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2023-04-21Reportage Ucraina, dentro le trincee al confine con la Bielorussia
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En trentin el se lamenta. Di trentini i bega. Tre trentin i fa en coro: un trentino si lamenta. Due trentini litigano. Tre trentini fanno un coro. Si sa: i detti popolari colgono a volte più verità di quanto faccia la storia scritta sui libri. Sono istantanee che non hanno bisogno di essere troppo spiegate.
«Tre trentini fanno un coro»: sì, in Trentino-Alto Adige si canta e non per hobby, ma per costruire identità. «Far sentire la propria voce», da espressione comunemente utilizzata, diventa così intenzione programmatica. Del resto l’arte è il mezzo per eccellenza per veicolare messaggi in modo efficace. Il canto come racconto di un intero territorio: non semplice mezzo di aggregazione, bensì patrimonio vivo, memoria da trasmettere alle nuove generazioni, oralità pura, in contrapposizione con la tecnologia. La coralità alpina è nata circa un secolo fa e, da allora, è espressione dei sentimenti e delle aspirazioni del popolo all’interno del quale è germogliata. A dar vita a questo genere sono stati il coro della Sosat (Sezione operaia società alpinisti tridentini) e quello della Sat (Società degli alpinisti tridentini). Entrambi eseguono elaborazioni di canti popolari, anche di altre regioni italiane. Sono canti di montagna, ruvidi e «maschi».
Il 2026 è l’occasione per celebrare un importante traguardo centenario. Questa espressione musicale nacque infatti nel 1926, cinque anni dopo la fondazione della Sosat a opera di Nino Peterlongo. L’associazione aveva l’obiettivo di far avvicinare le classi operaie alla montagna e alle attività alpinistiche, fino a quel momento appannaggio delle classi più abbienti. Fu sempre Peterlongo a radunare un gruppo di amici accomunati dalla passione per la musica e il canto e a dare vita al primo coro di montagna. Amici che partecipavano alle gite proposte dalla Sezione, diventando presto «quei che canta» (quelli che cantano), uno dei motivi principali per l’iscrizione e la partecipazione di un numero sempre maggiore di persone.
Il Coro della Sosat si esibì per la prima volta nel 1926, all’interno del Castello del Buonconsiglio. Era un coro composto da giovani, molto emozionati per l’accoglienza ricevuta: alla fine il paravento che li separava dal pubblico cadde per mostrarne i volti. A colpire il pubblico e, soprattutto, alcuni tra i maggiori esponenti della musica italiana fu proprio la qualità dei brani, delle voci e delle armonizzazioni prodotte da quello che di primo impatto poteva sembrare un gruppo improvvisato. Dieci anni dopo la sua nascita, in pieno fascismo, la Sosat venne commissariata perché non omologabile alle organizzazioni di massa allora in voga. Nino Peterlongo fu esautorato e molti soci si dimisero; ma non i coristi: loro decisero - forse inconsapevolmente - che il canto era un atto di resistenza mascherato. Il gruppo di amici uscì definitivamente dall’anonimato quando fu invitato a esibirsi a Roma, all’interno di un programma dell’Eiar (Ente italiano per le audizioni radiofoniche), che venne trasmesso in diretta a Trento da due altoparlanti posti in Piazza d’Arogno, dove si radunarono moltissime persone. Quattro anni dopo i primi tre dischi. Nel 1938 il Coro della Sosat dovette cambiare nome per via delle leggi speciali, che imponevano l’eliminazione del termine «operaio». Nacque quindi il Coro della Sat, che andò avanti al di là di tutte le difficoltà istituzionali che si frapponevano tra arte e politica.
Il 1945 fu l’anno della rinascita: Nino Peterlongo, chiamato dal sindaco di Trento Gigino Battisti, tornò per rifondare la Sosat. Da quel momento i cori divennero due: quello della Sezione operaia e quello della Sat, riavviato dai quattro fratelli Mario, Aldo, Enrico e Silvio Pedrotti. Nel tempo si moltiplicarono i grandi nomi della scena musicale, intrecciati a quelli dei coristi, da Franco Sartori ad Arturo Benedetti Michelangeli, da Renato Dionisi ad Andrea Mascagni. Nel 1963 la tradizione si articolò ulteriormente con la nascita della federazione Cori del Trentino, che ad oggi conta oltre 200 cori e più di 6.000 associati.
