Più burocrazia, moltiplicata per 27: Ursula bluffa pure sulle startup

Annotate questa sigla: «Eu Inc.», si tratta della nuova forma societaria concepita dai burocrati di Bruxelles per consentire ai nostri giovani innovatori di non dover fare il giro di 27 Stati membri per costituire e registrare una società. Sfruttando così in pieno la scala dimensionale del mercato unico, senza essere ostacolati dalla barriera di 27 ordinamenti giuridici diversi in materia di costituzione, funzionamento e liquidazione di una società.
Ebbene, vi sveliamo subito il finale del film: non è così. La chimera del «28° regime» è rimasta tale. Infatti, la proposta di regolamento presentata dieci giorni fa dalla Commissione è una pallottola spuntata perché, è vero, introduce delle regole armonizzate per la costituzione e la liquidazione di questa nuova forma societaria, che però deve necessariamente registrarsi e costituirsi in uno Stato membro e seguirne le specifiche regole, in particolare in materia fiscale e di diritto del lavoro. D’altronde non ci si poteva inventare una nuova disciplina societaria dalla sera alla mattina e quindi ci si è limitati a un’operazione di piccolo cabotaggio e, come al solito, roboante eco mediatica. Quando si è dissolto il fumo negli occhi gettato da Ursula von der Leyen in occasione della presentazione della proposta, è emerso che disporre di regole armonizzate e uniformi a livello Ue per le stock option ai dipendenti e per la gestione della crisi d’impresa è ben poca cosa rispetto all’obiettivo di liberare dalle catene della burocrazia chi vuole fondare una startup innovativa. Più che un 28° regime, si tratta di una nuova forma societaria che si affianca a quelle preesistenti in ciascuno Stato membro, con alcune specifiche caratteristiche uniformi a livello Ue.
Con la beffa dell’aggravio burocratico di dover redigere l’atto costitutivo in doppia lingua: quella dello Stato dove ci si registra e in inglese. Inoltre, non ci sarà nessun tribunale specificamente dedicato alla Eu Inc. ma, forse, delle sezioni speciali all’interno dei tribunali nazionali. Che ovviamente giudicheranno attingendo abbondantemente al diritto commerciale nazionale, con l’esito finale di poter avere valutazioni difformi sulla stessa fattispecie, da Paese a Paese.
Come ha prontamente affermato l’associazione di categoria «Allied for startups»: «sulla carta sembra europeo, ma in pratica potrebbe sembrare nazionale». Insomma l’elefante ha partorito il classico topolino, forse anche meno. Il fatto che un commentatore notoriamente eurofilo come Martin Sandbu sul Financial Times abbia espresso tutta la sua delusione («EU Inc. rappresenta un’occasione persa per le startup») la dice lunga sulla modestia della proposta della Von der Leyen.
Che ha anche puntato molto sul profilo della velocità e della flessibilità nella fase costitutiva: entro 48 ore, con costi molto bassi e senza requisiti di capitale minimo. Ora, vorremmo rivelare alla Von der Leyen quello che forse per lei è un segreto, ma non lo è per qualche decina di migliaia di notai, avvocati e commercialisti italiani: in Italia ormai da alcuni anni è possibile costituire in forma completamente digitale e telematica una società a responsabilità limitata ordinaria o semplificata (quest’ultima senza obbligo di capitale minimo), utilizzando un’apposita piattaforma del Consiglio nazionale del notariato e potendo anche utilizzare uno statuto standard. Successivamente, con un unico software, si eseguono le formalità presso il Registro delle Imprese, Inps, Inail e Agenzia delle Entrate. E in 48/72 ore la società può operare. La Von der Leyen ha voluto spacciare per una novità una procedura ormai ben radicata da noi.
Forse farebbe bene a riflettere che sul fatto che per un giovane innovatore i problemi non sono costituiti dalle formalità societarie ma dall’indisponibilità di capitale di rischio, con le banche che ormai hanno rinunciato a fare il proprio mestiere, oberate dalla iper-regolamentazione generata da Bruxelles e Francoforte, che non si ferma all’ambito finanziario, ma investe tutti i campi d’attività di un’azienda. Se questi sono i vincoli dal lato dell’offerta, le cose non cambiano dal lato della domanda. Quale mercato dovrebbero aggredire le startup? Quello in cui gli investimenti e i consumi pubblici sono sistematicamente compressi in ossequio al rigore di bilancio? O quello fondato sulla concorrenza salariale, dove i consumi privati soffrono perché i salari reali hanno subito un duro colpo con l’inflazione del 2022-2023 e tuttora faticano a recuperarlo?
A Bruxelles forse vivono in un mondo dei sogni. Per fortuna a ricondurli alla realtà, da qualche settimana c’è l’attivismo degli Stati membri più importanti (Italia, Francia, Germania, Spagna, Polonia e Olanda), i cui ministri dell’Economia e delle Finanze hanno scritto un dettagliato documento - esaminato anche nell’Eurogruppo di venerdì - per dettare la linea alla Commissione in materia di unione dei risparmi e degli investimenti. A prescindere dal merito delle proposte, nel metodo si tratta di un esautoramento della Commissione che, non lo dimentichiamo, detiene il potere di proposta legislativa. Invece i sei Paesi hanno fissato cinque pilastri per disegnare il perimetro entro cui procedere. L’integrazione del mercato dei capitali deve andare di pari passo con la semplificazione, quindi subito parola al Consiglio che entro l’estate definirà l’impostazione generale alla riforma, evitando che la Commissione parta per la tangente. Priorità all’accesso delle società al mercato azionario e obbligazionario, spinta verso le cartolarizzazioni che libererebbero spazio nei bilanci bancari e, a confermare la modestia della recente proposta della Commissione, un vero «28° regime». Che ovviamente nulla potrà di fronte ai limiti strutturali dell’economia europea.






