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2019-08-11
Carola confessa in tv: «Il governo tedesco
mi ha fatto portare i migranti in Sicilia»
Ansa
Con un certo imbarazzo e conscia della bomba che da lì a poco avrebbe sganciato, Carola Rackete , il capitano della Sea Watch 3 intervistata dalla tv tedesca Zdf, fa una premessa. «So che quanto sto per dire potrebbe essere strumentalizzato da qualche partito», ma «il ministero dell'Interno tedesco ci ha chiesto di far registrare e di portare tutti i clandestini a Lampedusa». La bomba viene ignorata dalla conduttrice, che forse vuole evitare le conseguenze di tale affermazione, e continua con le domande di rito sulle colpe dell'Europa nella gestione delle risorse africane.
È chiaro a noi, invece, che mentre si avvicinava il vertice di Helsinki (18 luglio), nel quale Malta e Italia si sono scontrati con Germania e Francia per chiedere che i rimpatri venissero condivisi e gestiti da tutti i Paesi membri, il governo tedesco preparava la miccia per mettere in difficoltà il ministro dell'Interno leghista, Matteo Salvini, unico dentro il governo di Roma a sostenere la linea congiunta con Malta e a volere stracciare una volta per tutte l'accordo informale preso dai governi di sinistra (soccorsi in cambio di flessibilità nei conti).
Lo schema politico è sempre la Rackete a svelarlo. Durante l'intervista spiega che nei giorni precedenti allo sbarco illegale nell'isola siciliana aveva riflettuto sulle conseguenze. «Consultati i medici, abbiamo capito che le condizioni di salute non erano più sostenibili e quindi andava subito cercato un porto». Alla domanda «c'era solo Lampedusa?», il capitano della Ong si dedica prima a una lunga tirata contro il trattato di Dublino e la necessità di intervenire a favore di chiunque, e poi confessa che una alternativa era pronta. La municipalità di Rothenburg, un paesotto a metà strada tra Norimberga e Stoccarda, si era resa disponibile per inviare un pullman fino alla Sicilia o un'altra destinazione per recuperare i clandestini e registrarli direttamente in Baviera. «A negare la via terrestre», prosegue la Rackete, «è stato il ministro dell'Interno del nostro Paese». Il diniego viene comunicato poco prima dello sbarco e quindi dell'arresto del capitano avvenuto il 29 giugno. Il casus belli non può non essere stato creato che ad hoc. Due settimane prima dello scontro politico avvenuto ad Helsinki. D'altronde, a fine luglio, l'ex capo dei servizi segreti tedeschi, Hans-Georg Maassen, silurato un anno fa da Angela Merkel proprio per divergenze di vedute sui pericoli e la gestione degli estremisti in patria, ha diffuso su internet la notizia secondo la quale una troupe della televisione tedesca sarebbe stata presente sulla Sea Watch 3. «Si doveva forzare l'apertura dei porti italiani e causare un incidente che mettesse in difficoltà Salvini» è in sintesi quanto postato dall'ex generale dell'intelligence. I dubbi che la giovane idolo della sinistra italiana non abbia agito da sola erano già fortissimi sin dall'inizio, adesso sembrano essere una certezza. Che vale la pena utilizzare come cartina al tornasole per comprendere le prossime mosse di settembre quando si formerà la Commissione Ue a guida prettamente tedesca. Ursula von der Leyen nel suo discorso d'insediamento ha sviluppato tre mire politiche.
La prima si basa sul salario minimo. Un obiettivo che mira ad alzare il potere di spesa dei lavoratori dipendenti, obiettivo sul quale tutti sono d'accordo. Salvo il fatto che questa politica sarà opposta a quanto la prossima legge Finanziaria targata Lega vorrebbe portare avanti. Taglio delle tasse alle aziende e alle imprese e non aumento diretto dei salari. Lo scontro sarà usato dai tedeschi per minare le scelte industriali dell'Italia e c'è da scommettere che la von der Leyen se ne farà portavoce.
