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2019-11-04
Banche. Alla fine ci guadagnano sempre loro
Zitte zitte, senza sollevare scandali e clamori, le banche hanno ricominciato a strizzare le tasche dei correntisti. Non che avessero mai sospeso l'attività di spremitura, ma durante la stagione di Mario Draghi alla Banca centrale europea era una manovra troppo sporca aumentare le spese mentre Francoforte azzerava i tassi d'interesse. Ora i tassi restano sottozero e le banche cercano di convincerci che tenere soldi sul conto corrente è un lusso che si paga. Unicredit colpirà con tassi negativi i paperoni con liquidità superiore ai 100.000 euro. Ma le banche hanno già ripreso da tempo a torchiare anche chi non raggiunge capitali simili con la scusa delle «spese di sistema», cioè i costi sostenuti per il fondo Atlante istituito per salvare gli istituti sull'orlo del crac. Oneri scaricati sulla clientela.
L'anno scorso l'aumento delle commissioni sui conti correnti ha avuto un netto rialzo. Lo ammette la stessa Banca d'Italia, che ogni anno pubblica un'indagine specifica. Il dossier pubblicato poche settimane fa, riferito al 2018, mostra che la spesa per gestire un conto bancario è cresciuta in media di 7,5 euro in 12 mesi portando la spesa media annua a 86,9 euro (+10% circa): in realtà, una famiglia media può arrivare a spendere anche 145 euro per la tenuta del conto più il bollo. Bankitalia riconosce che «si tratta di una netta accelerazione rispetto al precedente biennio». In quel periodo, infatti, i costi erano saliti complessivamente di 2,9 euro: 1,1 euro nel 2016 e 1,8 euro nel 2017.
In precedenza, era accaduto tutt'altro. Nel 2015 le spese di gestione erano calate di 5,8 euro e nel 2013 di 6,9 euro. Nel 2016 è dunque avvenuta un'inversione a «U», con ritocchi all'insù dei costi che l'anno scorso si sono trasformati in un'impennata. Le voci che più hanno inciso sono quelle del canone base e dei canoni per utilizzare le varie carte di pagamento: bancomat, carte di debito e carte di credito. Il che fa capire chi saranno le prime a guadagnare quando entrerà a regime la stretta sul contante: il costo di una carta di credito può arrivare a toccare i 168 euro annui più gli eventuali interessi per i rimborsi a rate.
C'è un modo per evitare queste mini stangate, almeno in parte? Certo: aprire un conto corrente online. L'indagine di Bankitalia parla chiaro: se un conto normale costa in un anno quasi 87 euro, per i conti online si precipita a 15,5 euro. E non si registrano variazioni apprezzabili: nel 2017 il costo annuo era pari a 15,3 euro. I tempi però stanno cambiando anche qui. CheBanca!, l'istituto online di Mediobanca, dal 1° gennaio triplicherà il canone per i clienti a bassa operatività: da 12 a 36 euro annui. Probabile che altre banche seguiranno l'esempio.
Le cifre dell'online restano inferiori a quelle dei conti tradizionali. Ma le banche sanno che una buona fetta della clientela non ama troppo il «fai da te». Molti chiedono un consulente, non si fidano della sicurezza delle connessioni Internet casalinghe, hanno paura di sbagliare premendo qualche tasto. Oppure, semplicemente, non hanno un computer o uno smartphone su cui operare. Sono per lo più persone anziane, abitudinarie, non troppo «smart». Le categorie più deboli della clientela bancaria. Ed è soprattutto su di loro, i fedelissimi dello sportello, che si abbatte la scure dei rincari sulle commissioni. Perché, oltre che le spese per la tenuta del conto, questi correntisti devono pagare anche ogni operazione effettuata agli sportelli: prelievi, versamenti, bonifici, assegni, saldo delle bollette, invio degli estratti conto.
Qualche istituto fa pagare anche i bancomat di ultima generazione, quelli contactless, più evoluti delle tessere che vanno strisciate. Aumentati anche gli interessi sui fidi, sui prestiti e sulle commissioni sullo scoperto: i tassi passivi si attestano in media sul 14%. Ma occhio soprattutto alle commissioni su bonifici eseguiti da un operatore allo sportello e sugli assegni da incassare: la settimana scorsa è stato segnalato all'Adusbef (associazione di tutela dei consumatori nel settore bancario e finanziario) il caso di un correntista che si è sentito chiedere 9,9 euro per cambiare un assegno da 100 euro intestato «a me medesimo». E l'addetto non gli ha nemmeno rilasciato la contabile giustificativa.
