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2025-10-28
La (fragile) tregua tra Trump e Xi obbliga l’Ue a decidere cosa fare con Pechino
Donald Trump (Getty Images)
Prosegue cautamente la distensione commerciale tra Stati Uniti e Cina dopo che, domenica, i due Paesi avevano raggiunto un accordo quadro a margine del vertice Asean di Kuala Lumpur. «Siamo praticamente d’accordo che andrò in Cina. Il presidente Xi verrà a Washington o a Palm Beach qualche tempo dopo», ha dichiarato ieri Donald Trump. «Nutro grande rispetto per il presidente Xi. Credo che mi apprezzi molto e mi rispetti. E credo che rispetti molto il nostro Paese. Avremo una transazione di successo per entrambi i Paesi», ha aggiunto.
È quindi in questo clima di disgelo che l’inquilino della Casa Bianca si appresta a incontrare l’omologo cinese giovedì in Corea del Sud. Nell’occasione, i due leader discuteranno di vari dossier geopolitici: dalla guerra in Ucraina alla questione mediorientale. Tutto questo, senza ovviamente trascurare l’accordo quadro raggiunto domenica. Non solo. Ieri, Trump ha anche detto che, giovedì, i due presidenti potrebbero anche firmare un’intesa su TikTok. «Questa è una delle cose di cui parleremo», ha affermato l’inquilino della Casa Bianca.
In tutto questo, sempre ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha avuto un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, il quale, nell’occasione, ha dichiarato che Washington e Pechino dovrebbe «incontrarsi a metà strada», auspicando inoltre che le relazioni tra le due capitali siano «sane, stabili e sostenibili».
Insomma, a prima vista sembrerebbe proprio che sia scoppiata la pace tra Stati Uniti e Cina. Certo, il disgelo è innegabile. E potrebbe portare anche a qualche interessante svolta durante l’imminente faccia a faccia tra Trump e Xi. Tuttavia, attenzione. La competizione economica e geopolitica tra Washington e Pechino non si è interrotta. A provarlo stanno, per esempio, gli accordi commerciali che, l’altro ieri, Trump ha stretto con Vietnam, Malesia, Cambogia e Thailandia: accordi sulla cui base la Casa Bianca esenterà dai dazi americani alcuni prodotti esportati dai quattro Paesi. Non solo. L’intesa con il governo di Kuala Lumpur è anche finalizzata «alla cooperazione tra i partecipanti nello sviluppo e nell’espansione delle catene di approvvigionamento di minerali critici».
E proprio il tema dei minerali critici è storicamente uno dei principali nodi sul tavolo nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina. Secondo quanto riferito domenica dal segretario al Tesoro americano Scott Bessent, Pechino, nell’accordo quadro, avrebbe accettato di differire le restrizioni all’export di terre rare: restrizioni che, nei mesi scorsi, avevano significativamente irritato Washington. Il tema resta comunque assai delicato. Tra l’altro, mediando il cessate il fuoco tra Cambogia e Thailandia, Trump ha indirettamente inferto un colpo all’influenza geopolitica del Dragone sul Sudest asiatico. Senza poi dimenticare le recenti sanzioni statunitensi a Lukoil e Rosneft che, secondo Reuters, avrebbero spinto le grandi compagnie petrolifere cinesi a sospendere l’acquisto di greggio russo.
Tutto questo per dire che, sì, è in atto un disgelo tra Washington e Pechino, ma che, al contempo, la competizione tra le due potenze è più serrata che mai. Un fattore, questo, che diverrebbe tanto più evidente qualora Trump, nei prossimi giorni, dovesse incontrare Kim Jong-un. Al di là dell’amicizia di facciata, Xi teme infatti Pyongyang sia per il suo iperattivismo nucleare sia per i suoi stretti legami con Mosca nel settore della Difesa. Ecco: è alla luce di queste considerazioni che emerge una domanda. Che cosa farà l’Ue?
