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2025-08-13
Zelensky ritorna attore: «In Alaska vertice inutile». Ma Kiev apre alla resa
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Dopo essere stato escluso ufficialmente dal vertice in Alaska, il leader di Kiev, Volodymyr Zelensky, continua a esprimere tutto il suo scetticismo sul bilaterale tra il presidente americano, Donald Trump, e l’omologo russo, Vladimir Putin.
Il capo dello Stato ucraino ha avvertito che l’incontro è meramente «una vittoria personale» dello zar. Da una parte Zelensky ha riconosciuto che il summit può essere «importante per il percorso» tra Washington e Mosca, dall’altra ha però puntualizzato che non può decidere le sorti della guerra: «Parlare dell’Ucraina senza l’Ucraina è impossibile». E sempre nel tentativo di tirare acqua al suo mulino, ha dichiarato su X che Mosca «non si sta preparando a porre fine alla guerra» visto che «sta compiendo movimenti che indicano la preparazione per nuove operazioni offensive». Tra l’altro ha comunicato ai giornalisti che i soldati ucraini non si ritireranno dal Donbass. E se questo è l’approccio adottato pubblicamente dal presidente ucraino, pare invece che dietro le quinte la sua posizione sia ben diversa. Secondo alcune indiscrezioni europee riportate dal Telegraph, infatti, Zelensky sarebbe disposto a congelare le linee del fronte: vale a dire che a Mosca sarebbe consentito di mantenere le zone già occupate nelle regioni di Donetsk, Zaporizhzhia, Luhansk e Kherson, oltre alla Crimea. E in cambio Kiev mira a ottenere, sotto l’ombrello delle garanzie di sicurezza, forniture di armi e il percorso di adesione alla Nato.
Le sue dichiarazioni non stanno comunque ostacolando i preparativi sul vertice in Alaska: il tycoon partirà venerdì mattina per arrivare ad Anchorage, ovvero la città che farà da cornice all’incontro. «L’obiettivo» è «avere una migliore comprensione di come possiamo porre fine a questa guerra» ha detto la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt. Sembra che Washington non si aspetti una svolta dall’incontro con Putin, ma ritiene che sia comunque «l’inizio di una nuova fase». A rivelarlo è Politico: un funzionario dell’amministrazione americana ha spiegato che lo scopo del bilaterale è capire la serietà o meno di Putin sulla pace. È quindi fondamentale «fidarsi dell’istinto di Trump». La fonte ha anche ammesso che lo zar russo «ha offerto un piano»: non è detto che sia «realizzabile», ma almeno «c’è qualcosa sulla carta che mostra un progresso». Dopo il vertice di Ferragosto, la speranza del presidente americano sarebbe poi quella di fissare un «incontro trilaterale» con Zelensky, ha comunicato Leavitt.
In tal senso, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha dato la sua disponibilità a Zelensky per organizzare un summit tra Kiev, Washington, Mosca e Ankara. Tornando al presente, non tutti hanno accolto positivamente l’organizzazione del bilaterale nello Stato americano più vicino alla Russia: domani è prevista una protesta proprio ad Anchorage per esprimere il dissenso contro Putin e sottolineare il supporto a Kiev.
Sul fronte europeo, le attenzioni di Bruxelles oggi saranno tutte rivolte all’incontro virtuale con il tycoon e con il vicepresidente statunitense, J.D. Vance. Il formato della riunione prevede tre colloqui telefonici: il primo includerà Zelensky e i leader europei, al secondo si aggiungeranno Trump e Vance, mentre il terzo prevede la presenza di Stati che sostengono Kiev, quindi anche il Canada e il Regno Unito e probabilmente lo stesso presidente ucraino. E sempre oggi è atteso un altro meeting coordinato dalla Coalizione dei volenterosi a cui parteciperà il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Ma a distanza di due giorni dal Summit, l’Ue, dopo essere stata messa all’angolo, prende tempo nonostante il tour de force diplomatico. Ecco dunque che Bruxelles non prevede di convocare un Consiglio europeo straordinario dopo il summit in Alaska, ma semplicemente attenderà gli sviluppi. D’altronde, un portavoce della Commissione Ue ha reso noto che è «prematuro» affermare che ci sia «un cattivo accordo» per Kiev nel summit in Alaska. Intanto, le tensioni di Bruxelles proseguono con l’Ungheria: è l’unico Paese Ue che non ha firmato una dichiarazione congiunta che afferma: «Il percorso verso la pace in Ucraina non può essere deciso senza l’Ucraina». Il premier ungherese, Viktor Orbán, intervenendo in merito, ha commentato su X che l’Ue non deve «dare istruzioni dalla panchina». Con la guerra che è «nel nostro cortile», Orbán ha poi spiegato le ragioni del suo rifiuto al settimanale Mandiner: non poteva firmare la dichiarazione dato che Budapest non appoggia l’adesione dell’Ucraina all’Ue, inoltre considera illogico esprimere una posizione su un vertice in cui Bruxelles è stata esclusa. Proprio per questo il premier ungherese ha ribadito la necessità di «un vertice tra Russia e Unione europea».
