Francesco Lollobrigida (Ansa)
Secondo Bloomberg, Roma ha ricevuto garanzie sul bilancio e a difesa degli agricoltori e sarebbe pronta a firmare. Domani vertice dei ministri competenti a Bruxelles.
Si riapre la partita del Mercosur con l’obiettivo di arrivare alla firma il 12 gennaio. A rilanciare la questione, o almeno il tira e molla collegato, è un’indiscrezione dell’agenzia Bloomberg secondo cui l’Italia sarebbe pronta a sostenere l’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e il Mercosur nel voto degli ambasciatori della Ue previsto per il 9 gennaio.
Palazzo Chigi avrebbe ottenuto risultati significativi sulle garanzie per il settore agricolo e su possibili risorse aggiuntive a sostegno degli agricoltori da parte del bilancio della Ue. A fronte di ciò sarebbe orientata, sempre secondo Bloomberg, a invertire la rotta rispetto al mese scorso, quando insieme alla Francia aveva guidato il fronte del rinvio, chiedendo maggiori tutele per il comparto. Fino a tarda sera non è arrivata da parte del governo italiano nessuna conferma ma anche nessuna smentita, mentre secondo diverse fonti, domani sarebbe prevista una riunione straordinaria dei ministri dell’Agricoltura. Quindi in tempo, per dare indicazioni alla riunione di venerdì. Non si può comunque escludere che l’indiscrezione sia stata generata per esercitare pressione sull’Italia e, di riflesso, sulla Francia. Se la posizione italiana dovesse cambiare, infatti, verrebbe superato ogni ostacolo all’accordo, in quanto il peso politico e demografico del nostro Paese è fondamentale per raggiungere la maggioranza qualificata necessaria a ratificarlo e la Francia da sola non avrebbe i numeri per dar vita ad una minoranza di blocco.
Intanto fonti italiane vicine al dossier ribadiscono che il nostro Paese non è pregiudizialmente contrario all’accordo con il Mercosur e come ha ricordato la premier Giorgia Meloni, nell’ultima riunione dello scorso anno, quando si decise di posticipare la sigla dell’intesa, vuole trasformare un buon accordo in un ottimo accordo rendendolo vantaggioso per tutti. Per fare questo, dicono sempre le stesse fonti, bisogna avere rassicurazioni sulla reciprocità e sulle condizioni di produzione dei prodotti agricoli.
Non si può consentire che le merci in ingresso in Europa prevedano l’uso di sostanze che non rispettano i nostri standard sanitari e ambientali. Ciò porterebbe a due sconfitte: non si garantirebbe la qualità del cibo in ingresso in Europa e si desertificherebbe il nostro sistema agricolo.
Le rassicurazioni devono raccogliere la richiesta di parità di condizioni per gli agricoltori europei e per chi voglia portare le proprie merci nei nostri mercati. Ma, sempre secondo Bloomberg, il cambio di rotta dell’Italia, sarebbe arrivato dopo intensi negoziati diplomatici con la Commissione Ue e con la Germania, in particolare dopo l’incontro di metà dicembre tra la premier Meloni, il Cancelliere tedesco Merz e la presidente Ue, Von der Leyen. Il governo italiano avrebbe ottenuto risultati importanti sui tre punti chiave: garanzie extra per gli agricoltori, fondi di compensazione, clausole di reciprocità. Sarebbero previsti meccanismi di salvaguardia più forti di quanto stabilito finora per proteggere le filiere agricole europee dalla concorrenza sudamericana. Per i fondi di compensazione ci sarebbe l’impegno per ulteriori risorse comunitarie all’agricoltura per il processo di transizione. Infine ci sarebbero standard ambientali e sanitari più rigorosi per l’import per evitare che norme meno restrittive di quelle europee (ad esempio l’uso di pesticidi) si traduca in un ingiusto vantaggio competitivo.
Alle giuste condizioni, l’accordo con il Mercosur comporterebbe benefici economici importanti per l’Italia. Il trattato infatti prevederebbe l’abbattimento dei dazi - oggi fino al 35% - per macchinari, auto e prodotti chimici, consentirebbe di diversificare le catene di approvvigionamento per i minerali critici riducendo la dipendenza dalla Cina e per la filiera agroalimentare assicurerebbe la protezione di oltre 350 indicazioni geografiche Dop e Igp nei mercati del Sudamerica. Insomma, il ballo è riaperto, vedremo nei prossimi giorni con quali esiti.
