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2019-08-11
Carola confessa in tv: «Il governo tedesco
mi ha fatto portare i migranti in Sicilia»
Ansa
Con un certo imbarazzo e conscia della bomba che da lì a poco avrebbe sganciato, Carola Rackete , il capitano della Sea Watch 3 intervistata dalla tv tedesca Zdf, fa una premessa. «So che quanto sto per dire potrebbe essere strumentalizzato da qualche partito», ma «il ministero dell'Interno tedesco ci ha chiesto di far registrare e di portare tutti i clandestini a Lampedusa». La bomba viene ignorata dalla conduttrice, che forse vuole evitare le conseguenze di tale affermazione, e continua con le domande di rito sulle colpe dell'Europa nella gestione delle risorse africane.
È chiaro a noi, invece, che mentre si avvicinava il vertice di Helsinki (18 luglio), nel quale Malta e Italia si sono scontrati con Germania e Francia per chiedere che i rimpatri venissero condivisi e gestiti da tutti i Paesi membri, il governo tedesco preparava la miccia per mettere in difficoltà il ministro dell'Interno leghista, Matteo Salvini, unico dentro il governo di Roma a sostenere la linea congiunta con Malta e a volere stracciare una volta per tutte l'accordo informale preso dai governi di sinistra (soccorsi in cambio di flessibilità nei conti).
Lo schema politico è sempre la Rackete a svelarlo. Durante l'intervista spiega che nei giorni precedenti allo sbarco illegale nell'isola siciliana aveva riflettuto sulle conseguenze. «Consultati i medici, abbiamo capito che le condizioni di salute non erano più sostenibili e quindi andava subito cercato un porto». Alla domanda «c'era solo Lampedusa?», il capitano della Ong si dedica prima a una lunga tirata contro il trattato di Dublino e la necessità di intervenire a favore di chiunque, e poi confessa che una alternativa era pronta. La municipalità di Rothenburg, un paesotto a metà strada tra Norimberga e Stoccarda, si era resa disponibile per inviare un pullman fino alla Sicilia o un'altra destinazione per recuperare i clandestini e registrarli direttamente in Baviera. «A negare la via terrestre», prosegue la Rackete, «è stato il ministro dell'Interno del nostro Paese». Il diniego viene comunicato poco prima dello sbarco e quindi dell'arresto del capitano avvenuto il 29 giugno. Il casus belli non può non essere stato creato che ad hoc. Due settimane prima dello scontro politico avvenuto ad Helsinki. D'altronde, a fine luglio, l'ex capo dei servizi segreti tedeschi, Hans-Georg Maassen, silurato un anno fa da Angela Merkel proprio per divergenze di vedute sui pericoli e la gestione degli estremisti in patria, ha diffuso su internet la notizia secondo la quale una troupe della televisione tedesca sarebbe stata presente sulla Sea Watch 3. «Si doveva forzare l'apertura dei porti italiani e causare un incidente che mettesse in difficoltà Salvini» è in sintesi quanto postato dall'ex generale dell'intelligence. I dubbi che la giovane idolo della sinistra italiana non abbia agito da sola erano già fortissimi sin dall'inizio, adesso sembrano essere una certezza. Che vale la pena utilizzare come cartina al tornasole per comprendere le prossime mosse di settembre quando si formerà la Commissione Ue a guida prettamente tedesca. Ursula von der Leyen nel suo discorso d'insediamento ha sviluppato tre mire politiche.
La prima si basa sul salario minimo. Un obiettivo che mira ad alzare il potere di spesa dei lavoratori dipendenti, obiettivo sul quale tutti sono d'accordo. Salvo il fatto che questa politica sarà opposta a quanto la prossima legge Finanziaria targata Lega vorrebbe portare avanti. Taglio delle tasse alle aziende e alle imprese e non aumento diretto dei salari. Lo scontro sarà usato dai tedeschi per minare le scelte industriali dell'Italia e c'è da scommettere che la von der Leyen se ne farà portavoce.
