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2019-08-11
Carola confessa in tv: «Il governo tedesco
mi ha fatto portare i migranti in Sicilia»
Ansa
Con un certo imbarazzo e conscia della bomba che da lì a poco avrebbe sganciato, Carola Rackete , il capitano della Sea Watch 3 intervistata dalla tv tedesca Zdf, fa una premessa. «So che quanto sto per dire potrebbe essere strumentalizzato da qualche partito», ma «il ministero dell'Interno tedesco ci ha chiesto di far registrare e di portare tutti i clandestini a Lampedusa». La bomba viene ignorata dalla conduttrice, che forse vuole evitare le conseguenze di tale affermazione, e continua con le domande di rito sulle colpe dell'Europa nella gestione delle risorse africane.
È chiaro a noi, invece, che mentre si avvicinava il vertice di Helsinki (18 luglio), nel quale Malta e Italia si sono scontrati con Germania e Francia per chiedere che i rimpatri venissero condivisi e gestiti da tutti i Paesi membri, il governo tedesco preparava la miccia per mettere in difficoltà il ministro dell'Interno leghista, Matteo Salvini, unico dentro il governo di Roma a sostenere la linea congiunta con Malta e a volere stracciare una volta per tutte l'accordo informale preso dai governi di sinistra (soccorsi in cambio di flessibilità nei conti).
Lo schema politico è sempre la Rackete a svelarlo. Durante l'intervista spiega che nei giorni precedenti allo sbarco illegale nell'isola siciliana aveva riflettuto sulle conseguenze. «Consultati i medici, abbiamo capito che le condizioni di salute non erano più sostenibili e quindi andava subito cercato un porto». Alla domanda «c'era solo Lampedusa?», il capitano della Ong si dedica prima a una lunga tirata contro il trattato di Dublino e la necessità di intervenire a favore di chiunque, e poi confessa che una alternativa era pronta. La municipalità di Rothenburg, un paesotto a metà strada tra Norimberga e Stoccarda, si era resa disponibile per inviare un pullman fino alla Sicilia o un'altra destinazione per recuperare i clandestini e registrarli direttamente in Baviera. «A negare la via terrestre», prosegue la Rackete, «è stato il ministro dell'Interno del nostro Paese». Il diniego viene comunicato poco prima dello sbarco e quindi dell'arresto del capitano avvenuto il 29 giugno. Il casus belli non può non essere stato creato che ad hoc. Due settimane prima dello scontro politico avvenuto ad Helsinki. D'altronde, a fine luglio, l'ex capo dei servizi segreti tedeschi, Hans-Georg Maassen, silurato un anno fa da Angela Merkel proprio per divergenze di vedute sui pericoli e la gestione degli estremisti in patria, ha diffuso su internet la notizia secondo la quale una troupe della televisione tedesca sarebbe stata presente sulla Sea Watch 3. «Si doveva forzare l'apertura dei porti italiani e causare un incidente che mettesse in difficoltà Salvini» è in sintesi quanto postato dall'ex generale dell'intelligence. I dubbi che la giovane idolo della sinistra italiana non abbia agito da sola erano già fortissimi sin dall'inizio, adesso sembrano essere una certezza. Che vale la pena utilizzare come cartina al tornasole per comprendere le prossime mosse di settembre quando si formerà la Commissione Ue a guida prettamente tedesca. Ursula von der Leyen nel suo discorso d'insediamento ha sviluppato tre mire politiche.
La prima si basa sul salario minimo. Un obiettivo che mira ad alzare il potere di spesa dei lavoratori dipendenti, obiettivo sul quale tutti sono d'accordo. Salvo il fatto che questa politica sarà opposta a quanto la prossima legge Finanziaria targata Lega vorrebbe portare avanti. Taglio delle tasse alle aziende e alle imprese e non aumento diretto dei salari. Lo scontro sarà usato dai tedeschi per minare le scelte industriali dell'Italia e c'è da scommettere che la von der Leyen se ne farà portavoce.
