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2019-11-05
L’ideologo gender confessa: «Mi sono inventato tutto»
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Anche l'ideologia gender ha il suo pentito. Si tratta di Christopher Dummitt, professore di Storia canadese alla Trent university di Peterborough, in Ontario. Su Amazon è ancora possibile acquistare, al costo di 40 euro e 15 centesimi, il suo The manly modern: masculinity in postwar Canada, definito «il primo grande libro sulla storia della mascolinità in Canada» e in cui si parla di come, dopo la seconda guerra mondiale, i maschi cattivi cercarono di «ristabilire la tradizionale gerarchia di genere». Insomma, la solita minestra. La novità è che stavolta il minestraio ci ha ripensato.
A metà settembre, Dummit ha postato sul suo profilo Twitter un articolo, presentato in questo modo: «Pensavo a questa autocritica da un po' e, quindi, voilà». L'articolo si intitolava Confessions of a social constructionist ed è uscito per Quillette, piattaforma Web australiana nota per diffondere tesi scientifiche contrarie alla vulgata postmodernista. In questi giorni, l'articolo è sbarcato anche in Europa, tradotto in francese per Le Point. Di che parla, questa confessione?
Molto semplicemente, dell'impostura dell'ideologia gender raccontata da chi se ne è fatto corifeo. «Se mi avessero detto, vent'anni fa, che la vittoria del mio campo sarebbe stata così decisiva nella battaglia ideologica sul sesso e il genere, avrei fatto i salti di gioia. All'epoca, passavo numerose serate a discutere di genere e identità con altri studenti - e con chiunque avesse la sfortuna di trovarsi in mia compagnia. Non smettevo di ripeterlo: “Il sesso non esiste". Lo sapevo, tutto qui. Perché ero uno storico del genere».
Dummit descrive la vera e propria esplosione degli studi di genere a partire dagli anni Novanta, le aule che scoppiano di sempre maggiori quote di studenti ansiosi di sentire una e una sola verità: le identità sessuali ed etniche sono costruzioni basate su rapporti di potere. All'epoca, queste erano ancora farneticazioni di pochi accademici, ma oggi, spiega Dummit, «la mia grande idea è dappertutto». Il cambiamento è stato radicale: «Se difendete oggi la posizione dei miei avversari di allora - e cioè che il genere è almeno parzialmente fondato sul sesso e che ci sono fondamentalmente due sessi, il maschile e il femminile - i super progressisti vi accuseranno di negare l'identità delle persone trans, e dunque di voler causare un danno ontologico a un altro essere umano». L'autocritica dello studioso, tuttavia, è senza sfumature: «Oggi voglio fare il mio mea culpa». Di più: «Mi vergogno della mia produzione».
Rispetto ai suoi scritti dell'epoca, Dummit è tranciante: «C'è un piccolo problema: avevo torto. O, per essere più precisi: avevo solo parzialmente ragione. Per tutto il resto, ho globalmente inventato tutto, dalla A alla Z. E non ero il solo. È ciò che facevano e che fanno ancora tutti. È così che funziona il campo degli studi di genere». Quando si interrogava sul modo in cui i canadesi del dopoguerra parlavano degli uomini e delle donne, il docente nordamericano non svolgeva una vera analisi scientifica: «Le mie risposte non le ho trovate nelle mie ricerche primarie, ma le ho tratte dalle mie convinzioni ideologiche». Il metodo della disciplina si articola in tre passaggi: innanzitutto, si evidenzia la grande varietà storica e culturale nelle nozioni di genere, poi si riconnettono queste ultime a dinamiche di potere, infine si cerca una spiegazione che faccia riferimento al contesto storico.
