Svolta epocale. Con il referendum siamo di fronte ad una svolta epocale per il nostro Paese, ad uno di quei momenti in cui si scrive la storia. Lo dico senza enfasi. E sarebbe, davvero, un peccato perdere questa opportunità per tatticismi o calcoli politici, condannando la giustizia ad altri decenni di agonia.
L’asprezza dei toni della discussione a cui si è arrivati e le tante posizioni aprioristiche, da un lato e dall’altro, dimostrano che, ormai, il punto focale è, purtroppo, diventato un altro.
Non più la riforma sacrosanta di una giustizia agonizzante, ma un pro o contro il governo. E questo è davvero un peccato mortale. Si tratta di un errore che il nostro Paese potrebbe pagare per i prossimi decenni.
Un sistema giudiziario come il nostro non offre garanzie agli investitori, soprattutto stranieri. Mina la stabilità e condiziona in negativo l’economia e lo sviluppo. Oltre alle più comuni e non meno gravi storture nei casi di tutti i giorni. E questo è un dato incontrovertibile ed uniformemente accettato anche dai detrattori della riforma.
Il dibattito anche acceso, dopo un iniziale muro contro muro di natura eminentemente ideologica, ha fatto venir fuori poche criticità legate, soprattutto, ad una sfiducia verso le cosiddette leggi e i decreti di attuazione. Sintetizzando, il punto è questo: poiché l’attuazione dei principi costituzionali sarà fatto dalla attuale maggioranza, c’è il pericolo che possa farla a proprio uso e consumo per provare a condizionare la magistratura.
Per il resto, pure con i dovuti distinguo, non mi sembra che le obiezioni sull’impianto normativo siano insuperabili. Anche chi oggi critica aspramente, almeno una volta nel recente passato ha sostenuto l’ineludibilita’ di una riforma, la necessità della separazione delle carriere e finanche quella del sorteggio per i membri del Csm, soprattutto dopo i fatti dell’hotel Champagne. E, forse, siamo ancora in tempo per un richiamo ad un atto di responsabilità da parte di tutte le forze politiche in campo, affinché non vada persa questa straordinaria occasione. Non solo stemperando i toni, ma provando a tracciare residui percorsi unitari nel processo di attuazione della riforma.
La discussione si sta concentrando, con posizioni diverse, sul metodo di composizione dell’elenco, da cui saranno estratti a sorte i componenti laici del Consiglio Superiore della Magistratura e dell’Alta Corte di Disciplina. Al netto di una quota di magistrati, che tende naturalmente a difendere le proprie prerogative (cosa purtroppo che ci sta, ricordando a me stesso lo sciopero dell’Associazione nazionale magistrati nel dicembre del 1991 contro il disegno di legge di Giovanni Falcone che istituiva la procura nazionale antimafia), i principali detrattori della riforma insistono, dicendo che sarà il modo con cui la politica controllerà i magistrati.
Ho già più volte ribadito, anche su questo giornale, come le quote riservate ai magistrati (2/3 nei Csm e 3/5 nell’Alta Corte) siano già esse sole una garanzia, ma forse sarebbe più rassicurante per tutti qualche impegno ulteriore anche sul prosieguo del processo riformatore.
Come avviene oggi, infatti, il sistema elettorale (con la riforma sarà di designazione) dei componenti dei tre organi (i due Csm e l’Alta Corte) sarà stabilito da una legge (oggi è la n. 195/1958, che andrà evidentemente modificata).
È auspicabile che si possano, già oggi, individuare quali criteri saranno seguiti per formare il famoso elenco da cui saranno estratti i componenti laici. Ritengo che naturalmente ci sarà un metodo che assicuri la rappresentatività parlamentare, proprio come accade oggi. Un criterio diverso rischierebbe, infatti, almeno, di avere censure pesanti da parte del Presidente della Repubblica. Ma, un impegno in tal senso da parte della attuale maggioranza forse servirebbe a rasserenare gli animi e sicuramente a smascherare anche qualche polemica, chiaramente strumentale e stucchevole, che non fa bene al Paese.
Sarebbe utile, ad esempio, sapere che si sta ragionando e lo si farà con tutte le forze politiche e gli attori istituzionali interessati, su un elenco formato da 100 (o più) professori universitari in materie giuridiche ed avvocati con anni di esperienza; che in questo elenco saranno inseriti nomi di alto profilo, indicati da tutte le forze parlamentari (come accade oggi nell’elezione diretta dei membri del Csm) secondo il principio della rappresentanza popolare. Il livello della discussione potrebbe tornare a quello che si confà ad una riforma costituzionale di tale importanza.
Potremmo discutere nei prossimi giorni se aveva ragione o meno l’Assemblea costituente a ritenere fondamentale, per rispettare l’equilibrio dei poteri, la presenza dei laici nel Csm e se oggi è ancora così. Questo è, infatti, l’unico motivo, forse poco noto o volutamente ignorato dai più critici, per cui l’elenco deve essere formato dai rappresentanti del popolo e non può esserci un sorteggio cosiddetto puro. Si potrebbe ragionare se anche per i magistrati da estrarre a sorte sia più utile individuare dei criteri discretivi, ad esempio, legati all’anzianità ed alle capacità specifiche (basate su documentate conoscenze ed esperienze ordinamentali).
Queste sarebbero le discussioni utili al sistema giustizia ed al Paese che darebbero al cittadino concreti ed alti elementi di valutazione, affinché si possa esprimere liberamente e consapevolmente il proprio voto. Immaginare, invece, che il dibattito continui a fondarsi su paure indotte e suggestioni offre una immagine sconfortante e squalifica il livello di una riforma fondamentale per lo sviluppo del nostro Paese.
Siamo di fronte alla storia ed al futuro dei nostri figli e non possiamo fallire.