
Sono sempre tutti velocissimi e lestissimi a stigmatizzare il gangsterismo altrui. Lo fa, con i consueti toni moderati, Alan Friedman sulla Stampa, spiegando che Donald Trump è decisamente peggiore di tutti i precedenti inquilini della Casa Bianca a partire da Teddy Roosevelt, maestro di imperialismo e interventismo. The Donald, dice Friedman, ha trasformato gli Usa «da poliziotto occasionale a gangster globale». Gianni Riotta e Concita De Gregorio, su Repubblica, si muovono con passi appena più felpati sulla stessa linea. Il primo rimpiange «il saggio Harry Truman che guida alla democrazia Germania, Giappone e Italia» (sorvoliamo sulle bombe atomiche e i bombardamenti di Dresda che gli Stati Uniti utilizzarono per giungere alla splendida alba democratica).
La seconda si strugge perché in politica estera trionfa la legge del più forte, benché a spese di un caudillo piuttosto feroce. Sono tutte posizioni interessanti, e per certi aspetti perfino condivisibili. Ma purtroppo giungono da un pulpito, quello progressista, particolarmente discutibile.
Come abbiamo già avuto occasione di notare, eguale sdegno non fu profuso in numerose altre occasioni del tutto analoghe, anzi spesso decisamente più violente e spettacolari. Repubblica, in particolare con gli articoli furenti di Bernard Henry-Levi, tirò la volata all’intervento occidentale in Libia, di cui ancora paghiamo le conseguenze, che fu imposto a un riluttante Berlusconi da un capo dello Stato abbastanza propenso all’atlantismo. Fiumi di inchiostro sono stati spesi per raccontare le malefatte di Bashar al Assad, giustificando così gli attacchi alla Siria che proseguono ancora oggi, per altro con la radiosa collaborazione di Francia e Gran Bretagna. Sull’Afghanistan e l’Iraq, è vero, le condanne furono ben più numerose, ma è anche facile capire perché: all’epoca regnava George W. Bush, un bigottone destrorso figlio d’arte, facile bersaglio dall’astio progressista (non esclusivo e per altro in parte meritato). Volendo si potrebbe persino riflettere su quanto accaduto in Ucraina prima del 2022, con l’allegra gestione di Victoria Nuland e l’imposizione di un governo reclutato da cacciatori di teste, con l’appoggio sempre indispensabile di George Soros. Dopo tutto, le varie rivoluzioni colorate scoppiate qua e là in Europa altro non erano che cambi di regime avvolti nei panni profumati e morbidi della lotta democratica. Conosciamo il metodo: si supporta il regime change che giova al proprio interesse, si depreca il colpo di Stato che conviene agli avversari politici.
A dirla tutta, nelle intemerate di questi giorni, si trovano pure tracce di una ulteriore ipocrisia. Improvvisamente sono diventati difensori della sovranità nazionale coloro che l’hanno strenuamente combattuta con tutte le forze negli ultimi decenni. Parliamo sempre dei commentatori e dei politici progressisti, i quali non perdono occasione per invocare cambi al vertice e per sponsorizzare interventi più o meno delicati nei confronti di coloro che non si adeguano ai loro standard. A tale riguardo potremmo citare l’esempio dell’Ungheria, ciclicamente ricattata dall’Unione Europea affinché si pieghi alla moralina dominante, cosa accaduta in tempi non sospetti pure ai polacchi. Scusate, ma se Trump è un gangster perché ribalta il regime mortifero di Maduro, come dovremmo giudicare Bruxelles che se la prende con governi regolarmente eletti, democratici e non sanguinari solo perché troppo di destra o troppo cattolici? E quelli che in queste ore spiegano che non ci si intromette negli affari altrui e che non è bello usare la mano pesante per ridurre una nazione all’obbedienza, non sono forse gli stessi che hanno fatto il tifo per ogni tipo di vincolo esterno gravante sugli Stati europei? Non sono forse quelli che impongono il cordone sanitario ai patrioti al Parlamento Ue e che teorizzavano come i mercati ci avrebbero insegnato a votare in modo corretto?
C’è dell’altro. Ieri a Roma sono scese in piazza Anpi e Cgil «per la pace e i diritti», contro «l’aggressione di Trump al Venezuela». Suggestivo. Viene da domandarsi come mai queste due nobili organizzazioni si interessino di autodeterminazione, diritti e autonomia soltanto adesso. Il fatto è che le sinistre di ogni ordine e grado che si mostrano sconvolte per la dura sorte di Maduro sono impegnate da anni a demonizzare ogni governo, ogni politico, ogni giornalista, artista o militante che non si mostri condiscendente nei riguardi delle loro idee. Sono in prima fila a invocare censure e repressioni. Hanno appoggiato ogni tipo di ricatto morale e di reale torsione autoritaria. Gli scandalizzati di oggi sono i golpisti della democrazia. Sono quelli che si arrogano il diritto di imporre a tutti un preciso stile di vita: quali parole si debbano o non si debbano pronunciare, quali cibi sia meglio mangiare, quali statue meritino di restare in piedi e quali vadano distrutte, quali libri si possano leggere e quali no, quali intellettuali siano titolati a parlare, quali auto si debbano acquistare, quali trattamenti sanitari si debbano per forza assumere, quale educazione si debba impartire ai figli pena la sospensione della potestà genitoriale. La cultura progressista attua da tempo immemore un colpo di Stato permanente ai danni degli individui e delle comunità. Ed è proprio in questa mentalità da illuminati, da eletti da Dio che risiedono le radici dell’interventismo americano: i pronipoti dei puritani che volevano edificare la nuova Gerusalemme, convinti di avere le chiavi della Storia, si sono sentiti in diritto e dovere di portare al mondo la luce della civiltà: con le armi, con le serie tv e con il politicamente corretto. Poi, a corrente alternata, arricciano il nasino se qualcuno si permette di comportarsi in modo analogo.
Vedete, a chi scrive i colpi di Stato non piacciono. Ma non solo quelli di Trump, tutti quanti.






