Donald Trump (Ansa)
Il presidente attacca la «sentenza ridicola e mal formulata» della Corte Suprema e avvisa i partner commerciali che volessero approfittarne: «Attenzione, arriveranno tasse peggiori per voi». Attesa per il discorso sullo stato dell’Unione in programma oggi.
Sui dazi, Donald Trump resta più battagliero che mai. «Qualsiasi Paese che voglia “giocare” con la ridicola decisione della Corte Suprema, in particolare quelli che hanno “fregato” gli Stati Uniti per anni, e persino decenni, si troverà ad affrontare tariffe molto più elevate, e peggiori, di quelle che ha appena concordato.
Attenzione, acquirenti!», ha tuonato ieri il presidente americano su Truth, per poi aggiungere: «Come presidente, non devo rivolgermi al Congresso per ottenere l’approvazione dei dazi. L’approvazione è già stata ottenuta, in molte forme, molto tempo fa! Sono stati anche appena riconfermati dalla ridicola e mal formulata sentenza della Corte Suprema!». In sostanza, il presidente americano si sta muovendo su due piani. Dal punto di vista internazionale, ha minacciato quei Paesi che potrebbero cercare di approfittare del fatto che, venerdì scorso, la Corte Suprema ha cassato i dazi decretati ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act. Dall’altra parte, sul fronte interno, Trump ha ribadito che il potere di imporre tariffe continuerebbe comunque a rientrare nel perimetro dell’autorità esecutiva tramite il ricorso a strumenti legislativi differenti dallo Ieepa (come la Sezione 122 del Trade Act del 1974).
E proprio su questo punto il presidente, sempre ieri, si è espresso. «La corte suprema degli Stati Uniti (userò le lettere minuscole per un po’, per una totale mancanza di rispetto!) mi ha accidentalmente e inconsapevolmente conferito, in qualità di presidente degli Stati Uniti, poteri e forza molto maggiori di quelli che avevo prima della loro ridicola, stupida e internazionalmente divisiva sentenza», ha dichiarato. «La corte ha anche approvato tutte le altre tariffe che sono numerose, e possono essere tutte utilizzate in modo molto più potente e odioso, con certezza giuridica, rispetto alle tariffe inizialmente utilizzate», ha aggiunto, in una minaccia neppure tanto velata ai partner commerciali americani.
Il presidente è poi tornato a criticare frontalmente la Corte Suprema, preconizzando che la maggioranza dei togati casserà l’interpretazione restrittiva dello ius soli, promossa dalla Casa Bianca l’anno scorso. «La prossima cosa che saprete sarà che i giudici si pronunceranno a favore della Cina e di altri, che stanno facendo una fortuna assoluta con la cittadinanza per diritto di nascita, affermando che il XIV Emendamento non è stato scritto per prendersi cura dei “bambini degli schiavi”, cosa che invece è stata dimostrata dal momento esatto della sua elaborazione, archiviazione e ratifica, che ha coinciso perfettamente con la fine della Guerra civile», ha affermato.
Tornando ai dazi, domenica, il rappresentante commerciale degli Stati Uniti, Jamieson Greer, ha reso noto che Washington non ha intenzione di mutare la propria politica tariffaria. «La realtà è che vogliamo mantenere la politica che abbiamo adottato, avere la massima continuità possibile e assicurarci che le aziende capiscano che questa è la direzione che stiamo seguendo. Continueremo su questa strada», ha affermato. Tutto questo, mentre, il giorno prima, Trump aveva annunciato di voler aumentare i dazi globali dal 10% al 15%: dazi che, imposti sulla base della Sezione 122, possono però restare in vigore soltanto cinque mesi. Secondo Morgan Stanley, Trump potrebbe usare questo lasso di tempo per decretare tariffe specifiche su prodotti e Paesi ai sensi della Sezione 301: il che, ha avvertito tuttavia la banca d’affari, implicherebbe un «processo molto più macchinoso». In questo quadro, è abbastanza probabile che il presidente affronterà la questione della sentenza di venerdì durante il discorso sullo stato dell’Unione di stasera.
