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2025-02-18
Ufficiale: la Ue non c’è più
Ursula von der Leyen ed Emmanuel Macron (Getty Images)
Scandalo nelle redazioni patinate: Donald Trump e J.D. Vance, apparentemente in combutta con Vladimir Putin, starebbero lavorando per sgretolare l’Europa. Come se l’Europa non si sgretolasse da sé. Per caso ieri, a Parigi, c’era l’Europa unita? No: Emmanuel Macron ha convocato una manciata di Paesi che evidentemente, dentro l’Ue, contano di più, insieme al Regno Unito, che dell’Ue non fa più parte. E nonostante il formato ridotto, le potenze del Vecchio continente non sono state capaci di accordarsi sull’unico elemento che potrebbero mettere sul tavolo delle trattative: l’invio di contingenti in Ucraina. L’Europa sbraita, pretende un posto ai negoziati di Riad, però non sa cosa offrire.
Poniamo, comunque, che le vedove della guerra abbiano ragione. Poniamo che - l’ha scritto ieri Stefano Stefanini sulla Stampa - i nostri nemici siano diventati due: Mosca e Washington. Poniamo che gli Stati Uniti di Trump stiano caldeggiando il tracollo di Bruxelles. E allora? Ci dovremmo preoccupare? Quale vantaggio abbiamo tratto dall’Ue? Quale potremmo trarne, invece, da un ritorno alle logiche bilaterali, alla (relativa) autonomia economica e politica delle nazioni?
L’europeismo è precipitato nella trappola del controfattuale. Ci spiegano che, senza l’Unione, saremmo irrilevanti. Certo, non sappiamo cosa accadrebbe se l’Ue crollasse. Sappiamo che, quando ne è uscita, Londra non è stata distrutta dalle cavallette. E soprattutto sappiamo cosa sta accadendo mentre l’Ue rimane in piedi, a fatica: il punto è che siamo già irrilevanti.
Potremmo sorvolare sulla schizofrenia dei nostri leader: prima escludevano il dialogo con lo zar; ora si strappano i capelli pur di essere inclusi nei colloqui Trump-Putin. Il dettaglio più imbarazzante, però, è che l’Europa ci ha già provato a parlare con il presidente russo. Lo ha fatto lo stesso Macron, lo ha fatto Olaf Scholz. Risultati? Nessuno.
Quindi? Dovremmo vestirci a lutto, se questo carrozzone chiudesse i battenti? All’Ue è mancata qualunque profondità strategica. Adesso che alla Casa Bianca abita un puzzone, l’élite europea rivendica un’indipendenza velleitaria. Ma fino ad oggi, ha seguito per filo e per segno le deleterie istruzioni di Joe Biden, rasentando lo scontro con un Paese dotato di arsenale nucleare, condannandosi alla deindustrializzazione e aggravando, con la crisi energetica, quelle fratture sociali che rendono conto del successo dei sovranisti.
Si straparla di investimenti nella Difesa. Ma manca un accordo: Germania e Olanda non vogliono il debito comune, la Spagna evoca il Mes militare. Nessuno chiarisce chi dovrebbe definire la politica estera unica, di cui la forza militare è una proiezione, né chi guiderebbe quei battaglioni. Il sospetto è che l’«unità europea», che si è sbriciolata di nuovo, fosse la foglia di fico per nascondere il tentativo di Macron di piegare l’Europa ai propri interessi particolari. Non sarebbe stata la prima volta: quell’Unione che doveva portare all’integrazione, cancellando per sempre l’ignominia delle guerre autodistruttive, non ha fatto che trasferire sul piano finanziario la logica della predazione e della sopraffazione reciproca.
I trattati, i vincoli di bilancio, la moneta: tutte leve adoperate dalla Germania per ricostruire un’egemonia che poteva essere definita «riluttante» soltanto perché, a Berlino, mancavano la volontà e il coraggio di diventare un autentico attore geopolitico, anche con l’impiego della Bundeswehr. Peccato che il meccanismo, alla lunga, si sia ritorto pure contro chi lo aveva sfruttato.
