True
2025-07-09
Taco Trump anche sulle armi a Kiev: «Putin ammazza troppe persone»
(Getty Images)
Dopo lo stop statunitense alla fornitura di armi a Kiev, è arrivato il dietrofront di Donald Trump. «Vogliamo dare armi difensive» all’Ucraina, anche perché «Vladimir Putin non sta trattando bene gli esseri umani. Sta uccidendo troppe persone», ha detto ieri il tycoon. La scelta del presidente Usa, secondo Axios, è il risultato di giorni di consultazioni sia con diversi leader mondiali sia con i suoi collaboratori. Ma sembra che il cambio di rotta sia arrivato dopo la telefonata con il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ritenuta la più produttiva che abbiano mai avuto finora. Al contrario, il colloquio telefonico insoddisfacente con Putin sarebbe stata la miccia del raffreddamento dei rapporti con il Cremlino. A tal proposito, lo stesso Trump è intervenuto di nuovo in merito, spiegando ai cronisti: «Sono deluso francamente che il presidente Putin non si sia fermato». Il tycoon ha poi accusato il leader del Cremlino di dire «un sacco di stronzate» riguardo a Kiev, con le sanzioni contro Mosca che potrebbero essere dietro l’angolo, visto che sta «studiando molto attentamente» il disegno di legge del Senato. L’invettiva del presidente repubblicano contro Putin è proseguita: «Sta uccidendo un sacco di persone. E molte di queste sono i suoi soldati».
Tornando all’invio di armi americane a Kiev, poco dopo l’annuncio da parte di Trump, è arrivata direttamente la conferma da parte del Pentagono. «Su indicazioni del presidente» statunitense «il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti manderà ulteriori armi difensive all’Ucraina per assicurare che gli ucraini possano difendersi» si legge nel comunicato. Secondo le indiscrezioni di Axios, Trump ha dato la sua parola a Zelensky sull’invio di dieci intercettori Patriot, tuttavia si tratta di una quantità inferiore rispetto a quanto stabilito nella fornitura messa in pausa. Il motivo è che il tycoon starebbe cercando soluzioni alternative: una su tutte sarebbe convincere la Germania a vendere la propria batteria di Patriot a Kiev. Anche perché, secondo il Guardian, pare che il Pentagono abbia esaurito le scorte dei missili Patriot in Medio Oriente: da qui poi è stato preso in considerazione il congelamento delle munizioni destinate a Kiev. È emerso anche che, nella telefonata con Zelensky, Trump ha affermato di non aver però congelato gli aiuti militari per l’Ucraina. La reazione russa all’inversione di Trump è stata in parte cauta. Da una parte il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha detto che l’invio di armi made in Usa a Kiev «non è in linea con i tentativi di promuovere una soluzione pacifica». Ma ha ribadito: «Apprezziamo molto gli sforzi degli Stati Uniti e personalmente del presidente Trump nell’avviare un processo di negoziazione diretta tra Russia e Ucraina», auspicando anche un «rilancio delle relazioni commerciali ed economiche».
Rilancio possibile però senza «le restrizioni» americane, ha detto il portavoce, spiegando che «queste sanzioni sono illegali e danneggiano non solo i nostri imprenditori, ma anche quelli statunitensi». A essere meno diplomatico però è stato il vicesegretario del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev, secondo cui Mosca non si deve fare influenzare «dall’altalena politica» messa in atto da Trump, ma deve «continuare a raggiungere gli obiettivi dell’operazione militare speciale».
