Ecco #DimmiLaVerità del 26 febbraio 2026. L'esperto di politica americana Stefano Graziosi spiega come vada il gradimento di Donald Trump in vista delle elezioni di Midterm.
Christine Lagarde (Ansa)
Sondaggio di Bloomberg sul toto-successori alla Bce. Il governatore olandese è in pole.
C’è un sondaggio che agita i corridoi dell’Eurotower più di un rialzo a sorpresa dei tassi. È quello di Bloomberg, che tra economisti e addetti ai lavori ha acceso il toto-successione alla guida della Bce. Data l’autorevolezza delle fonti vuol dire che il dopo Christine Lagarde è comincito. Per più del la metà degli intervistati, l’addio potrebbe arrivare ben prima della scadenza prevista per ottobre dell’anno prossimo. Solo il 30%, crede ancora nella liturgia del mandato portato a termine. Il nome più gettonato per la successione è quello di Klaas Knot, governatore della banca olandese, falco quanto basta per rassicurare il Nord Europa e sufficientemente ortodosso da non spaventare i mercati. Rigore ma non a trazione tedesca. La Germania si presenta con tre nomi pesanti: Jens Weidmann, ex Bundesbank e storico avversario di Mario Draghi; l’attuale presidente Joachim Nagel; e Isabel Schnabel, membro del Comitato esecutivo Bce.
Tre profili autorevoli, tre visioni simili, tre possibilità che finiscono per farsi ombra a vicenda. Se invece Lagarde decidesse di restare fino alla fine, il baricentro si sposterebbe a Sud. Il candidato più probabile è lo spagnolo Pablo Hernández de Cos, oggi alla guida della Banca dei regolamenti internazionali. Tecnico raffinato, profilo dialogante. Le speculazioni sull’uscita anticipata hanno preso quota dopo le indiscrezioni rilanciate dal Financial Times, secondo cui Lagarde potrebbe lasciare prima delle elezioni francesi, consentendo a Emmanuel Macron di pesare sulla scelta del successore. Ipotesi politicamente sensibile, perché la Bce vive - almeno nello statuto - di indipendenza assoluta, mentre nella realtà convive con i sussurri delle capitali.
Non a caso molti economisti interpellati temono contraccolpi reputazionali: oltre la metà ritiene che un addio anticipato potrebbe intaccare la fiducia nell’istituzione. Circa un terzo intravede rischi per la sua autonomia. In Europa la forma è sostanza, e anche il calendario può diventare politica monetaria. Sul tavolo c’è perfino una soluzione intermedia, tipicamente comunitaria: nominare il successore in anticipo, con Lagarde ancora in carica. Ad arricchire il mosaico contribuisce la nomina del croato Boris Vujčić come vicepresidente, destinato a subentrare dal 1° giugno 2026 allo spagnolo Luis de Guindos . Un cambio che riequilibra i pesi geografici nel board e che, inevitabilmente, entra nel grande gioco delle compensazioni tra Paesi.
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- Periodi limitati di astinenza dal cibo possono attivare meccanismi cellulari benefici per l’organismo. È il caso, ad esempio, del digiuno cristiano che anticipa il Natale o la Pasqua. Ma nel mondo musulmano non è così: si è obbligati alla disidratazione.
- Iniziano le pulizie del sito, ma dalla Lega Cisint alza il muro: «Pronti a bloccare i lavori».
Lo speciale contiene due articoli.
L’episodio evangelico in cui Gesù afferma che «questa specie di demòni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno» (cfr. Vangelo secondo Marco 9,29) è stato tradizionalmente interpretato in chiave spirituale. Nella storia del cristianesimo, il digiuno e la preghiera sono stati considerati strumenti di disciplina interiore, di rafforzamento della volontà e di purificazione. Oggi, tuttavia, è possibile analizzare queste pratiche anche dal punto di vista scientifico, distinguendo con chiarezza i dati comprovati dalle interpretazioni simboliche o teologiche, ma il digiuno determina importanti processi biologici, autofagia e apoptosi, fondamentali per la nostra salute.
Negli ultimi decenni la ricerca biomedica ha studiato con crescente interesse gli effetti del digiuno controllato e della restrizione calorica sull’organismo. È noto che periodi limitati di digiuno possono attivare meccanismi cellulari come l’autofagia, un processo di «riciclaggio» intracellulare descritto in modo approfondito dal biologo Yoshinori Ohsumi, premio Nobel per la medicina nel 2016. L’autofagia consente alla cellula di eliminare componenti danneggiati e di ottimizzare le risorse energetiche. L’apoptosi, invece, è un meccanismo di morte cellulare programmata già intrinseco all’organismo, fondamentale per lo sviluppo e per la prevenzione di proliferazioni anomale.
Alcuni studi suggeriscono che specifici regimi di restrizione calorica possano influenzare vie metaboliche coinvolte nella regolazione della crescita cellulare. Il cancro è una patologia complessa, con basi genetiche e molecolari articolate, e richiede trattamenti oncologici validati, per i quali il digiuno può essere un coadiuvante metabolico. La preghiera diminuisce lo stress e potenzia il sistema immunitario. La preghiera è stata oggetto di studi nell’ambito della psiconeuroimmunologia. Stati mentali caratterizzati da raccoglimento, riduzione dello stress e percezione di senso possono modulare parametri fisiologici, inclusi i livelli di cortisolo, e alcune risposte immunitarie. Le endorfine, oppioidi endogeni prodotti dal sistema nervoso centrale, sono associate alla fede profonda e contribuiscono alla regolazione dello stress. Il digiuno nella tradizione cristiana è per l’uomo non contro l’uomo.
Nel Chiesa cattolica e nelle Chiese ortodosse il digiuno ha una lunga storia. Prima del Concilio Vaticano II, l’astinenza dalle carni il venerdì rappresentava una pratica regolare, cui si aggiungevano periodi penitenziali come l’Avvento e soprattutto la Quaresima. Dal punto di vista nutrizionale, una moderata restrizione periodica può avere effetti metabolici benefici. Nel digiuno cristiano tradizionale sono sempre consentiti l’acqua e i liquidi. Storicamente, alcune bevande come la birra monastica avevano funzione calorica di sostegno durante periodi di alimentazione ridotta. La quaresima è quindi un dono.