Che fine ha fatto la libertà di movimento? I confini colabrodo e la maliziosa inazione nel Mediterraneo hanno provocato un disastro migratorio e il panico da attentati. Che fine ha fatto la prosperità? Ieri, Maurizio Landini ha avuto l’ardire di sostenere che l’Europa «ha rappresentato un modello in cui la mediazione tra il capitale e il lavoro ha prodotto la sanità pubblica e le pensioni». Sarebbe pericoloso ricordargli chi completò la previdenza sociale in Italia; ma il segretario della Cgil potrebbe almeno saggiare l’effetto dell’euro e dei vincoli di bilancio sul welfare e sui salari. Per quale motivo i governi, da Mario Monti in poi, la sanità l’hanno depauperata? Chi impose il «rigore»? Il debito che sarebbe legittimo per le armi non si poteva fare per gli ospedali?
Infine, che ne è stato dei famosi «70 anni di pace»? L’Europa - già inerme nei Balcani, quindi compartecipe della lotta contro la Serbia, dove subì storici smacchi - non ha potuto, saputo, voluto evitare la guerra in Ucraina; poi ha alimentato l’escalation; oggi rosica al pensiero che, sull’armistizio, metta il cappello Trump. Può darsi che in assenza dell’Ue le cose vadano male; di sicuro, con l’Ue sono andate malissimo.
Bruxelles è stata lo strumento per perpetrare il dominio del più forte sul più debole. Per il resto, ci ha oppresso con regolamenti e apparati burocratici. Le resterebbe il progetto di riconversione industriale, per renderci militarmente autosufficienti. Ironia della sorte, l’ultima chance di fare qualcosa di europeo la dà il disimpegno di The Donald. Ma oltre agli ostacoli politici, ci sono limiti tecnici: il mondo corre, noi impiegheremmo anni; e non abbiamo energia a costi ragionevoli.
Nel suo memorabile discorso di Monaco, Vance ha randellato gli psicotici delle ingerenze russe: «Se la vostra democrazia può essere distrutta con poche centinaia di migliaia di dollari di pubblicità digitale da un Paese straniero», ha chiosato, «allora non era molto forte già in partenza». Aveva ragione: questa Unione sta mandando in malora la democrazia liberale, preziosa conquista ottenuta grazie a una cruenta vittoria sul nazifascismo. Ieri, Enrico Letta ha esortato l’Europa a scegliere «tra la sopravvivenza e il declino». Beh, torna alla mente Corrado Guzzanti: la seconda che hai detto…
Ma il «serve più Europa» non finirà
«Oggi c’è bisogno di più Europa. Bisogna favorire la crescita di nuove imprese competitive a livello internazionale, ma anche diffondere imprenditorialità in tutto il sistema, a cominciare dalle istituzioni pubbliche e dai servizi pubblici».
«L’Europa non è un’opzione, ma una scelta obbligata, senza alternative. [...] All’Europa servirebbero meno regole e più efficaci. Aumentare l’integrazione è una priorità anche per le imprese».
Tra la prima e la seconda frase passano quarant’anni e 564,2 milioni di euro, eppure sono espressione di una retorica e di un pensiero evidentemente simili: la prima (1985) è di Carlo De Benedetti, la seconda (l’altro ieri) di Marina Berlusconi. L’ossessione del «Ci vuole più Europa» è una delle grandi aporie del dibattito sul senso e le finalità dell’Unione europea: meno una cosa funziona, più ce n’è bisogno perché evidentemente finora non si è fatto abbastanza sul serio. Il dogma non finirà neppure adesso, mentre Parigi e Riad, Macron e Trump, mostrano a loro modo che l’Europa - come si è provato a pensare, come entità politica e geopolitica - non esiste. Anche perché c’è il secondo dogma, quello in base al quale - parola di Jean Monnet - «L’Europa si è forgiata nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi».
