Zohran Mamdani (Ansa)
Il centro di Manhattan ormai sembra una città mediorientale. L’Islam vuol uscire dalla sfera privata, i cristiani si nascondono.
È l’Occidente che aveva descritto lo scrittore Michel Houellebecq: premier islamici (Humza Yousaf, ex primo ministro di Scozia), sindaci islamici (Sadiq Khan e Zohran Mamdani, primi cittadini delle metropoli occidentali più influenti e globali, Londra e New York) e adesso nella Grande Mela è sbarcato anche il canto del muezzin diffuso con l’altoparlante. Pochi giorni fa, un video girato a Midtown, a un solo isolato dal Madison Square Garden, è diventato virale: il commento fuori onda della donna che riprende la chiamata alla preghiera (Adhan, che in arabo vuol dire annuncio), talmente ad alto volume da sovrastare il trambusto del traffico newyorkese, riassume lo sconcerto di chiunque guardi quelle immagini: «Mai nella mia vita avrei immaginato di poter ascoltare l’Adhan a New York». Soprattutto a quel volume, a dispetto delle regole che stabiliscono che i dispositivi siano impostati su livelli di decibel adeguati (fino a 10, rispetto al livello sonoro).
È un po’ la replica delle immagini di due mesi fa a Times Square, dove un uomo, a favore di telecamera, ha intonato la chiamata alla preghiera davanti a centinaia di fedeli inginocchiati in mezzo ai mega billboards pubblicitari della piazza più celebre della Big Apple. Che poi: New York non è la città che ospita il più alto numero di luoghi di culto islamico negli Stati Uniti, circa 500, all’interno dei quali i fedeli potrebbero pregare a ogni ora del giorno?
New York City dal 1° gennaio è amministrata dal sindaco Zohran Mamdani, ugandese di nascita e di religione musulmana, che qualche giorno fa ha chiesto - non era mai accaduto prima - di poter giurare sul Corano. La città ospita una grande comunità musulmana che costituisce circa il 2% della popolazione, in minoranza rispetto alla comunità ebraica (stimata intorno a 1,6-1,7 milioni di cittadini, pari al 6-7% degli abitanti newyorkesi) ma in rapido aumento. È stata Minneapolis la prima grande città americana a consentire la diffusione dell’Adhan, attraverso gli altoparlanti nelle strade, ma ormai la consuetudine della chiamata alla preghiera si sta normalizzando anche a New York. Il via libera in realtà risale al 2023, quando l’ex sindaco di New York, il democratico di origini afroamericane Eric Adams, ha approvato la normativa che permette alle moschee di diffondere l’Adhan dall’esterno attraverso altoparlanti, con volumi regolamentati, riconoscendo la pratica come «un evento comunitario». Secondo le nuove regole, volte a promuovere «l’inclusività», le moschee non hanno più bisogno di richiedere permessi speciali per annunciare pubblicamente la preghiera del venerdì, fra le 12.30 e le 13.30, e all’ora del tramonto durante il Ramadan, osservato nel nono mese del calendario islamico. Ma con l’arrivo di Mamdani qualcuno deve essersi fatto prendere la mano: non è raro, infatti, camminando per le strade di New York, ascoltare l’appello alla preghiera anche negli altri giorni della settimana, più volte al giorno, cinque per la precisione: all’alba, a mezzogiorno, nel pomeriggio, all’ora del tramonto e la sera. Basta chiudere gli occhi e si ha davvero la sensazione di trovarsi in uno di quei Paesi dove la popolazione è a maggioranza musulmana, con buona pace della tradizione e delle radici cristiane dell’Occidente.