Il tutto, però, sempre andando a cercare ciò che sin dall'inizio si ha in mente di trovare. Un esempio: «I canadesi del dopoguerra vedevano gli uomini come propensi al rischio per una costruzione sociale? Sì, è plausibile. Così come è del tutto plausibile che essi lo pensassero perché… gli uomini, in media, assumono più rischi delle donne. Le mie ricerche non provavano niente. In un senso come nell'altro. Partivo dal principio che il genere fosse una costruzione sociale e ricamavo tutta la mia “argomentazione" su tale base». Il quadro è quello di un dogmatismo autoreferenziale esasperato: «Non mi sono mai confrontato, almeno non seriamente», dice Dummit, «con un'altra opinione. E nessuno, in nessun momento dei miei studi superiori o nel processo di pubblicazione dei miei articoli, ha pensato di chiedermi di fare prova di un tale spirito di apertura». Quanto alle sue vedute attuali, invece, il prof canadese non ritiene, ovviamente, che le nozioni di genere siano totalmente assorbite dalle categorie biologiche, né che i ruoli sociali di maschi e femmine non cambino nello spazio e nel tempo, ma precisa: «Devo ammettere che ciò che ho visto è stato più che altro una leggera variabilità (delle categorie di genere, ndr) con una coerenza centrale evidente. Che gli uomini siano visti come i principali fornitori di risorse, assuntori di rischi e responsabili della protezione e della guerra sembra una nozione abbastanza stabile attraverso la storia e le culture».
Insomma, dopo lunga e sofferta meditazione, persino gli accademici liberal possono giungere a riconoscere ciò che per le persone normali è evidente sin da subito. Ma, seppur tardivo, il pentimento va comunque apprezzato. Sperando che ora il reprobo non abbia bisogno della scorta.
Strumia stampa le tesi «sessiste»
Alessandro Strumia non si arrende. Il fisico «colpevole» di aver contestato la vulgata sulle discriminazioni di genere nella scienza, con un intervento, nel settembre scorso, a un convegno a Ginevra, costatogli l'allontanamento dal Cern, adesso pubblicherà i risultati di quella ricerca sulla neonata rivista Quantitative science studies, affiliata alla casa editrice del Mit di Boston.
Dati alla mano, il professore dell'Università di Pisa aveva sostenuto che in fisica non c'è alcuna dittatura sessista. Studiose che vantano meno citazioni, il cui lavoro scientifico, cioè, incide in misura inferiore, vengono in media preferite ai colleghi uomini nelle assunzioni. E se in alcuni settori disciplinari la presenza femminile è effettivamente più risicata, questo dipende dal fatto che «uomini e donne tendono ad avere interessi diversi».
Affermazioni che Strumia aveva condito con insidiosissime incursioni sul terreno del contrasto all'ideologia gender: frasi come «esistono differenze nei sessi già nei bambini, prima che l'influenza sociale intervenga», sono pericolosamente in contrasto con il pensiero unico, per cui l'unica tesi accettabile è che i ruoli di genere siano invenzioni della società maschilista.
In attesa dell'uscita del paper, che sarà intitolato Questione di genere in fisica fondamentale, Strumia ne ha pubblicato il testo sul suo sito. Quantitative science studies, rivista che accetta contributi mediante il meccanismo della revisione alla pari (in pratica, gli articoli vengono anonimizzati e inoltrati ad altri esperti, i quali esprimono un giudizio sull'opportunità di pubblicarli), garantirà il diritto di replica. Un vero miracolo, visto l'andazzo del mondo accademico di oggi: potremmo assistere a un confronto a colpi di tesi suffragate da evidenze scientifiche, anziché a una rincorsa alle purghe per chi non si adegua al politicamente corretto.
Questa tribuna inattesa rende un minimo di giustizia a uno studioso che il Cern liquidò in quattro e quattr'otto per via delle sue eresie antifemministe, nonostante un brillante curriculum e le sue 40.584 citazioni su Google scholar (la piattaforma accademica del noto motore di ricerca). Nemmeno fossimo tornati all'epoca in cui i baroni aristotelici delle università riducevano al silenzio Galileo Galilei, viviamo nel tempo in cui i meriti intellettuali contano meno delle professioni di fede femministe e pro Lgbt.
Tant'è che, su Repubblica, Speranza Falciano, dell'Istituto nazionale di fisica nucleare, ha voluto ribadire che le scienziate «sanno che dovranno farsi strada in un mondo quasi tutto maschile» e che «la questione delle disparità nella scienza esiste. È ora di risolverla, non di fare polemiche inutili». Insomma, vietato aprire un dibattito: vige un dogma. E se qualcuno osa notare che la realtà lo contraddice, tanto peggio per la realtà. Siamo in Italia o nello Stato pontificio del Seicento?
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Il docente canadese Christopher Dummitt fa autocritica: «Mi vergogno dei miei libri sugli studi di genere, avevo torto. Maschi e femmine non sono solo costrutti sociali».Alessandro Strumia stampa le tesi «sessiste». Il fisico era stato cacciato dal Cern dopo che aveva negato, dati alla mano, le disparità di genere nella scienza. La sua ricerca uscirà sulla rivista fondata dall'editore del Mit.Lo speciale comprende due articoli. Anche l'ideologia gender ha il suo pentito. Si tratta di Christopher Dummitt, professore di Storia canadese alla Trent university di Peterborough, in Ontario. Su Amazon è ancora possibile acquistare, al costo di 40 euro e 15 centesimi, il suo The manly modern: masculinity in postwar Canada, definito «il primo grande libro sulla storia della mascolinità in Canada» e in cui si parla di come, dopo la seconda guerra mondiale, i maschi cattivi cercarono di «ristabilire la tradizionale gerarchia di genere». Insomma, la solita minestra. La novità è che stavolta il minestraio ci ha ripensato. A metà settembre, Dummit ha postato sul suo profilo Twitter un articolo, presentato in questo modo: «Pensavo a questa autocritica da un po' e, quindi, voilà». L'articolo si intitolava Confessions of a social constructionist ed è uscito per Quillette, piattaforma Web australiana nota per diffondere tesi scientifiche contrarie alla vulgata postmodernista. In questi giorni, l'articolo è sbarcato anche in Europa, tradotto in francese per Le Point. Di che parla, questa confessione? Molto semplicemente, dell'impostura dell'ideologia gender raccontata da chi se ne è fatto corifeo. «Se mi avessero detto, vent'anni fa, che la vittoria del mio campo sarebbe stata così decisiva nella battaglia ideologica sul sesso e il genere, avrei fatto i salti di gioia. All'epoca, passavo numerose serate a discutere di genere e identità con altri studenti - e con chiunque avesse la sfortuna di trovarsi in mia compagnia. Non smettevo di ripeterlo: “Il sesso non esiste". Lo sapevo, tutto qui. Perché ero uno storico del genere». Dummit descrive la vera e propria esplosione degli studi di genere a partire dagli anni Novanta, le aule che scoppiano di sempre maggiori quote di studenti ansiosi di sentire una e una sola verità: le identità sessuali ed etniche sono costruzioni basate su rapporti di potere. All'epoca, queste erano ancora farneticazioni di pochi accademici, ma oggi, spiega Dummit, «la mia grande idea è dappertutto». Il cambiamento è stato radicale: «Se difendete oggi la posizione dei miei avversari di allora - e cioè che il genere è almeno parzialmente fondato sul sesso e che ci sono fondamentalmente due sessi, il maschile e il femminile - i super progressisti vi accuseranno di negare l'identità delle persone trans, e dunque di voler causare un danno ontologico a un altro essere umano». L'autocritica dello studioso, tuttavia, è senza sfumature: «Oggi voglio fare il mio mea culpa». Di più: «Mi vergogno della mia produzione». Rispetto ai suoi scritti dell'epoca, Dummit è tranciante: «C'è un piccolo problema: avevo torto. O, per essere più precisi: avevo solo parzialmente ragione. Per tutto il resto, ho globalmente inventato tutto, dalla A alla Z. E non ero il solo. È ciò che facevano e che fanno ancora tutti. È così che funziona il campo degli studi di genere». Quando si interrogava sul modo in cui i canadesi del dopoguerra parlavano degli uomini e delle donne, il docente nordamericano non svolgeva una vera analisi scientifica: «Le mie risposte non le ho trovate nelle mie ricerche primarie, ma le ho tratte dalle mie convinzioni ideologiche». Il metodo della disciplina si articola in tre passaggi: innanzitutto, si evidenzia la grande varietà storica e culturale nelle nozioni di genere, poi si riconnettono queste ultime a dinamiche di potere, infine si cerca una spiegazione che faccia riferimento al contesto storico. Il tutto, però, sempre andando a cercare ciò che sin dall'inizio si ha in mente di trovare. Un esempio: «I canadesi del dopoguerra vedevano gli uomini come propensi al rischio per una costruzione sociale? Sì, è plausibile. Così come è del tutto plausibile che essi lo pensassero perché… gli uomini, in media, assumono più rischi delle donne. Le mie ricerche non provavano niente. In un senso come nell'altro. Partivo dal principio che il genere fosse una costruzione sociale e ricamavo tutta la mia “argomentazione" su tale base». Il quadro è quello di un dogmatismo autoreferenziale esasperato: «Non mi sono mai confrontato, almeno non seriamente», dice Dummit, «con un'altra opinione. E nessuno, in nessun momento dei miei studi superiori o nel processo di pubblicazione dei miei articoli, ha pensato di chiedermi di fare prova di un tale spirito di apertura». Quanto alle sue vedute attuali, invece, il prof canadese non ritiene, ovviamente, che le nozioni di genere siano totalmente assorbite dalle categorie biologiche, né che i ruoli sociali di maschi e femmine non cambino nello spazio e nel tempo, ma precisa: «Devo ammettere che ciò che ho visto è stato più che altro una leggera variabilità (delle categorie di genere, ndr) con una coerenza centrale evidente. Che gli uomini siano visti come i principali fornitori di risorse, assuntori di rischi e responsabili della protezione e della guerra sembra una nozione abbastanza stabile attraverso la storia e le culture». Insomma, dopo lunga e sofferta meditazione, persino gli accademici liberal possono giungere a riconoscere ciò che per le persone normali è evidente sin da subito. Ma, seppur tardivo, il pentimento va comunque apprezzato. Sperando che ora il reprobo non abbia bisogno della scorta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lideologo-gender-confessa-mi-sono-inventato-tutto-2641215834.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="strumia-stampa-le-tesi-sessiste" data-post-id="2641215834" data-published-at="1767731932" data-use-pagination="False"> Strumia stampa le tesi «sessiste» Alessandro Strumia non si arrende. Il fisico «colpevole» di aver contestato la vulgata sulle discriminazioni di genere nella scienza, con un intervento, nel settembre scorso, a un convegno a Ginevra, costatogli l'allontanamento dal Cern, adesso pubblicherà i risultati di quella ricerca sulla neonata rivista Quantitative science studies, affiliata alla casa editrice del Mit di Boston. Dati alla mano, il professore dell'Università di Pisa aveva sostenuto che in fisica non c'è alcuna dittatura sessista. Studiose che vantano meno citazioni, il cui lavoro scientifico, cioè, incide in misura inferiore, vengono in media preferite ai colleghi uomini nelle assunzioni. E se in alcuni settori disciplinari la presenza femminile è effettivamente più risicata, questo dipende dal fatto che «uomini e donne tendono ad avere interessi diversi». Affermazioni che Strumia aveva condito con insidiosissime incursioni sul terreno del contrasto all'ideologia gender: frasi come «esistono differenze nei sessi già nei bambini, prima che l'influenza sociale intervenga», sono pericolosamente in contrasto con il pensiero unico, per cui l'unica tesi accettabile è che i ruoli di genere siano invenzioni della società maschilista. In attesa dell'uscita del paper, che sarà intitolato Questione di genere in fisica fondamentale, Strumia ne ha pubblicato il testo sul suo sito. Quantitative science studies, rivista che accetta contributi mediante il meccanismo della revisione alla pari (in pratica, gli articoli vengono anonimizzati e inoltrati ad altri esperti, i quali esprimono un giudizio sull'opportunità di pubblicarli), garantirà il diritto di replica. Un vero miracolo, visto l'andazzo del mondo accademico di oggi: potremmo assistere a un confronto a colpi di tesi suffragate da evidenze scientifiche, anziché a una rincorsa alle purghe per chi non si adegua al politicamente corretto. Questa tribuna inattesa rende un minimo di giustizia a uno studioso che il Cern liquidò in quattro e quattr'otto per via delle sue eresie antifemministe, nonostante un brillante curriculum e le sue 40.584 citazioni su Google scholar (la piattaforma accademica del noto motore di ricerca). Nemmeno fossimo tornati all'epoca in cui i baroni aristotelici delle università riducevano al silenzio Galileo Galilei, viviamo nel tempo in cui i meriti intellettuali contano meno delle professioni di fede femministe e pro Lgbt. Tant'è che, su Repubblica, Speranza Falciano, dell'Istituto nazionale di fisica nucleare, ha voluto ribadire che le scienziate «sanno che dovranno farsi strada in un mondo quasi tutto maschile» e che «la questione delle disparità nella scienza esiste. È ora di risolverla, non di fare polemiche inutili». Insomma, vietato aprire un dibattito: vige un dogma. E se qualcuno osa notare che la realtà lo contraddice, tanto peggio per la realtà. Siamo in Italia o nello Stato pontificio del Seicento?
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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Tim Walz (Getty Images)
Secondo tre esponenti del partito a conoscenza delle sue valutazioni, Klobuchar starebbe seriamente considerando una candidatura. La senatrice ha incontrato Walz domenica, hanno confermato fonti istituzionali. «Dopo aver riflettuto a lungo con la mia famiglia e con il mio team durante le festività, sono arrivato alla conclusione di non poter garantire l’impegno totale che una campagna elettorale richiede», ha spiegato Walz in una dichiarazione. «Ogni minuto speso a difendere la mia posizione politica sarebbe un minuto sottratto alla difesa dei cittadini del Minnesota dai criminali che sfruttano la nostra generosità e da chi specula cinicamente sulle nostre divisioni. Per questo ho scelto di fare un passo indietro e di concentrarmi esclusivamente sul lavoro di governo».
Come scrive il Wall Street Journal l’inchiesta sulle frodi, ancora in piena evoluzione e di dimensioni crescenti, ha rappresentato una distrazione costante per Walz e per l’intero Partito democratico del Minnesota, in una fase in cui i dem faticano a ritrovare una leadership nazionale e un peso reale a Washington. Lo scandalo è diventato rapidamente anche uno strumento di attacco per i repubblicani, che lo hanno utilizzato per dipingere il Minnesota e il suo governatore come l’emblema nazionale dello spreco di denaro pubblico e della cattiva amministrazione democratica. Dall’amministrazione Trump sono arrivate critiche quasi quotidiane, accompagnate dalla diffusione sistematica di video e contenuti ostili. Per il presidente Trump, Walz è entrato a pieno titolo nel suo personale «tour di rivincite politiche». Durante i 91 giorni trascorsi sulla scena nazionale come candidato alla vicepresidenza, il governatore aveva assunto il ruolo tradizionale di «cane da guardia», attaccando duramente gli avversari repubblicani e continuando a colpire Trump anche dopo la fine della campagna. Intanto, in Minnesota il clima si è fatto sempre più teso. Sdegno e imbarazzo si sono diffusi ben oltre i confini dello Stato. Influencer conservatori hanno raggiunto il territorio per realizzare video sul caso e mercoledì è prevista un’audizione al Congresso dedicata allo scandalo.
