I sindacati delle forze dell’ordine sono concordi: «Nessuno vuole essere al di sopra della legge, chiediamo solo un sostegno per non dissanguarci nei processi. I rimborsi sono esigui e tardivi. Nel frattempo dobbiamo pagare i legali e ci tagliano i salari».
Mentre il dibattito è concentrato su una parola che è diventata tossica, «immunità», gli operatori di polizia pensano alla parcella dell’avvocato, alla sospensione dal servizio che arriva prima della sentenza, allo stipendio che si assottiglia. È su questo piano che si gioca la vera partita.
«Nessun poliziotto vuole essere al di sopra della legge e nessuno deve esserlo», mette in chiaro il segretario del Coisp Domenico Pianese. Ma subito sposta il baricentro: «Il punto non è sottrarsi alla giustizia, ma evitare che chi agisce nell’esercizio del proprio dovere venga lasciato solo per anni in un limbo giudiziario ed economico». Perché l’iscrizione nel registro degli indagati non è solo un passaggio tecnico. È un fatto che produce effetti automatici: sospensione cautelare, possibile dimezzamento dello stipendio, spese legali da affrontare immediatamente, carriere sospese. Il tutto prima che venga accertata qualsiasi responsabilità. Pianese rivendica un primo argine: «Già con i decreti sicurezza dello scorso anno è stato introdotto un principio fondamentale per gli operatori delle forze di polizia, la legislazione di supporto». Fino a 10.000 euro per ogni grado di giudizio, se l’indagine riguarda fatti avvenuti in servizio. «È un passo storico», ammette. E aggiunge: «Si potrebbe fare di più? Forse sì. Ma quel provvedimento ha segnato un cambio di passo che per anni è stato ignorato». La cifra, 10.000 euro, però, suona come importante finché non la si mette dentro la realtà di un procedimento penale che può durare anni. E allora il tema non diventa lo scudo, ma la copertura integrale. Il nuovo decreto introduce un registro separato per gli appartenenti alle forze dell’ordine indagati per fatti accaduti durante il servizio. «Non è uno scudo penale», insiste Pianese. «È uno strumento procedurale esattamente come esistono registri dedicati in altri ambiti delicati, ad esempio per le vittime di stalking. Serve a garantire tempi certi e più rapidi, non a cancellare reati o responsabilità». Tempi certi significa meno anni di incertezza. Meno anni di spese. Il segretario generale del Movimento poliziotti democratici e riformisti, Antonio Alletto, attacca frontalmente proprio la parola «immunità». E spiega: «È un grave errore parlare di scudo penale. Nessun poliziotto chiede immunità, ed è folle anche solo pensarlo. Noi chiediamo di poter lavorare serenamente, con tutele professionali adeguate a un servizio esposto e pericoloso che impone decisioni immediate, anche sull’uso delle armi». Anche Alletto torna sul terreno concreto: «Non è accettabile che un operatore finisca automaticamente nel registro degli indagati, dovendo sostenere da subito costi legali spesso insostenibili e diversi da territorio a territorio. L’amministrazione dovrebbe farsi carico integralmente delle spese, recuperandole solo in caso di condanna». Il ragionamento è questo: lo Stato paga subito e se c’è una condanna recupera le somme. Nel frattempo l’operatore non deve indebitarsi per un atto compiuto in servizio. E Alletto aggiunge un altro tassello: «Servono inoltre bodycam, protocolli operativi chiari e il supporto dell’Avvocatura dello Stato, per garantire trasparenza, tutela reale e per evitare che ogni intervento si trasformi in un processo mediatico, economico ed emotivo per l’operatore e la sua famiglia». Anche Unarma insiste sull’anticipo: «Le spese legali per procedimenti penali su attività di servizio possano rappresentare un sostegno concreto», dice il segretario generale Antonio Nicolosi. E precisa: «È necessario che l’anticipo delle spese sia adeguato e cospicuo, capace di coprire fin da subito i costi della difesa senza gravare economicamente sugli operatori e sulle loro famiglie». Poi rilancia: «Ancora più incisiva sarebbe la previsione di un supporto diretto tramite l’Avvocatura dello Stato, che garantirebbe uniformità di tutela, tempi rapidi e una protezione concreta». Il Siaf, Sindacato italiano autonomo finanzieri, con il segretario generale Eliseo Taverna, riporta il confronto sul piano tecnico: «Bisogna evitare generalizzazioni che finiscono per penalizzare l’intero comparto». E mette un punto fermo: «È fondamentale rendere realmente efficace l’anticipo delle spese legali, che deve essere adeguato ai costi reali dei procedimenti e garantito fin dalle prime fasi, evitando che l’operatore debba sostenere oneri economici personali per fatti connessi al servizio». La sintesi è tutta qui. Non si discute di responsabilità. Si discute di chi paga l’attesa. Nel dibattito pubblico la parola che fa rumore è «immunità». Ma quella che pesa davvero è «anticipo». Perché tra l’iscrizione nel registro e la sentenza possono passare anni. E in quegli anni la giustizia ha un costo. Che ora è tutto sulle spalle dell’operatore di polizia.