E mentre i leader europei si consultano e tentano di agire all’unisono, sul fronte dell’opinione pubblica emergono invece pareri discordanti dalla linea governativa. Nella Germania guidata dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz, per esempio, da un sondaggio per il «Trendbarometer» delle emittenti Rtl e N-tv, è emerso che il 53% dei cittadini tedeschi è favorevole alla cessione a Mosca dei territori occupati in cambio della pace.
Piazza Maidan, Donbass e sanzioni. Il piano fallito per eliminare lo zar
Nel 2014 un colpo di Stato ingiustificato sovvertiva il governo di Kiev, regolarmente eletto nel 2010. Era un governo filorusso, come filorussa era la schiacciante maggioranza del Paese. Quella avanzata dai golpisti era un’istanza che avrebbe potuto risolversi democraticamente con le elezioni dell’anno successivo. Ma i golpisti erano visceralmente anti russi, furiosi per le regioni che decidevano di separarsi dall’Ucraina unilateralmente con un referendum.
In particolare, lo faceva il Donbass, che così diventava teatro di guerra civile, subendo anche bombardamenti dal governo centrale di Kiev. L’ultimo, il 17 febbraio 2022, fu seguito dalla richiesta di aiuto al Cremlino da parte dei russi d’Ucraina. Come sappiamo, Mosca decise di intervenire una settimana dopo.
Il successivo 2 marzo, sulla Verità, titolavamo: «La soluzione è una sola, il compromesso», sostenendo che l’Ucraina avrebbe dovuto rinunciare definitivamente alla Nato, concedere al Donbass le autonomie desiderate, e rivedere le proprie politiche discriminatorie verso i russofoni. Visto che nulla accadeva secondo i nostri ingenui auspici, il 10 marzo 2022 ci toccava titolare: «Ora Mosca alzerà il prezzo» e il 22 marzo: «Zelensky si arrenda per salvare il Paese». Passano due anni - siamo all’8 marzo 2024 - e insistevamo: «Per la pace è necessaria l’indipendenza del Donbass», e il 16 giugno imploravamo: «Basta col massacro, e Kiev rinunci alla Nato».
Salvo un ingigantimento del conflitto oltre i limiti che non voglio neanche pensare, il risultato finale sarà per l’Ucraina ben peggiore di quello che avrebbe potuto ottenere nel marzo 2022. Ora, viene spontaneo chiedersi perché è successo tutto questo. Forse ci sono forze caotiche impossibili da controllare, e se è così non possiamo che prendere atto della limitazione della nostra natura umana; oppure qualcuno programma e guida? Anche se mi son fatto un’idea, al momento sappiamo solo che Donald Trump e Vladimir Putin dovrebbero incontrarsi in Alaska. Scelta meravigliosa: sarà come incontrarsi sia negli Stati Uniti che in Russia, visto che l’Alaska è la regione più russa di tutta l’America. Anzi era russa finché Mosca, nel 1867, non la vendette agli Usa.
Ogni persona che si dice volere la pace - o comunque di buon senso - tirerebbe un respiro di sollievo, tratterrebbe il fiato e incrocerebbe le dita. Ma, se mai non ce ne fossimo già accorti, a Bruxelles non sembra ci siano persone di buon senso: «niente pace senza Zelensky», strilla Ursula von der Leyen. Il che significherebbe rimandare sine die la chiusura del conflitto. Uso il condizionale perché per fortuna, per la pace (e per nostra disgrazia), Ursula e l’intera Ue in questa faccenda contano meno di zero. E lo affermo non da persona studiata, ma da spassionato osservatore: è piuttosto evidente come, in questi oltre tre anni, l’Ue ha contato meno di zero, quindi non si capisce perché dovrebbe essere diverso ora.
