True
2019-11-05
L’ideologo gender confessa: «Mi sono inventato tutto»
YouTube
Anche l'ideologia gender ha il suo pentito. Si tratta di Christopher Dummitt, professore di Storia canadese alla Trent university di Peterborough, in Ontario. Su Amazon è ancora possibile acquistare, al costo di 40 euro e 15 centesimi, il suo The manly modern: masculinity in postwar Canada, definito «il primo grande libro sulla storia della mascolinità in Canada» e in cui si parla di come, dopo la seconda guerra mondiale, i maschi cattivi cercarono di «ristabilire la tradizionale gerarchia di genere». Insomma, la solita minestra. La novità è che stavolta il minestraio ci ha ripensato.
A metà settembre, Dummit ha postato sul suo profilo Twitter un articolo, presentato in questo modo: «Pensavo a questa autocritica da un po' e, quindi, voilà». L'articolo si intitolava Confessions of a social constructionist ed è uscito per Quillette, piattaforma Web australiana nota per diffondere tesi scientifiche contrarie alla vulgata postmodernista. In questi giorni, l'articolo è sbarcato anche in Europa, tradotto in francese per Le Point. Di che parla, questa confessione?
Molto semplicemente, dell'impostura dell'ideologia gender raccontata da chi se ne è fatto corifeo. «Se mi avessero detto, vent'anni fa, che la vittoria del mio campo sarebbe stata così decisiva nella battaglia ideologica sul sesso e il genere, avrei fatto i salti di gioia. All'epoca, passavo numerose serate a discutere di genere e identità con altri studenti - e con chiunque avesse la sfortuna di trovarsi in mia compagnia. Non smettevo di ripeterlo: “Il sesso non esiste". Lo sapevo, tutto qui. Perché ero uno storico del genere».
Dummit descrive la vera e propria esplosione degli studi di genere a partire dagli anni Novanta, le aule che scoppiano di sempre maggiori quote di studenti ansiosi di sentire una e una sola verità: le identità sessuali ed etniche sono costruzioni basate su rapporti di potere. All'epoca, queste erano ancora farneticazioni di pochi accademici, ma oggi, spiega Dummit, «la mia grande idea è dappertutto». Il cambiamento è stato radicale: «Se difendete oggi la posizione dei miei avversari di allora - e cioè che il genere è almeno parzialmente fondato sul sesso e che ci sono fondamentalmente due sessi, il maschile e il femminile - i super progressisti vi accuseranno di negare l'identità delle persone trans, e dunque di voler causare un danno ontologico a un altro essere umano». L'autocritica dello studioso, tuttavia, è senza sfumature: «Oggi voglio fare il mio mea culpa». Di più: «Mi vergogno della mia produzione».
Rispetto ai suoi scritti dell'epoca, Dummit è tranciante: «C'è un piccolo problema: avevo torto. O, per essere più precisi: avevo solo parzialmente ragione. Per tutto il resto, ho globalmente inventato tutto, dalla A alla Z. E non ero il solo. È ciò che facevano e che fanno ancora tutti. È così che funziona il campo degli studi di genere». Quando si interrogava sul modo in cui i canadesi del dopoguerra parlavano degli uomini e delle donne, il docente nordamericano non svolgeva una vera analisi scientifica: «Le mie risposte non le ho trovate nelle mie ricerche primarie, ma le ho tratte dalle mie convinzioni ideologiche». Il metodo della disciplina si articola in tre passaggi: innanzitutto, si evidenzia la grande varietà storica e culturale nelle nozioni di genere, poi si riconnettono queste ultime a dinamiche di potere, infine si cerca una spiegazione che faccia riferimento al contesto storico.