Intanto Kiev, che deve dare una risposta a Mosca sulla data del terzo round di colloqui, ha ovviamente accolto con favore l’annuncio della Casa Bianca, ma si aspetta maggiori dettagli. A renderlo noto è il Guardian, secondo cui il ministero della Difesa ucraino non ha ricevuto una comunicazione ufficiale sulla ripresa dell’invio di armi. Di certo arriverà una maggiore chiarezza a Roma in questi giorni visto che è previsto l’incontro tra Zelensky e l’inviato americano, Keith Kellogg. Nel frattempo, sarebbe in atto una serie di cambiamenti all’interno del governo di Kiev: il Financial Times ha confermato che Zelensky ha promesso a Trump di cambiare l’ambasciatore ucraino negli Stati Uniti, visto che l’attuale, Oksana Markarova, sarebbe troppo vicina ai dem. La nuova nomina avverrebbe nel contesto di un rimpasto dell’esecutivo di Kiev. Ma non è finita qui dato che anche il ministero degli Esteri sta riformando la sua struttura: viene spazzato via il dipartimento per il disarmo, mentre saranno creati i dipartimenti per i Paesi ostili, per l’adesione alla Nato e per le sanzioni. In questi giorni poi arriverà a Kiev un prestito di 1 miliardo di euro da parte dell’Ue: diventano così 8 i miliardi sborsati nell’iniziativa Extraordinary revenue acceleration (Era). E Bruxelles, secondo Bloomberg, sta valutando anche la creazione di un fondo di 100 miliardi di euro, sempre a sostegno di Kiev.
Sul campo, Kiev ha comunicato che nella notte sono stati distrutti 34 droni russi su 54. E l’agenzia Unian ha evidenziato che i droni intercettori usati dai soldati ucraini sono in grado di respingere gli attacchi russi, in particolare quelli degli Shaid, mentre per Mosca risulterebbe difficile neutralizzare questa difesa.
Intanto, con l’inizio domani della conferenza per la Ripresa dell’Ucraina «per dare speranza a un popolo che da più di tre anni resiste con tenacia alla guerra» come ha evidenziato a Formiche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, arrivano maggiori dettagli su chi sarà presente a Roma. Oltre a Zelensky e a Kellogg, ci sarà anche il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez. Mentre oggi il patriarca Sviatoslav Shevchuk sarà ricevuto a Palazzo Chigi dal sottosegretario Alfredo Mantovano e dai ministri Alessandro Giuli (Cultura), Gilberto Pichetto Fratin (Energia) e Orazio Schillaci (Salute).
Direttore pro zar, De Luca tira dritto
Il Partito democratico è oggettivamente a pezzi: non tocca palla da mesi, ha perso miseramente il referendum di inizio giugno e il suo segretario, Elly Schlein, non gode certo di grande popolarità. Come se non bastasse, in questi giorni il partito è stato pure scosso dall’ennesima frattura interna. A duellare in pubblico e sui social, infatti, ci hanno pensato Vincenzo De Luca, il governatore sceriffo della Campania, e Pina Picierno, eurodeputata piddina che, in quanto a galloni, può vantare la carica di vicepresidente del Parlamento europeo.
Galeotto fu l’invito di De Luca al direttore d’orchestra russo Valery Gergiev, che il prossimo 27 luglio dirigerà un concerto sinfonico alla Reggia di Caserta, nel più ampio contesto della rassegna Un’estate da re, programmata e finanziata dalla Regione Campania. L’aspetto problematico della vicenda, agli occhi dei detrattori del governatore, sta tutto qui: Gergiev è un mostro sacro del suo settore, una vera star della musica classica a livello mondiale, ma è anche un noto sostenitore di Vladimir Putin. Nei giorni in cui si consumò l’invasione russa dell’Ucraina, peraltro, il direttore era proprio in Italia e fu bruscamente allontanato dalla Scala di Milano dopo che Beppe Sala, altro piddino doc, pretese da Gergiev una condanna pubblica dello zar, senza però ottenerla.
Tre anni e mezzo dopo, quindi, Gergiev potrà far ritorno nel Belpaese dalla porta principale, nella suggestiva cornice della Reggia di Caserta. Agli occhi della Picierno, l’esibizione del direttore russo non può che apparire come un doppio oltraggio: l’evento avverrà di fatto a casa sua (la pasionaria piddina è originaria di Santa Maria Capua Vetere) e, inoltre, è stato finanziato con fondi Poc, ossia anche con denaro proveniente da Bruxelles. Ecco perché la Picierno non ci ha pensato due volte e, lancia in resta, si è scagliata pubblicamente contro De Luca: «È inaccettabile che con i fondi europei si finanzi l’esibizione di un fiancheggiatore del Cremlino», aveva tuonato sui social.