L’interrogativo è legittimo, perché a Bruxelles non sembra esserci una linea troppo chiara sul dossier cinese. Da una parte, pochi giorni fa, il capo della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha minacciato ritorsioni contro Pechino, qualora quest’ultima dovesse restringere l’export di minerali strategici. Dall’altra parte, ieri il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, incontrando il premier cinese Li Qiang, ha auspicato che Ue e Cina mantengano scambi di alto livello, rafforzando anche dialogo e coordinamento. Lo strabismo geopolitico di Bruxelles è anche il riflesso delle mosse di Parigi e Berlino. A metà ottobre, il consigliere diplomatico di Emmanuel Macron, Emmanuel Bonne, si era incontrato con Wang Yi, sostenendo, secondo una nota di Pechino, che «la Francia si oppone alle guerre commerciali e al confronto tra blocchi ed è disposta a mantenere uno stretto coordinamento strategico con la Cina». Sembra invece che il governo di Friedrich Merz stia iniziando a raffreddare i rapporti di Berlino con il Dragone. Pochi giorni fa, il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ha infatti rinviato una visita che avrebbe dovuto effettuare in Cina. L’attuale cancelliere tedesco si è ormai da tempo avvicinato alla linea di Giorgia Meloni, mentre Macron continua a intestarsi il ruolo oppositore di Trump. Un velleitarismo, quello francese, che rischia seriamente di danneggiare Bruxelles dal punto di vista geopolitico.
Difesa, minerali e tecnologia navale: il nuovo corso tra States e Giappone
Dopo la «visita di cortesia» di ieri all’imperatore Naruhito, salutato all’aeroporto di Tokyo con una calorosa stretta di mano anziché l’inchino di protocollo, oggi Donald Trump vede il premier giapponese, Sanae Takaichi. Il presidente Usa aveva già affermato di «non vedere l’ora» di incontrarla e di aver sentito «cose fenomenali» sul suo conto sottolineando che Takaichi, prima donna con questa carica, era «una grande alleata e amica» dell’ex premier giapponese Shinzo Abe, al quale era particolarmente legato. Infatti Takaichi, come segno di amicizia, ha regalato a The Donald un set di mazze da golf appartenute all’ex premier Abe e delle palline dorate. La premier accompagnerà Trump a bordo dell’elicottero presidenziale Marine One, su invito del Dipartimento di Stato, per una visita alla base navale di Yokosuka, a sud di Tokyo, dove vedrà molti dei circa 60.000 soldati americani di stanza nel Sol Levante. In una telefonata preventiva, la leader conservatrice ha assicurato al presidente Usa che il rafforzamento dei legami bilaterali, in particolare in materia di sicurezza, è «la massima priorità della sua amministrazione». Takaichi ha annunciato che il Giappone aumenterà il suo bilancio per la difesa al 2% del Pil a partire da quest’anno fiscale, che si concluderà il 31 marzo, con due anni di anticipo rispetto al piano precedentemente concordato. Molti i dossier commerciali al centro del bilaterale ma tra i numerosi progetti, come anticipato dai media nipponici, i due Paesi si preparano a firmare un memorandum d’intesa per rafforzare la cooperazione nel settore della cantieristica navale: un’iniziativa che si inserisce nel quadro delle misure di sicurezza economica, e che mira a ridurre la dipendenza industriale dalla Cina. Secondo fonti governative, il memorandum prevede l’istituzione di un gruppo di lavoro congiunto incaricato di sviluppare strategie per stimolare le due industrie cantieristiche, e l’inclusione di investimenti incrociati nei cantieri navali delle due nazioni, con l’obiettivo di accrescere la competitività, migliorare l’efficienza produttiva e integrare le catene di approvvigionamento. Prevista anche l’adozione di tecnologie avanzate, come l’Intelligenza artificiale, per facilitare la progettazione e la funzionalità delle navi. Secondo gli analisti, Tokyo e Washington condividono la preoccupazione che una dipendenza eccessiva da Pechino possa compromettere la sicurezza dei trasporti marittimi in caso di crisi, considerata la crescente influenza della Cina, che nel 2024 ha detenuto oltre il 70% del mercato mondiale della cantieristica per tonnellaggio, mentre la quota del Giappone è scesa all’8%.