Intervenuta in diretta streaming all'incontro del gruppo di Renew Europe, la politica tedesca ha parlato anche dei rapporti con la Russia. «È un nostro vicino e lo sarà ancora, dobbiamo essere pronti al dialogo ma tenere alti i nostri principi sullo stato di diritto. L'Ue dovrebbe negoziare da una posizione di forza», ha dichiarato. «Il Cremlino non perdona la debolezza». Anche su questo punto, ribadito dopo l'insediamento, la Germania si troverà in scontro totale con il nostro Paese. Gran Bretagna e Stati Uniti ci osservano e sembrano essere sostenitori del voto in autunno. Un governo a trazione leghista permetterebbe a Londra e Washington di avere un fronte francotedesco più debole, e la possibilità di modificare i rapporti con la Russia per indebolire la Cina.
Al contrario, una posizione frontale dell'Ue favorirebbe ancor di più l'asse Bruxelles-Pechino. Ma è sul tema della Difesa comune che la Germania si troverà a giocare duro contro l'Italia. «Sulla Difesa preferisco parlare di un esercito di europei piuttosto che di un esercito europeo», ha concluso la neo Commissaria, precisando che «le truppe dei singoli Paesi possono essere integrate le une con le altre».
Sarebbe il sigillo al riordino dell'industria militare e alla creazione di progetti tutti a trazione francotedesca dai quali l'Italia si troverebbe nella sostanza tagliata fuori. E l'elemento su cui Bruxelles potrebbe fare leva per avviare il consolidamento della Difesa comune potrebbero proprio essere gli sbarchi. Attenzione, una riforma del trattato di Dublino sarebbe la scusa per unificare per prima cosa i contingenti delle Marine, per poi portare avanti un pezzo alla volta l'intero progetto. Alla luce del quale Carola Rackete e il meeting di Helsinki sono da analizzare con estrema diffidenza.
Gere e Chef Rubio sulla Open arms: Lampedusa diventa un set buonista
L'unto e bisunto insieme all'ufficiale e gentiluomo. Alzi la mano chi avrebbe mai pensato a una coppia tanto audace ed eterogenea: Chef Rubio e Richard Gere. Eppure i due sex simbol, per la gioia di madri e figlie, si sono straordinariamente riuniti per la causa più nobile del frangente: la salvezza dei migranti. Ormai affiatatissimi, restano a bordo dell'Open Arms, bloccata da dieci giorni al largo di Lampedusa con 160 migranti a bordo. E ieri hanno persino partecipato all'inevitabile conferenza stampa dell'Ong, allestita nell'aeroporto dell'isola siciliana.
Tutti i flash, va da sé, erano per loro. In particolare per il divo hollywoodiano: «Ero in vacanza vicino a Roma con la mia famiglia, quando ho sentito quanto stava accadendo e del decreto sicurezza appena passato» informa Gere sgomento. «Non potevo credere che i miei amici italiani potessero tirare fuori quest'odio». Così, l'attore molla prole e consorte e si precipita a Lampedusa. Riuscite a immaginare un uomo più caritatevole? Ora lancia l'ultimo appello: «Questa situazione di stallo dev'essere interrotta. Adesso. A bordo la situazione è grave, ci sono persone che vivono ammassate tra di loro».
La pletora di giornalisti accorsi all'evento non si lascia sfuggire l'occasione: «E Matteo Salvini?» domandano all'inossidabile Richard. Lui, mentre scandisce la risposta, sembra rindossare quella candida uniforme che l'ha reso celebre nel mondo: «Non sono interessato a Salvini. I politici, invece di aiutare queste persone, le demonizzano. Deve finire. E può finire, se lo facciamo finire noi. Il mio unico interesse è aiutare questa gente. Basta».