Alle ore 20.00 del 25 maggio, presso l’Auditorium Santa Chiara di Trento, sarà possibile partecipare al concerto celebrativo dei Cori Sosat e Sat. Il 6 giugno, invece, dalle 18.00 alle 19.30, si terrà in piazza Duomo l’esibizione del Gruppo King’s Singers. Le voci bianche dei bimbi chiuderanno l’evento.

Il mausoleo di Cesare Battisti a Trento
Trento è perfetta per il trekking urbano: qui si possono percorrere itinerari diversi per lunghezza e difficoltà. Si può scegliere tra proposte classiche - che toccano luoghi iconici quali piazza Duomo o il quartiere verde delle Albere - e camminate tematiche, che raccontano una Trento insolita e al di fuori dei soliti circuiti. Si può optare per i tracciati che conducono nei luoghi legati al Concilio di Trento o per i sentieri sterrati sulla Marzola o sul Sorass, dove si trovano trincee risalenti alla Prima guerra mondiale. C’è poi una Trento sotterranea, l’antica Tridentum, che racconta duemila anni di storia attraverso 1.700 metri quadrati di città romana, una zona restituita al pubblico a conclusione degli scavi effettuati tra il 1990 e il 2000. Strade di pietra, resti di mura e di abitazioni rendono lo Spazio archeologico sotterraneo del Sas una zona tanto nascosta quanto sorprendente. Imperdibile la Villa Romana d’Orfeto, residenza signorile risalente al I secolo d.C., resa ancor più prestigiosa dal mosaico policromo della sala di rappresentanza, raffigurante Orfeo nell’atto di suonare la lira e incantare le belve. Un trekking breve e scorrevole è quello che collega il Castello del Buonconsiglio e il Parco naturale Doss Trento, piccola e amata collina sulla riva destra dell’Adige. Una vera e propria passeggiata naturalistica è quella che porta al rifugio Bindesi, che regala una vista mozzafiato sulla Valle dell’Adige. Un luogo scelto anche dagli escursionisti più esperti, che si arrampicano sulla «Palestra dei Bindesi». Gli appassionati di arte possono rifarsi gli occhi nel nuovo spazio espositivo di Trento, che racconta la storia locale dalla Prima guerra mondiale agli anni Settanta. «Oltre il traguardo» è invece la mostra ospitata al Muse - Museo delle Scienze di Trento, che illustra le sfide dello sport da un punto di vista scientifico.

Piazza Rosmini a Rovereto
Conoscere le città a partire dai dettagli, evitando le classiche visite proposte nelle guide di viaggio: da maggio a dicembre sarà possibile farlo sia a Trento che a Rovereto, grazie a una serie di trekking urbani pensati per tutti, da vivere al seguito di una guida o facendo da sé grazie all’ausilio di mappe e app. Percorsi che permettono di entrare nella storia in modo leggero, seguendo fili che vanno oltre la mera conoscenza didattica. Se Rovereto è definita «l’Atene del Trentino», ci sarà più di un motivo: la quantità di musei e di palazzi, la presenza di un castello e la grande Campana dei Caduti rendono infatti la città un luogo di pregio storico-artistico, a maggior ragione perché incastonata tra alcuni dei gruppi montani più belli al mondo.I percorsi di trekking urbano proposti sono sette e coprono una grande varietà di interessi. Ce n’è uno che segue il filo di seta e si snoda tra musei, rogge e filatoi. A organizzarlo è la fondazione Museo civico, che narra la storia di questo prezioso materiale e il suo legame con la città. Rovereto è anche chiostri affrescati, antichi oratori e chiese monumentali: grazie a questo percorso di trekking urbano si entra in una Rovereto sacra, meno conosciuta. Gli amanti della storia a tutto tondo possono optare per «Il kilometro delle meraviglie», un racconto urbano a cielo aperto che parte dal Museo della Città e conduce verso il Museo storico italiano della guerra di Rovereto. Ci troviamo infatti a pochi chilometri dal fronte austro-italiano. Se accanto al portale d’ingresso di Palazzo Todeschi-Micheli una targa ci ricorda che il tredicenne Mozart venne qui ospitato dal barone Todeschi nel 1769, all’imbocco di corso Bettini se ne trova una che racconta il passaggio di Goethe durante il suo viaggio in Italia. Una serie di itinerari panoramici dedicati a Depero racconta ciò che ispirò la sua arte, dai semplici vicoli agli Altipiani Cimbri, dalla Vallagarina alle sponde del Garda. Meritano una visita la sua Casa d’Arte e il negozio affiancato da due cariatidi, disegnate dal maestro del Futurismo italiano.