Il rapporto tra Ramadan e salute vale la pena di essere esplorato. Il Ramadan prevede l’astensione da cibo e bevande dall’alba al tramonto. Il Ramadan, quindi obbliga alla disidratazione. Le conseguenze dipendono dalle condizioni individuali e ambientali. Se il Ramadan capita durante il periodo di inverno/primavera come quest’anno, le ore di disidratazione sono poche: le giornate sono corte e la disidratazione non è peggiorata dall’afa.
Quando il Ramadan cade d’estate con giornate lunghe e sole cocente le conseguenze per rene e cervello possono essere devastanti. La capacità di concentrazione crolla, il dato è talmente ovvio, talmente ufficiale, che presidi e autorità scolastiche, spesso fisicamente le stesse persone che hanno vietato presepi e crocefissi, raccomandano di evitare verifiche e interrogazioni agli studenti. C’è un innegabile aumento di incidenti stradali e incidenti sul lavoro. Fareste operare vostro figlio da un cardiochirurgo che non mangia e soprattutto non beve da dieci ore? Quello che cambia è la dimensione pubblica e culturale.
La Quaresima, nel cristianesimo, è tradizionalmente un tempo di raccoglimento personale; il Ramadan, non solo nelle società a maggioranza musulmana, è sempre un carattere comunitario che esula dalla sola dimensione religiosa. Tradotto in parole povere: chi viola il Ramadan, anche se non islamico, e si fa pescare a mangiare o bere un sorso d’acqua da una fontanella, viene bastonato in Iran, Arabia Saudita, Afganistan eccetera, ma anche nelle strade di Parigi, Bruxelles o semplicemente sui nostri bus scolastici. In Francia e Gran Bretagna è raccomandato ai poliziotti di non osare bere e mangiare in pubblico durante il Ramadan. È raccomandato anche a quelli non islamici ed è raccomandato ovunque, non solo nei quartieri islamici.
Quest’anno Quaresima e Ramadan cominciano lo stesso giorno. Innumerevoli personaggi, sindaci, presidi, assessori si sono precipitati nel loro delizioso spirito di inclusione ad augurare buon Ramadan ma hanno evitato nel loro delizioso senso di laicità di augurare buona Quaresima. Sembra ogni anno più vera l’ipotesi sostenuta da Bat Ye’or nel libro Eurabia e Oriana Fallaci in La forza della ragione, e cioè che a partire dagli anni Settanta l’Europa avrebbe stretto un’alleanza politico-culturale con i Paesi arabi (nell’ambito del dialogo euro-arabo successivo alla crisi petrolifera del 1973), che avrebbe progressivamente favorito l’immigrazione dai Paesi musulmani, concessioni politiche e culturali al mondo arabo, un indebolimento dell’identità europea. Secondo l’autrice, il momento chiave sarebbe stato un incontro del 1974 a Bruxelles nell’ambito del Dialogo Euro-Arabo promosso dalla Comunità economica europea.
Ma il vento sta cambiando. E la stessa Europa che ha vinto a Lepanto e a Vienna sta scoprendo di non avere molta voglia di permettere chi i propri figli siano presi a pugni sui bus scolastici se non rispettano le norme contro l’uomo di una religione estranea.
I bengalesi vogliono la loro moschea. Presentato il progetto nel Veneziano
I lavori di sgombero dell’area dell’ex segheria Rosso di via Giustizia, a Mestre, da anni ritrovo di tossicodipendenti e senzatetto, sono iniziati alla grande. Operazione pulizia di circa 8.000 metri quadrati, dove al posto di edifici fatiscenti dovrebbe sorgere una grande moschea. È il sogno della comunità islamica bengalese, che messo mano al portafoglio sta finanziando i lavori in attesa che possa esserci una variante di destinazione d’uso della zona, da commerciale a luogo di culto, e che ci sia il parere favorevole delle Fs per la vicinanza alla linea ferroviaria. «Faremo tutti i passi con calma, rispettando tutte le normative. Ora ci sono le elezioni e non ha senso presentare nulla, ma con la prossima amministrazione andremo avanti», ha dichiarato al Gazzettino Prince Howlader, presidente dell’associazione Giovani per l’umanità e promotore del progetto che vuole dare una moschea ai connazionali di Mestre e Marghera. L’ennesima invasione islamica? Di certo, Howlader è una figura a sé stante. Nato in Bangladesh nel 1993, a Mestre dall’età di sette anni, di professione informatico e proprietario col fratello di una società che fornisce servizi ai connazionali, è tra i candidati di Fratelli d’Italia alle elezioni comunali del prossimo maggio. Quella bengalese è la comunità straniera più numerosa a Venezia, sono circa 20.000 e Howlader potrebbe contare sui 3.500 voti di coloro che hanno accesso alle urne. Tutti, scalpitano per avere una moschea. «Tanti nostri imprenditori sono di destra e finalmente ora abbiamo un confronto con la destra. Ci troviamo sui valori: rispettare le regole, essere cittadini perbene, non commettere reati, tenere alla famiglia», affermò un anno fa in un’intervista sul Corriere del Veneto. Lo scorso maggio, la fondazione che fa capo alla comunità bengalese firmò il preliminare d’acquisto con i proprietari dell’ex segheria, versando un anticipo di 150.000 euro su 1,5 milioni di euro. Con le elezioni alle porte, l’imprenditore fa sapere: «Presenteremo successivamente il progetto aspettando la futura amministrazione», confermando che la moschea «dovrà essere abbastanza grande per accogliere almeno 2.000 persone, e ci saranno servizi e parcheggi».Subito si è fatta sentire la Lega, per voce dell’europarlamentare Anna Maria Cisint. «In via Giustizia non potrà sorgere nessuna moschea, perché non esiste alcuna variante né autorizzazione per la destinazione a luogo di culto. E finché la Lega governerà questa città e ne avrà la forza, questo non accadrà», ha dichiarato ieri. Ha poi ribadito che «senza la sottoscrizione di un accordo con lo Stato italiano, nel quale si ribadisca in modo chiaro e inequivocabile che l’islam deve rispettare la Costituzione, le nostre leggi e i nostri valori, nessuno spazio può essere concesso all’islam. Stiamo predisponendo un pacchetto normativo che preveda l’istituzione di un registro dei luoghi di culto, definendone il perimetro della legalità attraverso regole chiare e la sottoscrizione di una “Carta dei valori”, che imponga il rispetto incondizionato della legge italiana e il ripudio esplicito di tutte le norme del Corano incompatibili con la nostra Costituzione». Intanto, al Comune di Venezia dicono di non aver ancora visto l’ombra di un progetto di moschea, nessuna richiesta è stata protocollata. I tempi per una variante sono lunghi e con l’attuale legge regionale del Veneto occorre pure una delibera per la trasformazione in luogo di culto. Sempre che l’operazione non venga bocciata.