Da parte sua, però, il governatore se n’è bellamente infischiato dell’intemerata della sua compagna di partito. E, sempre sui social, le ha risposto per le rime: «Ribadiamo», ha scritto, «che quello della cultura e dell’arte è uno dei casi nei quali può crescere il dialogo fra le persone e possono svilupparsi i valori di solidarietà umana». Ecco perché, ha proseguito, «abbiamo favorito la presenza di ebrei e palestinesi, di russi e ucraini cercando di non sovrapporre il piano della politica con quello della cultura», con riferimento a un evento organizzato mesi fa nel Duomo di Napoli. Pertanto, ha concluso De Luca, «riteniamo di confermare che la Campania è la regione del dialogo e dell’unione tra i popoli». Tradotto: Gergiev farà il suo concerto a Caserta come da programma.
Ma non è finita qui, perché la Picierno, indomita e piccata, ha controreplicato al governatore campano: «Caro presidente De Luca», gli ha risposto su Facebook, «ci sono moltissimi artisti russi che hanno condannato l’abietto imperialismo di Putin e si esibiscono in tutto il mondo. Siamo tutti a favore della pace, dell’arte e della cultura e per questo potresti coinvolgere nella rassegna qualcuno di loro. Ma non Gergiev, che purtroppo è un noto fiancheggiatore di Putin, una sorta di suo personale ambasciatore che non ha mai voluto prendere le distanze dai suoi crimini di guerra, anzi, si è prestato tante volte a celebrarli, anche con suoi concerti». Di qui l’appello finale: «Ti invito ancora una volta a ripensarci e a rimuoverlo dal cartellone, come è accaduto alla Scala e in tutti i teatri del mondo. La nostra Regione non può diventare un luogo ritenuto accogliente per fiancheggiatori di criminali». L’allocuzione della Picierno è davvero accorata. Ma c’è da credere che quel vecchio volpone di De Luca molto difficilmente tornerà sui suoi passi.
Continua a leggereRiduci
Come da suo soprannome, nuova piroetta di Donald che attacca il presidente russo: «Dice troppe stron...ate. Valuto sanzioni dure». L’Ucraina riceverà 10 intercettori Patriot. L’Ue pensa a un fondo ad hoc da 100 miliardi.De Luca non arretra dopo le proteste della Picierno sul concerto di Gergiev alla Reggia di Caserta: «Non si sovrappongono la politica e la cultura».Lo speciale contiene due articoliDopo lo stop statunitense alla fornitura di armi a Kiev, è arrivato il dietrofront di Donald Trump. «Vogliamo dare armi difensive» all’Ucraina, anche perché «Vladimir Putin non sta trattando bene gli esseri umani. Sta uccidendo troppe persone», ha detto ieri il tycoon. La scelta del presidente Usa, secondo Axios, è il risultato di giorni di consultazioni sia con diversi leader mondiali sia con i suoi collaboratori. Ma sembra che il cambio di rotta sia arrivato dopo la telefonata con il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ritenuta la più produttiva che abbiano mai avuto finora. Al contrario, il colloquio telefonico insoddisfacente con Putin sarebbe stata la miccia del raffreddamento dei rapporti con il Cremlino. A tal proposito, lo stesso Trump è intervenuto di nuovo in merito, spiegando ai cronisti: «Sono deluso francamente che il presidente Putin non si sia fermato». Il tycoon ha poi accusato il leader del Cremlino di dire «un sacco di stronzate» riguardo a Kiev, con le sanzioni contro Mosca che potrebbero essere dietro l’angolo, visto che sta «studiando molto attentamente» il disegno di legge del Senato. L’invettiva del presidente repubblicano contro Putin è proseguita: «Sta uccidendo un sacco di persone. E molte di queste sono i suoi soldati».Tornando all’invio di armi americane a Kiev, poco dopo l’annuncio da parte di Trump, è arrivata direttamente la conferma da parte del Pentagono. «Su indicazioni del presidente» statunitense «il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti manderà ulteriori armi difensive all’Ucraina per assicurare che gli ucraini possano difendersi» si legge nel comunicato. Secondo le indiscrezioni di Axios, Trump ha dato la sua parola a Zelensky sull’invio di dieci intercettori Patriot, tuttavia si tratta