Intervenuta in diretta streaming all'incontro del gruppo di Renew Europe, la politica tedesca ha parlato anche dei rapporti con la Russia. «È un nostro vicino e lo sarà ancora, dobbiamo essere pronti al dialogo ma tenere alti i nostri principi sullo stato di diritto. L'Ue dovrebbe negoziare da una posizione di forza», ha dichiarato. «Il Cremlino non perdona la debolezza». Anche su questo punto, ribadito dopo l'insediamento, la Germania si troverà in scontro totale con il nostro Paese. Gran Bretagna e Stati Uniti ci osservano e sembrano essere sostenitori del voto in autunno. Un governo a trazione leghista permetterebbe a Londra e Washington di avere un fronte francotedesco più debole, e la possibilità di modificare i rapporti con la Russia per indebolire la Cina.
Al contrario, una posizione frontale dell'Ue favorirebbe ancor di più l'asse Bruxelles-Pechino. Ma è sul tema della Difesa comune che la Germania si troverà a giocare duro contro l'Italia. «Sulla Difesa preferisco parlare di un esercito di europei piuttosto che di un esercito europeo», ha concluso la neo Commissaria, precisando che «le truppe dei singoli Paesi possono essere integrate le une con le altre».
Sarebbe il sigillo al riordino dell'industria militare e alla creazione di progetti tutti a trazione francotedesca dai quali l'Italia si troverebbe nella sostanza tagliata fuori. E l'elemento su cui Bruxelles potrebbe fare leva per avviare il consolidamento della Difesa comune potrebbero proprio essere gli sbarchi. Attenzione, una riforma del trattato di Dublino sarebbe la scusa per unificare per prima cosa i contingenti delle Marine, per poi portare avanti un pezzo alla volta l'intero progetto. Alla luce del quale Carola Rackete e il meeting di Helsinki sono da analizzare con estrema diffidenza.
Gere e Chef Rubio sulla Open arms: Lampedusa diventa un set buonista
L'unto e bisunto insieme all'ufficiale e gentiluomo. Alzi la mano chi avrebbe mai pensato a una coppia tanto audace ed eterogenea: Chef Rubio e Richard Gere. Eppure i due sex simbol, per la gioia di madri e figlie, si sono straordinariamente riuniti per la causa più nobile del frangente: la salvezza dei migranti. Ormai affiatatissimi, restano a bordo dell'Open Arms, bloccata da dieci giorni al largo di Lampedusa con 160 migranti a bordo. E ieri hanno persino partecipato all'inevitabile conferenza stampa dell'Ong, allestita nell'aeroporto dell'isola siciliana.
Tutti i flash, va da sé, erano per loro. In particolare per il divo hollywoodiano: «Ero in vacanza vicino a Roma con la mia famiglia, quando ho sentito quanto stava accadendo e del decreto sicurezza appena passato» informa Gere sgomento. «Non potevo credere che i miei amici italiani potessero tirare fuori quest'odio». Così, l'attore molla prole e consorte e si precipita a Lampedusa. Riuscite a immaginare un uomo più caritatevole? Ora lancia l'ultimo appello: «Questa situazione di stallo dev'essere interrotta. Adesso. A bordo la situazione è grave, ci sono persone che vivono ammassate tra di loro».
La pletora di giornalisti accorsi all'evento non si lascia sfuggire l'occasione: «E Matteo Salvini?» domandano all'inossidabile Richard. Lui, mentre scandisce la risposta, sembra rindossare quella candida uniforme che l'ha reso celebre nel mondo: «Non sono interessato a Salvini. I politici, invece di aiutare queste persone, le demonizzano. Deve finire. E può finire, se lo facciamo finire noi. Il mio unico interesse è aiutare questa gente. Basta».