Nonostante la tregua in corso tra Israele e il Libano, l’Unifil è stata presa ancora di mira. L’attacco, sferrato nel Sud del Paese dei cedri, ha colpito un contingente della forza di peacekeeping, uccidendo un soldato francese, mentre altri tre risultano feriti.
A renderlo noto è stato il presidente francese, Emmanuel Macron: «Il sergente capo Florian Montorio del 17° reggimento del genio paracadutista di Montauban è caduto questa mattina nel Sud del Libano durante un attacco contro l’Unifil. Tre dei suoi fratelli d’arme sono feriti e sono stati evacuati». Nel pomeriggio, Parigi ha poi rivelato che due caschi blu sono in gravi condizioni. Secondo il capo dell’Eliseo «tutto lascia pensare che la responsabilità di questo attacco ricada su Hezbollah», e per questo «la Francia chiede che le autorità libanesi arrestino immediatamente i responsabili e si assumano le proprie responsabilità».
L’appello è stato accolto dal presidente del Libano, Joseph Aoun: dopo aver parlato al telefono con Macron, ha dato «istruzioni alle autorità competenti di indagare immediatamente su questo incidente e di accertare le responsabilità, sottolineando che il Libano non lesinerà gli sforzi nel perseguire i responsabili». Dall’Italia sono intanto arrivate parole di cordoglio. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, oltre a «condannare l’uccisione» del soldato francese, ha scritto su X: «A nome del governo e mio personale esprimo solidarietà e vicinanza alla Francia, alle sue forze armate e alla famiglia del caduto in missione di pace». Guido Crosetto, invece, al Tg1 ha dichiarato che «fa parte della tattica di Hezbollah non consentire che la tregua si rafforzi», aggiungendo che la missione Unifil «non ha più senso nelle attuali condizioni».
Stando a quanto rivelato dal ministro della Difesa francese, Catherine Vautrin, il casco blu francese «è stato vittima di un’imboscata da parte di un gruppo armato a distanza ravvicinata» nella regione di Deir-Kifa. A rivelare ulteriori dettagli è stata l’Unifil su X: il contingente «stava sgombrando munizioni esplosive lungo una strada nel villaggio di Ghanduriyah per ristabilire i collegamenti con le posizioni isolate» della missione, quando «è stata colpita da fuoco di armi leggere». Come già detto da Macron, anche l’Unifil ha affermato che «la valutazione iniziale indica attori non statali, (presumibilmente Hezbollah)» come responsabili. Dall’altra parte, il gruppo terroristico ha negato il proprio coinvolgimento.
Quello contro la missione Onu non è stato l’unico attacco. Le Idf hanno comunicato di aver eliminato, in due raid, diversi membri di Hezbollah colpevoli di aver «violato gli accordi di cessate il fuoco». Le Forze di difesa israeliane hanno spiegato che «una cellula terroristica ha violato gli accordi di cessate il fuoco e si è avvicinata alle forze in modo da costituire una minaccia immediata, durante le loro attività nel Libano meridionale, a Sud della linea di difesa avanzata». Nell’altro incidente, sempre a Sud della «linea di difesa avanzata», è stato preso di mira un tunnel di Hezbollah dopo che le Idf avrebbero scoperto alcuni terroristi che stavano entrando.
Parallelamente alla situazione di massima tensione sul campo, procedono i preparativi di Beirut per le prime trattative dirette con Tel Aviv. Stando a quanto riferito dall’ufficio presidenziale, Aoun ha condotto insieme al primo ministro, Nawaf Salam, «una valutazione della fase successiva al cessate il fuoco e degli sforzi in corso per consolidarla». Chi boicotta è Hezbollah, secondo cui le trattative sono «un fallimento» e si tratta di «negoziati di sottomissione». Pur sostenendo di essere disponibile a «coordinarsi» con il governo libanese, un alto funzionario della milizia ha puntualizzato: «Non in questo modo che porta alla resa». Quanto a Israele, secondo la Cnn si sta preparando a imporre «la linea gialla»: nell’area sotto il controllo militare israeliano sarà vietato il ritorno dei residenti.