Intervenuta in diretta streaming all'incontro del gruppo di Renew Europe, la politica tedesca ha parlato anche dei rapporti con la Russia. «È un nostro vicino e lo sarà ancora, dobbiamo essere pronti al dialogo ma tenere alti i nostri principi sullo stato di diritto. L'Ue dovrebbe negoziare da una posizione di forza», ha dichiarato. «Il Cremlino non perdona la debolezza». Anche su questo punto, ribadito dopo l'insediamento, la Germania si troverà in scontro totale con il nostro Paese. Gran Bretagna e Stati Uniti ci osservano e sembrano essere sostenitori del voto in autunno. Un governo a trazione leghista permetterebbe a Londra e Washington di avere un fronte francotedesco più debole, e la possibilità di modificare i rapporti con la Russia per indebolire la Cina.
Al contrario, una posizione frontale dell'Ue favorirebbe ancor di più l'asse Bruxelles-Pechino. Ma è sul tema della Difesa comune che la Germania si troverà a giocare duro contro l'Italia. «Sulla Difesa preferisco parlare di un esercito di europei piuttosto che di un esercito europeo», ha concluso la neo Commissaria, precisando che «le truppe dei singoli Paesi possono essere integrate le une con le altre».
Sarebbe il sigillo al riordino dell'industria militare e alla creazione di progetti tutti a trazione francotedesca dai quali l'Italia si troverebbe nella sostanza tagliata fuori. E l'elemento su cui Bruxelles potrebbe fare leva per avviare il consolidamento della Difesa comune potrebbero proprio essere gli sbarchi. Attenzione, una riforma del trattato di Dublino sarebbe la scusa per unificare per prima cosa i contingenti delle Marine, per poi portare avanti un pezzo alla volta l'intero progetto. Alla luce del quale Carola Rackete e il meeting di Helsinki sono da analizzare con estrema diffidenza.
Gere e Chef Rubio sulla Open arms: Lampedusa diventa un set buonista
L'unto e bisunto insieme all'ufficiale e gentiluomo. Alzi la mano chi avrebbe mai pensato a una coppia tanto audace ed eterogenea: Chef Rubio e Richard Gere. Eppure i due sex simbol, per la gioia di madri e figlie, si sono straordinariamente riuniti per la causa più nobile del frangente: la salvezza dei migranti. Ormai affiatatissimi, restano a bordo dell'Open Arms, bloccata da dieci giorni al largo di Lampedusa con 160 migranti a bordo. E ieri hanno persino partecipato all'inevitabile conferenza stampa dell'Ong, allestita nell'aeroporto dell'isola siciliana.
Tutti i flash, va da sé, erano per loro. In particolare per il divo hollywoodiano: «Ero in vacanza vicino a Roma con la mia famiglia, quando ho sentito quanto stava accadendo e del decreto sicurezza appena passato» informa Gere sgomento. «Non potevo credere che i miei amici italiani potessero tirare fuori quest'odio». Così, l'attore molla prole e consorte e si precipita a Lampedusa. Riuscite a immaginare un uomo più caritatevole? Ora lancia l'ultimo appello: «Questa situazione di stallo dev'essere interrotta. Adesso. A bordo la situazione è grave, ci sono persone che vivono ammassate tra di loro».
La pletora di giornalisti accorsi all'evento non si lascia sfuggire l'occasione: «E Matteo Salvini?» domandano all'inossidabile Richard. Lui, mentre scandisce la risposta, sembra rindossare quella candida uniforme che l'ha reso celebre nel mondo: «Non sono interessato a Salvini. I politici, invece di aiutare queste persone, le demonizzano. Deve finire. E può finire, se lo facciamo finire noi. Il mio unico interesse è aiutare questa gente. Basta».
Scoramento generale. I cronisti s'aspettavano qualcosina di più croccante da appuntare sui taccuini. Ma ecco che, finalmente, il settantenne divo americano dimentica gli insegnamenti buddisti. E si lascia andare a un intrigante parallelo tra il leader della Lega e il presidente statunitense, Donald Trump: «Non sono italiano e sono restio a parlare della politica italiana odierna. Ma anch'io vengo da un Paese dove la situazione politica è bizzarra. Viene demonizzato chi arriva da Messico, El Salvador, Panama e Honduras. Sembra che ci sia una generazione di politici che mette la propria energia nel dividere le persone. Una cosa idiota». Segue sardonica replica di Salvini: «Visto che il generoso milionario annuncia la sua preoccupazione per la sorte degli immigrati dell'Open Arms, lo ringraziamo: potrà portare a Hollywood, con il suo aereo privato, tutte le persone a bordo e mantenerle nelle sue ville. Grazie Richard!».
