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2025-02-18
Ufficiale: la Ue non c’è più
Ursula von der Leyen ed Emmanuel Macron (Getty Images)
Scandalo nelle redazioni patinate: Donald Trump e J.D. Vance, apparentemente in combutta con Vladimir Putin, starebbero lavorando per sgretolare l’Europa. Come se l’Europa non si sgretolasse da sé. Per caso ieri, a Parigi, c’era l’Europa unita? No: Emmanuel Macron ha convocato una manciata di Paesi che evidentemente, dentro l’Ue, contano di più, insieme al Regno Unito, che dell’Ue non fa più parte. E nonostante il formato ridotto, le potenze del Vecchio continente non sono state capaci di accordarsi sull’unico elemento che potrebbero mettere sul tavolo delle trattative: l’invio di contingenti in Ucraina. L’Europa sbraita, pretende un posto ai negoziati di Riad, però non sa cosa offrire.
Poniamo, comunque, che le vedove della guerra abbiano ragione. Poniamo che - l’ha scritto ieri Stefano Stefanini sulla Stampa - i nostri nemici siano diventati due: Mosca e Washington. Poniamo che gli Stati Uniti di Trump stiano caldeggiando il tracollo di Bruxelles. E allora? Ci dovremmo preoccupare? Quale vantaggio abbiamo tratto dall’Ue? Quale potremmo trarne, invece, da un ritorno alle logiche bilaterali, alla (relativa) autonomia economica e politica delle nazioni?
L’europeismo è precipitato nella trappola del controfattuale. Ci spiegano che, senza l’Unione, saremmo irrilevanti. Certo, non sappiamo cosa accadrebbe se l’Ue crollasse. Sappiamo che, quando ne è uscita, Londra non è stata distrutta dalle cavallette. E soprattutto sappiamo cosa sta accadendo mentre l’Ue rimane in piedi, a fatica: il punto è che siamo già irrilevanti.
Potremmo sorvolare sulla schizofrenia dei nostri leader: prima escludevano il dialogo con lo zar; ora si strappano i capelli pur di essere inclusi nei colloqui Trump-Putin. Il dettaglio più imbarazzante, però, è che l’Europa ci ha già provato a parlare con il presidente russo. Lo ha fatto lo stesso Macron, lo ha fatto Olaf Scholz. Risultati? Nessuno.
Quindi? Dovremmo vestirci a lutto, se questo carrozzone chiudesse i battenti? All’Ue è mancata qualunque profondità strategica. Adesso che alla Casa Bianca abita un puzzone, l’élite europea rivendica un’indipendenza velleitaria. Ma fino ad oggi, ha seguito per filo e per segno le deleterie istruzioni di Joe Biden, rasentando lo scontro con un Paese dotato di arsenale nucleare, condannandosi alla deindustrializzazione e aggravando, con la crisi energetica, quelle fratture sociali che rendono conto del successo dei sovranisti.
Si straparla di investimenti nella Difesa. Ma manca un accordo: Germania e Olanda non vogliono il debito comune, la Spagna evoca il Mes militare. Nessuno chiarisce chi dovrebbe definire la politica estera unica, di cui la forza militare è una proiezione, né chi guiderebbe quei battaglioni. Il sospetto è che l’«unità europea», che si è sbriciolata di nuovo, fosse la foglia di fico per nascondere il tentativo di Macron di piegare l’Europa ai propri interessi particolari. Non sarebbe stata la prima volta: quell’Unione che doveva portare all’integrazione, cancellando per sempre l’ignominia delle guerre autodistruttive, non ha fatto che trasferire sul piano finanziario la logica della predazione e della sopraffazione reciproca.
I trattati, i vincoli di bilancio, la moneta: tutte leve adoperate dalla Germania per ricostruire un’egemonia che poteva essere definita «riluttante» soltanto perché, a Berlino, mancavano la volontà e il coraggio di diventare un autentico attore geopolitico, anche con l’impiego della Bundeswehr. Peccato che il meccanismo, alla lunga, si sia ritorto pure contro chi lo aveva sfruttato.