Scoramento generale. I cronisti s'aspettavano qualcosina di più croccante da appuntare sui taccuini. Ma ecco che, finalmente, il settantenne divo americano dimentica gli insegnamenti buddisti. E si lascia andare a un intrigante parallelo tra il leader della Lega e il presidente statunitense, Donald Trump: «Non sono italiano e sono restio a parlare della politica italiana odierna. Ma anch'io vengo da un Paese dove la situazione politica è bizzarra. Viene demonizzato chi arriva da Messico, El Salvador, Panama e Honduras. Sembra che ci sia una generazione di politici che mette la propria energia nel dividere le persone. Una cosa idiota». Segue sardonica replica di Salvini: «Visto che il generoso milionario annuncia la sua preoccupazione per la sorte degli immigrati dell'Open Arms, lo ringraziamo: potrà portare a Hollywood, con il suo aereo privato, tutte le persone a bordo e mantenerle nelle sue ville. Grazie Richard!».
Si esime invece eccezionalmente da improperi contro il vicepremier l'altra star sbarcata a Lampedusa: Gabriele Rubini, in arte chef Rubio. Un cuore grande almeno quanto lo stomaco, uso a trangugiare cibi di strada e piatti da camionisti. Il conduttore di Unti e bisunti, dopo la conferenza stampa, decide comunque di vergare un post su Instagram: «Mi fa schifo tutta quest'attenzione, questo clamore, questa eccitazione. Solo perché ci sono due persone note salite a bordo per dare una mano, per attirare l'attenzione dei media, per creare la notizia». Spavalderia e onestà intellettuale non difettano. «Ho fatto da specchietto per le allodole insieme a Richard, rappresentando tutti voi. Pare che avemo fatto chissà che, ma oltre a servire, parlare con le persone e congratularci con l'equipaggio, abbiamo fatto veramente poco». Daje, chef. Le trattorie possono attendere.
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Riduci
La Rackete, il capitano della Sea Watch, alla tv Zdf: «La città di Rothenburg voleva inviare un pullman in Sicilia per recuperare i clandestini. Ma Berlino si è opposta per mettere in difficoltà Salvini». Come si vedrà nelle prossime battaglie con Ursula von der Leyen.Richard Gere: «Voglio aiutare questa gente». Stoccata di Matteo Salvini: «Li ospiti nelle sue ville». L'attore e Chef Rubio sono saliti sulla Open arms.Lo speciale contiene due articoli. Con un certo imbarazzo e conscia della bomba che da lì a poco avrebbe sganciato, Carola Rackete , il capitano della Sea Watch 3 intervistata dalla tv tedesca Zdf, fa una premessa. «So che quanto sto per dire potrebbe essere strumentalizzato da qualche partito», ma «il ministero dell'Interno tedesco ci ha chiesto di far registrare e di portare tutti i clandestini a Lampedusa». La bomba viene ignorata dalla conduttrice, che forse vuole evitare le conseguenze di tale affermazione, e continua con le domande di rito sulle colpe dell'Europa nella gestione delle risorse africane. È chiaro a noi, invece, che mentre si avvicinava il vertice di Helsinki (18 luglio), nel quale Malta e Italia si sono scontrati con Germania e Francia per chiedere che i rimpatri venissero condivisi e gestiti da tutti i Paesi membri, il governo tedesco preparava la miccia per mettere in difficoltà il ministro dell'Interno leghista, Matteo Salvini, unico dentro il governo di Roma a sostenere la linea congiunta con Malta e a volere stracciare una volta per tutte l'accordo informale preso dai governi di sinistra (soccorsi in cambio di flessibilità nei conti).Lo schema politico è sempre la Rackete a svelarlo. Durante l'intervista spiega che nei giorni precedenti allo sbarco illegale nell'isola siciliana aveva riflettuto sulle conseguenze. «Consultati i medici, abbiamo capito che le condizioni di salute non erano più sostenibili e quindi andava subito cercato un porto». Alla domanda «c'era solo Lampedusa?», il capitano della Ong si dedica prima a una lunga