Contemporaneamente, i due governi intendono firmare un secondo memorandum volto a rafforzare la cooperazione sulle forniture di minerali critici, incluse le terre rare, settore anch’esso dominato dalla Cina. Oltre ad una possibile tregua commerciale per sospendere i dazi americani, oggi potrebbero essere affrontate anche le questioni ancora in sospeso, come la forma che assumeranno gli investimenti per 550 miliardi di dollari annunciati dal Giappone negli Stati Uniti. Sempre oggi, oltre ad un incontro con dirigenti d’azienda a Tokyo, sono previste anche riunioni tra il ministro del Commercio giapponese Ryosei Akazawa e il segretario al Commercio statunitense Howard Lutnick, nonché incontri con il ministro degli Esteri Toshimitsu Motegi. In un gesto simbolico, il ministero dei Trasporti giapponese esporrà al vertice alcuni pickup Usa, un segnale di apertura verso il mercato automobilistico americano dopo le critiche di Trump sull’assenza di veicoli americani in Giappone.
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Il disgelo impone a Bruxelles scelte chiare col Dragone. Finora non sono arrivate a causa delle diverse linee di Parigi e Berlino.Difesa, minerali e tecnologia navale: il nuovo corso tra Usa e Giappone. Oggi l’incontro tra il presidente americano e Takaichi. Tra i dossier anche l’Intelligenza artificiale.Lo speciale contiene due articoli.Prosegue cautamente la distensione commerciale tra Stati Uniti e Cina dopo che, domenica, i due Paesi avevano raggiunto un accordo quadro a margine del vertice Asean di Kuala Lumpur. «Siamo praticamente d’accordo che andrò in Cina. Il presidente Xi verrà a Washington o a Palm Beach qualche tempo dopo», ha dichiarato ieri Donald Trump. «Nutro grande rispetto per il presidente Xi. Credo che mi apprezzi molto e mi rispetti. E credo che rispetti molto il nostro Paese. Avremo una transazione di successo per entrambi i Paesi», ha aggiunto.È quindi in questo clima di disgelo che l’inquilino della Casa Bianca si appresta a incontrare l’omologo cinese giovedì in Corea del Sud. Nell’occasione, i due leader discuteranno di vari dossier geopolitici: dalla guerra in Ucraina alla questione mediorientale. Tutto questo, senza ovviamente trascurare l’accordo quadro raggiunto domenica. Non solo. Ieri, Trump ha anche detto che, giovedì, i due presidenti potrebbero anche firmare un’intesa su TikTok. «Questa è una delle cose di cui parleremo», ha affermato l’inquilino della Casa Bianca. In tutto questo, sempre ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha avuto un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, il quale, nell’occasione, ha dichiarato che Washington e Pechino dovrebbe «incontrarsi a metà strada», auspicando inoltre che le relazioni tra le due capitali siano «sane, stabili e sostenibili».Insomma, a prima vista sembrerebbe proprio che sia scoppiata la pace tra Stati Uniti e Cina. Certo, il disgelo è innegabile. E potrebbe portare anche a qualche interessante svolta durante l’imminente faccia a faccia tra Trump e Xi. Tuttavia, attenzione. La competizione economica e geopolitica tra Washington e Pechino non si è interrotta. A provarlo stanno, per esempio, gli accordi commerciali che, l’altro ieri, Trump ha stretto con Vietnam, Malesia, Cambogia e Thailandia: accordi sulla cui base la Casa Bianca esenterà dai dazi americani alcuni prodotti esportati dai quattro Paesi. Non solo. L’intesa con il governo di Kuala Lumpur è anche finalizzata «alla cooperazione tra i partecipanti nello sviluppo e nell’espansione delle catene di approvvigionamento di minerali critici».E proprio il tema dei minerali critici è storicamente uno dei