Si esime invece eccezionalmente da improperi contro il vicepremier l'altra star sbarcata a Lampedusa: Gabriele Rubini, in arte chef Rubio. Un cuore grande almeno quanto lo stomaco, uso a trangugiare cibi di strada e piatti da camionisti. Il conduttore di Unti e bisunti, dopo la conferenza stampa, decide comunque di vergare un post su Instagram: «Mi fa schifo tutta quest'attenzione, questo clamore, questa eccitazione. Solo perché ci sono due persone note salite a bordo per dare una mano, per attirare l'attenzione dei media, per creare la notizia». Spavalderia e onestà intellettuale non difettano. «Ho fatto da specchietto per le allodole insieme a Richard, rappresentando tutti voi. Pare che avemo fatto chissà che, ma oltre a servire, parlare con le persone e congratularci con l'equipaggio, abbiamo fatto veramente poco». Daje, chef. Le trattorie possono attendere.
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Riduci
La Rackete, il capitano della Sea Watch, alla tv Zdf: «La città di Rothenburg voleva inviare un pullman in Sicilia per recuperare i clandestini. Ma Berlino si è opposta per mettere in difficoltà Salvini». Come si vedrà nelle prossime battaglie con Ursula von der Leyen.Richard Gere: «Voglio aiutare questa gente». Stoccata di Matteo Salvini: «Li ospiti nelle sue ville». L'attore e Chef Rubio sono saliti sulla Open arms.Lo speciale contiene due articoli. Con un certo imbarazzo e conscia della bomba che da lì a poco avrebbe sganciato, Carola Rackete , il capitano della Sea Watch 3 intervistata dalla tv tedesca Zdf, fa una premessa. «So che quanto sto per dire potrebbe essere strumentalizzato da qualche partito», ma «il ministero dell'Interno tedesco ci ha chiesto di far registrare e di portare tutti i clandestini a Lampedusa». La bomba viene ignorata dalla conduttrice, che forse vuole evitare le conseguenze di tale affermazione, e continua con le domande di rito sulle colpe dell'Europa nella gestione delle risorse africane. È chiaro a noi, invece, che mentre si avvicinava il vertice di Helsinki (18 luglio), nel quale Malta e Italia si sono scontrati con Germania e Francia per chiedere che i rimpatri venissero condivisi e gestiti da tutti i Paesi membri, il governo tedesco preparava la miccia per mettere in difficoltà il ministro dell'Interno leghista, Matteo Salvini, unico dentro il governo di Roma a sostenere la linea congiunta con Malta e a volere stracciare una volta per tutte l'accordo informale preso dai governi di sinistra (soccorsi in cambio di flessibilità nei conti).Lo schema politico è sempre la Rackete a svelarlo. Durante l'intervista spiega che nei giorni precedenti allo sbarco illegale nell'isola siciliana aveva riflettuto sulle conseguenze. «Consultati i medici, abbiamo capito che le condizioni di salute non erano più sostenibili e quindi andava subito cercato un porto». Alla domanda «c'era solo Lampedusa?», il capitano della Ong si dedica prima a una lunga tirata contro il trattato di Dublino e la necessità di intervenire a favore di chiunque, e poi confessa che una alternativa era pronta. La municipalità di Rothenburg, un paesotto a metà strada tra Norimberga e Stoccarda, si era resa disponibile per inviare un pullman fino alla Sicilia o un'altra destinazione per recuperare i clandestini e registrarli direttamente in Baviera. «A negare la via terrestre», prosegue la Rackete, «è stato il ministro dell'Interno del nostro Paese». Il diniego viene comunicato poco prima dello sbarco e quindi dell'arresto del capitano avvenuto il 29 giugno. Il casus belli non può non essere stato creato che ad hoc. Due settimane prima dello scontro politico avvenuto ad Helsinki. D'altronde, a fine luglio, l'ex capo dei servizi segreti tedeschi, Hans-Georg Maassen, silurato un anno fa da Angela Merkel proprio per divergenze di vedute sui pericoli e la gestione degli estremisti in patria, ha diffuso su internet la notizia secondo la quale una troupe della televisione tedesca sarebbe stata presente sulla Sea Watch 3. «Si doveva forzare l'apertura dei porti italiani e causare un incidente che mettesse in difficoltà Salvini» è in sintesi quanto postato dall'ex generale dell'intelligence. I dubbi che la giovane idolo della sinistra italiana non abbia agito da sola erano già fortissimi sin dall'inizio, adesso sembrano essere una certezza. Che vale la pena utilizzare come cartina al tornasole per