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2021-06-01
Il premier libico fa le moine all’Italia: «È il nostro miglior partner»
Abdulhamid Dbeibah e Mario Draghi (Ansa)
Roma punta a rafforzare la sua sponda con Tripoli. È questo, in estrema sintesi, il succo della visita compiuta ieri in Italia dal primo ministro libico, Abdul Hamid Dbeibah. «La collaborazione tra il governo del primo ministro Dbeibah e l'Italia continua a essere sempre più fertile e viva. L'Italia rimane a fianco della Libia e la sostiene in questa transizione complessa», ha dichiarato in tal senso il presidente del Consiglio Mario Draghi, ricevendo il suo omologo libico a Palazzo Chigi.
«L'Italia», ha aggiunto, «rimane al fianco della Libia e conferma il suo convinto impegno per il consolidamento della pace e della sicurezza. Ribadiamo la nostra determinazione a collaborare con l'autorità esecutiva unificata ad interim e a sostenerla nelle prossime decisive fasi della transizione istituzionale».
Nel dettaglio, il premier italiano ha assicurato cooperazione nel settore delle energie rinnovabili, oltre che in quelli di sanità e infrastrutture. In questo quadro, un tema centrale si è indubbiamente rivelato quello migratorio. «Ci siamo confrontati», ha detto Draghi, «sui temi migratori e umanitari, che rappresentano una priorità per la Libia e per l'Italia. Abbiamo preso in esame il controllo delle frontiere libiche, anche meridionali, il contrasto al traffico di esseri umani, l'assistenza ai rifugiati, i corridoi umanitari, e lo sviluppo delle comunità rurali. L'Italia intende continuare a finanziare i rimpatri volontari assistiti e le evacuazioni umanitarie dalla Libia. Ritengo sia interesse anche libico assicurare il pieno rispetto dei diritti di rifugiati e migranti».
Ma la visita di Dbeibah non si è limitata all'incontro di Palazzo Chigi. Il premier ha infatti partecipato, insieme al ministro degli Esteri Luigi Di Maio, anche a un business forum, tenutosi alla Farnesina con l'obiettivo di aprire la ricostruzione libica alle imprese italiane. Tra i presenti all'iniziativa, anche alti rappresentanti di aziende come Leonardo, Saipem, Eni, Snam, Fincantieri e Terna. «Il governo di unità nazionale è per noi oggi un interlocutore rappresentativo di tutto il Paese, con il quale possiamo e vogliamo pianificare i prossimi investimenti in tutto il territorio libico», ha dichiarato Di Maio, che ha anche annunciato la riattivazione del consolato italiano di Bengasi e l'apertura di uno nuovo a Sebha (nel Fezzan). Lo stesso Dbeibah ha, dal canto suo, definito l'Italia come il «miglior partner» per la ricostruzione libica, invocando un incremento dello scambio commerciale tra i due Paesi.
Insomma, l'intraprendente strategia di Draghi nello scacchiere libico sembra stia iniziando a dare i suoi frutti: dopo un anno e mezzo di inconcludenza giallorossa, l'attuale premier italiano aveva d'altronde mostrato di avere le idee chiare nell'ambito della sua visita a Tripoli il mese scorso. E adesso cerca di passare all'azione, seguendo due binari complementari che, come abbiamo visto, sono emersi evidentemente dal viaggio italiano di Dbeibah: rafforzare la cooperazione economica tra Roma e Tripoli e, contemporaneamente, cercare di trovare un'intesa per regolare l'arrivo dei migranti. È anche in tal senso che va del resto letto l'interessamento espresso dalla Farnesina per il Fezzan: area contigua al Sahel, la cui instabilità non fa che favorire attività illecite e accrescere i flussi migratori. È chiaro che questa strategia deve essere inserita in un quadro più ampio: sin da subito Draghi ha infatti lasciato intendere che l'Italia possa tornare protagonista in Libia soltanto in forza di un sostegno statunitense. È soprattutto per questo che il premier italiano ha optato, negli scorsi mesi, per un deciso allineamento a Washington, raffreddando significativamente i rapporti con Russia, Turchia e Cina.