Che fine ha fatto la libertà di movimento? I confini colabrodo e la maliziosa inazione nel Mediterraneo hanno provocato un disastro migratorio e il panico da attentati. Che fine ha fatto la prosperità? Ieri, Maurizio Landini ha avuto l’ardire di sostenere che l’Europa «ha rappresentato un modello in cui la mediazione tra il capitale e il lavoro ha prodotto la sanità pubblica e le pensioni». Sarebbe pericoloso ricordargli chi completò la previdenza sociale in Italia; ma il segretario della Cgil potrebbe almeno saggiare l’effetto dell’euro e dei vincoli di bilancio sul welfare e sui salari. Per quale motivo i governi, da Mario Monti in poi, la sanità l’hanno depauperata? Chi impose il «rigore»? Il debito che sarebbe legittimo per le armi non si poteva fare per gli ospedali?
Infine, che ne è stato dei famosi «70 anni di pace»? L’Europa - già inerme nei Balcani, quindi compartecipe della lotta contro la Serbia, dove subì storici smacchi - non ha potuto, saputo, voluto evitare la guerra in Ucraina; poi ha alimentato l’escalation; oggi rosica al pensiero che, sull’armistizio, metta il cappello Trump. Può darsi che in assenza dell’Ue le cose vadano male; di sicuro, con l’Ue sono andate malissimo.
Bruxelles è stata lo strumento per perpetrare il dominio del più forte sul più debole. Per il resto, ci ha oppresso con regolamenti e apparati burocratici. Le resterebbe il progetto di riconversione industriale, per renderci militarmente autosufficienti. Ironia della sorte, l’ultima chance di fare qualcosa di europeo la dà il disimpegno di The Donald. Ma oltre agli ostacoli politici, ci sono limiti tecnici: il mondo corre, noi impiegheremmo anni; e non abbiamo energia a costi ragionevoli.
Nel suo memorabile discorso di Monaco, Vance ha randellato gli psicotici delle ingerenze russe: «Se la vostra democrazia può essere distrutta con poche centinaia di migliaia di dollari di pubblicità digitale da un Paese straniero», ha chiosato, «allora non era molto forte già in partenza». Aveva ragione: questa Unione sta mandando in malora la democrazia liberale, preziosa conquista ottenuta grazie a una cruenta vittoria sul nazifascismo. Ieri, Enrico Letta ha esortato l’Europa a scegliere «tra la sopravvivenza e il declino». Beh, torna alla mente Corrado Guzzanti: la seconda che hai detto…
Ma il «serve più Europa» non finirà
«Oggi c’è bisogno di più Europa. Bisogna favorire la crescita di nuove imprese competitive a livello internazionale, ma anche diffondere imprenditorialità in tutto il sistema, a cominciare dalle istituzioni pubbliche e dai servizi pubblici».
«L’Europa non è un’opzione, ma una scelta obbligata, senza alternative. [...] All’Europa servirebbero meno regole e più efficaci. Aumentare l’integrazione è una priorità anche per le imprese».
Tra la prima e la seconda frase passano quarant’anni e 564,2 milioni di euro, eppure sono espressione di una retorica e di un pensiero evidentemente simili: la prima (1985) è di Carlo De Benedetti, la seconda (l’altro ieri) di Marina Berlusconi. L’ossessione del «Ci vuole più Europa» è una delle grandi aporie del dibattito sul senso e le finalità dell’Unione europea: meno una cosa funziona, più ce n’è bisogno perché evidentemente finora non si è fatto abbastanza sul serio. Il dogma non finirà neppure adesso, mentre Parigi e Riad, Macron e Trump, mostrano a loro modo che l’Europa - come si è provato a pensare, come entità politica e geopolitica - non esiste. Anche perché c’è il secondo dogma, quello in base al quale - parola di Jean Monnet - «L’Europa si è forgiata nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi».