di una quantità inferiore rispetto a quanto stabilito nella fornitura messa in pausa. Il motivo è che il tycoon starebbe cercando soluzioni alternative: una su tutte sarebbe convincere la Germania a vendere la propria batteria di Patriot a Kiev. Anche perché, secondo il Guardian, pare che il Pentagono abbia esaurito le scorte dei missili Patriot in Medio Oriente: da qui poi è stato preso in considerazione il congelamento delle munizioni destinate a Kiev. È emerso anche che, nella telefonata con Zelensky, Trump ha affermato di non aver però congelato gli aiuti militari per l’Ucraina. La reazione russa all’inversione di Trump è stata in parte cauta. Da una parte il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha detto che l’invio di armi made in Usa a Kiev «non è in linea con i tentativi di promuovere una soluzione pacifica». Ma ha ribadito: «Apprezziamo molto gli sforzi degli Stati Uniti e personalmente del presidente Trump nell’avviare un processo di negoziazione diretta tra Russia e Ucraina», auspicando anche un «rilancio delle relazioni commerciali ed economiche». Rilancio possibile però senza «le restrizioni» americane, ha detto il portavoce, spiegando che «queste sanzioni sono illegali e danneggiano non solo i nostri imprenditori, ma anche quelli statunitensi». A essere meno diplomatico però è stato il vicesegretario del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev, secondo cui Mosca non si deve fare influenzare «dall’altalena politica» messa in atto da Trump, ma deve «continuare a raggiungere gli obiettivi dell’operazione militare speciale». Intanto Kiev, che deve dare una risposta a Mosca sulla data del terzo round di colloqui, ha ovviamente accolto con favore l’annuncio della Casa Bianca, ma si aspetta maggiori dettagli. A renderlo noto è il Guardian, secondo cui il ministero della Difesa ucraino non ha ricevuto una comunicazione ufficiale sulla ripresa dell’invio di armi. Di certo arriverà una maggiore chiarezza a Roma in questi giorni visto che è previsto l’incontro tra Zelensky e l’inviato americano, Keith Kellogg. Nel frattempo, sarebbe in atto una serie di cambiamenti all’interno del governo di Kiev: il Financial Times ha confermato che Zelensky ha promesso a Trump di cambiare l’ambasciatore ucraino negli Stati Uniti, visto che l’attuale, Oksana Markarova, sarebbe troppo vicina ai dem. La nuova nomina avverrebbe nel contesto di un rimpasto dell’esecutivo di Kiev. Ma non è finita qui dato che anche il ministero degli Esteri sta riformando la sua struttura: viene spazzato via il dipartimento per il disarmo, mentre saranno creati i dipartimenti per i Paesi ostili, per l’adesione alla Nato e per le sanzioni. In questi giorni poi arriverà a Kiev un prestito di 1 miliardo di euro da parte dell’Ue: diventano così 8 i miliardi sborsati nell’iniziativa Extraordinary revenue acceleration (Era). E Bruxelles, secondo Bloomberg, sta valutando anche la creazione di un fondo di 100 miliardi di euro, sempre a sostegno di Kiev. Sul campo, Kiev ha comunicato che nella notte sono stati distrutti 34 droni russi su 54. E l’agenzia Unian ha evidenziato che i droni intercettori usati dai soldati ucraini sono in grado di respingere gli attacchi russi, in particolare quelli degli Shaid, mentre per Mosca risulterebbe difficile neutralizzare questa difesa.Intanto, con l’inizio domani della conferenza per la Ripresa dell’Ucraina «per dare speranza a un popolo che da più di tre anni resiste con tenacia alla guerra» come ha evidenziato a Formiche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, arrivano maggiori dettagli su chi sarà presente a Roma. Oltre a Zelensky e a Kellogg, ci sarà anche il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez. Mentre oggi il patriarca Sviatoslav Shevchuk sarà ricevuto a Palazzo Chigi dal sottosegretario Alfredo Mantovano e dai ministri Alessandro Giuli (Cultura), Gilberto Pichetto Fratin (Energia) e Orazio Schillaci (Salute).<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucraina-trump-armi-2672961608.