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Ursula ko, l’Eurocamera blocca il Mercosur
Ursula von der Leyen (Ansa)
Approvata a Strasburgo una risoluzione che invia alla Corte di giustizia il testo dell’accordo: i giudici stabiliranno se viola o meno i trattati, ma ci vorrà da uno a tre anni. Esulta la Lega, risultata decisiva. Uno schiaffo a Ursula Von der Leyen, su cui oggi si vota la sfiducia.

«Ora la baronessa s’attacca al Trump». La battuta circolava ieri con divertita insistenza all’Eurocamera, e in più lingue: il voto con cui il Parlamento Ue ha deciso di rivolgersi alla Corte di giustizia dell’Unione europea affinché esprima un parere di legittimità sull’accordo col Mercosur rappresenta una doppia novità politica, oltreché una rivincita della rappresentanza democratica su Ursula von der Leyen. Ora il trattato resta congelato: il Parlamento potrà ratificarlo solo dopo la sentenza dei giudici e ci possono volere da uno a tre anni. A difenderlo resta il ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida: «È un buon affare che tutela l’economia nazionale e noi lo abbiamo fatto cambiare. I rischi per i settori sensibili sono sovrastimati». È però un brusco risveglio dalla molta retorica che la presidente della Commissione ed Emmanuel Macron hanno sparso a Davos.

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Ursula confessa: «L’Artico mai stato una priorità». E l’Ue delira: Nato senza Usa
Ursula von Der Leyen(Ansa)
Ursula Von der Leyen annuncia una strategia per il Nord, ma uscirà solo per «fine anno». Intanto circola un’idea scellerata: alleanza militare con Kiev al posto di Washington.

Non si sa ancora se l’Ue sparerà col bazooka a Trump; nell’attesa, le tocca fustigarsi da sé. Ieri, dal palco del Forum di Davos, Ursula von der Leyen è stata costretta ad ammettere un’umiliante ovvietà: prima che il puzzone della Casa Bianca facesse casino, nel Vecchio continente nessuno si filava la Groenlandia. Manco la Danimarca, che ora vuol tenersela stretta come fosse la Fiume dei legionari di D’Annunzio. L’Artico, ha confermato la presidente della Commissione, «non era» una priorità nemmeno quando lei aveva «iniziato a preparare» il discorso per il summit elvetico. «La sicurezza nell’estremo Nord non era il tema principale». Quindi, delle mire di russi e cinesi e dell’importanza dell’isola, miniera di materie prime critiche, ci ha dovuto informare il biondo col ciuffo.

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Neutralità tecnologica ancora tabù
Ursula Von der Leyen (Ansa)
Dopo aver sbattuto contro il muro, Ursula Von der Leyen s’inventa il divieto parziale per i motori termici. Ma è solo un’operazione d’immagine, non c’è politica industriale.

La Commissione europea si è appena autocelebrata per aver «rivisto» la sua follia del tutto elettrico al 2035, decretando che non ci sarà il bando totale dei motori a combustione e che l’obiettivo scende al 90%. In altre parole, si fa un passo indietro dopo lo schianto e poi si finge di aver aperto una porta. Una «svolta» dettata dalla crisi industriale e dal pressing delle case automobilistiche, con gli stabilimenti al rallentatore.

Quel 90% è una foglia di fico burocratica che consente agli ambientalisti di raccontare ai propri fedeli che il termico sopravviverà. Per completare l’opera, si spalma tutto con «compensazioni delle emissioni» per dare una patina di virtù contabile, incluso l’ineffabile «acciaio verde» che non esiste su scala industriale ed economicamente sostenibile, come ho mostrato nel mio libro «L’utopia dell’idrogeno». La Commissione persevera nel negare la libertà (neutralità) tecnologica, imponendo persino sotto-obiettivi: 7% di compensazione via acciaio a basse emissioni prodotto in Europa e 3% via biocarburanti.

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L’Eurocamera dà respiro alle imprese: dovranno certificare la sostenibilità dei prodotti da dicembre 2026 Il Ppe vota ancora compatto insieme a conservatori e patrioti. FederlegnoArredo: «Tutelata la competitività».

Come da copione. Ieri al Parlamento europeo, ancora una volta, popolari, conservatori, patrioti e persino parte dei liberali si sono messi d’accordo e hanno smantellato un altro pezzettino di Green deal. Questa volta si è votata la semplificazione e il rinvio di un ulteriore anno - al 30 dicembre 2026 - dell’attuazione del regolamento contro la deforestazione importata per tutti gli operatori. Le micro e piccole imprese avranno un ulteriore cuscinetto fino al 30 giugno 2027. Il Parlamento Ue l’ha sostenuta con 405 voti a favore; 242 contrari e otto astenuti.

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La «Bild» svela l’ultimo scandalo di Bruxelles: i cittadini subiscono regole rigidissime e politiche demenziali, i funzionari godono di una scala mobile che dal 2022 ha portato incrementi del 22,8%. Compresi i pensionati.

Non è vero che la Ue non serve a niente. E neppure che di questo passo, se non cambia qualche cosa, fila dritta verso il crac, come peraltro ha spiegato perfino Mario Draghi prima di Donald Trump. L’Unione europea serve a fare ricchi i suoi funzionari, i quali non corrono certo il pericolo di andare in bancarotta. Anzi, secondo quanto rivelato dal quotidiano tedesco Bild (di proprietà del gruppo Springer, è il giornale più venduto e letto d’Europa) anche questo Natale i burocrati di Bruxelles hanno motivo per fregarsi le mani, rallegrandosi per aver ottenuto l’ottavo aumento di stipendio in tre anni. Ne beneficeranno tutti i 67.000 dipendenti dell’Unione, sia quelli in servizio che quelli in pensione, i quali si vedranno riconosciuti retroattivamente, con calcolo dal 1° luglio, un aumento di stipendio del 3%. In totale, dal 2022 a oggi, fa il 22,8% in più, per un costo aggiuntivo del solo ultimo incremento di 365 milioni di euro all’anno.

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