Una linea delicata, che alcuni soggetti politici in Italia non vedono tuttavia troppo di buon occhio. È per esempio il caso di Romano Prodi che, intervenendo a un convegno di Formiche e ChinaMed, ha invocato un approccio più morbido dell'Europa nei confronti di Pechino. «Fino a pochi mesi fa, con la firma dell'accordo sugli investimenti Cai, la situazione era più serena, ma ora l'accordo è congelato», ha dichiarato l'ex premier. «Dobbiamo cambiare atteggiamento da entrambe le parti», ha aggiunto, «se vogliamo riaprire le relazioni. In questo momento è formalmente impossibile fare qualsiasi cosa».
Al di là di queste (significative) resistenze interne all'allineamento con Washington, Roma deve fare attenzione anche ad altri due rischi.
Innanzitutto il ruolo ostile della Turchia, che non ha alcuna intenzione di rinunciare alla sua influenza su Tripoli: sono del resto mesi che Ankara ha messo gli occhi sulla ricostruzione libica. In secondo luogo, la Libia continua ad essere caratterizzata da turbolenze interne. Non solo il generale Khalifa Haftar non sembra intenzionato a uscire di scena, ma - secondo Al Jazeera - potrebbe addirittura candidarsi alle elezioni del prossimo dicembre. Infine, bisogna fare attenzione alla Francia, dove oggi Dbeibah si recherà per incontrare Emmanuel Macron. Ora, non è troppo probabile che l'inquilino dell'Eliseo voglia tornare a spalleggiare il maresciallo della Cirenaica. Resta tuttavia il fatto che il premier libico cercherà investimenti anche a Parigi. Se è quindi vero che Draghi e Macron si stiano da tempo avvicinando tra loro, è altrettanto evidente che gli interessi italiani in Libia siano (potenzialmente) in conflitto con quelli francesi: dalla ricostruzione alla gestione dei flussi migratori. Farà quindi bene Roma a tenere alta la guardia.
La Procura in pressing sul cugino di Saman arrestato in Francia
Si cerca anche nelle vasche di scolo delle porcilaie, che i contadini della zona chiamano «tombe». E non è un buon segno. Anche se il padre dice che è viva, della diciottenne pachistana Saman Abbas non ci sono tracce da un mese e mezzo e i carabinieri di Guastalla e Reggio Emilia continuano a battere a tappeto le campagne di Novellara alla ricerca di un cadavere. Intanto, un cugino di questa ragazza che aveva osato rifiutare il matrimonio forzato è stato arrestato in Francia mentre tentava di raggiungere la Spagna. È stato appena riconosciuto come uno dei tre uomini della misteriosa missione del 29 aprile, immortalata dalle telecamere dal paese.
In Italia si continua a parlare poco, di questo possibile femminicidio maturato in un contesto claustrofobico e arretrato, in una semplice famiglia di origini pachistane, arrivata nella Bassa Reggiana per coltivare la terra, ma rimasta fedele alle proprie tradizioni e alla religione islamica. Un caso abbastanza evidente di mancata integrazione, nonostante Saman abbia avuto il coraggio, prima di Natale, di rivolgersi agli assistenti sociali, rifiutare il matrimonio con un cugino in Pakistan fissato per il 22 dicembre, denunciare i genitori e andare in una struttura protetta come fosse una pentita di mafia. Ma poi, diventata maggiorenne, ad aprile, la ragazza è tornata nella casa isolata tra i campi a Novellara. Ed è sparita. I genitori sono tornati in patria, ma di lei non c'è traccia e la Procura di Reggio Emilia ha cambiato il fascicolo da sequestro di persona a probabile omicidio. Con occultamento di cadavere. Sul registro degli indagati sono al momento in cinque, tra cui i genitori, due cugini e uno zio.
Al momento i due cugini sarebbero sospettati di avere avuto un qualche ruolo nella sparizione del corpo di Saman. Uno di essi, Ikram Ijaz, ieri è stato arrestato su richiesta della polizia italiana a Nimes ed è già partita la richiesta di estradizione, anche se non è da escludere che gl'inquirenti italiani facciano un blitz in Provenza per interrogarlo al più presto. Secondo i carabinieri, è uno dei tre uomini ripresi dalle telecamere dietro casa di Saman la sera del 29 aprile, con tanto di pale, secchio e un grande sacco azzurro. Ijaz è stato fermato il 21 maggio su un pullman Flixbus diretto in Spagna. Non aveva i documenti in regola ed è stato rinchiuso in un centro di identificazione per la successiva espulsione. Qui lo ha raggiunto la segnalazione delle autorità italiane.
