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2026-01-21
Ursula confessa: «L’Artico mai stato una priorità». E l’Ue delira: Nato senza Usa
Ursula von Der Leyen(Ansa)
Nonostante abbia confessato la miopia delle élite europee, la tedesca non ha rinunciato a pontificare, sciorinando la solita lista di banalità: «Il mondo è cambiato in modo permanente», «l’Europa deve accelerare la sua spinta verso l’indipendenza», «deve adattarsi alla nuova architettura di sicurezza» e «ha bisogno di una mentalità improntata all’urgenza». Ma il problema è esattamente questo: l’Unione dorme sui famosi sette cuscini, fino a quando arriva il risveglio traumatico. Se rimanesse vigile in tempi normali, non le servirebbe affrontare qualunque sfida geopolitica con la psicosi dell’emergenza.
Così, dopo aver sonnecchiato a lungo - Nuuk rinunciò alla Cee nel 1985 e né a Copenaghen né a Bruxelles batterono ciglio - Von der Leyen ha assicurato che, «entro la fine dell’anno», l’Europa pubblicherà «una propria strategia di sicurezza», aggiornando il capitolo sull’Artico. Il «pacchetto di misure» al quale si lavora - con calma, nei prossimi dodici mesi, che fretta c’è - si fonda sui principi di «sovranità» e «integrità» territoriale della Groenlandia e della Danimarca, che «non sono negoziabili», dato che «spetta ai popoli sovrani decidere del proprio futuro». Come in Catalogna, vero?
Comunque, Ursula, più prudente dell’inquilino dell’Eliseo, il quale è ormai impelagato in una singolar tenzone con l’omologo americano, ha garantito che «collaboreremo con gli Usa». Ed è subito passata dalla grancassa sul «muro di droni» contro la Russia, all’«aumento della spesa» per comprare «rompighiaccio e altre attrezzature essenziali». D’altronde, da quando i riflettori sono puntati sulla terra degli inuit, non si è più avuta notizia di sorvoli nemici sui cieli europei. Chissà che Donald Trump non abbia risolto pure questa guerra ibrida.
Il punto è che le esibizioni muscolari del decotto Emmanuel Macron, che lasciano dubbi a Berlino, Roma, probabilmente ai danesi nonché alla Von der Leyen, di certo non bastano a confutare la verità che il presidente americano, senza pietà, ci sbatte in faccia: non siamo capaci di difendere alcunché. Non ci riuscirebbe nemmeno il Regno Unito, che pure vanta una potenza militare superiore a quella del resto del continente, Francia compresa. Il Financial Times, citando esperti del settore militare, ha svelato che gli esborsi di Londra nel riarmo, pari a 5,7 miliardi di euro nel 2025, sono stati in gran parte mangiati dall’inflazione, dai costi per gli alloggi dei soldati e dal mantenimento del limitato arsenale nucleare inglese. Le forze convenzionali restano per lo più sguarnite. Tanto che, stando agli analisti, per gli ammiragli di sua maestà sarebbe impossibile impegnare a lungo una task force nell’Artico. Figurarsi cosa potrebbero combinare tra le nevi la Germania, il cui drappello si è ritirato domenica per maltempo, o i transalpini. Il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, ci aveva visto giusto: la spedizione con i francesi e i tedeschi somigliava all’inizio di una barzelletta, più che di una missione.
L’Ue, che spera di negoziare con Trump, dovrebbe rendersi conto che senza l’America non si va da nessuna parte. Eppure, secondo il retroscena di Politico, tra i funzionari starebbe prendendo piede una brillante idea: costituire una sorta di Nato parallela, sostituendo gli Usa con l’Ucraina.
Il punto di partenza del geniale progetto sarebbe il «gruppo di Washington», cioè la compagnia dei leader che, lo scorso agosto, insieme a Volodymyr Zelensky, erano andati alla Casa Bianca, nella speranza di convincere The Donald a rinnovare il suo sostegno a Kiev: l’immancabile Macron, il cancelliere Friedrich Merz, la prezzemolina Von der Leyen, il finlandese Alexander Stubb, la stessa Giorgia Meloni. La base per costituire un’alleanza la offrirebbe la coalizione dei volenterosi, che già include oltre 30 Stati (non l’Italia). Unendo gli eserciti di Parigi, Berlino, Varsavia e Londra, i falchi pro Ue confidano di rimpiazzare gli Stati Uniti. Specie se si aggiungesse l’Ucraina. Peccato abbia il piccolo difetto di essere già impegnata in una guerra con la Russia. La domanda sorge spontanea: per una questione di reciprocità, dovremmo spedire uomini dell’Europa occidentale a combattere nel Donbass? E, magari, aprire un secondo fronte in Groenlandia? E poi, perché no, un terzo, visto che Cipro, presidente di turno dell’Unione, ha chiesto a Bruxelles di favorire la riunificazione dell’isola, mezza occupata dalla Turchia, che per inciso sta nella Nato?