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Vasyl Malyuk (Ansa)
Lascia Vasyl Malyuk, che aveva provato a smantellare gli organi anti-corruzione ucraini. Il rimpasto post scandalo continua: altri incontri per il premier. Oggi vertice dei «volenterosi» con Steve Witkoff e Jared Kushner.
A un ritmo incessante, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky prosegue il rimpasto tra le figure apicali di Kiev nel tentativo di riconquistare un margine di credibilità dopo lo scandalo sulla corruzione. E ieri il leader di Kiev, dopo varie pressioni, ha ottenuto le dimissioni del capo dei Servizi di sicurezza dell’Ucraina (Sbu), Vasyl Malyuk, che guidava l’agenzia dal luglio del 2022. Malyuk continuerà a lavorare nello Sbu senza però ricoprire un ruolo di vertice.
Per sua stessa ammissione, ha annunciato in una dichiarazione che resterà «all’interno del sistema Sbu per implementare operazioni speciali asimmetriche di livello mondiale» per «infliggere il massimo danno» alla Russia. Si vociferava già da giorni che l’ormai ex capo dei servizi segreti sarebbe diventato il prossimo bersaglio di Zelensky. Quest’ultimo per allontanarlo dai Servizi di sicurezza, gli aveva proposto un incarico nel Servizio di intelligence estero o nel Consiglio per la sicurezza nazionale, ma Malyuk aveva rifiutato qualsiasi compromesso. Al suo posto, come capo ad interim, il presidente ucraino ha nominato Yevhen Khmara: già lavora all’interno dei Servizi di sicurezza.
Secondo Rbc Ukraine e Ukrainska Pravda, il casus belli dell’allontanamento di Malyuk si lega a doppio filo agli eventi di luglio e al recente scandalo corruzione, con la conseguente perdita di fiducia da parte del presidente ucraino. Ma soprattutto è il tentativo di Zelensky di allontanarsi, a scoppio ritardato, dalle figure che avevano intralciato il lavoro delle agenzie anticorruzione.
Sette mesi fa, proprio sotto la guida dell’ex capo dei Servizi di sicurezza erano stati arrestati alcuni dipendenti dell’Ufficio Nazionale anticorruzione (Nabu) con l’accusa di avere legami con la Russia. E l’azione aveva sollevato l’indignazione degli attivisti anticorruzione e dei gruppi della società civile. Quindi se Malyuk è visto come colui che ha iniziato la crociata contro gli organi anticorruzione, allora diventa necessario per Zelensky allontanarlo. A ciò si aggiunge l’operazione Mida in cui pare che Malyuk abbia assunto una posizione piuttosto neutrale, scatenando il sospetto in Zelensky di aver perso un alleato. In particolare, secondo Ukrainska Pravda, il team di Malyuk, sostiene che le dimissioni siano il frutto di una vendetta di Andriy Yermak, vista la posizione adottata da Malyuk proprio nell’ambito del cosiddetto Mindichgate e anche a seguito delle perquisizioni condotte nell’ufficio e nella casa dell’ex capo dell’ufficio presidenziale ucraino. L’allontanamento forzato ha già sollevato diverse critiche: pare sia tangibile il malcontento degli alti comandanti militari dato che Malyuk era stato alla guida dell’operazione Spiderweb.
E con la motivazione ufficiale di voler procedere con «una rotazione di tutti» per rafforzare la posizione dell’Ucraina nei negoziati, il presidente ucraino, dopo aver parlato con il ministro degli Esteri, Andrii Sybiha, ha annunciato che «verrà selezionato anche un candidato per la carica di primo viceministro degli Affari esteri». Tra i vari incontri mirati al rimpasto, Zelensky ha visto ieri il neo nominato ministro della Difesa, Mykhailo Fedorov, per avviare la trasformazione tecnologica del dicastero. Visto che « il livello tecnologico della nostra difesa deve salvare la vita dei nostri soldati», il leader di Kiev ha precisato che contro Mosca si deve «rispondere con un impiego più attivo delle tecnologie, con uno sviluppo più rapido di nuovi tipi di armi e con nuove tattiche».