L’idea che mi son fatto - ritengo sostenuta da numerosi indizi - è questa: gli Stati Uniti di Joe Biden sono quelli che hanno voluto, iniziato e foraggiato la «questione Ucraina», e gli americani sono gli unici che possono concluderla. Come ebbe a dire tre anni fa Maurizio Belpietro, questa è una guerra per procura. Iniziata come guerra contro la Russia, ma combattuta dagli ucraini: voleva avere lo scopo di sovvertire il regime di Mosca, che avrebbe dovuto capitolare con le sanzioni. Ma, di tutta evidenza, Putin si è invece riorganizzato, ha stretto alleanze e parato il colpo delle sanzioni. Queste lo hanno aggredito come aggredisce un boomerang, cioè tornando indietro verso (o, direi meglio, contro) il lanciatore, colpendo però, e di brutto, la sottomessa Unione europea.
Gli attori di questa disgraziata vicenda, quindi, sono Washington e Mosca. Tutti gli altri sono irrilevanti spettatori; massimamente lo sono Volodymyr Zelensky e Ursula von der Leyen. E non saranno certo costoro a dire a Donald Trump chi egli debba invitare a casa propria, in Alaska, per chiudere una questione - quella Ucraina - che è stata pensata, iniziata e finanziata da Washington: solo Washington può chiuderla. Successive all’annuncio dell’incontro di Ferragosto - in un luogo che più lontano da Kiev e dalla Ue non si poteva - le dichiarazioni di Kiev e della Ue sono state solo bellicose, un motivo di più per tenerli entrambi lontani dall’Alaska.
Zelensky, poi, di motivo ne avrebbe uno di più per stare lontano: egli è, e da un pezzo, un presidente scaduto, perfino recentemente contestato apertamente in patria. Non sappiamo come evolveranno le cose, ma Trump avrebbe gioco facile a chiudere questa guerra: gli basterebbe solo non metterci più neanche un dollaro e riconoscere le istanze di Mosca sulla sua sicurezza nazionale (cioè la neutralità militare e la de-militarizzazione della confinante Ucraina).
Putin avrebbe anche solidi argomenti per sostenere il mantenimento dei territori conquistati: non ci fosse stata la provocazione occidentale, Mosca non avrebbe avviato la propria operazione militare speciale; e, si fossero riconosciute fin da subito le esigenze della sicurezza nazionale della Russia, l’operazione non sarebbe degradata a guerra. Il cui bottino - mi si conceda la parola, volgare come volgare è la guerra - resta disponibile, come in ogni guerra, a chi lo ha conquistato.
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L’ex comico stronca (in pubblico) il bilaterale di Ferragosto fra Trump e Putin: «Senza di me non si decide la fine della guerra». Fonti Ue: cederà i territori ai russi.L’operazione militare speciale è frutto delle provocazioni occidentali (con la regia degli Usa di Biden) iniziate con il sostegno alla rivoluzione ucraina contro il governo filo-Mosca.Lo speciale contiene due articoli.Dopo essere stato escluso ufficialmente dal vertice in Alaska, il leader di Kiev, Volodymyr Zelensky, continua a esprimere tutto il suo scetticismo sul bilaterale tra il presidente americano, Donald Trump, e l’omologo russo, Vladimir Putin. Il capo dello Stato ucraino ha avvertito che l’incontro è meramente «una vittoria personale» dello zar. Da una parte Zelensky ha riconosciuto che il summit può essere «importante per il percorso» tra Washington e Mosca, dall’altra ha però puntualizzato che non può decidere le sorti della guerra: «Parlare dell’Ucraina senza l’Ucraina è impossibile». E sempre nel tentativo di tirare acqua al suo mulino, ha dichiarato su X che Mosca «non si sta preparando a porre fine alla guerra» visto che «sta compiendo movimenti che indicano la preparazione per nuove operazioni offensive». Tra l’altro ha comunicato ai giornalisti che i soldati ucraini non si ritireranno dal Donbass. E se questo è l’approccio adottato pubblicamente dal presidente ucraino, pare invece che dietro le quinte la sua posizione sia ben diversa. Secondo alcune indiscrezioni europee riportate dal Telegraph, infatti, Zelensky sarebbe disposto a congelare le linee del fronte: vale a dire che a Mosca sarebbe consentito di mantenere le zone già occupate nelle regioni di Donetsk, Zaporizhzhia, Luhansk e Kherson, oltre alla Crimea. E in cambio Kiev mira a ottenere, sotto l’ombrello delle garanzie di sicurezza, forniture di armi e il percorso di adesione alla Nato.Le sue dichiarazioni non stanno comunque ostacolando i preparativi sul vertice in Alaska: il tycoon partirà venerdì mattina per arrivare ad Anchorage, ovvero la città che farà da cornice all’incontro. «L’obiettivo» è «avere una migliore comprensione di come possiamo