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2019-11-04
Banche. Alla fine ci guadagnano sempre loro
Zitte zitte, senza sollevare scandali e clamori, le banche hanno ricominciato a strizzare le tasche dei correntisti. Non che avessero mai sospeso l'attività di spremitura, ma durante la stagione di Mario Draghi alla Banca centrale europea era una manovra troppo sporca aumentare le spese mentre Francoforte azzerava i tassi d'interesse. Ora i tassi restano sottozero e le banche cercano di convincerci che tenere soldi sul conto corrente è un lusso che si paga. Unicredit colpirà con tassi negativi i paperoni con liquidità superiore ai 100.000 euro. Ma le banche hanno già ripreso da tempo a torchiare anche chi non raggiunge capitali simili con la scusa delle «spese di sistema», cioè i costi sostenuti per il fondo Atlante istituito per salvare gli istituti sull'orlo del crac. Oneri scaricati sulla clientela.
L'anno scorso l'aumento delle commissioni sui conti correnti ha avuto un netto rialzo. Lo ammette la stessa Banca d'Italia, che ogni anno pubblica un'indagine specifica. Il dossier pubblicato poche settimane fa, riferito al 2018, mostra che la spesa per gestire un conto bancario è cresciuta in media di 7,5 euro in 12 mesi portando la spesa media annua a 86,9 euro (+10% circa): in realtà, una famiglia media può arrivare a spendere anche 145 euro per la tenuta del conto più il bollo. Bankitalia riconosce che «si tratta di una netta accelerazione rispetto al precedente biennio». In quel periodo, infatti, i costi erano saliti complessivamente di 2,9 euro: 1,1 euro nel 2016 e 1,8 euro nel 2017.
In precedenza, era accaduto tutt'altro. Nel 2015 le spese di gestione erano calate di 5,8 euro e nel 2013 di 6,9 euro. Nel 2016 è dunque avvenuta un'inversione a «U», con ritocchi all'insù dei costi che l'anno scorso si sono trasformati in un'impennata. Le voci che più hanno inciso sono quelle del canone base e dei canoni per utilizzare le varie carte di pagamento: bancomat, carte di debito e carte di credito. Il che fa capire chi saranno le prime a guadagnare quando entrerà a regime la stretta sul contante: il costo di una carta di credito può arrivare a toccare i 168 euro annui più gli eventuali interessi per i rimborsi a rate.
C'è un modo per evitare queste mini stangate, almeno in parte? Certo: aprire un conto corrente online. L'indagine di Bankitalia parla chiaro: se un conto normale costa in un anno quasi 87 euro, per i conti online si precipita a 15,5 euro. E non si registrano variazioni apprezzabili: nel 2017 il costo annuo era pari a 15,3 euro. I tempi però stanno cambiando anche qui. CheBanca!, l'istituto online di Mediobanca, dal 1° gennaio triplicherà il canone per i clienti a bassa operatività: da 12 a 36 euro annui. Probabile che altre banche seguiranno l'esempio.
Le cifre dell'online restano inferiori a quelle dei conti tradizionali. Ma le banche sanno che una buona fetta della clientela non ama troppo il «fai da te». Molti chiedono un consulente, non si fidano della sicurezza delle connessioni Internet casalinghe, hanno paura di sbagliare premendo qualche tasto. Oppure, semplicemente, non hanno un computer o uno smartphone su cui operare. Sono per lo più persone anziane, abitudinarie, non troppo «smart». Le categorie più deboli della clientela bancaria. Ed è soprattutto su di loro, i fedelissimi dello sportello, che si abbatte la scure dei rincari sulle commissioni. Perché, oltre che le spese per la tenuta del conto, questi correntisti devono pagare anche ogni operazione effettuata agli sportelli: prelievi, versamenti, bonifici, assegni, saldo delle bollette, invio degli estratti conto.
Qualche istituto fa pagare anche i bancomat di ultima generazione, quelli contactless, più evoluti delle tessere che vanno strisciate. Aumentati anche gli interessi sui fidi, sui prestiti e sulle commissioni sullo scoperto: i tassi passivi si attestano in media sul 14%. Ma occhio soprattutto alle commissioni su bonifici eseguiti da un operatore allo sportello e sugli assegni da incassare: la settimana scorsa è stato segnalato all'Adusbef (associazione di tutela dei consumatori nel settore bancario e finanziario) il caso di un correntista che si è sentito chiedere 9,9 euro per cambiare un assegno da 100 euro intestato «a me medesimo». E l'addetto non gli ha nemmeno rilasciato la contabile giustificativa.
