True
2025-02-18
Ufficiale: la Ue non c’è più
Ursula von der Leyen ed Emmanuel Macron (Getty Images)
Scandalo nelle redazioni patinate: Donald Trump e J.D. Vance, apparentemente in combutta con Vladimir Putin, starebbero lavorando per sgretolare l’Europa. Come se l’Europa non si sgretolasse da sé. Per caso ieri, a Parigi, c’era l’Europa unita? No: Emmanuel Macron ha convocato una manciata di Paesi che evidentemente, dentro l’Ue, contano di più, insieme al Regno Unito, che dell’Ue non fa più parte. E nonostante il formato ridotto, le potenze del Vecchio continente non sono state capaci di accordarsi sull’unico elemento che potrebbero mettere sul tavolo delle trattative: l’invio di contingenti in Ucraina. L’Europa sbraita, pretende un posto ai negoziati di Riad, però non sa cosa offrire.
Poniamo, comunque, che le vedove della guerra abbiano ragione. Poniamo che - l’ha scritto ieri Stefano Stefanini sulla Stampa - i nostri nemici siano diventati due: Mosca e Washington. Poniamo che gli Stati Uniti di Trump stiano caldeggiando il tracollo di Bruxelles. E allora? Ci dovremmo preoccupare? Quale vantaggio abbiamo tratto dall’Ue? Quale potremmo trarne, invece, da un ritorno alle logiche bilaterali, alla (relativa) autonomia economica e politica delle nazioni?
L’europeismo è precipitato nella trappola del controfattuale. Ci spiegano che, senza l’Unione, saremmo irrilevanti. Certo, non sappiamo cosa accadrebbe se l’Ue crollasse. Sappiamo che, quando ne è uscita, Londra non è stata distrutta dalle cavallette. E soprattutto sappiamo cosa sta accadendo mentre l’Ue rimane in piedi, a fatica: il punto è che siamo già irrilevanti.
Potremmo sorvolare sulla schizofrenia dei nostri leader: prima escludevano il dialogo con lo zar; ora si strappano i capelli pur di essere inclusi nei colloqui Trump-Putin. Il dettaglio più imbarazzante, però, è che l’Europa ci ha già provato a parlare con il presidente russo. Lo ha fatto lo stesso Macron, lo ha fatto Olaf Scholz. Risultati? Nessuno.
Quindi? Dovremmo vestirci a lutto, se questo carrozzone chiudesse i battenti? All’Ue è mancata qualunque profondità strategica. Adesso che alla Casa Bianca abita un puzzone, l’élite europea rivendica un’indipendenza velleitaria. Ma fino ad oggi, ha seguito per filo e per segno le deleterie istruzioni di Joe Biden, rasentando lo scontro con un Paese dotato di arsenale nucleare, condannandosi alla deindustrializzazione e aggravando, con la crisi energetica, quelle fratture sociali che rendono conto del successo dei sovranisti.
Si straparla di investimenti nella Difesa. Ma manca un accordo: Germania e Olanda non vogliono il debito comune, la Spagna evoca il Mes militare. Nessuno chiarisce chi dovrebbe definire la politica estera unica, di cui la forza militare è una proiezione, né chi guiderebbe quei battaglioni. Il sospetto è che l’«unità europea», che si è sbriciolata di nuovo, fosse la foglia di fico per nascondere il tentativo di Macron di piegare l’Europa ai propri interessi particolari. Non sarebbe stata la prima volta: quell’Unione che doveva portare all’integrazione, cancellando per sempre l’ignominia delle guerre autodistruttive, non ha fatto che trasferire sul piano finanziario la logica della predazione e della sopraffazione reciproca.
I trattati, i vincoli di bilancio, la moneta: tutte leve adoperate dalla Germania per ricostruire un’egemonia che poteva essere definita «riluttante» soltanto perché, a Berlino, mancavano la volontà e il coraggio di diventare un autentico attore geopolitico, anche con l’impiego della Bundeswehr. Peccato che il meccanismo, alla lunga, si sia ritorto pure contro chi lo aveva sfruttato.
