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2019-08-11
Carola confessa in tv: «Il governo tedesco
mi ha fatto portare i migranti in Sicilia»
Ansa
Con un certo imbarazzo e conscia della bomba che da lì a poco avrebbe sganciato, Carola Rackete , il capitano della Sea Watch 3 intervistata dalla tv tedesca Zdf, fa una premessa. «So che quanto sto per dire potrebbe essere strumentalizzato da qualche partito», ma «il ministero dell'Interno tedesco ci ha chiesto di far registrare e di portare tutti i clandestini a Lampedusa». La bomba viene ignorata dalla conduttrice, che forse vuole evitare le conseguenze di tale affermazione, e continua con le domande di rito sulle colpe dell'Europa nella gestione delle risorse africane.
È chiaro a noi, invece, che mentre si avvicinava il vertice di Helsinki (18 luglio), nel quale Malta e Italia si sono scontrati con Germania e Francia per chiedere che i rimpatri venissero condivisi e gestiti da tutti i Paesi membri, il governo tedesco preparava la miccia per mettere in difficoltà il ministro dell'Interno leghista, Matteo Salvini, unico dentro il governo di Roma a sostenere la linea congiunta con Malta e a volere stracciare una volta per tutte l'accordo informale preso dai governi di sinistra (soccorsi in cambio di flessibilità nei conti).
Lo schema politico è sempre la Rackete a svelarlo. Durante l'intervista spiega che nei giorni precedenti allo sbarco illegale nell'isola siciliana aveva riflettuto sulle conseguenze. «Consultati i medici, abbiamo capito che le condizioni di salute non erano più sostenibili e quindi andava subito cercato un porto». Alla domanda «c'era solo Lampedusa?», il capitano della Ong si dedica prima a una lunga tirata contro il trattato di Dublino e la necessità di intervenire a favore di chiunque, e poi confessa che una alternativa era pronta. La municipalità di Rothenburg, un paesotto a metà strada tra Norimberga e Stoccarda, si era resa disponibile per inviare un pullman fino alla Sicilia o un'altra destinazione per recuperare i clandestini e registrarli direttamente in Baviera. «A negare la via terrestre», prosegue la Rackete, «è stato il ministro dell'Interno del nostro Paese». Il diniego viene comunicato poco prima dello sbarco e quindi dell'arresto del capitano avvenuto il 29 giugno. Il casus belli non può non essere stato creato che ad hoc. Due settimane prima dello scontro politico avvenuto ad Helsinki. D'altronde, a fine luglio, l'ex capo dei servizi segreti tedeschi, Hans-Georg Maassen, silurato un anno fa da Angela Merkel proprio per divergenze di vedute sui pericoli e la gestione degli estremisti in patria, ha diffuso su internet la notizia secondo la quale una troupe della televisione tedesca sarebbe stata presente sulla Sea Watch 3. «Si doveva forzare l'apertura dei porti italiani e causare un incidente che mettesse in difficoltà Salvini» è in sintesi quanto postato dall'ex generale dell'intelligence. I dubbi che la giovane idolo della sinistra italiana non abbia agito da sola erano già fortissimi sin dall'inizio, adesso sembrano essere una certezza. Che vale la pena utilizzare come cartina al tornasole per comprendere le prossime mosse di settembre quando si formerà la Commissione Ue a guida prettamente tedesca. Ursula von der Leyen nel suo discorso d'insediamento ha sviluppato tre mire politiche.
La prima si basa sul salario minimo. Un obiettivo che mira ad alzare il potere di spesa dei lavoratori dipendenti, obiettivo sul quale tutti sono d'accordo. Salvo il fatto che questa politica sarà opposta a quanto la prossima legge Finanziaria targata Lega vorrebbe portare avanti. Taglio delle tasse alle aziende e alle imprese e non aumento diretto dei salari. Lo scontro sarà usato dai tedeschi per minare le scelte industriali dell'Italia e c'è da scommettere che la von der Leyen se ne farà portavoce.
Intervenuta in diretta streaming all'incontro del gruppo di Renew Europe, la politica tedesca ha parlato anche dei rapporti con la Russia. «È un nostro vicino e lo sarà ancora, dobbiamo essere pronti al dialogo ma tenere alti i nostri principi sullo stato di diritto. L'Ue dovrebbe negoziare da una posizione di forza», ha dichiarato. «Il Cremlino non perdona la debolezza». Anche su questo punto, ribadito dopo l'insediamento, la Germania si troverà in scontro totale con il nostro Paese. Gran Bretagna e Stati Uniti ci osservano e sembrano essere sostenitori del voto in autunno. Un governo a trazione leghista permetterebbe a Londra e Washington di avere un fronte francotedesco più debole, e la possibilità di modificare i rapporti con la Russia per indebolire la Cina.