Ma oltre ai cambiamenti interni all’Esecutivo, l’Ucraina si prepara ad affrontare oggi a Parigi la riunione della Coalizione dei volenterosi, ospitata dal presidente francese, Emmanuel Macron, e dal premier britannico, Keir Starmer. A prendere parte saranno anche il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, il segretario generale della Nato, Mark Rutte, il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Ma non solo: sono attesi nella capitale francese l’inviato speciale americano, Steve Witkoff, e il genero di Donald Trump, Jared Kushner per rappresentare gli Stati Uniti. Tra l’altro la loro partecipazione arriva in un momento di tensione tra la Casa Bianca e Mosca: il presidente americano, che qualche giorno fa aveva dichiarato di «non essere contento di Vladimir Putin», ha riferito di non credere che l’Ucraina abbia organizzato l’attacco contro la residenza dello zar russo nella regione nordoccidentale di Novgorod. Riguardo all’incontro di Parigi, una portavoce della Commissione Ue, spiegando che «l’incontro a livello di leader darà seguito al lavoro dei consiglieri per la sicurezza nazionale svoltosi in Ucraina sabato», ha reso noto che «sono stati compiuti ulteriori passi, in particolare sulle garanzie di sicurezza», tra cui «la prospettiva di adesione dell’Ucraina all’Ue». Tra i bisogni cruciali che i partner devono riconoscere, secondo quanto annunciato da Zelensky, rientrano «la difesa aerea, i finanziamenti per la produzione di droni intercettori e le attrezzature per il settore energetico» che «sono necessari ogni giorno».
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Il rientro delle Salme con volo di Stato (Ansa)
- Le salme di cinque giovani vittime del rogo a Crans-Montana sono state portate a Milano e a Roma. I medici del Niguarda: «Ricoverati in gravi condizioni, è una battaglia». Giorgia Meloni: «Messa d’unità nazionale per loro».
- In un video del 2020 un barman invita i clienti a tenere lontane le candele dai soffitti. I titolari francesi del locale stavano per ampliare i posti a sedere eliminando un’uscita.
Lo speciale contiene due articoli
Lo strazio ha il colore bianco di cinque bare e il rumore sordo di un C-130 dell’Aeronautica militare che le trasporta in Italia. È partito alle 12.09 da Sion in Svizzera, con un’ora di ritardo, con a bordo i familiari di tre delle vittime. Procede lento sulla pista dell’aeroporto di Milano Linate, come in un metaforico corteo funebre, prima di arrestare la sua corsa davanti al picchetto d’onore e ai carro funebri. Sono quasi le 13 di ieri. Si apre il portellone, autorità e familiari si avvicinano. Ed escono uno dopo l’altro Giovanni Tamburi (16 anni) ed Emanuele Galeppini (17 anni), portati via terra rispettivamente a Bologna e a Genova, e i milanesi Chiara Costanzo (16 anni) e Achille Barosi (16 anni), quattro delle sei vittime italiane dell’inferno di Capodanno a Crans-Montana.
Ad attendere i ragazzi a Linate sono presenti il presidente del Senato, Ignazio La Russa, con il fratello Romano, assessore lombardo alla Protezione civile, il sindaco di Milano, Beppe Sala, il sottosegretario Alberto Barachini, i presidenti della Lombardia, Attilio Fontana, della Liguria, Marco Bucci, e dell’Emilia-Romagna, Michele De Pascale. «Il loro dolore unisce l’Italia», dice La Russa. Il governatore Fontana, visibilmente provato, afferma che «è stato un momento straziante».