Blindate tra questi due assiomi e rese così impermeabile al principio di non contraddizione, le istituzioni comunitarie hanno potuto pensarsi indenni da tutto: disastri finanziari, industriali, sociali, politici, giuridici, trovando le motivazioni nell’eterno ritorno del «ci vuole più Europa». «Ci sono aree dove si lamenta un troppo di Europa. Ma dove c’è bisogno di più Europa dobbiamo invece accettare fino in fondo il metodo comunitario. Questo è vero in particolare per la sicurezza esterna e interna dei cittadini dell’Unione, per la difesa e per l’esercizio di un ruolo dell’Europa nel mondo». Così Giuliano Amato, era il 2001 ma potrebbe tranquillamente essere ieri. «C’è bisogno di più Europa, non di meno Europa. Di una grande risposta politica che guarda al futuro»: così Romano Prodi nel 2002, ma potrebbe essere domani. «Abbiamo bisogno di più Europa perché l’Europa ci ha aiutato a fare quello che da soli non avremmo mai fatto». Enrico Letta, 2011 ma potrebbe essere 2021 o qualunque altro anno.
Un pensiero così corazzato contro la realtà non può arrestarsi sulle macerie ucraine né sotto i colpi di Donald Trump. E infatti il «ci vuole più Europa» (col solito, colpevole vizio di confondere «Europa» e «Unione europea») risuona potente anche mentre, per dimostrare che l’Europa è unita, alcuni leader - selezionati non si sa bene da chi - si riuniscono a Parigi dal meno politicamente legittimato di loro per dimostrare di non essere letteralmente d’accordo su nulla (non le truppe a Kiev: figuriamoci, con la Germania in piena campagna elettorale; non il debito comune, con l’Olanda contraria per conto di Berlino; non i rapporti con gli Usa, dove sotto i proclami ciascuno ambisce a un negoziato ad hoc sui dazi).
Se dunque l’Europa si forgia nelle crisi e se - comunque - ce ne vuole di più, ecco che la crisi ucraina si adatta al rilancio del grande «sogno» dei padri fondatori, come il Covid e come l’insorgere dei «populismi». Secondo tre direttrici che saranno percorse.
La prima, tutto sommato sottesa al bizzarro vertice di Parigi, è il superamento dell’unanimità. Avanti con chi ci sta, basta coi veti, è il facile ritornello cantato da Sergio Mattarella, Romano Prodi e Mario Draghi. Se fosse applicato, oggi per domani, tutto, dall’invio di truppe al Patto di stabilità, da nuove regole sui migranti a regole bancarie, potrebbe essere imposto azzerando la voce in capitolo di qualunque singolo parlamento nazionale, dunque di qualunque popolo europeo.
La seconda: il celebre debito comune «per la Difesa», scorporato - come chiede il governo italiano - dal Patto di stabilità. Qualunque varco consenta investimenti e ripresa di domanda interna va ovviamente aperto, ma «debito comune» vuol dire debito che non decidiamo noi come spendere, come sta rivelando mese dopo mese il Pnrr che andrà remunerato. E infatti la partita del «più Europa» si giocherà sul rinnovo del bilancio futuro, che già tutta la Commissione sogna più gonfio a danno diretto degli Stati, chiamati a versare più «risorse proprie» (cioè tasse) alle casse dell’Unione. Altro tema di inevitabile divergenza politica tra elettorati nazionali e direzione politico-economica dell’Ue.
La terza è quella su cui si arena la costruzione comunitaria da 70 anni o giù di lì: l’esercito comune. Qualora, pur con entità militarmente ridicole, passasse - magari in combinato disposto col primo punto - il concetto di forze dislocabili a comando dell’Ue, di certo non potrebbero contenere la Russia, ma si sarebbe sancito il principio per cui uomini con la divisa di un Paese potrebbero essere schierati contro la volontà dei rappresentanti eletti del Paese stesso.