comprendere le prossime mosse di settembre quando si formerà la Commissione Ue a guida prettamente tedesca. Ursula von der Leyen nel suo discorso d'insediamento ha sviluppato tre mire politiche. La prima si basa sul salario minimo. Un obiettivo che mira ad alzare il potere di spesa dei lavoratori dipendenti, obiettivo sul quale tutti sono d'accordo. Salvo il fatto che questa politica sarà opposta a quanto la prossima legge Finanziaria targata Lega vorrebbe portare avanti. Taglio delle tasse alle aziende e alle imprese e non aumento diretto dei salari. Lo scontro sarà usato dai tedeschi per minare le scelte industriali dell'Italia e c'è da scommettere che la von der Leyen se ne farà portavoce. Intervenuta in diretta streaming all'incontro del gruppo di Renew Europe, la politica tedesca ha parlato anche dei rapporti con la Russia. «È un nostro vicino e lo sarà ancora, dobbiamo essere pronti al dialogo ma tenere alti i nostri principi sullo stato di diritto. L'Ue dovrebbe negoziare da una posizione di forza», ha dichiarato. «Il Cremlino non perdona la debolezza». Anche su questo punto, ribadito dopo l'insediamento, la Germania si troverà in scontro totale con il nostro Paese. Gran Bretagna e Stati Uniti ci osservano e sembrano essere sostenitori del voto in autunno. Un governo a trazione leghista permetterebbe a Londra e Washington di avere un fronte francotedesco più debole, e la possibilità di modificare i rapporti con la Russia per indebolire la Cina. Al contrario, una posizione frontale dell'Ue favorirebbe ancor di più l'asse Bruxelles-Pechino. Ma è sul tema della Difesa comune che la Germania si troverà a giocare duro contro l'Italia. «Sulla Difesa preferisco parlare di un esercito di europei piuttosto che di un esercito europeo», ha concluso la neo Commissaria, precisando che «le truppe dei singoli Paesi possono essere integrate le une con le altre». Sarebbe il sigillo al riordino dell'industria militare e alla creazione di progetti tutti a trazione francotedesca dai quali l'Italia si troverebbe nella sostanza tagliata fuori. E l'elemento su cui Bruxelles potrebbe fare leva per avviare il consolidamento della Difesa comune potrebbero proprio essere gli sbarchi. Attenzione, una riforma del trattato di Dublino sarebbe la scusa per unificare per prima cosa i contingenti delle Marine, per poi portare avanti un pezzo alla volta l'intero progetto. Alla luce del quale Carola Rackete e il meeting di Helsinki sono da analizzare con estrema diffidenza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-mio-governo-mi-ordino-portali-in-italia-2639760814.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gere-e-chef-rubio-sulla-open-arms-lampedusa-diventa-un-set-buonista" data-post-id="2639760814" data-published-at="1782487398" data-use-pagination="False"> Gere e Chef Rubio sulla Open arms: Lampedusa diventa un set buonista L'unto e bisunto insieme all'ufficiale e gentiluomo. Alzi la mano chi avrebbe mai pensato a una coppia tanto audace ed eterogenea: Chef Rubio e Richard Gere. Eppure i due sex simbol, per la gioia di madri e figlie, si sono straordinariamente riuniti per la causa più nobile del frangente: la salvezza dei migranti. Ormai affiatatissimi, restano a bordo dell'Open Arms, bloccata da dieci giorni al largo di Lampedusa con 160 migranti a bordo. E ieri hanno persino partecipato all'inevitabile conferenza stampa dell'Ong, allestita nell'aeroporto dell'isola siciliana. Tutti i flash, va da sé, erano per loro. In particolare per il divo hollywoodiano: «Ero in vacanza vicino a Roma con la mia famiglia, quando ho sentito quanto stava accadendo e del decreto sicurezza appena passato» informa Gere sgomento. «Non potevo credere che i miei amici italiani potessero tirare fuori quest'odio». Così, l'attore molla prole e consorte e si precipita a Lampedusa. Riuscite a immaginare un uomo più caritatevole? Ora lancia l'ultimo appello: «Questa situazione di stallo dev'essere interrotta. Adesso. A bordo la situazione è grave, ci sono persone che vivono ammassate tra di loro». La pletora di giornalisti accorsi all'evento non si lascia sfuggire l'occasione: «E Matteo Salvini?» domandano all'inossidabile Richard. Lui, mentre scandisce la risposta, sembra rindossare quella candida uniforme che l'ha reso celebre nel mondo: «Non sono interessato a Salvini. I politici, invece di aiutare queste persone, le demonizzano. Deve