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="direttore-pro-zar-de-luca-tira-dritto" data-post-id="2672961608" data-published-at="1752004604" data-use-pagination="False"> Direttore pro zar, De Luca tira dritto Il Partito democratico è oggettivamente a pezzi: non tocca palla da mesi, ha perso miseramente il referendum di inizio giugno e il suo segretario, Elly Schlein, non gode certo di grande popolarità. Come se non bastasse, in questi giorni il partito è stato pure scosso dall’ennesima frattura interna. A duellare in pubblico e sui social, infatti, ci hanno pensato Vincenzo De Luca, il governatore sceriffo della Campania, e Pina Picierno, eurodeputata piddina che, in quanto a galloni, può vantare la carica di vicepresidente del Parlamento europeo.Galeotto fu l’invito di De Luca al direttore d’orchestra russo Valery Gergiev, che il prossimo 27 luglio dirigerà un concerto sinfonico alla Reggia di Caserta, nel più ampio contesto della rassegna Un’estate da re, programmata e finanziata dalla Regione Campania. L’aspetto problematico della vicenda, agli occhi dei detrattori del governatore, sta tutto qui: Gergiev è un mostro sacro del suo settore, una vera star della musica classica a livello mondiale, ma è anche un noto sostenitore di Vladimir Putin. Nei giorni in cui si consumò l’invasione russa dell’Ucraina, peraltro, il direttore era proprio in Italia e fu bruscamente allontanato dalla Scala di Milano dopo che Beppe Sala, altro piddino doc, pretese da Gergiev una condanna pubblica dello zar, senza però ottenerla.Tre anni e mezzo dopo, quindi, Gergiev potrà far ritorno nel Belpaese dalla porta principale, nella suggestiva cornice della Reggia di Caserta. Agli occhi della Picierno, l’esibizione del direttore russo non può che apparire come un doppio oltraggio: l’evento avverrà di fatto a casa sua (la pasionaria piddina è originaria di Santa Maria Capua Vetere) e, inoltre, è stato finanziato con fondi Poc, ossia anche con denaro proveniente da Bruxelles. Ecco perché la Picierno non ci ha pensato due volte e, lancia in resta, si è scagliata pubblicamente contro De Luca: «È inaccettabile che con i fondi europei si finanzi l’esibizione di un fiancheggiatore del Cremlino», aveva tuonato sui social.Da parte sua, però, il governatore se n’è bellamente infischiato dell’intemerata della sua compagna di partito. E, sempre sui social, le ha risposto per le rime: «Ribadiamo», ha scritto, «che quello della cultura e dell’arte è uno dei casi nei quali può crescere il dialogo fra le persone e possono svilupparsi i valori di solidarietà umana». Ecco perché, ha proseguito, «abbiamo favorito la presenza di ebrei e palestinesi, di russi e ucraini cercando di non sovrapporre il piano della politica con quello della cultura», con riferimento a un evento organizzato mesi fa nel Duomo di Napoli. Pertanto, ha concluso De Luca, «riteniamo di confermare che la Campania è la regione del dialogo e dell’unione tra i popoli». Tradotto: Gergiev farà il suo concerto a Caserta come da programma.Ma non è finita qui, perché la Picierno, indomita e piccata, ha controreplicato al governatore campano: «Caro presidente De Luca», gli ha risposto su Facebook, «ci sono moltissimi artisti russi che hanno condannato l’abietto imperialismo di Putin e si esibiscono in tutto il mondo. Siamo tutti a favore della pace, dell’arte e della cultura e per questo potresti coinvolgere nella rassegna qualcuno di loro. Ma non Gergiev, che purtroppo è un noto fiancheggiatore di Putin, una sorta di suo personale ambasciatore che non ha mai voluto prendere le distanze dai suoi crimini di guerra, anzi, si è prestato tante volte a celebrarli, anche con suoi concerti». Di qui l’appello finale: «Ti invito ancora una volta a ripensarci e a rimuoverlo dal cartellone, come è accaduto alla Scala e in tutti i teatri del mondo. La nostra Regione non può diventare un luogo ritenuto accogliente per fiancheggiatori di criminali». L’allocuzione della Picierno è davvero accorata. Ma c’è da credere che quel vecchio volpone di De Luca molto difficilmente tornerà sui suoi passi.