Al contrario, una posizione frontale dell'Ue favorirebbe ancor di più l'asse Bruxelles-Pechino. Ma è sul tema della Difesa comune che la Germania si troverà a giocare duro contro l'Italia. «Sulla Difesa preferisco parlare di un esercito di europei piuttosto che di un esercito europeo», ha concluso la neo Commissaria, precisando che «le truppe dei singoli Paesi possono essere integrate le une con le altre».
Sarebbe il sigillo al riordino dell'industria militare e alla creazione di progetti tutti a trazione francotedesca dai quali l'Italia si troverebbe nella sostanza tagliata fuori. E l'elemento su cui Bruxelles potrebbe fare leva per avviare il consolidamento della Difesa comune potrebbero proprio essere gli sbarchi. Attenzione, una riforma del trattato di Dublino sarebbe la scusa per unificare per prima cosa i contingenti delle Marine, per poi portare avanti un pezzo alla volta l'intero progetto. Alla luce del quale Carola Rackete e il meeting di Helsinki sono da analizzare con estrema diffidenza.
Gere e Chef Rubio sulla Open arms: Lampedusa diventa un set buonista
L'unto e bisunto insieme all'ufficiale e gentiluomo. Alzi la mano chi avrebbe mai pensato a una coppia tanto audace ed eterogenea: Chef Rubio e Richard Gere. Eppure i due sex simbol, per la gioia di madri e figlie, si sono straordinariamente riuniti per la causa più nobile del frangente: la salvezza dei migranti. Ormai affiatatissimi, restano a bordo dell'Open Arms, bloccata da dieci giorni al largo di Lampedusa con 160 migranti a bordo. E ieri hanno persino partecipato all'inevitabile conferenza stampa dell'Ong, allestita nell'aeroporto dell'isola siciliana.
Tutti i flash, va da sé, erano per loro. In particolare per il divo hollywoodiano: «Ero in vacanza vicino a Roma con la mia famiglia, quando ho sentito quanto stava accadendo e del decreto sicurezza appena passato» informa Gere sgomento. «Non potevo credere che i miei amici italiani potessero tirare fuori quest'odio». Così, l'attore molla prole e consorte e si precipita a Lampedusa. Riuscite a immaginare un uomo più caritatevole? Ora lancia l'ultimo appello: «Questa situazione di stallo dev'essere interrotta. Adesso. A bordo la situazione è grave, ci sono persone che vivono ammassate tra di loro».
La pletora di giornalisti accorsi all'evento non si lascia sfuggire l'occasione: «E Matteo Salvini?» domandano all'inossidabile Richard. Lui, mentre scandisce la risposta, sembra rindossare quella candida uniforme che l'ha reso celebre nel mondo: «Non sono interessato a Salvini. I politici, invece di aiutare queste persone, le demonizzano. Deve finire. E può finire, se lo facciamo finire noi. Il mio unico interesse è aiutare questa gente. Basta».
Scoramento generale. I cronisti s'aspettavano qualcosina di più croccante da appuntare sui taccuini. Ma ecco che, finalmente, il settantenne divo americano dimentica gli insegnamenti buddisti. E si lascia andare a un intrigante parallelo tra il leader della Lega e il presidente statunitense, Donald Trump: «Non sono italiano e sono restio a parlare della politica italiana odierna. Ma anch'io vengo da un Paese dove la situazione politica è bizzarra. Viene demonizzato chi arriva da Messico, El Salvador, Panama e Honduras. Sembra che ci sia una generazione di politici che mette la propria energia nel dividere le persone. Una cosa idiota». Segue sardonica replica di Salvini: «Visto che il generoso milionario annuncia la sua preoccupazione per la sorte degli immigrati dell'Open Arms, lo ringraziamo: potrà portare a Hollywood, con il suo aereo privato, tutte le persone a bordo e mantenerle nelle sue ville. Grazie Richard!».
Si esime invece eccezionalmente da improperi contro il vicepremier l'altra star sbarcata a Lampedusa: Gabriele Rubini, in arte chef Rubio. Un cuore grande almeno quanto lo stomaco, uso a trangugiare cibi di strada e piatti da camionisti. Il conduttore di Unti e bisunti, dopo la conferenza stampa, decide comunque di vergare un post su Instagram: «Mi fa schifo tutta quest'attenzione, questo clamore, questa eccitazione. Solo perché ci sono due persone note salite a bordo per dare una mano, per attirare l'attenzione dei media, per creare la notizia». Spavalderia e onestà intellettuale non difettano. «Ho fatto da specchietto per le allodole insieme a Richard, rappresentando tutti voi. Pare che avemo fatto chissà che, ma oltre a servire, parlare con le persone e congratularci con l'equipaggio, abbiamo fatto veramente poco». Daje, chef. Le trattorie possono attendere.