Interessante anche un altro particolare del filmato, ovvero la presenza di un piede di porco tra gli attrezzi del misterioso terzetto. Secondo gl'investigatori, lo strumento sarebbe servito per aprire una stalla, una porcilaia (ce ne sono tantissime in quella zona) o dei tombini dei canali di scolo. Intervistato dalla Gazzetta di Reggio, un abitante di Novellara ha spiegato come funzionano le porcilaie nelle quali carabinieri e vigili del fuoco hanno scavato per tutta la giornata di ieri. «Tutte le stalle della zona, sotto le corsie dove deambulano gli animali, siano maiali o vacche, hanno una sorta di doppiofondo: una fossa per la raccolta dei liquami, che nel gergo contadino viene chiamata tomba», ha detto al quotidiano emiliano. E ha aggiunto: «quando la tomba si riempie, le deiezioni vengono pompate fuori in una autobotte e usate come concime. Per attingere al letame e permettere ispezioni, esistono alcuni tombini posizionati lungo le corsie e in fondo alle stalle, spesso immediatamente all'esterno». A un mese di distanza, se davvero il corpo è stato buttato in un posto simile, è praticamente impossibile che ne sia restato qualcosa.
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Abdul Hamid Dbeibah vede a Roma Mario Draghi e Luigi Di Maio. Sul tavolo immigrazione e investimenti. Ma l'asse con Tripoli non piace a Parigi e Ankara.Il cugino di Saman Abbas arrestato in Francia: la ricerca del corpo si concentra sulle vasche di scolo delle porcilaie della zona. Lo speciale contiene due articoli.Roma punta a rafforzare la sua sponda con Tripoli. È questo, in estrema sintesi, il succo della visita compiuta ieri in Italia dal primo ministro libico, Abdul Hamid Dbeibah. «La collaborazione tra il governo del primo ministro Dbeibah e l'Italia continua a essere sempre più fertile e viva. L'Italia rimane a fianco della Libia e la sostiene in questa transizione complessa», ha dichiarato in tal senso il presidente del Consiglio Mario Draghi, ricevendo il suo omologo libico a Palazzo Chigi. «L'Italia», ha aggiunto, «rimane al fianco della Libia e conferma il suo convinto impegno per il consolidamento della pace e della sicurezza. Ribadiamo la nostra determinazione a collaborare con l'autorità esecutiva unificata ad interim e a sostenerla nelle prossime decisive fasi della transizione istituzionale». Nel dettaglio, il premier italiano ha assicurato cooperazione nel settore delle energie rinnovabili, oltre che in quelli di sanità e infrastrutture. In questo quadro, un tema centrale si è indubbiamente rivelato quello migratorio. «Ci siamo confrontati», ha detto Draghi, «sui temi migratori e umanitari, che rappresentano una priorità per la Libia e per l'Italia. Abbiamo preso in esame il controllo delle frontiere libiche, anche meridionali, il contrasto al traffico di esseri umani, l'assistenza ai rifugiati, i corridoi umanitari, e lo sviluppo delle comunità rurali. L'Italia intende continuare a finanziare i rimpatri volontari assistiti e le evacuazioni umanitarie dalla Libia. Ritengo sia interesse anche libico assicurare il pieno rispetto dei diritti di rifugiati e migranti». Ma la visita di Dbeibah non si è limitata all'incontro di Palazzo Chigi. Il premier ha infatti partecipato, insieme al ministro degli Esteri Luigi Di Maio, anche a un business forum, tenutosi alla Farnesina con l'obiettivo di aprire la ricostruzione libica alle imprese italiane. Tra i presenti all'iniziativa, anche alti rappresentanti di aziende come Leonardo, Saipem, Eni, Snam, Fincantieri e Terna. «Il governo di unità nazionale è per noi oggi un interlocutore rappresentativo di tutto il Paese, con il quale possiamo e vogliamo pianificare i prossimi investimenti in tutto il territorio libico», ha dichiarato Di Maio, che ha anche annunciato la riattivazione del consolato italiano di Bengasi e l'apertura di uno nuovo a Sebha (nel Fezzan). Lo stesso Dbeibah ha, dal canto suo, definito l'Italia come il «miglior partner» per la ricostruzione libica, invocando