Blindate tra questi due assiomi e rese così impermeabile al principio di non contraddizione, le istituzioni comunitarie hanno potuto pensarsi indenni da tutto: disastri finanziari, industriali, sociali, politici, giuridici, trovando le motivazioni nell’eterno ritorno del «ci vuole più Europa». «Ci sono aree dove si lamenta un troppo di Europa. Ma dove c’è bisogno di più Europa dobbiamo invece accettare fino in fondo il metodo comunitario. Questo è vero in particolare per la sicurezza esterna e interna dei cittadini dell’Unione, per la difesa e per l’esercizio di un ruolo dell’Europa nel mondo». Così Giuliano Amato, era il 2001 ma potrebbe tranquillamente essere ieri. «C’è bisogno di più Europa, non di meno Europa. Di una grande risposta politica che guarda al futuro»: così Romano Prodi nel 2002, ma potrebbe essere domani. «Abbiamo bisogno di più Europa perché l’Europa ci ha aiutato a fare quello che da soli non avremmo mai fatto». Enrico Letta, 2011 ma potrebbe essere 2021 o qualunque altro anno.
Un pensiero così corazzato contro la realtà non può arrestarsi sulle macerie ucraine né sotto i colpi di Donald Trump. E infatti il «ci vuole più Europa» (col solito, colpevole vizio di confondere «Europa» e «Unione europea») risuona potente anche mentre, per dimostrare che l’Europa è unita, alcuni leader - selezionati non si sa bene da chi - si riuniscono a Parigi dal meno politicamente legittimato di loro per dimostrare di non essere letteralmente d’accordo su nulla (non le truppe a Kiev: figuriamoci, con la Germania in piena campagna elettorale; non il debito comune, con l’Olanda contraria per conto di Berlino; non i rapporti con gli Usa, dove sotto i proclami ciascuno ambisce a un negoziato ad hoc sui dazi).
Se dunque l’Europa si forgia nelle crisi e se - comunque - ce ne vuole di più, ecco che la crisi ucraina si adatta al rilancio del grande «sogno» dei padri fondatori, come il Covid e come l’insorgere dei «populismi». Secondo tre direttrici che saranno percorse.
La prima, tutto sommato sottesa al bizzarro vertice di Parigi, è il superamento dell’unanimità. Avanti con chi ci sta, basta coi veti, è il facile ritornello cantato da Sergio Mattarella, Romano Prodi e Mario Draghi. Se fosse applicato, oggi per domani, tutto, dall’invio di truppe al Patto di stabilità, da nuove regole sui migranti a regole bancarie, potrebbe essere imposto azzerando la voce in capitolo di qualunque singolo parlamento nazionale, dunque di qualunque popolo europeo.
La seconda: il celebre debito comune «per la Difesa», scorporato - come chiede il governo italiano - dal Patto di stabilità. Qualunque varco consenta investimenti e ripresa di domanda interna va ovviamente aperto, ma «debito comune» vuol dire debito che non decidiamo noi come spendere, come sta rivelando mese dopo mese il Pnrr che andrà remunerato. E infatti la partita del «più Europa» si giocherà sul rinnovo del bilancio futuro, che già tutta la Commissione sogna più gonfio a danno diretto degli Stati, chiamati a versare più «risorse proprie» (cioè tasse) alle casse dell’Unione. Altro tema di inevitabile divergenza politica tra elettorati nazionali e direzione politico-economica dell’Ue.
La terza è quella su cui si arena la costruzione comunitaria da 70 anni o giù di lì: l’esercito comune. Qualora, pur con entità militarmente ridicole, passasse - magari in combinato disposto col primo punto - il concetto di forze dislocabili a comando dell’Ue, di certo non potrebbero contenere la Russia, ma si sarebbe sancito il principio per cui uomini con la divisa di un Paese potrebbero essere schierati contro la volontà dei rappresentanti eletti del Paese stesso.
Si avvicina il momento in cui «ci vuole più Europa» fa rima con il «serve meno democrazia».