tirata contro il trattato di Dublino e la necessità di intervenire a favore di chiunque, e poi confessa che una alternativa era pronta. La municipalità di Rothenburg, un paesotto a metà strada tra Norimberga e Stoccarda, si era resa disponibile per inviare un pullman fino alla Sicilia o un'altra destinazione per recuperare i clandestini e registrarli direttamente in Baviera. «A negare la via terrestre», prosegue la Rackete, «è stato il ministro dell'Interno del nostro Paese». Il diniego viene comunicato poco prima dello sbarco e quindi dell'arresto del capitano avvenuto il 29 giugno. Il casus belli non può non essere stato creato che ad hoc. Due settimane prima dello scontro politico avvenuto ad Helsinki. D'altronde, a fine luglio, l'ex capo dei servizi segreti tedeschi, Hans-Georg Maassen, silurato un anno fa da Angela Merkel proprio per divergenze di vedute sui pericoli e la gestione degli estremisti in patria, ha diffuso su internet la notizia secondo la quale una troupe della televisione tedesca sarebbe stata presente sulla Sea Watch 3. «Si doveva forzare l'apertura dei porti italiani e causare un incidente che mettesse in difficoltà Salvini» è in sintesi quanto postato dall'ex generale dell'intelligence. I dubbi che la giovane idolo della sinistra italiana non abbia agito da sola erano già fortissimi sin dall'inizio, adesso sembrano essere una certezza. Che vale la pena utilizzare come cartina al tornasole per comprendere le prossime mosse di settembre quando si formerà la Commissione Ue a guida prettamente tedesca. Ursula von der Leyen nel suo discorso d'insediamento ha sviluppato tre mire politiche. La prima si basa sul salario minimo. Un obiettivo che mira ad alzare il potere di spesa dei lavoratori dipendenti, obiettivo sul quale tutti sono d'accordo. Salvo il fatto che questa politica sarà opposta a quanto la prossima legge Finanziaria targata Lega vorrebbe portare avanti. Taglio delle tasse alle aziende e alle imprese e non aumento diretto dei salari. Lo scontro sarà usato dai tedeschi per minare le scelte industriali dell'Italia e c'è da scommettere che la von der Leyen se ne farà portavoce. Intervenuta in diretta streaming all'incontro del gruppo di Renew Europe, la politica tedesca ha parlato anche dei rapporti con la Russia. «È un nostro vicino e lo sarà ancora, dobbiamo essere pronti al dialogo ma tenere alti i nostri principi sullo stato di diritto. L'Ue dovrebbe negoziare da una posizione di forza», ha dichiarato. «Il Cremlino non perdona la debolezza». Anche su questo punto, ribadito dopo l'insediamento, la Germania si troverà in scontro totale con il nostro Paese. Gran Bretagna e Stati Uniti ci osservano e sembrano essere sostenitori del voto in autunno. Un governo a trazione leghista permetterebbe a Londra e Washington di avere un fronte francotedesco più debole, e la possibilità di modificare i rapporti con la Russia per indebolire la Cina. Al contrario, una posizione frontale dell'Ue favorirebbe ancor di più l'asse Bruxelles-Pechino. Ma è sul tema della Difesa comune che la Germania si troverà a giocare duro contro l'Italia. «Sulla Difesa preferisco parlare di un esercito di europei piuttosto che di un esercito europeo», ha concluso la neo Commissaria, precisando che «le truppe dei singoli Paesi possono essere integrate le une con le altre». Sarebbe il sigillo al riordino dell'industria militare e alla creazione di progetti tutti a trazione francotedesca dai quali l'Italia si troverebbe nella sostanza tagliata fuori. E l'elemento su cui Bruxelles potrebbe fare leva per avviare il consolidamento della Difesa comune potrebbero proprio essere gli sbarchi. Attenzione, una riforma del trattato di Dublino sarebbe la scusa per unificare per prima cosa i contingenti delle Marine, per poi portare avanti un pezzo alla volta l'intero progetto. Alla luce del quale Carola Rackete e il meeting di Helsinki sono da analizzare con estrema diffidenza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-mio-governo-mi-ordino-portali-in-italia-2639760814.