Il paradosso dell’Organizzazione nordatlantica l’ha illustrato il tycoon ieri, su Truth: «Se non fossi intervenuto io, ora la Nato non esisterebbe più. Sarebbe finita nel dimenticatoio della storia». Invece, nel disperato tentativo di battere un colpo che si sentisse Oltreoceano, Ursula ha annunciato una «massiccia impennata degli investimenti» nell’Artico. È l’oculata tattica di un’Europa finalmente protagonista: bazooka e carota.
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Ursula Von der Leyen annuncia una strategia per il Nord, ma uscirà solo per «fine anno». Intanto circola un’idea scellerata: alleanza militare con Kiev al posto di Washington.Non si sa ancora se l’Ue sparerà col bazooka a Trump; nell’attesa, le tocca fustigarsi da sé. Ieri, dal palco del Forum di Davos, Ursula von der Leyen è stata costretta ad ammettere un’umiliante ovvietà: prima che il puzzone della Casa Bianca facesse casino, nel Vecchio continente nessuno si filava la Groenlandia. Manco la Danimarca, che ora vuol tenersela stretta come fosse la Fiume dei legionari di D’Annunzio. L’Artico, ha confermato la presidente della Commissione, «non era» una priorità nemmeno quando lei aveva «iniziato a preparare» il discorso per il summit elvetico. «La sicurezza nell’estremo Nord non era il tema principale». Quindi, delle mire di russi e cinesi e dell’importanza dell’isola, miniera di materie prime critiche, ci ha dovuto informare il biondo col ciuffo.Nonostante abbia confessato la miopia delle élite europee, la tedesca non ha rinunciato a pontificare, sciorinando la solita lista di banalità: «Il mondo è cambiato in modo permanente», «l’Europa deve accelerare la sua spinta verso l’indipendenza», «deve adattarsi alla nuova architettura di sicurezza» e «ha bisogno di una mentalità improntata all’urgenza». Ma il problema è esattamente questo: l’Unione dorme sui famosi sette cuscini, fino a quando arriva il risveglio traumatico. Se rimanesse vigile in tempi normali, non le servirebbe affrontare qualunque sfida geopolitica con la psicosi dell’emergenza.Così, dopo aver sonnecchiato a lungo - Nuuk rinunciò alla Cee nel 1985 e né a Copenaghen né a Bruxelles batterono ciglio - Von der Leyen ha assicurato che, «entro la fine dell’anno», l’Europa pubblicherà «una propria strategia di sicurezza», aggiornando il capitolo sull’Artico. Il «pacchetto di misure» al quale si lavora - con calma, nei prossimi dodici mesi, che fretta c’è - si fonda sui principi di «sovranità» e «integrità» territoriale della Groenlandia e della Danimarca, che «non sono negoziabili», dato che «spetta ai popoli sovrani decidere del proprio futuro». Come in Catalogna, vero? Comunque, Ursula, più prudente dell’inquilino dell’Eliseo, il quale è ormai impelagato in una singolar tenzone con l’omologo americano, ha garantito che «collaboreremo con gli Usa». Ed è subito passata dalla grancassa sul «muro di droni» contro la Russia, all’«aumento della spesa» per comprare «rompighiaccio e altre attrezzature essenziali». D’altronde, da quando i riflettori sono puntati sulla terra degli inuit, non si è più avuta notizia di sorvoli nemici sui cieli europei. Chissà che Donald Trump non abbia risolto pure questa guerra ibrida.Il punto è che le esibizioni muscolari del decotto Emmanuel Macron, che lasciano dubbi a Berlino, Roma, probabilmente ai danesi nonché alla Von der Leyen, di certo non bastano a confutare la verità che il presidente americano, senza pietà, ci sbatte in faccia: non siamo capaci di difendere alcunché. Non ci riuscirebbe nemmeno il Regno Unito, che pure vanta una potenza militare superiore a quella del resto del continente, Francia compresa. Il Financial Times, citando esperti del settore militare, ha svelato che gli esborsi di Londra nel riarmo, pari a 5,7 miliardi di euro nel 2025, sono stati in gran parte mangiati dall’inflazione, dai costi per gli alloggi dei soldati e dal mantenimento del limitato arsenale nucleare inglese. Le forze convenzionali restano per lo più sguarnite. Tanto che, stando agli analisti, per gli ammiragli di sua maestà sarebbe impossibile impegnare a lungo una task force nell’Artico. Figurarsi cosa potrebbero combinare tra le nevi la Germania, il cui drappello si è ritirato domenica per maltempo, o i transalpini. Il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, ci aveva visto giusto: la spedizione con i francesi e i tedeschi somigliava all’inizio di una barzelletta, più che di una missione.L’Ue, che spera di negoziare con Trump, dovrebbe rendersi conto che senza l’America non si va da nessuna parte. Eppure, secondo il retroscena di Politico, tra i funzionari starebbe prendendo piede una brillante idea: costituire una sorta di Nato parallela, sostituendo gli Usa con l’Ucraina.Il punto di partenza del geniale progetto sarebbe il «gruppo di Washington», cioè la compagnia dei leader che, lo scorso agosto, insieme a Volodymyr Zelensky, erano andati alla Casa Bianca, nella speranza di convincere The Donald a rinnovare il suo sostegno a Kiev: l’immancabile Macron, il cancelliere Friedrich Merz, la prezzemolina Von der Leyen, il finlandese Alexander Stubb, la stessa Giorgia Meloni. La base per costituire un’alleanza la offrirebbe la coalizione dei volenterosi, che già include oltre 30 Stati (non l’Italia). Unendo gli eserciti di Parigi, Berlino, Varsavia e Londra, i falchi pro Ue confidano di rimpiazzare gli Stati Uniti. Specie se si aggiungesse l’Ucraina. Peccato abbia il piccolo difetto di essere già impegnata in una guerra con la Russia. La domanda sorge spontanea: per una questione di reciprocità, dovremmo spedire uomini dell’Europa occidentale a combattere nel Donbass? E, magari, aprire un secondo fronte in Groenlandia? E poi, perché no, un terzo, visto che Cipro, presidente di turno dell’Unione, ha chiesto a Bruxelles di favorire la riunificazione dell’isola, mezza occupata dalla Turchia, che per inciso sta nella Nato?Il paradosso dell’Organizzazione nordatlantica l’ha illustrato il tycoon ieri, su Truth: «Se non fossi intervenuto io, ora la Nato non esisterebbe più. Sarebbe finita nel dimenticatoio della storia». Invece, nel disperato tentativo di battere un colpo che si sentisse Oltreoceano, Ursula ha annunciato una «massiccia impennata degli investimenti» nell’Artico. È l’oculata tattica di un’Europa finalmente protagonista: bazooka e carota.
L'amministratore delegato di Italo, Gianbattista La Rocca (Imagoeconomica)
La Germania, spiega, non è una suggestione ma il primo passo di una strategia di internazionalizzazione. E non si parte da zero: la società tedesca è già stata costituita, la licenza ferroviaria è stata ottenuta e il percorso per il certificato di sicurezza è in corso. La macchina, insomma ha acceso il motore e non è più parcheggiata in garage.