un incremento dello scambio commerciale tra i due Paesi. Insomma, l'intraprendente strategia di Draghi nello scacchiere libico sembra stia iniziando a dare i suoi frutti: dopo un anno e mezzo di inconcludenza giallorossa, l'attuale premier italiano aveva d'altronde mostrato di avere le idee chiare nell'ambito della sua visita a Tripoli il mese scorso. E adesso cerca di passare all'azione, seguendo due binari complementari che, come abbiamo visto, sono emersi evidentemente dal viaggio italiano di Dbeibah: rafforzare la cooperazione economica tra Roma e Tripoli e, contemporaneamente, cercare di trovare un'intesa per regolare l'arrivo dei migranti. È anche in tal senso che va del resto letto l'interessamento espresso dalla Farnesina per il Fezzan: area contigua al Sahel, la cui instabilità non fa che favorire attività illecite e accrescere i flussi migratori. È chiaro che questa strategia deve essere inserita in un quadro più ampio: sin da subito Draghi ha infatti lasciato intendere che l'Italia possa tornare protagonista in Libia soltanto in forza di un sostegno statunitense. È soprattutto per questo che il premier italiano ha optato, negli scorsi mesi, per un deciso allineamento a Washington, raffreddando significativamente i rapporti con Russia, Turchia e Cina. Una linea delicata, che alcuni soggetti politici in Italia non vedono tuttavia troppo di buon occhio. È per esempio il caso di Romano Prodi che, intervenendo a un convegno di Formiche e ChinaMed, ha invocato un approccio più morbido dell'Europa nei confronti di Pechino. «Fino a pochi mesi fa, con la firma dell'accordo sugli investimenti Cai, la situazione era più serena, ma ora l'accordo è congelato», ha dichiarato l'ex premier. «Dobbiamo cambiare atteggiamento da entrambe le parti», ha aggiunto, «se vogliamo riaprire le relazioni. In questo momento è formalmente impossibile fare qualsiasi cosa». Al di là di queste (significative) resistenze interne all'allineamento con Washington, Roma deve fare attenzione anche ad altri due rischi. Innanzitutto il ruolo ostile della Turchia, che non ha alcuna intenzione di rinunciare alla sua influenza su Tripoli: sono del resto mesi che Ankara ha messo gli occhi sulla ricostruzione libica. In secondo luogo, la Libia continua ad essere caratterizzata da turbolenze interne. Non solo il generale Khalifa Haftar non sembra intenzionato a uscire di scena, ma - secondo Al Jazeera - potrebbe addirittura candidarsi alle elezioni del prossimo dicembre. Infine, bisogna fare attenzione alla Francia, dove oggi Dbeibah si recherà per incontrare Emmanuel Macron. Ora, non è troppo probabile che l'inquilino dell'Eliseo voglia tornare a spalleggiare il maresciallo della Cirenaica. Resta tuttavia il fatto che il premier libico cercherà investimenti anche a Parigi. Se è quindi vero che Draghi e Macron si stiano da tempo avvicinando tra loro, è altrettanto evidente che gli interessi italiani in Libia siano (potenzialmente) in conflitto con quelli francesi: dalla ricostruzione alla gestione dei flussi migratori. Farà quindi bene Roma a tenere alta la guardia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/italia-libia-saman-2653191284.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-procura-in-pressing-sul-cugino-di-saman-arrestato-in-francia" data-post-id="2653191284" data-published-at="1622542636" data-use-pagination="False"> La Procura in pressing sul cugino di Saman arrestato in Francia Si cerca anche nelle vasche di scolo delle porcilaie, che i contadini della zona chiamano «tombe». E non è un buon segno. Anche se il padre dice che è viva, della diciottenne pachistana Saman Abbas non ci sono tracce da un mese e mezzo e i carabinieri di Guastalla e Reggio Emilia continuano a battere a tappeto le campagne di Novellara alla ricerca di un cadavere. Intanto, un cugino di questa ragazza che aveva osato rifiutare il matrimonio forzato è stato arrestato in Francia mentre tentava di raggiungere la Spagna. È stato appena riconosciuto