Per Achille Barosi, studente milanese dell’artistico delle suore Orsoline che sognava di fare l’architetto, la camera ardente si è aperta ieri pomeriggio nella cappella di San Sigismondo, adiacente alla basilica di Sant’Ambrogio a Milano. «Angelo in cielo» scritto su un foglio, la foto del ragazzo: poi silenzio e lacrime. Scocca una campana, parenti e amici si stringono in un ultimo abbraccio ,«Sono orgogliosa di essere italiana, voi dovete essere orgogliosi di esserlo», dice coraggiosamente la mamma di Achille davanti alla bara del figlio. La camera ardente di Chiara Costanzo, seconda vittima milanese di Crans-Montana, è nella cappella del collegio San Carlo, che la ragazza frequentava. La sua mamma: «Non volevamo che in queste ore restasse sola». A bordo del C-130 c’è anche Riccardo Minghetti (16 anni) che atterrerà più tardi, verso le 15.30, a Roma Ciampino. Solita procedura, solito strazio. Tutti impietriti dalla tragedia. Impossibile dire qualcosa. Mamma e papà sono qualche passo indietro alla bara, non riescono nemmeno a camminare, strascicano i piedi.
«Non li abbiamo lasciati soli neanche un minuto», ha assicurato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, presente all’atterraggio, insieme al ministro dello Sport, Andrea Abodi, e al capo dipartimento della Protezione civile, Fabio Ciciliano. Ci sono i compagni delle medie e tutto il suo liceo, lo scientifico Stanislao Cannizzaro all’Eur. «Riccardo vive in tutti noi», si legge su un cartello preparato dalla sua classe. Il premier Giorgia Meloni invita tutti a un momento di «unità nazionale» promuovendo una messa a Roma per le vittime che si terrà venerdì pomeriggio nella basilica dei Santi Ambrogio e Carlo al Corso. Il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, proclama per domani un simbolico minuto di silenzio in tutte le scuole.
La salma di Emanuele Galeppini, genovese residente a Dubai, è esposta nella cappella dei frati cappuccini dell’ospedale San Martino di Genova. Ad attenderla, oltre ai genitori, al fratellino della vittima e ai suoi zii, anche il sindaco Silvia Salis e il presidente della Regione Liguria, Marco Bucci: «Tragedie così non devono succedere». Infine, Giovanni Tamburi, nella sua Bologna che si stringe alla sua mamma che ringrazia Giorgia Meloni: «Mi ha chiamato personalmente, aveva la voce rotta dal pianto. Si sentiva la sua sofferenza come mamma. Mi ha veramente commossa e mi è stata vicina come non mai, dandomi tutto il suo appoggio come se fossi stata sua sorella. Da mamma a mamma, da cuore a cuore».
Genitori accomunati da un dolore inimmaginabile in attesa dei funerali, a spese dello Stato, previsti per domani. Quelli di Riccardo saranno a Roma, nella basilica dei Santi Pietro e Paolo all’Eur e quelli di Giovanni nella cattedrale di San Pietro a Bologna. A Milano le esequie di Achille, nella basilica di Sant’Ambrogio e Chiara, nella chiesa di Santa Maria delle Grazie. L’addio di Emanuele nella sua Genova. Mentre quello di Sofia Prosperi, sesta vittima di appena 15 anni, originaria del Canton Ticino, verrà celebrato domani a Lugano.
«Una tragedia evitabile, le famiglie chiedono giustizia. Il nostro impegno ora è accertare la verità», afferma l’ambasciatore d’Italia in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado. Ma adesso, finite tutte le lacrime, è anche il momento di pensare ai 14 italiani che lottano ogni giorno per la vita. Un ragazzo è ancora ricoverato a Zurigo: le sue condizioni non consentono il trasferimento in Italia. Altri sono a Torino. Mentre al Niguarda ci sono sei pazienti in condizioni molto gravi. Hanno 15-16 anni, fatta eccezione per una donna di 29 e una di 55. L’estensione delle loro ustioni (di secondo e terzo grado) varia dal 10% a oltre il 50%, coinvolge arti, dorso e volto e sono presenti danni importanti a livello polmonare. Sei sono in terapia intensiva in condizioni particolarmente serie. Tre di questi sono considerati in condizioni critiche. «Non sono fuori pericolo, per loro sarà un percorso lungo. Una battaglia durissima», dicono i medici. La stessa che dovremo affrontare anche tutti noi. Le lacrime non sono ancora finite.