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Riduci
La Rackete, il capitano della Sea Watch, alla tv Zdf: «La città di Rothenburg voleva inviare un pullman in Sicilia per recuperare i clandestini. Ma Berlino si è opposta per mettere in difficoltà Salvini». Come si vedrà nelle prossime battaglie con Ursula von der Leyen.Richard Gere: «Voglio aiutare questa gente». Stoccata di Matteo Salvini: «Li ospiti nelle sue ville». L'attore e Chef Rubio sono saliti sulla Open arms.Lo speciale contiene due articoli. Con un certo imbarazzo e conscia della bomba che da lì a poco avrebbe sganciato, Carola Rackete , il capitano della Sea Watch 3 intervistata dalla tv tedesca Zdf, fa una premessa. «So che quanto sto per dire potrebbe essere strumentalizzato da qualche partito», ma «il ministero dell'Interno tedesco ci ha chiesto di far registrare e di portare tutti i clandestini a Lampedusa». La bomba viene ignorata dalla conduttrice, che forse vuole evitare le conseguenze di tale affermazione, e continua con le domande di rito sulle colpe dell'Europa nella gestione delle risorse africane. È chiaro a noi, invece, che mentre si avvicinava il vertice di Helsinki (18 luglio), nel quale Malta e Italia si sono scontrati con Germania e Francia per chiedere che i rimpatri venissero condivisi e gestiti da tutti i Paesi membri, il governo tedesco preparava la miccia per mettere in difficoltà il ministro dell'Interno leghista, Matteo Salvini, unico dentro il governo di Roma a sostenere la linea congiunta con Malta e a volere stracciare una volta per tutte l'accordo informale preso dai governi di sinistra (soccorsi in cambio di flessibilità nei conti).Lo schema politico è sempre la Rackete a svelarlo. Durante l'intervista spiega che nei giorni precedenti allo sbarco illegale nell'isola siciliana aveva riflettuto sulle conseguenze. «Consultati i medici, abbiamo capito che le condizioni di salute non erano più sostenibili e quindi andava subito cercato un porto». Alla domanda «c'era solo Lampedusa?», il capitano della Ong si dedica prima a una lunga tirata contro il trattato di Dublino e la necessità di intervenire a favore di chiunque, e poi confessa che una alternativa era pronta. La municipalità di Rothenburg, un paesotto a metà strada tra Norimberga e Stoccarda, si era resa disponibile per inviare un pullman fino alla Sicilia o un'altra destinazione per recuperare i clandestini e registrarli direttamente in Baviera. «A negare la via terrestre», prosegue la Rackete, «è stato il ministro dell'Interno del nostro Paese». Il diniego viene comunicato poco prima dello sbarco e quindi dell'arresto del capitano avvenuto il 29 giugno. Il casus belli non può non essere stato creato che ad hoc. Due settimane prima dello scontro politico avvenuto ad Helsinki. D'altronde, a fine luglio, l'ex capo dei servizi segreti tedeschi, Hans-Georg Maassen, silurato un anno fa da Angela Merkel proprio per divergenze di vedute sui pericoli e la gestione degli estremisti in patria, ha diffuso su internet la notizia secondo la quale una troupe della televisione tedesca sarebbe stata presente sulla Sea Watch 3. «Si doveva forzare l'apertura dei porti italiani e causare un incidente che mettesse in difficoltà Salvini» è in sintesi quanto postato dall'ex generale dell'intelligence. I dubbi che la giovane idolo della sinistra italiana non abbia agito da sola erano già fortissimi sin dall'inizio, adesso sembrano essere una certezza. Che vale la pena utilizzare come cartina al tornasole per comprendere le prossime mosse di settembre quando si formerà la Commissione Ue a guida prettamente tedesca. Ursula von der Leyen nel suo discorso d'insediamento ha sviluppato tre mire politiche. La prima si basa sul salario minimo. Un obiettivo che mira ad alzare il potere di spesa dei lavoratori dipendenti, obiettivo sul quale tutti sono d'accordo. Salvo il fatto che questa politica sarà opposta a quanto la prossima legge Finanziaria targata Lega vorrebbe portare avanti. Taglio delle tasse alle aziende e alle imprese e non aumento diretto dei salari. Lo scontro sarà usato dai tedeschi per minare le scelte industriali dell'Italia e c'è da scommettere che la von der Leyen se ne farà portavoce. Intervenuta in diretta streaming all'incontro del gruppo di Renew Europe, la politica tedesca ha parlato anche dei rapporti con la Russia. «È un nostro vicino e lo sarà ancora, dobbiamo essere pronti al dialogo ma tenere alti i nostri principi sullo stato di diritto. L'Ue dovrebbe negoziare da una posizione di forza», ha dichiarato. «Il Cremlino non perdona la debolezza». Anche su questo punto, ribadito dopo l'insediamento, la Germania si troverà in scontro totale con il nostro Paese. Gran Bretagna e Stati Uniti ci osservano e sembrano essere sostenitori del voto in autunno. Un governo a trazione leghista permetterebbe a Londra e Washington di avere un fronte francotedesco più debole, e