Banca Intesa, la maggiore in Italia, dal 1° agosto ha applicato rincari fino a 120 euro annui a tappeto, coinvolgendo nell'operazione anche i conti Zerotondo originariamente privi di canone. L'aumento è stato calcolato in base alla giacenza media: più depositi, più paghi. È il rovescio della medaglia dei tassi negativi Unicredit. Siccome i tassi sono bassi e i costi strutturali alti, le banche cercano di rifarsi sui clienti. Intesa ha applicato alla giacenza media del 2016 una percentuale corrispondente al calo di uno dei tassi di riferimento della Bce, il Dfr (Deposit facility rate). È stato calcolato che chi ha aperto il conto prima del 2009, con una giacenza media di 10.000 euro nel 2016, subisce un aumento di 10 euro mensili, 120 all'anno.
Questa è la parte dei rincari che si vede. Poi c'è il sommerso, cioè la pigiatura occulta, una serie di operazioni da cui le banche fanno di tutto per spremere soldi ai clienti. Prendiamo un proprietario di casa con un mutuo da pagare. Con i tassi ai minimi storici, è sempre più conveniente abbassare gli importi delle rate trasferendo il prestito con un'operazione di surroga, che al cliente non costa nulla. Ne siamo sicuri? Per prima cosa, la nuova banca per accendere il mutuo chiede di aprire un nuovo conto, sul quale fa pagare le spese di gestione. Poi fa capire che sarebbe meglio aggiungere una polizza assicurativa perché di questi tempi non si sa mai e comunque ciò facilita la concessione del mutuo a tasso sottozero. E se il cliente non ha la liquidità per assicurarsi, nessun problema: la banca gli viene generosamente incontro con un prestito personale a tasso di favore. Alla fine, si tira una riga, si sommano le varie voci (rata, polizza, commissioni), si constata che il totale è inferiore alla rata attuale e il cliente firma tutto giulivo. Intanto la nuova banca ha aperto un nuovo conto, fatto un'assicurazione, concesso un prestito personale e intascato interessi e commissioni varie. Tempo 6 mesi e si può star certi che scatterà un ritocchino al canone mensile del conto. La banca ci guadagna sempre.
Altre stangate si sono abbattute su quanti hanno contratto mutui in valuta estera, soprattutto in franchi svizzeri. «La banca non ha mai evidenziato il rischio legato al cambio», spiega Sheila Meneghetti, vicepresidente di Tuconfin, associazione di tutela dei risparmiatori, lei stessa intestataria di un mutuo con Barclays raddoppiato in pochi mesi. «Altre banche che avevano offerto prodotti analoghi, come Ubi, hanno cercato di andare incontro ai clienti. Ma Barclays è un istituto inglese e va dritto in tribunale, nonostante le numerose sentenze anche in altri Paesi europei che hanno dichiarato nulli i rincari dovuti al cambio. Barclays ha piazzato a tappeto questi prestiti quando il franco svizzero era a picco e poi ha aumentato i tassi per coprirsi dal rischio del cambio». Che è stato scaricato sugli ignari mutuatari.
E se l’Arbitro le condanna a pagare non lo stanno nemmeno a sentire
«Rigore è quando arbitro fischia», diceva il buon Vujadin Boskov. Esiste però un giudice di gara che quando fischia, sempre per usare la metafora calcistica, alcuni giocatori si voltano dall'altra parte. Stiamo parlando dell'Arbitro bancario finanziario (Abf), lo strumento nato nel 2009 per la risoluzione stragiudiziale delle controversie tra i clienti e le banche e gli intermediari finanziari. Nel 2018 i ricorsi presentati sono stati 27.041, in calo dell'11,8% rispetto all'anno precedente. Viceversa, si è assistito a un aumento delle decisioni non rispettate da parte intermediari coinvolti: 261 contro le 233 del 2017 (+20,3%). Gli istituti che non rispettano le decisioni dell'Abf, nel gergo tecnico, vengono definiti «intermediari inadempienti». Forse potranno sembrare pochi casi (stiamo parlando dello 0,8% del totale), ma dietro a ognuna queste pratiche c'è un consumatore (o in casi più rari una piccola impresa) che lamenta di aver subito violazioni contrattuali e reclama la restituzione di somme indebitamente versate. Si va dalle semplici dispute contrattuali, al rimborso di commissioni non dovute in seguito all'estinzione di un finanziamento, fino a questioni decisamente più complesse come la conversione dei mutui stipulati in valuta straniera.