come uno dei tre uomini della misteriosa missione del 29 aprile, immortalata dalle telecamere dal paese. In Italia si continua a parlare poco, di questo possibile femminicidio maturato in un contesto claustrofobico e arretrato, in una semplice famiglia di origini pachistane, arrivata nella Bassa Reggiana per coltivare la terra, ma rimasta fedele alle proprie tradizioni e alla religione islamica. Un caso abbastanza evidente di mancata integrazione, nonostante Saman abbia avuto il coraggio, prima di Natale, di rivolgersi agli assistenti sociali, rifiutare il matrimonio con un cugino in Pakistan fissato per il 22 dicembre, denunciare i genitori e andare in una struttura protetta come fosse una pentita di mafia. Ma poi, diventata maggiorenne, ad aprile, la ragazza è tornata nella casa isolata tra i campi a Novellara. Ed è sparita. I genitori sono tornati in patria, ma di lei non c'è traccia e la Procura di Reggio Emilia ha cambiato il fascicolo da sequestro di persona a probabile omicidio. Con occultamento di cadavere. Sul registro degli indagati sono al momento in cinque, tra cui i genitori, due cugini e uno zio. Al momento i due cugini sarebbero sospettati di avere avuto un qualche ruolo nella sparizione del corpo di Saman. Uno di essi, Ikram Ijaz, ieri è stato arrestato su richiesta della polizia italiana a Nimes ed è già partita la richiesta di estradizione, anche se non è da escludere che gl'inquirenti italiani facciano un blitz in Provenza per interrogarlo al più presto. Secondo i carabinieri, è uno dei tre uomini ripresi dalle telecamere dietro casa di Saman la sera del 29 aprile, con tanto di pale, secchio e un grande sacco azzurro. Ijaz è stato fermato il 21 maggio su un pullman Flixbus diretto in Spagna. Non aveva i documenti in regola ed è stato rinchiuso in un centro di identificazione per la successiva espulsione. Qui lo ha raggiunto la segnalazione delle autorità italiane. Interessante anche un altro particolare del filmato, ovvero la presenza di un piede di porco tra gli attrezzi del misterioso terzetto. Secondo gl'investigatori, lo strumento sarebbe servito per aprire una stalla, una porcilaia (ce ne sono tantissime in quella zona) o dei tombini dei canali di scolo. Intervistato dalla Gazzetta di Reggio, un abitante di Novellara ha spiegato come funzionano le porcilaie nelle quali carabinieri e vigili del fuoco hanno scavato per tutta la giornata di ieri. «Tutte le stalle della zona, sotto le corsie dove deambulano gli animali, siano maiali o vacche, hanno una sorta di doppiofondo: una fossa per la raccolta dei liquami, che nel gergo contadino viene chiamata tomba», ha detto al quotidiano emiliano. E ha aggiunto: «quando la tomba si riempie, le deiezioni vengono pompate fuori in una autobotte e usate come concime. Per attingere al letame e permettere ispezioni, esistono alcuni tombini posizionati lungo le corsie e in fondo alle stalle, spesso immediatamente all'esterno». A un mese di distanza, se davvero il corpo è stato buttato in un posto simile, è praticamente impossibile che ne sia restato qualcosa.
Un uomo, un aeroplano, il freddo da domare per stabilire un record. Ma soprattutto il tentativo di capire come gli aeroplani avrebbero potuto volare più in alto per sfuggire alla contraerea.
Giorgia Meloni ha suonato la carica, tuffandosi nel Kulturkampf con la sinistra dei censori: in questo caso, l’oggetto del contendere è la grottesca trovata del patentino antifascista per gli editori della fiera libraria di Roma. Ma la patata più bollente la maneggia Matteo Piantedosi: sabato sera, ospite del gala alla masseria di Manduria di Bruno Vespa, il ministro dell’Interno promette, per il 2026, il «superamento della soglia simbolo dei 10.000 rimpatri, che non è mai avvenuto in Italia». È un «sogno», spiega il titolare del Viminale. Ma lui ha già «dato mandato» agli uffici di lavorare al traguardo, poiché «in questo quadriennio abbiamo accresciuto il numero» delle espulsioni di stranieri irregolari.