porre fine a questa guerra» ha detto la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt. Sembra che Washington non si aspetti una svolta dall’incontro con Putin, ma ritiene che sia comunque «l’inizio di una nuova fase». A rivelarlo è Politico: un funzionario dell’amministrazione americana ha spiegato che lo scopo del bilaterale è capire la serietà o meno di Putin sulla pace. È quindi fondamentale «fidarsi dell’istinto di Trump». La fonte ha anche ammesso che lo zar russo «ha offerto un piano»: non è detto che sia «realizzabile», ma almeno «c’è qualcosa sulla carta che mostra un progresso». Dopo il vertice di Ferragosto, la speranza del presidente americano sarebbe poi quella di fissare un «incontro trilaterale» con Zelensky, ha comunicato Leavitt. In tal senso, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha dato la sua disponibilità a Zelensky per organizzare un summit tra Kiev, Washington, Mosca e Ankara. Tornando al presente, non tutti hanno accolto positivamente l’organizzazione del bilaterale nello Stato americano più vicino alla Russia: domani è prevista una protesta proprio ad Anchorage per esprimere il dissenso contro Putin e sottolineare il supporto a Kiev. Sul fronte europeo, le attenzioni di Bruxelles oggi saranno tutte rivolte all’incontro virtuale con il tycoon e con il vicepresidente statunitense, J.D. Vance. Il formato della riunione prevede tre colloqui telefonici: il primo includerà Zelensky e i leader europei, al secondo si aggiungeranno Trump e Vance, mentre il terzo prevede la presenza di Stati che sostengono Kiev, quindi anche il Canada e il Regno Unito e probabilmente lo stesso presidente ucraino. E sempre oggi è atteso un altro meeting coordinato dalla Coalizione dei volenterosi a cui parteciperà il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Ma a distanza di due giorni dal Summit, l’Ue, dopo essere stata messa all’angolo, prende tempo nonostante il tour de force diplomatico. Ecco dunque che Bruxelles non prevede di convocare un Consiglio europeo straordinario dopo il summit in Alaska, ma semplicemente attenderà gli sviluppi. D’altronde, un portavoce della Commissione Ue ha reso noto che è «prematuro» affermare che ci sia «un cattivo accordo» per Kiev nel summit in Alaska. Intanto, le tensioni di Bruxelles proseguono con l’Ungheria: è l’unico Paese Ue che non ha firmato una dichiarazione congiunta che afferma: «Il percorso verso la pace in Ucraina non può essere deciso senza l’Ucraina». Il premier ungherese, Viktor Orbán, intervenendo in merito, ha commentato su X che l’Ue non deve «dare istruzioni dalla panchina». Con la guerra che è «nel nostro cortile», Orbán ha poi spiegato le ragioni del suo rifiuto al settimanale Mandiner: non poteva firmare la dichiarazione dato che Budapest non appoggia l’adesione dell’Ucraina all’Ue, inoltre considera illogico esprimere una posizione su un vertice in cui Bruxelles è stata esclusa. Proprio per questo il premier ungherese ha ribadito la necessità di «un vertice tra Russia e Unione europea». E mentre i leader europei si consultano e tentano di agire all’unisono, sul fronte dell’opinione pubblica emergono invece pareri discordanti dalla linea governativa. Nella Germania guidata dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz, per esempio, da un sondaggio per il «Trendbarometer» delle emittenti Rtl e N-tv, è emerso che il 53% dei cittadini tedeschi è favorevole alla cessione a Mosca dei territori occupati in cambio della pace.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-trump-putin-2673880106.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="piazza-maidan-donbass-e-sanzioni-il-piano-fallito-per-eliminare-lo-zar" data-post-id="2673880106" data-published-at="1755070986" data-use-pagination="False"> Piazza Maidan, Donbass e sanzioni. Il piano fallito per eliminare lo zar Nel 2014 un colpo di Stato ingiustificato sovvertiva il governo di Kiev, regolarmente eletto nel 2010. Era un governo filorusso, come filorussa era la schiacciante maggioranza del Paese. Quella avanzata dai golpisti era un’istanza che avrebbe potuto risolversi democraticamente con le elezioni dell’anno successivo. Ma i golpisti erano visceralmente anti russi, furiosi per le regioni che decidevano di separarsi dall’Ucraina unilateralmente con un referendum.In particolare, lo faceva il Donbass, che così diventava teatro di guerra civile, subendo anche bombardamenti dal governo centrale di Kiev. L’ultimo, il 17 febbraio 2022, fu seguito dalla richiesta di aiuto al Cremlino da parte dei russi d’Ucraina. Come sappiamo, Mosca