
«Deténganse. Conviértanse». «Fermatevi. Convertitevi». Il Papa, da Plaza del Cristo de La Laguna, a Tenerife, ieri ha tuonato in spagnolo contro i trafficanti di esseri umani, usando le stesse parole che Giovanni Paolo II, nel 1993, ad Agrigento, rivolse ai mafiosi nel periodo delle stragi: «Convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio». «Per ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni corpo sottomesso, ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato», Leone XIV ha ricordato a «coloro che organizzano percorsi di morte», «dovrete comparire davanti alla giustizia divina. Spezzate quelle catene e liberate coloro che tenete sotto il vostro dominio. Restituite ciò che avete sottratto e riparate quanto potete. Ritornate finché c’è ancora tempo, perché la misericordia di Dio può raggiungere anche il peccatore più incallito, ma entra solo attraverso la porta stretta della verità, della giustizia e della conversione».
La potenza del messaggio del pontefice, stavolta, non potrà essere nascosta dai resoconti lacunosi della stampa. Nemmeno da Avvenire, che ieri, del discorso di Leone a Gran Canaria, ha seppellito i passaggi dedicati al «diritto di non dover migrare», su cui Robert Francis Prevost aveva già arringato il Parlamento iberico, alla presenza di Pedro Sánchez. Di più: il quotidiano della Cei ha accostato la sacrosanta difesa della dignità delle persone all’entrata in vigore del Patto Ue sulle migrazioni: «Per chi arriva è ancora più dura», si è rammaricato.
Il fatto è che la posizione del vicario di Cristo non è più quella della ciurma di Luca Casarini. Lo dimostra l’equilibrio del ragionamento di ieri a San Cristóbal de La Laguna. Leone non si è limitato a puntare il dito contro le coscienze sporche degli occidentali, ma ha esortato gli stessi immigrati ad assumersi le proprie responsabilità nei confronti di chi offre loro aiuto. «A voi, cari fratelli migranti», ha detto Prevost, «spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni». Dove si firma, per avere immigrati così? «Integrare è un cammino reciproco», ha spiegato il pontefice. Che ci ha tenuto a insistere su un doppio movimento: «Chi arriva impara ad abitare una terra nuova, e chi accoglie impara ad allargare la propria casa senza diluire la propria identità né chiudere il cuore all’incontro». Ecco: aperti sì, spersonalizzati mai.
È per questo che, «ai cattolici», Leone ha voluto «chiedere ancora una cosa: che l’integrazione non si riduca a un compito sociale, per quanto necessario. Chi arriva nelle nostre parrocchie ha bisogno di pane, di un tetto, di una lingua, di lavoro e di protezione; e deve anche trovare una comunità capace di offrire, con la testimonianza della vita e della parola, percorso di per conoscere Gesù Cristo, rispettando sempre la coscienza e la libertà di ogni persona». Altro che gli oratori in cui si prega Allah. La Chiesa, ha segnalato in questo modo il pontefice, non è uguale alle Ong: non si occupa solamente di assistere, perché «non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt4,4). E quella di ridurci a un fascio di bisogni materiali è una tentazione che viene direttamente dal demonio, al quale, nel deserto, Cristo rammenta appunto che ognuno di noi è chiamato a un’altra grandezza.
«Evangelizzare», ha continuato Prevost, «significa condividere con rispetto e umiltà il tesoro che sostiene la nostra azione e la nostra speranza. Una Chiesa che accoglie è anche una Chiesa che annuncia, offrendo Cristo senza imporlo e che, allo stesso tempo, riceve il Vangelo dalle mani dei poveri».
Non ci si può aspettare che un pontefice proponga di erigere barriere, remigrare gli stranieri, o rastrellarli per strada come fa l’Ice in America; nondimeno, Leone sta imprimendo una significativa correzione di rotta, dopo gli anni di sbraco in cui le parrocchie sono state persino addobbate a dormitori e mense, dinanzi all’altare e al cospetto del Santissimo Sacramento.
Dopodiché, gli obblighi morali e spirituali in capo alle società opulente rimangono: «Una coscienza umana, e ancor più una coscienza cristiana», ha sottolineato il Papa statunitense, «non può rimanere indifferente di fronte alle vittime dei naufragi e alla mancanza di soccorso, di fronte ai cimiteri del mare». Ci mancherebbe. È pure per evitare altre tragedie che si invoca una regolamentazione del fenomeno, prediligendo, come ha chiesto lo stesso vicario di Cristo, percorsi legali. Magari, funzionali alle esigenze del mercato del lavoro dei Paesi d’approdo, purché non si alimenti un meccanismo di concorrenza al ribasso sui salari, che finisce per penalizzare i meno abbienti. «L’amore di Dio non conosce confini, non fa distinzioni. Tutti, in qualche modo, siamo migranti», ha aggiunto Leone, con l’immagine forse più agostiniana del suo viaggio in Spagna: «Tutti siamo pellegrini in cammino verso la patria celeste». Di qui, il ringraziamento alle autorità iberiche per l’assistenza garantita ai bisognosi; ma pure l’invito ai migranti a donare «il tesoro di umanità, di sogni e di cultura che portano con sé». «La grazia più grande», ha osservato Prevost nell’omelia della messa celebrata al porto di Santa Cruz, «è che ci lasciamo evangelizzare da chi soccorriamo». È un po’ diverso dal farci sopra quattrini.