Banca Intesa, la maggiore in Italia, dal 1° agosto ha applicato rincari fino a 120 euro annui a tappeto, coinvolgendo nell'operazione anche i conti Zerotondo originariamente privi di canone. L'aumento è stato calcolato in base alla giacenza media: più depositi, più paghi. È il rovescio della medaglia dei tassi negativi Unicredit. Siccome i tassi sono bassi e i costi strutturali alti, le banche cercano di rifarsi sui clienti. Intesa ha applicato alla giacenza media del 2016 una percentuale corrispondente al calo di uno dei tassi di riferimento della Bce, il Dfr (Deposit facility rate). È stato calcolato che chi ha aperto il conto prima del 2009, con una giacenza media di 10.000 euro nel 2016, subisce un aumento di 10 euro mensili, 120 all'anno.
Questa è la parte dei rincari che si vede. Poi c'è il sommerso, cioè la pigiatura occulta, una serie di operazioni da cui le banche fanno di tutto per spremere soldi ai clienti. Prendiamo un proprietario di casa con un mutuo da pagare. Con i tassi ai minimi storici, è sempre più conveniente abbassare gli importi delle rate trasferendo il prestito con un'operazione di surroga, che al cliente non costa nulla. Ne siamo sicuri? Per prima cosa, la nuova banca per accendere il mutuo chiede di aprire un nuovo conto, sul quale fa pagare le spese di gestione. Poi fa capire che sarebbe meglio aggiungere una polizza assicurativa perché di questi tempi non si sa mai e comunque ciò facilita la concessione del mutuo a tasso sottozero. E se il cliente non ha la liquidità per assicurarsi, nessun problema: la banca gli viene generosamente incontro con un prestito personale a tasso di favore. Alla fine, si tira una riga, si sommano le varie voci (rata, polizza, commissioni), si constata che il totale è inferiore alla rata attuale e il cliente firma tutto giulivo. Intanto la nuova banca ha aperto un nuovo conto, fatto un'assicurazione, concesso un prestito personale e intascato interessi e commissioni varie. Tempo 6 mesi e si può star certi che scatterà un ritocchino al canone mensile del conto. La banca ci guadagna sempre.
Altre stangate si sono abbattute su quanti hanno contratto mutui in valuta estera, soprattutto in franchi svizzeri. «La banca non ha mai evidenziato il rischio legato al cambio», spiega Sheila Meneghetti, vicepresidente di Tuconfin, associazione di tutela dei risparmiatori, lei stessa intestataria di un mutuo con Barclays raddoppiato in pochi mesi. «Altre banche che avevano offerto prodotti analoghi, come Ubi, hanno cercato di andare incontro ai clienti. Ma Barclays è un istituto inglese e va dritto in tribunale, nonostante le numerose sentenze anche in altri Paesi europei che hanno dichiarato nulli i rincari dovuti al cambio. Barclays ha piazzato a tappeto questi prestiti quando il franco svizzero era a picco e poi ha aumentato i tassi per coprirsi dal rischio del cambio». Che è stato scaricato sugli ignari mutuatari.
E se l’Arbitro le condanna a pagare non lo stanno nemmeno a sentire
«Rigore è quando arbitro fischia», diceva il buon Vujadin Boskov. Esiste però un giudice di gara che quando fischia, sempre per usare la metafora calcistica, alcuni giocatori si voltano dall'altra parte. Stiamo parlando dell'Arbitro bancario finanziario (Abf), lo strumento nato nel 2009 per la risoluzione stragiudiziale delle controversie tra i clienti e le banche e gli intermediari finanziari. Nel 2018 i ricorsi presentati sono stati 27.041, in calo dell'11,8% rispetto all'anno precedente. Viceversa, si è assistito a un aumento delle decisioni non rispettate da parte intermediari coinvolti: 261 contro le 233 del 2017 (+20,3%). Gli istituti che non rispettano le decisioni dell'Abf, nel gergo tecnico, vengono definiti «intermediari inadempienti». Forse potranno sembrare pochi casi (stiamo parlando dello 0,8% del totale), ma dietro a ognuna queste pratiche c'è un consumatore (o in casi più rari una piccola impresa) che lamenta di aver subito violazioni contrattuali e reclama la restituzione di somme indebitamente versate. Si va dalle semplici dispute contrattuali, al rimborso di commissioni non dovute in seguito all'estinzione di un finanziamento, fino a questioni decisamente più complesse come la conversione dei mutui stipulati in valuta straniera.