Il passo indietro di Walz innesca ora una corsa interna tra i democratici per individuare un nuovo candidato alla guida di uno Stato che tende storicamente a sinistra, ma che presenta una legislatura quasi perfettamente divisa tra i due schieramenti. Tra i possibili contendenti figurano il segretario di Stato Steve Simon e il procuratore generale Keith Ellison. Tuttavia, Klobuchar resta la figura con il profilo più solido: il maggiore consenso personale, una macchina organizzativa collaudata e una rete politica capillare. Sul fronte opposto, nonostante i repubblicani non conquistino una carica statale in Minnesota dal 2006, circa una dozzina di candidati si preparano alle primarie di agosto per contendersi l’accesso alle elezioni generali di novembre. Tra loro figurano il presidente della Camera statale Lisa Demuth, l’amministratore delegato di MyPillow Mike Lindell, l’imprenditore Kendall Qualls, l’avvocato di Minneapolis Chris Madel e l’ex candidato del 2022 Scott Jensen. Il Partito Repubblicano dispone di un ampio arsenale politico grazie agli sviluppi giudiziari: circa 60 persone sono già state condannate e oltre 90 incriminate in quello che viene descritto come il più grande schema di corruzione dell’era Covid negli Stati Uniti.
La maggior parte degli imputati è di origine somala. Le indagini, coordinate dall’ufficio del procuratore federale del Minnesota, rientrano in un più ampio sforzo del Dipartimento di Giustizia per smascherare i furti ai danni dei programmi di assistenza pubblica. Anche se alcune irregolarità risalgano a periodi precedenti al mandato di Walz, le frodi più estese emerse finora riguardano l’organizzazione no-profit Feeding Our Future, accusata di aver sfruttato un programma federale di nutrizione infantile. I primi 47 imputati sono stati incriminati nel 2022, verso la fine del primo mandato di Walz e durante la presidenza di Joe Biden. Secondo i procuratori, parte dei fondi sarebbe stata utilizzata per acquistare auto di lusso, immobili, gioielli e viaggi internazionali. L’ammontare complessivo delle somme sottratte attraverso frodi legate a pasti, alloggi, Medicaid e altri servizi resta oggetto di stime divergenti. Il Minnesota Star Tribune ha documentato, sulla base degli atti giudiziari, oltre 200 milioni di dollari, mentre funzionari federali e lo stesso presidente hanno ipotizzato cifre che potrebbero raggiungere diversi miliardi.
Martedì, l’amministrazione Trump ha annunciato il congelamento dei fondi federali destinati all’assistenza all’infanzia in Minnesota, citando nuove accuse di frode che coinvolgerebbero asili nido e che sono state rilanciate da un video divenuto virale. Le principali testate locali hanno però contestato alcune delle affermazioni contenute nel filmato. Le pressioni su Walz non sono arrivate solo dai repubblicani. In uno Stato che ha sempre rivendicato standard elevati di buon governo, anche voci autorevoli del mondo dell’informazione hanno chiesto un passo indietro. David Nimmer, giornalista di lungo corso e dirigente editoriale in pensione, ha invocato le dimissioni del governatore in una lettera pubblicata dallo Star Tribune. «Governatore, il tempo è scaduto: è il momento di farsi da parte. La burocrazia della sua amministrazione ha fallito in modo grave», ha scritto. «Che si parli di milioni o di miliardi, la frode al welfare resta comunque uno scandalo».
Negli ultimi mesi, Walz ha tentato di reagire nominando un ex giudice con un passato nell’FBI e alla guida della principale agenzia anticrimine statale per rafforzare la prevenzione delle frodi. Ha inoltre chiuso un programma considerato vulnerabile e ordinato una revisione esterna della fatturazione Medicaid. «È un problema che mi riguarda direttamente. Ne sono responsabile», ha dichiarato ai giornalisti. «Ma soprattutto, sarò io a risolverlo». Sessantunenne, Walz ha progressivamente spostato la propria azione di governo su posizioni più progressiste, dopo essere stato eletto nel 2018 come figura moderata. La sua esperienza nella campagna presidenziale del 2024, come candidato vicepresidente accanto a Kamala Harris, ha però messo in luce anche una propensione a imprecisioni ed esagerazioni nel racconto del proprio percorso personale e professionale, elementi che hanno ulteriormente indebolito la sua credibilità politica.