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La villetta della famiglia Poggi in via Pascoli a Garlasco (Ansa)
13 agosto 2007: Chiara Poggi viene trovata morta nella sua villetta a Garlasco. Alberto Stasi, il fidanzato, viene condannato in via definitiva. Ma nel 2025 spunta un nuovo indagato: Andrea Sempio. Questa è la ricostruzione investigativa di 18 anni di dubbi, processi e verità mai chiarite.
Il delitto di Garlasco: i fatti del 13 agosto 2007
La mattina del 13 agosto 2007 Garlasco, comune della provincia di Pavia, si sveglia come un paese di provincia in piena estate. Poco prima delle 14, però, la normalità viene spezzata da una telefonata al 118. A chiamare è Alberto Stasi, 24 anni, studente dell’Università Bocconi di Milano e fidanzato di Chiara Poggi. La frase che riferisce agli operatori è destinata a entrare nella cronaca giudiziaria italiana: «Ho trovato una persona uccisa in via Pascoli».
La villetta è quella della famiglia Poggi, al civico di via Pascoli, dove Chiara vive con i genitori e il fratello. In quei giorni, però, la casa è occupata solo da lei: il resto della famiglia è in vacanza in Trentino. Quando i soccorritori e i carabinieri arrivano sul posto, trovano il corpo della ragazza in fondo alle scale che conducono al seminterrato. Chiara Poggi ha 26 anni. È stata colpita ripetutamente alla testa. Il cadavere è riverso in una pozza di sangue, con evidenti segni di un’aggressione violenta.
La scena del crimine si presenta subito complessa. Le scale che portano alla cantina sono macchiate di sangue. Il corpo è stato trascinato o comunque ha terminato la sua caduta in fondo alla rampa. L’arma del delitto non viene trovata. Fin dall’inizio gli investigatori ipotizzano che possa trattarsi di un oggetto contundente, compatibile con un martello o uno strumento simile, ma nessun oggetto viene repertato come arma certa.
I primi rilievi vengono effettuati dai carabinieri e dai reparti scientifici. La casa non presenta segni evidenti di effrazione. Non risultano oggetti di valore mancanti. L’ipotesi della rapina appare subito poco solida e l’attenzione degli inquirenti si concentra sul contesto personale della vittima. La notizia dell’omicidio si diffonde rapidamente in paese. Garlasco è una comunità di poco più di novemila abitanti, e l’uccisione di una giovane donna nella sua abitazione scuote profondamente l’opinione pubblica locale e nazionale.
Nelle ore successive emergono i primi elementi fattuali: Chiara era sola in casa, i genitori e il fratello erano in vacanza, l’ultima persona ad averla cercata è stata il fidanzato. Alberto Stasi racconta di essere arrivato alla villetta e di aver trovato la porta aperta, di essere entrato e di aver scoperto il corpo sulle scale, per poi chiamare i soccorsi. Indossa abiti che appaiono puliti, senza evidenti tracce di sangue. Un dettaglio che, fin dai primi momenti, attirerà l’attenzione degli investigatori e diventerà uno dei punti centrali dell’inchiesta.
Il delitto di via Pascoli, in poche ore, esce dai confini della cronaca locale e diventa un caso nazionale. Comincia da qui una delle vicende giudiziarie più lunghe e controverse degli ultimi decenni, segnata da indagini complesse, processi, assoluzioni, condanne e, molti anni dopo, da una nuova riapertura del caso.
Chi era Chiara Poggi
Chiara Poggi aveva 26 anni e viveva a Garlasco con la sua famiglia. Era una giovane donna riservata, laureata in economia, impegnata professionalmente e legata da una relazione stabile con Alberto Stasi, allora 24enne, studente alla Bocconi di Milano. I due si frequentavano da tempo e il loro rapporto era noto nell’ambiente familiare e nel paese.
La famiglia Poggi era composta dai genitori e dal fratello minore, Marco. Nell’estate del 2007, mentre Chiara rimane a casa, i familiari si trovano in vacanza in Trentino. La ragazza, quindi, è sola nella villetta di via Pascoli nei giorni immediatamente precedenti al delitto.
Non risultano, dagli atti, situazioni di conflitto pubblico o di particolare esposizione mediatica prima dell’omicidio. Chiara conduce una vita considerata normale, divisa tra lavoro, affetti e la relazione con il fidanzato. Proprio questo elemento, l’assenza di un contesto di rischio evidente, contribuisce a rendere il delitto di Garlasco un caso di forte impatto sull’opinione pubblica.
Dopo la sua morte, il nome di Chiara Poggi diventa indissolubilmente legato a una delle inchieste più discusse della cronaca giudiziaria italiana. La sua figura, nei resoconti processuali e giornalistici, resta quella di una vittima di un omicidio avvenuto all’interno delle mura domestiche, in un contesto che, almeno in apparenza, non lasciava presagire una tragedia di tale portata.

Le prime indagini e i primi sospetti
Fin dalle prime ore successive al ritrovamento del corpo di Chiara Poggi, l’attenzione degli investigatori si concentra sull’ambiente più vicino alla vittima. In assenza di segni evidenti di effrazione e con una casa che non risulta messa a soqquadro, l’ipotesi della rapina viene rapidamente accantonata. I carabinieri e la Procura di Pavia iniziano a ricostruire le ultime ore di vita della giovane e i suoi contatti più recenti.
Al centro delle verifiche finisce subito Alberto Stasi, il fidanzato, che è anche la persona che ha dato l’allarme. Stasi racconta di essere arrivato alla villetta di via Pascoli, di aver trovato la porta aperta e di aver scoperto il corpo sulle scale che portano al seminterrato. Dice di non essere sceso, di aver chiamato immediatamente i soccorsi e di essere poi uscito per attendere l’arrivo delle forze dell’ordine.