L'Arbitro bancario e finanziario permette ai cittadini che ritengono di aver subito un torto dalle banche e dagli intermediari finanziari di fare ricorso senza passare da avvocati e tribunali, e ciò rende questo ente uno «strumento alternativo, più rapido e meno costoso rispetto alla giustizia ordinaria». Presentare un'istanza è semplice ed economico: nel 2018 l'Abf ha attivato un portale dal quale è possibile gestire le richieste in autonomia, e presentare un ricorso richiede il versamento di soli 20 euro. Nella fattispecie, le tipologie di richieste che si possono inoltrare sono due: il riconoscimento di una somma fino a un importo di 100.000 euro, e l'accertamento di diritti, obblighi e facoltà come, per esempio, il diritto a ricevere la documentazione di trasparenza oppure ottenere la cancellazione di un'ipoteca.
Una volta spedito, il ricorso viene indirizzato al Collegio territoriale di competenza (7 in tutta Italia, composti da 5 membri di cui 3 designati da Banca d'Italia), il quale ha 270 giorni di tempo per formulare una risposta. L'Abf non può deliberare, invece, in materia di investimenti (come le controversie sulle azioni o le obbligazioni), nel caso in cui i beni e servizi siano diversi da quelli bancari e finanziari, e se la richiesta è già stata sottoposta all'Autorità giudiziaria.
L'Arbitro rappresenta dunque uno strumento molto utile per tutti i consumatori. Peccato però che, sebbene nella stragrande maggioranza dei casi le decisioni dell'Abf vengano effettivamente rispettate dagli intermediari, esse non siano vincolanti come le sentenze del giudice ordinario. Ciò fa sì che, a discapito delle possibili ricadute reputazionali, una manciata di istituti se ne infischino di quanto disposto dall'Arbitro, e proseguano indisturbati per la loro strada. Inoltre, l'Abf può pronunciarsi solo se il rapporto è stato instaurato dopo il 1° gennaio 2009, fattore che limite ulteriormente il suo campo d'azione.
L'inadempienza ha luogo se si avvera una di queste tre condizioni: l'intermediario non esegue (o esegue solo in parte) la prestazione imposta dalla decisione dell'Abf; se non rimborsa ai clienti il contributo spese di 20 euro; se non versa alla Banca d'Italia il contributo spese di 200 euro. Da un'elaborazione effettuata dalla Verità in base ai dati disponibili sul sito dell'Abf (per dirla tutta un po' difficili da rintracciare, se non si sa esattamente dove cercare), è emerso che dal 2011 a oggi il totale dei ricorsi senza seguito è stato 841 per 67 intermediari. Oltre 8 inadempimenti su 10 sono a carico di soli 5 intermediari. Quasi metà delle inadempienze (401) riguardano il 2018, mentre nell'anno in corso - sebbene la tendenza sia in diminuzione - si sono registrati, a oggi, già 174 casi.
Le tematiche oggetto di ricorso sono le più svariate. Numerose le controversie inevase che riguardano la restituzione delle commissioni e degli oneri non maturati pagati in occasione della stipula di un contratto di cessione del quinto. Il dato non deve sorprendere, dal momento che il 64% dei ricorsi presentati all'Abf rappresenta proprio questa tipologia di prodotto. Un capitolo a parte lo meritano invece i mutui in euro indicizzati al franco svizzero emessi da Barclays, che rappresenta il secondo intermediario inadempiente in Italia. Contratti che l'associazione dei consumatori Tuconfin, rappresentata dalla presidente Franca Berno e dalla vicepresidente Sheila Meneghetti, definisce «ingannevoli e fumosi».
Sono ben 9.978 le famiglie che hanno sottoscritto questo prodotto, nel quale non era presente alcun accenno alla rivalutazione né al tasso di cambio. Solo una clausola che, in caso di estinzione anticipata, prevedeva la conversione del capitale restituito e degli eventuali interessi arretrati dovuti in franchi svizzeri. Un cavillo che ha comportato aumenti fino al 35% del capitale in caso di chiusura, scoraggiando molte famiglie dalla scelta di rinegoziare i propri contratti. Nel frattempo, Barclays ha cessato le proprie attività in Italia e decine di ricorsi esaminati dall'Abf giacciono inevasi, mentre le famiglie sono con l'acqua alla gola nel tentativo di rispettare le scadenze del mutuo. Ma la battaglia di Tuconfin non si ferma: «Non avremo pace finché la giustizia italiana non decreterà nulli quei mutui».