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gere-e-chef-rubio-sulla-open-arms-lampedusa-diventa-un-set-buonista" data-post-id="2639760814" data-published-at="1769069538" data-use-pagination="False"> Gere e Chef Rubio sulla Open arms: Lampedusa diventa un set buonista L'unto e bisunto insieme all'ufficiale e gentiluomo. Alzi la mano chi avrebbe mai pensato a una coppia tanto audace ed eterogenea: Chef Rubio e Richard Gere. Eppure i due sex simbol, per la gioia di madri e figlie, si sono straordinariamente riuniti per la causa più nobile del frangente: la salvezza dei migranti. Ormai affiatatissimi, restano a bordo dell'Open Arms, bloccata da dieci giorni al largo di Lampedusa con 160 migranti a bordo. E ieri hanno persino partecipato all'inevitabile conferenza stampa dell'Ong, allestita nell'aeroporto dell'isola siciliana. Tutti i flash, va da sé, erano per loro. In particolare per il divo hollywoodiano: «Ero in vacanza vicino a Roma con la mia famiglia, quando ho sentito quanto stava accadendo e del decreto sicurezza appena passato» informa Gere sgomento. «Non potevo credere che i miei amici italiani potessero tirare fuori quest'odio». Così, l'attore molla prole e consorte e si precipita a Lampedusa. Riuscite a immaginare un uomo più caritatevole? Ora lancia l'ultimo appello: «Questa situazione di stallo dev'essere interrotta. Adesso. A bordo la situazione è grave, ci sono persone che vivono ammassate tra di loro». La pletora di giornalisti accorsi all'evento non si lascia sfuggire l'occasione: «E Matteo Salvini?» domandano all'inossidabile Richard. Lui, mentre scandisce la risposta, sembra rindossare quella candida uniforme che l'ha reso celebre nel mondo: «Non sono interessato a Salvini. I politici, invece di aiutare queste persone, le demonizzano. Deve finire. E può finire, se lo facciamo finire noi. Il mio unico interesse è aiutare questa gente. Basta». Scoramento generale. I cronisti s'aspettavano qualcosina di più croccante da appuntare sui taccuini. Ma ecco che, finalmente, il settantenne divo americano dimentica gli insegnamenti buddisti. E si lascia andare a un intrigante parallelo tra il leader della Lega e il presidente statunitense, Donald Trump: «Non sono italiano e sono restio a parlare della politica italiana odierna. Ma anch'io vengo da un Paese dove la situazione politica è bizzarra. Viene demonizzato chi arriva da Messico, El Salvador, Panama e Honduras. Sembra che ci sia una generazione di politici che mette la propria energia nel dividere le persone. Una cosa idiota». Segue sardonica replica di Salvini: «Visto che il generoso milionario annuncia la sua preoccupazione per la sorte degli immigrati dell'Open Arms, lo ringraziamo: potrà portare a Hollywood, con il suo aereo privato, tutte le persone a bordo e mantenerle nelle sue ville. Grazie Richard!». Si esime invece eccezionalmente da improperi contro il vicepremier l'altra star sbarcata a Lampedusa: Gabriele Rubini, in arte chef Rubio. Un cuore grande almeno quanto lo stomaco, uso a trangugiare cibi di strada e piatti da camionisti. Il conduttore di Unti e bisunti, dopo la conferenza stampa, decide comunque di vergare un post su Instagram: «Mi fa schifo tutta quest'attenzione, questo clamore, questa eccitazione. Solo perché ci sono due persone note salite a bordo per dare una mano, per attirare l'attenzione dei media, per creare la notizia». Spavalderia e onestà intellettuale non difettano. «Ho fatto da specchietto per le allodole insieme a Richard, rappresentando tutti voi. Pare che avemo fatto chissà che, ma oltre a servire, parlare con le persone e congratularci con l'equipaggio, abbiamo fatto veramente poco». Daje, chef. Le trattorie possono attendere.