Il tutto, però, sempre andando a cercare ciò che sin dall'inizio si ha in mente di trovare. Un esempio: «I canadesi del dopoguerra vedevano gli uomini come propensi al rischio per una costruzione sociale? Sì, è plausibile. Così come è del tutto plausibile che essi lo pensassero perché… gli uomini, in media, assumono più rischi delle donne. Le mie ricerche non provavano niente. In un senso come nell'altro. Partivo dal principio che il genere fosse una costruzione sociale e ricamavo tutta la mia “argomentazione" su tale base». Il quadro è quello di un dogmatismo autoreferenziale esasperato: «Non mi sono mai confrontato, almeno non seriamente», dice Dummit, «con un'altra opinione. E nessuno, in nessun momento dei miei studi superiori o nel processo di pubblicazione dei miei articoli, ha pensato di chiedermi di fare prova di un tale spirito di apertura». Quanto alle sue vedute attuali, invece, il prof canadese non ritiene, ovviamente, che le nozioni di genere siano totalmente assorbite dalle categorie biologiche, né che i ruoli sociali di maschi e femmine non cambino nello spazio e nel tempo, ma precisa: «Devo ammettere che ciò che ho visto è stato più che altro una leggera variabilità (delle categorie di genere, ndr) con una coerenza centrale evidente. Che gli uomini siano visti come i principali fornitori di risorse, assuntori di rischi e responsabili della protezione e della guerra sembra una nozione abbastanza stabile attraverso la storia e le culture».
Insomma, dopo lunga e sofferta meditazione, persino gli accademici liberal possono giungere a riconoscere ciò che per le persone normali è evidente sin da subito. Ma, seppur tardivo, il pentimento va comunque apprezzato. Sperando che ora il reprobo non abbia bisogno della scorta.
Strumia stampa le tesi «sessiste»
Alessandro Strumia non si arrende. Il fisico «colpevole» di aver contestato la vulgata sulle discriminazioni di genere nella scienza, con un intervento, nel settembre scorso, a un convegno a Ginevra, costatogli l'allontanamento dal Cern, adesso pubblicherà i risultati di quella ricerca sulla neonata rivista Quantitative science studies, affiliata alla casa editrice del Mit di Boston.
Dati alla mano, il professore dell'Università di Pisa aveva sostenuto che in fisica non c'è alcuna dittatura sessista. Studiose che vantano meno citazioni, il cui lavoro scientifico, cioè, incide in misura inferiore, vengono in media preferite ai colleghi uomini nelle assunzioni. E se in alcuni settori disciplinari la presenza femminile è effettivamente più risicata, questo dipende dal fatto che «uomini e donne tendono ad avere interessi diversi».
Affermazioni che Strumia aveva condito con insidiosissime incursioni sul terreno del contrasto all'ideologia gender: frasi come «esistono differenze nei sessi già nei bambini, prima che l'influenza sociale intervenga», sono pericolosamente in contrasto con il pensiero unico, per cui l'unica tesi accettabile è che i ruoli di genere siano invenzioni della società maschilista.
In attesa dell'uscita del paper, che sarà intitolato Questione di genere in fisica fondamentale, Strumia ne ha pubblicato il testo sul suo sito. Quantitative science studies, rivista che accetta contributi mediante il meccanismo della revisione alla pari (in pratica, gli articoli vengono anonimizzati e inoltrati ad altri esperti, i quali esprimono un giudizio sull'opportunità di pubblicarli), garantirà il diritto di replica. Un vero miracolo, visto l'andazzo del mondo accademico di oggi: potremmo assistere a un confronto a colpi di tesi suffragate da evidenze scientifiche, anziché a una rincorsa alle purghe per chi non si adegua al politicamente corretto.
Questa tribuna inattesa rende un minimo di giustizia a uno studioso che il Cern liquidò in quattro e quattr'otto per via delle sue eresie antifemministe, nonostante un brillante curriculum e le sue 40.584 citazioni su Google scholar (la piattaforma accademica del noto motore di ricerca). Nemmeno fossimo tornati all'epoca in cui i baroni aristotelici delle università riducevano al silenzio Galileo Galilei, viviamo nel tempo in cui i meriti intellettuali contano meno delle professioni di fede femministe e pro Lgbt.
Tant'è che, su Repubblica, Speranza Falciano, dell'Istituto nazionale di fisica nucleare, ha voluto ribadire che le scienziate «sanno che dovranno farsi strada in un mondo quasi tutto maschile» e che «la questione delle disparità nella scienza esiste. È ora di risolverla, non di fare polemiche inutili». Insomma, vietato aprire un dibattito: vige un dogma. E se qualcuno osa notare che la realtà lo contraddice, tanto peggio per la realtà. Siamo in Italia o nello Stato pontificio del Seicento?