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Federico Cafiero de Raho (Imagoeconomica)
La relazione della commissione Antimafia sull’ex procuratore diventato parlamentare con i 5 stelle: «Non era marginale e sapeva della prassi irregolare messa in atto da Striano per spiare anche i politici».
I pm delle inchieste sulle spiate nelle banche dati investigative ai danni di esponenti del mondo della politica, delle istituzioni e non solo, non avrebbero «valutato la gravità intrinseca dei comportamenti del procuratore nazionale antimafia, trattando ciò che avrebbe richiesto massimo rigore come se invece si trattasse di un profilo marginale».
La relazione approvata ieri in Commissione antimafia è un atto d’accusa per Federico Cafiero de Raho, ex capo della Procura nazionale antimafia ora parlamentare pentastellato e vicepresidente proprio della Commissione (ieri assente). La relazione, di 202 pagine, che analizza anche il materiale recuperato dalle due inchieste giudiziarie (della Procura di Perugia e poi di quella romana) che si sono concentrate sull’ex pm della Procura nazionale antimafia Antonio Laudati e sul luogotenente della Guardia di finanza che coordinava il gruppo Sos (le Segnalazioni di operazioni sospette che provenivano dall’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia, ndr), Pasquale Striano, aggiunge che «il deficit istruttorio ha di fatto lasciato in ombra il ruolo centrale del vertice dell’ufficio e ha impedito di cogliere appieno la portata sistemica della gestione tossica, e complice, che aveva caratterizzato la Direzione nazionale antimafia in quegli anni». La relazione non descrive un contesto di «inconsapevolezza» né di «mera superficialità». Al contrario, parla di «un protagonista» che avrebbe «adottato o controfirmato provvedimenti organizzativi riguardanti la gestione delle Sos», e che dunque sarebbe stato «pienamente consapevole delle prassi irregolari in uso nel suo ufficio, delle vulnerabilità del sistema e dei vantaggi operativi che tali vulnerabilità gli garantivano in termini di libertà, elasticità e possibilità di intervento in fatti di forte impatto pubblico e oltremodo sensibili politicamente». Ai commissari della maggioranza devono essere tornate in mente le chat dell’era Palamara. Nel luglio 2017, dopo la bocciatura per la Procura di Napoli assegnata a Giovanni Melillo, l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti scriveva a Luca Palamara: «Cerchiamo adesso di salvare il soldato De Raho. Il risultato in qualche modo lo consente». Pochi mesi dopo, il Csm lo nomina procuratore nazionale antimafia. Palamara avvisa Minniti: «Votato De Raho cinque voti, Scarpinato (anche lui diventato parlamentare pentastellato, ndr) 1». Risposta: «Eccellente. Grazie». Le chat raccontano anche un pressing diretto. Il 24 luglio 2017 de Raho scrive a Palamara: «Caro Luca sono in piazza Esedra… Ma vieni fuori o ci sentiamo per telefono?… Scusa Luca a che punto siete?… Luca ti aspetto per parlare con te… so che è finita la Commissione». E ancora: «Tieni conto che sono in piazza Esedra da quasi due ore. Non è tanto l’attesa quanto l’immagine che due autovetture blindate possono dare in questa piazza». E a provare che il pressing di de Raho fosse noto c’è un messaggio del consigliere di Area Valerio Fracassi a Palamara: «Cafiero batte il Csm palmo a palmo a caccia di voti. Non va bene e rischia di farsi male. Ha visitato i laici che pensa siano incerti». D’altra parte, la riflessione finale della Commissione è questa: «Non sull’identità di ipotetici mandanti, ma sulla presenza di una struttura permeabile e vulnerabile nella quale interessi ulteriori, non identificati nelle indagini, esterni o sovraordinati rispetto all’azione materiale realizzata da Striano, potrebbero aver trovato vantaggio nell’illecita sottrazione e circolazione di informazioni sensibili». Il Gruppo Sos, coordinato da Laudati, non era «un elemento periferico o marginale della Direzione nazionale antimafia», ma «uno strumento fondamentale di analisi