True
2019-08-11
Carola confessa in tv: «Il governo tedesco
mi ha fatto portare i migranti in Sicilia»
Ansa
Con un certo imbarazzo e conscia della bomba che da lì a poco avrebbe sganciato, Carola Rackete , il capitano della Sea Watch 3 intervistata dalla tv tedesca Zdf, fa una premessa. «So che quanto sto per dire potrebbe essere strumentalizzato da qualche partito», ma «il ministero dell'Interno tedesco ci ha chiesto di far registrare e di portare tutti i clandestini a Lampedusa». La bomba viene ignorata dalla conduttrice, che forse vuole evitare le conseguenze di tale affermazione, e continua con le domande di rito sulle colpe dell'Europa nella gestione delle risorse africane.
È chiaro a noi, invece, che mentre si avvicinava il vertice di Helsinki (18 luglio), nel quale Malta e Italia si sono scontrati con Germania e Francia per chiedere che i rimpatri venissero condivisi e gestiti da tutti i Paesi membri, il governo tedesco preparava la miccia per mettere in difficoltà il ministro dell'Interno leghista, Matteo Salvini, unico dentro il governo di Roma a sostenere la linea congiunta con Malta e a volere stracciare una volta per tutte l'accordo informale preso dai governi di sinistra (soccorsi in cambio di flessibilità nei conti).
Lo schema politico è sempre la Rackete a svelarlo. Durante l'intervista spiega che nei giorni precedenti allo sbarco illegale nell'isola siciliana aveva riflettuto sulle conseguenze. «Consultati i medici, abbiamo capito che le condizioni di salute non erano più sostenibili e quindi andava subito cercato un porto». Alla domanda «c'era solo Lampedusa?», il capitano della Ong si dedica prima a una lunga tirata contro il trattato di Dublino e la necessità di intervenire a favore di chiunque, e poi confessa che una alternativa era pronta. La municipalità di Rothenburg, un paesotto a metà strada tra Norimberga e Stoccarda, si era resa disponibile per inviare un pullman fino alla Sicilia o un'altra destinazione per recuperare i clandestini e registrarli direttamente in Baviera. «A negare la via terrestre», prosegue la Rackete, «è stato il ministro dell'Interno del nostro Paese». Il diniego viene comunicato poco prima dello sbarco e quindi dell'arresto del capitano avvenuto il 29 giugno. Il casus belli non può non essere stato creato che ad hoc. Due settimane prima dello scontro politico avvenuto ad Helsinki. D'altronde, a fine luglio, l'ex capo dei servizi segreti tedeschi, Hans-Georg Maassen, silurato un anno fa da Angela Merkel proprio per divergenze di vedute sui pericoli e la gestione degli estremisti in patria, ha diffuso su internet la notizia secondo la quale una troupe della televisione tedesca sarebbe stata presente sulla Sea Watch 3. «Si doveva forzare l'apertura dei porti italiani e causare un incidente che mettesse in difficoltà Salvini» è in sintesi quanto postato dall'ex generale dell'intelligence. I dubbi che la giovane idolo della sinistra italiana non abbia agito da sola erano già fortissimi sin dall'inizio, adesso sembrano essere una certezza. Che vale la pena utilizzare come cartina al tornasole per comprendere le prossime mosse di settembre quando si formerà la Commissione Ue a guida prettamente tedesca. Ursula von der Leyen nel suo discorso d'insediamento ha sviluppato tre mire politiche.
La prima si basa sul salario minimo. Un obiettivo che mira ad alzare il potere di spesa dei lavoratori dipendenti, obiettivo sul quale tutti sono d'accordo. Salvo il fatto che questa politica sarà opposta a quanto la prossima legge Finanziaria targata Lega vorrebbe portare avanti. Taglio delle tasse alle aziende e alle imprese e non aumento diretto dei salari. Lo scontro sarà usato dai tedeschi per minare le scelte industriali dell'Italia e c'è da scommettere che la von der Leyen se ne farà portavoce.
Intervenuta in diretta streaming all'incontro del gruppo di Renew Europe, la politica tedesca ha parlato anche dei rapporti con la Russia. «È un nostro vicino e lo sarà ancora, dobbiamo essere pronti al dialogo ma tenere alti i nostri principi sullo stato di diritto. L'Ue dovrebbe negoziare da una posizione di forza», ha dichiarato. «Il Cremlino non perdona la debolezza». Anche su questo punto, ribadito dopo l'insediamento, la Germania si troverà in scontro totale con il nostro Paese. Gran Bretagna e Stati Uniti ci osservano e sembrano essere sostenitori del voto in autunno. Un governo a trazione leghista permetterebbe a Londra e Washington di avere un fronte francotedesco più debole, e la possibilità di modificare i rapporti con la Russia per indebolire la Cina.