L'Arbitro bancario e finanziario permette ai cittadini che ritengono di aver subito un torto dalle banche e dagli intermediari finanziari di fare ricorso senza passare da avvocati e tribunali, e ciò rende questo ente uno «strumento alternativo, più rapido e meno costoso rispetto alla giustizia ordinaria». Presentare un'istanza è semplice ed economico: nel 2018 l'Abf ha attivato un portale dal quale è possibile gestire le richieste in autonomia, e presentare un ricorso richiede il versamento di soli 20 euro. Nella fattispecie, le tipologie di richieste che si possono inoltrare sono due: il riconoscimento di una somma fino a un importo di 100.000 euro, e l'accertamento di diritti, obblighi e facoltà come, per esempio, il diritto a ricevere la documentazione di trasparenza oppure ottenere la cancellazione di un'ipoteca.
Una volta spedito, il ricorso viene indirizzato al Collegio territoriale di competenza (7 in tutta Italia, composti da 5 membri di cui 3 designati da Banca d'Italia), il quale ha 270 giorni di tempo per formulare una risposta. L'Abf non può deliberare, invece, in materia di investimenti (come le controversie sulle azioni o le obbligazioni), nel caso in cui i beni e servizi siano diversi da quelli bancari e finanziari, e se la richiesta è già stata sottoposta all'Autorità giudiziaria.
L'Arbitro rappresenta dunque uno strumento molto utile per tutti i consumatori. Peccato però che, sebbene nella stragrande maggioranza dei casi le decisioni dell'Abf vengano effettivamente rispettate dagli intermediari, esse non siano vincolanti come le sentenze del giudice ordinario. Ciò fa sì che, a discapito delle possibili ricadute reputazionali, una manciata di istituti se ne infischino di quanto disposto dall'Arbitro, e proseguano indisturbati per la loro strada. Inoltre, l'Abf può pronunciarsi solo se il rapporto è stato instaurato dopo il 1° gennaio 2009, fattore che limite ulteriormente il suo campo d'azione.
L'inadempienza ha luogo se si avvera una di queste tre condizioni: l'intermediario non esegue (o esegue solo in parte) la prestazione imposta dalla decisione dell'Abf; se non rimborsa ai clienti il contributo spese di 20 euro; se non versa alla Banca d'Italia il contributo spese di 200 euro. Da un'elaborazione effettuata dalla Verità in base ai dati disponibili sul sito dell'Abf (per dirla tutta un po' difficili da rintracciare, se non si sa esattamente dove cercare), è emerso che dal 2011 a oggi il totale dei ricorsi senza seguito è stato 841 per 67 intermediari. Oltre 8 inadempimenti su 10 sono a carico di soli 5 intermediari. Quasi metà delle inadempienze (401) riguardano il 2018, mentre nell'anno in corso - sebbene la tendenza sia in diminuzione - si sono registrati, a oggi, già 174 casi.
Le tematiche oggetto di ricorso sono le più svariate. Numerose le controversie inevase che riguardano la restituzione delle commissioni e degli oneri non maturati pagati in occasione della stipula di un contratto di cessione del quinto. Il dato non deve sorprendere, dal momento che il 64% dei ricorsi presentati all'Abf rappresenta proprio questa tipologia di prodotto. Un capitolo a parte lo meritano invece i mutui in euro indicizzati al franco svizzero emessi da Barclays, che rappresenta il secondo intermediario inadempiente in Italia. Contratti che l'associazione dei consumatori Tuconfin, rappresentata dalla presidente Franca Berno e dalla vicepresidente Sheila Meneghetti, definisce «ingannevoli e fumosi».
Sono ben 9.978 le famiglie che hanno sottoscritto questo prodotto, nel quale non era presente alcun accenno alla rivalutazione né al tasso di cambio. Solo una clausola che, in caso di estinzione anticipata, prevedeva la conversione del capitale restituito e degli eventuali interessi arretrati dovuti in franchi svizzeri. Un cavillo che ha comportato aumenti fino al 35% del capitale in caso di chiusura, scoraggiando molte famiglie dalla scelta di rinegoziare i propri contratti. Nel frattempo, Barclays ha cessato le proprie attività in Italia e decine di ricorsi esaminati dall'Abf giacciono inevasi, mentre le famiglie sono con l'acqua alla gola nel tentativo di rispettare le scadenze del mutuo. Ma la battaglia di Tuconfin non si ferma: «Non avremo pace finché la giustizia italiana non decreterà nulli quei mutui».
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La spesa per un conto sale del 10%. Rincarano canoni online e surroghe mutui. E con i bancomat... E se l'Arbitro le condanna a pagare non lo stanno nemmeno a sentire. Dal 2009 in via Nazionale esiste un organismo per dirimere le controversie. Ma gli istituti di credito spesso non rispettano le sue decisioni e non versano il dovuto. E nessuna autorità può obbligarle a farlo. Lo speciale contiene due articoli. Zitte zitte, senza sollevare scandali e clamori, le banche hanno ricominciato a strizzare le tasche dei correntisti. Non che avessero mai sospeso l'attività di spremitura, ma durante la stagione di Mario Draghi alla Banca centrale europea era una manovra troppo sporca aumentare le spese mentre Francoforte azzerava i tassi d'interesse. Ora i tassi restano sottozero e le banche cercano di convincerci che tenere soldi sul conto corrente è un lusso che si paga. Unicredit colpirà con tassi negativi i paperoni con liquidità superiore ai 100.000 euro. Ma le banche hanno già ripreso da tempo a torchiare anche chi non raggiunge capitali simili con la scusa delle «spese di sistema», cioè i costi sostenuti per il fondo Atlante istituito per salvare gli istituti sull'orlo del crac. Oneri scaricati sulla clientela. L'anno scorso l'aumento delle commissioni sui conti correnti ha avuto un netto rialzo. Lo ammette la stessa Banca d'Italia, che ogni anno pubblica un'indagine specifica. Il dossier pubblicato poche settimane fa, riferito al 2018, mostra che la spesa per gestire un conto bancario è cresciuta in media di 7,5 euro in 12 mesi portando la spesa media annua a 86,9 euro (+10% circa): in realtà, una famiglia media può arrivare a spendere anche 145 euro per la tenuta del conto più il bollo. Bankitalia riconosce che «si tratta di una netta accelerazione rispetto al precedente biennio». In quel periodo, infatti, i costi erano saliti complessivamente di 2,9 euro: 1,1 euro nel 2016 e 1,8 euro nel 2017. In precedenza, era accaduto tutt'altro. Nel 2015 le spese di gestione erano calate di 5,8 euro e nel 2013 di 6,9 euro. Nel 2016 è dunque avvenuta un'inversione a «U», con ritocchi all'insù dei costi che l'anno scorso si sono trasformati in un'impennata. Le voci che più hanno inciso sono quelle del canone base e dei canoni per utilizzare le varie carte di pagamento: bancomat, carte di debito e carte di credito. Il che fa capire chi saranno le prime a guadagnare quando entrerà a regime la stretta sul contante: il costo di una carta di credito può arrivare a toccare i 168 euro annui più gli eventuali interessi per i rimborsi a rate. C'è un modo per evitare queste mini stangate, almeno in parte? Certo: aprire un conto corrente online. L'indagine di Bankitalia parla chiaro: se un conto normale costa in un anno quasi 87 euro, per i conti online si precipita a 15,5 euro. E non si registrano variazioni apprezzabili: nel 2017 il costo annuo era pari a 15,3 euro. I tempi però stanno cambiando anche qui. CheBanca!, l'istituto online di Mediobanca, dal 1° gennaio triplicherà il canone per i clienti a bassa operatività: da 12 a 36 euro annui. Probabile che altre banche seguiranno l'esempio. Le cifre dell'online restano inferiori a quelle dei conti tradizionali. Ma le banche sanno che una buona fetta della clientela non ama troppo il «fai da te». Molti chiedono un consulente, non si fidano della sicurezza delle connessioni Internet casalinghe, hanno paura di sbagliare premendo qualche tasto. Oppure, semplicemente, non hanno un computer o uno smartphone su cui operare. Sono per lo più persone anziane, abitudinarie, non troppo «smart». Le categorie più deboli della clientela bancaria. Ed è soprattutto su di loro, i fedelissimi dello sportello, che si abbatte la scure dei rincari sulle commissioni. Perché, oltre che le spese per la tenuta del conto, questi correntisti devono pagare anche ogni operazione effettuata agli sportelli: prelievi, versamenti, bonifici, assegni, saldo delle bollette, invio degli estratti conto. Qualche istituto fa pagare anche i bancomat di ultima generazione, quelli contactless, più evoluti delle tessere che vanno strisciate. Aumentati anche gli interessi sui fidi, sui prestiti e sulle commissioni sullo scoperto: i tassi passivi si attestano in media sul 14%. Ma occhio soprattutto alle commissioni su bonifici eseguiti da un operatore allo sportello e sugli assegni da incassare: la settimana scorsa è stato segnalato all'Adusbef (associazione di tutela dei consumatori nel settore bancario e finanziario) il caso di un correntista che si è sentito chiedere 9,9 euro per cambiare un assegno da 100 euro intestato «a me medesimo». E l'addetto non gli ha nemmeno rilasciato la contabile giustificativa. Banca Intesa, la maggiore in Italia, dal 1° agosto ha applicato rincari fino a 120 euro annui a tappeto, coinvolgendo nell'operazione anche i conti Zerotondo originariamente privi di canone. L'aumento è stato calcolato in base alla giacenza media: più depositi, più paghi. È il rovescio della medaglia dei tassi negativi Unicredit. Siccome i tassi sono bassi e i costi strutturali alti, le banche cercano di rifarsi sui clienti. Intesa ha applicato alla giacenza media del 2016 una percentuale corrispondente al calo di uno dei tassi di riferimento della Bce, il Dfr (Deposit facility rate). È stato calcolato che chi ha aperto il conto prima del 2009, con una giacenza media di 10.000 euro nel 2016, subisce un aumento di 10 euro mensili, 120 all'anno. Questa è la parte dei rincari che si vede. Poi c'è il sommerso, cioè la pigiatura occulta, una serie di operazioni da cui le banche fanno di tutto per spremere soldi ai clienti. Prendiamo un proprietario di casa con un mutuo da pagare. Con i tassi ai minimi storici, è sempre più conveniente abbassare gli importi delle rate trasferendo il prestito con un'operazione di surroga, che al cliente non costa nulla. Ne siamo sicuri? Per prima cosa, la nuova banca per accendere il mutuo chiede di aprire un nuovo conto, sul quale fa pagare le spese di gestione. Poi fa capire che sarebbe meglio aggiungere una polizza assicurativa perché di questi tempi non si sa mai e comunque ciò facilita la concessione del mutuo a tasso sottozero. E se il cliente non ha la liquidità per assicurarsi, nessun problema: la banca gli viene generosamente incontro con un prestito personale a tasso di favore. Alla fine, si tira una riga, si sommano le varie voci (rata, polizza, commissioni), si constata che il totale è inferiore alla rata attuale e il cliente firma tutto giulivo. Intanto la nuova banca ha aperto un nuovo conto, fatto un'assicurazione, concesso un prestito personale e intascato interessi e commissioni varie. Tempo 6 mesi e si può star certi che scatterà un ritocchino al canone mensile del conto. La banca ci guadagna sempre. Altre stangate si sono abbattute su quanti hanno contratto mutui in valuta estera, soprattutto in franchi svizzeri. «La banca non ha mai evidenziato il rischio legato al cambio», spiega Sheila Meneghetti, vicepresidente di Tuconfin, associazione di tutela dei risparmiatori, lei stessa intestataria di un mutuo con Barclays raddoppiato in pochi mesi. «Altre banche che avevano offerto prodotti analoghi, come Ubi, hanno cercato di andare incontro ai clienti. Ma Barclays è un istituto inglese e va dritto in tribunale, nonostante le numerose sentenze anche in altri Paesi europei che hanno dichiarato nulli i rincari dovuti al cambio. Barclays ha piazzato a tappeto questi prestiti quando il franco svizzero era a picco e poi ha aumentato i tassi per coprirsi dal rischio del cambio». 