Ursula sotto attacco smentisce sé stessa. «L’intesa con gli Usa non è vincolante»
Ursula von Der Leyen (Ansa)
  • Contestata pure dagli «amici», la Commissione chiama in causa gli Stati. Il portavoce Gill: «Abbiamo fatto ciò che ci chiedevano».
  • Bruxelles pubblica una nota interpretativa dell’accordo sulle tariffe, che in molti punti contraddice quanto detto da Trump. La verità è che ora inizia la partita vera: quella sui singoli comparti merceologici.

Lo speciale contiene due articoli

La defenestrazione di Ursula von der Leyen non è più un tabù: l’accordo (o meglio, la capitolazione) della Ue sui dazi Usa scatena reazioni durissime da parte degli Stati membri, e per il presidente arriva il momento più buio della sua esperienza alla guida della Commissione europea. Le critiche che più fanno male a Ursula sono quelle dei Paesi considerati «amici», che segnalano un suo progressivo, ineluttabile isolamento: «È un giorno triste», ha sentenziato il primo ministro francese, François Bayrou, «quando un’alleanza di popoli liberi, riuniti per affermare i propri valori e difendere i propri interessi, decide di sottomettersi». Toni diversi ma sonora bocciatura anche da parte del cancelliere tedesco Friedrich Merz (che con la Von der Leyen ha un antico rapporto di robusto, teutonico e reciproco astio): «Non sono soddisfatto di questo risultato», ha detto Merz, «ma penso che non fosse possibile ottenere di più tenendo presente la posizione di partenza che avevamo con gli Stati Uniti d’America. Sappiamo che l’economia tedesca subirà un danno considerevole a causa di queste tariffe». A completare la pattuglia dei «volenterosi», intesi come quelli che hanno tanta voglia di scaricare la Von der Leyen, ieri è arrivato il primo ministro polacco Donald Tusk: «I dazi americani sui prodotti europei sono ormai diventati realtà», ha scritto ieri Tusk sui social, «sono pari alla metà dell’importo proposto dal presidente Trump ad aprile, eppure non c’è motivo di festeggiare». Due leader del Partito popolare europeo (Merz e Tusk) e il premier di Emmanuel Macron (liberali europei): gli attacchi alla Von der Leyen arrivano da esponenti della sua stessa maggioranza.

Non solo: chi dice «abbiamo evitato una guerra commerciale» non mente, ma trascura un piccolo dettaglio: la guerra è stata evitata perché l’Europa si è arresa senza neanche provare a combattere. È come se una squadra di calcio non si presentasse in campo e l’allenatore esultasse: «Abbiamo evitato una sconfitta». Peccato però che i tre punti andrebbero comunque all’avversario. E arriva, inevitabile, la farsa: ieri mattina la Von der Leyen ha diramato una nota che, se non ci fosse da piangere, sarebbe comica. «L’accordo politico del 27 luglio 2025», recita il comunicato della Commissione, «non è giuridicamente vincolante. Oltre a intraprendere le azioni immediate, l’Ue e gli Usa negozieranno ulteriormente, in linea con le rispettive procedure interne, per attuare pienamente l’accordo politico». Traduzione: quell’accordo, siglato in pompa magna da Ursula von der Leyen e Donald Trump, dal punto di vista legale non vale niente. Non solo: per tentare di dipingere Ursula come una valorosa condottiera che si è battuta allo spasimo per difendere i popoli europei, ieri il portavoce della Commissione europea per il Commercio, Olof Gill, ha detto ai giornalisti che «qualche settimana fa parlavamo di un dazio generalizzato del 30% e all’inizio dell’incontro tra Von der Leyen e Trump questa è stata la richiesta della controparte». Gill ha fatto pure lo spiritoso: «Non sono un matematico», ha sibilato, «ma l’ultima volta che ho controllato il 15% era più basso del 30%». La strategia comunicativa livello asilo nido vorrebbe quindi farci credere che la trattativa tra Trump e la Von der Leyen si è risolta esattamente a metà strada, con la politicante tedesca che sarebbe riuscita a pareggiare la partita con il tycoon americano. Una palla di dimensioni colossali, considerato che i dazi li ha immaginati, programmati e imposti Trump, e l’Europa li ha solo subiti. Senza contare che domenica scorsa in Scozia la Von der Leyen si è pure impegnata ad acquistare 750 miliardi in 3 anni di gas liquido americano, oltre a una quantità indefinita di armi. Peccato che gli acquisti di gas li facciano le imprese private, così come saranno (sarebbero) i privati a dover scucire i 600 miliardi di investimenti europei negli States promessi da Ursula all’«amico» Donald in questa tragicomica domenica scozzese.

Dalla Commissione ieri è arrivato anche un «pizzino» indirizzato verso chi protesta (praticamente tutti): Gill ha ricordato infatti che la Commissione non ha fatto altro che eseguire ciò che era stato indicato dagli Stati membri, con i quali le consultazioni sono state «senza precedenti per frequenza e per profondità». Una chiamata di correità che ha il gusto amaro dell’avvertimento: siete stati voi leader europei a dare il via libera a questa capitolazione. «Abbiamo creato», ha sottolineato il portavoce, «la prevedibilità e la stabilità che i nostri Stati membri e le nostre industrie ci chiedevano, in una situazione difficile». Anche un cumulo di macerie può essere stabile, verrebbe da dire, mentre a proposito di prevedibilità è prevedibile che a settembre partiranno le grandi manovre per sostituire Ursula von der Leyen con un presidente di Commissione che abbia un indice di fiducia superiore allo zero assoluto della attuale leader della Ue. Circola con insistenza il nome di Mario Draghi, che in molti (sempre che sia disponibile) vorrebbero vedere alla guida della Commissione.

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