sempre: per trovare il proprio stile bisogna partire dalla musica a cui si vuole bene, senza calcoli. Nel mio caso vale per il country, per Dylan, che è un chitarrista formidabile, e per tante altre fonti d’ispirazione».
Del Menestrello ammira anche le doti strumentali?
«Oh sì, è straordinario. Divento matto quando sento dire che le sue canzoni hanno solo tre accordi. È tutto molto più complesso di come sembra. Nel suo stile risento Woody Guthrie, Robert Johnson, Lonnie Johnson... La musica, come dicevamo, svela connessioni eccezionali».
Il Primo maggio a Torino, insieme al violino di Eyvind Kang, darà una voce alle immagini del film di Bill Morrison, The Great Flood, sulla catastrofica alluvione del Mississippi, che nel 1927 uccise centinaia di persone.
«È una tragedia che mi ha colpito molto. Gli afroamericani furono costretti a spostarsi in massa verso Nord e questo dolore rivoluzionò la musica. Ho voluto ripercorrere quell’itinerario, i temi sono nati lasciandosi trasportare dal fiume».
Non è la prima volta che si confronta con il cinema, penso alla colonna sonora del film La scuola di Daniele Luchetti, ma non solo.
«È un mondo affascinante. Mi piacerebbe saper creare quei legami emotivi indissolubili tra melodie e personaggi di cui era capace Ennio Morricone».
A cosa sta pensando?
«Al piccolo Noodles in C’era una volta in America di Sergio Leone. Ha tra le mani un dolce alla panna: prova a resistere, ma è inutile. La musica che Morricone scrive per quella scena scavalca la realtà, è puro sogno».
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Ford Puma Gen-E
La Casa dell’Ovale blu punta forte sulla bestseller: ottima abitabilità, bagagliaio record.
Un B-Suv elettrico pensato per i giovani può partire a costare, a listino, oltre 27.000 euro? Alla Ford sono convinti di sì ed è per questo motivo che puntano tanto sulla Puma Gen-E, la versione 100% elettrica del fortunato (in termini di vendite) crossover della casa dell’Ovale blu, che monta un motore a zero emissioni da 168 cavalli (124 kW) e 290 Nm di coppia.
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Il modello è equipaggiato con una serie avanzata di Adas (Advanced driver assistance systems) abbastanza affidabile: pre-collision assist per intervenire in situazioni critiche; lane keeping system per mantenere la traiettoria; cruise control adattivo con riconoscimento dei segnali stradali; camera a 360°. Il motore promette, secondo la Casa, 523 km di autonomia nel ciclo urbano e 376 km in quello combinato. Dalle prove fatte, se nel ciclo urbano più o meno ci siamo, per quello misto il valore è leggermente inferiore al dichiarato. Onesta la velocità di ricarica: il produttore dichiara dal 10 all’80% in soli 23 minuti, a patto che si utilizzi una stazione di ricarica da 100 kW.
I PRO
Innanzitutto, la linea: la Puma è un’auto che piace agli italiani: lo scorso anno ha venduto, in tutte le sue motorizzazioni, oltre 25.000 esemplari. Non ci sono parti in plastica non verniciata all’esterno e questo, se da un lato rende più filante la linea, dall’altro espone le zone più critiche, come passaruota e fascioni anteriori e posteriori, a rischio di grattata. L’abitacolo è fatto bene: comodi ed esteticamente belli i sedili, gradevole il rivestimento in finta pelle di parte del cruscotto. Molto luminose le luci a led per illuminare l’abitacolo. Sorprende la capacità di carico: tra bagagliaio, profondissimo box immediatamente sotto (basta alzare il pianale per accedervi) e box ricavato nella parte anteriore, si raggiungono oltre 550 litri di spazio. Abbattendo i sedili posteriori (nella configurazione 60-40) si possono superare i 1.300 litri. Comodo e completo il grande quadro strumenti digitale da 12,8 pollici dietro al volante: tutte le informazioni sono al posto giusto e facilmente adocchiabili. Buona l’abitabilità: gli ingegneri Ford hanno saputo realizzare un piccolo capolavoro sfruttando ogni centimetro di spazio per rendere gradevole il soggiorno a bordo. Fanno egregiamente il loro lavoro i fari a led. Comodo il tunnel centrale a due piani, con tanti spazi dove riporre oggetti pure voluminosi e l’ormai immancabile piastra per la ricarica wireless dello smartphone.
I CONTRO
I tasti fisici sono ridotti al lumicino: ce ne sono soltanto quattro, il più utilizzabile è quello delle frecce d’emergenza. Per il resto, ci si deve affidare al grande display touch da 12 pollici centrale che non è immediatamente intuitivo: per trovare i vari comandi, ci si deve distrarre un po’ troppo dalla guida. Scomoda anche la manopola per la gestione delle luci: troppo nascosta dietro al volante e alla leva dei tergicristalli. Se si è un po’ alti, vedere che comando è impostato è un’impresa. Croccanti, come dicono gli esperti di auto, alcune plastiche all’interno. Divertente, ma forse troppo a rischio «deposito di polvere» la grande soundbar integrata sopra il cruscotto del sistema audio firmato da Bang & Olufsen da 575 watt. Altra pecca, l’utilizzo del nero lucido sul tunnel centrale: troppo a rischio graffio.
CONCLUSIONI
Le conclusioni si traggono sempre guardando il prezzo. La Puma Gen-E parte, con il modello base, da 27.250 euro (prezzo in promozione, il listino schizza a 33.250 euro) con già una buona dotazione di serie (fari proiettori e luci diurne a led, cerchi in lega da 17 pollici, gigabox posteriore, climatizzatore automatico). Per il modello definito «Premium» si spendono 2.000 euro in più. Grazie al cumulo tra incentivo statale (fino a 11.000 euro con rottamazione e Isee basso) e lo sconto Ford, il prezzo d’attacco può scendere sotto i 18.000 euro. Una quota che rende l’acquisto molto, molto interessante.
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Cassa Depositi e Prestiti archivia il 2025 con risultati senza precedenti, consolidando il suo ruolo di pilastro strategico per l’economia italiana. Nel primo anno del Piano Strategico 2025-2027, la Cassa ha raggiunto l’utile netto più alto della sua storia, toccando quota 3,4 miliardi di euro, in crescita del 3% rispetto all’anno precedente.
Un dato che non è solo un record finanziario, ma il motore di una potenza di fuoco che ha permesso di impegnare risorse per circa 29,5 miliardi di euro, attivando investimenti complessivi per oltre 73 miliardi grazie a un effetto leva di 2,5 volte.
«Il primo anno del nuovo Piano si chiude con un risultato storico che conferma l’efficacia della nostra strategia», ha sottolineato l’amministratore delegato Dario Scannapieco, in conferenza stampa durante la presentazione dei dati 2025 a Roma.

