Che fine ha fatto la libertà di movimento? I confini colabrodo e la maliziosa inazione nel Mediterraneo hanno provocato un disastro migratorio e il panico da attentati. Che fine ha fatto la prosperità? Ieri, Maurizio Landini ha avuto l’ardire di sostenere che l’Europa «ha rappresentato un modello in cui la mediazione tra il capitale e il lavoro ha prodotto la sanità pubblica e le pensioni». Sarebbe pericoloso ricordargli chi completò la previdenza sociale in Italia; ma il segretario della Cgil potrebbe almeno saggiare l’effetto dell’euro e dei vincoli di bilancio sul welfare e sui salari. Per quale motivo i governi, da Mario Monti in poi, la sanità l’hanno depauperata? Chi impose il «rigore»? Il debito che sarebbe legittimo per le armi non si poteva fare per gli ospedali?
Infine, che ne è stato dei famosi «70 anni di pace»? L’Europa - già inerme nei Balcani, quindi compartecipe della lotta contro la Serbia, dove subì storici smacchi - non ha potuto, saputo, voluto evitare la guerra in Ucraina; poi ha alimentato l’escalation; oggi rosica al pensiero che, sull’armistizio, metta il cappello Trump. Può darsi che in assenza dell’Ue le cose vadano male; di sicuro, con l’Ue sono andate malissimo.
Bruxelles è stata lo strumento per perpetrare il dominio del più forte sul più debole. Per il resto, ci ha oppresso con regolamenti e apparati burocratici. Le resterebbe il progetto di riconversione industriale, per renderci militarmente autosufficienti. Ironia della sorte, l’ultima chance di fare qualcosa di europeo la dà il disimpegno di The Donald. Ma oltre agli ostacoli politici, ci sono limiti tecnici: il mondo corre, noi impiegheremmo anni; e non abbiamo energia a costi ragionevoli.
Nel suo memorabile discorso di Monaco, Vance ha randellato gli psicotici delle ingerenze russe: «Se la vostra democrazia può essere distrutta con poche centinaia di migliaia di dollari di pubblicità digitale da un Paese straniero», ha chiosato, «allora non era molto forte già in partenza». Aveva ragione: questa Unione sta mandando in malora la democrazia liberale, preziosa conquista ottenuta grazie a una cruenta vittoria sul nazifascismo. Ieri, Enrico Letta ha esortato l’Europa a scegliere «tra la sopravvivenza e il declino». Beh, torna alla mente Corrado Guzzanti: la seconda che hai detto…
Ma il «serve più Europa» non finirà
«Oggi c’è bisogno di più Europa. Bisogna favorire la crescita di nuove imprese competitive a livello internazionale, ma anche diffondere imprenditorialità in tutto il sistema, a cominciare dalle istituzioni pubbliche e dai servizi pubblici».
«L’Europa non è un’opzione, ma una scelta obbligata, senza alternative. [...] All’Europa servirebbero meno regole e più efficaci. Aumentare l’integrazione è una priorità anche per le imprese».
Tra la prima e la seconda frase passano quarant’anni e 564,2 milioni di euro, eppure sono espressione di una retorica e di un pensiero evidentemente simili: la prima (1985) è di Carlo De Benedetti, la seconda (l’altro ieri) di Marina Berlusconi. L’ossessione del «Ci vuole più Europa» è una delle grandi aporie del dibattito sul senso e le finalità dell’Unione europea: meno una cosa funziona, più ce n’è bisogno perché evidentemente finora non si è fatto abbastanza sul serio. Il dogma non finirà neppure adesso, mentre Parigi e Riad, Macron e Trump, mostrano a loro modo che l’Europa - come si è provato a pensare, come entità politica e geopolitica - non esiste. Anche perché c’è il secondo dogma, quello in base al quale - parola di Jean Monnet - «L’Europa si è forgiata nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi».