Continua a leggereRiduci
Il docente canadese Christopher Dummitt fa autocritica: «Mi vergogno dei miei libri sugli studi di genere, avevo torto. Maschi e femmine non sono solo costrutti sociali».Alessandro Strumia stampa le tesi «sessiste». Il fisico era stato cacciato dal Cern dopo che aveva negato, dati alla mano, le disparità di genere nella scienza. La sua ricerca uscirà sulla rivista fondata dall'editore del Mit.Lo speciale comprende due articoli. Anche l'ideologia gender ha il suo pentito. Si tratta di Christopher Dummitt, professore di Storia canadese alla Trent university di Peterborough, in Ontario. Su Amazon è ancora possibile acquistare, al costo di 40 euro e 15 centesimi, il suo The manly modern: masculinity in postwar Canada, definito «il primo grande libro sulla storia della mascolinità in Canada» e in cui si parla di come, dopo la seconda guerra mondiale, i maschi cattivi cercarono di «ristabilire la tradizionale gerarchia di genere». Insomma, la solita minestra. La novità è che stavolta il minestraio ci ha ripensato. A metà settembre, Dummit ha postato sul suo profilo Twitter un articolo, presentato in questo modo: «Pensavo a questa autocritica da un po' e, quindi, voilà». L'articolo si intitolava Confessions of a social constructionist ed è uscito per Quillette, piattaforma Web australiana nota per diffondere tesi scientifiche contrarie alla vulgata postmodernista. In questi giorni, l'articolo è sbarcato anche in Europa, tradotto in francese per Le Point. Di che parla, questa confessione? Molto semplicemente, dell'impostura dell'ideologia gender raccontata da chi se ne è fatto corifeo. «Se mi avessero detto, vent'anni fa, che la vittoria del mio campo sarebbe stata così decisiva nella battaglia ideologica sul sesso e il genere, avrei fatto i salti di gioia. All'epoca, passavo numerose serate a discutere di genere e identità con altri studenti - e con chiunque avesse la sfortuna di trovarsi in mia compagnia. Non smettevo di ripeterlo: “Il sesso non esiste". Lo sapevo, tutto qui. Perché ero uno storico del genere». Dummit descrive la vera e propria esplosione degli studi di genere a partire dagli anni Novanta, le aule che scoppiano di sempre maggiori quote di studenti ansiosi di sentire una e una sola verità: le identità sessuali ed etniche sono costruzioni basate su rapporti di potere. All'epoca, queste erano ancora farneticazioni di pochi accademici, ma oggi, spiega Dummit, «la mia grande idea è dappertutto». Il cambiamento è stato radicale: «Se difendete oggi la posizione dei miei avversari di allora - e cioè che il genere è almeno parzialmente fondato sul sesso e che ci sono fondamentalmente due sessi, il maschile e il femminile - i super progressisti vi accuseranno di negare l'identità delle persone trans, e dunque di voler causare un danno ontologico a un altro essere umano». L'autocritica dello studioso, tuttavia, è senza sfumature: «Oggi voglio fare il mio mea culpa». Di più: «Mi vergogno della mia produzione». Rispetto ai suoi scritti dell'epoca, Dummit è tranciante: «C'è un piccolo problema: avevo torto. O, per essere più precisi: avevo solo parzialmente ragione. Per tutto il resto, ho globalmente inventato tutto, dalla A alla Z. E non ero il solo. È ciò che facevano e che fanno ancora tutti. È così che funziona il campo degli studi di genere». Quando si interrogava sul modo in cui i canadesi del dopoguerra parlavano degli uomini e delle donne, il docente nordamericano non svolgeva una vera analisi scientifica: «Le mie risposte non le ho trovate nelle mie ricerche primarie, ma le ho tratte dalle mie convinzioni ideologiche». Il metodo della disciplina si articola in tre passaggi: innanzitutto, si evidenzia la grande varietà storica e culturale nelle nozioni di genere, poi si riconnettono queste ultime a dinamiche di potere, infine si cerca una spiegazione che faccia riferimento al contesto storico. Il tutto, però, sempre andando a cercare ciò che sin dall'inizio si ha in mente di trovare. Un esempio: «I canadesi del dopoguerra vedevano gli uomini come propensi al rischio per una costruzione sociale? Sì, è plausibile. Così come è del tutto plausibile che essi lo pensassero perché… gli uomini, in media, assumono più rischi delle donne. Le mie ricerche non provavano niente. In un senso come nell'altro. Partivo dal principio che il genere fosse una costruzione sociale e ricamavo tutta la mia “argomentazione" su tale base». Il quadro