L’Adhan che risuona a New York è il segno che i musulmani non intendono praticare la propria fede religiosa nella dimensione più intima dei luoghi di culto: vogliono farsi sentire, a differenza dei cristiani, sottoposti da anni alle pressioni dei gruppi radicali che vorrebbero zittire le campane delle chiese cattoliche in nome della laicità dello Stato. Roma è la città con più chiese al mondo, circa 900, delle quali poco più di 300 sono ancora utilizzate per il culto. Ogni giorno a Roma vengono celebrate centinaia di messe (ogni parrocchia ne celebra almeno tre al giorno, fino alle otto quotidiane che si tengono nella Basilica di San Pietro). E per quanto uno dei tratti caratteristici della capitale sia proprio il rintocco delle campane, neanche a Roma vengono suonate così tante volte. Non è un caso, dunque, che i cristiani di New York abbiano accolto favorevolmente, «cristianamente» si direbbe, la decisione di amplificare i muezzin, nonostante la differenza tra il suono delle campane che ricorda ai fedeli l’inizio della messa e le parole e idee di alcuni muezzin ai confini con il wahabismo, in nome di un ritorno alla purezza delle fonti religiose attraverso un’interpretazione letterale del Corano. Lo scenario Houellebecq è ormai realtà, insomma, ma siamo noi a esserne pienamente responsabili.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 9 gennaio con Carlo Cambi
Aurora Livoli. Nel fotogramma, il suo omicida catturato in un frame delle videocamere di sorveglianza (Ansa)
Surreale interrogatorio del peruviano accusato di aver abusato e poi ammazzato la diciannovenne a Milano. «L’ho strangolata, non sapevo d’averla fatta fuori. Pensavo fosse in dormiveglia». Il giallo dei precedenti spariti.
Non si conoscevano. Si sono incrociati per caso su una banchina della linea 2 della metropolitana di Milano, stazione Cimiano. Lei, Aurora Livoli, 19 anni, gli avrebbe chiesto qualche euro per comprare le sigarette. Lui, Emilio Gabriel Valdez Velazco, 57 anni, peruviano, in carcere per rapina, ieri, durante un interrogatorio a tratti surreale e zeppo di particolari, ha confessato di averla uccisa nel condominio di via Paruta.
È da lì che parte il racconto verbalizzato e poi ripetuto ai giornalisti dal difensore del peruviano, l’avvocato Massimiliano Migliara. Velazco viene interrogato nel carcere di San Vittore, dai pm Letizia Mannella e Antonio Pansa. Dice di aver abusato sessualmente della ragazza. Poi la confessione: «L’ho strangolata (come confermerebbe l’autopsia, che ha riscontrato la frattura dell’osso ioide), ma non mi sono accorto di averla uccisa». A quel punto, è sempre la sua versione, sarebbe uscito dal cortile una prima volta verso l’una della notte tra il 28 e il 29 dicembre per poi tornare indietro perché aveva dimenticato il cellulare. Sarebbe rientrato e rimasto lì fino alle 3, convinto che Aurora fosse ancora viva, «in dormiveglia». Tanto che l’avrebbe coperta con un giubbotto. Proprio quello trovato poggiato sul cadavere.
Una ricostruzione che gli inquirenti stanno radiografando. L’indagato ha spiegato che, dopo l’incontro in metropolitana, avrebbe condotto la giovane nel cortile del condominio di via Paruta. Le telecamere di sorveglianza documentano l’incontro, ma anche il tragitto successivo. In quel cortile, la mattina del 29 dicembre, Aurora viene trovata senza vita. Il difensore parla di «una reazione a cortocircuito». Dice che il suo assistito «non voleva ucciderla». Aggiunge che in quell’uomo c’è stata «una rottura con il senso della realtà». Un concetto che il difensore ribadisce: «Dal mio punto di vista, è emerso un notevole problema di percezione della realtà da parte del mio assistito».
A supporto della tesi difensiva c’è un frame che l’avvocato inserisce «tra gli elementi assolutamente incongrui»: lui è all’interno della metropolitana di Cimiano, il luogo in cui aveva commesso la tentata rapina, e «davanti a tutti i passeggeri», racconta il legale, «abbraccia Aurora e s’inginocchia». Durante l’interrogatorio, durato oltre tre ore, «non ci sono state esternazioni accentuate», valuta l’avvocato, aggiungendo: «Tutto è stato gestito bene dal punto di vista emotivo, ma si evidenziava una profonda disperazione di quest’uomo che si è reso conto a posteriori di quello che aveva fatto». Per ora, però, non c’è una richiesta formale di perizia psichiatrica. Anche se, anticipa Migliara, «è un interesse oggettivo di tutti accertare questo fatto». Velazco, sempre secondo quanto riferito dal legale, avrebbe agito «ubriaco e sotto effetto di cocaina». E forse era già sotto l’effetto di alcol e droga quando ha tentato la rapina ai danni di un’altra diciannovenne (anche lei peruviana), sempre in stazione. Per quell’episodio è già detenuto.