Blindate tra questi due assiomi e rese così impermeabile al principio di non contraddizione, le istituzioni comunitarie hanno potuto pensarsi indenni da tutto: disastri finanziari, industriali, sociali, politici, giuridici, trovando le motivazioni nell’eterno ritorno del «ci vuole più Europa». «Ci sono aree dove si lamenta un troppo di Europa. Ma dove c’è bisogno di più Europa dobbiamo invece accettare fino in fondo il metodo comunitario. Questo è vero in particolare per la sicurezza esterna e interna dei cittadini dell’Unione, per la difesa e per l’esercizio di un ruolo dell’Europa nel mondo». Così Giuliano Amato, era il 2001 ma potrebbe tranquillamente essere ieri. «C’è bisogno di più Europa, non di meno Europa. Di una grande risposta politica che guarda al futuro»: così Romano Prodi nel 2002, ma potrebbe essere domani. «Abbiamo bisogno di più Europa perché l’Europa ci ha aiutato a fare quello che da soli non avremmo mai fatto». Enrico Letta, 2011 ma potrebbe essere 2021 o qualunque altro anno.
Un pensiero così corazzato contro la realtà non può arrestarsi sulle macerie ucraine né sotto i colpi di Donald Trump. E infatti il «ci vuole più Europa» (col solito, colpevole vizio di confondere «Europa» e «Unione europea») risuona potente anche mentre, per dimostrare che l’Europa è unita, alcuni leader - selezionati non si sa bene da chi - si riuniscono a Parigi dal meno politicamente legittimato di loro per dimostrare di non essere letteralmente d’accordo su nulla (non le truppe a Kiev: figuriamoci, con la Germania in piena campagna elettorale; non il debito comune, con l’Olanda contraria per conto di Berlino; non i rapporti con gli Usa, dove sotto i proclami ciascuno ambisce a un negoziato ad hoc sui dazi).
Se dunque l’Europa si forgia nelle crisi e se - comunque - ce ne vuole di più, ecco che la crisi ucraina si adatta al rilancio del grande «sogno» dei padri fondatori, come il Covid e come l’insorgere dei «populismi». Secondo tre direttrici che saranno percorse.
La prima, tutto sommato sottesa al bizzarro vertice di Parigi, è il superamento dell’unanimità. Avanti con chi ci sta, basta coi veti, è il facile ritornello cantato da Sergio Mattarella, Romano Prodi e Mario Draghi. Se fosse applicato, oggi per domani, tutto, dall’invio di truppe al Patto di stabilità, da nuove regole sui migranti a regole bancarie, potrebbe essere imposto azzerando la voce in capitolo di qualunque singolo parlamento nazionale, dunque di qualunque popolo europeo.
La seconda: il celebre debito comune «per la Difesa», scorporato - come chiede il governo italiano - dal Patto di stabilità. Qualunque varco consenta investimenti e ripresa di domanda interna va ovviamente aperto, ma «debito comune» vuol dire debito che non decidiamo noi come spendere, come sta rivelando mese dopo mese il Pnrr che andrà remunerato. E infatti la partita del «più Europa» si giocherà sul rinnovo del bilancio futuro, che già tutta la Commissione sogna più gonfio a danno diretto degli Stati, chiamati a versare più «risorse proprie» (cioè tasse) alle casse dell’Unione. Altro tema di inevitabile divergenza politica tra elettorati nazionali e direzione politico-economica dell’Ue.
La terza è quella su cui si arena la costruzione comunitaria da 70 anni o giù di lì: l’esercito comune. Qualora, pur con entità militarmente ridicole, passasse - magari in combinato disposto col primo punto - il concetto di forze dislocabili a comando dell’Ue, di certo non potrebbero contenere la Russia, ma si sarebbe sancito il principio per cui uomini con la divisa di un Paese potrebbero essere schierati contro la volontà dei rappresentanti eletti del Paese stesso.
Si avvicina il momento in cui «ci vuole più Europa» fa rima con il «serve meno democrazia».