Al contrario, una posizione frontale dell'Ue favorirebbe ancor di più l'asse Bruxelles-Pechino. Ma è sul tema della Difesa comune che la Germania si troverà a giocare duro contro l'Italia. «Sulla Difesa preferisco parlare di un esercito di europei piuttosto che di un esercito europeo», ha concluso la neo Commissaria, precisando che «le truppe dei singoli Paesi possono essere integrate le une con le altre».
Sarebbe il sigillo al riordino dell'industria militare e alla creazione di progetti tutti a trazione francotedesca dai quali l'Italia si troverebbe nella sostanza tagliata fuori. E l'elemento su cui Bruxelles potrebbe fare leva per avviare il consolidamento della Difesa comune potrebbero proprio essere gli sbarchi. Attenzione, una riforma del trattato di Dublino sarebbe la scusa per unificare per prima cosa i contingenti delle Marine, per poi portare avanti un pezzo alla volta l'intero progetto. Alla luce del quale Carola Rackete e il meeting di Helsinki sono da analizzare con estrema diffidenza.
Gere e Chef Rubio sulla Open arms: Lampedusa diventa un set buonista
L'unto e bisunto insieme all'ufficiale e gentiluomo. Alzi la mano chi avrebbe mai pensato a una coppia tanto audace ed eterogenea: Chef Rubio e Richard Gere. Eppure i due sex simbol, per la gioia di madri e figlie, si sono straordinariamente riuniti per la causa più nobile del frangente: la salvezza dei migranti. Ormai affiatatissimi, restano a bordo dell'Open Arms, bloccata da dieci giorni al largo di Lampedusa con 160 migranti a bordo. E ieri hanno persino partecipato all'inevitabile conferenza stampa dell'Ong, allestita nell'aeroporto dell'isola siciliana.
Tutti i flash, va da sé, erano per loro. In particolare per il divo hollywoodiano: «Ero in vacanza vicino a Roma con la mia famiglia, quando ho sentito quanto stava accadendo e del decreto sicurezza appena passato» informa Gere sgomento. «Non potevo credere che i miei amici italiani potessero tirare fuori quest'odio». Così, l'attore molla prole e consorte e si precipita a Lampedusa. Riuscite a immaginare un uomo più caritatevole? Ora lancia l'ultimo appello: «Questa situazione di stallo dev'essere interrotta. Adesso. A bordo la situazione è grave, ci sono persone che vivono ammassate tra di loro».
La pletora di giornalisti accorsi all'evento non si lascia sfuggire l'occasione: «E Matteo Salvini?» domandano all'inossidabile Richard. Lui, mentre scandisce la risposta, sembra rindossare quella candida uniforme che l'ha reso celebre nel mondo: «Non sono interessato a Salvini. I politici, invece di aiutare queste persone, le demonizzano. Deve finire. E può finire, se lo facciamo finire noi. Il mio unico interesse è aiutare questa gente. Basta».
Scoramento generale. I cronisti s'aspettavano qualcosina di più croccante da appuntare sui taccuini. Ma ecco che, finalmente, il settantenne divo americano dimentica gli insegnamenti buddisti. E si lascia andare a un intrigante parallelo tra il leader della Lega e il presidente statunitense, Donald Trump: «Non sono italiano e sono restio a parlare della politica italiana odierna. Ma anch'io vengo da un Paese dove la situazione politica è bizzarra. Viene demonizzato chi arriva da Messico, El Salvador, Panama e Honduras. Sembra che ci sia una generazione di politici che mette la propria energia nel dividere le persone. Una cosa idiota». Segue sardonica replica di Salvini: «Visto che il generoso milionario annuncia la sua preoccupazione per la sorte degli immigrati dell'Open Arms, lo ringraziamo: potrà portare a Hollywood, con il suo aereo privato, tutte le persone a bordo e mantenerle nelle sue ville. Grazie Richard!».
Si esime invece eccezionalmente da improperi contro il vicepremier l'altra star sbarcata a Lampedusa: Gabriele Rubini, in arte chef Rubio. Un cuore grande almeno quanto lo stomaco, uso a trangugiare cibi di strada e piatti da camionisti. Il conduttore di Unti e bisunti, dopo la conferenza stampa, decide comunque di vergare un post su Instagram: «Mi fa schifo tutta quest'attenzione, questo clamore, questa eccitazione. Solo perché ci sono due persone note salite a bordo per dare una mano, per attirare l'attenzione dei media, per creare la notizia». Spavalderia e onestà intellettuale non difettano. «Ho fatto da specchietto per le allodole insieme a Richard, rappresentando tutti voi. Pare che avemo fatto chissà che, ma oltre a servire, parlare con le persone e congratularci con l'equipaggio, abbiamo fatto veramente poco». Daje, chef. Le trattorie possono attendere.