principali nodi sul tavolo nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina. Secondo quanto riferito domenica dal segretario al Tesoro americano Scott Bessent, Pechino, nell’accordo quadro, avrebbe accettato di differire le restrizioni all’export di terre rare: restrizioni che, nei mesi scorsi, avevano significativamente irritato Washington. Il tema resta comunque assai delicato. Tra l’altro, mediando il cessate il fuoco tra Cambogia e Thailandia, Trump ha indirettamente inferto un colpo all’influenza geopolitica del Dragone sul Sudest asiatico. Senza poi dimenticare le recenti sanzioni statunitensi a Lukoil e Rosneft che, secondo Reuters, avrebbero spinto le grandi compagnie petrolifere cinesi a sospendere l’acquisto di greggio russo.Tutto questo per dire che, sì, è in atto un disgelo tra Washington e Pechino, ma che, al contempo, la competizione tra le due potenze è più serrata che mai. Un fattore, questo, che diverrebbe tanto più evidente qualora Trump, nei prossimi giorni, dovesse incontrare Kim Jong-un. Al di là dell’amicizia di facciata, Xi teme infatti Pyongyang sia per il suo iperattivismo nucleare sia per i suoi stretti legami con Mosca nel settore della Difesa. Ecco: è alla luce di queste considerazioni che emerge una domanda. Che cosa farà l’Ue?L’interrogativo è legittimo, perché a Bruxelles non sembra esserci una linea troppo chiara sul dossier cinese. Da una parte, pochi giorni fa, il capo della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha minacciato ritorsioni contro Pechino, qualora quest’ultima dovesse restringere l’export di minerali strategici. Dall’altra parte, ieri il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, incontrando il premier cinese Li Qiang, ha auspicato che Ue e Cina mantengano scambi di alto livello, rafforzando anche dialogo e coordinamento. Lo strabismo geopolitico di Bruxelles è anche il riflesso delle mosse di Parigi e Berlino. A metà ottobre, il consigliere diplomatico di Emmanuel Macron, Emmanuel Bonne, si era incontrato con Wang Yi, sostenendo, secondo una nota di Pechino, che «la Francia si oppone alle guerre commerciali e al confronto tra blocchi ed è disposta a mantenere uno stretto coordinamento strategico con la Cina». Sembra invece che il governo di Friedrich Merz stia iniziando a raffreddare i rapporti di Berlino con il Dragone. Pochi giorni fa, il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ha infatti rinviato una visita che avrebbe dovuto effettuare in Cina. L’attuale cancelliere tedesco si è ormai da tempo avvicinato alla linea di Giorgia Meloni, mentre Macron continua a intestarsi il ruolo oppositore di Trump. Un velleitarismo, quello francese, che rischia seriamente di danneggiare Bruxelles dal punto di vista geopolitico.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tregua-trump-xi-obbliga-ue-2674237802.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="difesa-minerali-e-tecnologia-navale-il-nuovo-corso-tra-states-e-giappone" data-post-id="2674237802" data-published-at="1761602106" data-use-pagination="False"> Difesa, minerali e tecnologia navale: il nuovo corso tra States e Giappone Dopo la «visita di cortesia» di ieri all’imperatore Naruhito, salutato all’aeroporto di Tokyo con una calorosa stretta di mano anziché l’inchino di protocollo, oggi Donald Trump vede il premier giapponese, Sanae Takaichi. Il presidente Usa aveva già affermato di «non vedere l’ora» di incontrarla e di aver sentito «cose fenomenali» sul suo conto sottolineando che Takaichi, prima donna con questa carica, era «una grande alleata e amica» dell’ex premier giapponese Shinzo Abe, al quale era particolarmente