La Procura di Milano si prepara, quindi, a chiedere al gip la custodia cautelare in carcere anche per l’omicidio. I pm, che avevano valutato se contestare il nuovo reato di femminicidio, introdotto dalla legge in vigore da dicembre, una norma che punisce con l’ergastolo «chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di discriminazione o di odio verso la persona offesa in quanto donna», hanno poi optato per l’omicidio volontario aggravato e la violenza sessuale.
Ma è un altro l’elemento che fa riflettere. Velazco, nonostante una condanna già scontata per violenza sessuale, risultava incensurato nel casellario. Ed era libero. Qui la versione del difensore diventa sorprendente. «Non ci sono colpe», afferma, «ma delle disfunzioni nel sistema perché abbiamo un casellario che lavora con una metodologia ottocentesca. Basta inserire una lettera sbagliata e risulta negativo, poi ci sono i problemi di aggiornamento». Nessuna responsabilità sulla mancata espulsione? «Il mio assistito», afferma l’avvocato, «non è stato espulso perché ha un fratello e una sorella che sono cittadini italiani, quindi non c’è stata una negligenza. Un conto è il respingimento della richiesta di un permesso di soggiorno, un altro è l’esecuzione di un’espulsione». Parole che, però, non cancellano il quadro complessivo. Velazco, identificato in Italia con un alias, aveva precedenti per violenza sessuale: una nel 2019 ai danni di una diciannovenne a Milano, per la quale era stato arrestato e condannato, un palpeggiamento a una quarantenne a Cologno nel 2024 e, nel giugno 2025, lo stupro di un’altra diciannovenne in un appartamento, sempre a Cologno, episodio per cui, pur identificato e indagato, era rimasto a piede libero in attesa degli sviluppi giudiziari. Ma, sostiene l’avvocato, aveva già scontato una pena «in modo più che positivo», concludendo «con una misura alternativa che gli dava dei margini di libertà».
Dello scollamento dalla realtà non devono essersi accorte, però, né la compagna né la figlia della donna, con le quali Velazco viveva. «Io e mia madre», ha affermato la ragazza, «non ci siamo mai accorte di nulla, non sapevamo che fosse ritenuto pericoloso». Con loro si sarebbe comportato sempre in modo corretto: «Era tranquillo, portava la spesa, accompagnava mia madre a lavoro». Racconta l’arresto, avvenuto mentre stava andando a prendere l’autobus con la madre: «L’hanno preso lì, alla fermata». E chiude con una frase netta: «Non tornerà mai più in questa casa».
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Reza Pahlavi (Getty Images)
Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià: «Rubio è il primo Segretario di Stato a capire il mio Paese. Gli ayatollah presto cadranno». Anche i Mojahiddin del popolo rilanciano: «Teheran è ormai corrotta fino al midollo, non è più in grado di soddisfare nessuno».
Il presidente statunitense Donald Trump ha più volte messo in guardia l’Iran, ventilando un possibile intervento militare nel caso in cui il regime intervenisse con violenza contro i manifestanti che da settimane protestano contro il caro vita. Le parole di Trump non sono piaciute a Teheran che ha parlato di una linea rossa da non superare e il Maggior Generale Amir Hatami, capo delle Forze armate degli Ayatollah, ha minacciato un’azione militare preventiva contro infrastrutture americane presenti in Medio Oriente.