è quello di un dogmatismo autoreferenziale esasperato: «Non mi sono mai confrontato, almeno non seriamente», dice Dummit, «con un'altra opinione. E nessuno, in nessun momento dei miei studi superiori o nel processo di pubblicazione dei miei articoli, ha pensato di chiedermi di fare prova di un tale spirito di apertura». Quanto alle sue vedute attuali, invece, il prof canadese non ritiene, ovviamente, che le nozioni di genere siano totalmente assorbite dalle categorie biologiche, né che i ruoli sociali di maschi e femmine non cambino nello spazio e nel tempo, ma precisa: «Devo ammettere che ciò che ho visto è stato più che altro una leggera variabilità (delle categorie di genere, ndr) con una coerenza centrale evidente. Che gli uomini siano visti come i principali fornitori di risorse, assuntori di rischi e responsabili della protezione e della guerra sembra una nozione abbastanza stabile attraverso la storia e le culture». Insomma, dopo lunga e sofferta meditazione, persino gli accademici liberal possono giungere a riconoscere ciò che per le persone normali è evidente sin da subito. Ma, seppur tardivo, il pentimento va comunque apprezzato. Sperando che ora il reprobo non abbia bisogno della scorta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lideologo-gender-confessa-mi-sono-inventato-tutto-2641215834.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="strumia-stampa-le-tesi-sessiste" data-post-id="2641215834" data-published-at="1779619817" data-use-pagination="False"> Strumia stampa le tesi «sessiste» Alessandro Strumia non si arrende. Il fisico «colpevole» di aver contestato la vulgata sulle discriminazioni di genere nella scienza, con un intervento, nel settembre scorso, a un convegno a Ginevra, costatogli l'allontanamento dal Cern, adesso pubblicherà i risultati di quella ricerca sulla neonata rivista Quantitative science studies, affiliata alla casa editrice del Mit di Boston. Dati alla mano, il professore dell'Università di Pisa aveva sostenuto che in fisica non c'è alcuna dittatura sessista. Studiose che vantano meno citazioni, il cui lavoro scientifico, cioè, incide in misura inferiore, vengono in media preferite ai colleghi uomini nelle assunzioni. E se in alcuni settori disciplinari la presenza femminile è effettivamente più risicata, questo dipende dal fatto che «uomini e donne tendono ad avere interessi diversi». Affermazioni che Strumia aveva condito con insidiosissime incursioni sul terreno del contrasto all'ideologia gender: frasi come «esistono differenze nei sessi già nei bambini, prima che l'influenza sociale intervenga», sono pericolosamente in contrasto con il pensiero unico, per cui l'unica tesi accettabile è che i ruoli di genere siano invenzioni della società maschilista. In attesa dell'uscita del paper, che sarà intitolato Questione di genere in fisica fondamentale, Strumia ne ha pubblicato il testo sul suo sito. Quantitative science studies, rivista che accetta contributi mediante il meccanismo della revisione alla pari (in pratica, gli articoli vengono anonimizzati e inoltrati ad altri esperti, i quali esprimono un giudizio sull'opportunità di pubblicarli), garantirà il diritto di replica. Un vero miracolo, visto l'andazzo del mondo accademico di oggi: potremmo assistere a un confronto a colpi di tesi suffragate da evidenze scientifiche, anziché a una rincorsa alle purghe per chi non si adegua al politicamente corretto. Questa tribuna inattesa rende un minimo di giustizia a uno studioso che il Cern liquidò in quattro e quattr'otto per via delle sue eresie antifemministe, nonostante un brillante curriculum e le sue 40.584 citazioni su Google scholar (la piattaforma accademica del noto motore di ricerca). Nemmeno fossimo tornati all'epoca in cui i baroni aristotelici delle università riducevano al silenzio Galileo Galilei, viviamo nel tempo in cui i meriti intellettuali contano meno delle professioni di fede femministe e pro Lgbt. Tant'è che, su Repubblica, Speranza Falciano, dell'Istituto nazionale di fisica nucleare, ha voluto ribadire che le scienziate «sanno che dovranno farsi strada in un mondo quasi tutto maschile» e che «la questione delle disparità nella scienza esiste. È ora di risolverla, non di fare polemiche inutili». Insomma, vietato aprire un dibattito: vige un dogma. E se qualcuno osa notare che la realtà lo contraddice, tanto peggio per la realtà. Siamo in Italia o nello Stato pontificio del Seicento?