Uno degli elementi che attira l’attenzione degli inquirenti è l’abbigliamento di Stasi al momento dell’arrivo dei soccorsi. I vestiti appaiono puliti e non presentano tracce evidenti di sangue, nonostante il giovane riferisca di essere entrato in casa e di aver visto il corpo in una zona fortemente insanguinata. Questo dato viene considerato fin da subito un punto da approfondire sul piano investigativo.
Nel corso delle prime settimane vengono effettuati sequestri e accertamenti tecnici. Vengono controllati il computer di Stasi, i suoi movimenti, le sue comunicazioni e le sue abitudini. Viene inoltre sequestrata una bicicletta, dopo che alcuni testimoni riferiscono di aver visto, nei pressi della villetta di via Pascoli, una bicicletta di colore scuro nella mattina del delitto. La presenza di una bici nera davanti alla casa della vittima diventa uno degli elementi che entrano nel fascicolo dell’indagine.

Il 24 settembre 2007 Alberto Stasi viene arrestato con l’accusa di omicidio. L’arresto si basa su un insieme di indizi raccolti nella fase iniziale delle indagini, ma la misura cautelare ha vita breve. Dopo pochi giorni, il giovane viene rimesso in libertà per insufficienza di elementi a sostegno dell’accusa. La decisione di scarcerarlo segnala già, in questa fase, la difficoltà di costruire un quadro probatorio solido e univoco.
Parallelamente, proseguono gli accertamenti scientifici sulla scena del crimine e sui reperti raccolti. Le prime perizie si concentrano sulle tracce ematiche, sulle impronte e sugli oggetti presenti nell’abitazione. L’obiettivo degli inquirenti è quello di verificare la compatibilità tra il racconto di Stasi e gli elementi materiali disponibili, in particolare per quanto riguarda i movimenti all’interno della casa e la possibilità di non sporcarsi di sangue in un ambiente così compromesso.
Il caso, già nelle sue prime settimane, assume una forte rilevanza mediatica. Le notizie sulle indagini, sugli indizi e sugli sviluppi giudiziari trovano ampio spazio sui giornali e nei programmi televisivi. Questo contribuisce a creare un clima di attenzione costante attorno all’inchiesta, mentre la Procura di Pavia continua a lavorare per chiarire la dinamica dell’omicidio e individuare eventuali responsabilità penali.
In questa fase iniziale, il procedimento si muove su un terreno ancora incerto, fatto di sospetti, verifiche tecniche in corso e valutazioni che saranno destinate a pesare negli anni successivi, sia nei processi sia nel dibattito pubblico attorno al delitto di Garlasco.
Gli errori investigativi iniziali
Con il passare del tempo e con l’emergere degli atti processuali, diventa sempre più chiaro che le prime fasi dell’indagine sul delitto di Garlasco sono state segnate da una serie di criticità operative. Alcuni di questi elementi verranno discussi e valutati nel corso dei processi e nelle perizie successive, contribuendo a rendere il quadro probatorio complesso e controverso.
Uno dei punti più rilevanti riguarda l’autopsia. In quella fase, il corpo di Chiara Poggi non viene pesato, un passaggio che, secondo diversi esperti, avrebbe potuto fornire indicazioni utili per una stima più precisa dell’orario della morte. L’assenza di questo dato verrà considerata, negli anni successivi, una lacuna significativa nella ricostruzione temporale degli eventi.
Un altro aspetto riguarda il sequestro delle scarpe di Alberto Stasi. Le calzature vengono acquisite dagli inquirenti con un ritardo di circa 48 ore rispetto al giorno del delitto. Quando vengono sequestrate, risultano già pulite. Questo elemento diventa centrale nelle successive discussioni peritali, perché incide sulla possibilità di verificare la presenza o meno di tracce ematiche compatibili con la scena del crimine.
Anche sul fronte delle impronte emergono criticità. Le impronte di Chiara Poggi non vengono rilevate in modo completo nelle prime fasi, tanto che, in seguito, si renderà necessaria la riesumazione del corpo per effettuare ulteriori accertamenti. La gestione iniziale dei rilievi viene così messa in discussione nei procedimenti successivi.
Tra gli elementi più discussi c’è anche il dispenser del sapone presente nell’abitazione. Su questo oggetto viene rilevata un’impronta attribuita ad Alberto Stasi. La presenza dell’impronta diventerà uno dei punti valutati nel processo, in relazione all’ipotesi che l’autore del delitto possa essersi lavato le mani dopo l’aggressione. Anche in questo caso, il modo in cui il reperto viene acquisito e interpretato entra nel dibattito giudiziario.
Nel complesso, la fase iniziale dell’inchiesta viene segnata da una gestione della scena del crimine che, secondo quanto emergerà negli atti, presenta diversi punti deboli: rilievi incompleti, tempi non ottimali nei sequestri e scelte operative che complicano, a distanza di anni, la lettura univoca delle prove. Questi elementi non restano sullo sfondo, ma diventano parte integrante del confronto processuale e contribuiscono a spiegare perché il caso Garlasco sia stato caratterizzato da esiti giudiziari alterni e da un dibattito ancora aperto.
I processi: 8 anni di altalene giudiziarie
Il percorso giudiziario sul delitto di Garlasco si apre formalmente con il rinvio a giudizio di Alberto Stasi e si sviluppa lungo un arco di otto anni, segnato da decisioni contrastanti e da una continua rivalutazione del materiale probatorio. È una vicenda processuale complessa, che attraversa tutti i gradi di giudizio e che finisce per diventare uno dei casi più discussi della giustizia italiana recente.
Nel 2009 si celebra il processo di primo grado con rito abbreviato. Il tribunale assolve Alberto Stasi dall’accusa di omicidio, ritenendo insufficienti gli elementi per affermarne la responsabilità penale oltre ogni ragionevole dubbio. La decisione si basa su una valutazione critica degli indizi raccolti e delle prime perizie, considerate non decisive per sostenere una condanna.