La crisi economica sta strangolando il Paese e, per evitare il crollo, il regime iraniano ha iniziato a versare l’equivalente di circa 6 euro al mese per sovvenzionare l’aumento dei costi dei prodotti alimentari essenziali, come riso, carne e legumi. Alcuni economisti hanno però previsto che molti beni di base triplicheranno il loro costo per il crollo della moneta iraniana e la fine del tasso di cambio agevolato tra dollaro e rial sostenuto dal governo per importatori e i produttori. Inoltre, ieri, come segnalato da Netblocks a Teheran e in gran parte del Paese non è possibile accedere a Internet. La crisi della Repubblica islamica è però molto più profonda e le proteste dimostrano come un cambio di regime possa essere vicino. Le due principali organizzazioni di opposizione all’estero sono il Consiglio nazionale della Resistenza iraniana, il braccio politico del gruppo dei Mojahiddin del Popolo, e i cosiddetti monarchici radunati intorno a Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià dell’Iran, Mohammad Reza Pahlavi. Shahin Gobadi è il portavoce del Consiglio Nazionale della Resistenza iraniana, guidato da Maryam Rajavi, cofondatrice del movimento. «Il regime sta crollando e dopo 47 anni di dittatura, corruzione e spargimenti di sangue, è giunto ad un punto morto», racconta a La Verità, «non è più in grado di soddisfare nemmeno i bisogni più elementari del popolo iraniano, come dimostrano le proteste scoppiate nei bazar di Teheran. Il nostro popolo è stremato dal costante crollo del potere d’acquisto degli stipendi, causato dal saccheggio delle ricchezze nazionali utilizzate per finanziare la Guardia rivoluzionaria. La crisi economica è profonda con l’inflazione annua al 43%, che sui beni essenziali supera addirittura il 100%. Il crollo della valuta nazionale, il rial, sembra inarrestabile, nell’ultimo anno ha perso circa il 70% del suo valore». Gobadi descrive una situazione economica allo stremo, ma quella politica sembra addirittura peggiore. «Nel 2025 ci sono state 2.200 esecuzioni e la risposta di Ali Khamenei alle proteste è stata l’uso di proiettili veri contro i manifestanti e la nomina del generale Ahmad Vahidi, come vicecomandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (Irgc). Sulla testa di Vahidi pende un mandato di arresto internazionale e sembra sia stato uno dei responsabili dell’attentato al centro comunitario ebraico di Buenos Aires nel 1994 che causò la morte di 85 persone. Il regime non ha più base sociale e le Unità di Resistenza, i rappresentanti interni del nostro movimento, si stanno espandendo in tutte le province e le giovani generazioni si stanno unendo al movimento». Ma sul futuro del Paese mediorientale il rappresentante dei Mojahiddin del Popolo ha le idee chiare. «Gli iraniani rifiutano sia le dittature monarchiche che quelle religiose e vogliono un futuro basato sulla volontà sovrana del popolo. Ma una guerra dall’esterno non è la risposta e coloro che hanno riposto le loro speranze in un intervento militare esterno sono stati screditati. La vera soluzione risiede nella resistenza organizzata e nella rivolta popolare, noi abbiamo la forza di abbattere Il regime da soli». Il principe Pahlavi è invece visto dalla diaspora come una grande risorsa e lui non si tira indietro. «Nonostante riconosca che durante il regno di mio padre siano stati commessi degli errori, in tanti in Iran rimpiangono il periodo dello Scià. Ci sono tutte le condizioni perché il regime crolli, continue defezioni, fame e mancanza di acqua. Vogliono addirittura spostare la capitale, perché manca l’acqua per gli abitanti, dopo aver distrutto ed inquinato tutte le falde sotterranee. Per le strade c’è la protesta più forte che abbiamo mai visto e questa volta alla Casa Bianca non ci sono Barack Obama o Joe Biden che non hanno appoggiato le proteste. Biden ha anche permesso al regime di avere accesso ad oltre 200 miliardi di entrate petrolifere ed il regime ha utilizzato quei fondi per finanziare i suoi alleati e questo ha portato all’attacco di Hamas del 7 ottobre. Il presidente Trump la pensa diversamente e lo stiamo vedendo anche perché Marco Rubio è il primo Segretario dai tempi della rivoluzione che capisce l’Iran». Ma su un intervento militare a Teheran anche Pahlavi frena. «Non credo sia necessario fare come in Venezuela, perché il cambiamento in Iran deve essere nelle mani del popolo iraniano. Il mondo deve sostenere la lotta contro questa dittatura religiosa che adesso può crollare. Io mi metto a disposizione per guidare questo cammino ed è già pronto il Progetto di Prosperità dell’Iran, un piano per i primi 100 giorni dopo il crollo. Garantiremo un passaggio di consegne tranquillo ed eviteremo il caos, visto in Iraq e Libia. Dobbiamo sostituire il regime con una formula secolare e democratica coinvolgendo sia monarchici che repubblicani».
Il principe Pahlavi guarda anche ad Israele. «Teheran dovrebbe creare un Accordo di Ciro, per entrare nel gruppo degli Accordi di Abramo. L’ho detto due anni fa a Gerusalemme incontrando Netanyahu: Iran ed Israele hanno una relazione biblica da 25 secoli».
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