finanziaria e informativa di grande rilevanza». Il suo funzionamento, sostiene la maggioranza, era «ben noto al procuratore nazionale», perché «gli appunti e gli atti di impulso prodotti dal gruppo di lavoro raggiungevano sistematicamente la sua scrivania». La conclusione è netta: «il procuratore nazionale antimafia sapeva, ed è difficile sostenere il contrario». La relazione parla di «tolleranza verso prassi illegittime o anche illecite» e di «assenza totale di controlli effettivi». Non come un incidente imprevisto, ma come «una precisa e consapevole scelta gestionale che consentiva al vertice della Dna di operare entro un perimetro privo di vincoli procedurali stringenti». Una frase pesa più delle altre: «La permeabilità del sistema, più che un errore, fu una condizione che de Raho considerò funzionale». Quando «il controllo è debole la discrezionalità diventa ampia». E «lo spazio per interventi orientati aumenta in conseguenza». La relazione definisce «emblematiche» le vicende relative agli atti di impulso sulla Lega Nord. Il quadro è riassunto così: il Gruppo Sos e Laudati «avevano predisposto un atto di impulso attingendo a Sos non matchate dai sistemi, su fatti e materie che esorbitavano dalla competenza della Dna»; il procuratore aggiunto Giovanni Russo «alza le spalle; de Raho rimbrotta tutti, ma firma l’atto di impulso». L’atto viene «mandato a quattro Procure distrettuali, tra le quali Milano». Dopo il pasticcio, «nessuna conseguenza, nessuna sanzione, nessuna nuova disposizione organizzativa interna», ma solo «un invito rivolto alla Direzione investigativa antimafia a non trasmettere più Sos che non fossero di competenza della Dna». La seconda vicenda è quella che coinvolge Armando Siri. De Raho, ricostruisce la maggioranza, «pur non richiedendone direttamente l’invio, di fatto ha indotto gli organi investigativi, ed in particolare la Dia, a trasmettere una segnalazione di operazione sospetta non di interesse Dna». Ne nasce «un atto di impulso a carico di un sottosegretario in carica [… ], scarno, diverso dagli altri, originato da notizie apprese dalla stampa», per «ipotesi di reato estranee alla competenza della Dna (corruzione)». Viene inviato «a una Procura (Roma) che stava già procedendo», mentre per la stessa Sos «stava già procedendo un’altra Procura ancora (Milano), per reati anch’essi estranei al perimetro di competenze della Dna (riciclaggio)». Il flusso informativo della vicenda Siri è definito come «caratterizzato da elementi sintomatici di un funzionamento altamente compromesso». Il sistema, secondo la Commissione, «consentiva agevolmente una gestione orientata e selettiva dei dossier». Non un episodio isolato, ma «il paradigma di un modo di operare». Il vertice «disponendo di un sistema informativo senza barriere, poteva imprimere direzioni, sottolineature, tempi e priorità». E la relazione sottolinea che quel sistema produceva effetti «prevalentemente orientati verso lo stesso spettro politico (i partiti di centro destra e la Lega Nord in particolare)». C’è poi un ultimo passaggio, altrettanto pesante. Le risultanze mostrano che, «nonostante la sua funzione apicale, la gravità e natura oggettivamente irrituale delle condotte emerse, l’approfondimento investigativo nei suoi confronti è stato sorprendentemente minimo, quasi formale». Le escussioni sono descritte come «caratterizzate da un profilo di incongruità e superficialità», «prive di contestazioni puntuali» e senza «qualunque efficace tentativo di verificare l’effettivo grado di conoscenza, o anche di prevedibile conoscibilità, delle condotte illecite occorse». La conseguenza è definita «paradossale»: si è finito per «sottrarre alla ricostruzione proprio l’anello apicale di quel sistema». E ancora: «L’indagine (giudiziaria, ndr) non ha valutato la gravità intrinseca dei comportamenti del procuratore nazionale». Il risultato: «Questo deficit istruttorio ha di fatto lasciato in ombra il ruolo centrale del vertice dell’ufficio e ha impedito di cogliere appieno la portata