la possibilità di modificare i rapporti con la Russia per indebolire la Cina. Al contrario, una posizione frontale dell'Ue favorirebbe ancor di più l'asse Bruxelles-Pechino. Ma è sul tema della Difesa comune che la Germania si troverà a giocare duro contro l'Italia. «Sulla Difesa preferisco parlare di un esercito di europei piuttosto che di un esercito europeo», ha concluso la neo Commissaria, precisando che «le truppe dei singoli Paesi possono essere integrate le une con le altre». Sarebbe il sigillo al riordino dell'industria militare e alla creazione di progetti tutti a trazione francotedesca dai quali l'Italia si troverebbe nella sostanza tagliata fuori. E l'elemento su cui Bruxelles potrebbe fare leva per avviare il consolidamento della Difesa comune potrebbero proprio essere gli sbarchi. Attenzione, una riforma del trattato di Dublino sarebbe la scusa per unificare per prima cosa i contingenti delle Marine, per poi portare avanti un pezzo alla volta l'intero progetto. Alla luce del quale Carola Rackete e il meeting di Helsinki sono da analizzare con estrema diffidenza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-mio-governo-mi-ordino-portali-in-italia-2639760814.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gere-e-chef-rubio-sulla-open-arms-lampedusa-diventa-un-set-buonista" data-post-id="2639760814" data-published-at="1773212088" data-use-pagination="False"> Gere e Chef Rubio sulla Open arms: Lampedusa diventa un set buonista L'unto e bisunto insieme all'ufficiale e gentiluomo. Alzi la mano chi avrebbe mai pensato a una coppia tanto audace ed eterogenea: Chef Rubio e Richard Gere. Eppure i due sex simbol, per la gioia di madri e figlie, si sono straordinariamente riuniti per la causa più nobile del frangente: la salvezza dei migranti. Ormai affiatatissimi, restano a bordo dell'Open Arms, bloccata da dieci giorni al largo di Lampedusa con 160 migranti a bordo. E ieri hanno persino partecipato all'inevitabile conferenza stampa dell'Ong, allestita nell'aeroporto dell'isola siciliana. Tutti i flash, va da sé, erano per loro. In particolare per il divo hollywoodiano: «Ero in vacanza vicino a Roma con la mia famiglia, quando ho sentito quanto stava accadendo e del decreto sicurezza appena passato» informa Gere sgomento. «Non potevo credere che i miei amici italiani potessero tirare fuori quest'odio». Così, l'attore molla prole e consorte e si precipita a Lampedusa. Riuscite a immaginare un uomo più caritatevole? Ora lancia l'ultimo appello: «Questa situazione di stallo dev'essere interrotta. Adesso. A bordo la situazione è grave, ci sono persone che vivono ammassate tra di loro». La pletora di giornalisti accorsi all'evento non si lascia sfuggire l'occasione: «E Matteo Salvini?» domandano all'inossidabile Richard. Lui, mentre scandisce la risposta, sembra rindossare quella candida uniforme che l'ha reso celebre nel mondo: «Non sono interessato a Salvini. I politici, invece di aiutare queste persone, le demonizzano. Deve finire. E può finire, se lo facciamo finire noi. Il mio unico interesse è aiutare questa gente. Basta». Scoramento generale. I cronisti s'aspettavano qualcosina di più croccante da appuntare sui taccuini. Ma ecco che, finalmente, il settantenne divo americano dimentica gli insegnamenti buddisti. E si lascia andare a un intrigante parallelo tra il leader della Lega e il presidente statunitense, Donald Trump: «Non sono italiano e sono restio a parlare della politica italiana odierna. Ma anch'io vengo da un Paese dove la situazione politica è bizzarra. Viene demonizzato chi arriva da Messico, El Salvador, Panama e Honduras. Sembra che ci sia una generazione di politici che mette la propria energia nel dividere le persone. Una cosa idiota». Segue sardonica replica di Salvini: «Visto che il generoso milionario annuncia la sua preoccupazione per la sorte degli immigrati dell'Open Arms, lo ringraziamo: potrà portare a Hollywood, con il suo aereo privato, tutte le persone a bordo e mantenerle nelle sue ville. Grazie Richard!». Si esime invece eccezionalmente da improperi contro il vicepremier l'altra star sbarcata a Lampedusa: Gabriele Rubini, in arte chef Rubio. Un cuore grande almeno quanto lo stomaco, uso a trangugiare cibi di strada e piatti da camionisti. Il conduttore di Unti e bisunti, dopo la conferenza stampa, decide comunque di vergare un post su Instagram: «Mi fa schifo tutta quest'attenzione, questo clamore, questa eccitazione. Solo perché ci sono due persone note salite a bordo per dare una mano, per attirare l'attenzione dei media, per creare la notizia». Spavalderia e onestà intellettuale non difettano. «Ho fatto da specchietto per le allodole insieme a Richard, rappresentando tutti voi. Pare che avemo fatto chissà che, ma oltre a servire, parlare con le persone e congratularci con l'equipaggio, abbiamo fatto veramente poco». Daje, chef. Le trattorie possono attendere.
