Merci ferme nei porti della Sicilia. Scatta l’allarme farmaci per l’estate

Il rischio rincari e carenze, quale effetto del blocco prolungato del canale di Hormuz, colpisce sempre più settori. Dopo i voli e i traghetti, ora il problema degli aumenti e delle difficoltà per i rifornimenti interessa il settore farmaceutico.
A lanciare l’allarme è Lucia Aleotti, vicepresidente di Confindustria per il Centro studi, azionista e membro del board di Menarini, nel corso di un evento promosso da Farmindustria a Roma. «Le forniture a livello globale sono tutte connesse e i produttori di principi attivi sono energivori» quindi risentono in modo importante degli aumenti delle fonti fossili. A questo si aggiunge il rincaro dell’alluminio, usato per il confezionamento dei farmaci. Quindi il rischio, secondo Aleotti, è che ci possa essere una limitazione delle forniture in Europa e in Italia, «a partire dall’estate».
Il presidente di Farmindustria, Marcello Cattani, ha fornito qualche dettaglio in più dell’impatto della guerra sul settore. «Stiamo osservando un aumento dei costi legati agli ingredienti attivi tra il 20 e il 60% nei casi peggiori. A questi si aggiungono i rincari su alluminio, oltre il 20%, sulle plastiche e il pvc tra il 20 e il 30%».
Le carenze, ha detto il numero uno di Farmindustria, sono legate «all’insostenibilità dei costi industriali e all’indisponibilità di alcune materie prime». Sugli scaffali potrebbero esserci meno farmaci come paracetamolo, antibiotici, antidiabetici ma anche prodotti oncologici la cui produzione dipende dai precursori petrolchimici che arrivano dal Golfo. Quanto alla durata delle scorte, Cattani non si sbilancia perché dipende dai piani di approvvigionamento di ciascuna azienda ma «normalmente lo stock è di alcuni mesi».
La crisi ha messo in evidenza le debolezze dell’industria europea del farmaco. «Mentre Usa, Cina, Emirati Arabi, Singapore, Arabia Saudita hanno puntato sull’innovazione e corrono velocemente l’Europa continua a perdere terreno», avverte Cattani. Una deriva pericolosa se si considera che l’industria farmaceutica è un asset importante dell’economia italiana. Nel 2025 l’export ha superato i 69 miliardi di euro e la produzione 74 miliardi di euro mentre sono oltre 4 i miliardi di investimenti, in impianti ad alta tecnologia e ricerca.
La situazione del comparto farmaceutico si inserisce in uno scenario che in base alle previsioni del Centro studi di Confindustria, appare «molto grave per l’economia europea». A parlare sono i dati. Una crescita che non era già brillante nel 2025, pari all’1,5%, scenderà, se la crisi finirà rapidamente, all’1,1% e allo 0,4% se la congiuntura negativa dovesse prolungarsi. Quanto al nostro Paese, che è più esposto, dice il Centro studi, «passerebbe da una crescita che sarebbe stata interessante, dello 0,7% senza la crisi del Golfo, a una crescita zero se il conflitto continuerà fino a giugno e addirittura potrebbe ripiegare in una recessione con un -0,7% se la guerra dovesse arrivare al quarto trimestre di quest’anno». Aleotti, senza girarci tanto attorno, va dritta al punto: «L’esplosione dei costi energetici, le disruption nelle forniture, le difficoltà dei costi di trasporti delle materie prime, i materiali, sono una vera bomba per il sistema industriale italiano». Per la farmaceutica «qualcuno potrebbe pensare che il problema non sia così bruciante, perché magari non viene individuato come un settore energivoro. Questo è un enorme errore, perché l’intera filiera di fornitori della farmaceutica è energivora e quindi i prezzi dei beni intermedi della produzione delle materie prime esplodono».
Ci sono settori in cui la situazione sta già degenerando. In Sicilia gli autotrasportatori hanno bloccato le merci nei porti. Tir e container bloccati, piazzali desolati e scaffali della grande distribuzione che rischiano di restare vuoti se, come spiega Salvatore Bella, leader degli autotrasportatori, «il governo non interverrà». E avverte che «la protesta procederà a oltranza. Oltre i 5 giorni di stop annunciato, non movimentando i semirimorchi in entrata e in uscita».
Tra i punti che hanno scatenato la mobilitazione c’è l’Ets, spiega Bella, ovvero la tassa ecogreen imposta dall’Europa ed estesa al trasporto marittimo: «Da due anni paghiamo circa 400 euro in più per viaggiare sulle navi, perché le compagnie di navigazione hanno trasferito le loro spese su di noi, facendo lievitare i nostri costi». A questo, osserva ancora il sindacalista, «si aggiunge l’aumento del costo del carburante». Un combinato disposto che «mette in ginocchio il sistema di trasporto, in particolare quello siciliano».
Intanto i segnali di possibili negoziati Usa-Iran hanno attenuato i timori del mercato sulle interruzioni delle forniture legate alla presenza statunitense vicino allo Stretto di Hormuz. Le quotazioni del petrolio sono scese. In serata, il Brent si è attestato a 95,23 dollari al barile e il West Texas Intermediate a 92,48 dollari, in calo del 6,66%. E a Piazza Affari il Ftse Mib sale dell’1,36% a 48.175 punti.
In tutto questo, Bruxelles non prende in considerazione deroghe al Patto di stabilità, ma valuta di ampliare la possibilità di accedere agli aiuti di Stato fino a coprire una quota del 50% dei costi aggiuntivi derivanti dagli sviluppi di mercato influenzati dalla guerra in alcuni settori come quello dei carburanti e dei fertilizzanti.