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Il vertice di Parigi per reagire alla «pace di Trump» sull’Ucraina è un fallimento. La rappresentazione plastica dell’irrilevanza politica dell’Unione a 27. Che cela però un’insidia da sventare: l’idea di aggirare il voto unanime in nome di una Difesa comune.Su esercito e bilancio la retorica delle «crisi necessarie» cara a Jean Monnet continuerà. Prossimo obiettivo: il pericoloso superamento del voto all’unanimità.Lo speciale contiene due articoli.Scandalo nelle redazioni patinate: Donald Trump e J.D. Vance, apparentemente in combutta con Vladimir Putin, starebbero lavorando per sgretolare l’Europa. Come se l’Europa non si sgretolasse da sé. Per caso ieri, a Parigi, c’era l’Europa unita? No: Emmanuel Macron ha convocato una manciata di Paesi che evidentemente, dentro l’Ue, contano di più, insieme al Regno Unito, che dell’Ue non fa più parte. E nonostante il formato ridotto, le potenze del Vecchio continente non sono state capaci di accordarsi sull’unico elemento che potrebbero mettere sul tavolo delle trattative: l’invio di contingenti in Ucraina. L’Europa sbraita, pretende un posto ai negoziati di Riad, però non sa cosa offrire.Poniamo, comunque, che le vedove della guerra abbiano ragione. Poniamo che - l’ha scritto ieri Stefano Stefanini sulla Stampa - i nostri nemici siano diventati due: Mosca e Washington. Poniamo che gli Stati Uniti di Trump stiano caldeggiando il tracollo di Bruxelles. E allora? Ci dovremmo preoccupare? Quale vantaggio abbiamo tratto dall’Ue? Quale potremmo trarne, invece, da un ritorno alle logiche bilaterali, alla (relativa) autonomia economica e politica delle nazioni? L’europeismo è precipitato nella trappola del controfattuale. Ci spiegano che, senza l’Unione, saremmo irrilevanti. Certo, non sappiamo cosa accadrebbe se l’Ue crollasse. Sappiamo che, quando ne è uscita, Londra non è stata distrutta dalle cavallette. E soprattutto sappiamo cosa sta accadendo mentre l’Ue rimane in piedi, a fatica: il punto è che siamo già irrilevanti.Potremmo sorvolare sulla schizofrenia dei nostri leader: prima escludevano il dialogo con lo zar; ora si strappano i capelli pur di essere inclusi nei colloqui Trump-Putin. Il dettaglio più imbarazzante, però, è che l’Europa ci ha già provato a parlare con il presidente russo. Lo ha fatto lo stesso Macron, lo ha fatto Olaf Scholz. Risultati? Nessuno. Quindi? Dovremmo vestirci a lutto, se questo carrozzone chiudesse i battenti? All’Ue è mancata qualunque profondità strategica. Adesso che alla Casa Bianca abita un puzzone, l’élite europea rivendica un’indipendenza velleitaria. Ma fino ad oggi, ha seguito per filo e per segno le deleterie istruzioni di Joe Biden, rasentando lo scontro con un Paese dotato di arsenale nucleare, condannandosi alla deindustrializzazione e aggravando, con la crisi energetica, quelle fratture sociali che rendono conto del successo dei sovranisti. Si straparla di investimenti nella Difesa. Ma manca un accordo: Germania e Olanda non vogliono il debito comune, la Spagna evoca il Mes militare. Nessuno chiarisce chi dovrebbe definire la politica estera unica, di cui la forza militare è una proiezione, né chi guiderebbe quei battaglioni. Il sospetto è che l’«unità europea», che si è sbriciolata di nuovo, fosse la foglia di fico per nascondere il tentativo di Macron di piegare l’Europa ai propri interessi particolari. Non sarebbe stata la prima volta: quell’Unione che doveva portare all’integrazione, cancellando per sempre l’ignominia delle guerre autodistruttive, non ha fatto che trasferire sul piano finanziario la logica della predazione e della sopraffazione reciproca. I trattati, i vincoli di bilancio, la moneta: tutte leve adoperate dalla Germania per ricostruire un’egemonia che poteva essere definita «riluttante» soltanto perché, a Berlino, mancavano la volontà e il coraggio di diventare un autentico attore geopolitico, anche