legato. Infatti Takaichi, come segno di amicizia, ha regalato a The Donald un set di mazze da golf appartenute all’ex premier Abe e delle palline dorate. La premier accompagnerà Trump a bordo dell’elicottero presidenziale Marine One, su invito del Dipartimento di Stato, per una visita alla base navale di Yokosuka, a sud di Tokyo, dove vedrà molti dei circa 60.000 soldati americani di stanza nel Sol Levante. In una telefonata preventiva, la leader conservatrice ha assicurato al presidente Usa che il rafforzamento dei legami bilaterali, in particolare in materia di sicurezza, è «la massima priorità della sua amministrazione». Takaichi ha annunciato che il Giappone aumenterà il suo bilancio per la difesa al 2% del Pil a partire da quest’anno fiscale, che si concluderà il 31 marzo, con due anni di anticipo rispetto al piano precedentemente concordato. Molti i dossier commerciali al centro del bilaterale ma tra i numerosi progetti, come anticipato dai media nipponici, i due Paesi si preparano a firmare un memorandum d’intesa per rafforzare la cooperazione nel settore della cantieristica navale: un’iniziativa che si inserisce nel quadro delle misure di sicurezza economica, e che mira a ridurre la dipendenza industriale dalla Cina. Secondo fonti governative, il memorandum prevede l’istituzione di un gruppo di lavoro congiunto incaricato di sviluppare strategie per stimolare le due industrie cantieristiche, e l’inclusione di investimenti incrociati nei cantieri navali delle due nazioni, con l’obiettivo di accrescere la competitività, migliorare l’efficienza produttiva e integrare le catene di approvvigionamento. Prevista anche l’adozione di tecnologie avanzate, come l’Intelligenza artificiale, per facilitare la progettazione e la funzionalità delle navi. Secondo gli analisti, Tokyo e Washington condividono la preoccupazione che una dipendenza eccessiva da Pechino possa compromettere la sicurezza dei trasporti marittimi in caso di crisi, considerata la crescente influenza della Cina, che nel 2024 ha detenuto oltre il 70% del mercato mondiale della cantieristica per tonnellaggio, mentre la quota del Giappone è scesa all’8%.Contemporaneamente, i due governi intendono firmare un secondo memorandum volto a rafforzare la cooperazione sulle forniture di minerali critici, incluse le terre rare, settore anch’esso dominato dalla Cina. Oltre ad una possibile tregua commerciale per sospendere i dazi americani, oggi potrebbero essere affrontate anche le questioni ancora in sospeso, come la forma che assumeranno gli investimenti per 550 miliardi di dollari annunciati dal Giappone negli Stati Uniti. Sempre oggi, oltre ad un incontro con dirigenti d’azienda a Tokyo, sono previste anche riunioni tra il ministro del Commercio giapponese Ryosei Akazawa e il segretario al Commercio statunitense Howard Lutnick, nonché incontri con il ministro degli Esteri Toshimitsu Motegi. In un gesto simbolico, il ministero dei Trasporti giapponese esporrà al vertice alcuni pickup Usa, un segnale di apertura verso il mercato automobilistico americano dopo le critiche di Trump sull’assenza di veicoli americani in Giappone.
Un recente incontro tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan Al Saud (Getty Images)
Chiaramente il progetto ha varie implicazioni di natura geopolitica. La prima, forse la più ovvia, è la volontà di ridurre l’importanza dello Stretto di Hormuz. La guerra degli Stati Uniti e di Israele con l’Iran ha portato al blocco di questo passaggio: il che ha causato un deciso incremento dei prezzi dell’energia. Non dimentichiamo d’altronde che da Hormuz passa circa il 20% del petrolio a livello mondiale.