Nel 2011 arriva il giudizio di appello. Anche in questa sede, l’assoluzione viene confermata. I giudici ribadiscono la mancanza di un quadro probatorio univoco e sottolineano le incertezze legate sia alla ricostruzione della dinamica del delitto sia all’interpretazione delle prove scientifiche. Per la seconda volta, dunque, Stasi esce dal processo senza una condanna.

La vicenda giudiziaria subisce una svolta nel 2013. La Corte di Cassazione annulla la sentenza di assoluzione e dispone un nuovo processo di appello. Secondo la Suprema Corte, le motivazioni delle decisioni precedenti presentano profili di incompletezza nella valutazione di alcuni elementi probatori. L’annullamento non equivale a una condanna, ma riapre il procedimento e impone una nuova analisi delle prove.
Il nuovo giudizio di appello, celebrato nel 2014, si conclude con un esito opposto rispetto ai precedenti. La Corte d’appello condanna Alberto Stasi a 16 anni di reclusione per omicidio volontario. La decisione si fonda su una diversa valutazione delle prove scientifiche e indiziarie, ritenute nel loro insieme sufficienti a sostenere l’affermazione di responsabilità.
Nel 2015 la Corte di Cassazione è chiamata a pronunciarsi in via definitiva. Il 12 dicembre di quell’anno la Suprema Corte conferma la condanna a 16 anni di carcere, rendendola irrevocabile. Con questa sentenza si chiude il lungo iter processuale iniziato dopo il delitto del 2007. Stasi entra in carcere per scontare la pena, mentre il caso Garlasco continua a essere oggetto di dibattito pubblico e giuridico.
Questo percorso, fatto di assoluzioni, annullamenti e condanne, riflette la difficoltà dei giudici nel valutare un impianto probatorio complesso e segnato dalle criticità delle prime indagini. Le diverse decisioni non nascono da fatti nuovi in senso stretto, ma da differenti interpretazioni delle stesse prove, in particolare di quelle di natura scientifica.
Le perizie che cambiarono tutto
Un ruolo centrale nell’evoluzione del processo sul delitto di Garlasco è stato giocato dalle perizie scientifiche, in particolare da quelle che hanno riguardato le scarpe di Alberto Stasi, le tracce presenti sulla scena del crimine e alcune impronte rinvenute nell’abitazione dei Poggi.
Uno dei punti più discussi riguarda la possibilità che Stasi abbia camminato nella casa insanguinata senza lasciare tracce evidenti sulle suole delle scarpe. In una prima fase, una perizia aveva ritenuto teoricamente possibile che, a distanza di tempo e dopo una pulizia, non restassero segni apprezzabili. Successivamente, una nuova valutazione tecnica giunge a conclusioni opposte, indicando che la probabilità di attraversare una scena del crimine come quella senza lasciare tracce sarebbe stata estremamente bassa, stimata nell’ordine di una possibilità su un milione. Questa diversa lettura del dato scientifico incide in modo significativo sull’impianto accusatorio.

Un altro elemento emerso nel corso degli anni riguarda un’impronta insanguinata individuata sul pigiama di Chiara Poggi. Si tratta di un dettaglio che non era stato valorizzato nelle prime fasi dell’indagine e che viene portato all’attenzione dei giudici solo in seguito, nel contesto delle nuove perizie. Anche questa traccia viene inserita nel quadro indiziario complessivo valutato nel processo di appello bis.
Sul fronte delle tracce biologiche, viene esaminato anche il DNA rinvenuto sotto le unghie della vittima. Le analisi non portano a un’attribuzione certa ad Alberto Stasi e il dato viene considerato insufficiente, da solo, per fondare una conclusione univoca sulla responsabilità. Resta tuttavia un elemento che continuerà a essere discusso negli anni successivi, soprattutto in relazione alle iniziative della difesa.
Un ulteriore reperto che entra nel dibattito processuale è il dispenser del sapone presente nel bagno della villetta. Su questo oggetto viene rilevata un’impronta attribuita a Stasi. L’interpretazione data a questo elemento è collegata alla teoria secondo cui l’autore del delitto potrebbe essersi lavato le mani dopo l’aggressione. Anche in questo caso, non si tratta di una prova isolata, ma di un tassello inserito in un mosaico indiziario più ampio.

Nel loro insieme, queste perizie e rivalutazioni tecniche contribuiscono a modificare il giudizio dei magistrati rispetto alle prime sentenze di assoluzione. Non introducono una prova diretta del delitto, ma rafforzano, secondo i giudici dell’appello bis e della Cassazione, un quadro indiziario ritenuto sufficientemente grave, preciso e concordante per sostenere la condanna.
La bicicletta nera e i pedali scambiati
Uno degli elementi dibattuti nelle indagini sul delitto di Garlasco riguarda la bicicletta nera, vista davanti alla villetta la mattina del 13 agosto 2007. Alcuni testimoni riferirono di aver notato una bici di quel colore nei pressi dell’abitazione dei Poggi. Alberto Stasi possedeva una bicicletta nera, elemento che inizialmente alimentò sospetti e ipotesi investigative.
Nel corso delle perizie successive emerse che i pedali della bicicletta di Stasi non erano originali. Questo fatto generò la teoria secondo cui l’autore del delitto avrebbe potuto scambiare i pedali tra la bicicletta nera e un’altra di colore bordeaux, nel tentativo di eliminare eventuali tracce biologiche. La scoperta dei pedali non originali avvenne nel 2013, nel contesto della riapertura e rivalutazione degli elementi processuali da parte della Cassazione e della Corte d’appello.
Nonostante la notorietà di questa teoria, alla fine si rivelò non decisiva ai fini della condanna. Rimane comunque un passaggio significativo del dibattito giudiziario, perché evidenzia come anche dettagli apparentemente marginali, come componenti di biciclette, siano stati attentamente analizzati dagli investigatori e dai periti nel corso di un processo complesso e durato anni.

La condanna definitiva: 16 anni senza movente
Il 12 dicembre 2015 la Corte di Cassazione emette la sentenza definitiva sul delitto di Garlasco, confermando la condanna a 16 anni di reclusione per Alberto Stasi. La pena viene inflitta per omicidio volontario, ma il punto più discusso della sentenza è l’assenza di un movente chiaro. Secondo i giudici, l’omicidio sarebbe stato commesso durante un “attacco di rabbia”, senza alcuna spiegazione razionale rispetto alla relazione tra la vittima e l’imputato.