Luca Ciriani (Ansa)
«L’Italia tanti anni fa ha deciso frettolosamente di uscire dal nucleare, ma noi speriamo quanto prima di poter finalmente impiantare centrali di nuova generazione nel nostro Paese, come avviene in Francia come avviene in tanti Paesi da cui noi importiamo energia elettrica prodotta dal nucleare». Niente più tabù sul referendum dopo la sconfitta subita sulla riforma della giustizia ma, soprattutto, niente più tabù sulle centrali nucleari in Italia. Non si può più aspettare, per Ciriani, perché «con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto che l’Italia è un Paese che dipendeva per quasi la metà dei suoi approvvigionamenti energetici dalla Russia, un Paese ostile, antidemocratico, una dittatura, e abbiamo all’improvviso dovuto correre ai ripari cercando di trovare da altri Paesi forniture che riducessero e cancellassero la nostra dipendenza dalla Russia».
Oggi l’Italia cerca l’indipendenza energetica, un percorso lungo che va intrapreso prima possibile. «Immagino discuteremo anche su questo», ha proseguito il ministro, «però noi ci prendiamo la responsabilità di indicare al Paese quali sono le strade da percorrere. Vedremo quello che succederà». Dal suo entourage, dopo l’intervento, si sono affrettati a spiegare che non si trattava di un annuncio ma di «un’ipotesi», «una supposizione del ministro».
Non solo energia, però, perché Ciriani ha parlato anche di legge elettorale, ribadendo: «Vogliamo fare una legge proporzionale con una soglia di sbarramento non troppo elevata, con un piccolo premio di maggioranza, un premio di maggioranza proporzionale, che è un premio, coerente con le indicazioni che ha dato la Consulta, pertanto intorno al 42%. Però il principio è che una coalizione che raggiunge un certo consenso ha un certo premio, non superiore a una certa soglia, in modo tale da impedire che chiunque vinca possa, oltre a vincere, scegliersi non solo il presidente della Camera e del Senato, ma anche il presidente della Repubblica». E sul Pd: «Credo che Elly Schlein abbia la legittima ambizione di fare il presidente del Consiglio nel 2027, ma con questa legge elettorale il rischio molto concreto è che lei non lo possa mai più fare, perché se il Parlamento è ingovernabile, sicuramente non sarà il leader del Pd a tenere insieme una maggioranza politica tra destra e sinistra, una maggioranza tecnica o una maggioranza che comunque esce dei giochi del potere del palazzo dopo il voto». Un sistema che, secondo Ciriani, «piace solo ai partiti del 2-3% che determinano la sopravvivenza dei governi inventandosi alleanze successive al voto». La speranza è che «entro la fine del mese di giugno, si possa approvare almeno in prima lettura alla Camera», ha continuato il ministro, perché «c’è la massima volontà di accelerare l’approvazione. Dopo aver atteso le proposte del centrosinistra che non sono mai arrivate, il centrodestra ha deciso, naturalmente col consenso del governo, di accelerare».
Anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha partecipato al Festival dell’economia di Trento, annunciando «un milione di assunzioni nei prossimi 6-7 anni. Nel 2026 contiamo di assumere tra le 200.000 e le 250.000 persone». Poi ha spiegato: «I rinnovi dei contratti sono uno dei processi che mi hanno dato più soddisfazione in questi anni. Per la prima volta nella storia abbiamo avviato le trattative di rinnovo nel primo anno di riferimento. Abbiamo già firmato il contratto della scuola e siamo ormai arrivati in fase finale delle funzioni centrali che credo si chiuderà a giugno. Abbiamo, poi, avviato le trattative per i contratti della sanità e degli enti locali. Mi sono preso l’impegno di chiudere entro quest’anno la tornata 2025-2027 ma il mio obiettivo personale è quello di chiuderla prima dell’estate. Questa è una notizia bella per i nostri dipendenti perché non facciamo più contratti con anni di ritardo e diamo continuità. L’altra buona notizia è che ci sono già le risorse per la tornata di rinnovo successiva che è quella 2028-2030».
L’ospite d’onore è stata il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha consegnato il suo intervento in un videomessaggio. «La strategia del governo è stata chiara fin dall’inizio: sostenere chi crea ricchezza e posti di lavoro», ha detto il premier illustrando i risultati del suo esecutivo, «L’occupazione in Italia ha raggiunto livelli record con 1.200.000 occupati stabili in più e 550.000 precari in meno. Il tasso di disoccupazione sia generale che giovanile ha raggiunto i livelli minimi di sempre e per la prima volta nella storia abbiamo superato il tetto dei 10 milioni di donne lavoratrici». Infine ha rivendicato «il taglio del costo del lavoro» e «l’aumento del netto in busta paga per milioni di lavoratori, soprattutto per i redditi medio-bassi».
Continua a leggereRiduci
Il Kennedy Space Center della Nasa a Titusville in Florida (Ansa)
Aziende private lanciano satelliti, gestiscono costellazioni e offrono servizi che un tempo erano appannaggio esclusivo dei governi. In particolare, aziende private - come Space X e Blue Origin - stanno abbattendo i costi di accesso allo Spazio, passando da sistemi di proprietà governativa a un mercato commerciale e competitivo.
In tutto questo, dove si colloca l’Europa? Riuscirà a mantenere un ruolo sostanziale senza dipendere da tecnologie prodotte altrove? Mentre procediamo verso quella che la Nasa ha definito la «seconda era spaziale», l’autonomia strategica diventa improvvisamente centrale per l’Ue. Ed è sempre più essenziale che l’Europa possa raggiungere, controllare e proteggere i propri sistemi spaziali, senza vincoli. Lo Spazio un tempo era principalmente legato alla scienza o al business, ma ora è una risorsa di fondamentale importanza per l’Ue. Quasi tutto - finanza, comunicazioni, trasporti, sicurezza - dipende dalla tecnologia spaziale. Ma c’è un problema: molti componenti e servizi cruciali provengono ancora da fuori Europa. Questo tipo di dipendenza non è sostenibile se si vuole esercitare una reale influenza globale, in un contesto dove chi controlla le infrastrutture detta legge. La governance spaziale europea è invece frammentata tra le istituzioni dell’Ue, l’Agenzia spaziale europea, i Paesi membri e le aziende. Anche i finanziamenti mostrano criticità: i bilanci europei sono (notevolmente) inferiori a quelli di Usa e Cina, soprattutto in materia di difesa e sicurezza. Inoltre, la cultura imprenditoriale europea è restia a farsi coinvolgere, dato che l’industria e le startup non godono della stessa propensione al rischio che troverebbero Oltreoceano. L’Europa deve ridurre al più presto la sua dipendenza, concentrandosi sullo sviluppo delle proprie catene di approvvigionamento per tecnologie come chip speciali, sistemi di propulsione avanzati, crittografia e infrastrutture di terra sicure. L’Europa dovrebbe inoltre incrementare gli sforzi della ricerca privata, soprattutto in settori come i sistemi di lancio riutilizzabili, i servizi in orbita e la sicurezza informatica dei satelliti. Tutto questo richiede investimenti: bisogna quindi creare strumenti finanziari che combinino fondi dell’Unione europea, nazionali e privati per aiutare le nuove aziende spaziali europee a crescere.