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Brigitte Macron (Ansa)
Dei commenti malevoli nei confronti della first lady transalpina circolavano già poco tempo dopo la prima elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo, nel 2017. Poi, nel 2021, su Youtube, è stato pubblicato un video che faceva insinuazioni nei confronti di Brigitte Macron. L’autrice del video, della durata di quattro ore, è Delphine J., conosciuta sui social con lo pseudonimo di Amandine Roy. Il video, successivamente cancellato, insinuava che Brigitte Macron non sarebbe mai esistita. Al suo posto ci sarebbe stato invece il fratello, Jean-Michel Trogneux. Sempre secondo queste illazioni, l’uomo avrebbe cambiato sesso e dato vita all’identità della première dame. Come riportato dalla tv pubblica France info, Delphine J. aveva dichiarato in un’udienza precedente che «in quanto donna anatomica» si era sentita «attaccata» dalla presunta identità transgender della moglie del presidente francese. Ieri, dopo la lettura della sentenza, la youtuber non ha rilasciato dichiarazioni ai giornalisti, ma ha preferito lasciar parlare una delle sue sostenitrici che ha dichiarato: «Siamo in un sistema monarchico».
Bertrand Scholler, presentato come «gallerista» da vari media transalpini, tra i quali Bfm tv e Le Monde, è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per un fotomontaggio di Brigitte Macron, realizzato nel 2024. La reazione del condannato non si è fatta attendere. Uscendo dall’aula del tribunale Scholler ha dichiarato che «se ciò che dite non piace» allora «sarete condannati. È un fatto del principe!». E ancora che «in Francia non si ha più il diritto di pensare!»
Delphine J. e Scholler erano i soli imputati presenti ieri in tribunale. Mancava invece Aurélien Poirson-Atlan, noto sui social come Zoé Sagan e ritenuto colpevole per aver pubblicato dei testi su X riguardanti la moglie del presidente francese. Nelle fasi precedenti del processo, ha ricordato ancora il canale pubblico, Poirson-Atlan aveva affermato che esisteva un «segreto di Stato scioccante» che implicava «una pedofilia tollerata dallo Stato».
Come Poirson-Atlan mancavano dall’aula anche tutti gli altri imputati. In primo luogo Jean-Christophe P., condannato a sei mesi di carcere «puri» anche in relazione alla sua assenza all’udienza. Un quasi omonimo, Jean-Christophe D., è stato invece condannato semplicemente a partecipare ad uno stage di sensibilizzazione sui comportamenti da tenere su internet. Quest’ultimo era stato l’unico a presentare delle scuse a Brigitte Macron. Gli altri imputati, che hanno ottenuto la condizionale, erano Christelle L., Philippe D., Jean-Luc M., Jérôme A. e Jérôme C.
Come ricordato da Le Monde, il processo conclusosi con la sentenza di ieri non ha riguardato il giornalista Xavier Poussard, il cui caso è stato separato perché risiede a Milano. Il quotidiano francese ha scritto che Poussard, autore del best seller Becoming Brigitte (che tradotto in italiano significa «diventando Brigitte») è «l’altro grande istigatore della fake news di portata mondiale» contro la première dame. Tra l’altro, alcuni dei condannati di ieri avevano ripreso delle pubblicazioni di Poussard. I media francesi hanno ricordato anche la denuncia presentata da Macron e dalla moglie negli Stati Uniti contro l’influencer americana Candace Owens.
Domenica sera, Brigitte Macron era intervenuta al tg della prima rete privata francese, Tf1, per parlare di un’iniziativa solidale. La conduttrice le ha però posto delle domande sul processo, alle quali la première dame ha risposto: «mi batto costantemente. Voglio aiutare gli adolescenti a battersi contro il bullismo». La moglie del presidente ha anche detto che nessuno «toccherà la mia genealogia» perché «con questo non si scherza».
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