Mauro Glorioso, vittima dell'episodio di violenza dei Murazzi, nel giorno della sua laurea (Ansa)
È stata scarcerata in largo anticipo Denise, la ragazza condannata per aver partecipato «in concorso morale» con il branco al tentato omicidio dello studente Mauro Glorioso, colpito tre anni fa da una bicicletta elettrica lanciata dai Murazzi a Torino. E a Milano il Tar ha sospeso i Daspo urbani a quattro degli autori degli atti di teppismo in stazione Centrale durante la violenta manifestazione pro Pal di settembre. Due pugni nello stomaco al principio di legalità e alla certezza della pena, ormai derubricata da architrave del diritto penale a materiale da convegno di giurisprudenza. In 24 ore ogni proposito per ristabilire un confine fra chi delinque e le sue vittime si è disintegrato con la fattiva collaborazione dei tribunali: chi ha concorso (anche se non materialmente) a costringere per tutta la vita su una sedia a rotelle un ragazzo può già pensare a frequentare corsi di boxe e di tatuaggio. E chi ha sfasciato vetrine, aggredito poliziotti e messo a ferro e fuoco un quartiere di Milano può ordinare una pizza e un gelato ridendo in faccia alle persone terrorizzate quattro mesi fa. Perché? «Perché non c’è pericolo per la sicurezza pubblica», sentenziano le toghe amministrative. Un autentico trionfo.
Questa è la risposta della giustizia mentre la violenza giovanile si fa sempre più invasiva, il ministero dell’Interno aumenta la vigilanza nelle città, le Procure chiedono rinforzi per accelerare i processi, i sociologi si esibiscono in check up di ogni specie e sottospecie, qualche studente si presenta in classe con coltelli da combattimento e il governo prepara pacchetti sicurezza un mese sì e l’altro pure. In questo scenario, che presupporrebbe prudenza e massima allerta per cogliere il cuore del problema per limitare i danni, ecco la parola d’ordine nella tranquilla socialdemocrazia svedese dei tribunali italiani: prego, accomodatevi.
La vicenda di Torino è paradigmatica. La sera del 20 gennaio 2023 - esattamente tre anni fa, neanche fosse una ricorrenza - Denise (allora minorenne) rimase allegramente a guardare mentre tre suoi amici organizzavano e mettevano in atto il lancio di una bici elettrica dalla balaustra in riva al Po in testa a Mauro Glorioso, rendendolo paraplegico. Dopo la bravata, la banda andò a divertirsi. Nessuno denunciò, nessuno si costituì, le chat Whatsapp furono cancellate (poi recuperate dagli investigatori con un software apposito). Secondo il pm Livia Locci, che nel processo rappresentò l’accusa, «il piano era stato stabilito a priori e nulla fu lasciato all’istinto».
Denise fu condannata a 6 anni e 8 mesi mentre uno dei lanciatori materiali e una complice, tutti maggiorenni, devono scontare 16 e 14 anni. I giudici che hanno scarcerato Denise con oltre 3 anni di anticipo sostengono che «ora è più consapevole delle sue responsabilità» e l’hanno affidata in prova ai servizi sociali. Per la famiglia Glorioso è stato un anniversario devastante. Attraverso l’avvocato Simona Grabbi hanno fatto sapere che «dopo il sacrificio di nostro figlio, la cui vita è stata distrutta da un gesto di scellerata e gratuita violenza, siamo costernati per non essere stati neppure chiamati a esprimere un parere sulla concessione di una misura alternativa e sugli eventuali contatti o gesti di pentimento compiuti a favore di Mauro, peraltro semplicemente inesistenti».
La certezza della pena non è una pretesa rigorista, ma il punto di partenza di un percorso virtuoso e, al tempo stesso, un deterrente per chi si appresta a delinquere. Se non esiste, semplicemente si lascia spazio alla barbarie.
Un approccio simile riguarda le violenze pro Pal milanesi, il teppismo becero di chi ora sa che potrà farla franca. Ai quattro giovani arrestati in stazione Centrale (due studentesse universitarie di 21 anni e due liceali minorenni) era stato vietato per due anni di circolare in alcune aree della città, di accedere ai treni e alla metropolitana. Colpo di spugna, non è successo niente. Il Tar ha semplicemente deciso di sospendere i Daspo emessi dalla questura in attesa del processo vero e proprio.