Continua a leggere
Riduci
La Rackete, il capitano della Sea Watch, alla tv Zdf: «La città di Rothenburg voleva inviare un pullman in Sicilia per recuperare i clandestini. Ma Berlino si è opposta per mettere in difficoltà Salvini». Come si vedrà nelle prossime battaglie con Ursula von der Leyen.Richard Gere: «Voglio aiutare questa gente». Stoccata di Matteo Salvini: «Li ospiti nelle sue ville». L'attore e Chef Rubio sono saliti sulla Open arms.Lo speciale contiene due articoli. Con un certo imbarazzo e conscia della bomba che da lì a poco avrebbe sganciato, Carola Rackete , il capitano della Sea Watch 3 intervistata dalla tv tedesca Zdf, fa una premessa. «So che quanto sto per dire potrebbe essere strumentalizzato da qualche partito», ma «il ministero dell'Interno tedesco ci ha chiesto di far registrare e di portare tutti i clandestini a Lampedusa». La bomba viene ignorata dalla conduttrice, che forse vuole evitare le conseguenze di tale affermazione, e continua con le domande di rito sulle colpe dell'Europa nella gestione delle risorse africane. È chiaro a noi, invece, che mentre si avvicinava il vertice di Helsinki (18 luglio), nel quale Malta e Italia si sono scontrati con Germania e Francia per chiedere che i rimpatri venissero condivisi e gestiti da tutti i Paesi membri, il governo tedesco preparava la miccia per mettere in difficoltà il ministro dell'Interno leghista, Matteo Salvini, unico dentro il governo di Roma a sostenere la linea congiunta con Malta e a volere stracciare una volta per tutte l'accordo informale preso dai governi di sinistra (soccorsi in cambio di flessibilità nei conti).Lo schema politico è sempre la Rackete a svelarlo. Durante l'intervista spiega che nei giorni precedenti allo sbarco illegale nell'isola siciliana aveva riflettuto sulle conseguenze. «Consultati i medici, abbiamo capito che le condizioni di salute non erano più sostenibili e quindi andava subito cercato un porto». Alla domanda «c'era solo Lampedusa?», il capitano della Ong si dedica prima a una lunga tirata contro il trattato di Dublino e la necessità di intervenire a favore di chiunque, e poi confessa che una alternativa era pronta. La municipalità di Rothenburg, un paesotto a metà strada tra Norimberga e Stoccarda, si era resa disponibile per inviare un pullman fino alla Sicilia o un'altra destinazione per recuperare i clandestini e registrarli direttamente in Baviera. «A negare la via terrestre», prosegue la Rackete, «è stato il ministro dell'Interno del nostro Paese». Il diniego viene comunicato poco prima dello sbarco e quindi dell'arresto del capitano avvenuto il 29 giugno. Il casus belli non può non essere stato creato che ad hoc. Due settimane prima dello scontro politico avvenuto ad Helsinki. D'altronde, a fine luglio, l'ex capo dei servizi segreti tedeschi, Hans-Georg Maassen, silurato un anno fa da Angela Merkel proprio per divergenze di vedute sui pericoli e la gestione degli estremisti in patria, ha diffuso su internet la notizia secondo la quale una troupe della televisione tedesca sarebbe stata presente sulla Sea Watch 3. «Si doveva forzare l'apertura dei porti italiani e causare un incidente che mettesse in difficoltà Salvini» è in sintesi quanto postato dall'ex generale dell'intelligence. I dubbi che la giovane idolo della sinistra italiana non abbia agito da sola erano già fortissimi sin dall'inizio, adesso sembrano essere una certezza. Che vale la pena utilizzare come cartina al tornasole per comprendere le prossime mosse di settembre quando si formerà la Commissione Ue a guida prettamente tedesca. Ursula von der Leyen nel suo discorso d'insediamento ha sviluppato tre mire politiche. La prima si basa sul salario minimo. Un obiettivo che mira ad alzare il potere di spesa dei lavoratori dipendenti, obiettivo sul quale tutti sono d'accordo. Salvo il fatto che questa politica sarà opposta a quanto la prossima legge Finanziaria targata Lega vorrebbe portare avanti. Taglio delle tasse alle aziende e alle imprese e non aumento diretto dei salari. Lo scontro sarà usato dai tedeschi per minare le scelte industriali dell'Italia e c'è da scommettere che la von der Leyen se ne farà