decise di intervenire una settimana dopo.Il successivo 2 marzo, sulla Verità, titolavamo: «La soluzione è una sola, il compromesso», sostenendo che l’Ucraina avrebbe dovuto rinunciare definitivamente alla Nato, concedere al Donbass le autonomie desiderate, e rivedere le proprie politiche discriminatorie verso i russofoni. Visto che nulla accadeva secondo i nostri ingenui auspici, il 10 marzo 2022 ci toccava titolare: «Ora Mosca alzerà il prezzo» e il 22 marzo: «Zelensky si arrenda per salvare il Paese». Passano due anni - siamo all’8 marzo 2024 - e insistevamo: «Per la pace è necessaria l’indipendenza del Donbass», e il 16 giugno imploravamo: «Basta col massacro, e Kiev rinunci alla Nato».Salvo un ingigantimento del conflitto oltre i limiti che non voglio neanche pensare, il risultato finale sarà per l’Ucraina ben peggiore di quello che avrebbe potuto ottenere nel marzo 2022. Ora, viene spontaneo chiedersi perché è successo tutto questo. Forse ci sono forze caotiche impossibili da controllare, e se è così non possiamo che prendere atto della limitazione della nostra natura umana; oppure qualcuno programma e guida? Anche se mi son fatto un’idea, al momento sappiamo solo che Donald Trump e Vladimir Putin dovrebbero incontrarsi in Alaska. Scelta meravigliosa: sarà come incontrarsi sia negli Stati Uniti che in Russia, visto che l’Alaska è la regione più russa di tutta l’America. Anzi era russa finché Mosca, nel 1867, non la vendette agli Usa.Ogni persona che si dice volere la pace - o comunque di buon senso - tirerebbe un respiro di sollievo, tratterrebbe il fiato e incrocerebbe le dita. Ma, se mai non ce ne fossimo già accorti, a Bruxelles non sembra ci siano persone di buon senso: «niente pace senza Zelensky», strilla Ursula von der Leyen. Il che significherebbe rimandare sine die la chiusura del conflitto. Uso il condizionale perché per fortuna, per la pace (e per nostra disgrazia), Ursula e l’intera Ue in questa faccenda contano meno di zero. E lo affermo non da persona studiata, ma da spassionato osservatore: è piuttosto evidente come, in questi oltre tre anni, l’Ue ha contato meno di zero, quindi non si capisce perché dovrebbe essere diverso ora.L’idea che mi son fatto - ritengo sostenuta da numerosi indizi - è questa: gli Stati Uniti di Joe Biden sono quelli che hanno voluto, iniziato e foraggiato la «questione Ucraina», e gli americani sono gli unici che possono concluderla. Come ebbe a dire tre anni fa Maurizio Belpietro, questa è una guerra per procura. Iniziata come guerra contro la Russia, ma combattuta dagli ucraini: voleva avere lo scopo di sovvertire il regime di Mosca, che avrebbe dovuto capitolare con le sanzioni. Ma, di tutta evidenza, Putin si è invece riorganizzato, ha stretto alleanze e parato il colpo delle sanzioni. Queste lo hanno aggredito come aggredisce un boomerang, cioè tornando indietro verso (o, direi meglio, contro) il lanciatore, colpendo però, e di brutto, la sottomessa Unione europea.Gli attori di questa disgraziata vicenda, quindi, sono Washington e Mosca. Tutti gli altri sono irrilevanti spettatori; massimamente lo sono Volodymyr Zelensky e Ursula von der Leyen. E non saranno certo costoro a dire a Donald Trump chi egli debba invitare a casa propria, in Alaska, per chiudere una questione - quella Ucraina - che è stata pensata, iniziata e finanziata da Washington: solo Washington può chiuderla. Successive all’annuncio dell’incontro di Ferragosto - in un luogo che più lontano da Kiev e dalla Ue non si poteva - le dichiarazioni di Kiev e della Ue sono state solo bellicose, un motivo di più per tenerli entrambi lontani dall’Alaska.Zelensky, poi, di motivo ne avrebbe uno di più per stare lontano: egli è, e da un pezzo, un presidente scaduto, perfino recentemente contestato apertamente in patria. Non sappiamo come evolveranno le cose, ma Trump avrebbe gioco facile a chiudere questa guerra: gli basterebbe solo non metterci più neanche un dollaro e riconoscere le istanze di Mosca sulla sua sicurezza nazionale (cioè la neutralità militare e la de-militarizzazione della confinante Ucraina).Putin avrebbe anche solidi argomenti per sostenere il mantenimento dei territori conquistati: non ci fosse stata la provocazione occidentale, Mosca non avrebbe avviato la propria operazione militare speciale; e, si fossero riconosciute fin da subito le esigenze della sicurezza nazionale della Russia, l’operazione non sarebbe degradata a guerra. Il cui bottino - mi si conceda la parola, volgare come volgare è la guerra - resta disponibile, come in ogni guerra, a chi lo ha conquistato.