Continua a leggereRiduci
Il vertice di Parigi per reagire alla «pace di Trump» sull’Ucraina è un fallimento. La rappresentazione plastica dell’irrilevanza politica dell’Unione a 27. Che cela però un’insidia da sventare: l’idea di aggirare il voto unanime in nome di una Difesa comune.Su esercito e bilancio la retorica delle «crisi necessarie» cara a Jean Monnet continuerà. Prossimo obiettivo: il pericoloso superamento del voto all’unanimità.Lo speciale contiene due articoli.Scandalo nelle redazioni patinate: Donald Trump e J.D. Vance, apparentemente in combutta con Vladimir Putin, starebbero lavorando per sgretolare l’Europa. Come se l’Europa non si sgretolasse da sé. Per caso ieri, a Parigi, c’era l’Europa unita? No: Emmanuel Macron ha convocato una manciata di Paesi che evidentemente, dentro l’Ue, contano di più, insieme al Regno Unito, che dell’Ue non fa più parte. E nonostante il formato ridotto, le potenze del Vecchio continente non sono state capaci di accordarsi sull’unico elemento che potrebbero mettere sul tavolo delle trattative: l’invio di contingenti in Ucraina. L’Europa sbraita, pretende un posto ai negoziati di Riad, però non sa cosa offrire.Poniamo, comunque, che le vedove della guerra abbiano ragione. Poniamo che - l’ha scritto ieri Stefano Stefanini sulla Stampa - i nostri nemici siano diventati due: Mosca e Washington. Poniamo che gli Stati Uniti di Trump stiano caldeggiando il tracollo di Bruxelles. E allora? Ci dovremmo preoccupare? Quale vantaggio abbiamo tratto dall’Ue? Quale potremmo trarne, invece, da un ritorno alle logiche bilaterali, alla (relativa) autonomia economica e politica delle nazioni? L’europeismo è precipitato nella trappola del controfattuale. Ci spiegano che, senza l’Unione, saremmo irrilevanti. Certo, non sappiamo cosa accadrebbe se l’Ue crollasse. Sappiamo che, quando ne è uscita, Londra non è stata distrutta dalle cavallette. E soprattutto sappiamo cosa sta accadendo mentre l’Ue rimane in piedi, a fatica: il punto è che siamo già irrilevanti.Potremmo sorvolare sulla schizofrenia dei nostri leader: prima escludevano il dialogo con lo zar; ora si strappano i capelli pur di essere inclusi nei colloqui Trump-Putin. Il dettaglio più imbarazzante, però, è che l’Europa ci ha già provato a parlare con il presidente russo. Lo ha fatto lo stesso Macron, lo ha fatto Olaf Scholz. Risultati? Nessuno. Quindi? Dovremmo vestirci a lutto, se questo carrozzone chiudesse i battenti? All’Ue è mancata qualunque profondità strategica. Adesso che alla Casa Bianca abita un puzzone, l’élite europea rivendica un’indipendenza velleitaria. Ma fino ad oggi, ha seguito per filo e per segno le deleterie istruzioni di Joe Biden, rasentando lo scontro con un Paese dotato di arsenale nucleare, condannandosi alla deindustrializzazione e aggravando, con la crisi energetica, quelle fratture sociali che rendono conto del successo dei sovranisti. Si straparla di investimenti nella Difesa. Ma manca un accordo: Germania e Olanda non vogliono il debito comune, la Spagna evoca il Mes militare. Nessuno chiarisce chi dovrebbe definire la politica estera unica, di cui la forza militare è una proiezione, né chi guiderebbe quei battaglioni. Il sospetto è che l’«unità europea», che si è sbriciolata di nuovo, fosse la foglia di fico per nascondere il tentativo di Macron di piegare l’Europa ai propri interessi particolari. Non sarebbe stata la prima volta: quell’Unione che doveva portare all’integrazione, cancellando per sempre l’ignominia delle guerre autodistruttive, non ha fatto che trasferire sul piano finanziario la logica della predazione e della sopraffazione reciproca. I trattati, i vincoli di bilancio, la moneta: tutte leve adoperate dalla Germania per ricostruire un’egemonia che poteva essere definita «riluttante» soltanto perché, a Berlino, mancavano la volontà e il coraggio di diventare un autentico attore geopolitico, anche