Scoramento generale. I cronisti s'aspettavano qualcosina di più croccante da appuntare sui taccuini. Ma ecco che, finalmente, il settantenne divo americano dimentica gli insegnamenti buddisti. E si lascia andare a un intrigante parallelo tra il leader della Lega e il presidente statunitense, Donald Trump: «Non sono italiano e sono restio a parlare della politica italiana odierna. Ma anch'io vengo da un Paese dove la situazione politica è bizzarra. Viene demonizzato chi arriva da Messico, El Salvador, Panama e Honduras. Sembra che ci sia una generazione di politici che mette la propria energia nel dividere le persone. Una cosa idiota». Segue sardonica replica di Salvini: «Visto che il generoso milionario annuncia la sua preoccupazione per la sorte degli immigrati dell'Open Arms, lo ringraziamo: potrà portare a Hollywood, con il suo aereo privato, tutte le persone a bordo e mantenerle nelle sue ville. Grazie Richard!».
Si esime invece eccezionalmente da improperi contro il vicepremier l'altra star sbarcata a Lampedusa: Gabriele Rubini, in arte chef Rubio. Un cuore grande almeno quanto lo stomaco, uso a trangugiare cibi di strada e piatti da camionisti. Il conduttore di Unti e bisunti, dopo la conferenza stampa, decide comunque di vergare un post su Instagram: «Mi fa schifo tutta quest'attenzione, questo clamore, questa eccitazione. Solo perché ci sono due persone note salite a bordo per dare una mano, per attirare l'attenzione dei media, per creare la notizia». Spavalderia e onestà intellettuale non difettano. «Ho fatto da specchietto per le allodole insieme a Richard, rappresentando tutti voi. Pare che avemo fatto chissà che, ma oltre a servire, parlare con le persone e congratularci con l'equipaggio, abbiamo fatto veramente poco». Daje, chef. Le trattorie possono attendere.
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Riduci
La Rackete, il capitano della Sea Watch, alla tv Zdf: «La città di Rothenburg voleva inviare un pullman in Sicilia per recuperare i clandestini. Ma Berlino si è opposta per mettere in difficoltà Salvini». Come si vedrà nelle prossime battaglie con Ursula von der Leyen.Richard Gere: «Voglio aiutare questa gente». Stoccata di Matteo Salvini: «Li ospiti nelle sue ville». L'attore e Chef Rubio sono saliti sulla Open arms.Lo speciale contiene due articoli. Con un certo imbarazzo e conscia della bomba che da lì a poco avrebbe sganciato, Carola Rackete , il capitano della Sea Watch 3 intervistata dalla tv tedesca Zdf, fa una premessa. «So che quanto sto per dire potrebbe essere strumentalizzato da qualche partito», ma «il ministero dell'Interno tedesco ci ha chiesto di far registrare e di portare tutti i clandestini a Lampedusa». La bomba viene ignorata dalla conduttrice, che forse vuole evitare le conseguenze di tale affermazione, e continua con le domande di rito sulle colpe dell'Europa nella gestione delle risorse africane. È chiaro a noi, invece, che mentre si avvicinava il vertice di Helsinki (18 luglio), nel quale Malta e Italia si sono scontrati con Germania e Francia per chiedere che i rimpatri venissero condivisi e gestiti da tutti i Paesi membri, il governo tedesco preparava la miccia per mettere in difficoltà il ministro dell'Interno leghista, Matteo Salvini, unico dentro il governo di Roma a sostenere la linea congiunta con Malta e a volere stracciare una volta per tutte l'accordo informale preso dai governi di sinistra (soccorsi in cambio di flessibilità nei conti).Lo schema politico è sempre la Rackete a svelarlo. Durante l'intervista spiega che nei giorni precedenti allo sbarco illegale nell'isola siciliana aveva riflettuto sulle conseguenze. «Consultati i medici, abbiamo capito che le condizioni di salute non erano più sostenibili e quindi andava subito cercato un porto». Alla domanda «c'era solo Lampedusa?», il capitano della Ong si dedica prima a una lunga tirata contro il trattato di Dublino e la necessità di intervenire a favore