In secondo luogo, la Turchia punta a marginalizzare sia gli Emirati arabi uniti sia Israele. «La riduzione dell'influenza di Israele nella regione, unitamente a una maggiore solidarietà politica ed economica tra di noi, porterà prosperità economica, pace e stabilità in Medio Oriente, nel Golfo e ai confini meridionali della Turchia», ha dichiarato il ministro del Commercio di Ankara Ömer Bolat. Ricordiamo del resto che, a partire dall’eccidio del 7 ottobre 2023, i rapporti tra Turchia e Israele sono tornati a farsi particolarmente tesi. La settimana scorsa, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, è addirittura arrivato a paragonare Benjamin Netanyahu ad Adolf Hitler.
In terzo luogo, la realizzazione di questa nuova via commerciale potrebbe complicare ulteriormente i già difficili rapporti dell’Arabia Saudita tanto con Abu Dhabi quanto con Gerusalemme. Riad è ai ferri corti con gli emiratini su vari dossier: Yemen, Sudan, Opec e Somaliland. Al contempo, il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, sta resistendo alle pressioni di Donald Trump che vorrebbero spingerlo a normalizzare le relazioni con Israele. Riad ha infatti fatto sapere che aderirà agli Accordi di Abramo soltanto se sarà prima avviato un percorso concreto volto all’istituzione di uno Stato palestinese.
Alla luce di tutto questo, è chiaro come l’ulteriore avvicinamento dei sauditi alla Turchia aumenterà le tensioni tra Riad e Gerusalemme. Senza poi trascurare che l’accordo della scorsa settimana valorizza la Siria, in cui attualmente vige un regime appoggiato da Ankara: un regime a cui Netanyahu guarda storicamente con sospetto.
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Lo scrittore israeliano Eshkol Nevo (Getty Images)
Contro la sua partecipazione al festival letterario di Polignano a mare è partita diverse settimane fa una petizione firmata dal vicesindaco di Bari, Giovanna Iacovone, dal sindaco di Molfetta, Manuel Minervini, e persino da Franco Moscone, arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, che parlando alla Stampa ha rivendicato il gesto spiegando che Nevo di fatto avalla lo sterminio dei palestinesi. Il caso è particolarmente emblematico (e grottesco) per varie ragioni. La prima è che Nevo è scrittore famoso e fino all’altro giorno coccolatissimo dalla sinistra intellettuale e dalla stampa di area, ha collaborato pure con Vanity Fair, rivista di riferimento del progressismo chic, e Repubblica non gli nega mai paginate ogni volta che esce un suo nuovo libro. C’è poi il dettaglio della posizione politica del nostro. Come praticamente tutti gli esponenti del mondo letterario, Nevo è ostile a Netanyahu e al suo governo, ma non abbastanza. Condanna cioè gli attacchi israeliani ma non il genocidio dei palestinesi. È dunque dalla parte giusta, ma non del tutto. Cioè non usa le precise parole, i precisi toni e i precisi concetti richiesti dalla mente collettiva dell’artista di sinistra. Almeno Erri De Luca si era dichiarato sionista, Nevo nemmeno quello: ne si richiede la censura non perché non si conforma, ma perché non si conforma a sufficienza.
Certo, anche stavolta ci sono i difensori progressisti della libertà di espressione, che hanno preso la penna per contestare la mordacchia al collega. Paolo Giordano ha scritto sul Corriere che non si può annegare uno scrittore in una ideologia e attribuirgli le malefatte di un governo. Anna Foa paventa la discriminazione ai danni dell’ebreo in quanto tale. Posizioni interessanti ma comunque curiose. Giordano era fra quelli che appoggiavano la censura del padiglione russo alla Biennale, la Foa ha scritto che cacciare De Luca da un festival «non è censura».