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La spesa per un conto sale del 10%. Rincarano canoni online e surroghe mutui. E con i bancomat... E se l'Arbitro le condanna a pagare non lo stanno nemmeno a sentire. Dal 2009 in via Nazionale esiste un organismo per dirimere le controversie. Ma gli istituti di credito spesso non rispettano le sue decisioni e non versano il dovuto. E nessuna autorità può obbligarle a farlo. Lo speciale contiene due articoli. Zitte zitte, senza sollevare scandali e clamori, le banche hanno ricominciato a strizzare le tasche dei correntisti. Non che avessero mai sospeso l'attività di spremitura, ma durante la stagione di Mario Draghi alla Banca centrale europea era una manovra troppo sporca aumentare le spese mentre Francoforte azzerava i tassi d'interesse. Ora i tassi restano sottozero e le banche cercano di convincerci che tenere soldi sul conto corrente è un lusso che si paga. Unicredit colpirà con tassi negativi i paperoni con liquidità superiore ai 100.000 euro. Ma le banche hanno già ripreso da tempo a torchiare anche chi non raggiunge capitali simili con la scusa delle «spese di sistema», cioè i costi sostenuti per il fondo Atlante istituito per salvare gli istituti sull'orlo del crac. Oneri scaricati sulla clientela. L'anno scorso l'aumento delle commissioni sui conti correnti ha avuto un netto rialzo. Lo ammette la stessa Banca d'Italia, che ogni anno pubblica un'indagine specifica. Il dossier pubblicato poche settimane fa, riferito al 2018, mostra che la spesa per gestire un conto bancario è cresciuta in media di 7,5 euro in 12 mesi portando la spesa media annua a 86,9 euro (+10% circa): in realtà, una famiglia media può arrivare a spendere anche 145 euro per la tenuta del conto più il bollo. Bankitalia riconosce che «si tratta di una netta accelerazione rispetto al precedente biennio». In quel periodo, infatti, i costi erano saliti complessivamente di 2,9 euro: 1,1 euro nel 2016 e 1,8 euro nel 2017. In precedenza, era accaduto tutt'altro. Nel 2015 le spese di gestione erano calate di 5,8 euro e nel 2013 di 6,9 euro. Nel 2016 è dunque avvenuta un'inversione a «U», con ritocchi all'insù dei costi che l'anno scorso si sono trasformati in un'impennata. Le voci che più hanno inciso sono quelle del canone base e dei canoni per utilizzare le varie carte di pagamento: bancomat, carte di debito e carte di credito. Il che fa capire chi saranno le prime a guadagnare quando entrerà a regime la stretta sul contante: il costo di una carta di credito può arrivare a toccare i 168 euro annui più gli eventuali interessi per i rimborsi a rate. C'è un modo per evitare queste mini stangate, almeno in parte? Certo: aprire un conto corrente online. L'indagine di Bankitalia parla chiaro: se un conto normale costa in un anno quasi 87 euro, per i conti online si precipita a 15,5 euro. E non si registrano variazioni apprezzabili: nel 2017 il costo annuo era pari a 15,3 euro. I tempi però stanno cambiando anche qui. CheBanca!, l'istituto online di Mediobanca, dal 1° gennaio triplicherà il canone per i clienti a bassa operatività: da 12 a 36 euro annui. Probabile che altre banche seguiranno l'esempio. Le cifre dell'online restano inferiori a quelle dei conti tradizionali. Ma le banche sanno che una buona fetta della clientela non ama troppo il «fai da te». Molti chiedono un consulente, non si fidano della sicurezza delle connessioni Internet casalinghe, hanno paura di sbagliare premendo qualche tasto. Oppure, semplicemente, non hanno un computer o uno smartphone su cui operare. Sono per lo più persone anziane, abitudinarie, non troppo «smart». Le categorie più deboli della clientela bancaria. Ed è soprattutto su di loro, i fedelissimi dello sportello, che si abbatte la scure dei rincari sulle commissioni. Perché, oltre che le spese per la tenuta del conto, questi correntisti devono pagare anche ogni operazione effettuata agli sportelli: prelievi, versamenti, bonifici, assegni, saldo delle bollette, invio degli estratti conto. Qualche istituto fa pagare anche i bancomat di ultima generazione, quelli contactless, più evoluti delle tessere che vanno strisciate. Aumentati anche gli interessi sui fidi, sui prestiti e sulle commissioni sullo scoperto: i tassi passivi si attestano in media sul 14%. Ma occhio soprattutto alle commissioni su bonifici eseguiti da un operatore allo