con l’impiego della Bundeswehr. Peccato che il meccanismo, alla lunga, si sia ritorto pure contro chi lo aveva sfruttato. Che fine ha fatto la libertà di movimento? I confini colabrodo e la maliziosa inazione nel Mediterraneo hanno provocato un disastro migratorio e il panico da attentati. Che fine ha fatto la prosperità? Ieri, Maurizio Landini ha avuto l’ardire di sostenere che l’Europa «ha rappresentato un modello in cui la mediazione tra il capitale e il lavoro ha prodotto la sanità pubblica e le pensioni». Sarebbe pericoloso ricordargli chi completò la previdenza sociale in Italia; ma il segretario della Cgil potrebbe almeno saggiare l’effetto dell’euro e dei vincoli di bilancio sul welfare e sui salari. Per quale motivo i governi, da Mario Monti in poi, la sanità l’hanno depauperata? Chi impose il «rigore»? Il debito che sarebbe legittimo per le armi non si poteva fare per gli ospedali? Infine, che ne è stato dei famosi «70 anni di pace»? L’Europa - già inerme nei Balcani, quindi compartecipe della lotta contro la Serbia, dove subì storici smacchi - non ha potuto, saputo, voluto evitare la guerra in Ucraina; poi ha alimentato l’escalation; oggi rosica al pensiero che, sull’armistizio, metta il cappello Trump. Può darsi che in assenza dell’Ue le cose vadano male; di sicuro, con l’Ue sono andate malissimo. Bruxelles è stata lo strumento per perpetrare il dominio del più forte sul più debole. Per il resto, ci ha oppresso con regolamenti e apparati burocratici. Le resterebbe il progetto di riconversione industriale, per renderci militarmente autosufficienti. Ironia della sorte, l’ultima chance di fare qualcosa di europeo la dà il disimpegno di The Donald. Ma oltre agli ostacoli politici, ci sono limiti tecnici: il mondo corre, noi impiegheremmo anni; e non abbiamo energia a costi ragionevoli. Nel suo memorabile discorso di Monaco, Vance ha randellato gli psicotici delle ingerenze russe: «Se la vostra democrazia può essere distrutta con poche centinaia di migliaia di dollari di pubblicità digitale da un Paese straniero», ha chiosato, «allora non era molto forte già in partenza». Aveva ragione: questa Unione sta mandando in malora la democrazia liberale, preziosa conquista ottenuta grazie a una cruenta vittoria sul nazifascismo. Ieri, Enrico Letta ha esortato l’Europa a scegliere «tra la sopravvivenza e il declino». Beh, torna alla mente Corrado Guzzanti: la seconda che hai detto…<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ufficiale-ue-non-ce-piu-2671170060.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-il-serve-piu-europa-non-finira" data-post-id="2671170060" data-published-at="1739840151" data-use-pagination="False"> Ma il «serve più Europa» non finirà «Oggi c’è bisogno di più Europa. Bisogna favorire la crescita di nuove imprese competitive a livello internazionale, ma anche diffondere imprenditorialità in tutto il sistema, a cominciare dalle istituzioni pubbliche e dai servizi pubblici». «L’Europa non è un’opzione, ma una scelta obbligata, senza alternative. [...] All’Europa servirebbero meno regole e più efficaci. Aumentare l’integrazione è una priorità anche per le imprese». Tra la prima e la seconda frase passano quarant’anni e 564,2 milioni di euro, eppure sono espressione di una retorica e di un pensiero evidentemente simili: la prima (1985) è di Carlo De Benedetti, la seconda (l’altro ieri) di Marina Berlusconi. L’ossessione del «Ci vuole più Europa» è una delle grandi aporie del dibattito sul senso e le finalità dell’Unione europea: meno una cosa funziona, più ce n’è bisogno perché evidentemente finora non si è fatto abbastanza sul serio. Il dogma non finirà neppure adesso, mentre Parigi e Riad, Macron e Trump, mostrano a loro modo che l’Europa - come si è provato a pensare, come entità politica e geopolitica - non esiste. Anche perché c’è il secondo dogma, quello in base al quale - parola di