Di nuovo, tocca notare alcuni particolari. Il primo è che non c’è nessuno che si schieri contro la censura a prescindere, tutti fanno sempre dei distinguo. Chi ha difeso De Luca e chi si schiera con Nevo deve ogni volta ricordare che «hanno condannato Netanyahu», per spiegare che non sono poi così cattivi. Significa che non si tutela la libertà dell’artista: si difende un membro della corporazione cercando di dimostrare che non è troppo distante dall’ortodossia. Si difende quello che comunque è ostile al governo di Israele, che comunque è di sinistra, che comunque è «uno di noi». Su tutti gli altri la mannaia può calare serenamente. Non risulta infatti che ci siano stati accorati dibattiti fra illustri romanzieri sulle esclusioni di putiniani, no vax, razzisti, fascisti, e spauracchi assortiti. Questi discutono fra loro sull’opportunità di sanzionare il compagno che sbaglia, ma con i nemici del popolo nessuna pietà.
Non a caso non si leva mezza voce a contestare il delirante patentino antifascista che l’organizzazione del festival romano Più libri più liberi vuole imporre agli editori partecipanti, con il chiaro fine di escludere case editrici non conformi. Ricorderete la polemica: Passaggio al bosco ottenne regolarmente lo stand e subito si levarono appelli e proteste. Zerocalcare decise di boicottare la kermesse (sì, lo stesso fumettista autore del manifesto dell’assurdo corteo di sabato organizzato dalla Cgil per chiedere l’oscuramento della marcia per la remigrazione e della manifestazione per la vita). Ebbene, per evitare che alla prossima edizione di Più libri più liberi qualche sincero democratico si indisponga, ecco il patentino antifascista: se vuoi partecipare, devi aderire al pensiero prevalente.
«È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono», ha detto ieri Giorgia Meloni. «La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno. Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica». Sante parole che dovrebbero essere pronunciate da scrittori e intellettuali, non da un premier. Ma gli intellettuali tacciono, perché ovviamente approvano la mordacchia. Non tacciono i politici del campo largo, che però aprono bocca per sostenere la censura. Giuseppe Conte ad esempio dice che la Meloni fa polemiche surreali sulla fiera del libro. Capito? È surreale lei, non il patentino da attribuire ai diligenti servi del potere.
Questo è il livello della sinistra italiana. Censura gli avversari politici, censura gli amici che dicono una parola di troppo o una di meno, censura (o prova a farlo) le manifestazioni pacifiche e autorizzate che non gradisce. Poi però evoca il ritorno del regime blaterando di Vannacci, di estrema destra e di onda nera. E lo fa stando all’opposizione: pensate che cosa accadrebbe se questa gente tornasse a governare, se riprendesse in mano anche le poche leve del potere che in questi anni ha dovuto abbandonare. Grazie alle polemiche su De Luca, Nevo, Vannacci eccetera sappiamo che cosa aspettarci da un eventuale ritorno dei progressisti: saranno più feroci di prima, e non faranno prigionieri.
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Un uomo, un aeroplano, il freddo da domare per stabilire un record. Ma soprattutto il tentativo di capire come gli aeroplani avrebbero potuto volare più in alto per sfuggire alla contraerea.
Giorgia Meloni ha suonato la carica, tuffandosi nel Kulturkampf con la sinistra dei censori: in questo caso, l’oggetto del contendere è la grottesca trovata del patentino antifascista per gli editori della fiera libraria di Roma. Ma la patata più bollente la maneggia Matteo Piantedosi: sabato sera, ospite del gala alla masseria di Manduria di Bruno Vespa, il ministro dell’Interno promette, per il 2026, il «superamento della soglia simbolo dei 10.000 rimpatri, che non è mai avvenuto in Italia». È un «sogno», spiega il titolare del Viminale. Ma lui ha già «dato mandato» agli uffici di lavorare al traguardo, poiché «in questo quadriennio abbiamo accresciuto il numero» delle espulsioni di stranieri irregolari.