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Nel 2018 i ricorsi presentati sono stati 27.041, in calo dell'11,8% rispetto all'anno precedente. Viceversa, si è assistito a un aumento delle decisioni non rispettate da parte intermediari coinvolti: 261 contro le 233 del 2017 (+20,3%). Gli istituti che non rispettano le decisioni dell'Abf, nel gergo tecnico, vengono definiti «intermediari inadempienti». Forse potranno sembrare pochi casi (stiamo parlando dello 0,8% del totale), ma dietro a ognuna queste pratiche c'è un consumatore (o in casi più rari una piccola impresa) che lamenta di aver subito violazioni contrattuali e reclama la restituzione di somme indebitamente versate. Si va dalle semplici dispute contrattuali, al rimborso di commissioni non dovute in seguito all'estinzione di un finanziamento, fino a questioni decisamente più complesse come la conversione dei mutui stipulati in valuta straniera. L'Arbitro bancario e finanziario permette ai cittadini che ritengono di aver subito un torto dalle banche e dagli intermediari finanziari di fare ricorso senza passare da avvocati e tribunali, e ciò rende questo ente uno «strumento alternativo, più rapido e meno costoso rispetto alla giustizia ordinaria». Presentare un'istanza è semplice ed economico: nel 2018 l'Abf ha attivato un portale dal quale è possibile gestire le richieste in autonomia, e presentare un ricorso richiede il versamento di soli 20 euro. Nella fattispecie, le tipologie di richieste che si possono inoltrare sono due: il riconoscimento di una somma fino a un importo di 100.000 euro, e l'accertamento di diritti, obblighi e facoltà come, per esempio, il diritto a ricevere la documentazione di trasparenza oppure ottenere la cancellazione di un'ipoteca. Una volta spedito, il ricorso viene indirizzato al Collegio territoriale di competenza (7 in tutta Italia, composti da 5 membri di cui 3 designati da Banca d'Italia), il quale ha 270 giorni di tempo per formulare una risposta. L'Abf non può deliberare, invece, in materia di investimenti (come le controversie sulle azioni o le obbligazioni), nel caso in cui i beni e servizi siano diversi da quelli bancari e finanziari, e se la richiesta è già stata sottoposta all'Autorità giudiziaria. L'Arbitro rappresenta dunque uno strumento molto utile per tutti i consumatori. Peccato però che, sebbene nella stragrande maggioranza dei casi le decisioni dell'Abf vengano effettivamente rispettate dagli intermediari, esse non siano vincolanti come le sentenze del giudice ordinario. Ciò fa sì che, a discapito delle possibili ricadute reputazionali, una manciata di istituti se ne infischino di quanto disposto dall'Arbitro, e proseguano indisturbati per la loro strada. Inoltre, l'Abf può pronunciarsi solo se il rapporto è stato instaurato dopo il 1° gennaio 2009, fattore che limite ulteriormente il suo campo d'azione. L'inadempienza ha luogo se si avvera una di queste tre condizioni: l'intermediario non esegue (o esegue solo in parte) la prestazione imposta dalla decisione dell'Abf; se non rimborsa ai clienti il contributo spese di 20 euro; se non versa alla Banca d'Italia il contributo spese di 200 euro. Da un'elaborazione effettuata dalla Verità in base ai dati disponibili sul sito dell'Abf (per dirla tutta un po' difficili da rintracciare, se non si sa esattamente dove cercare), è emerso che dal 2011 a oggi il totale dei ricorsi senza seguito è stato 841 per 67 intermediari. Oltre 8 inadempimenti su 10 sono a carico di soli 5 intermediari. Quasi metà delle inadempienze (401) riguardano il 2018, mentre nell'anno in corso - sebbene la tendenza sia in diminuzione - si sono registrati, a oggi, già 174 casi. Le tematiche oggetto di ricorso sono le più svariate. Numerose le controversie inevase che riguardano la restituzione delle commissioni e degli oneri non maturati pagati in occasione della stipula di un contratto di cessione del quinto. Il dato non deve sorprendere, dal momento che il 64% dei ricorsi presentati all'Abf rappresenta proprio questa tipologia di prodotto. Un capitolo a parte lo meritano invece i mutui in euro indicizzati al franco svizzero emessi da Barclays, che rappresenta il secondo intermediario inadempiente in Italia. Contratti che l'associazione dei consumatori Tuconfin, rappresentata dalla presidente Franca Berno e dalla vicepresidente Sheila Meneghetti, definisce «ingannevoli e fumosi». Sono ben 9.978 le famiglie che hanno sottoscritto questo prodotto, nel quale non era presente alcun accenno alla rivalutazione né al tasso di cambio. Solo una clausola che, in caso di estinzione anticipata, prevedeva la conversione del capitale restituito e degli eventuali interessi arretrati dovuti in franchi svizzeri. Un cavillo che ha comportato aumenti fino al 35% del capitale in caso di chiusura, scoraggiando molte famiglie dalla scelta di rinegoziare i propri contratti. Nel frattempo, Barclays ha cessato le proprie attività in Italia e decine di ricorsi esaminati dall'Abf giacciono inevasi, mentre le famiglie sono con l'acqua alla gola nel tentativo di rispettare le scadenze del mutuo. Ma la battaglia di Tuconfin non si ferma: «Non avremo pace finché la giustizia italiana non decreterà nulli quei mutui».