Il precedente: «Attenti alla schiuma»
Mentre l’Italia intera si è stretta in un abbraccio ai familiari delle vittime della tragedia di Capodanno, in Svizzera proseguono le indagini. Le notizie di ieri, sul fronte investigativo, sono ancora più allarmanti. La Radio Svizzera Tedesca ha svelato particolari «agghiaccianti» sul futuro del locale Le Constellation che, nella notte di San Silvestro, si è trasformato in un inferno di fuoco. Secondo quanto riferito dalla Radio, i gestori, Jacques Moretti e Jessica Maric (adesso indagati), avrebbero voluto ampliare il pub dal primo gennaio 2026 «eliminando un’uscita». Intanto, l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, parlando a Sion poco prima del volo per l’Italia delle cinque vittime, ha ribadito a gran voce «l’urgenza di verità e giustizia». Il diplomatico ha tenuto a precisare che in Italia i due proprietari del locale «sarebbero stati arrestati perché è troppo grave quello che è successo». «Nel rispetto dell’autonomia della magistratura», ha poi evidenziato all’Agi, «ho parlato della possibilità dell’arresto. Per le famiglie non è importante che gli indagati vadano in carcere ma che vengano accertate le responsabilità. Ho chiesto al presidente del Cantone Vallese e al ministro che venga fatto tutto quello che serve e, in effetti, gli accertamenti stanno proseguendo a tutto campo e sono già state sentite molte persone».
La procuratrice Beatrice Pilloud, che sta seguendo l’inchiesta, aveva comunicato invece che non ci sono i presupposti per l’arresto, ovvero non ci sono pericolo di fuga, inquinamento probatorio e reiterazione del reato, anche in presenza di ipotesi come omicidio, lesioni e incendio, a titolo colposo, «circostanza quest’ultima, che anche in Italia non fa scattare di solito l’arresto». La procuratrice ha chiarito che l’indagine «verterà in particolare sull’analisi dei documenti ottenuti dal Comune, sulla conformità dei lavori realizzati dai gestori, sui materiali utilizzati, sulle vie di fuga, sui mezzi di estinzione e sul rispetto delle norme antincendio». Anche su questo, l’ambasciatore Cornado ha svelato alcuni dettagli: «Le autorità locali mi hanno riferito che il materiale fonoassorbente sul soffitto era infiammabile. L’uscita di sicurezza, se esisteva, era mal segnalata e in mezzo a quel disastro i ragazzi non l’hanno nemmeno vista». La Radio Svizzera Tedesca ha svelato che i gestori alla fine del 2025 avevano presentato una richiesta per ampliare il locale, una trasformazione che, se realizzata, avrebbe potuto aggravare le conseguenze del rogo perché il piano prevedeva «di eliminare l’uscita laterale della veranda», quella ripresa più volte nei video della serata.
Tale aspetto chiama in causa il Comune e il sindaco Nicola Féraud che guida la cittadina di Crans-Montana da tre mandati. Il primo cittadino è stato, infatti, già sentito dai magistrati e per la giornata di oggi ha convocato una conferenza stampa in Comune probabilmente al fine di chiarire gli aspetti relativi a eventuali permessi concessi e ai controlli. Nei giorni scorsi alla testata «Blick» lui stesso aveva dichiarato che la sua amministrazione «non ha adottato un approccio permissivo nella gestione del bar». La tragedia e le indagini accendono i riflettori sulla sicurezza dei locali. Alcuni politici svizzeri stanno adesso chiedendo a più voci di «intensificare l’applicazione delle norme di sicurezza antincendio nei principali centri di sport invernali del Paese».
Un video diffuso dalla testata svizzera Rts dimostrerebbe che era già noto, da alcuni anni, il rischio di incendio del materiale fonoassorbente infiammabile dei soffitti a contatto con le candele pirotecniche usate per servire gli alcolici durante le feste. Dalle immagini si vede un barman di Le Constellation» dire ad alcuni clienti che partecipavano alla festa per il Capodanno 2020 «Fate attenzione alla schiuma! Fate attenzione alla schiuma!». A raccontarlo è stato il giovane che ha fornito le immagini e che aveva partecipato alla serata. Il barman metteva in allarme i giovani che avevano appena ricevuto le bottiglie ordinate con le candele pirotecniche.
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Uno scatto della manifestazione a Roma per Maduro (Ansa)
A Roma Anpi, Cgil e decine di associazioni chiedono l’intervento dell’Onu. Landini attacca la Meloni.