finire. E può finire, se lo facciamo finire noi. Il mio unico interesse è aiutare questa gente. Basta». Scoramento generale. I cronisti s'aspettavano qualcosina di più croccante da appuntare sui taccuini. Ma ecco che, finalmente, il settantenne divo americano dimentica gli insegnamenti buddisti. E si lascia andare a un intrigante parallelo tra il leader della Lega e il presidente statunitense, Donald Trump: «Non sono italiano e sono restio a parlare della politica italiana odierna. Ma anch'io vengo da un Paese dove la situazione politica è bizzarra. Viene demonizzato chi arriva da Messico, El Salvador, Panama e Honduras. Sembra che ci sia una generazione di politici che mette la propria energia nel dividere le persone. Una cosa idiota». Segue sardonica replica di Salvini: «Visto che il generoso milionario annuncia la sua preoccupazione per la sorte degli immigrati dell'Open Arms, lo ringraziamo: potrà portare a Hollywood, con il suo aereo privato, tutte le persone a bordo e mantenerle nelle sue ville. Grazie Richard!». Si esime invece eccezionalmente da improperi contro il vicepremier l'altra star sbarcata a Lampedusa: Gabriele Rubini, in arte chef Rubio. Un cuore grande almeno quanto lo stomaco, uso a trangugiare cibi di strada e piatti da camionisti. Il conduttore di Unti e bisunti, dopo la conferenza stampa, decide comunque di vergare un post su Instagram: «Mi fa schifo tutta quest'attenzione, questo clamore, questa eccitazione. Solo perché ci sono due persone note salite a bordo per dare una mano, per attirare l'attenzione dei media, per creare la notizia». Spavalderia e onestà intellettuale non difettano. «Ho fatto da specchietto per le allodole insieme a Richard, rappresentando tutti voi. Pare che avemo fatto chissà che, ma oltre a servire, parlare con le persone e congratularci con l'equipaggio, abbiamo fatto veramente poco». Daje, chef. Le trattorie possono attendere.
Dalle Pmi ai grandi marchi storici e ai Cavalieri del Lavoro, il made in Italy coniuga tradizione, innovazione e responsabilità sociale per uno sviluppo duraturo.
L'Italia affronta le grandi sfide della doppia transizione, della sostenibilità e della competitività globale facendo leva sulla qualità delle produzioni, sulla propria eccellenza manifatturiera e sul made in Italy. Le pagine dell'ultima edizione di Osservatorio sul Merito restituiscono l'immagine di un Paese che, pur tra le complessità, guarda al futuro con fiducia e determinazione, attraverso le testimonianze di rappresentanti delle istituzioni, imprenditori e imprenditrici che ogni giorno contribuiscono alla crescita del sistema Italia.
Capisaldi del made in Italy Tra i protagonisti di questo numero figurano alcuni dei nuovi Cavalieri del Lavoro nominati dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: imprenditori e imprenditrici che rappresentano al meglio i valori del merito, della responsabilità sociale e della visione strategica. Le loro storie raccontano come il successo non sia mai il frutto di un percorso individuale, ma il risultato di un ecosistema che valorizza il lavoro, le competenze, la capacità di innovare e di interpretare in anticipo i cambiamenti. Accanto a loro emergono i grandi marchi storici e le imprese familiari che hanno contribuito a costruire l'identità produttiva del Paese. Aziende che, nel corso di decenni e spesso di generazioni, hanno attraversato crisi economiche, rivoluzioni tecnologiche e mutamenti dei mercati senza smarrire i propri valori fondanti. Al contrario, hanno saputo trasformare le proprie radici in un vantaggio competitivo, alternando continuità e capacità di rinnovamento. Le sfide che attendono il sistema produttivo italiano sono numerose: dall'intelligenza artificiale all'Industria 5.0, dai criteri ESG alla ridefinizione degli equilibri economici globali. In questo scenario, la priorità è preservare e rafforzare un patrimonio fatto di competenze, cultura d'impresa, identità e capacità di adattamento, che continua a generare valore non solo per l'economia nazionale, ma anche per i territori e le comunità in cui queste realtà affondano le proprie radici. È qui che si riconosce uno dei tratti distintivi del capitalismo italiano: un modello d'impresa che mantiene saldo il legame con il territorio e le persone, investe nel capitale umano e scommette sul domani attraverso innovazione, sostenibilità e formazione.