portavoce. Intervenuta in diretta streaming all'incontro del gruppo di Renew Europe, la politica tedesca ha parlato anche dei rapporti con la Russia. «È un nostro vicino e lo sarà ancora, dobbiamo essere pronti al dialogo ma tenere alti i nostri principi sullo stato di diritto. L'Ue dovrebbe negoziare da una posizione di forza», ha dichiarato. «Il Cremlino non perdona la debolezza». Anche su questo punto, ribadito dopo l'insediamento, la Germania si troverà in scontro totale con il nostro Paese. Gran Bretagna e Stati Uniti ci osservano e sembrano essere sostenitori del voto in autunno. Un governo a trazione leghista permetterebbe a Londra e Washington di avere un fronte francotedesco più debole, e la possibilità di modificare i rapporti con la Russia per indebolire la Cina. Al contrario, una posizione frontale dell'Ue favorirebbe ancor di più l'asse Bruxelles-Pechino. Ma è sul tema della Difesa comune che la Germania si troverà a giocare duro contro l'Italia. «Sulla Difesa preferisco parlare di un esercito di europei piuttosto che di un esercito europeo», ha concluso la neo Commissaria, precisando che «le truppe dei singoli Paesi possono essere integrate le une con le altre». Sarebbe il sigillo al riordino dell'industria militare e alla creazione di progetti tutti a trazione francotedesca dai quali l'Italia si troverebbe nella sostanza tagliata fuori. E l'elemento su cui Bruxelles potrebbe fare leva per avviare il consolidamento della Difesa comune potrebbero proprio essere gli sbarchi. Attenzione, una riforma del trattato di Dublino sarebbe la scusa per unificare per prima cosa i contingenti delle Marine, per poi portare avanti un pezzo alla volta l'intero progetto. Alla luce del quale Carola Rackete e il meeting di Helsinki sono da analizzare con estrema diffidenza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-mio-governo-mi-ordino-portali-in-italia-2639760814.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gere-e-chef-rubio-sulla-open-arms-lampedusa-diventa-un-set-buonista" data-post-id="2639760814" data-published-at="1772728283" data-use-pagination="False"> Gere e Chef Rubio sulla Open arms: Lampedusa diventa un set buonista L'unto e bisunto insieme all'ufficiale e gentiluomo. Alzi la mano chi avrebbe mai pensato a una coppia tanto audace ed eterogenea: Chef Rubio e Richard Gere. Eppure i due sex simbol, per la gioia di madri e figlie, si sono straordinariamente riuniti per la causa più nobile del frangente: la salvezza dei migranti. Ormai affiatatissimi, restano a bordo dell'Open Arms, bloccata da dieci giorni al largo di Lampedusa con 160 migranti a bordo. E ieri hanno persino partecipato all'inevitabile conferenza stampa dell'Ong, allestita nell'aeroporto dell'isola siciliana. Tutti i flash, va da sé, erano per loro. In particolare per il divo hollywoodiano: «Ero in vacanza vicino a Roma con la mia famiglia, quando ho sentito quanto stava accadendo e del decreto sicurezza appena passato» informa Gere sgomento. «Non potevo credere che i miei amici italiani potessero tirare fuori quest'odio». Così, l'attore molla prole e consorte e si precipita a Lampedusa. Riuscite a immaginare un uomo più caritatevole? Ora lancia l'ultimo appello: «Questa situazione di stallo dev'essere interrotta. Adesso. A bordo la situazione è grave, ci sono persone che vivono ammassate tra di loro». La pletora di giornalisti accorsi all'evento non si lascia sfuggire l'occasione: «E Matteo Salvini?» domandano all'inossidabile Richard. Lui, mentre scandisce la risposta, sembra rindossare quella candida uniforme che l'ha reso celebre nel mondo: «Non sono interessato a Salvini. I politici, invece di aiutare queste persone, le demonizzano. Deve finire. E può finire, se lo facciamo finire noi. Il mio unico interesse è aiutare questa gente. Basta». Scoramento generale. I cronisti s'aspettavano qualcosina di più croccante da appuntare sui taccuini. Ma ecco che, finalmente, il settantenne divo americano dimentica gli insegnamenti buddisti. E si lascia andare a un intrigante parallelo tra il leader della Lega e il presidente statunitense, Donald Trump: «Non sono italiano e sono restio a parlare della politica italiana