C’erano probabilmente più sigle che presenti ieri a Roma a Piazza Barberini, alla manifestazione organizzata a sostegno dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro. Immancabili Anpi e Cgil, presenti Pd e Avs, in piazza si sono radunate molte sigle della sinistra radicale: Rete Numeri Pari, Rete Italiana Pace e Disarmo, Rete No Bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, Sinistra Civica Ecologista Roma, Sinistra Anticapitalista Roma, Rifondazione Comunista Roma, Centro Riforma dello Stato, Medicina Democratica, Sportelli Solidali 9, Coordinamento genitori democratici-cgd onlus, Disability Pride, Genazzano In Comune Una Nuova Storia Tivoli, Alternativa per Anzio, Ladispoli Attiva, Genzano In Comune, Frosinone Provincia in Comune, Rieti Città Futura, Controvento Rieti, Sce Colleferro, Forum per il Diritto alla Salute, Wilpf Italia Aps, Casetta Rossa, Psi, Casa Internazionale delle Donne, Giovani Democratici Roma, Auser Lazio, Disarma-Il Coraggio della Pace, Associazione donne Brasiliane in Italia, Latina Bene Comune, Cinecittà Bene Comune, Unione Donne in Italia, Associazione Italiana Tecnici di Ripresa, Un Ponte Per, Sparwasser Aps.
Certo, c’era la pioggia, ma dalle immagini pubblicate sui social possiamo tranquillamente affermare che non si è trattato di una manifestazione di massa. La piattaforma del presidio del resto era particolarmente radicale: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», si legge nell’appello degli organizzatori, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente Maduro e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati». Slogan triti e ritriti, al di là di ogni opinione ormai completamente sganciati dalla realtà, dalla accelerazione della storia che stiamo vivendo in questi ultimi mesi: «Ancora una volta», prosegue l’appello, «prevalgono la logica del dominio e della predazione delle risorse energetiche, facendo carta straccia del diritto internazionale come lo abbiamo conosciuto dal dopoguerra a oggi. Di fronte a questa aggressione dobbiamo condannare e reagire con forza, per fermarla e per affermare la cultura della pace e il ripristino del diritto internazionale. Esprimiamo la nostra totale solidarietà al popolo venezuelano. Chiediamo che l’Onu intervenga e che il governo italiano e l’Unione europea condannino l’aggressione e s’impegnino per un cessate il fuoco e nel far pervenire soccorsi alla popolazione civile coinvolta».
Non si comprende quale fuoco debba cessare visto che l’operazione militare degli Stati Uniti si è conclusa, ma tutto fa brodo: «Tutto serve al mondo», aggiungono gli organizzatori, «tranne che un’altra guerra. Tutto serve al mondo, tranne che l’ennesimo arbitrio dei potenti, con la potenza militare che pretende di legittimare l’intervento ovunque. Non rassegniamoci a un mondo in cui guerra, riarmo, violenza, distruzione e sopraffazione vengano normalizzate. Solo uscendo dalla logica della guerra e del riarmo possiamo immaginare un futuro vivibile per l’umanità, fondato su pace, autodeterminazione e democrazia per i popoli. Alziamo la voce, facciamoci sentire, mobilitiamoci».
Il leader della Cgil, Maurizio Landini, ha tenuto banco attaccando, manco a dirlo, il governo guidato da Giorgia Meloni: «Trovo che sia grave», ha detto Landini, «questa posizione del governo italiano e anche del governo europeo, che stanno zitti e non sono in grado di reagire. Bisogna reagire, non si può stare fermi. E da questo punto di vista io trovo davvero un segnale molto importante nelle parole che in questi giorni ha espresso il Papa in modo molto esplicito, in modo molto chiaro. Io credo che sia il momento che tutte le persone di buona volontà, insisto, a prescindere dal loro orientamento politico, dalla loro fede religiosa, è il momento di mettersi assieme per riconquistare la pace che ci stanno togliendo. La gravità della situazione attuale riguarda quello che è avvenuto in Venezuela ma non solo: è quello che ha fatto Putin prima con l’Ucraina», ha aggiunto Landini, «è quello che sta facendo il governo Netanyahu con la Palestina, è quello che sta succedendo in giro per il mondo con una quantità di guerre che, con queste caratteristiche, non si sono mai viste».
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