Le traiettorie dello sviluppo A delineare le priorità della politica è il sottosegretario al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Fausta Bergamotto, che illustra le strategie del Governo per rafforzare il tessuto delle piccole e medie imprese, accelerare la trasformazione digitale, affrontare la sfida energetica e sostenere la competitività del made in Italy sui mercati internazionali. Ad arricchire il dibattito contribuiscono le riflessioni del presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, del vicepresidente di Confindustria Marco Nocivelli, del presidente della Fondazione Nord Est Alberto Baban e del presidente di Confindustria Veneto Raffaele Boscaini, che indicano la necessità di costruire una crescita più solida, strutturale e duratura. Tra i temi centrali emerge quello della semplificazione amministrativa. «La burocrazia è oggi uno dei principali fattori di svantaggio competitivo per le nostre imprese», osserva Boscaini, richiamando l'urgenza di rendere il sistema più efficiente e favorevole agli investimenti. Un obiettivo che si intreccia con il percorso di riforma fiscale illustrato dal viceministro dell'Economia e delle Finanze Maurizio Leo. «La nostra strategia poggia su quattro pilastri: certezza del diritto, semplificazione degli adempimenti, lotta all'evasione e riduzione della pressione fiscale», spiega, delineando una visione orientata a sostenere crescita, legalità e competitività.
Il futuro del Paese Ma il futuro dell'Italia non si costruisce soltanto nelle fabbriche e nei distretti produttivi. Cultura e turismo rappresentano infatti due leve strategiche per lo sviluppo economico e sociale del Paese. La cultura, sottolinea il sottosegretario alla Cultura Lucia Borgonzoni, non è soltanto tutela del patrimonio, ma uno strumento di benessere, inclusione e crescita. Dalle "prescrizioni culturali", che integrano arte e salute nei percorsi di prevenzione e cura, fino alla regolamentazione dell'intelligenza artificiale nell'industria audiovisiva e alla necessità di avvicinare i giovani al patrimonio culturale, il messaggio è chiaro: investire nella cultura significa investire nella coesione sociale e nel dialogo con il mondo contemporaneo. Lo stesso vale per il turismo, sempre più protagonista della crescita nazionale e della promozione dell'immagine del Paese nel mondo. Come evidenzia Elena Nembrini, direttore generale ENIT, la valorizzazione dei territori, dei grandi eventi e delle eccellenze artistiche, paesaggistiche e culturali contribuisce a rafforzare l'attrattività dell'Italia e a generare opportunità diffuse per imprese, comunità locali e nuove generazioni. È in questo intreccio virtuoso tra impresa, cultura, innovazione e territorio che prende forma un'Italia capace di trasformare il merito, il talento e la visione in strumenti concreti di crescita e sviluppo.
Per scaricare il numero di «Osservatorio sul Merito» basta cliccare sul link qui sotto.
Osservatorio sul Merito giugno 2026.pdf
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Riduci
In occasione dell'Ashura, la ricorrenza più importante per i musulmani sciiti, un corteo ha attraversato il centro di Milano, con ripercussioni sul traffico in via Vittor Pisani. Nel video si vede il corteo diviso in due da un furgone, con il gruppo delle donne che procede isolato in coda.
Alessia Pifferi (Ansa)
La Procura generale della Cassazione ha chiesto ai giudici della prima sezione penale della Suprema Corte di annullare con rinvio la sentenza di secondo grado con cui la donna era stata condannata a 24 anni di reclusione. In primo grado, alla Pifferi era stato (giustamente) dato l’ergastolo. Poi, però, alla madre assassina sono state concesse le attenuanti.
