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2023-04-21Reportage Ucraina, dentro le trincee al confine con la Bielorussia
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Nel concreto, il piano prevede lo stanziamento di 11,1 miliardi di dollari in cinque anni, accompagnati da impegni vincolanti dei Paesi beneficiari, che hanno promesso risorse proprie per oltre 12 miliardi di dollari e il raggiungimento di precisi obiettivi di performance. I fondi sono destinati soprattutto alla lotta contro Hiv e Aids, malaria e tubercolosi, oltre al rafforzamento della salute materna e dei sistemi di prevenzione. L’obiettivo è quello di costruire capacità sanitarie stabili a livello locale, riducendo la dipendenza da strutture parallele esterne.
Finora il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha siglato 15 accordi con Paesi africani e il Dipartimento di Stato punta ad arrivare rapidamente a quota 50. Il meccanismo è pensato per snellire l’erogazione dei fondi e rendere misurabili i risultati: forniture centralizzate di farmaci, acquisti su larga scala di test diagnostici e zanzariere antimalariche, accesso a terapie innovative statunitensi e sistemi di controllo affidati a revisori indipendenti, incaricati di monitorare flussi finanziari e risultati clinici.
Come ha spiegato Jeremy Lewin, sottosegretario di Stato per l’assistenza estera, il nuovo piano nasce anche come risposta al fallimento strutturale del modello precedente. L’Usaid, ha sostenuto, ha creato «sistemi sanitari paralleli», spesso gestiti direttamente da personale occidentale, che hanno prodotto tutt’al più risultati temporanei, senza però lasciare infrastrutture durevoli. Secondo Lewin, peraltro, quel modello ha alimentato una mentalità «neocoloniale», fondata sull’idea che «qui ci pensa l’uomo bianco», anziché favorire l’autosufficienza dei governi locali. Il nuovo approccio, al contrario, punta a trasferire competenze, tecnologie e catene di approvvigionamento direttamente agli Stati partner.
Non a caso, l’architettura del programma ricorda da vicino una strategia già sperimentata in altri contesti: un grande piano di cooperazione settoriale, centrato su investimenti mirati e partenariati bilaterali, pensato per rafforzare insieme sviluppo e stabilità. Una sorta di «Piano Mattei americano» applicato alla sanità globale, costruito su accordi politici, risorse certe e obiettivi misurabili.
La nuova strategia , improntata al motto trumpiano «America first», non è ovviamente beneficenza: gli accordi sanitari si intrecciano inestricabilmente con gli interessi geopolitici e industriali degli Stati Uniti. In Zambia, per esempio, un’intesa sulla sanità è stata collegata all’accesso alle risorse minerarie, mentre in Mozambico - Paese poverissimo ma cruciale per il gas naturale liquefatto - il programma si affianca alla presenza di grandi aziende energetiche americane. Stesso discorso per il Ruanda: l’accordo prevede intese sui minerali critici e l’impiego di droni statunitensi per la distribuzione dei farmaci. Insomma, soft power sanitario, sì, ma strettamente legato agli interessi strategici e tecnologici di Washington.
Nel corso dell’XI Congresso di "Nessuno tocchi Caino", svoltosi a Milano dal 18 al 20 dicembre presso il Teatro Puntozero del Carcere minorile Cesare Beccaria, l’associazione ha tracciato un bilancio delle proprie battaglie storiche e delle nuove sfide sul terreno dei diritti umani. Dalla lotta globale contro la pena di morte, con un focus particolare sull’Iran, fino alla condizione del sistema penitenziario italiano.
In Groenlandia non c’era mai stata così tanta gente: ai circa 57.000 abitanti, da ieri, si è aggiunto un contingente militare rafforzato, inviato dalla Danimarca a scopi di addestramento e per consolidare - ha detto il ministro della Difesa di Copenaghen, Troels Lund Poulsen - le capacità di «operare nell’Artico», «in stretta collaborazionecon gli alleati». A cominciare dai partner scandinavi: la Svezia ha spedito «alcuni ufficiali», che «prepareranno le prossime fasi dell’esercitazione danese Operation arctic endurance», seguita dalla Norvegia. Poulsen, in ogni caso, ritiene «improbabile» un attacco statunitense. Ma ad ogni buon conto, Ursula von der Leyen ha giurato ai cittadini dell’isola che «possono contare su di noi». Chissà quale sospiro di sollievo avranno tirato a Nuuk, nel giorno in cui Donald Trump, su Truth, definiva «inaccettabile» qualunque soluzione che non implichi il possesso americano della Groenlandia.
«È vitale», ha spiegato, «per il Golden dome», lo scudo antimissile di reaganiana memoria che il tycoon vuole realizzare. «La Nato», ha insistito il presidente, «dovrebbe farci da apripista per ottenerla», intimando alla Danimarca di sgomberarla «immediatamente». «Se non lo facciamo noi», ha avvertito Trump, «lo faranno la Russia o la Cina e questo non accadrà!». Dopodiché, ha ricordato agli alleati quali siano i rapporti di forza: «Militarmente, senza l’enorme potere degli Stati Uniti, […] la Nato non sarebbe una forza o un deterrente efficace, nemmeno lontanamente! La Nato diventa molto più formidabile ed efficace con la Groenlandia nelle mani degli Stati Uniti». Riferendosi all’attivismo del Dragone e del Cremlino nell’area, Trump ha usato i consueti toni canzonatori: «Dite alla Danimarca di mandarli via di qui, subito! Due slitte trainate da cani non basteranno!». Il segretario generale dell’Organizzazione, Mark Rutte, ha abbozzato, invitando i membri dell’Alleanza a «lavorare insieme» per la sicurezza della regione artica.