odierna. Ma anch'io vengo da un Paese dove la situazione politica è bizzarra. Viene demonizzato chi arriva da Messico, El Salvador, Panama e Honduras. Sembra che ci sia una generazione di politici che mette la propria energia nel dividere le persone. Una cosa idiota». Segue sardonica replica di Salvini: «Visto che il generoso milionario annuncia la sua preoccupazione per la sorte degli immigrati dell'Open Arms, lo ringraziamo: potrà portare a Hollywood, con il suo aereo privato, tutte le persone a bordo e mantenerle nelle sue ville. Grazie Richard!». Si esime invece eccezionalmente da improperi contro il vicepremier l'altra star sbarcata a Lampedusa: Gabriele Rubini, in arte chef Rubio. Un cuore grande almeno quanto lo stomaco, uso a trangugiare cibi di strada e piatti da camionisti. Il conduttore di Unti e bisunti, dopo la conferenza stampa, decide comunque di vergare un post su Instagram: «Mi fa schifo tutta quest'attenzione, questo clamore, questa eccitazione. Solo perché ci sono due persone note salite a bordo per dare una mano, per attirare l'attenzione dei media, per creare la notizia». Spavalderia e onestà intellettuale non difettano. «Ho fatto da specchietto per le allodole insieme a Richard, rappresentando tutti voi. Pare che avemo fatto chissà che, ma oltre a servire, parlare con le persone e congratularci con l'equipaggio, abbiamo fatto veramente poco». Daje, chef. Le trattorie possono attendere.
Ansa
Va detto che problemi analoghi - dipendenti dal politicamente corretto che infetta la professione giornalistica - non sono presenti solo in Italia. Più o meno ovunque in Europa si trova traccia di simili imbarazzi a mezzo stampa quando a diventare protagonisti di fatti di cronaca sono gli stranieri. Ogni volta che si verifica un episodio anche solo lontanamente in odore di terrorismo, prima che siano rese note le generalità dei sospettati passano ore e ore. Le autorità tedesche in particolare sembrano tenacemente restie alle comunicazioni, o comunque lo sono state a lungo durante gli anni terribili in cui l’Isis imperversava.
In Svizzera, come ricorda il Corriere del Ticino, c’è stato un paio di anni fa un caso che ha sollevato particolari polemiche. Nel febbraio del 2024, un richiedente asilo iraniano di 32 anni armato di ascia e coltello ha preso in ostaggio 15 persone su un treno regionale vicino a Yverdon (Vaud). L’uomo era poi stato ucciso dalla polizia. Un episodio clamoroso che i giornalisti della Srf, la radiotelevisione franco-tedesca, raccontarono senza comunicare al pubblico la nazionalità e lo status dell’uomo armato. Le linee guida redazionali imponevano infatti di menzionare la nazionalità solo se «importante per la comprensione dell’accaduto». Un telespettatore, giustamente indignato, presentò un reclamo e gli organismi interni di controllo dell’emittente stabilirono che in effetti, in quella circostanza, i cronisti avrebbero dovuto fornire più informazioni sull’uomo che aveva creato il terrore sul treno.
Forse anche in virtù della figuraccia rimediata nel 2024, di recente la Srf ha deciso di modificare le linee guida e di menzionare la nazionalità di chi commette un crimine e di chi ne rimane vittima. Ma c’è molto di più: a settembre, il Consiglio nazionale svizzero - con 100 voti a favore, 84 contrari e 5 astensioni - ha approvato una proposta che prevedeva di rendere obbligatoria la comunicazione da parte delle forze dell’ordine della nazionalità degli autori di reati. Tale proposta è stata approvata ora (23 voti a favore, 16 contrari e una astensione) dal Consiglio degli Stati svizzero, cioè la Camera che rappresenta i vari Cantoni. In buona sostanza, d’ora in poi «nei comunicati di polizia, l’informazione deve includere età, sesso e nazionalità degli autori dei reati, degli indiziati e delle vittime, salvo che vi si oppongano motivi di protezione della personalità o che tali dati consentano di identificare persone». Insomma, le forze dell’ordine dovranno dire con chiarezza chi è l’autore di un reato, di conseguenza gli organi di stampa non potranno più fare finta di non saperlo, e qualora decidessero di omettere l’informazione saranno responsabili della propria scelta.