L’aumento delle bollette energetiche legato alle tensioni in Medio Oriente preoccupa le famiglie italiane. Secondo Eumetra, il 68% ridurrebbe altre spese, dal tempo libero all’abbigliamento, e quasi un quarto potrebbe rinviare visite mediche o controlli dentistici.
Le tensioni in Medio Oriente e il rischio di nuovi rincari dell’energia tornano a pesare sulle preoccupazioni delle famiglie italiane. Se le bollette di luce e gas dovessero aumentare tra il 10 e il 20 per cento, due famiglie su tre sarebbero costrette a ridurre altre spese. È quanto emerge da una ricerca realizzata da Eumetra subito dopo l’attacco all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele, che prova a misurare gli effetti delle tensioni geopolitiche sui bilanci domestici.
Secondo l’indagine, solo una minoranza degli italiani ritiene di poter assorbire senza particolari difficoltà un aumento delle bollette energetiche. Il 12 per cento lo considera sostenibile, mentre il 39 per cento parla di una situazione gestibile ma a prezzo di sacrifici. Più critica la posizione di chi teme un impatto pesante: il 31 per cento giudica l’aumento difficile da sostenere e un ulteriore 18 per cento lo definisce addirittura molto critico. Le difficoltà risultano più marcate tra le donne e nelle regioni del Sud e delle Isole. La quota di chi definisce la situazione “molto critica” è invece più elevata nel Centro Italia.
L’effetto immediato sarebbe un taglio ai consumi. Il 68 per cento degli intervistati afferma infatti che dovrebbe ridurre altre spese per compensare l’aumento dei costi energetici, mentre il 32 per cento ritiene che i propri comportamenti di consumo resterebbero invariati. Anche in questo caso emergono differenze di genere: tra gli uomini il 63 per cento prevede di comprimere altre spese, percentuale che sale al 72 per cento tra le donne. I tagli riguarderebbero soprattutto il tempo libero e le uscite, indicati dal 71 per cento di chi prevede di ridurre i consumi. Seguono la riduzione dell’energia domestica (64 per cento) e le spese per abbigliamento e accessori (62 per cento). Quasi la metà degli intervistati, il 49 per cento, limiterebbe invece spostamenti e trasporti non strettamente necessari.
Non mancano però segnali più preoccupanti. Il 26 per cento dichiara che ridurrebbe anche la spesa alimentare e il 24 per cento afferma che potrebbe rinviare visite mediche, controlli o cure dentistiche. Una scelta che riguarderebbe in particolare le donne. Le strategie cambiano anche in base all’età e al territorio. Gli over 55 indicano più spesso la riduzione dei consumi energetici domestici, scelta citata dal 71 per cento e che nel Nord Est arriva all’81 per cento. Nella stessa fascia d’età è più diffusa anche l’intenzione di tagliare le spese per abbigliamento e accessori, indicata dal 73 per cento. Tra i 35 e i 54 anni emerge invece con maggiore frequenza la volontà di limitare spostamenti e trasporti non indispensabili.
Il tema dei rincari energetici si riflette anche sul dibattito sulle politiche energetiche. Il 41 per cento degli italiani ritiene che il Paese debba accelerare sullo sviluppo delle energie rinnovabili, opzione che raccoglie il maggior consenso. Il 27 per cento punta invece su nuovi accordi per l’importazione di energia, mentre il 24 per cento considera prioritario sviluppare il nucleare, una soluzione che trova maggiore sostegno tra i giovani tra i 18 e i 34 anni. Solo l’8 per cento ritiene che non sia necessario cambiare l’attuale strategia energetica.