Alberto Stasi entra nel carcere di Bollate per iniziare a scontare la pena. Fin dall’inizio, mantiene la propria posizione di innocenza, ribadita anche dai legali difensori durante l’iter giudiziario. La condanna, seppure supportata da prove indiziarie e perizie scientifiche ritenute decisive dai giudici, resta controversa per l’anomalia di una pena così grave senza un movente identificato.
Questa sentenza rappresenta la conclusione formale di un lungo percorso processuale iniziato nel 2007 e segnato da assoluzioni, annullamenti e condanne contrastanti. L’assenza di un movente chiaro, unita alle criticità nelle prime indagini, continua a costituire uno dei principali punti di discussione tra esperti di diritto, giornalisti e appassionati di cronaca nera.
2016-2017: il DNA di Andrea Sempio
Dopo la condanna definitiva di Alberto Stasi, emergono nuovi elementi scientifici che riaprono la discussione sul delitto di Garlasco. Nel dicembre 2016, la difesa di Stasi presenta nuove perizie sul DNA trovato sotto le unghie di Chiara Poggi. L’analisi indica che il profilo genetico non apparteneva a Stasi, ma a un’altra persona: Andrea Sempio, amico del fratello della vittima, Marco Poggi, nel 2007 diciannovenne.
La Procura di Pavia avvia una nuova indagine per valutare eventuali responsabilità di Sempio. Tuttavia, la svolta dura poco. Il 2 marzo 2017 il GIP archivia il procedimento: la perizia genetica viene giudicata radicalmente priva di attendibilità e il DNA trovato sotto le unghie della vittima ritenuto insufficiente a sostenere un’accusa.
Questa fase del caso evidenzia un buco temporale tra il 2017 e il 2025, durante il quale le indagini principali restano concluse sul piano giudiziario per Sempio, mentre Stasi continua a scontare la condanna. Le nuove perizie, pur senza portare a un rinvio a giudizio immediato, rappresentano un passaggio chiave che anticipa la riapertura del caso con tecnologie più avanzate nel 2025.

Marzo 2025: il caso riaperto
L’11 marzo 2025 il caso Garlasco torna al centro dell’attenzione giudiziaria. Andrea Sempio, oggi 37 anni, viene nuovamente indagato per omicidio in concorso, a seguito di nuove analisi genetiche sul DNA precedentemente trovato sotto le unghie di Chiara Poggi. Le tecniche moderne, più precise rispetto agli strumenti utilizzati nel 2016-2017, hanno permesso di rivalutare la compatibilità del profilo genetico con l’indagato.
Inizialmente, Sempio si rifiuta di sottoporsi al tampone salivare. Successivamente viene effettuato un prelievo coattivo. La nuova fase investigativa riaccende il clima mediatico sul caso e introduce elementi tecnologici all’avanguardia nel dibattito giudiziario, che potrebbero influenzare lo sviluppo delle indagini e l’eventuale processo.
Le nuove perquisizioni e il martello nel canale
Il 14 maggio 2025 le autorità eseguono perquisizioni multiple: casa di Andrea Sempio a Voghera, abitazione dei genitori a Garlasco e le residenze di due amici, Mattia Capra e Roberto Freddi. Vengono sequestrati telefoni, computer e altri supporti informatici.
Nella stessa giornata, a Tromello, viene dragato un canale dove viene ritrovato un martello, l’arma mai recuperata del delitto di Chiara Poggi. L’analisi forense sull’oggetto è in corso per determinarne l’eventuale correlazione con l’omicidio, rappresentando un possibile elemento chiave nella nuova fase investigativa.

L’impronta 33: il nuovo elemento chiave
A maggio 2025 emerge un ulteriore elemento di rilievo: l’impronta 33, individuata sulle scale vicino al corpo della vittima. La traccia originale era stata raschiata nel 2007, un errore investigativo che ha limitato l’analisi diretta. Oggi, le valutazioni vengono effettuate su fotografie ad alta risoluzione, integrate da nuove tecnologie di intelligenza artificiale per confrontare le caratteristiche dell’impronta con quelle di Sempio.
Nonostante le difficoltà legate alla conservazione della prova, l’impronta 33 potrebbe rappresentare un elemento significativo, seppur con limiti evidenti, nel quadro probatorio del caso.
Chi è Andrea Sempio: profilo dell’indagato
Andrea Sempio, al momento del delitto di Chiara Poggi nel 2007, aveva 19 anni ed era un amico stretto di Marco Poggi, fratello della vittima. Frequentava la casa della famiglia Poggi e conosceva bene l’ambiente domestico, elemento che lo rende rilevante nelle indagini successive.
Oggi, nel 2025, Sempio ha 37 anni e vive a Voghera. Durante la riapertura del caso, viene messo al centro delle investigazioni per il DNA rinvenuto sotto le unghie della vittima, inizialmente non identificabile ma ora analizzato con tecnologie più avanzate.
Per quanto riguarda il giorno del delitto, Sempio può vantare un alibi documentato: lo scontrino del parcheggio a Vigevano, conservato su suggerimento dei genitori. Anche i familiari sono stati coinvolti nelle indagini; in particolare, la madre Daniela Ferrari viene convocata in caserma nell’aprile 2025 e subisce un malore durante l’audizione.
Sempio è difeso dagli avvocati Taccia e Lovati, che seguono le nuove fasi investigative e contestano la solidità delle prove emerse con le tecniche genetiche più recenti. Il profilo giornalistico di Sempio integra elementi biografici e investigativi, offrendo un quadro completo del ruolo dell’indagato nel contesto del delitto di Garlasco.
Le teorie in campo: cosa dicono le difese
Il caso Garlasco resta caratterizzato da posizioni contrastanti tra difese e accusa, con teorie investigative diverse che cercano di spiegare i fatti del 13 agosto 2007.
- Difesa di Alberto Stasi: sostiene l’innocenza del proprio assistito e punta alla revisione del processo. L’elemento centrale è il DNA di Andrea Sempio sotto le unghie della vittima, che secondo i legali dimostrerebbe la presenza di un altro possibile autore e non di Stasi.