con l’impiego della Bundeswehr. Peccato che il meccanismo, alla lunga, si sia ritorto pure contro chi lo aveva sfruttato. Che fine ha fatto la libertà di movimento? I confini colabrodo e la maliziosa inazione nel Mediterraneo hanno provocato un disastro migratorio e il panico da attentati. Che fine ha fatto la prosperità? Ieri, Maurizio Landini ha avuto l’ardire di sostenere che l’Europa «ha rappresentato un modello in cui la mediazione tra il capitale e il lavoro ha prodotto la sanità pubblica e le pensioni». Sarebbe pericoloso ricordargli chi completò la previdenza sociale in Italia; ma il segretario della Cgil potrebbe almeno saggiare l’effetto dell’euro e dei vincoli di bilancio sul welfare e sui salari. Per quale motivo i governi, da Mario Monti in poi, la sanità l’hanno depauperata? Chi impose il «rigore»? Il debito che sarebbe legittimo per le armi non si poteva fare per gli ospedali? Infine, che ne è stato dei famosi «70 anni di pace»? L’Europa - già inerme nei Balcani, quindi compartecipe della lotta contro la Serbia, dove subì storici smacchi - non ha potuto, saputo, voluto evitare la guerra in Ucraina; poi ha alimentato l’escalation; oggi rosica al pensiero che, sull’armistizio, metta il cappello Trump. Può darsi che in assenza dell’Ue le cose vadano male; di sicuro, con l’Ue sono andate malissimo. Bruxelles è stata lo strumento per perpetrare il dominio del più forte sul più debole. Per il resto, ci ha oppresso con regolamenti e apparati burocratici. Le resterebbe il progetto di riconversione industriale, per renderci militarmente autosufficienti. Ironia della sorte, l’ultima chance di fare qualcosa di europeo la dà il disimpegno di The Donald. Ma oltre agli ostacoli politici, ci sono limiti tecnici: il mondo corre, noi impiegheremmo anni; e non abbiamo energia a costi ragionevoli. Nel suo memorabile discorso di Monaco, Vance ha randellato gli psicotici delle ingerenze russe: «Se la vostra democrazia può essere distrutta con poche centinaia di migliaia di dollari di pubblicità digitale da un Paese straniero», ha chiosato, «allora non era molto forte già in partenza». Aveva ragione: questa Unione sta mandando in malora la democrazia liberale, preziosa conquista ottenuta grazie a una cruenta vittoria sul nazifascismo. Ieri, Enrico Letta ha esortato l’Europa a scegliere «tra la sopravvivenza e il declino». Beh, torna alla mente Corrado Guzzanti: la seconda che hai detto…<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ufficiale-ue-non-ce-piu-2671170060.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-il-serve-piu-europa-non-finira" data-post-id="2671170060" data-published-at="1739840151" data-use-pagination="False"> Ma il «serve più Europa» non finirà «Oggi c’è bisogno di più Europa. Bisogna favorire la crescita di nuove imprese competitive a livello internazionale, ma anche diffondere imprenditorialità in tutto il sistema, a cominciare dalle istituzioni pubbliche e dai servizi pubblici». «L’Europa non è un’opzione, ma una scelta obbligata, senza alternative. [...] All’Europa servirebbero meno regole e più efficaci. Aumentare l’integrazione è una priorità anche per le imprese». Tra la prima e la seconda frase passano quarant’anni e 564,2 milioni di euro, eppure sono espressione di una retorica e di un pensiero evidentemente simili: la prima (1985) è di Carlo De Benedetti, la seconda (l’altro ieri) di Marina Berlusconi. L’ossessione del «Ci vuole più Europa» è una delle grandi aporie del dibattito sul senso e le finalità dell’Unione europea: meno una cosa funziona, più ce n’è bisogno perché evidentemente finora non si è fatto abbastanza sul serio. Il dogma non finirà neppure adesso, mentre Parigi e Riad, Macron e Trump, mostrano a loro modo che l’Europa - come si è provato a pensare, come entità politica e geopolitica - non esiste. Anche perché c’è il secondo dogma, quello in base al quale - parola di Jean Monnet - «L’Europa