Secondo Matteo Lucchi, amministratore delegato di Eumetra, le tensioni internazionali confermano quanto l’energia sia diventata un fattore centrale per la stabilità economica e sociale. Anche aumenti relativamente contenuti delle bollette, osserva, possono produrre effetti a catena sui consumi delle famiglie, con conseguenze che finiscono per coinvolgere l’intero sistema economico.
Nel complesso, conclude la ricerca, il rischio di bollette più alte non riguarda soltanto il settore energetico ma potrebbe tradursi in una contrazione diffusa dei consumi, influenzando le scelte quotidiane delle famiglie e alimentando allo stesso tempo una crescente domanda di cambiamento nelle politiche energetiche del Paese.
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Riduci
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Secondo alcune fonti il motivo del ritardo risiede nel fatto che le accise mobili da sole non basterebbero per temperare l’emergenza prezzi. Si starebbe quindi lavorando ad un pacchetto più ampio che potrebbe entrare nel dl bollette. Resta il tema delle coperture, difficile reperirle nella situazione attuale, problema a cui il Mef sta lavorando in queste ore.
Ma la lentezza di intervento è un’epidemia europea. Uno dei pochi casi in cui sembrano tutti allineati. Anche in Francia il dibattito sul caro-carburante domina la scena ma il governo guidato da Sébastien Lecornu punta a rafforzare i controlli (così come annunciato dall’esecutivo Meloni) chiudendo all’ipotesi di un taglio delle accise per mancanza di risorse. «Bisogna aspettare» ha detto su Tf1 il ministro del Commercio escludendo ad ogni modo un taglio delle tasse su benzina e gasolio. L’opinione più diffusa è che si tratti di una bolla speculativa. Il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, in conferenza stampa a Strasburgo ha detto: «Abbiamo imparato delle lezioni dal 2022. Non siamo in una situazione neanche lontanamente così grave come nel 2022, ma abbiamo comunque tratto degli insegnamenti da quell’esperienza. Se ciò accadrà, ci dovranno essere misure temporanee e mirate. Quindi non stiamo parlando di cambiare in modo fondamentale la struttura della determinazione dei prezzi, per esempio il prezzo del carbonio (Ets) o altri meccanismi». La vicepresidente della Commissione europea, la socialista spagnola Teresa Ribera, ha aggiunto: «Il design del mercato dell'energia elettrica è stato rivisto nel 2023 e fornisce una serie di strumenti che non sono pienamente sfruttati. Sappiamo che c’è chi ritiene che potremmo aver bisogno di un disaccoppiamento dei prezzi dell’energia sul mercato ma forse il disaccoppiamento non aiuterebbe a ottenere prezzi più bassi».
La Commissione europea ha inviato una comunicazione in cui raccomanda agli Stati di permettere il cambio di fornitori di elettricità più rapidamente (entro un giorno), oneri più bassi sulle bollette e più trasparenza sulle informazioni relative a contratti e fatture.
Il punto di partenza è che tasse e oneri sull’elettricità rappresentano in media il 25% del prezzo per le famiglie e per questo Bruxelles dice di voler sostenere gli Stati membri anche se, nel contesto delle regole di bilancio che permettono una flessibilità decisamente limitata.
Al termine del Consiglio dei ministri il premier, Giorgia Meloni, ha preso parte a una videocall convocata da Italia, Germania e Belgio tra leader per fare il punto su semplificazione ed energia nel quadro della crisi dei prezzi causata dal conflitto in Iran e nel Golfo. Meloni «si è in particolare soffermata sulla necessità di una sospensione temporanea del meccanismo di tassazione del carbonio (ETS) sulla produzione di energia, in attesa di una rapida e più ampia revisione del meccanismo per affrontare anche i temi delle quote gratuite, della volatilità delle tariffe ETS nonché dell’interazione del meccanismo ETS con le regole del mercato elettrico europeo. Attenzione è stata anche riservata al completamento del Mercato unico e alla semplificazione regolatoria europea».
Il cdm è durato circa un’ora e tra le misure c’è stata la «ratifica ed esecuzione dell’accordo di partenariato tra la Costa d'Avorio e la Comunità europea uno schema di ddl di «ratifica ed esecuzione dell’accordo in materia di coproduzione cinematografica con la Cina». E ancora, l’attuazione della direttiva su prevenzione e la repressione della tratta di esseri umani. Infine si è discusso dei meccanismi che gli Stati membri devono istituire per prevenire l’uso del sistema finanziario a fini di riciclaggio o finanziamento del terrorismo.