di chiunque, e poi confessa che una alternativa era pronta. La municipalità di Rothenburg, un paesotto a metà strada tra Norimberga e Stoccarda, si era resa disponibile per inviare un pullman fino alla Sicilia o un'altra destinazione per recuperare i clandestini e registrarli direttamente in Baviera. «A negare la via terrestre», prosegue la Rackete, «è stato il ministro dell'Interno del nostro Paese». Il diniego viene comunicato poco prima dello sbarco e quindi dell'arresto del capitano avvenuto il 29 giugno. Il casus belli non può non essere stato creato che ad hoc. Due settimane prima dello scontro politico avvenuto ad Helsinki. D'altronde, a fine luglio, l'ex capo dei servizi segreti tedeschi, Hans-Georg Maassen, silurato un anno fa da Angela Merkel proprio per divergenze di vedute sui pericoli e la gestione degli estremisti in patria, ha diffuso su internet la notizia secondo la quale una troupe della televisione tedesca sarebbe stata presente sulla Sea Watch 3. «Si doveva forzare l'apertura dei porti italiani e causare un incidente che mettesse in difficoltà Salvini» è in sintesi quanto postato dall'ex generale dell'intelligence. I dubbi che la giovane idolo della sinistra italiana non abbia agito da sola erano già fortissimi sin dall'inizio, adesso sembrano essere una certezza. Che vale la pena utilizzare come cartina al tornasole per comprendere le prossime mosse di settembre quando si formerà la Commissione Ue a guida prettamente tedesca. Ursula von der Leyen nel suo discorso d'insediamento ha sviluppato tre mire politiche. La prima si basa sul salario minimo. Un obiettivo che mira ad alzare il potere di spesa dei lavoratori dipendenti, obiettivo sul quale tutti sono d'accordo. Salvo il fatto che questa politica sarà opposta a quanto la prossima legge Finanziaria targata Lega vorrebbe portare avanti. Taglio delle tasse alle aziende e alle imprese e non aumento diretto dei salari. Lo scontro sarà usato dai tedeschi per minare le scelte industriali dell'Italia e c'è da scommettere che la von der Leyen se ne farà portavoce. Intervenuta in diretta streaming all'incontro del gruppo di Renew Europe, la politica tedesca ha parlato anche dei rapporti con la Russia. «È un nostro vicino e lo sarà ancora, dobbiamo essere pronti al dialogo ma tenere alti i nostri principi sullo stato di diritto. L'Ue dovrebbe negoziare da una posizione di forza», ha dichiarato. «Il Cremlino non perdona la debolezza». Anche su questo punto, ribadito dopo l'insediamento, la Germania si troverà in scontro totale con il nostro Paese. Gran Bretagna e Stati Uniti ci osservano e sembrano essere sostenitori del voto in autunno. Un governo a trazione leghista permetterebbe a Londra e Washington di avere un fronte francotedesco più debole, e la possibilità di modificare i rapporti con la Russia per indebolire la Cina. Al contrario, una posizione frontale dell'Ue favorirebbe ancor di più l'asse Bruxelles-Pechino. Ma è sul tema della Difesa comune che la Germania si troverà a giocare duro contro l'Italia. «Sulla Difesa preferisco parlare di un esercito di europei piuttosto che di un esercito europeo», ha concluso la neo Commissaria, precisando che «le truppe dei singoli Paesi possono essere integrate le une con le altre». Sarebbe il sigillo al riordino dell'industria militare e alla creazione di progetti tutti a trazione francotedesca dai quali l'Italia si troverebbe nella sostanza tagliata fuori. E l'elemento su cui Bruxelles potrebbe fare leva per avviare il consolidamento della Difesa comune potrebbero proprio essere gli sbarchi. Attenzione, una riforma del trattato di Dublino sarebbe la scusa per unificare per prima cosa i contingenti delle Marine, per poi portare avanti un pezzo alla volta l'intero progetto. Alla luce del quale Carola Rackete e il meeting di Helsinki sono da analizzare con estrema diffidenza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-mio-governo-mi-ordino-portali-in-italia-2639760814.