Piantedosi non vuol dare l’impressione che l’esecutivo corra dietro alle piazze per la remigrazione. Anzi, sottolinea che «il tema è di una grande complessità, liquidarlo con formule molto immediate, molto semplicistiche, credo che non porti da nessuna parte». E rincara la dose: «Io, francamente, non ho capito che vuol dire remigrazione rispetto a quello che già si fa o che si dovrebbe fare. Questa teoria della remigrazione», conclude, «ancora non è stata declinata in tutta la sua forza». Roberto Vannacci, dall’assemblea costituente di Futuro nazionale, prova a chiarirla: non è solo una questione di rimpatri, sostiene, «ma un concetto politico: vuol dire il sacrosanto diritto di difendere i popoli autoctoni», di non «snaturarli. La soluzione è far tornare al Paese di origine chi è entrato illegalmente da noi, è clandestino - e riguarda la stragrande maggioranza. E poi ci sono anche quelli che hanno diritto ma fanno attività criminali. La remigrazione si applica in maniera culturale, insegnando la propria civiltà» e «Garibaldi» a scuola. «Gli elementi esogeni», ricorda il generale, «costano di più di quanto» restituiscano.
Al di là del dibattito sugli slogan, il vero ostacolo sul percorso dell’agenda securitaria, che la maggioranza ha finalmente deciso di recuperare, è un altro. E Piantedosi, memore delle esperienze pregresse, ce l’ha presente: «Io sono quasi certo», dichiara infatti nel dialogo con Vespa, «che ci saranno dei casi in cui - l’ho anche detto al presidente Meloni - questi stessi regolamenti europei saranno oggetto di valutazione per singoli processi dal punto di vista della corrispondenza della regola europea alla Carta europea dei diritti. Quindi mi aspetto già dei ricorsi, come è avvenuto sull’Albania». Il premier è informato: non si vincerà facile. Nonostante l’entrata in vigore del nuovo Patto Ue sulle migrazioni, che in teoria complica la strada alla magistratura italiana, capace di ostacolare i Cpr balcanici, a colpi di interpellanze alla Corte di giustizia dell’Ue.
Le novità introdotte in sede europea facilitano le procedure di espulsione: gli hub negli Stati terzi sono ormai legittimati e Bruxelles ha approvato una lista unica di Paesi sicuri, che già comprende Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. È sufficiente a coprire una bella quota degli sbarchi che avvengono in Italia: al 31 maggio 2026, era bengalese il 30% degli immigrati, mentre tunisini, egiziani e marocchini rappresentavano un altro 11%. Le modifiche al regolamento comunitario hanno permesso di far rientrare nell’elenco anche nazioni nelle quali alcune regioni rimangono turbolente e pericolose, o in cui alcune categorie, come certe minoranze religiose e sessuali, potrebbero subire persecuzioni; ovviamente, a chi ne fa parte, spettano adeguate tutele giuridiche.
Ciò che Piantedosi sa bene, però, è che la Corte di Lussemburgo ha riconosciuto ai tribunali la facoltà di questionare i verdetti sugli Stati di provenienza, sia pure avallati dall’Unione europea, nel momento in cui si trovassero a esaminare i ricorsi presentati da singoli individui. Ecco perché il titolare del Viminale allude ai giudici e anche agli avvocati. Come quelli che hanno considerato uno scandalo l’indennità da 600 euro per l’assistenza nei procedimenti di rimpatrio volontario. Dato quello che è successo a Ravenna, con i certificati falsi per liberare i migranti dai Cpr, forse bisognerà guardarsi persino dai medici.
Sul fronte giudiziario, peraltro, il governo ha da poco dovuto prendere atto di un insuccesso: credeva che il trasferimento di competenze alle Corti d’Appello avrebbe semplificato le espulsioni; non è stato così. Spesso gli incarichi sono stati riassegnati agli stessi magistrati di primo grado. E alla fine, il Guardasigilli, Carlo Nordio, ha preferito ripristinare lo status quo.
Sarà una battaglia caso per caso. Una trincea politica. Roba per generali…
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