Per Politico, il progetto di The Donald sarebbe di ottenere un referendum, «oliando» gli elettori locali anche con profferte finanziarie. Thomas Dans, commissario per l’Artico, a Usa Today ha assicurato che, nel giro di «settimane o mesi», Washington prenderà iniziative concrete. Giusto il tempo per «conquistare la fiducia e il sostegno del popolo groenlandese». Magari, pure con i tweet? L’account X della Casa Bianca ne ha pubblicato uno, in cui si vedono due slitte con la bandiera groenlandese, diretta una verso Washington e l’altra verso Mosca e Pechino, sovrastate da una didascalia eloquente: «Da che parte, uomo della Groenlandia?». Secondo Nbc, in realtà, il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha già ricevuto l’ordine di presentare una proposta per l’acquisizione dell’isola. Uno studio stima che potrebbe costare fino a 700 miliardi di dollari, metà del bilancio annuale del Pentagono.
Proprio Rubio, ieri, ha partecipato a un vertice con i ministri degli Esteri danese, Lars Lokke Rasmussen, e groenlandese, Vivian Motzfeldt, alla presenza di JD Vance, all’interno dell’Eisenhower Building, l’ala della Casa Bianca con gli uffici di rappresentanza del vicepresidente. L’incontro è durato una cinquantina di minuti. «Più del previsto», hanno riferito i media di Copenaghen. Una fonte diplomatica danese ha espresso «cauto ottimismo». Ma Rasmussen, pur condividendo le preoccupazioni securitarie, ha ripetuto che «è inaccettabile non rispettare l’integrità del territorio» dell’isola. «Siamo ancora fondamentalmente in disaccordo» con Trump, ha dichiarato. «È chiaro che il presidente ha questo desiderio di conquistare la Groenlandia». «Finora», ha riconosciuto, «non siamo riusciti a far cambiare posizione agli Stati Uniti», sebbene i colloqui siano stati «franchi e costruttivi». L’acquisizione della nazione da parte degli Usa, ha voluto sottolineare il ministro, è «assolutamente non necessaria». La sua omologa groenlandese ha chiarito: «Non vogliamo che gli Stati Uniti ci controllino». Ciò che possono chiedere, ha detto il capo della diplomazia di Copenaghen, è l’aumento della loro presenza militare nell’isola. Un’apertura che va comunque in direzione dei desiderata americani. Le trattative proseguiranno.
Dopodiché, la disputa artica ha aggravato il solco che si è aperto tra Francia e Germania. C’erano già stati il divorzio delle rispettive industrie, che ha fatto naufragare il caccia di sesta generazione, nonché la lite sull’ipotesi di acquistare armamenti americani anziché europei, per rifornire la resistenza ucraina. Ieri, il premier transalpino, Sebastien Lecornu, ha invitato a prendere «molto sul serio» le ambizioni di Trump sulla Groenlandia. Parigi ha confermato che il 6 febbraio aprirà un consolato a Nuuk e il suo ministro degli Esteri, Jean-Noël Barrot, ha affermato che il «ricatto» statunitense «deve finire». Emmanuel Macron, dal canto suo, ha sottolineato che una eventuale annessione dell’isola avrebbe «conseguenze a cascata senza precedenti». Più sfumata la posizione tedesca. In un articolo su Die Zeit, il ministro della Difesa, Boris Pistorius, esponente della Spd, ha sì escluso che una «risposta sostenibile» alla minaccia sino-russa possa essere la trasformazione della Groenlandia nel cinquantunesimo Stato Usa, ribadendo che un’azione militare per impossessarsene «sarebbe una situazione davvero senza precedenti nella storia della Nato e nella storia di qualsiasi alleanza di difesa nel mondo». Pistorius, tuttavia, ha preferito ricorrere ancora ad argomenti concilianti. Ha sottolineato che quelli di Washington sono «interessi legittimi» e che sarebbero «meglio tutelati dalla difesa congiunta» della regione. Nel frattempo, il portavoce del cancelliere Friedrich Merz, Stefan Kornelius, ha comunicato che «al momento non è in programma» l’apertura di un consolato nell’isola. Berlino e Parigi si inseguono: prenderanno parte entrambe alla missione in Groenlandia, su invito danese. In fondo, è quello che vuole Donald: la Nato impegnata nell’Artico. Il vice di Merz, il socialdemocratico Lars Klingbeil, si è spinto fino ad affermare che «il rapporto transatlantico così come lo conoscevamo si sta disintegrando». Ma è chiaro che la Germania, già scottata dai dazi, a differenza della Francia non intende impelagarsi in un braccio di ferro con Trump. Spera, semmai, di negoziare. E, forse, di prendere parte al banchetto glaciale. Nella peggiore delle ipotesi, resterebbe un paracadute di prestigio: possiamo contare sulla Von der Leyen…