sistemica della gestione tossica, e complice, che aveva caratterizzato la Dna in quegli anni». Nel capitolo dedicato agli «accessi illeciti in concorso con i giornalisti», la relazione entra in un terreno ancora più delicato: il rapporto tra chi estrae i dati e chi li pubblica. Il punto di partenza è la denuncia del ministro Giudo Crosetto. La relazione ricostruisce la sequenza: accessi alle banche dati, pubblicazione degli articoli, apertura del fascicolo. E sottolinea la coincidenza temporale tra le consultazioni e l’uscita dei pezzi. Il tutto viene inserito nel quadro più ampio del «traffico organizzato di dati informatici». Il nome di Emiliano Fittipaldi compare in questo contesto, come firma del quotidiano Domani che aveva pubblicato gli articoli oggetto di denuncia. Il generale della Guardia di finanza Umberto Sirico, invece, viene indicato come un «punto di passaggio obbligato dell’analisi». Non «un semplice superiore gerarchico», ma «un riferimento costante» della parabola di Striano, il luogotenente delle Fiamme gialle attorno al quale ruota l’inchiesta giudiziaria. Il rapporto, ricostruito dai messaggi sul cellulare del militare, avrebbe assunto «i tratti di una vera e propria sponsorizzazione interna». Sirico «accompagna e favorisce il percorso di Striano» e ne avrebbe curato l’inserimento «nel punto esatto dell’organigramma che consentiva la massima libertà operativa e il pieno accesso alle banche dati». Una scelta «non casuale», ma «l’esito di un percorso costruito, calibrato e orientato». Nei messaggi sarebbe emersa la formula chiave della «carta bianca». Una espressione che, secondo la relazione, descrive «la totale assenza di limiti» per Striano. Ma «il profilo ancora più delicato», stando ai commissari della maggioranza, sarebbe da rintracciare nella responsabilità dei vertici generali del Corpo, a partire dall’allora comandante generale Giuseppe Zafarana. Il suo compito non era conoscere ogni singola operazione, ma «garantire che l’architettura complessiva del sistema di sicurezza funzioni». Eppure, dalle sue dichiarazioni rese l’11 dicembre 2024 davanti alla Procura di Perugia emerge, secondo la relazione, «una divaricazione difficilmente accettabile» tra il livello di responsabilità previsto dalla legge e l’azione concreta svolta. Ancora più grave, per la Commissione, il fatto che, pur in presenza di «evidenti e note fughe di notizie in materia di Sos», il comandante generale non abbia attivato «alcun doveroso meccanismo di verifica interna». Le opposizioni rispondono con due relazioni di minoranza. Una è a firma Cinque stelle. L’altra è unitaria: Pd, M5s, Avs e altri. Secondo la minoranza, nel testo approvato c’è una «indebita sovrapposizione con l’indagine della magistratura» che mette in discussione «la separazione dei poteri» e «l’indipendenza del potere giudiziario». Per l’opposizione è «un tentativo di colpire prerogative e credibilità di un parlamentare eletto dal popolo», che «si è sempre caratterizzato per l’impegno costante e riconosciuto contro le organizzazioni mafiose e per la legalità». Al di là delle considerazioni politiche, la relazione della maggioranza fotografa una stagione della Direzione nazionale antimafia. Per fortuna archiviata.
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La Scientifica a Rogoredo sul luogo dell'omicidio (Ansa)
Carmelo Cinturrino non ha soltanto ucciso Abderrahim Mansouri, ma rischia di aver stecchito anche la riforma della giustizia varata dal governo Meloni. L’agente omicida di Milano, che per simulare la tesi della legittima difesa ha messo accanto alla vittima una pistola, si è infatti rapidamente tramutato in un’arma nelle mani dell’opposizione per sostenere il No al referendum.
Le polemiche, infatti, non si fermano allo scudo penale per poliziotti e carabinieri, provvedimento di cui la sinistra chiede il ritiro dopo la messinscena di Rogoredo, ma si usa il caso per sostenere che una magistratura sottomessa non sarebbe mai riuscita a scoprire le menzogne di Cinturrino.