Louise Léonard è un personaggio letterario. Se chiedessi chi è, pochissimi saprebbero rispondere, ma se chiedessi chi è madame Maigret molti, tutti i fans di Georges Simenon, papà del commissario Maigret, saprebbero rispondere. Madame Maigret e Louise Léonard sono la stessa persona: la moglie del burbero investigatore dal cuore d’oro. Madame Maigret è una cuoca straordinaria.
«Ogni sera, appendendo il cappello, il commissario Maigret si divertiva a indovinare quale delizia sua moglie gli avesse cucinato: un boeuf miroton, una blanquette de veau, del fricandeau all’oseille, una tarte aux mirabelles, un gateau aux amandes». Piatti, tutti, popolari e tipicissimi della cucina francese. Di quella borghese in particolare. Ma un paio di essi, anche tre, li troviamo pure qui da noi. Sottolineo per evitare di essere linciato: tutti sono indubbiamente francesi, borghesi e tipici d’Oltralpe. Ma com’è che due li troviamo (quasi) tali e quali anche in Piemonte? E uno un po’ in tutta Italia, soprattutto al Sud? Chi abbia dato a chi, quanto e quando abbia dato, non si sa. Influenze tra la cucina italiana e quella francese ci sono sempre state, fin dai tempi di Cesare e Vercingetorige.
Torniamo a madame Maigret precisando che il boeuf miroton è uno spezzatino a base di fette di carne lessa condite con una salsa a base di cipolle stufate, cetrioli, prezzemolo, acciuga, vino bianco e brodo in cottura. È un piatto di recupero per riutilizzare il manzo bollito avanzato il giorno prima. Anche in Piemonte il boeuf , per tradizione, veniva, e viene tuttora, preparato per riciclare gli avanzi del classico bollito misto piemontese. Francesco Chapusot, nato in Francia alla fine del Settecento, ma stabilitosi a Torino nell’Ottocento dove si sposerà due volte, autore de La cucina sana, economica, ed elegante (1846), consiglia di preparare questo piatto per «recuperare il lesso di un giorno». Beppe Cravero, patron del Vascello d’oro di Carrù, patria del bue grasso, è sicuro: «Il recupero del bollito è piemontese per cultura e storia. Si chiamava, nell’Ottocento, Insalata degli antichi stallaggi. Era preparata con gli avanzi del bollito del bue grasso ed era il pranzo degli aristocratici al rientro della caccia a cavallo». Cravero l’ha in menu tutto l’anno: «Non tradisco la nostra storia. Lo servo con verdurine croccanti in agrodolce: peperone giallo, rosso, cipolla rossa e bianca, carote e uno zucchino scottato in acqua per non fargli perdere la clorofilla, olio, sale, pepe e aceto di vino rosso a sganassa, diciamo noi, perché stuzzica le ganasce». Il fricandeau a l’oseille è uno stufato tradizionale di noce di vitello lardellato cotto lentamente in casseruola, insaporito e servito con una salsa a base di acetosella. Il fricandò piemontese, senza il fonema «eau» finale, ma italianizzato con la «ò» accentata, è anch’esso uno spezzatino di vitello in umido con verdurine. È un piatto di confine, argomento che approfondiremo in una successiva puntata.
Veniamo al gateau aux amandes. Forzando un po’ la mano, ma mica tanto, si prepara anche in Italia dove, però, si chiama torta di mandorle. Esistono versioni regionali che esaltano le mandorle locali, specialmente nel Sud: in Puglia si chiama Mandorlaccio o Mandorlato di Altamura. È una torta a cupola a base di mandorle, uova, zucchero e miele. Altre versioni di torte di mandorle le troviamo nella tradizione siciliana: dolci nati storicamente nei conventi; in Sardegna, e - udite, udite - a Cologna Veneta dove è diventata famosa una variante che viene chiamata proprio così: «Gateau classique aux amandes de Cologna Veneta». È un mandorlato preparato da Gli speziali di Cologna Veneta (ditta nata nel 1850) e commercializzato furbescamente online da Spaghetti e mandolino. Si vede che iniziamo a imparare qualcosa dall’arte francese di commercializzare.