Accolta la proposta del ministro della protezione civile Nello Musumeci sullo stato di emergenza in Calabria per un anno stanziando 15 milioni di euro per «i primi interventi urgenti di soccorso e assistenza alla popolazione e al ripristino della funzionalità dei servizi pubblici e delle infrastrutture». Infine, il decreto Infrastrutture dovrà tornare in cdm dopo le correzioni della Ragioneria Generale. Lo si apprende da fonti di governo. Il dl aveva avuto il via libera dal Consiglio dei ministri lo scorso 5 febbraio e quindi «ha definito ulteriormente l’iter approvativo del Ponte sullo Stretto in conformità ai rilievi della Corte dei conti».
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Riduci
Lungo questo percorso ci sono storie diverse. Che, però, non trovano mai spazio nelle motivazioni delle toghe, alle prese esclusivamente con le considerazioni sulla protezione internazionale. L’elenco dei rientrati è già clamorosamente lungo. I marocchini sono sei. Ahmed Aittorka, 33 anni. Nel suo curriculum giudiziario compaiono una condanna per violenza sessuale nel 2023 e una per furto aggravato nel 2024. A queste si aggiungono ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato, danneggiamento e ricettazione. Era nel Cpr di Torino quando il 24 gennaio è stato trasferito a Gjader. La permanenza in Albania è durata poco. L’istanza di protezione internazionale ha rimesso subito in moto il viaggio di ritorno. Dallo stesso percorso passa anche Abdelkrim Chaine, 66 anni. La sua fedina penale riporta una condanna a 2 anni di reclusione per violenza sessuale su un minore di 14 anni. Fino al 20 febbraio era trattenuto nel Cpr di Trapani. Poi il trasferimento nel centro albanese in attesa del rimpatrio in Marocco. Ma la richiesta di protezione internazionale ha cambiato il corso della procedura. Il terzo nome è quello di Mohamed Errami, 27 anni. Una condanna per rapina. Ma la lista dei precedenti di polizia è più lunga: concorso in invasione di terreni o edifici, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali, tentato furto in abitazione, immigrazione clandestina, violenza o minaccia a pubblico ufficiale. Errami si trovava nel Cpr di Caltanissetta quando, il 20 febbraio, è stato trasferito a Gjader. Anche nel suo caso la richiesta di protezione internazionale ha portato alla mancata convalida del trattenimento. Mehdi El Antaky, 22 anni. Nel 2022, quando era minorenne, fu condannato per omicidio. Nel 2023 il reato è stato riqualificato in lesioni personali e porto di armi od oggetti atti a offendere. Tra i precedenti compaiono anche ingresso e soggiorno illegale nel 2021, resistenza a pubblico ufficiale e ricettazione nel 2022, immigrazione clandestina nel 2023 e resistenza a pubblico ufficiale nel 2025. Il 17 febbraio è stato prelevato dal Cpr di Potenza e trasferito a Gjader. Anche lui torna indietro.
C’è poi il caso di Fathallah Ouardi, 39 anni. A suo carico risultano condanne per spaccio di sostanze stupefacenti, resistenza a pubblico ufficiale, violenza sessuale in concorso e violenza sessuale di gruppo. La cronologia dei precedenti è lunga: spaccio tra il 2014 e il 2015, immigrazione clandestina nel 2015, ingresso e soggiorno illegale nel 2016, furto nel 2017, violenza sessuale in concorso e violenza sessuale di gruppo nel 2018, nuovo episodio di spaccio nel 2025. Il 17 febbraio scorso è stato trasferito dal Cpr di Palazzo San Gervasio al centro di Gjader. Il 25 febbraio la Corte d’appello di Roma non ha convalidato il trattenimento dopo la richiesta di protezione internazionale. L’ultimo nome che si aggiunge a questo elenco è quello di Moustapha Lachger, nato l’1 gennaio 1977. Anche il suo profilo giudiziario è fitto. Tra i reati compaiono rapina, furto aggravato, ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato, evasione da misure alternative alla detenzione, violenza sessuale di gruppo, resistenza a pubblico ufficiale, falsa attestazione dell’identità personale. La lista continua con spaccio di sostanze stupefacenti, lesioni personali, sequestro di persona, furto con strappo, porto di armi od oggetti atti a offendere. E ancora minacce e atti persecutori (stalking), estorsione aggravata, invasione di terreni o edifici, inosservanza dei provvedimenti dell’autorità. Compaiono anche guida sotto l’influenza dell’alcol con tasso alcolemico tra 0,8 e 1,5 grammi per litro e guida dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti. Lachger entra nel Cpr di Caltanissetta il 22 gennaio 2026. Il 20 febbraio viene trasferito a Gjader. Il 9 marzo esce dal centro.