Ovviamente si tratta di balle, così come una balla colossale è che con lo scudo penale l’agente l’avrebbe fatta franca. Innanzitutto, cominciamo col dire che non esiste alcun scudo penale. Basta infatti leggere il decreto Sicurezza per rendersene conto. Nessuno parla di una immunità da offrire a chi indossa una divisa. E nessuno ha ipotizzato di concedere alla polizia una licenza di picchiare, sparare o tanto meno di uccidere. Semplicemente per decreto il governo ha provato a introdurre una deroga all’iscrizione nel registro degli indagati, per evitare quello che in genere chiamiamo «atto dovuto». Ci sono scontri di piazza e qualche manifestante si fa male, come accaduto a Pisa tempo fa? Le forze dell’ordine finiscono sul banco degli imputati, cioè nel registro degli indagati: prima ancora che siano accertati i fatti. Il provvedimento dell’esecutivo prova a ovviare a questo problema, che per poliziotti e carabinieri significa comunque dover ingaggiare un legale e sopportare le spese della difesa. Come? In presenza di una causa di giustificazione, il pm procede con l’annotazione preliminare in un modello separato, consentendo comunque alla persona iscritta la possibilità di farsi assistere da un avvocato e dai suoi collaboratori. Si tratta di un alleggerimento della posizione che funziona solo se sono evidenti le cause che hanno giustificato il comportamento della persona, con l’obbligo per il pubblico ministero di procedere in tempi celeri. Questo è uno scudo? Non mi pare. E infatti i primi a non essere particolarmente contenti sono i poliziotti, che all’immunità non puntano, mentre invece tengono molto a vedersi garantite le spese legali a carico dello Stato, perché ora, per indagini avviate a seguito dell’esercizio delle funzioni di polizia, devono pagare l’avvocato di tasca loro.
Ma se il problema dello scudo penale che non c’è è usato strumentalmente dopo il caso Cinturrino, la vera arma impropria impugnata dalla sinistra è il No al referendum, le cui argomentazioni a quanto pare si sono rafforzate proprio a seguito del caso di Rogoredo.
La riflessione dei compagni poggia sul seguente ragionamento. Sono stati i magistrati a scoprire la messinscena di Cinturrino. La riforma della giustizia sottomette i magistrati. Ergo, al referendum bisogna votare No. In realtà, l’argomentazione non sta in piedi. Per prima cosa perché a dubitare della versione fornita dall’agente omicida sono stati i colleghi della squadra mobile, che da subito hanno indagato sulla vicenda. Certo, portando le risultanze al pm, ma le testimonianze e i rilievi li hanno raccolti altri agenti. Seconda obiezione: se anche fosse stata in vigore la riforma della giustizia, con la separazione delle carriere, i poliziotti non avrebbero fatto il loro lavoro indagando sul conto di Cinturrino? E non sarebbero comunque stati obbligati a riferire al pubblico ministero? Ovviamente sì. Dunque, che cosa c’entra la riforma con i fatti di Rogoredo? Per conto mio, c’entra solo per un motivo: il poliziotto che ha ucciso il giovane Mansouri è stato arrestato e cacciato dalla polizia e – sono certo - pagherà caro il suo debito con la giustizia. I magistrati che arrestano innocenti e talvolta nascondono le prove a discarico degli indagati invece non pagano mai e possono continuare non solo a fare ciò che facevano, ma addirittura l’unico rischio che corrono è di vedersi promossi. Lo so che ora direte che di qua c’è un funzionario dello Stato che si è rivelato un assassino e di là un funzionario dello Stato che ha sbagliato. Ma io non chiedo gli arresti per chi non ha ucciso ma ha «solo» commesso un errore grave: chiedo tuttavia che l’Alta corte disciplinare istituita dalla riforma della giustizia lo giudichi senza sconti. I medici del Monaldi che con Domenico hanno fallito il trapianto di cuore pagheranno. Perché il magistrato che rovina la vita a un innocente non deve pagare?
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Ansa
La donna ha depositato un audio in cui il primario di Napoli direbbe di aver insistito sul secondo trapianto poiché sconvolto. Il nosocomio di Bolzano: «Colpa del Monaldi»
La mamma di Domenico prosegue la sua battaglia per la ricerca della verità, quella verità che dovrà fare chiarezza sul «cuore bruciato» trapiantato al suo bambino. Patrizia Mercolino soffre in silenzio e con grande dignità, come ha fatto per i quasi sessanta giorni in cui il piccolo è stato attaccato all’Ecmo dopo il trapianto fallito all’ospedale Monaldi di Napoli. Non vuole accusare nessuno fino a quando la giustizia non avrà accertato i responsabili. Ed è proprio per aiutare i magistrati a cercare la verità che, ieri mattina, mamma Patrizia è andata in procura a Napoli per depositare una chiavetta con un audio registrato.