Nella Physiologie du goût del 1825, Brillat-Savarin di cui ricorrono quest’anno i 200 anni dalla morte, non dedica nemmeno una Meditazione (così chiama i capitoli del libro) alla cucina italiana, né le riconosce alcuna influenza sulla cucina transalpina. Si limita a riferimenti sparsi: cita il parmigiano tra i formaggi di pregio, i salumi emiliani, dice che dall’Italia è stato importato il prezzemolo, menziona alcune preparazioni o usanze italiane. Ma il fulcro della sua Physiologie, ovviamente, resta la cucina e la tavola francese. L’Italia compare come uno dei tanti orizzonti gastronomici europei. Non c’è un riferimento specifico sulle influenze italiane nella cucina francese. Nemmeno un merci. C’è, sì, una meditazione, il capitolo XXVII, intitolato Storia filosofica della cucina- quello che inizia con l’aforisma «La cucina è la più antica delle arti, perché Adamo nacque digiuno» - dove Brillat Savarin si spertica in lodi per la tavola dei Cesari: «Il lusso della tavola», scrive, «arrivò fin quasi all’incredibile». Cita Marziale, Lucullo, Catullo, Orazio, risale lungo i secoli, ma ignora completamente Caterina de’ Medici che aveva solo 14 anni quando sposò Enrico II, ma sapeva bene quello che voleva. Fu madre di tre re di Francia ed ebbe una certa influenza sulla cucina francese.
Caterina era talmente ben abituata agli usi e costumi di casa Medici che, temendo di dover rinunciare alle sue abitudini, aveva portato con sé cuochi, pasticcieri e fornai, le buone maniere, la forchetta e perfino le mutande per permettere alle donne di cavalcare in modo più igienico. Non mitizziamo Caterina: non fu lei a inventare la cucina francese che si formò, come quella italiana, dalla caduta dell’Impero romano, alle invasioni barbariche al Medioevo, ma certamente portò a Parigi lo splendore del Rinascimento italiano e lo stile dei Medici: di Lorenzo il Magnifico, del papà, Lorenzo II de’ Medici, dei suoi parenti Papi, Leone X e Clemente VII. Ai conviti dei Medici regnavano le buone maniere, l’abitudine di cambiare piatto tra una portata e l’altra, la più assoluta pulizia, l’argenteria artistica, il vasellame in vetro di Murano o in ceramica faentina. In quanto al cibo, i Medici mangiavano piatti della tradizione toscana, semplici, ma sostanziosi. Come la carabaccia, una zuppa di cipolle amata da Leonardo, fatta con le cipolle rosse dolci di varietà Chiarentana della Val d’Orcia o con le rosse di Certaldo, zuppa che molti storici della cucina affermano essere l’antenata della celeberrima soupe a l’oignon. Sconsiglio fortemente di imbastire un dialogo, su questo, con un francese anche perché, per essere sinceri, la zuppa di cipolle la troviamo già nell’antica Roma e nelle umili scodelle medioevali contadine, sia di qua che di là delle Alpi.
I cuochi di Caterina cucinavano la salsa colla (latte, burro, farina), usata come legante, antenata della besciamella, la cui ricetta francese venne pubblicata nel 1651 (più di cent’anni dopo) ne Le cuisinier françois (Il cuoco francese) di François Pierre de La Varenne che la dedicò a Louis de Béchameil da cui prese il nome. Possiamo dire che la salsa colla nasce dalla tradizione culinaria toscana, mentre la besciamella è la sua evoluzione francese. Caterina introdusse nuovi dolci e il gelato grazie al pasticcere Ruggeri; le crespelle, diventate crepès; i crostini di fegato che ancora oggi si mangiano in qualsiasi ristorante o trattoria in Toscana. Si possono considerare gli antenati del paté de foie gras? Un discorso a parte merita l’anatra al melarancio, piatto dal contrasto agrodolce molto amato nel Rinascimento fiorentino che, sicuramente, Caterina conosceva e mangiava di gusto. È questa anatra diventata poi la francesissima canard à l’orange? Ognuno tragga la sua conclusione. Personalmente sto con l’Italia: in un anonimo ricettario toscano del Trecento è presentato un papero al sugo d’arancia. È vero che nel Medioevo gli orizzonti gastronomici europei si sono spesso intrecciati, ma carta canta.