Jean Monnet - «L’Europa si è forgiata nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi». Blindate tra questi due assiomi e rese così impermeabile al principio di non contraddizione, le istituzioni comunitarie hanno potuto pensarsi indenni da tutto: disastri finanziari, industriali, sociali, politici, giuridici, trovando le motivazioni nell’eterno ritorno del «ci vuole più Europa». «Ci sono aree dove si lamenta un troppo di Europa. Ma dove c’è bisogno di più Europa dobbiamo invece accettare fino in fondo il metodo comunitario. Questo è vero in particolare per la sicurezza esterna e interna dei cittadini dell’Unione, per la difesa e per l’esercizio di un ruolo dell’Europa nel mondo». Così Giuliano Amato, era il 2001 ma potrebbe tranquillamente essere ieri. «C’è bisogno di più Europa, non di meno Europa. Di una grande risposta politica che guarda al futuro»: così Romano Prodi nel 2002, ma potrebbe essere domani. «Abbiamo bisogno di più Europa perché l’Europa ci ha aiutato a fare quello che da soli non avremmo mai fatto». Enrico Letta, 2011 ma potrebbe essere 2021 o qualunque altro anno. Un pensiero così corazzato contro la realtà non può arrestarsi sulle macerie ucraine né sotto i colpi di Donald Trump. E infatti il «ci vuole più Europa» (col solito, colpevole vizio di confondere «Europa» e «Unione europea») risuona potente anche mentre, per dimostrare che l’Europa è unita, alcuni leader - selezionati non si sa bene da chi - si riuniscono a Parigi dal meno politicamente legittimato di loro per dimostrare di non essere letteralmente d’accordo su nulla (non le truppe a Kiev: figuriamoci, con la Germania in piena campagna elettorale; non il debito comune, con l’Olanda contraria per conto di Berlino; non i rapporti con gli Usa, dove sotto i proclami ciascuno ambisce a un negoziato ad hoc sui dazi). Se dunque l’Europa si forgia nelle crisi e se - comunque - ce ne vuole di più, ecco che la crisi ucraina si adatta al rilancio del grande «sogno» dei padri fondatori, come il Covid e come l’insorgere dei «populismi». Secondo tre direttrici che saranno percorse. La prima, tutto sommato sottesa al bizzarro vertice di Parigi, è il superamento dell’unanimità. Avanti con chi ci sta, basta coi veti, è il facile ritornello cantato da Sergio Mattarella, Romano Prodi e Mario Draghi. Se fosse applicato, oggi per domani, tutto, dall’invio di truppe al Patto di stabilità, da nuove regole sui migranti a regole bancarie, potrebbe essere imposto azzerando la voce in capitolo di qualunque singolo parlamento nazionale, dunque di qualunque popolo europeo. La seconda: il celebre debito comune «per la Difesa», scorporato - come chiede il governo italiano - dal Patto di stabilità. Qualunque varco consenta investimenti e ripresa di domanda interna va ovviamente aperto, ma «debito comune» vuol dire debito che non decidiamo noi come spendere, come sta rivelando mese dopo mese il Pnrr che andrà remunerato. E infatti la partita del «più Europa» si giocherà sul rinnovo del bilancio futuro, che già tutta la Commissione sogna più gonfio a danno diretto degli Stati, chiamati a versare più «risorse proprie» (cioè tasse) alle casse dell’Unione. Altro tema di inevitabile divergenza politica tra elettorati nazionali e direzione politico-economica dell’Ue. La terza è quella su cui si arena la costruzione comunitaria da 70 anni o giù di lì: l’esercito comune. Qualora, pur con entità militarmente ridicole, passasse - magari in combinato disposto col primo punto - il concetto di forze dislocabili a comando dell’Ue, di certo non potrebbero contenere la Russia, ma si sarebbe sancito il principio per cui uomini con la divisa di un Paese potrebbero essere schierati contro la volontà dei rappresentanti eletti del Paese stesso. Si avvicina il momento in cui «ci vuole più Europa» fa rima con il «serve meno democrazia».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci