Ursula confessa: «L’Artico mai stato una priorità». E l’Ue delira: Nato senza Usa

Non si sa ancora se l’Ue sparerà col bazooka a Trump; nell’attesa, le tocca fustigarsi da sé. Ieri, dal palco del Forum di Davos, Ursula von der Leyen è stata costretta ad ammettere un’umiliante ovvietà: prima che il puzzone della Casa Bianca facesse casino, nel Vecchio continente nessuno si filava la Groenlandia. Manco la Danimarca, che ora vuol tenersela stretta come fosse la Fiume dei legionari di D’Annunzio. L’Artico, ha confermato la presidente della Commissione, «non era» una priorità nemmeno quando lei aveva «iniziato a preparare» il discorso per il summit elvetico. «La sicurezza nell’estremo Nord non era il tema principale». Quindi, delle mire di russi e cinesi e dell’importanza dell’isola, miniera di materie prime critiche, ci ha dovuto informare il biondo col ciuffo.
Nonostante abbia confessato la miopia delle élite europee, la tedesca non ha rinunciato a pontificare, sciorinando la solita lista di banalità: «Il mondo è cambiato in modo permanente», «l’Europa deve accelerare la sua spinta verso l’indipendenza», «deve adattarsi alla nuova architettura di sicurezza» e «ha bisogno di una mentalità improntata all’urgenza». Ma il problema è esattamente questo: l’Unione dorme sui famosi sette cuscini, fino a quando arriva il risveglio traumatico. Se rimanesse vigile in tempi normali, non le servirebbe affrontare qualunque sfida geopolitica con la psicosi dell’emergenza.
Così, dopo aver sonnecchiato a lungo - Nuuk rinunciò alla Cee nel 1985 e né a Copenaghen né a Bruxelles batterono ciglio - Von der Leyen ha assicurato che, «entro la fine dell’anno», l’Europa pubblicherà «una propria strategia di sicurezza», aggiornando il capitolo sull’Artico. Il «pacchetto di misure» al quale si lavora - con calma, nei prossimi dodici mesi, che fretta c’è - si fonda sui principi di «sovranità» e «integrità» territoriale della Groenlandia e della Danimarca, che «non sono negoziabili», dato che «spetta ai popoli sovrani decidere del proprio futuro». Come in Catalogna, vero?
Comunque, Ursula, più prudente dell’inquilino dell’Eliseo, il quale è ormai impelagato in una singolar tenzone con l’omologo americano, ha garantito che «collaboreremo con gli Usa». Ed è subito passata dalla grancassa sul «muro di droni» contro la Russia, all’«aumento della spesa» per comprare «rompighiaccio e altre attrezzature essenziali». D’altronde, da quando i riflettori sono puntati sulla terra degli inuit, non si è più avuta notizia di sorvoli nemici sui cieli europei. Chissà che Donald Trump non abbia risolto pure questa guerra ibrida.
Il punto è che le esibizioni muscolari del decotto Emmanuel Macron, che lasciano dubbi a Berlino, Roma, probabilmente ai danesi nonché alla Von der Leyen, di certo non bastano a confutare la verità che il presidente americano, senza pietà, ci sbatte in faccia: non siamo capaci di difendere alcunché. Non ci riuscirebbe nemmeno il Regno Unito, che pure vanta una potenza militare superiore a quella del resto del continente, Francia compresa. Il Financial Times, citando esperti del settore militare, ha svelato che gli esborsi di Londra nel riarmo, pari a 5,7 miliardi di euro nel 2025, sono stati in gran parte mangiati dall’inflazione, dai costi per gli alloggi dei soldati e dal mantenimento del limitato arsenale nucleare inglese. Le forze convenzionali restano per lo più sguarnite. Tanto che, stando agli analisti, per gli ammiragli di sua maestà sarebbe impossibile impegnare a lungo una task force nell’Artico. Figurarsi cosa potrebbero combinare tra le nevi la Germania, il cui drappello si è ritirato domenica per maltempo, o i transalpini. Il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, ci aveva visto giusto: la spedizione con i francesi e i tedeschi somigliava all’inizio di una barzelletta, più che di una missione.
L’Ue, che spera di negoziare con Trump, dovrebbe rendersi conto che senza l’America non si va da nessuna parte. Eppure, secondo il retroscena di Politico, tra i funzionari starebbe prendendo piede una brillante idea: costituire una sorta di Nato parallela, sostituendo gli Usa con l’Ucraina.
Il punto di partenza del geniale progetto sarebbe il «gruppo di Washington», cioè la compagnia dei leader che, lo scorso agosto, insieme a Volodymyr Zelensky, erano andati alla Casa Bianca, nella speranza di convincere The Donald a rinnovare il suo sostegno a Kiev: l’immancabile Macron, il cancelliere Friedrich Merz, la prezzemolina Von der Leyen, il finlandese Alexander Stubb, la stessa Giorgia Meloni. La base per costituire un’alleanza la offrirebbe la coalizione dei volenterosi, che già include oltre 30 Stati (non l’Italia). Unendo gli eserciti di Parigi, Berlino, Varsavia e Londra, i falchi pro Ue confidano di rimpiazzare gli Stati Uniti. Specie se si aggiungesse l’Ucraina. Peccato abbia il piccolo difetto di essere già impegnata in una guerra con la Russia. La domanda sorge spontanea: per una questione di reciprocità, dovremmo spedire uomini dell’Europa occidentale a combattere nel Donbass? E, magari, aprire un secondo fronte in Groenlandia? E poi, perché no, un terzo, visto che Cipro, presidente di turno dell’Unione, ha chiesto a Bruxelles di favorire la riunificazione dell’isola, mezza occupata dalla Turchia, che per inciso sta nella Nato?
Il paradosso dell’Organizzazione nordatlantica l’ha illustrato il tycoon ieri, su Truth: «Se non fossi intervenuto io, ora la Nato non esisterebbe più. Sarebbe finita nel dimenticatoio della storia». Invece, nel disperato tentativo di battere un colpo che si sentisse Oltreoceano, Ursula ha annunciato una «massiccia impennata degli investimenti» nell’Artico. È l’oculata tattica di un’Europa finalmente protagonista: bazooka e carota.