C’è poi un altro elemento chiave che rende l’operazione particolarmente solida: l’accordo già impostato con Siemens per la fornitura dei treni. Qui entra in gioco uno dei passaggi più delicati di tutta la partita: i tempi. La Rocca lo dice chiaramente: entro maggio devono arrivare le autorizzazioni dall’Autorithy del settore. Servono indicazioni precise sugli orari e sugli spazi nelle stazioni. In altre parole: quando e dove potranno circolare i treni. Senza queste informazioni, non si può firmare con Siemens entro giugno. E quella scadenza non è negoziabile: se salta, non partirà l’ordine per acquistare i teni e l’intero progetto rischia di perdere sostenibilità economica. Un effetto domino che nessuno vuole innescare. Il piano industriale è ampio. Si parte con 26 convogli, con la possibilità di arrivare a 40 grazie a un’opzione già prevista. L’investimento iniziale per l’acquisto dell’armamenti è di circa 1,2 miliardi di euro. Ma è solo una parte del quadro: altri 2,4 miliardi serviranno per la manutenzione trentennale, la formazione del personale, i sistemi informatici e tutta l’organizzazione necessaria a far funzionare il servizio. Non si tratta quindi solo di comprare treni, ma di costruire un sistema. Anche la rete su cui opererà Italo in Germania è pensata per avere un impatto significativo. Il progetto prevede collegamenti tra 18 città, su circa 1.300 chilometri di rete, con 50 servizi giornalieri. Due le direttrici principali: Monaco di Baviera-Colonia-Dortmund e Monaco di Baviera-Berlino-Amburgo. Corridoi strategici, che attraversano alcune delle aree più importanti del Paese e intercettano una domanda già molto forte.
A dare una lettura più ampia dell’operazione è Luca Montezemolo, presidente e fondatore di Italo. Spiega che il mercato tedesco oggi ricorda quello italiano prima dell’arrivo della concorrenza. Un sistema dominato da un unico grande operatore, con margini di miglioramento evidenti. Ed è proprio in questo spazio che Italo vede un’opportunità.
Montezemolo sottolinea un aspetto spesso poco evidenziato: l’Italia è l’unico Paese europeo in cui l’alta velocità è gestita anche da un operatore interamente privato. Un modello che ha funzionato, al punto da essere preso come riferimento a livello europeo. L’introduzione della concorrenza, insieme a un sistema di regolazione più strutturato, ha portato a un miglioramento della qualità del servizio. Naturalmente, il percorso non è stato lineare. «Abbiamo imparato molto dagli errori», ammette Montezemolo. Ed è proprio questo uno degli elementi più interessanti dell’espansione in Germania: Italo non arriva come un operatore nuovo, ma come un’azienda che ha già attraversato una fase complessa di crescita, aggiustamenti e consolidamento. Un bagaglio di esperienza che ora diventa parte integrante dell’offerta.
L’obiettivo è chiaro: costruire fin dall’inizio un’attività sostenibile, evitando gli errori tipici delle fasi di avvio. E per farlo, oltre agli investimenti, sarà fondamentale il radicamento locale. Non a caso, l’azienda prevede di iniziare già nei prossimi mesi ad assumere personale in Germania, costruendo progressivamente la propria struttura operativa.
Il debutto è fissato tra aprile e metà del 2028. Una scadenza che sembra lontana, ma che in realtà richiede decisioni immediate. Perché progetti di questa dimensione non si improvvisano: hanno bisogno di preparazione, coordinamento e investimenti. Sullo sfondo resta una domanda che rende tutta la vicenda ancora più interessante: c’è spazio, in Germania, per un nuovo operatore ferroviario ad alta velocità? La risposta arriverà dal mercato, ma anche dalla capacità del sistema di aprirsi davvero alla concorrenza.
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l segretario generale della UIL, Pierpaolo Bombardieri, ha espresso soddisfazione per il nuovo decreto sul cosiddetto «salario giusto», a margine della conferenza stampa di presentazione del Concerto del 1° maggio.
«Siamo molto soddisfatti perché per la prima volta c’è un intervento legislativo che identifica il salario giusto con i contratti di Cgil, Cisl e Uil», ha dichiarato. Bombardieri ha ricordato il tema dei cosiddetti «contratti pirata», firmati da sigle non rappresentative che — secondo il sindacato — avrebbero contribuito ad abbassare i salari. Il nuovo impianto normativo, ha spiegato, punta invece a valorizzare i contratti comparativamente più rappresentativi e a condizionare gli sgravi fiscali al loro utilizzo.
Anthony Fauci (Ansa foto)
Morens, in libertà vigilata, avrebbe utilizzato un account gmail per nascondere comunicazioni ufficiali relative a progetti finanziati dal governo federale sui coronavirus nei pipistrelli. Se riconosciuto colpevole di tutti i capi d’accusa resi pubblici lunedì presso il tribunale federale del Maryland, dove è comparso venendo poi rilasciato dietro cauzione, l’alto funzionario che aveva lavorato con Fauci rischia fino a 51 anni di carcere. Il potentissimo infettivologo, ex direttore di lunga data del Niaid, aveva preso le distanze da Morens durante un’audizione al Congresso nel 2024, affermando che non avevano lavorato a stretto contatto.