Nel frattempo, a partire da oggi, la Us Customs and Border Protection cesserà di riscuotere i pagamenti correlati alle tariffe annullate dalla Corte Suprema. Non è ancora chiaro invece se saranno effettuati dei rimborsi. Secondo il sito specializzato Scotusblog, la sentenza di venerdì non ha affrontato l’argomento. In caso, la cifra complessiva si aggirerebbe comunque attorno ai 175 miliardi di dollari e, a tal proposito, il segretario al Tesoro, Scott Bessent, non ha finora chiarito quali siano le intenzioni dell’amministrazione. Dall’altra parte, ieri, alcuni senatori dem hanno presentato un disegno di legge che, se approvato, costringerebbe la Casa Bianca a effettuare dei rimborsi. Non solo. Il leader della minoranza democratica al Senato, Chuck Schumer, ha anche detto che si opporrà alla proroga dei dazi globali al 15% quando scadranno quest’estate. Frattanto, a Wall Street regna la confusione per quanto riguarda il futuro: ieri, il Dow Jones Industrial Average ha perso l’8%.
Sullo sfondo, ma neanche troppo, restano aperte le questioni geopolitiche. Per Trump, i dazi sono da considerarsi principalmente uno strumento di sicurezza nazionale, non solo per ridurre la dipendenza statunitense dalla Cina nelle catene di approvvigionamento strategiche ma anche per disporre di una leva negoziale su dossier tanto commerciali quanto di natura politica. Il presidente americano teme, in particolare, che la sentenza di venerdì possa rafforzare la posizione di Pechino. Il che per l’inquilino della Casa Bianca è un problema, soprattutto in previsione del viaggio che dovrebbe effettuare nella Repubblica popolare a cavallo tra marzo e aprile di quest’anno.
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Ansa
Dopo l’uccisione del leader del cartello di Jalisco da parte delle forze speciali, i trafficanti hanno seminato il terrore a Guadalajara e dintorni. Incendi e sparatorie: 58 morti nelle strade, stop ai voli da Usa e Canada.
L’eliminazione di Nemesio Osegura Cervantes, meglio conosciuto come El Mencho, il più importante narcotrafficante messicano, ha gettato il paese nel caos. La caccia al cinquantanovenne boss della droga, fondatore e leader del Cartello di Jalisco Nueva Generación (Cjng), è andata avanti per settimane con una vasta operazione dell’esercito messicano, sostenuto anche dall’intelligence statunitense.
El Mencho è stato ucciso in uno scontro a fuoco con le forze di sicurezza locali insieme ai suoi fedelissimi, che hanno scatenato una vera e propria battaglia. Il durissimo scontro si è svolto nella cittadina di Tapalpa, nello stato di Jalisco a circa due ore di distanza dalla capitale statale Guadalajara. L’operazione militare è stata organizzata in grande stile con un attacco esteso a diverse città in otto stati federali e con addirittura il supporto dell’aviazione. Il governo del presidente Claudia Sheinbaum ha chiuso lo spazio aereo sopra queste località per consentire ai caccia di operare liberamente. L’esercito dei narcos ha combattuto strada per strada, arrivando ad interrompere il traffico sull’interstatale incendiando decine di auto con quelli che vengono chiamati «narcobloqueos». Alla morte di El Mencho, avvenuta per le gravi ferite riportate nella battaglia sull’aereo che lo stava portando a Città del Messico, i suoi uomini hanno reagito in maniera estremamente violenta. Secondo le autorità messicane hanno già provocato almeno 58 morti, compresa una giovane donna incinta. In una decina di attacchi in zone diverse, organizzati dai membri del cartello, hanno perso la vita 25 agenti della guardia nazionale, che non è ancora riuscita a riprendere il controllo della situazione. Diverse compagnie aeree, tra cui Air Canada, Delta, American Airlines e United hanno sospeso i voli negli aeroporti