Piantedosi non vuol dare l’impressione che l’esecutivo corra dietro alle piazze per la remigrazione. Anzi, sottolinea che «il tema è di una grande complessità, liquidarlo con formule molto immediate, molto semplicistiche, credo che non porti da nessuna parte». E rincara la dose: «Io, francamente, non ho capito che vuol dire remigrazione rispetto a quello che già si fa o che si dovrebbe fare. Questa teoria della remigrazione», conclude, «ancora non è stata declinata in tutta la sua forza». Roberto Vannacci, dall’assemblea costituente di Futuro nazionale, prova a chiarirla: non è solo una questione di rimpatri, sostiene, «ma un concetto politico: vuol dire il sacrosanto diritto di difendere i popoli autoctoni», di non «snaturarli. La soluzione è far tornare al Paese di origine chi è entrato illegalmente da noi, è clandestino - e riguarda la stragrande maggioranza. E poi ci sono anche quelli che hanno diritto ma fanno attività criminali. La remigrazione si applica in maniera culturale, insegnando la propria civiltà» e «Garibaldi» a scuola. «Gli elementi esogeni», ricorda il generale, «costano di più di quanto» restituiscano.
Al di là del dibattito sugli slogan, il vero ostacolo sul percorso dell’agenda securitaria, che la maggioranza ha finalmente deciso di recuperare, è un altro. E Piantedosi, memore delle esperienze pregresse, ce l’ha presente: «Io sono quasi certo», dichiara infatti nel dialogo con Vespa, «che ci saranno dei casi in cui - l’ho anche detto al presidente Meloni - questi stessi regolamenti europei saranno oggetto di valutazione per singoli processi dal punto di vista della corrispondenza della regola europea alla Carta europea dei diritti. Quindi mi aspetto già dei ricorsi, come è avvenuto sull’Albania». Il premier è informato: non si vincerà facile. Nonostante l’entrata in vigore del nuovo Patto Ue sulle migrazioni, che in teoria complica la strada alla magistratura italiana, capace di ostacolare i Cpr balcanici, a colpi di interpellanze alla Corte di giustizia dell’Ue.
Le novità introdotte in sede europea facilitano le procedure di espulsione: gli hub negli Stati terzi sono ormai legittimati e Bruxelles ha approvato una lista unica di Paesi sicuri, che già comprende Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. È sufficiente a coprire una bella quota degli sbarchi che avvengono in Italia: al 31 maggio 2026, era bengalese il 30% degli immigrati, mentre tunisini, egiziani e marocchini rappresentavano un altro 11%. Le modifiche al regolamento comunitario hanno permesso di far rientrare nell’elenco anche nazioni nelle quali alcune regioni rimangono turbolente e pericolose, o in cui alcune categorie, come certe minoranze religiose e sessuali, potrebbero subire persecuzioni; ovviamente, a chi ne fa parte, spettano adeguate tutele giuridiche.
Ciò che Piantedosi sa bene, però, è che la Corte di Lussemburgo ha riconosciuto ai tribunali la facoltà di questionare i verdetti sugli Stati di provenienza, sia pure avallati dall’Unione europea, nel momento in cui si trovassero a esaminare i ricorsi presentati da singoli individui. Ecco perché il titolare del Viminale allude ai giudici e anche agli avvocati. Come quelli che hanno considerato uno scandalo l’indennità da 600 euro per l’assistenza nei procedimenti di rimpatrio volontario. Dato quello che è successo a Ravenna, con i certificati falsi per liberare i migranti dai Cpr, forse bisognerà guardarsi persino dai medici.
Sul fronte giudiziario, peraltro, il governo ha da poco dovuto prendere atto di un insuccesso: credeva che il trasferimento di competenze alle Corti d’Appello avrebbe semplificato le espulsioni; non è stato così. Spesso gli incarichi sono stati riassegnati agli stessi magistrati di primo grado. E alla fine, il Guardasigilli, Carlo Nordio, ha preferito ripristinare lo status quo.
Sarà una battaglia caso per caso. Una trincea politica. Roba per generali…
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
Come si è visto nel 2019, quando con una mossa del cavallo portò il Pd ad allearsi con i 5 stelle per dare vita al Conte bis, è nelle situazioni di incertezza che il Bullo dà il meglio di sé. Del resto, pur non avendo fatto il militare, Renzi sarebbe perfetto come capo del Genio guastatori. Non sa vincere le guerre e neppure è in grado di assicurare la stabilità necessaria una volta raggiunta una tregua, ma è bravissimo a distruggere. Dunque, non mi stupisce che adesso stia scommettendo su Vannacci. Futuro nazionale rappresenta anche il suo futuro. La strategia è chiara: Renzi vuole gettare scompiglio nelle linee nemiche. Come gli americani quando in Afghanistan diedero le armi ai Talebani nella speranza che sconfiggessero per conto loro i russi, il Rottamatore sogna che il generale sia in grado di mettere in campo una milizia che sconfigga Giorgia Meloni. Più lui cresce, è il ragionamento del senatore semplice di Rignano, più il presidente del Consiglio perde.