Si avvicina il momento in cui «ci vuole più Europa» fa rima con il «serve meno democrazia».
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Il vertice di Parigi per reagire alla «pace di Trump» sull’Ucraina è un fallimento. La rappresentazione plastica dell’irrilevanza politica dell’Unione a 27. Che cela però un’insidia da sventare: l’idea di aggirare il voto unanime in nome di una Difesa comune.Su esercito e bilancio la retorica delle «crisi necessarie» cara a Jean Monnet continuerà. Prossimo obiettivo: il pericoloso superamento del voto all’unanimità.Lo speciale contiene due articoli.Scandalo nelle redazioni patinate: Donald Trump e J.D. Vance, apparentemente in combutta con Vladimir Putin, starebbero lavorando per sgretolare l’Europa. Come se l’Europa non si sgretolasse da sé. Per caso ieri, a Parigi, c’era l’Europa unita? No: Emmanuel Macron ha convocato una manciata di Paesi che evidentemente, dentro l’Ue, contano di più, insieme al Regno Unito, che dell’Ue non fa più parte. E nonostante il formato ridotto, le potenze del Vecchio continente non sono state capaci di accordarsi sull’unico elemento che potrebbero mettere sul tavolo delle trattative: l’invio di contingenti in Ucraina. L’Europa sbraita, pretende un posto ai negoziati di Riad, però non sa cosa offrire.Poniamo, comunque, che le vedove della guerra abbiano ragione. Poniamo che - l’ha scritto ieri Stefano Stefanini sulla Stampa - i nostri nemici siano diventati due: Mosca e Washington. Poniamo che gli Stati Uniti di Trump stiano caldeggiando il tracollo di Bruxelles. E allora? Ci dovremmo preoccupare? Quale vantaggio abbiamo tratto dall’Ue? Quale potremmo trarne, invece, da un ritorno alle logiche bilaterali, alla (relativa) autonomia economica e politica delle nazioni? L’europeismo è precipitato nella trappola del controfattuale. Ci spiegano che, senza l’Unione, saremmo irrilevanti. Certo, non sappiamo cosa accadrebbe se l’Ue crollasse. Sappiamo che, quando ne è uscita, Londra non è stata distrutta dalle cavallette. E soprattutto sappiamo cosa sta accadendo mentre l’Ue rimane in piedi, a fatica: il punto è che siamo già irrilevanti.Potremmo sorvolare sulla schizofrenia dei nostri leader: prima escludevano il dialogo con lo zar; ora si strappano i capelli pur di essere inclusi nei colloqui Trump-Putin. Il dettaglio più imbarazzante, però, è che l’Europa ci ha già provato a parlare con il presidente russo. Lo ha fatto lo stesso Macron, lo ha fatto Olaf Scholz. Risultati? Nessuno. Quindi? Dovremmo vestirci a lutto, se questo carrozzone chiudesse i battenti? All’Ue è mancata qualunque profondità strategica. Adesso che alla Casa Bianca abita un puzzone, l’élite europea rivendica un’indipendenza velleitaria. Ma fino ad oggi, ha seguito per filo e per segno le deleterie istruzioni di Joe Biden, rasentando lo scontro con un Paese dotato di arsenale nucleare, condannandosi alla deindustrializzazione e aggravando, con la crisi energetica, quelle fratture sociali che rendono conto del successo dei sovranisti. Si straparla di investimenti nella Difesa. Ma manca un accordo: Germania e Olanda non vogliono il debito comune, la Spagna evoca il Mes militare. Nessuno chiarisce chi dovrebbe definire la politica estera unica, di cui la forza militare è una proiezione, né chi guiderebbe quei battaglioni. Il sospetto è che l’«unità europea», che si è sbriciolata di nuovo, fosse la foglia di fico per nascondere il tentativo di Macron di piegare l’Europa ai propri interessi particolari. Non sarebbe stata la prima volta: quell’Unione che doveva portare all’integrazione, cancellando per sempre l’ignominia delle guerre autodistruttive, non ha fatto che trasferire sul piano finanziario la logica della predazione e della sopraffazione reciproca. I trattati, i vincoli di bilancio, la moneta: tutte leve adoperate dalla Germania per ricostruire un’egemonia che poteva essere definita «riluttante» soltanto