Detto questo, non sarebbe giusto trovare almeno una citazione su Caterina de’ Medici nella Physiologie di Brillat-Savarin. Invece niente. Nothing. Rien.
In occasione del Salone del Mobile, appuntamento internazionale per il mondo del design e dell’abitare (21/26 aprile), Society Limonta si conferma tra le realtà più interessanti nel panorama della ricerca tessile contemporanea.
Il brand ha costruito negli anni un linguaggio distintivo fatto di materia, colore e sperimentazione, ridefinendo il concetto di biancheria per la casa in chiave libera e personale. Dalla ricchezza del suo archivio tessile alla continua innovazione sui materiali, Society Limonta interpreta l’abitare come un’esperienza dinamica. Ne parliamo con Davide Mazzarini, brand manager, per approfondire filosofia, ricerca e prospettive.
Society Limonta nasce all’interno di una realtà storica come Gruppo Limonta: quanto pesa oggi questa eredità nel definire l’identità contemporanea del brand?
«Nascere all’interno del Gruppo Limonta è un’opportunità fondamentale per definire l’identità contemporanea di Society Limonta. Questa eredità si traduce in un patrimonio di competenze, che spazia dagli sviluppi tessili innovativi alle tecniche di finissaggio avanzate e un know-how unico. Allo stesso tempo, il confronto costante tra professionalità diverse all’interno del Gruppo alimenta un ambiente dinamico, capace di stimolare ricerca e sperimentazione continua. In particolare, ciò che distingue Society Limonta è proprio l’opportunità di attingere alla cultura e sensibilità che il Gruppo ha sviluppato nel mondo della moda: un approccio progettuale e creativo che va oltre il concetto tradizionale di biancheria per la casa».
L’archivio tessile è una risorsa straordinaria: in che modo questo patrimonio influenza concretamente le nuove collezioni senza diventare un vincolo creativo?
«L’archivio è un punto di partenza e una fonte di stimolo. La sua consultazione avvia un processo di ricerca e selezione che porta nuove interpretazioni del tessile. Rivisitato attraverso il know-how contemporaneo, questo patrimonio non diventa un vincolo ma un’opportunità, dando vita a un connubio tra passato e presente che definisce il valore intrinseco dei prodotti Society Limonta».
Come nasce, oggi, un nuovo tessuto?
«Da un processo creativo continuo, in cui ogni prodotto diventa punto di partenza per nuove evoluzioni e interpretazioni. Da un’idea ne nascono sempre altre, grazie anche alla costante contaminazione con gli sviluppi tessili del Gruppo Limonta - dall’abbigliamento all’accessorio fino all’interior - che rappresentano una fonte di ispirazione continua».
Il concetto di «tinto in capo» è centrale per voi: cosa rappresenta in termini di innovazione e di linguaggio estetico?
«Mi piace dire che il tinto in capo dona anima al tessuto. Questa tecnica conferisce ai prodotti un aspetto vivo, fatto di effetti mossi e voluminosi, pur mantenendo una grande leggerezza: un equilibrio che rappresenta l’essenza estetica di Society Limonta. Allo stesso tempo, il tinto in capo rende ogni pezzo unico, grazie a variazioni e sfumature naturali che ne esaltano il carattere distintivo».
La collezione Permanent rompe l’idea tradizionale di coordinato: quanto è cambiato il modo di concepire la biancheria per la casa negli ultimi anni?
«La collezione Permanent, con la sua palette di 14 colori tra toni caldi e freddi, apre la possibilità di mix cromatici unici e sofisticati, superando l’idea tradizionale di coordinato e permettendo di esprimere una visione sofisticata e personale dell’abitare. Il mix & match, la possibilità di acquistare i capi singolarmente e abbinarli liberamente, insieme al finissaggio in capo, hanno contribuito a rivoluzionare il concetto di set letto. Oggi la biancheria per la casa si sceglie sempre più per piacere, con un approccio vicino a quello della moda, e non più solo per necessità».
Lavorate molto con fibre naturali: quanto conta oggi la sostenibilità?
«Già il fatto di creare prodotti belli, realizzati con materiali pregiati e pensati per durare nel tempo rappresenta, per noi, una forma concreta di sostenibilità. L’utilizzo di fibre naturali come lino, alpaca e cachemire risponde non solo a una scelta qualitativa, ma anche a un’attenzione verso il benessere e la sensorialità: il tatto è infatti uno dei sensi più coinvolti nei nostri prodotti, dalle lenzuola alle coperte, fino a tovaglie e asciugamani».