A riguardo, la sostituta procuratrice generale della Cassazione, Valentina Manuali, è stata durissima. «Gli elementi sulla base dei quali la sentenza fonda il riconoscimento delle attenuanti generiche sono carenti. La bimba è morta perché privata per giorni di acqua e cibo», ha detto, rimarcando poi che «le condizioni psichiche dell’imputata non hanno minimamente inciso sulla sua capacità di intendere e volere». La corte di Cassazione, tuttavia, nel giro di poche ore ha confermato la condanna a 24 anni. E la decisione, va detto, lascia molto perplessi. Per quale motivo si dovrebbero concedere attenuanti a una donna che ha lasciato morire di stenti una bambina piccola, abbandonandola in casa e lasciandola crepare di fame tra sofferenze inaudite? Come si può mostrare clemenza verso una persona del genere? Il fatto che fosse disturbata non significa che non fosse capace di intendere e volere. E se era capace di farlo, per quale motivo si dovrebbe alleviarle la pena per un delitto tanto atroce? Mistero giudiziario. Eppure il dubbio è talmente legittimo che anche la Procura lo ha espresso con forza, ripetutamente. Ma niente da fare.
Quello della Pifferi non è l’unico notevole caso di cronaca nera di cui si è ritornati a parlare in questi giorni. C’è anche la mostruosa vicenda di Alessandro Impagnatiello, che ammazzò con decine di coltellate la compagna Giulia Tramontano incinta di 7 mesi, nel maggio del 2023. Sono uscite le motivazioni della sentenza con cui il 9 aprile la Cassazione ha accolto il ricorso della Procura generale di Milano e ha disposto un processo di appello bis, il cui scopo sarebbe quello di rivalutare l’elemento della premeditazione che era stato escluso in appello.
«L’idea di sopprimere Giulia Tramontano potrebbe essere già emersa molti mesi prima dell’episodio aggressivo del 27 maggio 2023», sostengono i giudici della Cassazione, che hanno riesaminato la sentenza dei loro colleghi notando «carenza motivazionale nella parte in cui è stata trascurata la valutazione dell’incremento della somministrazione di veleno per topi proprio nell’ultimo mese e mezzo della gravidanza». Allo stesso modo, sarebbero state trascurate le ricerche risalenti al 7 gennaio 2023 con cui Impagnatiello aveva «assunto informazioni sul quesito “quanto veleno per topi è necessario per uccidere una persona? Veleni inodori e insapori”». Certo, per l’ex barista fattosi killer la condanna rimane la stessa: ergastolo. Tuttavia, l’elemento della premeditazione è determinante. Ed è allucinante che sia stato escluso nel secondo grado di giudizio. Impagnatiello, prima di massacrare a colpi di lama la madre di suo figlio, ha cercato di ucciderla con il topicida per liberarsi di un fardello che non voleva. Ha evidentemente premeditato l’omicidio. Il fatto che poi, scoperto e messo alle strette, abbia deciso rapidamente di ricorrere a metodi più brutali e veloci non cambia lo stato dei fatti.
Viene davvero da chiedersi come operi in certi casi la giustizia italiana, da quale bussola sia guidata. Abbiamo sotto gli occhi due dei più spaventosi casi di cronaca degli ultimi decenni, ed entrambi coinvolgono dei bambini: una piccolissima e uno in procinto di venire al mondo. Si è molto insistito sul carattere di femminicida di Impagnatiello, perché con tutta evidenza il tema stuzzicava editorialisti e politici. Ma sul fatto che abbia eliminato un nascituro si tende a sorvolare. Anzi, forse proprio quel nascituro è stato all’origine dei peggiori progetti criminali. Con tutta evidenza, Impagnatiello è un narcisista patologico e manipolatore, non voleva farsi carico di una famiglia, preferiva vivere la sua vita spensierata fatta di conquiste nei locali e divertimento. In modo analogo, Alessia Pifferi non voleva fare la madre: cercava un uomo che la sollevasse dalle difficoltà dell’esistenza, di quel povero fagottino abbandonato in casa non sapeva che farsene. Dunque ha lasciato sola la figlia con un biberon e si è volatilizzata, donandole una morte terribile e spietata.
Non si tratta di infierire su persone malate o di fare i moralisti fuori tempo massimo. Qui si tratta di capire quali siano i limiti che separano il garantismo dall’ingenuità, la ragionevole sospensione dell’emotività dall’ingiustizia. Leggeremo tutte le motivazioni di questo mondo, per carità. Ma come ci possano essere delicatezza e indulgenza per questi due assassini resta francamente incomprensibile.
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