- Difesa di Andrea Sempio: evidenzia che le perizie del 2016-2017 erano insufficienti a sostenere un’accusa e che la precedente archiviazione rimane valida. Sempio non avrebbe dunque responsabilità confermate, e l’indagine riaperta si basa su nuove analisi genetiche che, pur avanzate, non risolvono ancora tutti i dubbi.
- Accusa (Procura di Pavia): con le nuove tecnologie di analisi del DNA, sostiene l’ipotesi di omicidio in concorso, ipotizzando che Sempio possa aver avuto un ruolo nel delitto. L’accusa non esclude inoltre la presenza di un terzo soggetto, mai identificato, che potrebbe aver partecipato o influenzato gli eventi, mantenendo aperta l’ipotesi di una responsabilità condivisa.
Questa sezione evidenzia le diverse interpretazioni dei fatti: la posizione di Stasi punta a rivedere la condanna definitiva, la difesa di Sempio contesta la solidità delle prove e l’accusa sostiene che le nuove analisi genetiche possano modificare la ricostruzione precedente. Le teorie in campo mostrano come il delitto di Garlasco rimanga un caso complesso e non ancora risolto in tutti i suoi aspetti, con scenari investigativi aperti e controversi.
I dubbi irrisolti del delitto di Garlasco
Nonostante diciotto anni di indagini, processi e perizie, il delitto di Garlasco presenta ancora numerosi punti oscuri che non trovano risposta.
- Movente mai chiarito: la condanna di Alberto Stasi si basò sull’ipotesi di un “attacco di rabbia”, senza che venisse individuato un motivo concreto. Anche l’ipotesi di un coinvolgimento di Andrea Sempio non ha fornito un movente definito.
- Arma del delitto: per diciotto anni l’oggetto utilizzato per colpire Chiara Poggi è rimasto sconosciuto, sebbene nel maggio 2025 sia stato ritrovato un martello durante le ricerche nel canale di Tromello. Restano in corso le analisi forensi per confermare la correlazione con l’omicidio.
- DNA sotto le unghie: il profilo genetico rimane parziale e a bassa probabilità statistica. Le analisi recenti lo collegano ad Andrea Sempio, ma la certezza non è completa, e la prova non consente di escludere altri soggetti.
- Eventuali alterazioni della scena del crimine: errori investigativi iniziali, come il raschiamento dell’impronta 33 sulle scale o il ritardo nel sequestro delle scarpe di Stasi, sollevano dubbi sulla preservazione della scena del crimine e sulla correttezza delle prime rilevazioni.
- Compatibilità della timeline: restano interrogativi sull’orario della morte rispetto agli alibi di Stasi e Sempio, così come sulla presenza di eventuali complici o testimoni non identificati.
Questi elementi mostrano come il delitto di Garlasco rimanga un caso complesso, con domande ancora aperte e scenari investigativi non del tutto chiariti. La ricostruzione completa, pur basata su fatti accertati, lascia spazio a ipotesi e analisi ulteriori, rispettando la presunzione di innocenza e la cautela giornalistica richiesta dal caso.
Cronologia completa: 2007-2025
Il ruolo dei media e l’impatto sulla giustizia
Il delitto di Garlasco è stato uno dei primi grandi casi di cronaca nera italiana a trasformarsi in un vero e proprio processo mediatico, con una copertura costante da parte di televisioni, quotidiani e trasmissioni investigative. Fin dai primi giorni, il clamore mediatico ha influenzato percezioni e opinioni, rendendo la vicenda un evento nazionale.
Trasmissioni come Quarto Grado hanno seguito ogni fase delle indagini e dei processi, contribuendo a creare un racconto pubblico intenso e spesso polarizzante. La pressione mediatica ha avuto un impatto diretto sulle indagini, sulle dichiarazioni dei testimoni e sul clima generale di attenzione intorno al caso.
Gli errori narrativi dei media sono stati oggetto di critiche: alcune ricostruzioni hanno enfatizzato dettagli sensazionali o ipotesi non confermate, alimentando dubbi e sospetti nella popolazione. Al tempo stesso, la visibilità costante ha permesso una maggiore trasparenza dei procedimenti, pur rischiando di compromettere la serenità del dibattimento giudiziario.
Nel 2025, con la riapertura del caso e l’indagine su Andrea Sempio, la stampa e i programmi televisivi hanno rilanciato l’attenzione sul delitto, mostrando l’importanza delle nuove tecniche di analisi forense e dell’evoluzione tecnologica nel processo investigativo. La gestione mediatica resta quindi centrale: da un lato aumenta la consapevolezza pubblica, dall’altro solleva interrogativi sul peso dell’opinione pubblica nella giustizia penale.
Il caso Garlasco anticipa fenomeni successivi in altri processi di cronaca nera, come quello di Amanda Knox a Perugia, mostrando come la televisione e i media possano diventare protagonisti indiretti nel corso delle indagini e dei giudizi.
Cosa succederà ora: scenari futuri
Il delitto di Garlasco resta aperto a scenari investigativi e giudiziari complessi. Nei prossimi mesi saranno determinanti le analisi DNA definitive e la perizia sul martello ritrovato nel canale di Tromello, che potrebbero confermare o escludere il collegamento con il delitto di Chiara Poggi.
Se le prove confermassero il coinvolgimento di Andrea Sempio, la Procura di Pavia potrebbe disporre un rinvio a giudizio, segnando una nuova fase del processo. Parallelamente, la posizione di Alberto Stasi, attualmente in semilibertà dal 2025, potrebbe essere oggetto di ulteriori richieste di revisione, qualora emergessero elementi di prova nuovi o inediti.
Gli scenari possibili rimangono molteplici: potrebbe risultare colpevole uno solo degli indagati, entrambi, oppure, in caso di esiti contrari alle attese, nessuno dei due. La prudenza investigativa e giudiziaria resta fondamentale, con tempi tecnici necessari per l’espletamento delle perizie e la verifica di ogni elemento raccolto.
La vicenda sottolinea l’importanza di un approccio rigoroso e documentato: ogni nuovo accertamento può cambiare significativamente la ricostruzione, senza mai prefigurare sentenze anticipate. La cronaca e la giustizia continuano a procedere fianco a fianco, in un caso che resta tra i più complessi e controversi della cronaca nera italiana.
FAQ sul delitto di Garlasco
Quando è avvenuto il delitto di Garlasco?