Fin qui nulla da dire: fa parte delle regole del gioco. E quella in cui si è specializzato Renzi è una partita spregiudicata, dove ogni sgambetto e qualsiasi giravolta valgono. Detto ciò, però io non capisco perché il centrodestra si stia dando tanto da fare per demonizzare Vannacci. Le critiche contro il generale e contro la sua banda di descamisados non credo riusciranno a ottenere il risultato che ci si aspetta. Anzi: semmai contribuiranno a rafforzare Fn, dando a Vannacci e agli straccioni (la definizione è sua) che ha raccolto, maggiore visibilità. Attaccarlo, criminalizzarlo, definirlo un utile idiota pronto ad aiutare la sinistra, non servirà a fermarlo, ma semmai a innalzarlo a nemico numero uno. Nel centrodestra dovrebbero saperlo bene, perché per anni sono stati all’opposizione. Il gioco dell’uno contro tutti, contro la sinistra perché si dicono cose controcorrente, ma anche contro la destra perché non ci si è allineati, premia.
L’attuale maggioranza ha due modi per disinnescare Vannacci. Il primo è riuscire a rinchiudere il consenso del generale in un recinto che gli impedisca di andare oltre il 4%. Il secondo è raggiungere con lui un accordo. A mio parere, la prima possibilità è ormai sfumata, perché i sondaggi danno l’ex parà della Folgore già vicino al 5% e nei prossimi mesi potrebbe ancora salire. Dunque, escluderlo dalla competizione, con una legge elettorale che fissi una soglia di sbarramento oltre il 5%, pare impossibile. A questo punto resta, perciò, una sola strada: raggiungere un’intesa affinché il nuovo partito non contribuisca involontariamente alla vittoria della sinistra.
Lo so che è molto più facile stare all’opposizione che al governo. Dire che si devono smantellare le stupide regole europee che stanno condannando il nostro Paese alla deindustrializzazione è semplicissimo: la parte difficile consiste nello stabilire come fermare le politiche green della Ue e, soprattutto, evitare le sanzioni che Bruxelles ha escogitato per impedire a ogni singolo Stato di sottrarsi alle follie comunitarie. Non comporta grandi difficoltà, salvo replicare alle polemiche e alle accuse di xenofobia, neppure parlare di remigrazione: il problema è riuscire a farla, districandosi fra norme costituzionali, regole della magistratura e impedimenti dei trattati internazionali. Quando Giorgia Meloni stava all’opposizione, voleva attuare un blocco navale contro i migranti ma, una volta giunta nella stanza dei bottoni, si è resa conto che la magistratura, la presidenza della Repubblica, la Corte costituzionale, l’Europa e pure l’Onu non le avrebbero consentito nulla di tutto ciò. Dunque, si è dovuta barcamenare tra le difficoltà, riuscendo comunque a frenare gli sbarchi e ad aumentare i rimpatri. Ora, non avendo un trascorso al governo che gli possa venire rimproverato, Vannacci rilancia il blocco navale e la remigrazione, promettendo anche di dichiarare guerra all’Europa e al Green deal di Ursula von der Leyen. Nessuno sa dire come intenda fare tutto ciò e lui si guarda bene dal svelarlo. Critica la deriva woke e Lgbt, con un linguaggio che alcuni ritengono provocatorio? Ma per tre quarti e forse più è ciò che pensa l’opinione pubblica che, per quieto vivere, non si azzarda ad ammetterlo. Il generale, anche se non offre ricette concrete, sostiene ciò che gran parte dell’elettorato reputa giusto, sia in fatto di immigrazione che di transizione energetica o di politically correct.