Jerome Powell (Ansa)
Trump affila i coltelli, Powell indossa l’elmetto. I mercati decidono che non è il caso di aspettare. In poche ore argento, platino e oro riscrivono i massimi storici, il dollaro scivola e Wall Street si guarda allo specchio temendo che la festa possa degenerare.
Il detonatore è un fatto senza precedenti. Jerome Powell, il banchiere centrale più potente del mondo, rompe ogni protocollo e si presenta in video. Non per annunciare un taglio dei tassi ma per comunicare che è sotto indagine penale. Roba da tribunali, non da conferenze stampa ovattate. La Procura vuole vederci chiaro sulla ristrutturazione della storica sede della Federal Reserve a Washington: un progetto partito nel 2022 e lievitato fino a circa 2,5 miliardi di dollari, con almeno 600 milioni in più rispetto al budget. Una cifra che, anche per gli standard americani, fa sobbalzare. Che materiali hanno usato e quanti operai hanno impiegato per spendere tanto? E il costo record dei ponteggi?
L’accusa formale è tecnica: Powell avrebbe mentito o omesso dettagli nella testimonianza resa lo scorso giugno davanti alla Commissione bancaria del Senato. Il problema non è l’edilizia. È la politica monetaria.
Powell lo dice senza giri di parole. Definisce l’indagine «un’azione senza precedenti» e la inserisce in un contesto di «minacce e pressioni continue» da parte della Casa Bianca. Insomma una ritorsione. Il peccato di Powell, nella sua ricostruzione è quello di aver fissato i tassi di interesse sulla base dei dati macroeconomici - inflazione, occupazione - invece che sulle preferenze del presidente.
Trump, naturalmente, nega tutto. «Non ne so nulla», dice a Nbc News. Ma la smentita dura il tempo di un respiro. Subito dopo riparte l’attacco: Powell «non è molto bravo alla Fed e non è molto bravo a costruire edifici». Tradotto: se i tassi fossero più bassi, nessuno parlerebbe dei muri della Fed.
I mercati non aspettano le Procure. Reagiscono. L’oro vola oltre 4.600 dollari l’oncia, chiudendo intorno 4.620. L’argento schizza a 86 dollari, con rialzi giornalieri da capogiro. Il platino sfiora i 2.400 dollari, il palladio si avvicina ai 2.000. È la corsa ai beni rifugio nella sua forma più pura, quasi didattica. Il dollaro, invece, paga il conto. Inverte la rotta della settimana precedente e perde terreno contro l’euro. I Treasury a 10 anni salgono al 4,2%, i trentennali al 4,86%. Segnali chiari di tensione. Segnali che raccontano una cosa sola: la fiducia non è infinita. E quando viene messa in discussione la credibilità della banca centrale americana, il mondo intero prende appunti. In Europa si fa finta di niente, come spesso accade quando il problema è grande. Milano e Parigi restano immobili, Londra avanza di un timido +0,16%, Francoforte sale dello 0,57% trainata dai titoli della difesa - perché in tempi di guerra, vera o metaforica, qualcuno guadagna sempre. Wall Street galleggia appena sopra la parità, con l’aria di chi spera che sia solo un brutto sogno. Ma non lo è. Perché qui non siamo più alle schermaglie verbali, ai tweet, ai soprannomi irridenti. Qui siamo allo scontro istituzionale. E se è vero che il capo dellla Fed non può sentirsi al di sopra della legge è altrettanto vero che l’atmosfera intorno alla banca centrale Usa si è fatta incandescente. Kevin Hassett, direttore del Consiglio economico nazionale e possibile successore di Powell, butta benzina sul fuoco parlando di un edificio «enormemente più costoso di qualsiasi altro nella storia di Washington». Un messaggio neanche troppo cifrato.