Christine Lagarde (Ansa)
Questo contrasto è apparso evidente nel confronto tra diversi report con le preoccupazioni sulla crescita economica dell’Eurozona, da una parte, e dall’altra, un intervento di Piero Cipollone, membro del consiglio esecutivo della Bce, la Banca centrale europea che tiene sotto controllo la dinamica inflazionistica.
È il dilemma con cui si stanno confrontando i diversi decisori nel tentativo di evitare una crisi pesante dell’economia reale - che richiede interventi a favore delle attività produttive e di aiuto alle famiglie - ma anche di non correre il rischio di una spirale inflazionistica che metterebbe in difficoltà non solo famiglie e consumatori ma anche i grandi numeri della finanza pubblica.
Cipollone ha parlato a Milano al Festival dello sviluppo sostenibile e, pur con la cautela propria dei banchieri centrali, non ha escluso l’eventualità di un aumento dei tassi e quindi del costo del denaro. «La situazione attuale sembra discostarsi dalle nostre proiezioni di base di marzo» - ha detto l’esponente Bce - e per questo «aumenta la probabilità che potremmo dover adeguare i nostri tassi di interesse». L’obiettivo è di contenere gli effetti a catena del caro-carburanti per evitare che l’inflazione si discosti eccessivamente dal 2% da sempre indicato come il livello auspicabile a livello europeo. Ma è altrettanto evidente che l’effetto collaterale rischia di essere un impatto pesante sulla crescita. Nulla di deciso, anche perché le implicazioni del conflitto sull’inflazione e sull’attività economica a medio termine «dipenderanno dall’intensità, dalla durata e dalla propagazione dello shock dei prezzi dell’energia».
Ma secondo Piero Cipollone, la divisione dei compiti è chiara: di fronte a uno shock come quello che si sta registrando, «la politica monetaria può ancorare le aspettative e garantire il ritorno dell’inflazione all’obiettivo nel medio termine», mentre è la politica fiscale che «può attenuare l’impatto sull’attività economica». Quindi la palla per la crescita passa ai governi e alla Ue. La preoccupazione per la scarsa crescita e i rischi di recessione sono in aumento. L’indice S&P Global Pmi della produzione composita dell’Eurozona è sceso ad aprile al 48,8 (contro il 50,7 di marzo) toccando il minimo degli ultimi 17 mesi. Anche l’indice che riguarda il terziario ha toccato il minimo degli ultimi 5 anni: al 47,6 contro il 50,2 di marzo. Poiché la soglia 50 separa la crescita dalla contrazione, siamo passati a una fase negativa. Se aggiungiamo un aumento, sempre secondo S&P, dei prezzi di vendita come non si vedeva da almeno tre anni, l’incubo è quello, temutissimo della stagflazione: prezzi in rialzo in una economia depressa. Ora, l’indagine evidenzia un andamento migliore della produzione in Italia e Irlanda (ancora positivo) mentre è negativo per Germania, Francia e Spagna, ma certo il quadro appare preoccupante, con un indice di fiducia dell’Eurozona fortemente peggiorato per i prossimi 12 mesi. Così le proposte italiane di interventi e politiche europee adeguati alla situazione appaiono non solo di buon senso ma obbligati e indispensabili.
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Alessandro Giuli (Imagoeconomica)
Il pensiero ha fatto breccia persino nelle stesse stanze del Mic, da anni cornucopia di prebende e assegni pesantissimi alle opere intellettuali degli amici intellò. Solo che, dalle parti di via del Collegio Romano, devono aver trovato difficile, se non proprio impossibile, estirpare questa prassi, ormai evidentemente ben radicata, dei finanziamenti a pioggia a opere discutibili o firmati dai soliti membri del circoletto rosso. E così il dicastero guidato da Alessandro Giuli e dalla sottosegretaria con delega al Cinema, Lucia Borgonzoni, sì è visto costretto a chiedere l’intervento della Guardia di finanza dopo i risultati (leggasi: contributi e tax credit) delle commissioni preposte alla valutazione delle opere prima del sì o no definitivo al sostegno economico.
La telefonata dagli uffici del ministero in direzione delle Fiamme gialle è partita il 9 aprile scorso. I finanziari si sono presentati nella sede del Mic il successivo lunedì 13 aprile. Hanno ascoltato quello che i loro interlocutori avevano da dire e hanno acquisito la documentazione sui contributi concessi a numerosi film. La Verità è in grado di anticipare qualche nome di pellicola finita nel mirino della Finanza.