Certo è che, se l’ex consigliere senior aveva utilizzato il suo account privato per eludere almeno otto richieste di accesso agli atti presentate ai sensi del Freedom of Information Act (Foia) «riguardanti la cosiddetta ricerca “gain-of-function”, che può rendere gli agenti patogeni più letali o più trasmissibili a scopo di studio», come evidenzia Politico, difficile credere che Fauci fosse estraneo all’operazione.
Da giugno 2014 a maggio 2019, infatti, sotto la guida dell’infettivologo il Niaid aveva sovvenzionato per oltre 3 milioni di dollari la EcoHealth Alliance, una Ong presieduta dallo zoologo britannico Peter Daszak che aveva dirottato fondi dei contribuenti americani (più di 1,4 milioni di dollari secondo un rapporto del Government accountability office del giugno 2023) a Shi Zhengli, la «bat-woman», principale responsabile della ricerca sui coronavirus al Wuhan Institute of Virology.
Il presidente della Commissione per la supervisione e la riforma del governo della Camera dei rappresentanti, James Comer, ha dichiarato: «La sottocommissione speciale sulla pandemia di coronavirus ha scoperto prove che rivelano come il dottor Morens, uno dei principali consiglieri del dottor Fauci, abbia intenzionalmente agito per occultare e falsificare documenti sulle origini della pandemia di Covid-19». Per poi aggiungere: «Mi congratulo con il dipartimento di Giustizia di Trump per aver agito, per ritenere questo funzionario pubblico responsabile di aver nascosto informazioni al popolo americano».
Nel rapporto finale della commissione del dicembre 2024, a conclusione dell’indagine biennale sulla pandemia di Covid-19, si leggeva tra l’altro che «la pubblicazione L’origine prossimale del Sars-CoV-2, utilizzata ripetutamente dai funzionari della sanità pubblica e dai media per screditare la teoria della fuga dal laboratorio, è stata sollecitata dal dottor Fauci per promuovere la narrativa preferita secondo cui il Covid-19 ha avuto origine in natura». Dall’indagine invece emergeva che «un incidente di laboratorio legato alla ricerca di effetto gain-of-function è molto probabilmente all’origine del Covid-19. Gli attuali meccanismi governativi per la supervisione di questa pericolosa ricerca di effetto gain-of-function sono incompleti, estremamente complessi e privi di applicabilità a livello globale».
Nell’atto di accusa contro Morens si fa riferimento a due co-cospiratori, non incriminati e nemmeno citati ma dai documenti è stato facile identificarli. Si tratta di Peter Daszake e di Gerald Keusch, medico ed ex vicedirettore del laboratorio di malattie infettive della Boston University, beneficiario di una sovvenzione del National institutes of health (Nih). Tra aprile 2020 e giugno 2023, i due co-cospiratori avrebbero hanno cercato di ottenere con lui il ripristino di milioni di dollari di finanziamenti federali per EcoHealth e di migliorarne l’immagine pubblica.
Il dottor Richard Ebright, biologo molecolare presso la Rutgers University, ha dichiarato che «le prove contro i tre sono schiaccianti», addirittura si parla di «tangenti» come riferisce il New York Post. «A meno che uno o più di loro non collaborino e forniscano prove contro Fauci e altri in cambio dell’immunità, tutti e tre dovrebbero essere, e probabilmente saranno, condannati», ha aggiunto, ricordando che nel 2002 Keusch approvò il primo finanziamento EcoHealth all’Istituto di virologia di Wuhan.
In una mail del 26 aprile 2020 inviata dal suo account privato, Morens scriveva a Daszak e Keusch: «Ci sono cose che non posso dire, tranne che Tony (Fauci, molto presumibilmente, ndr) ne è a conoscenza e ho appreso che all’interno del Nih sono in corso degli sforzi per portare avanti la questione riducendo al minimo i danni per te, Peter, e i tuoi colleghi, nonché per il Nih e il Niaid».
Brad Wenstrup, ex presidente della sottocommissione Covid della Camera dei rappresentanti, ha dichiarato al Washington Post che «potrebbero seguire ulteriori incriminazioni», considerato che «le ripercussioni di queste azioni hanno causato danni significativi al sistema sanitario pubblico».