Il mandato di Powell scade a maggio. Da qui ad allora i mercati resteranno nervosi. Perché nessuno sa dove porterà questa escalation. Se l’indagine andrà avanti. Se il precedente diventerà prassi. Se, domani, ogni decisione sui tassi dovrà passare al vaglio della politica. È questo lo spettro che spaventa gli investitori molto più di un bilancio fuori controllo.
La guerra nucleare dei mercati, insomma, è già iniziata. Non fa rumore, non lascia crateri visibili, ma brucia fiducia, erode certezze e spinge capitali a nascondersi sotto terra, in lingotti luccicanti. E come in ogni guerra, c’è una sola verità: quando saltano i tabù, nessuno può dirsi al sicuro. Nemmeno la Federal Reserve.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 13 gennaio 2026. Il grande esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti ci rivela i retroscena delle strategie di Usa, Russia e Cina.
(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'Italia durante il dibattito sulla Pac (Politica agricola comune) all'Eurocamera di Strasburgo.
Ettore Prandini (Imagoeconomica)
Presidente Prandini, allora è il Mercosur o è il Marcosur?
«Non c’è alcun dubbio: è il Marcosur! La Germania è tornata a dettare legge in Europa e Ursula von der Leyen esegue pedissequamente gli ordini e tutela gli interessi di Berlino. I tedeschi hanno una loro idea dello sviluppo dell’Europa, vogliono dettare le loro regole a tutti. Un esempio incontrovertibile è che la Germania non vuole la reciprocità, non la vuole su ciò che esporta e nell’accordo del Mercosur non c’è la reciprocità, senza la quale quell’accordo diventa un boomerang per le imprese agricole, ma io credo anche per molte altre imprese europee e soprattutto per i cittadini. Speriamo in un sussulto del Parlamento che ponga freno a questa deriva e si renda conto che viene esautorato».
A darle ragione c’è il ricorso che la Polonia vuole presentare e le mozioni di sfiducia dei francesi contro la Von der Leyen che vuole evitare la ratifica dall’Eurocamera. Vede un deficit di democrazia e di democrazia alimentare in Europa?
«Sulla democrazia alimentare ci siamo spesi con ogni forza: senza sovranità alimentare non c’è la possibilità di un accesso al cibo uguale per tutti, ma quanto sta accadendo sull’accordo è paradossale. Il Parlamento, che è il livello più alto di democrazia in Europa, viene esautorato da un organismo come la Commissione che non è eletto direttamente. La presidente ha eroso la centralità del Parlamento e impone con una estremizzazione dei suoi comportamenti e il sostegno di una struttura burocratica cosa deve decidere l’Eurocamera. Per noi è inaccettabile».
In cosa risiede la «pericolosità» del Mercosur?
«È di tutta evidenza che già in queste ore si moltiplicano le pressioni per fare accordi con l’India, con il Vietnam secondo le convenienze della Germania e che l’agricoltura viene usata come merce di scambio. L’agricoltura in Europa ha perso la sua centralità a favore di altri interessi».