La stessa dinamica riguarda anche Houssem Sfar, tunisino di 40 anni. È entrato illegalmente in Italia ad Agrigento nel 2004. Nel suo passato giudiziario figurano lesioni personali, violazione di sigilli, violazione delle disposizioni sul controllo delle armi, rapina, ricettazione e reati in materia di stupefacenti. Nel 2023 è stato arrestato per tentato omicidio. Nel 2025 è finito nel Cpr di Bari Palese e successivamente trasferito a Gjader. Il 22 aprile ha presentato domanda di asilo politico. Il 24 la Corte d’appello di Roma non ha convalidato il trattenimento. Infine c’è Assane Thiaw, 27 anni, senegalese. Dal 2022 al 2025 ha accumulato precedenti per violenza, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali e danneggiamento. È rimasto nove mesi nel Cpr di via Corelli a Milano prima del trasferimento a Gjader. Qui è stato giudicato non idoneo alla permanenza in comunità ristretta per ragioni di salute mentale. È tornato in Italia con un ordine di lasciare il Paese entro sette giorni. E da allora è irreperibile.
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Riduci
Ursula von der Leyen (Ansa)
Da più di cinquant’anni l’Italia è esposta dal punto di vista energetico alle crisi geopolitiche. Nel 1973, per effetto della guerra del Kippur fra Israele ed Egitto, i prezzi del petrolio andarono alle stelle e, per far fronte alla situazione d’emergenza, non solo gli italiani furono lasciati a piedi, ma il governo di Mariano Rumor spense i lampioni e impose una specie di coprifuoco, interrompendo in anticipo i programmi tv per mandare tutti a nanna più presto. E per ovviare alla crisi energetica lo stesso esecutivo avviò la costruzione di alcune centrali nucleari. Peccato che tredici anni dopo, il 26 aprile del 1986, l’esplosione del reattore di Chernobyl costrinse a fermare il piano di investimenti che avrebbe consentito di renderci autonomi e di non dipendere dalle fonti fossili e dunque dai Paesi del Medioriente o dalla Russia.
Ma chi decise di imporre, con un referendum, uno stop all’energia pulita prodotta dall’atomo? Gli stessi che ora si agitano per il rincaro delle bollette. Nel novembre del 1987 si votò per impedire all’Enel di partecipare alla costruzione di centrali nucleari all’estero, negando al governo la possibilità di individuare nuovi impianti. A proporre il voto per affossare il programma che ci avrebbe reso autonomi dal punto di vista energetico, decretando la chiusura di una serie di centrali già esistenti (Caorso, Trino, Latina e Garigliano), furono i Verdi, i Radicali e Democrazia proletaria, con il sostegno del Pci e di tutta la sinistra. Nel 2011, dopo che il governo Berlusconi ripropose il nucleare, approfittando dell’incidente di Fukushima la banda dei quattro - ossia Verdi, Radicali, Sinistra estrema e Pd – tennero a battesimo un nuovo referendum per impedire la costruzione di nuove centrali e dunque il divieto venne reiterato.
Perché ricordo le due campagne condotte contro un investimento che ci avrebbe consentito di essere autonomi dal punto di vista energetico o quantomeno non totalmente dipendenti dal gas? Per la ragione semplice che se siamo in balìa di «equilibri geopolitici che traballano» si devono ringraziare quelle forze politiche che da quattro anni fanno campagna elettorale utilizzando i rincari delle bollette. L’Italia è esposta alle fluttuazioni del mercato a causa delle scelte dell’opposizione, che prima ha inseguito la transizione green come soluzione di tutti i mali del Paese e oggi non si rassegna ad ammettere gli errori e, soprattutto, a recitare il mea culpa. È curioso sentire Elly Schlein proporre misure per contenere gli aumenti senza riconoscere che la politica condotta dal suo partito negli ultimi quarant’anni è stata dannosa. Ed è ancor più incredibile che di fronte alla drammaticità del momento sul nucleare ancora non faccia marcia indietro. Perfino Ursula von der Leyen, la vestale della riconversione ecologica, dice che urge passare al nucleare. Certo, lo sostiene con un ritardo di almeno dieci anni e lo fa senza fare un plissé, cioè senza riconoscere che la marcia forzata verso la decarbonizzazione è una missione suicida, che rischia di desertificare l’industria europea. Però, anche se non manda al macero i propositi partoriti fino ad oggi, un passo in avanti verso l’unica fonte che non ci renderebbe schiavi delle forniture cinesi, russe o mediorientali almeno lo fa. Schlein e compagni, nemmeno quello.
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