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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Il ciclista sloveno Tadej Pogacar dell'Uae Team Emirates festeggia dopo aver vinto la 117ª edizione della classica ciclistica Milano-Sanremo (Ansa)
Lo sloveno cade a 30 chilometri dall’arrivo, rientra con una rincorsa impressionante e decide la Classicissima allo sprint contro Tom Pidcock. Un successo, arrivato al sesto tentativo, che completa il suo straordinario palmarès e arriva dopo una corsa vissuta sempre all’attacco.
C’è un’immagine che racconta più di tutte questa Milano-Sanremo: la maglia iridata strappata, il fianco sinistro sanguinante, e Tadej Pogacar che si rialza e riparte quando la sua corsa sembra finita. Da lì in avanti, la Classicissima cambia direzione e diventa il terreno della sua impresa.
Lo sloveno vince per la prima volta la Milano-Sanremo al sesto tentativo, chiudendo in 6h35’49’’ e battendo allo sprint Tom Pidcock, rimasto l’unico capace di reggergli il passo fino agli ultimi metri. Terzo Wout van Aert, quarto Mads Pedersen. Il primo degli italiani è Andrea Vendrame, sesto.
Fino a poco più di trenta chilometri dal traguardo, però, la storia sembra un’altra. Una caduta in gruppo, poco prima della Cipressa, coinvolge anche Pogacar. Finisce a terra, resta attardato, visibilmente ferito. Per qualche istante la sua Sanremo sembra chiusa lì. Quando risale in sella, il gruppo è già lontano e l’inseguimento appare complicato. È in quel momento che la corsa cambia volto. Pogacar rientra, metro dopo metro, aiutato anche dalla squadra, poi si riporta nelle prime posizioni proprio all’inizio della Cipressa. Non aspetta: accelera, forza il ritmo, seleziona il gruppo fino a portarsi via soltanto i nomi più attesi, tra cui Mathieu van der Poel e Pidcock. La selezione definitiva arriva sul Poggio. Lo sloveno attacca ancora, più volte, fino a staccare Van der Poel. Solo Pidcock resiste e si incolla alla sua ruota. In cima hanno pochi secondi sugli inseguitori, ma bastano. La discesa è veloce, il margine tiene, e la corsa si decide in via Roma. È uno sprint a due, situazione non abituale per Pogacar. Parte lungo, da davanti, costringendo Pidcock a inseguire. Il britannico prova a rimontare, ma negli ultimi metri lo sloveno riesce a mantenere mezza ruota di vantaggio, quanto basta per prendersi la vittoria che gli mancava. Dietro, il gruppo rientra troppo tardi. Van Aert conquista il terzo posto dopo l’inseguimento, in una giornata segnata anche per lui dalla caduta. Più indietro gli altri favoriti, mai davvero in grado di rientrare sui due battistrada nel finale. «Sono molto felice, un sacco di emozioni. Non vedevo l’ora di vincere questa gara», ha detto Pogacar all’arrivo. «Sapevo che con Pidcock sarebbe stata dura, ma sono riuscito a mettere la ruota davanti».
Per il fuoriclasse sloveno è molto più di una vittoria. La Sanremo era uno dei pochi tasselli mancanti in un palmarès già straordinario. Oggi arriva nel modo più difficile, passando attraverso un errore, una caduta e una rincorsa che avrebbe spento molti altri. E invece no. Dopo aver recuperato, attaccato e resistito, Pogacar completa l’opera allo sprint.
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