sportello e sugli assegni da incassare: la settimana scorsa è stato segnalato all'Adusbef (associazione di tutela dei consumatori nel settore bancario e finanziario) il caso di un correntista che si è sentito chiedere 9,9 euro per cambiare un assegno da 100 euro intestato «a me medesimo». E l'addetto non gli ha nemmeno rilasciato la contabile giustificativa. Banca Intesa, la maggiore in Italia, dal 1° agosto ha applicato rincari fino a 120 euro annui a tappeto, coinvolgendo nell'operazione anche i conti Zerotondo originariamente privi di canone. L'aumento è stato calcolato in base alla giacenza media: più depositi, più paghi. È il rovescio della medaglia dei tassi negativi Unicredit. Siccome i tassi sono bassi e i costi strutturali alti, le banche cercano di rifarsi sui clienti. Intesa ha applicato alla giacenza media del 2016 una percentuale corrispondente al calo di uno dei tassi di riferimento della Bce, il Dfr (Deposit facility rate). È stato calcolato che chi ha aperto il conto prima del 2009, con una giacenza media di 10.000 euro nel 2016, subisce un aumento di 10 euro mensili, 120 all'anno. Questa è la parte dei rincari che si vede. Poi c'è il sommerso, cioè la pigiatura occulta, una serie di operazioni da cui le banche fanno di tutto per spremere soldi ai clienti. Prendiamo un proprietario di casa con un mutuo da pagare. Con i tassi ai minimi storici, è sempre più conveniente abbassare gli importi delle rate trasferendo il prestito con un'operazione di surroga, che al cliente non costa nulla. Ne siamo sicuri? Per prima cosa, la nuova banca per accendere il mutuo chiede di aprire un nuovo conto, sul quale fa pagare le spese di gestione. Poi fa capire che sarebbe meglio aggiungere una polizza assicurativa perché di questi tempi non si sa mai e comunque ciò facilita la concessione del mutuo a tasso sottozero. E se il cliente non ha la liquidità per assicurarsi, nessun problema: la banca gli viene generosamente incontro con un prestito personale a tasso di favore. Alla fine, si tira una riga, si sommano le varie voci (rata, polizza, commissioni), si constata che il totale è inferiore alla rata attuale e il cliente firma tutto giulivo. Intanto la nuova banca ha aperto un nuovo conto, fatto un'assicurazione, concesso un prestito personale e intascato interessi e commissioni varie. Tempo 6 mesi e si può star certi che scatterà un ritocchino al canone mensile del conto. La banca ci guadagna sempre. Altre stangate si sono abbattute su quanti hanno contratto mutui in valuta estera, soprattutto in franchi svizzeri. «La banca non ha mai evidenziato il rischio legato al cambio», spiega Sheila Meneghetti, vicepresidente di Tuconfin, associazione di tutela dei risparmiatori, lei stessa intestataria di un mutuo con Barclays raddoppiato in pochi mesi. «Altre banche che avevano offerto prodotti analoghi, come Ubi, hanno cercato di andare incontro ai clienti. Ma Barclays è un istituto inglese e va dritto in tribunale, nonostante le numerose sentenze anche in altri Paesi europei che hanno dichiarato nulli i rincari dovuti al cambio. Barclays ha piazzato a tappeto questi prestiti quando il franco svizzero era a picco e poi ha aumentato i tassi per coprirsi dal rischio del cambio». 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Nel 2018 i ricorsi presentati sono stati 27.041, in calo dell'11,8% rispetto all'anno precedente. Viceversa, si è assistito a un aumento delle decisioni non rispettate da parte intermediari coinvolti: 261 contro le 233 del 2017 (+20,3%). Gli istituti che non rispettano le decisioni dell'Abf, nel gergo tecnico, vengono definiti «intermediari inadempienti». Forse potranno sembrare pochi casi (stiamo parlando dello 0,8% del totale), ma dietro a ognuna queste pratiche c'è un consumatore (o in casi più rari una piccola impresa) che lamenta di aver subito violazioni contrattuali e reclama la restituzione di somme indebitamente versate. Si va dalle semplici dispute contrattuali, al rimborso di commissioni non dovute in seguito all'estinzione di un finanziamento, fino a questioni decisamente più complesse come la conversione dei mutui stipulati in valuta straniera. L'Arbitro bancario e finanziario permette ai cittadini che ritengono di aver subito un torto dalle banche e dagli intermediari finanziari di fare ricorso senza passare da avvocati e tribunali, e ciò rende questo ente uno «strumento