La proposta appena approvata è stata presentata da Benjamin Fischer (Udc) e, manco a dirlo, avversata dalla sinistra. Secondo Marco Chiesa, compagno di partito di Fischer «esiste un interesse pubblico a che la popolazione sia informata in modo veritiero, esauriente e trasparente sulla sicurezza pubblica, specie alla luce soprattutto delle ampie possibilità di partecipazione offerte dalla democrazia diretta. Questo vuol dire anche indicare l’età, il sesso e la nazionalità degli autori dei reati, di modo che i cittadini possano farsi un’idea dei fatti. Non si tratta di stigmatizzare chicchessia, bensì di attenersi ai fatti. L’opacità attuale e l’opportunismo politico non fanno che minare la fiducia della popolazione nelle istituzioni. La trasparenza invece rafforza il dibattito pubblico: per questo l’informazione deve essere completa». Difficile dargli torto.
Dato che la peste woke ormai è diffusa ovunque, però, anche in Svizzera c’è stato chi ha duramente criticato la proposta destrorsa. «I media hanno una responsabilità particolare, perché la loro copertura mediatica ha un grande impatto sulla percezione dell’opinione pubblica», ha detto al Corriere del Ticino Marianne Helfer, responsabile del Servizio per la lotta al razzismo (Slr). «La menzione frequente o non necessaria può rafforzare i pregiudizi, soprattutto se non vengono fornite informazioni comparabili». Fantastico: secondo la professionista dell’antirazzismo ogni volta che uno straniero commette un crimine bisognerebbe evitare di dirlo, oppure dirlo ma ricordare anche quanti crimini commettono gli autoctoni onde evitare di alimentare presunti pregiudizi.
La verità è che il fatto stesso che esista un dibattito su questo tema è assurdo e ridicolo. I media dovrebbero semplicemente raccontare i fatti come sono, senza preoccuparsi di proteggere questa o quella minoranza. Se a commettere un reato è uno straniero perché non si dovrebbe dirlo? La risposta a questa domanda è una sola: censurare la nazionalità di un criminale serve a difendere il sistema dell’immigrazione di massa. Bisogna evitare che la popolazione sappia che gli stranieri commettono crimini per fare sì che non si opponga all’ingresso di altri immigrati. Ecco perché la nuova norma svizzera è particolarmente importante: mette fine a decenni di ipocrisia e disinformazione, stabilisce che ai cittadini sia detta la pura e semplice verità. Se da queste parti avessimo un po’ di coraggio e onestà intellettuale, dovremmo prendere esempio.
Continua a leggere
Riduci
(Guardia di Finanza)
Grazie alla collaborazione istituzionale tra il ICQRF (Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari) e il Nucleo Speciale Beni e Servizi della Guardia di Finanza, nel corso del 2024 è iniziata l’operazione nazionale «Vinum Mentitum», per il contrasto delle frodi nel settore vitivinicolo.
L’attività, nata dall’analisi congiunta delle informazioni e dei dati disponibili alle due amministrazioni, ha tenuto in considerazione molti aspetti critici di un settore come quello vitivinicolo che ha raggiunto un’importanza strategica nel mercato, aumentando il consolidamento del ruolo di leadership dell’Italia negli scambi dell’export agroalimentare.
I controlli si sono concentrati sulla prevenzione e repressione di pratiche fraudolente legate alla illecita rivendicazione di vini come Dop e Igp, all’utilizzo di uve e mosti non conformi ai disciplinari di produzione e alla provenienza da areali diversi da quelli certificati, con l’obiettivo di tutelare il mercato e garantire una corretta informazione ai consumatori.
L’accurata analisi del rischio, svolta congiuntamente dall’ICQRF centrale e dal Gruppo Anticontraffazione e Sicurezza Prodotti del Nucleo Speciale Beni e Servizi, ha individuato specifiche criticità nelle diverse fasi della filiera – dalla raccolta all’imbottigliamento – anche in relazione a fattori esogeni quali eventi climatici avversi, carenza di manodopera, inflazione e fitopatie. Tali elementi hanno orientato la pianificazione delle attività di controllo e la selezione degli operatori da sottoporre a verifica.
I controlli mirati, eseguiti su tutto il territorio nazionale dai Reparti territoriali della Guardia di Finanza e dagli Uffici e Laboratori dell’ICQRF, hanno portato al sequestro di circa 2,5 milioni di litri di vino falsamente certificati Dop e Igp, per un valore complessivo superiore a 4 milioni di euro, nonché alla segnalazione di 24 soggetti alle autorità amministrative competenti.
Nel corso delle ispezioni sono state inoltre riscontrate numerose incongruenze tra le giacenze fisiche e le rimanenze contabili risultanti dal registro dematerializzato SIAN, con conseguente contestazione di 59 violazioni amministrative, che hanno determinato un gettito minimo per l’erario pari a 410.000 euro, oltre all’emissione di 11 diffide per violazioni sanabili.