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La copertina del catalogo Lima del 1964
Quanti bambini (e non solo) avranno sognato la scatola con il ferroviere baffuto la notte di Natale? Quel desiderio non era neppure lontanamente nei cuori dei ragazzi italiani nel «magro» 1946, con le ferite della guerra ancora tutte aperte. Ma proprio dalle rovine nacque la storia di uno dei marchi di giocattoli italiani di maggior successo a livello mondiale, la Lima di Vicenza. Fu un parente del conte Marzotto, l’industriale della lana, a dare il via alla «Lavorazione Italiana Metalli Affini» che si occupò proprio di riparare i danni causati dal conflitto appena terminato. La prima attività di Lima fu infatti la riparazione del materiale rotabile delle Ferrovie dello Stato danneggiato dai pesanti bombardamenti che la città berica subì tra il 1944 e il 1945, creando su misura le parti in alluminio mancanti. L’attività sui veri treni durò tuttavia poco, perché le Fs avocarono presto a sé tutte le attività di manutenzione e riparazione e proprio a Vicenza furono stabilite le officine per le grandi riparazioni (Ogr). Rimasta senza commesse, la Lima corse ai ripari con un atto di rapida riconversione nel settore dei giocattoli tradizionali come automobiline e motoscafi rigorosamente in metallo stampato, ma anche pentole e cucine economiche in scala, già nel 1948. Dalle officine di via Massaria uscirono modellini di barche con motore a batterie e automobiline con meccanismo a frizione o filoguidate, oltre ad armi giocattolo. I trenini arrivarono solo successivamente, dopo il cambio al vertice tra la prima proprietà e Ottorino Bisazza a partire dal 1954. Il nuovo management puntò ad allargare il catalogo includendo i primi trenini sicuramente a partire dal 1957 con la riproduzione di una semplice locomotiva a vapore, la 0-3-0 con i primi motori elettrici a cascata di ingranaggi. Semplice era anche il livello delle finiture, che anticipò la filosofia dell’azienda vicentina: rendere i trenini accessibili a tutti, un gioco prima di allora riservato ad una clientela abbiente. Dal 1962 iniziarono a comparire le prime riproduzioni di locomotive e carrozze moderne come la E424 delle Fs, la tedesca DB 60 e la francese BB 9200 delle Sncf. Gli anni Sessanta furono il decennio dell’introduzione dei materiali plastici, che permise a Lima di abbassare ulteriormente i prezzi, dando il via al successo mondiale. Nel 1962 viene affiancata alla tradizionale scala HO anche la piccola scala N (1:160) oltre all’allargamento del catalogo agli accessori per plastici. Tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta vengono prodotti a Vicenza anche modelli in scala O (1:43) funzionanti a batterie (Jumbo Train). Per un periodo Lima realizzò anche mattoncini simili a quelli della Lego, con i quali era possibile costruire locomotori e vagoni funzionanti sui binari costruiti dalla ditta di Vicenza. I dipendenti degli anni d’oro sono centinaia, la produzione vede l’apertura di un nuovo stabilimento a Isola Vicentina e Lima è presente a tutte le fiere internazionali del settore. Negli anni d’oro l’azienda ha un catalogo vastissimo di treni moderni e d’epoca, tra cui il mitico Pendolino Etr 300 e i TGV francesi. Nel 1980 gli articoli nel catalogo Lima sono ben 1.147, tra rotabili e accessori. Praticamente in tutte le case d’Italia c’è una confezione con il ferroviere baffuto «Beppe». La formula della semplicità progettuale e costruttiva aveva pagato, rendendo Lima il trenino per eccellenza anche se non paragonabile alla qualità costruttiva e ai dettagli delle blasonate Rivarossi e Màrklin, più rivolte ad una nicchia di appassionati adulti.
L’epoca d’oro finì poco più tardi, e per l’azienda di trenini fu il binario morto. Dopo la metà degli anni ’80 le prime consolle e i personal computer misero i videogiochi al primo posto nei desideri di bambini e ragazzi e alla fine del decennio l’azienda vicentina finì in amministrazione controllata prima di essere rilevata nel 1992 dalla rivale Rivarossi, che nel 2004 cederà l’attività al colosso inglese dei giocattoli Hornby, che tuttora detiene il glorioso marchio del più importante produttore di trenini elettrici del mondo.
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