Con la collezione Oltre Society entrate nel mondo dell’oggetto di design.
«Oltre Society rappresenta un’estensione naturale del nostro approccio alla ricerca. Come nel tessile, anche questo progetto nasce dal desiderio di esplorare nuove forme espressive, ampliando il linguaggio del brand grazie all’incontro tra idee, capacità artigianali e collaborazioni con artisti e designer».
Cosa c’è nel futuro?
«L’obiettivo è continuare a crescere nel retail, in particolare negli Usa e in Asia, sviluppare ulteriormente il canale online e rafforzare la presenza nel mondo dell’hospitality».
Il Salone del Mobile (21-26 aprile) e la Milano Design Week confermano una trasformazione ormai evidente: la moda non è più un elemento accessorio del design, ma una presenza strutturale che ne ridefinisce linguaggi, spazi e pubblico. All’interno del Fuorisalone, le grandi maison - da Louis Vuitton a Hermès fino a Bottega Veneta - costruiscono un sistema parallelo fatto di location ricorrenti, rituali e installazioni molto attese, capaci di attrarre un pubblico ampio, spesso oltre il mondo del design. Questo dialogo ha ampliato i confini del progetto, coinvolgendo nuove comunità e intrecciando creatività, ricerca e cultura.
Alcuni brand, come Prada, Jil Sander e Issey Miyake, mantengono un approccio più sperimentale e culturale, mentre realtà come Nike e Asics portano un legame diretto con tecnologia, performance e corpo. Piattaforme come Capsule Plaza rendono questo intreccio ancora più concreto, trasformandolo in una pratica condivisa. L’edizione 2026 si distingue per una mappa coerente di progetti che spaziano tra biblioteche temporanee, archivi e installazioni immersive. Tra i più significativi: «Reference Library» di Jil Sander, una biblioteca effimera costruita attorno a libri scelti da creativi; il «Literary Club» di Miu Miu, che trasforma la lettura in spazio di riflessione critica; e il progetto Gucci, che rilegge il proprio archivio come narrazione contemporanea.
Accanto a questi, installazioni come «NikeAir_Lab» esplorano la tecnologia come processo aperto, mentre Louis Vuitton con «Objets Nomades» e Loro Piana con i suoi studi sul plaid reinterpretano l’universo domestico attraverso materiali e savoir-faire. Hermès e Bottega Veneta lavorano invece sulla dimensione dello spazio e della materia, mentre Prada continua la sua ricerca teorica con «Prada Frames». Tra le varie installazioni e i vari progetti, «Still 1492 Never Ending Story», il totem monumentale di Fidia Falaschetti by Angelino Artworks si troverà davanti alla Pinacoteca di Brera dal 20 al 26 aprile, accogliendo il pubblico nel cuore della città. La Galleria Robertaebasta, in qualità di sede istituzionale del progetto, ospiterà l’artista Fidia Falaschetti, e con il coinvolgimento di prestigiosi partner, tra cui Seguso Vetri d’Arte, diventerà un centro nevralgico di relazioni, incontri e approfondimenti per tutta la settimana.
In occasione del suo 35esimo anniversartio, Xinao Textiles, leader globale nelle fibre naturali di alta qualità, ha realizzato l’installazione «The Art of Yarn» con l’art direction di Pierluigi Fucci, che ha dato vita a una serie di complementi d’arredo realizzati con preziosi filati di purissimo cashmere, ispirati all’artista croata Jagoda Buić, figura chiave del movimento «New Tapestry». Tra i pezzi presentati, ci sarà anche una rilettura con texture di cashmere di una poltrona e di una serie di pouf di Moroso.
Chichi Meroni trasforma l’Arabesque design gallery in un passaggio attraverso memorie fotografiche ricostruite da arredi intrisi di emozioni immutabili, incisori di tracce sulle riflessioni dell’oggi sull’estetica. È uno spazio dedicato all’esplorazione del design firmato dallo stilista John Richmond.
Blauer presenta una nuova collaborazione con Alvin, artista che esplora il confine tra arte, moda, design e spettacolo. Insieme presenteranno un’installazione dedicata, trasformando lo store Blauer in un’esperienza visiva e partecipativa.