Un’opportunità emergente è quella dello Spazio cislunare. Parliamo della regione dello Spazio tra la Terra e la Luna, generalmente considerato poco più di un corridoio. Ma ora gli Usa ne hanno fatto un pivot di competizione strategica. Al momento, non esiste un piano per amministrare o difendere quella che sta diventando una delle aree spaziali più importanti. Gli attuali sistemi di controllo sono inadatti a monitorare le attività in questo sistema che si sta trasformando in un ambiente affollato da molteplici attori statali, commerciali e ibridi, con una vasta gamma di idee e obiettivi. Queste attività spaziano dalla ricerca, allo sviluppo e all’esplorazione, fino alla raccolta di informazioni di intelligence, alla trasmissione sicura di dati e a operazioni di prossimità ambigue che confondono il confine tra uso pacifico e militare.
La prospettiva di un conflitto nello Spazio cislunare non è più quindi puramente teorica, ma sempre più plausibile. I conflitti «terrestri» perdono di rilevanza, rispetto a questo nuovo scenario. E questo è uno dei messaggi in filigrana emersi dal recente incontro tra Donald Trump e Xi Jinping. La scelta non è tra militarizzare lo Spazio o preservare un bene comune pacifico. L’unica scelta è tra amministrare deliberatamente lo Spazio cislunare o permettere ad altri di definire un proprio ordine. Per questo il nuovo amministratore Nasa, nel presentare ai primi di marzo Ignition - la nuova strategia Usa per lo Spazio - ha parlato della competizione in atto con il «vero rivale geopolitico» - la Cina - rimarcando che «la differenza tra successo e fallimento si misurerà in mesi, non in anni. Potremmo arrivare presto, ma la storia recente suggerisce che potremmo arrivare tardi». Uno degli elementi principali dei piani presentati a Ignition è stato il blocco del progetto del Lunar gateway (parte centrale del programma Artemis), delegandone l’eventuale costruzione e gestione ai privati, e orientandosi verso la costruzione di una base lunare, con tanto di centrale nucleare e strutture di deposito per i dati della Intelligenza artificiale. I partner internazionali sono stati colti alla sprovvista: lo smantellamento del Gateway significa incertezza sugli investimenti realizzati per Artemis, e molti elementi già progettati potrebbero non essere riutilizzabili per una base lunare.
A prescindere dal danno economico e dallo scompiglio generato, tutto questo deve portarci a interrogarci sul senso della collaborazione con gli Usa. Siamo partner o comprimari irrilevanti? Su tutto questo la politica tace o è assente. Qualcuno dovrebbe risvegliarla. La seconda era spaziale non aspetterà l’Europa. L’Europa deve decidere. Vuole essere leader o limitarsi a osservare da bordo campo? È ancora possibile permettersi di non avere una politica industriale spaziale ben definita e attentamente monitorata? Occorre apportare cambiamenti significativi e velocemente. L’Ue deve agire ora: deve investire in modo ambizioso, innovare con urgenza, governare in modo coeso e sviluppare capacità spaziali indipendenti e resilienti. L’opportunità per l’Europa di assumere un ruolo guida è aperta. Ma si sta chiudendo rapidamente.
di Mariano Bizzarri, Coordinatore scientifico del comitato interministeriale per lo Spazio
Continua a leggereRiduci
Ansa
Ieri il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha annunciato che droni dei servizi di sicurezza hanno raggiunto e colpito un importante impianto chimico russo, implicato in produzioni a scopo militare, situato a 1.700 km dal confine. È la Metafrax Chemicals di Gubakha, nella regione di Perm, presso la catena dei monti Urali. Ha detto il leader di Kiev: «Sono grato al Servizio di sicurezza dell’Ucraina per aver colpito una delle più importanti imprese militar-industriali della Russia. I prodotti della Metafrax Chemicals supportano dozzine di altre industrie militari russe inclusi quelli di equipaggiamento d’aviazione e droni, motori di missili ed esplosivi». L’attacco è avvenuto nella notte fra venerdì e sabato e ha causato la sospensione della produzione. L’impianto produce precursori di esplosivi e di carburanti di razzi, come ammoniaca, urea e melammina, e ha una capacità quotidiana di 900 tonnellate di ammoniaca e 1.600 tonnellate di urea.