Il primo è Tradita, un «thriller sentimentale» (così è definito) diretto da Gabriele Altobelli, girato per tre settimane nelle Marche (anche se è stato bocciato dalla Film commissione regionale) e che segna il ritorno al cinema di Manuela Arcuri come protagonista. Distribuito nei cinema a marzo, è scritto e sceneggiato da Steve Della Casa, ex militante di Lotta continua e coinvolto nell’indagine sull’attentato al bar Angelo azzurro di via Po, a Torino, dove mori bruciato un giovane studente, nel 1977, dopo il lancio di una bomba Molotov. Tradita, finora, ha racimolato 26.074 euro al botteghino, «tenendo incollati» alla poltrona ben 3.631 spettatori. Per questo film che non sta proprio sbancando il box office, lo Stato ha garantito ben 1,2 milioni e rotti di euro di Tax credit, a fronte di un costo complessivo di produzione di 2,9 milioni. Il lungometraggio è stato prodotto dalla Mattia’s film, oscura srl romana di proprietà di Giovanni Di Gianfrancesco e Alfonsina Libroja, amministratrice unica della società che «vanta» un capitale sociale di 40.000 euro.
Le altre pellicole finite nel mirino della Finanza, su segnalazione del Mic, sono Solo se tu canti - L’irresistibile storia di Gigi D’Alessio, diretto da Luca Miniero, che ha portato a casa 1.050.000 milioni su un costo complessivo di 6,8, Tony Pappalardo Investigation di Pier Francesco Pingitore, che ha ottenuto 800.000 euro di sgravi, Il tempo delle mele cotte di Andrea Muzzi, con altri 400.000 euro di aiuti, e La leggenda sul Grappa, misterioso film prodotto dalla Marte Studios di Guglielmo Brancato che è valso ai produttori ben 572.000 euro di contributi.
La cronaca recente ha visto spesso gli uomini delle Fiamme gialle aggirarsi per gli uffici del ministero della Cultura: l’ultima «visita» era avvenuta a marzo, per acquisire la documentazione relativa alla produzione di alcune pellicole targate The Apartment, controllata dal colosso Fremantle: acquisiti documenti, contratti e rapporti economici legati alla produzione della prima stagione della serie M. Il figlio del secolo, diretta da Joe Wright, tratta dall’omonimo libro di Antonio Scurati e incentrata sul primo Benito Mussolini, del film del 2024 Queer, di Luca Guadagnino, con Daniel Craig, e Finalmente l’alba, pellicola sempre del 2024 scritta e diretta da Saverio Costanzo e prodotta direttamente da Fremantle. In precedenza, a ottobre 2025, i finanziari avevano acquisito altri documenti relativi al Tax credit concesso ad alcune pellicole, nell’ambito di un’inchiesta della procura di Roma sul sistema di aiuti al settore messo in piedi dall’ex ministro del Pd, Dario Franceschini: sotto la lente dei pm, erano finiti film come L’immensità di Emanuele Crialese, Siccità di Paolo Virzì e ancora Finalmente l’alba di Saverio Costanzo.
Intanto, a livello politico, le opposizioni cercano di infilarsi nelle difficoltà di Giuli nel gestire la pratica dei finanziamenti al settore. «Giuli ha rivolto un appello a non sprecare l’occasione di una riforma parlamentare condivisa che dia risposte e stabilità al mondo del cinema e dell’audiovisivo. Giova ricordare che se quell’occasione c’è è per una iniziativa delle opposizioni che, sfruttando gli spazi riservati alle minoranze, calendarizzato le proprie proposte di riforma», hanno affermato in una nota i deputati dei gruppi di Pd, M5s, Avs, talia viva e Azione della commissione Cultura della Camera. Dialogo sì, dunque, ma alle condizioni della sinistra: lo ha ribadito anche il segretario del Pd, Elly Schlein: «La disponibilità al confronto c’è, ma a partire dalle nostre proposte già calendarizzate».