La giustizia esce ancora una volta sconfitta per aver abdicato al proprio ruolo, per aver impedito agli autori delle violenze di coglierne la gravità. Questa non è rieducazione ma arrendevolezza. Una lezione a tutti arriva proprio da Mauro Glorioso, paralizzato dalla banda torinese dal collo in giù. Ha saputo ricominciare, si è laureato in Medicina: «Bello raggiungere un obiettivo nonostante tutto, io guardo avanti». Oltre il male c’è la vita, accompagnata dalla forza di volontà, dalla capacità morale di ricostruire con rettitudine e dignità un’esistenza distrutta. Saper distinguere tutto questo - non sulla luna, ma nei tribunali - è la base di una società che vorrebbe continuare a chiamarsi civile.
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Riduci
Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 22 gennaio con Flaminia Camilletti
Dopo la chiusura con il proscioglimento della vicenda giudiziaria che ha riguardato la nota influencer, di buono resta solo lo storico dolce.
Piercamillo Davigo (Ansa)
La vicenda prende forma nel rapporto tra Paolo Storari, sostituto procuratore a Milano, e Piercamillo Davigo, allora consigliere del Csm. È con Storari che si consuma il primo snodo decisivo. Le motivazioni affermano che Davigo non si limita a ricevere informazioni, ma «rafforza e legittima» la scelta di Storari di consegnargli i verbali dell’avvocato Piero Amara, coperti da segreto investigativo. Lo fa prospettando una tesi giuridica che la Corte definisce esplicitamente «tutt’altro che fondata»: l’idea che il segreto non sia opponibile al Csm e, per estensione, al singolo consigliere. Una prospettazione che, secondo i giudici, ha avuto un ruolo causale diretto nella rivelazione, integrando il concorso «dell’extraneus nel reato proprio».
Qui la sentenza insiste su un punto che rende la condotta di Davigo particolarmente grave: la piena consapevolezza delle regole. I giudici ricordano che anche laddove il Csm abbia poteri di acquisizione, questi sono rigorosamente incanalati in procedure formali: soggetti legittimati, passaggi istituzionali, protocollazione, possibilità per l’autorità giudiziaria di opporre esigenze investigative. Nulla di tutto questo avviene. I verbali passano di mano in modo informale, in un incontro riservato, su una chiavetta Usb. Per la Corte non è un dettaglio, ma la prova che Davigo sceglie consapevolmente di porsi fuori dalle regole. Ottenuti gli atti, il comportamento contestato non si ferma. Le motivazioni ricordano che Davigo, «violando i doveri inerenti alle proprie funzioni ed abusando della sua qualità», riferisce l’esistenza di atti coperti da segreto a più soggetti, tra cui il primo presidente della Corte di Cassazione Pietro Curzio e il consigliere Sebastiano Ardita. La Corte è esplicita: Davigo non aveva alcuna legittimazione a divulgare quelle informazioni «al di fuori di una formale procedura». Ed è proprio questo passaggio che porta i giudici a sottolineare come l’ex magistrato abbia agito «ergendosi a paladino della legalità», ma senza titolo. Un aspetto centrale delle motivazioni riguarda gli effetti istituzionali di questa scelta. I giudici parlano di una diffusione selettiva della conoscenza, che genera tensioni, diffidenze e prese di distanza all’interno del Csm. La procedura, osserva la Corte, serve proprio a evitare che notizie delicate circolino in modo incontrollato. Davigo, scegliendo la via informale, accetta - o sottovaluta - questo rischio, contribuendo a un corto circuito istituzionale che nulla ha a che vedere con la tutela della legalità.
La sentenza respinge anche uno degli argomenti difensivi più ricorrenti nel dibattito pubblico: l’assoluzione di Storari non travolge la responsabilità di Davigo. La condanna a un anno e tre mesi di reclusione segna così una cesura netta nella parabola del dottor Sottile, il cui comportamento è descritto dai giudici come abusivo, consapevole e privo di legittimazione. Ottima pubblicità per il Sì al referendum.
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