Dalle attività sono scaturiti anche controlli di natura fiscale, che hanno consentito di accertare l’omessa documentazione di operazioni imponibili per oltre 280.000 euro, l’omesso versamento dell’IVA per circa 800.000 euro, nonché irregolarità in materia di lavoro sommerso e accise sul vino.
I risultati dell’operazione confermano, ancora una volta, l’efficacia dell’azione sinergica tra ICQRF e Guardia di Finanza nella tutela del Made in Italy, delle denominazioni di origine e delle indicazioni geografiche, a garanzia della leale concorrenza e delle scelte consapevoli dei consumatori.
Continua a leggere
Riduci
Enrico Mattei con lo Scià Rehza Pahlavi nel 1960 (Getty Images)
L’italia dei primi anni Cinquanta aveva una grande sete di energia. Lasciate alle spalle le macerie della guerra, aveva fruito degli aiuti economici del Piano Marshall avviandosi verso una fase di forte sviluppo industriale. Zona cruciale per la posizione nel Mediterraneo, la Penisola era entrata nel 1949 a far parte dei Paesi del Patto Atlantico. Tuttavia, rimaneva forte la dipendenza dai grandi produttori esteri nel settore del petrolio, che rappresentava un freno e un possibile ostacolo all’alba del «boom» economico per gli alti prezzi applicati all’oro nero da parte dei fornitori. L’Italia, Paese sconfitto in guerra ed ex possessore di colonie, fu fortemente limitato nello scacchiere internazionale delle concessioni petrolifere e sempre sottoposto al potere dei consorzi anglo-americani. Almeno fino alla nascita, nel 1953, dell’Ente Nazionale Idrocarburi guidata dall’ex liquidatore dell’Agip nato durante il ventennio, Enrico Mattei. Ingegnere chimico, deputato della Democrazia ed ex comandante dei partigiani «bianchi», Mattei mostrò subito una forte tendenza a rompere il giogo dei grandi produttori esteri, cercando spazio per l’Italia con l’obiettivo di una più larga autonomia energetica.
La visione di Mattei non includeva soltanto un piano industriale, ma era anche e soprattutto geopolitica. Il padre dell’ente idrocarburi italiano sfruttò appieno i rivolgimenti in atto nei Paesi nordafricani del Mediterraneo (tra cui naturalmente l’ex colonia libica) e del Medio Oriente per creare una breccia nel monopolio delle sette sorelle. Nel caso specifico dell’Iran, l’occasione per Mattei venne proprio dal rapido mutamento della situazione internazionale e dallo sconvolgimento degli equilibri politici di Teheran. Dopo la fine della guerra, il governo del Paese era stato fortemente turbato da fatti di sangue, cospirazioni ed assassinii che avevano portato, dopo un attentato alla sua vita, all’allontanamento dello Scià Rehza Pahlavi dalla guida dell’Iran. Al suo posto si era insediato il nazionalista Mohammad Mossadeq, la cui politica mirava alla nazionalizzazione del petrolio e ad un’islamizzazione dello Stato per le spinte del suo braccio destro, l’ayatollah Kashani, che fu uno dei mentori di Khomeini. Nel 1950 iniziarono gli approcci italiani all’Iran, con la ratifica del Trattato di Amicizia finalizzato alla fornitura di tecnologia nel campo della meccanica, della chimica e per la realizzazione di opere pubbliche. Il nuovo governo iraniano, impegnato a rompere il monopolio anglo-americano, aveva bisogno di tecnologia per lo sfruttamento di aree non ancora esplorate. Qui si inserì l’azione di Enrico Mattei, che vide un’opportunità unica per la crescita internazionale dell’industria petrolifera italiana. Il 1953 fu un anno chiave sia per la nascita dell’Eni che per il colpo di Stato voluto dagli anglo-americani, che rovesciarono Mossadeq riportando Pahlavi alla guida del Paese. Coperto dall’appoggio occidentale, lo Scià non abbandonò completamente l’idea di un’industria nazionale del petrolio. In quel periodo, si intensificarono i contatti con l’ente italiano tramite la neonata Nioc (National Iranian Oil Company). Nel 1955 Mattei iniziava i rapporti con il governo di Teheran, per la fornitura del supporto tecnico nell’esplorazione delle zone individuate dalla Nioc. L’anno successivo la prima delegazione dell’Agip Mineraria era in Iran con il compito di esplorare un’area di 12.000 chilometri quadrati a Nord del Golfo Persico. Il 14 marzo del 1957 l’accordo tra Eni e Nioc fu siglato con l’approvazione