alternativo, più rapido e meno costoso rispetto alla giustizia ordinaria». Presentare un'istanza è semplice ed economico: nel 2018 l'Abf ha attivato un portale dal quale è possibile gestire le richieste in autonomia, e presentare un ricorso richiede il versamento di soli 20 euro. Nella fattispecie, le tipologie di richieste che si possono inoltrare sono due: il riconoscimento di una somma fino a un importo di 100.000 euro, e l'accertamento di diritti, obblighi e facoltà come, per esempio, il diritto a ricevere la documentazione di trasparenza oppure ottenere la cancellazione di un'ipoteca. Una volta spedito, il ricorso viene indirizzato al Collegio territoriale di competenza (7 in tutta Italia, composti da 5 membri di cui 3 designati da Banca d'Italia), il quale ha 270 giorni di tempo per formulare una risposta. L'Abf non può deliberare, invece, in materia di investimenti (come le controversie sulle azioni o le obbligazioni), nel caso in cui i beni e servizi siano diversi da quelli bancari e finanziari, e se la richiesta è già stata sottoposta all'Autorità giudiziaria. L'Arbitro rappresenta dunque uno strumento molto utile per tutti i consumatori. Peccato però che, sebbene nella stragrande maggioranza dei casi le decisioni dell'Abf vengano effettivamente rispettate dagli intermediari, esse non siano vincolanti come le sentenze del giudice ordinario. Ciò fa sì che, a discapito delle possibili ricadute reputazionali, una manciata di istituti se ne infischino di quanto disposto dall'Arbitro, e proseguano indisturbati per la loro strada. Inoltre, l'Abf può pronunciarsi solo se il rapporto è stato instaurato dopo il 1° gennaio 2009, fattore che limite ulteriormente il suo campo d'azione. L'inadempienza ha luogo se si avvera una di queste tre condizioni: l'intermediario non esegue (o esegue solo in parte) la prestazione imposta dalla decisione dell'Abf; se non rimborsa ai clienti il contributo spese di 20 euro; se non versa alla Banca d'Italia il contributo spese di 200 euro. Da un'elaborazione effettuata dalla Verità in base ai dati disponibili sul sito dell'Abf (per dirla tutta un po' difficili da rintracciare, se non si sa esattamente dove cercare), è emerso che dal 2011 a oggi il totale dei ricorsi senza seguito è stato 841 per 67 intermediari. Oltre 8 inadempimenti su 10 sono a carico di soli 5 intermediari. Quasi metà delle inadempienze (401) riguardano il 2018, mentre nell'anno in corso - sebbene la tendenza sia in diminuzione - si sono registrati, a oggi, già 174 casi. Le tematiche oggetto di ricorso sono le più svariate. Numerose le controversie inevase che riguardano la restituzione delle commissioni e degli oneri non maturati pagati in occasione della stipula di un contratto di cessione del quinto. Il dato non deve sorprendere, dal momento che il 64% dei ricorsi presentati all'Abf rappresenta proprio questa tipologia di prodotto. Un capitolo a parte lo meritano invece i mutui in euro indicizzati al franco svizzero emessi da Barclays, che rappresenta il secondo intermediario inadempiente in Italia. Contratti che l'associazione dei consumatori Tuconfin, rappresentata dalla presidente Franca Berno e dalla vicepresidente Sheila Meneghetti, definisce «ingannevoli e fumosi». Sono ben 9.978 le famiglie che hanno sottoscritto questo prodotto, nel quale non era presente alcun accenno alla rivalutazione né al tasso di cambio. Solo una clausola che, in caso di estinzione anticipata, prevedeva la conversione del capitale restituito e degli eventuali interessi arretrati dovuti in franchi svizzeri. Un cavillo che ha comportato aumenti fino al 35% del capitale in caso di chiusura, scoraggiando molte famiglie dalla scelta di rinegoziare i propri contratti. Nel frattempo, Barclays ha cessato le proprie attività in Italia e decine di ricorsi esaminati dall'Abf giacciono inevasi, mentre le famiglie sono con l'acqua alla gola nel tentativo di rispettare le scadenze del mutuo. Ma la battaglia di Tuconfin non si ferma: «Non avremo pace finché la giustizia italiana non decreterà nulli quei mutui».
«Wonder Man» (Disney+)
La nuova serie, su Disney+ da mercoledì 28 gennaio, segue Simon Williams, supereroe con identità segreta, alle prese con una carriera da attore e la sorveglianza del Dipartimento per il controllo dei danni. Tra quotidiano e straordinario, lo show intrattiene senza promettere rivoluzioni.