si è forgiata nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi». Blindate tra questi due assiomi e rese così impermeabile al principio di non contraddizione, le istituzioni comunitarie hanno potuto pensarsi indenni da tutto: disastri finanziari, industriali, sociali, politici, giuridici, trovando le motivazioni nell’eterno ritorno del «ci vuole più Europa». «Ci sono aree dove si lamenta un troppo di Europa. Ma dove c’è bisogno di più Europa dobbiamo invece accettare fino in fondo il metodo comunitario. Questo è vero in particolare per la sicurezza esterna e interna dei cittadini dell’Unione, per la difesa e per l’esercizio di un ruolo dell’Europa nel mondo». Così Giuliano Amato, era il 2001 ma potrebbe tranquillamente essere ieri. «C’è bisogno di più Europa, non di meno Europa. Di una grande risposta politica che guarda al futuro»: così Romano Prodi nel 2002, ma potrebbe essere domani. «Abbiamo bisogno di più Europa perché l’Europa ci ha aiutato a fare quello che da soli non avremmo mai fatto». Enrico Letta, 2011 ma potrebbe essere 2021 o qualunque altro anno. Un pensiero così corazzato contro la realtà non può arrestarsi sulle macerie ucraine né sotto i colpi di Donald Trump. E infatti il «ci vuole più Europa» (col solito, colpevole vizio di confondere «Europa» e «Unione europea») risuona potente anche mentre, per dimostrare che l’Europa è unita, alcuni leader - selezionati non si sa bene da chi - si riuniscono a Parigi dal meno politicamente legittimato di loro per dimostrare di non essere letteralmente d’accordo su nulla (non le truppe a Kiev: figuriamoci, con la Germania in piena campagna elettorale; non il debito comune, con l’Olanda contraria per conto di Berlino; non i rapporti con gli Usa, dove sotto i proclami ciascuno ambisce a un negoziato ad hoc sui dazi). Se dunque l’Europa si forgia nelle crisi e se - comunque - ce ne vuole di più, ecco che la crisi ucraina si adatta al rilancio del grande «sogno» dei padri fondatori, come il Covid e come l’insorgere dei «populismi». Secondo tre direttrici che saranno percorse. La prima, tutto sommato sottesa al bizzarro vertice di Parigi, è il superamento dell’unanimità. Avanti con chi ci sta, basta coi veti, è il facile ritornello cantato da Sergio Mattarella, Romano Prodi e Mario Draghi. Se fosse applicato, oggi per domani, tutto, dall’invio di truppe al Patto di stabilità, da nuove regole sui migranti a regole bancarie, potrebbe essere imposto azzerando la voce in capitolo di qualunque singolo parlamento nazionale, dunque di qualunque popolo europeo. La seconda: il celebre debito comune «per la Difesa», scorporato - come chiede il governo italiano - dal Patto di stabilità. Qualunque varco consenta investimenti e ripresa di domanda interna va ovviamente aperto, ma «debito comune» vuol dire debito che non decidiamo noi come spendere, come sta rivelando mese dopo mese il Pnrr che andrà remunerato. E infatti la partita del «più Europa» si giocherà sul rinnovo del bilancio futuro, che già tutta la Commissione sogna più gonfio a danno diretto degli Stati, chiamati a versare più «risorse proprie» (cioè tasse) alle casse dell’Unione. Altro tema di inevitabile divergenza politica tra elettorati nazionali e direzione politico-economica dell’Ue. La terza è quella su cui si arena la costruzione comunitaria da 70 anni o giù di lì: l’esercito comune. Qualora, pur con entità militarmente ridicole, passasse - magari in combinato disposto col primo punto - il concetto di forze dislocabili a comando dell’Ue, di certo non potrebbero contenere la Russia, ma si sarebbe sancito il principio per cui uomini con la divisa di un Paese potrebbero essere schierati contro la volontà dei rappresentanti eletti del Paese stesso. Si avvicina il momento in cui «ci vuole più Europa» fa rima con il «serve meno democrazia».
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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