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gere-e-chef-rubio-sulla-open-arms-lampedusa-diventa-un-set-buonista" data-post-id="2639760814" data-published-at="1777585501" data-use-pagination="False"> Gere e Chef Rubio sulla Open arms: Lampedusa diventa un set buonista L'unto e bisunto insieme all'ufficiale e gentiluomo. Alzi la mano chi avrebbe mai pensato a una coppia tanto audace ed eterogenea: Chef Rubio e Richard Gere. Eppure i due sex simbol, per la gioia di madri e figlie, si sono straordinariamente riuniti per la causa più nobile del frangente: la salvezza dei migranti. Ormai affiatatissimi, restano a bordo dell'Open Arms, bloccata da dieci giorni al largo di Lampedusa con 160 migranti a bordo. E ieri hanno persino partecipato all'inevitabile conferenza stampa dell'Ong, allestita nell'aeroporto dell'isola siciliana. Tutti i flash, va da sé, erano per loro. In particolare per il divo hollywoodiano: «Ero in vacanza vicino a Roma con la mia famiglia, quando ho sentito quanto stava accadendo e del decreto sicurezza appena passato» informa Gere sgomento. «Non potevo credere che i miei amici italiani potessero tirare fuori quest'odio». Così, l'attore molla prole e consorte e si precipita a Lampedusa. Riuscite a immaginare un uomo più caritatevole? Ora lancia l'ultimo appello: «Questa situazione di stallo dev'essere interrotta. Adesso. A bordo la situazione è grave, ci sono persone che vivono ammassate tra di loro». La pletora di giornalisti accorsi all'evento non si lascia sfuggire l'occasione: «E Matteo Salvini?» domandano all'inossidabile Richard. Lui, mentre scandisce la risposta, sembra rindossare quella candida uniforme che l'ha reso celebre nel mondo: «Non sono interessato a Salvini. I politici, invece di aiutare queste persone, le demonizzano. Deve finire. E può finire, se lo facciamo finire noi. Il mio unico interesse è aiutare questa gente. Basta». Scoramento generale. I cronisti s'aspettavano qualcosina di più croccante da appuntare sui taccuini. Ma ecco che, finalmente, il settantenne divo americano dimentica gli insegnamenti buddisti. E si lascia andare a un intrigante parallelo tra il leader della Lega e il presidente statunitense, Donald Trump: «Non sono italiano e sono restio a parlare della politica italiana odierna. Ma anch'io vengo da un Paese dove la situazione politica è bizzarra. Viene demonizzato chi arriva da Messico, El Salvador, Panama e Honduras. Sembra che ci sia una generazione di politici che mette la propria energia nel dividere le persone. Una cosa idiota». Segue sardonica replica di Salvini: «Visto che il generoso milionario annuncia la sua preoccupazione per la sorte degli immigrati dell'Open Arms, lo ringraziamo: potrà portare a Hollywood, con il suo aereo privato, tutte le persone a bordo e mantenerle nelle sue ville. Grazie Richard!». Si esime invece eccezionalmente da improperi contro il vicepremier l'altra star sbarcata a Lampedusa: Gabriele Rubini, in arte chef Rubio. Un cuore grande almeno quanto lo stomaco, uso a trangugiare cibi di strada e piatti da camionisti. Il conduttore di Unti e bisunti, dopo la conferenza stampa, decide comunque di vergare un post su Instagram: «Mi fa schifo tutta quest'attenzione, questo clamore, questa eccitazione. Solo perché ci sono due persone note salite a bordo per dare una mano, per attirare l'attenzione dei media, per creare la notizia». Spavalderia e onestà intellettuale non difettano. «Ho fatto da specchietto per le allodole insieme a Richard, rappresentando tutti voi. Pare che avemo fatto chissà che, ma oltre a servire, parlare con le persone e congratularci con l'equipaggio, abbiamo fatto veramente poco». Daje, chef. Le trattorie possono attendere.
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Riduci
Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Riduci
Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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