L'idea è ormai sedimentata. I supereroi, la cui narrazione un tempo era appannaggio di pochi e magnifici film, sarebbero stati sfruttati dalla serialità televisiva. Un do ut des, perché la domanda non rimanesse mai senza risposta e perché anche i personaggi minori degli universi fumettistici potessero trovare un loro spazio. Ci sarebbe stata reciprocità, uno scambio consensuale fra il pubblico e la parte creativa. E così, in questi ultimi anni, è stato. Così continuerà ad essere.
Wonder Man, su Disney+ da mercoledì 28 gennaio, sembra portare avanti quel che è iniziato diverse stagioni fa, l'idea ormai sedimentata. Al centro, dunque, non ha alcun personaggio noto. Non ai più. Protagonista dello show è Simon Williams, un ragazzo all'apparenza ordinario, impegnato a intraprendere una carriera da attore. Parrebbe desiderare quello che tanti, come lui, desiderano: un posto nel mondo patinato dello spettacolo, sotto i riflettori, dove il lavoro si possa mescolare al gioco e il gioco al divertimento. Per farlo, parrebbe anche disposto a tutto. Ivi compreso nascondere quel che più lo renderebbe straordinario, i suoi super poteri. Simon Williams, di cui è stato raccontato (ad oggi) solo all'interno dei fumetti, non è un uomo qualunque, ma un supereroe. Un supereroe che il Dipartimento per il Controllo dei Danni, guidato dall'agente P. Cleary, considera alla stregua di una minaccia. Troppo spesso i supereroi si sono ritagliati ruoli che, all'interno della società, non avrebbero dovuto ricoprire. Troppo spesso i media sono andati loro dietro, accecati da quell'abbaglio che il Dipartimento vuole denunciare come tale.Williams abbozza, concentrando ogni energia su di sé, l'occultamento dei poteri e la carriera da attore. Una carriera che potrebbe prendere il volo, qualora il ragazzo riuscisse ad aggiudicarsi la parte del protagonista in un remake d'autore.Wonder Man si muove così, su un binario duplice, sfruttando l'alterità tra identità segreta e identità pubblica. C'è l'uomo, quello semplice e comune, con i drammi e le difficoltà, le gioie e l'evolversi di un quotidiano che in nulla differisce da quello di chi guardi. E c'è il supereroe, messo alle strette da un'istituzione ambigua, che vorrebbe controllarne il potenziale. Non è irrinunciabile e non promette di inaugurare un nuovo filone, una nuova epopea. Però, intrattiene, con quel po' di genuina magia che i supereroi sanno portarsi appresso.
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Secondo il Rapporto Censis-United, quasi metà dei laureati non avrebbe completato gli studi senza la formazione digitale. La flessibilità, l’autonomia nello studio e la possibilità di conciliare lavoro e università spingono sempre più adulti verso le università telematiche.
In Italia, quasi metà dei laureati delle università telematiche ammette che senza la didattica digitale non avrebbe mai conseguito il titolo: il 45,1% non ce l’avrebbe fatta, mentre un ulteriore 39,4% avrebbe impiegato molto più tempo. È il primo dato che emerge dal Rapporto Censis-United sulla formazione digitale, basato su quasi 4.000 laureati delle sette università telematiche associate United nel periodo 2020-2024.
Il quadro che ne viene fuori racconta di un sistema che non sostituisce gli atenei tradizionali, ma li integra. La principale motivazione degli studenti è la flessibilità: il 73,7% ha scelto l’università telematica per conciliare studio e lavoro, e oltre la metà apprezza la gestione autonoma dei tempi di vita. Anche le agevolazioni economiche giocano un ruolo importante: tra chi ne ha usufruito, l’80,6% le considera determinanti nella scelta del percorso.
Il profilo del laureato digitale è chiaro. Più della metà ha completato una laurea triennale, il 53,7% è donna e quasi il 40% ha 46 anni o più. La maggior parte degli iscritti era già occupata al momento dell’iscrizione (75,3%), e quasi la metà proviene da percorsi tecnici o professionali. Significativa anche la presenza territoriale: il 51,2% dei partecipanti risiede nel Mezzogiorno.