La Metafrax era stata attaccata già lo scorso 17 febbraio e in quell’occasione erano stati impiegati droni An-196 Liutyi prodotti dalla celebre azienda aeronautica Antonov. Probabilmente è lo stesso drone usato anche per l’azione di ieri. È tra i mezzi più efficaci del servizio di sicurezza Sbu, il servizio segreto di Kiev che ha il monopolio degli attacchi in profondità. Lungo 4,4 metri e con apertura alare di 6,7 metri, il Liutyi è spinto da un motore a elica importato dalla Germania, un Hirth F-23 da 50 cavalli, e pesa al decollo 300 kg di cui fra 50 e 75 kg, a seconda della missione, spettanti alla testata esplosiva. Il suo raggio d’azione arriva fino a 2.000 km. Il sistema di guida s’avvale dell’intelligenza artificiale, un settore in cui l’Ucraina ha investito molto nell’ambito del suo piano di produzione di droni, ma anche della guida satellitare tipo Gps o Glonass. È solo uno degli ordigni che gli ucraini hanno sviluppato dal 2022 per portare la guerra nel cuore della Russia.
L’Sbu ha colpito una volta di più Mosca, domenica, utilizzando altri due tipi di droni, il Fire Point FP-1 e l’RS-1 Bars, più un terzo tipo di cui si sa ancora poco, il Bars-SM Gladiator. Giovedì è stata centrata la sede del servizio segreto russo Fsb nella regione annessa di Kherson, dove si sono avuti 100 morti. Poi nella notte fra giovedì e venerdì è stato bombardato il dormitorio studentesco di Starobilsk, nella regione ucraina russofona di Lugansk, annessa alla Russia. Raid il cui bilancio è arrivato ieri a 18 morti e 42 feriti. Dalle macerie sono stati estratti corpi di quattro bambini. Gli ucraini sostengono che l’edificio celasse un centro di guida di droni russi dell’unità Rubicon. Putin, invece, ha annunciato una rappresaglia, con Zelensky che ha avvisato i cittadini ucraini di un possibile attacco con missili Oreshnik. Sabato altri droni di Kiev hanno incendiato il terminal petrolifero di Sheskharis e il deposito di greggio di Grushovaya, nella regione di Novorossiysk, nonché la nave cisterna Chrysalis, reputata da Kiev parte della «flotta ombra».
Per gli attacchi a lungo raggio gli ucraini hanno messo a punto vari sistemi di guida dei velivoli oltre la linea dell’orizzonte, ovviando alla curvatura terrestre che limita i segnali diretti da stazioni terrestri. Sono stati usati droni ripetitori che, volando ad alta quota, fanno da ponte radio per rimandare i segnali guida da terra. L’uso dell’IA permette inoltre ad alcuni di questi tipi di orientarsi sulla base di una mappa memorizzata. Molto importante s’è dimostrato anche lo sfruttamento della rete telefonica cellulare russa per inviare segnali di guida a una scheda Sim installata sul drone stesso. In certe occasioni, magari per la guida terminale vicino dall’obbiettivo, possono essere stati utilizzati segnali, radio o forse laser, mandati da terra da agenti dell’Sbu infiltrati in Russia. Il che spiega anche perché proprio un’agenzia di spionaggio, più che l’Aeronautica di Kiev, sia responsabile di tali raid.
L’invio dei droni kamikaze su obbiettivi non solo militari ma anche civili in larga parte della Russia non ha solo lo scopo di rispondere alle massicce incursioni che gli stessi russi compiono. È anche una forma di pressione politica, come lo stesso Zelensky ha rimarcato, definendo i raid su strutture produttive ed energetiche «le nostre sanzioni a lungo raggio» e affermando che «occorre far capire a Mosca che continuare la guerra costa caro».
Continua a leggereRiduci