Sì, però vi hanno dato dei soldi in più…
«E dove sono questi soldi in più? Abbiamo semplicemente recuperato il taglio di 92 miliardi che la Von der Leyen aveva deciso. 45 miliardi sono contributi agricoli, gli altri li abbiamo recuperati facendo in modo che i fondi per lo sviluppo rurale vadano tutti alle aziende agricole. Ma non c’è stato dato un euro in più. E questo mentre tutto il mondo dagli Usa alla Cina sta triplicando gli investimenti in agricoltura, il che testimonia l’assoluta miopia della Von der Leyen. Grazie al nostro governo, all’impegno dei ministri Francesco Lollobrigida e Antonio Tajani e alla pressione esercitata dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni siamo riusciti a recuperare un miliardo in più per l’Italia nella prossima Pac. Ma non c’entra nulla col Mercosur, non può essere una compensazione: senza reciprocità, senza clausole di salvaguardia quell’accordo resta deleterio».
Per quali ragioni?
«Se non si mette la reciprocità domani con l’India, piuttosto che con il Vietnam sarà lo stesso schema: per vendere ciò che interessa ad alcuni si penalizza l’agricoltura. E non mi convince chi dice che alcune filiere ne traggono vantaggio. Ci danno qualcosa da una parte per toglierci tutto il resto. Lo abbiamo già sperimentato col Ceta: la filiera cerealicola è in ginocchio e i canadesi fanno arrivare il grano senza condizioni, succederà così anche col Mercosur».
Ha a che fare col fatto che la nostra è un’agricoltura polifunzionale?
«Anche, ma il tema è un altro: è la reciprocità. Come posso stare sul mercato se è consentito importare in Europa prodotti coltivati con fertilizzanti, diserbanti, fitofarmaci vietatissimi da noi? Com’è possibile far entrare merce che viene coltivata con standard ambientali, di benessere animale ed etici distantissimi dai nostri? Se i vincoli europei fossero applicati a un’azienda agricola del Mercosur fallirebbe in un giorno. Lo sanno a Bruxelles che lì possono andare in farmacia senza nessun vincolo a comprare antibiotici e ormoni che accelerano l’accrescimento degli animali, sostanze che da noi sono giustamente vietatissime e che però i consumatori si ritrovano nel piatto? Come si difende la filiera della carne rossa, del pollame da questo attacco? E come tutelo la filiera del riso se sfruttando i bambini, perché pesano meno e non distruggono le piante, si usano per spargere veleni chimici sulle coltivazioni? È di questo che stiamo parlando. Poi mi dicono, ma il vino ha vantaggio e mi raccontano che col Mercosur si mitiga l’italian sounding. A parte che è tutto da vedere, ma una volta azzerata l’agricoltura che ce ne facciamo? Il sistema agroalimentare produce la prima voce di esportazione dell’Europa e proprio questo sistema è messo a rischio e usato come merce di scambio. È incomprensibile».
Ci saranno i controlli?
«Siamo convinti che i brasiliani faranno andare gli europei a controllare le loro produzioni? Se mi dite dove danno questo film di fantascienza lo vado a vedere. È per questo che noi insistiamo per avere in Italia l’autorità delle dogane europee. Siamo il Paese all’avanguardia nei controlli sanitari e di qualità. Siamo in un continente che oggi controlla appena il 3% delle merci che importa! Meglio di noi fa anche l’Africa. E qui sta un altro paradosso: loro continueranno a fare controlli severissimi sulle nostre merci che importano, come hanno sempre fatto per costituire un’artificiosa barriera doganale».
Voi andate a protestare a Strasburgo, siete sicuri che la gente vi segua?
«Sì e lo vediamo tutti i giorni: i cittadini ci chiedono controlli sulla qualità e la salubrità dei prodotti. Appena ieri il ministro della Sanità ha posto il problema della sostenibilità del sistema di assistenza e cura. Sappiamo tutti che è da ciò che mangiamo che inizia e si rafforza la tutela della nostra salute. E tutti sanno che i prodotti della nostra agricoltura sono i più sani e i più controllati. Quando ci battiamo per le nostre aziende agricole ci battiamo anche per la salute dei cittadini. E gli italiani lo sanno».
Continua a leggereRiduci