L’esperienza di studio è giudicata complessivamente positiva: il 93,4% dei laureati dichiara di essere soddisfatto del percorso intrapreso. Gli aspetti più apprezzati sono la possibilità di conciliare impegni personali e professionali (82,5%) e l’autonomia nello studio (47,7%). Anche l’uso delle tecnologie è valutato positivamente: oltre il 96% ritiene intuitivi i materiali e le piattaforme online, e il 78,4% segnala come vantaggio l’adozione di strumenti avanzati come intelligenza artificiale, metaverso e laboratori virtuali.
Il Rapporto evidenzia inoltre un effetto concreto sul fronte occupazionale. Tra i laureati che hanno trovato o cambiato lavoro entro un anno, il 79,1% ritiene la laurea utile per ottenere un impiego, soprattutto grazie alle competenze acquisite.
In sintesi, la didattica digitale emerge come uno strumento strategico per ampliare l’accesso all’università, ridurre i divari formativi e rafforzare il capitale umano del Paese, confermandosi più di una semplice alternativa: una risposta strutturale alle esigenze di flessibilità e personalizzazione sempre più richieste dagli studenti.
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Il settore italiano degli imballaggi vale 51,3 miliardi e impiega 12.000 addetti. Alla luce del nuovo regolamento europeo PPWR che punta a ridurre del 15% entro il 2040 i rifiuti da imballaggio, la filiera chiede strumenti stabili e un tavolo con governo e Parlamento per innovare senza penalizzare competitività e lavoro.
L’Italia dell’imballaggio è un settore solido e innovativo, un pezzo importante del Made in Italy che vale complessivamente 51,3 miliardi di euro, tra produttori di materiali e costruttori di macchine per confezionamento, stampa e converting. Con oltre 17 milioni di tonnellate di produzione nel 2024, pari all’1,7% del Pil, la filiera registra una crescita costante e prevede incrementi stabili anche nei prossimi anni.
Ma mentre i numeri confermano la salute del comparto, la sfida principale resta la transizione verso la sostenibilità. Il nuovo regolamento europeo Packaging and Packaging Waste Regulation (PPWR) punta a ridurre del 15% entro il 2040 i rifiuti da imballaggio, spingendo il settore a trovare un equilibrio tra crescita della domanda e riduzione dell’impatto ambientale.
Proprio su questo tema si è concentrato l’incontro Filiera a confronto: l’Italia dell’imballaggio verso la nuova normativa europea, organizzato al Senato dal senatore Gianluca Cantalamessa con il supporto di Giflex, l’associazione dei produttori di imballaggi flessibili. L’iniziativa ha messo sul tavolo dati, prospettive e richieste del settore, alla luce della nuova regolamentazione europea. «Oggi servono strumenti stabili e applicabili per chi produce, per chi utilizza, per chi recupera e per chi ricicla gli imballaggi. Le imprese non possono lavorare nell’incertezza: devono programmare, investire, innovare», ha dichiarato Alberto Palaveri, presidente di Giflex. «Siamo qui per rafforzare e difendere nel nuovo contesto europeo la leadership della nostra filiera». Il messaggio chiave è chiaro: servono regole praticabili, supportate da investimenti mirati che permettano alle imprese di trasformare gli obiettivi normativi in risultati concreti. La filiera chiede anche di potenziare i sistemi di raccolta e riciclo, compreso il riciclo chimico, e di accompagnare la transizione verso imballaggi innovativi con strumenti capaci di compensare i costi e proteggere la competitività del settore.
Un ruolo centrale è giocato dall’imballaggio flessibile, leggero ed efficiente: pesa in media solo il 2-3% del prodotto contenuto, richiede meno materie prime e genera basse emissioni di CO2, contribuendo così agli obiettivi europei. Il comparto europeo ha registrato nel 2024 un fatturato di 18,8 miliardi di euro e le previsioni per il 2029 stimano una crescita significativa, sia a livello mondiale sia in Europa. In Italia, il flessibile impiega circa 12.000 addetti, produce circa 400.000 tonnellate e fattura oltre 4,3 miliardi di euro. «Il Made in Italy dell’imballaggio è un modello industriale di eccellenza, competitivo e sostenibile», ha sottolineato il senatore Cantalamessa. «L’Europa deve riconoscere chi è avanti, non penalizzarlo con burocrazia e norme rigide uguali per tutti. La riduzione dei rifiuti si ottiene con filiera, dialogo e flessibilità normativa, non con regolazioni ideologiche».
Per affrontare queste sfide, Giflex ha annunciato la volontà di promuovere un tavolo di lavoro di filiera con governo e Parlamento, finalizzato a costruire soluzioni condivise per ridurre l’impatto ambientale degli imballaggi senza compromettere innovazione, crescita e competitività.
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