perché, a Berlino, mancavano la volontà e il coraggio di diventare un autentico attore geopolitico, anche con l’impiego della Bundeswehr. Peccato che il meccanismo, alla lunga, si sia ritorto pure contro chi lo aveva sfruttato. Che fine ha fatto la libertà di movimento? I confini colabrodo e la maliziosa inazione nel Mediterraneo hanno provocato un disastro migratorio e il panico da attentati. Che fine ha fatto la prosperità? Ieri, Maurizio Landini ha avuto l’ardire di sostenere che l’Europa «ha rappresentato un modello in cui la mediazione tra il capitale e il lavoro ha prodotto la sanità pubblica e le pensioni». Sarebbe pericoloso ricordargli chi completò la previdenza sociale in Italia; ma il segretario della Cgil potrebbe almeno saggiare l’effetto dell’euro e dei vincoli di bilancio sul welfare e sui salari. Per quale motivo i governi, da Mario Monti in poi, la sanità l’hanno depauperata? Chi impose il «rigore»? Il debito che sarebbe legittimo per le armi non si poteva fare per gli ospedali? Infine, che ne è stato dei famosi «70 anni di pace»? L’Europa - già inerme nei Balcani, quindi compartecipe della lotta contro la Serbia, dove subì storici smacchi - non ha potuto, saputo, voluto evitare la guerra in Ucraina; poi ha alimentato l’escalation; oggi rosica al pensiero che, sull’armistizio, metta il cappello Trump. Può darsi che in assenza dell’Ue le cose vadano male; di sicuro, con l’Ue sono andate malissimo. Bruxelles è stata lo strumento per perpetrare il dominio del più forte sul più debole. Per il resto, ci ha oppresso con regolamenti e apparati burocratici. Le resterebbe il progetto di riconversione industriale, per renderci militarmente autosufficienti. Ironia della sorte, l’ultima chance di fare qualcosa di europeo la dà il disimpegno di The Donald. Ma oltre agli ostacoli politici, ci sono limiti tecnici: il mondo corre, noi impiegheremmo anni; e non abbiamo energia a costi ragionevoli. Nel suo memorabile discorso di Monaco, Vance ha randellato gli psicotici delle ingerenze russe: «Se la vostra democrazia può essere distrutta con poche centinaia di migliaia di dollari di pubblicità digitale da un Paese straniero», ha chiosato, «allora non era molto forte già in partenza». Aveva ragione: questa Unione sta mandando in malora la democrazia liberale, preziosa conquista ottenuta grazie a una cruenta vittoria sul nazifascismo. Ieri, Enrico Letta ha esortato l’Europa a scegliere «tra la sopravvivenza e il declino». Beh, torna alla mente Corrado Guzzanti: la seconda che hai detto…<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ufficiale-ue-non-ce-piu-2671170060.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-il-serve-piu-europa-non-finira" data-post-id="2671170060" data-published-at="1739840151" data-use-pagination="False"> Ma il «serve più Europa» non finirà «Oggi c’è bisogno di più Europa. Bisogna favorire la crescita di nuove imprese competitive a livello internazionale, ma anche diffondere imprenditorialità in tutto il sistema, a cominciare dalle istituzioni pubbliche e dai servizi pubblici». «L’Europa non è un’opzione, ma una scelta obbligata, senza alternative. [...] All’Europa servirebbero meno regole e più efficaci. Aumentare l’integrazione è una priorità anche per le imprese». Tra la prima e la seconda frase passano quarant’anni e 564,2 milioni di euro, eppure sono espressione di una retorica e di un pensiero evidentemente simili: la prima (1985) è di Carlo De Benedetti, la seconda (l’altro ieri) di Marina Berlusconi. L’ossessione del «Ci vuole più Europa» è una delle grandi aporie del dibattito sul senso e le finalità dell’Unione europea: meno una cosa funziona, più ce n’è bisogno perché evidentemente finora non si è fatto abbastanza sul serio. Il dogma non finirà neppure adesso, mentre Parigi e Riad, Macron e Trump, mostrano a loro modo che l’Europa - come si è provato a pensare, come entità politica e geopolitica - non