Il delitto di Garlasco è avvenuto il 13 agosto 2007 nella villetta di Chiara Poggi in via Pascoli, a Garlasco (Pavia). Puoi leggere la cronologia completa del delitto per tutti i dettagli.
Chi è stato processato e condannato?
Alberto Stasi, fidanzato di Chiara Poggi, è stato condannato in via definitiva nel 2015 a 16 anni di carcere per omicidio volontario. Tutti i passaggi processuali e le perizie che hanno portato alla condanna sono spiegati nella sezione dei processi.
Quali prove sono state decisive?
Le prove principali sono state le perizie scientifiche sulle scarpe di Stasi, l'impronta insanguinata sul pigiama di Chiara e altre tracce forensi raccolte dai carabinieri e dal RIS. Tutti i dettagli delle perizie sono disponibili nella sezione dedicata alle perizie.
Esistono ancora dubbi irrisolti?
Sì. Non è stato chiarito il movente, alcune tracce rimangono controverse e nuove indagini riguardano Andrea Sempio, indagato nel 2025. Per un’analisi completa dei punti oscuri, consulta la sezione sui dubbi irrisolti.
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Ansa
Nuovo ok (non definitivo) all’«aiuto attivo a morire». E spunta un emendamento contro chi osa fare propaganda per la vita.
L’altro ieri il presidente francese Emmanuel Macron ha commemorato il triste anniversario dell’invasione russa in Ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022, e la scia di morte che l’ha accompagnata. Eppure, meno di ventiquattro ore dopo, l’assemblea nazionale è stata nuovamente chiamata a decidere se sdoganare o meno «l’aiuto attivo a morire». Una promessa di campagna dello stesso Macron. Il voto non era definitivo eppure ha mostrato come sia facile far saltare i cosiddetti «freni» alle derive della morte assistita, ma anche ignorare le allerte lanciate da alcune delle stesse istituzioni francesi. Il verdetto è arrivato a fine pomeriggio: 299 voti a favore e 226 contro. Poco prima, l’assemblea nazionale aveva approvato all’unanimità un progetto di legge parallelo, dedicato alle cure palliative.
Il voto sul progetto di legge che potrebbe aprire le porte alla morte assistita ha confermato la spaccatura netta che attraversa il parlamento francese. Basti pensare che, lo scorso 28 gennaio, il Senato di Parigi aveva respinto a maggioranza, 181 voti contro, 122 a favore, lo stesso progetto di legge. Il segnale dato dalla Camera alta, dove la destra de Les Républicains (Lr) è maggioritaria, era chiaro. Lo aveva sintetizzato bene una senatrice Lr, Christine Bonfanti-Dossat «con tutto quello che succede in questo momento, la morte può attendere». E invece no.
E così, tra i primi emendamenti approvati ieri ce n’era uno che ha introdotto un nuovo reato: quello dell’«impedimento o tentativo di impedimento della pratica o dell’accesso all’informazione sul suicidio assistito», in particolare attraverso «la diffusione» di «affermazioni» che potrebbero «indurre intenzionalmente in errore». I trasgressori rischiano due anni di carcere e una multa da 30.000 euro. In parallelo è stato approvato un emendamento quasi speculare, che prevede una pena di 1 anno di carcere e una multa di 15.000 euro per «l’esercizio di pressioni su una persona affinché ricorra al suicidio assistito». Appare chiara la volontà del legislatore di punire meno severamente coloro che spingessero qualcuno a ricorrere al suicidio assistito, rispetto a chi invitasse a riflettere sull’opportunità di ricorrere alla «dolce morte». Meno chiari sono invece i limiti entro i quali la critica all’aiuto attivo a morire rientri nel perimetro del diritto alla libertà di espressione e di opinione. Tra gli altri emendamenti approvati ieri, uno prevede che l’auto somministrazione della sostanza letale, sia la regola, mentre l’intervento di un terzo l’eccezione. Un altro, proposto dal governo, esclude invece che «la sola sofferenza psicologica» consenta il ricorso all’aiuto a morire.
Per Eric Martineau, deputato del partito centrista alleato dei macronisti, «l’aiuto a morire deve rimanere un’eccezione». Parole pronunciate ieri, ma che ricordano tanto quelle proferite nello stesso emiciclo, nel novembre del 1974, da Simone Veil quando di discuteva sulla legalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza: «L’aborto deve restare l’eccezione». Le cose sono andate diversamente. I dati più recenti del ministero della Salute francese, hanno rivelato che, nel 2024, al di là delle Alpi, sono stati praticati 251.270 aborti. Si tratta del numero più alto da 30 anni a questa parte. Inoltre, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, nel 2025 le nascite sono state inferiori ai decessi. Eppure, l’anno prima, Macron aveva fatto aggiungere alla Costituzione francese, la libertà di abortire.
Sempre ieri, Vincent Trébuchet, deputato dell’Udr partito alleato a quello di Marine Le Pen, ha dichiarato su Le Figaro Tv che «tutti gli emendamenti di buon senso sono stati respinti» dai promotori della legge che rischia di essere una delle più permissive al mondo. Va detto che i partiti francesi avevano lasciato libertà di coscienza ai parlamentari. Così sono nate delle insolite convergenze, come quella contro la legge sull’aiuto a morire, tra il Fronte di sinistra anti-abilista e il collettivo di persone malate, Les Eligibles (cioè «gli ammissibili» alla dolce morte)
Anche se pesante, il voto di ieri all’Assemblea nazionale non ha trasformato in legge il progetto. In effetti servirà ancora una nuova lettura al Senato. In seguito, è molto probabile che il progetto di legge venga esaminato da un commissione mista paritaria, composta da deputati e senatori a cui. Per finire ci sarà ancora una navetta tra le Camere.
Come visto ieri, il parlamento e la società francesi sono spaccate sul tema della fine vita e non lo considerano urgente. Eppure, nel Paese che per ancora un annetto sarà guidato da Macron, sembra che si voglia favorire la morte a tutti i costi.
Sarebbe davvero triste se, alla fine del suo secondo quinquennio all’Eliseo, si constatasse che la smania per la dolce morte sia stato l’unico modo a disposizione di Macron per far dimenticare i suoi scarsi successi in ambito nazionale e internazionale.
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