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Marco Rubio (Ansa)
Secondo una nota del governo di Washington, oggi si discuterà «della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale». Inoltre, qualche dettaglio in più è stato lo stesso Rubio a fornirlo l’altro ieri sera. «C’è molto di cui parlare con il Vaticano», ha detto il segretario di Stato americano, per poi aggiungere: «Il papa è appena rientrato da un viaggio in Africa, dove la Chiesa sta crescendo in modo molto dinamico, e abbiamo condiviso le preoccupazioni sulla libertà religiosa in diverse parti del mondo. Ci piacerebbe parlarne con loro». «Siamo disposti a fornire ulteriori aiuti umanitari a Cuba, distribuiti tramite la Chiesa, ma il regime cubano deve consentircelo», ha proseguito. «Il Papa è ovviamente il Vicario di Cristo, ma è anche il capo di uno Stato nazionale, un’organizzazione presente in oltre cento Paesi in tutto il mondo, e noi collaboriamo spesso con il Vaticano proprio perché è presente in molti luoghi diversi», ha anche detto.
Insomma, Rubio ha cercato di smorzare la tensione, mentre Parolin, pur bollando ieri come «strane» le critiche di Donald Trump al pontefice, ha definito gli Usa un «interlocutore» e non ha escluso in futuro un colloquio diretto tra i due leader. Da entrambe le parti si sta quindi tentando di rasserenare il clima, dopo i recenti attriti tra il presidente americano e Leone, scoppiati soprattutto a causa della guerra in Iran: guerra rispetto a cui, ieri, Parolin ha invocato il ricorso al «negoziato». Non è del resto un mistero che la Casa Bianca sia ai ferri corti con l’episcopato cattolico statunitense su vari dossier: dalla stessa crisi iraniana all’immigrazione clandestina. Dall’altra parte, il quadro generale ha una sua complessità. Al netto degli attriti con i vescovi, Trump, nel 2024, ha conquistato la maggioranza del voto cattolico, facendo leva sull’irritazione che quel mondo nutriva verso l’ala woke del Partito democratico statunitense. La missione odierna del cattolico Rubio è quindi innanzitutto quella di ricucire i recenti strappi con la Santa Sede.
Tuttavia, è al contempo possibile che sul tavolo ci sarà anche dell’altro. E un’indicazione è arrivata dallo stesso Rubio quando ha affermato che, tra le altre cose, si parlerà di libertà religiosa. E qui torna in mente un precedente. Tra settembre e ottobre 2020, il segretario di Stato americano della prima amministrazione Trump, Mike Pompeo, si recò a Roma. Nell’occasione, tenne un discorso sulla libertà religiosa e, al contempo, ebbe delle tensioni con Parolin a causa dell’accordo che, nel 2018, la Santa Sede aveva firmato con la Cina sulla nomina dei vescovi. Pompeo cercò di convincere il cardinale a bloccare il rinnovo dell’intesa, senza riuscirci. Un’intesa che, nello stesso 2018, era stata criticata proprio da Rubio, all’epoca senatore della Florida.
Il Partito repubblicano ha sempre visto quell’accordo come il fumo negli occhi: un accordo che ha suscitato lo scetticismo anche di vari settori della stessa Chiesa statunitense. «Il mio istinto mi dice anche che non si può negoziare con queste persone. Potrebbe essere straordinariamente controproducente», affermò, nel 2021, il cardinale Timothy Dolan, riferendosi ai vertici del Partito comunista cinese. La stessa Conferenza episcopale statunitense, nel 2024, pur non criticandola apertamente, si mostrò guardinga sull’intesa tra Santa Sede e Cina. «Resta da vedere se la speranza del Vaticano di costruire fiducia e amicizia attraverso il dialogo porterà frutti concreti in miglioramenti della libertà religiosa», dichiarò.
L’accordo -rinnovato per altri quattro anni nel 2024- è stato nuovamente difeso, a ottobre scorso, da Parolin, che fu il suo principale artefice, insieme a gruppi favorevoli alla distensione con Pechino, come la Compagnia di Gesù e la Comunità di S. Egidio: tutte realtà filocinesi che erano uscite sconfitte dal conclave dell’anno scorso. E qui arriviamo al nodo. Nonostante Leone abbia parzialmente raffreddato la spinta pro Pechino del predecessore, l’amministrazione Trump si attendeva un cambio di passo più deciso nella politica estera vaticana. La Casa Bianca teme infatti che la Cina possa approfittare dell’accordo con Roma per rafforzare la propria influenza sull’America Latina, che è notoriamente a maggioranza cattolica. Il che è visto con preoccupazione da Trump, che ha rilanciato la Dottrina Monroe col chiaro intento di estromettere Pechino dall’Emisfero occidentale. Leone, dal canto suo, sa di doversi muovere con circospezione per evitare strappi traumatici in seno alla Chiesa. Dall’altra parte, però, a ottobre ha sottolineato l’estrema importanza della libertà religiosa, definendola un diritto «essenziale». È quindi su questo terreno che, forse, il Papa e Rubio cercheranno di trovare oggi una convergenza.
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