esiste. Anche perché c’è il secondo dogma, quello in base al quale - parola di Jean Monnet - «L’Europa si è forgiata nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi». Blindate tra questi due assiomi e rese così impermeabile al principio di non contraddizione, le istituzioni comunitarie hanno potuto pensarsi indenni da tutto: disastri finanziari, industriali, sociali, politici, giuridici, trovando le motivazioni nell’eterno ritorno del «ci vuole più Europa». «Ci sono aree dove si lamenta un troppo di Europa. Ma dove c’è bisogno di più Europa dobbiamo invece accettare fino in fondo il metodo comunitario. Questo è vero in particolare per la sicurezza esterna e interna dei cittadini dell’Unione, per la difesa e per l’esercizio di un ruolo dell’Europa nel mondo». Così Giuliano Amato, era il 2001 ma potrebbe tranquillamente essere ieri. «C’è bisogno di più Europa, non di meno Europa. Di una grande risposta politica che guarda al futuro»: così Romano Prodi nel 2002, ma potrebbe essere domani. «Abbiamo bisogno di più Europa perché l’Europa ci ha aiutato a fare quello che da soli non avremmo mai fatto». Enrico Letta, 2011 ma potrebbe essere 2021 o qualunque altro anno. Un pensiero così corazzato contro la realtà non può arrestarsi sulle macerie ucraine né sotto i colpi di Donald Trump. E infatti il «ci vuole più Europa» (col solito, colpevole vizio di confondere «Europa» e «Unione europea») risuona potente anche mentre, per dimostrare che l’Europa è unita, alcuni leader - selezionati non si sa bene da chi - si riuniscono a Parigi dal meno politicamente legittimato di loro per dimostrare di non essere letteralmente d’accordo su nulla (non le truppe a Kiev: figuriamoci, con la Germania in piena campagna elettorale; non il debito comune, con l’Olanda contraria per conto di Berlino; non i rapporti con gli Usa, dove sotto i proclami ciascuno ambisce a un negoziato ad hoc sui dazi). Se dunque l’Europa si forgia nelle crisi e se - comunque - ce ne vuole di più, ecco che la crisi ucraina si adatta al rilancio del grande «sogno» dei padri fondatori, come il Covid e come l’insorgere dei «populismi». Secondo tre direttrici che saranno percorse. La prima, tutto sommato sottesa al bizzarro vertice di Parigi, è il superamento dell’unanimità. Avanti con chi ci sta, basta coi veti, è il facile ritornello cantato da Sergio Mattarella, Romano Prodi e Mario Draghi. Se fosse applicato, oggi per domani, tutto, dall’invio di truppe al Patto di stabilità, da nuove regole sui migranti a regole bancarie, potrebbe essere imposto azzerando la voce in capitolo di qualunque singolo parlamento nazionale, dunque di qualunque popolo europeo. La seconda: il celebre debito comune «per la Difesa», scorporato - come chiede il governo italiano - dal Patto di stabilità. Qualunque varco consenta investimenti e ripresa di domanda interna va ovviamente aperto, ma «debito comune» vuol dire debito che non decidiamo noi come spendere, come sta rivelando mese dopo mese il Pnrr che andrà remunerato. E infatti la partita del «più Europa» si giocherà sul rinnovo del bilancio futuro, che già tutta la Commissione sogna più gonfio a danno diretto degli Stati, chiamati a versare più «risorse proprie» (cioè tasse) alle casse dell’Unione. Altro tema di inevitabile divergenza politica tra elettorati nazionali e direzione politico-economica dell’Ue. La terza è quella su cui si arena la costruzione comunitaria da 70 anni o giù di lì: l’esercito comune. Qualora, pur con entità militarmente ridicole, passasse - magari in combinato disposto col primo punto - il concetto di forze dislocabili a comando dell’Ue, di certo non potrebbero contenere la Russia, ma si sarebbe sancito il principio per cui uomini con la divisa di un Paese potrebbero essere schierati contro la volontà dei rappresentanti eletti del Paese stesso. Si avvicina il momento in cui «ci vuole più Europa» fa rima con il «serve meno democrazia».
Lo ha dichiarato Luca Palamara, ex magistrato e autore insieme ad Alessandro Sallusti del libro «Il Sistema. Potere, politica affari: storia segreta della magistratura italiana», da cui ha preso spunto la rappresentazione teatrale di Edoardo Sylos Labini «Oltre il Sistema», andata in scena nella forma di un’intervista-spettacolo al Centre Joli-Bois di Bruxelles.
L’indagine, condotta dalla Compagnia di Velletri e coordinata dalla Procura della Repubblica, ha fatto emergere una truffa milionaria il cui sistema si basava sulla pubblicazione, su siti e piattaforme online, di annunci relativi ad appartamenti per locazioni brevi e camere in bed e breakfast a Roma, in realtà inesistenti o non nella disponibilità degli inserzionisti. Le offerte erano rivolte in particolare a turisti, anche stranieri, intenzionati a soggiornare nella Capitale in vista del Giubileo.
Una volta effettuati i pagamenti tramite carta di credito, le somme confluivano sui conti correnti di una società creata appositamente per raccogliere i proventi della truffa. Da qui, il denaro veniva rapidamente trasferito, attraverso bonifici, a ulteriori società riconducibili al gruppo, alcune delle quali con sede anche all’estero.
Queste società, formalmente intestate a prestanome nullatenenti o con precedenti penali, venivano utilizzate come schermo per ostacolare l’identificazione dei reali beneficiari delle somme. In diversi casi, il trasferimento dei fondi veniva giustificato mediante l’emissione di fatture per operazioni inesistenti, così da attribuire una parvenza lecita ai flussi finanziari e rendere più complessa la ricostruzione dell’origine illecita del denaro.
Per questi motivi, oltre ai tre presunti promotori, indagati per truffa e riciclaggio, altre 16 persone sono indiziate di riciclaggio per aver posto in essere operazioni volte a nascondere l’origine illecita dei fondi e ostacolare la ricostruzione della tracciabilità da parte degli organi inquirenti. Nel corso delle attività investigative è stato disposto il sequestro preventivo di oltre 145.000 euro, rinvenuti sui conti della società destinataria dei versamenti.
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Elly Schlein (Ansa)
Il commento è arrivato dopo che il consiglio dei ministri aveva approvato le pre-intese con quattro Regioni - Liguria, Lombardia, Piemonte, Veneto - su quattro materie: tutela della salute-coordinamento della finanza pubblica (che lascerà ben oltre un miliardo nelle casse delle quattro regioni), protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa. Niente che porterà alla sedicente «secessione dei ricchi» o ad avere «cittadini di serie A e di serie B», che per altro già esistono senza l’autonomia. La battaglia contro il federalismo è puramente ideologica. La segretaria Pd non a caso era in prima fila contro la devoluzione di alcune materie ai governatori, come scritto nella Costituzione, a partire dalla raccolta firme per indire un referendum - bocciato dalla Consulta - contro la legge Calderoli. Solo perché il progetto autonomista è portato avanti dal centrodestra. Infatti, quando al governo c’erano altri, l’idea del Pd e di Elly era tutt’altra.
Il 28 aprile 2022, Stefano Bonaccini, all’epoca presidente della Regione Emilia-Romagna e adesso europarlamentare nonché presidente del Pd, fece un discorso in consiglio regionale dell’Emilia Romagna, che se avessimo sentito solo le parole senza sapere chi le pronunciava avremmo pensato che si trattasse di un leghista. Ecco alcuni passaggi del suo intervento in aula consiliare. «Ho chiesto esplicitamente un mandato agli elettori nel 2020, cioè la possibilità di vedere attuata la Costituzione per quanto dispone al terzo comma dell’articolo 116 e di veder quindi riconosciute alle nostre Regione ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia; un percorso che fu avviato, ricorderete, nella precedente legislatura e approdato ad una prima significativa tappa il 28 febbraio 2018 con la stipula dell’intesa preliminare con l’allora governo Gentiloni». Secondo Bonaccini, «la nostra richiesta si fondava invece su un progetto specifico, cesellato materia per materia, funzione per funzione, indicando obiettivi di miglioramento circostanziati».
In che modo? «Nella nostra proposta [...] si prospettava la possibilità, a parità di risorse, di poter ottenere maggiori economie attraverso l’efficienza e maggiore sviluppo attraverso la programmazione di politiche, investimenti, servizi di qualità. Queste differenze mi hanno sempre fatto dire che la nostra proposta, pur specifica e calibrata per il sistema territoriale dell’Emilia-Romagna, ha, però, il pregio di poter essere sostenibile, riproducibile e replicabile per le altre Regioni, e che farebbe bene anche al resto delle Regioni che non utilizzassero la riforma perché – mi si perdoni l’espressione – costringere lo Stato a programmare a determinati costi standard, fabbisogni standard, livelli essenziali delle prestazioni sarebbe, comunque, un passo avanti per l’Italia, non solo e non tanto per l’Emilia-Romagna in sé», sosteneva Bonaccini.
«Purtroppo, però, anche molte richieste ragionevoli hanno trovato un muro non solo in un certo conservatorismo politico, anche questo piuttosto trasversale in Parlamento, ma soprattutto da parte delle strutture ministeriali a mettersi in discussione, a farsi misurare, anche solo a discutere e distinguere le funzioni e i costi. Questo lo considero, naturalmente, un male», evidenziava l’attuale presidente dem. «Me l’avete sentito dire più volte: se qualcuno venisse da Roma in Emilia-Romagna a dire che la sanità regionale non deve essere più gestita in Emilia-Romagna, ma gestita direttamente dal centro, io credo troverebbe non la mia opposizione, che sarebbe naturale, credo anche la vostra, ma troverebbe l’opposizione, a mio parere, della stragrande maggioranza degli emiliani e dei romagnoli…».
E ancora: «Noi non chiediamo un euro in più di quello che già ci arriva. Anzi, ci dessero un euro in meno di quello che oggi arriva, a noi andrebbe bene ugualmente e firmo subito. Basta che ci lascino gestire alcune materie, la gestione di quelle risorse definite prima a livello anche di livelli essenziali, di prestazioni e fabbisogni standard e, soprattutto, che ci permettano, da un lato, di programmare e soprattutto di semplificare e sburocratizzare», sosteneva ancora Bonaccini.
Da notare che, come si legge dallo stenografico del 28 aprile 2022 e dunque non cento anni fa, alla seduta parteciparono oltre appunto al «sottosegretario alla Presidenza Davide Baruffi e al presidente della Giunta Stefano Bonaccini», appunto, anche «gli assessori Paolo Calvano, Vincenzo Colla, Andrea Corsini, Raffaele Donini, Barbara Lori, Paola Salomoni, Elena Schlein». Schlein proprio lei? Certo che sì, poiché l’attuale segretario del Pd era vicepresidente dell’Emilia-Romagna. All’epoca però nessuno definiva l’autonomia come lo spacca-Italia, anzi. Cos’è cambiato tre anni e mezzo dopo? Forse che il Pd non è più nella maggioranza politica che governa l’Italia?
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