di Guadalajara e Puerto Valllarta, le due principali città dello stato di Jalisco. Centinaia di passeggeri hanno affermato di essere rimasti bloccati nei velivoli atterrati o in partenza, ma le autorità hanno garantito che presto tutto tornerà alla normalità. In tutta Jalisco scuole ed uffici pubblici sono stati chiusi e tutti gli eventi pubblici sono stati annullati per sicurezza. Il presidente messicana Sheinbaum ha cercato di rassicurare la popolazione dicendo che le forze dell’ordine stanno riprendendo il controllo del territorio ed ha ringraziato l’esercito per l’operazione che ha eliminato uno dei più potenti e pericolosi criminali della nazione centroamericana. Sheinbaum ha anche sottolineato che l’eliminazione di El Mencho è stata opera delle forze messicane e che non c’è stata partecipazione diretta delle forze degli Stati Uniti, ma semplicemente una collaborazione a livello di informazioni e intelligence. La leader messicana ha annunciato che le forze di polizia hanno già arrestato 27 persone, 11 per gli episodi di violenza e 14 per i saccheggi ai danni di attività commerciali e istituti di credito. In molti hanno approfittato del caos, appiccando il fuoco e attaccando i civili che restano barricati in casa. Il sottosegretario di Stato statunitense, Christopher Landau, ha dichiarato che questo è un grande sviluppo per il Messico, gli Usa, l’America Latina e tutto il mondo «che oggi è un posto migliore. Oggi i buoni sono più forti dei cattivi». Il ministero della Difesa di Città del Messico ha rivelato altri particolari, come il fatto che il temibile boss sarebbe stato individuato e ucciso grazie a un infiltrato nella cerchia di conoscenti della sua amante, che è stata stata pedinata per settimane. Con la morte di El Mencho, con un passato da agente di polizia, viene eliminato l’ultimo grande padrino del narcotraffico messicano. Prima di lui erano stati arrestati i leader del cartello di Sinaloa, Joaquín «El Chapo» Guzman e Ismael «El Mayo» Zambada, entrambi poi estradati negli Stati Uniti.
L’amministrazione di Donald Trump aveva messo una taglia di 15 milioni di dollari sulla testa di El Mencho ed aveva accusato più volte il Messico di non fare abbastanza per combattere il narcotraffico, offrendo truppe in sostegno alle forze di sicurezza messicane. Nonostante le rassicurazioni della presidenza messicana, la cittadinanza rimane chiusa in casa e anche il ministero degli Esteri italiano ha diramato un comunicato: evitare tutti gli spostamenti non essenziali e di fare attenzione nelle principali città di Jalisco e in altri sette stati messicani, dove la violenza si sta propagando. Guadalajara è inoltre una delle tre città scelte dal Messico come sede dei mondiali organizzati con Canada e Stati Uniti che inizieranno fra circa tre mesi. Nello specifico, nella capitale di Jalisco sono previsti quattro match delle fase a gironi ed anche la nazionale messicana e quella spagnola scenderanno in campo qui. Donald Trump ha già affrontato pubblicamente il problema della sicurezza in vista della Coppa del Mondo cercando di rafforzare le misure negli Stati Uniti, ma la situazione messicana appare incontrollabile. Se a Jalisco, sede del cartello della droga di El Mencho, le forze di sicurezza stanno facendo molta fatica a respingere l’esercito dei narcos, in almeno altri otto stati il governo centrale e la polizia sono quotidianamente sotto attacco della criminalità organizzata. Il Messico negli ultimi anni ha avuto una costante crescita economica, ma molto spesso è mancata la stabilità e la sicurezza per i cittadini che vivono sotto la costante minaccia dei cartelli della droga, un’entità parallela allo stato e molto spesso più forte ed organizzata.
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