Attaccarlo, dunque, a mio parere non serve a nulla. Anzi, rischia perfino di essere controproducente per i partiti che compongono il centrodestra, perché significa lasciare aperta a Vannacci la strada della grande prateria dei moderati, che certo vogliono la remigrazione, considerano il Green deal un suicidio e si augurano di poter fermare la propaganda Lgbt. Capisco che nella maggioranza lo considerino un populista e comprendo che qualcuno desidererebbe farlo sparire con un colpo di bacchetta magica, oppure silenziarlo (o imbavagliare i giornali) affinché smetta di parlare. Ma non è possibile. Il generale ha conquistato un’enclave nel centrodestra ed è intenzionato a difenderla con le unghie e i denti. Dunque, per non indebolire la maggioranza e perdere le elezioni (con i risultati horror di cui ho parlato ieri), resta una una sola possibilità: fare un accordo con lui. Piaccia o non piaccia (a Forza Italia o ad altri), un’altra via non c’è. Non ricordo più quale stratega lo dicesse, ma se non puoi battere l’avversario devi necessariamente scendere a patti.
Ps. La discesa in campo del generale può anche essere un’opportunità. Alla fine, si discute di remigrazione, sicurezza, Green deal, deriva woke senza più nessun timore. Paradossalmente, l’effetto Vannacci potrebbe portare allo stesso risultato visto in Ungheria, con una sfida tutta a destra che ha cancellato la sinistra.
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Il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, saluta i militanti chiudendo l'assemblea costituente durante il quale ha esposto i punti del programma del suo partito (Ansa)
Le note di Futura di Lucio Dalla hanno chiuso l’assemblea costituente di Futuro nazionale dopo il lungo intervento con cui Roberto Vannacci ha illustrato il programma del suo partito. A scatenare le polemiche un’affermazione fatta dal palco: «Il femminicidio è un omicidio come tutti gli altri, uomini e donne sono uguali, non c’è bisogno di proteggere alcuno nei confronti degli altri e quindi devono essere tutti soggetti alle stesse regole. Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità. Con femminicidio e omofobia si fa il lavaggio del cervello». Affermazione che è diventato un caso politico con le reazioni da destra a sinistra. Per Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia del Senato, della Lega: «Il punto non è che la morte di una donna “pesa” più di quella di un uomo, ma la gravità della spinta che porta a uccidere una donna per odio o disprezzo, ritenendola un essere inferiore. Ecco perché la critica del leader di Fn è totalmente fuorviante. Spero non ci sia nostalgia per il delitto d’onore». «Ci ritroveremo alle elezioni quando bisognerà presentare proposte credibili, realizzabili e non destinate a placare la fame di chi vuole governare senza idee e trovare un posto in Parlamento per chiunque», ha affermato la leghista ed ex magistrato Simonetta Matone. «A Vannacci diciamo solo di rassegnarsi: il reato di femminicidio esiste e non sarà certo lui a cancellarlo dal Codice penale», ha affermato Mara Carfagna, segretaria di Noi moderati. Nel punto stampa, l’eurodeputato ha anche contestato le quote rosa e i criteri di rappresentanza nel mondo del lavoro: «Una posizione di lavoro la si guadagna in base al merito, non in base a quello che uno ha sotto le mutande, questa è parità». Nella maratona oratoria, l’ex generale ha spinto sulla remigrazione: «Il centrodestra non riesce a farla. Mandateci al governo e ci riusciremo». Poi stop ai flussi, Italia agli italiani con un tetto del 4% di stranieri e, naturalmente, «espulsione di chi non ha titolo e revoca della cittadinanza per chi commette gravi reati». Inoltre, «per uccidere, per rubare e stuprare nessuna libertà, ma solo carceri e tolleranza zero». La scuola «deve essere dura e selettiva, dando priorità a quella pubblica, senza togliere nulla a quella privata. Deve formare il futuro del Paese evitando che sia un centro di bivacco della gioventù e centro formazione del Pd dove abbondano bagni neutri, Bella ciao, progetti gender». Per salvare le pensioni Fn promuove «la rinascita demografica dell’Italia», introducendo «il quoziente familiare e una drastica riduzione Irpef per ogni figlio. Al reddito improduttivo di cittadinanza vogliamo il reddito produttivo di maternità».
La giustizia per Fn è «quella che tutela le vittime e non i criminali», mentre sarà introdotto «il requisito della cittadinanza per le case popolari e il mutuo tricolore per chi deve acquistare la prima casa». Poi la sanità, che «non è di sinistra e gli ospedali non sono nati per uccidere anziani e malati, per dare medicine agli adolescenti per bloccare il loro sviluppo o fare le falloplastiche». E l’energia: «Per un risparmio energetico di 180 milioni annui, si passi all’ora legale permanente, togliere gli incentivi in bolletta alle rinnovabili».
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