finale del governo italiano: l’Italia entrava così in modo indipendente nel mercato petrolifero iraniano, saltando il monopolio del consorzio anglo-americano. Ma quello che destò maggiore scalpore a livello internazionale furono le clausole fino ad allora inedite del contratto: fino ad allora la regola prevedeva la divisione al 50% delle royalties tra le compagnie ed il Paese produttore. Mattei, con atto coraggioso e spregiudicato, assegnò il 75% agli iraniani in virtù del fatto che l’accordo era stato siglato con una compagnia di Stato. Questo significava un’opportunità unica per Teheran e fu letta dai grandi produttori anglo-americani come un atto di concorrenza sleale. All’indomani della firma dell’accordo la stampa anglosassone, in particolare quella americana, si scagliò contro l’iniziativa dell’Eni. L’accordo era stato siglato in un periodo di crisi geopolitica rappresentato dalla guerra di Suez, così che i governi di Londra e Washington vissero l’ingresso dell’Italia in Iran come una pugnalata alla schiena. Mattei tirò dritto, nonostante le ritorsioni dirette che le sette sorelle misero in atto in Libia facendo pressioni sul governo di Tripoli affinché riducesse le concessioni all’Eni. Ancora una volta la geopolitica venne in aiuto al patron del petrolio italiano, perché il governo dello Scià rappresentava un punto delicato e non poteva essere in quel momento punito. Erano gli anni della Guerra fredda e Mosca rappresentava una minaccia per le mire che storicamente nutriva sull’Iran.
Le esplorazioni dell’Agip Mineraria portarono allo sfruttamento dei giacimenti iraniani dopo il 1960. Non fu un’impresa semplice a causa della natura del terreno e delle incognite che il sottosuolo riservava. Particolare difficoltà rappresentò la spedizione sui Monti Zagros, rilievi inospitali al confine con l’Iraq, sia per le grandi difficoltà logistiche nel trasporto dei materiali in alta montagna che per il pericolo rappresentato dalla presenza di banditi. Nel 1960 fu scavato il primo dei giacimenti sul monte Sequtah, a cui seguiranno altre perforazioni dal 1965 in avanti. Per mettere a frutto i pozzi fu necessario un grande sforzo in termini di infrastrutture, tra cui una complessa rete di teleferiche per superare le profonde ed aspre gole che caratterizzavano la catena montuosa iraniana.
Il più importante giacimento scoperto dall’Eni in Iran fu quello offshore di Doroud, nelle acque del Golfo Persico. Qui i tecnici Eni assieme agli iraniani della Nioc realizzarono il più importante campo petrolifero italo-iraniano, con una produzione che a partire dalla metà degli anni ’60 permise la produzione di circa 100.000 barili al giorno, rappresentando il centro nevralgico dell’industria petrolifera italiana in Iran.
Dopo la tragica scomparsa di Mattei nel 1962, l’attività dell’Eni in Iran proseguì secondo i piani originari, fino alla soglia degli anni ’70, quando la nascita dell’Opec trasformò radicalmente la natura dei contratti tra le compagnie e i Paesi produttori. La seconda e più grave cesura avvenne con la rivoluzione che nel 1979 portò al regime degli ayatollah guidato da Khomeini, che nazionalizzò totalmente l’industria petrolifera. Fu in questo frangente che l’Eni perse la gestione del giacimento di Doroud. La successiva guerra contro l’Iraq portò distruzione nelle infrastrutture e una graduale ripresa degli investimenti dell’Eni si ebbe alla fine del regime di Khomeini l’anno successivo. Negli anni ’90, pur con contratti radicalmente diversi da quelli siglati da Enrico Mattei all’alba della presenza italiana, L’Eni ebbe una seconda fase di espansione durata fino all’inizio del terzo millennio, con importanti collaborazioni come quella che portò alla costruzione del grande gasdotto South Pars. Dal 2010 al 2015 l’embargo petrolifero all’Iran e le sanzioni a Teheran hanno paralizzato l’attività di Eni in Iran. Dopo una breve finestra di due anni dopo l’accordo sul nucleare del 2015 l’azienda italiana si è dedicata soprattutto al recupero dei crediti maturati in Iran negli anni precedenti. Dal 2018, anno della ripresa delle tensioni internazionali sull’Iran, i progetti di Eni si sono spostati su altre aree strategiche in Africa, Asia e Nord Europa.
Continua a leggere
Riduci