Si tratta di una conversazione, alla quale ha preso parte anche la donna, il giorno in cui, lo scorso 18 febbraio, dopo la riunione dell’equipe interdisciplinare con gli esperti di tutta Italia, le viene comunicato che «non c’è più niente da fare». Il legale della famiglia, l’avvocato Francesco Petruzzi, ha spiegato che quella comunicazione «infausta» è stata riferita dal dottore Guido Oppido, 54 anni, il cardiochirurgo che ha eseguito il trapianto sul bimbo di due anni che adesso è tra i sette medici indagati. L’avvocato Petruzzi ha fornito alcuni dettagli sulla conversazione consegnata ai pm: «In questa registrazione la madre chiede giustamente al dottor Oppido perché poche ore prima aveva dichiarato Domenico trapiantabile, perché le avevano detto che era arrivato il cuore e il dottor Oppido dice che lo ha fatto solo per disperazione. A nostro avviso ciò è determinante ai fini dell’indagine». Secondo il legale, c’è stata una «ingerenza» del medico «in tutte le scelte, come abbiamo sempre detto. A parere di questa difesa il dottor Oppido non aveva la serenità per poter continuare a essere il medico curante di Domenico e a scegliere ciò che il team doveva fare o non doveva fare. Il nostro medico di parte ha chiesto che il bimbo avesse un altro medico curante e solo allora Oppido è stato rimosso. La scelta di depositare questa comunicazione è dettata da una scelta difensiva. Ora abbiamo formalmente il nome degli indagati».
Al pm Giuseppe Tittaferrante, titolare dell’inchiesta, l’avvocato ha anche chiesto di sentire la mamma di Domenico sull’arrivo del cuore da Bolzano al Monaldi. «La signora Patrizia», ha aggiunto l’avvocato della famiglia, «ha sempre sostenuto che il cuore è arrivato alle 14.30, ma la scheda relativa è stata fatta alle 14.18. Giovedì 26 febbraio saranno effettuati gli accertamenti tecnici sui cellulari, e noi vogliamo dare prova che questa informazione della signora Patrizia non è sicuramente condizionata all’esito di accertamenti tecnici». La mamma del piccolo, ieri prima di entrare in Procura, con grande compostezza ha espresso il «desiderio di chiarezza, il desiderio che venga fatta giustizia. Se mi fermo, resto lì a piangere e Domenico non lo vuole questo. Chiediamo giustizia. Chiediamo la verità, forse è arrivato il momento, me lo devono. Ho anche altri due figli, quindi devo rimanere in piedi anche per loro».
Intanto, ieri i carabinieri del Nas di Trento si sono recati all’ospedale San Maurizio di Bolzano per eseguire alcuni accertamenti sulle procedure messe in atto lo scorso 23 dicembre, quando è stato espiantato il cuore di un bambino di quattro anni destinato al piccolo Domenico. Secondo quanto si è appreso, i carabinieri hanno ottenuto l’elenco del personale coinvolto in tutte le fasi dell’intervento, dall’espianto al trasporto. Al momento non risultano nuovi indagati oltre ai sette già iscritti sul registro degli indagati, tutti medici dell’ospedale Monaldi di Napoli. Oggi nell’ospedale di Bolzano arriveranno gli ispettori del ministero della Salute e a breve sarà ascoltato il personale dell’azienda sanitaria altoatesina. Quest’ultima ha ribadito che la responsabilità del trasporto e della conservazione del cuore, in caso di trapianto, è a carico dell’équipe che riceve l’organo, quindi in questo caso dell’équipe del Monaldi. Da quanto è emerso, gli accertamenti si stanno concentrando pure sulla fornitura di ghiaccio secco che avrebbe danneggiato irrimediabilmente il cuore. L’ospedale dei Colli di Napoli, a cui appartiene il Monaldi, ieri ha diffuso una nota dopo aver appreso che il Nas di Trento vuole fare chiarezza su chi ha inserito il ghiaccio secco nel contenitore per il trasporto dell’organo, «elemento determinante nella causazione del danno e al quale sono ascrivibili le conseguenze successive»: «Con riferimento all’utilizzo di ghiaccio non idoneo, si ribadisce quanto già ampiamente riportato e quanto emerge dall’Audit: viene richiesto al personale di sala di integrare il ghiaccio. Il personale locale chiede se sia necessario ghiaccio sterile o non sterile; l’équipe di espianto riferisce di aver considerato tale distinzione non rilevante ai fini della conservazione. La Direzione generale ribadisce la propria piena fiducia nella magistratura, con la quale ha collaborato sin dall’inizio per fare chiarezza e individuare eventuali responsabilità in relazione a questo evento drammatico».
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