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2021-06-01
Il premier libico fa le moine all’Italia: «È il nostro miglior partner»
Abdulhamid Dbeibah e Mario Draghi (Ansa)
Roma punta a rafforzare la sua sponda con Tripoli. È questo, in estrema sintesi, il succo della visita compiuta ieri in Italia dal primo ministro libico, Abdul Hamid Dbeibah. «La collaborazione tra il governo del primo ministro Dbeibah e l'Italia continua a essere sempre più fertile e viva. L'Italia rimane a fianco della Libia e la sostiene in questa transizione complessa», ha dichiarato in tal senso il presidente del Consiglio Mario Draghi, ricevendo il suo omologo libico a Palazzo Chigi.
«L'Italia», ha aggiunto, «rimane al fianco della Libia e conferma il suo convinto impegno per il consolidamento della pace e della sicurezza. Ribadiamo la nostra determinazione a collaborare con l'autorità esecutiva unificata ad interim e a sostenerla nelle prossime decisive fasi della transizione istituzionale».
Nel dettaglio, il premier italiano ha assicurato cooperazione nel settore delle energie rinnovabili, oltre che in quelli di sanità e infrastrutture. In questo quadro, un tema centrale si è indubbiamente rivelato quello migratorio. «Ci siamo confrontati», ha detto Draghi, «sui temi migratori e umanitari, che rappresentano una priorità per la Libia e per l'Italia. Abbiamo preso in esame il controllo delle frontiere libiche, anche meridionali, il contrasto al traffico di esseri umani, l'assistenza ai rifugiati, i corridoi umanitari, e lo sviluppo delle comunità rurali. L'Italia intende continuare a finanziare i rimpatri volontari assistiti e le evacuazioni umanitarie dalla Libia. Ritengo sia interesse anche libico assicurare il pieno rispetto dei diritti di rifugiati e migranti».
Ma la visita di Dbeibah non si è limitata all'incontro di Palazzo Chigi. Il premier ha infatti partecipato, insieme al ministro degli Esteri Luigi Di Maio, anche a un business forum, tenutosi alla Farnesina con l'obiettivo di aprire la ricostruzione libica alle imprese italiane. Tra i presenti all'iniziativa, anche alti rappresentanti di aziende come Leonardo, Saipem, Eni, Snam, Fincantieri e Terna. «Il governo di unità nazionale è per noi oggi un interlocutore rappresentativo di tutto il Paese, con il quale possiamo e vogliamo pianificare i prossimi investimenti in tutto il territorio libico», ha dichiarato Di Maio, che ha anche annunciato la riattivazione del consolato italiano di Bengasi e l'apertura di uno nuovo a Sebha (nel Fezzan). Lo stesso Dbeibah ha, dal canto suo, definito l'Italia come il «miglior partner» per la ricostruzione libica, invocando un incremento dello scambio commerciale tra i due Paesi.
Insomma, l'intraprendente strategia di Draghi nello scacchiere libico sembra stia iniziando a dare i suoi frutti: dopo un anno e mezzo di inconcludenza giallorossa, l'attuale premier italiano aveva d'altronde mostrato di avere le idee chiare nell'ambito della sua visita a Tripoli il mese scorso. E adesso cerca di passare all'azione, seguendo due binari complementari che, come abbiamo visto, sono emersi evidentemente dal viaggio italiano di Dbeibah: rafforzare la cooperazione economica tra Roma e Tripoli e, contemporaneamente, cercare di trovare un'intesa per regolare l'arrivo dei migranti. È anche in tal senso che va del resto letto l'interessamento espresso dalla Farnesina per il Fezzan: area contigua al Sahel, la cui instabilità non fa che favorire attività illecite e accrescere i flussi migratori. È chiaro che questa strategia deve essere inserita in un quadro più ampio: sin da subito Draghi ha infatti lasciato intendere che l'Italia possa tornare protagonista in Libia soltanto in forza di un sostegno statunitense. È soprattutto per questo che il premier italiano ha optato, negli scorsi mesi, per un deciso allineamento a Washington, raffreddando significativamente i rapporti con Russia, Turchia e Cina.
Una linea delicata, che alcuni soggetti politici in Italia non vedono tuttavia troppo di buon occhio. È per esempio il caso di Romano Prodi che, intervenendo a un convegno di Formiche e ChinaMed, ha invocato un approccio più morbido dell'Europa nei confronti di Pechino. «Fino a pochi mesi fa, con la firma dell'accordo sugli investimenti Cai, la situazione era più serena, ma ora l'accordo è congelato», ha dichiarato l'ex premier. «Dobbiamo cambiare atteggiamento da entrambe le parti», ha aggiunto, «se vogliamo riaprire le relazioni. In questo momento è formalmente impossibile fare qualsiasi cosa».
Al di là di queste (significative) resistenze interne all'allineamento con Washington, Roma deve fare attenzione anche ad altri due rischi.
Innanzitutto il ruolo ostile della Turchia, che non ha alcuna intenzione di rinunciare alla sua influenza su Tripoli: sono del resto mesi che Ankara ha messo gli occhi sulla ricostruzione libica. In secondo luogo, la Libia continua ad essere caratterizzata da turbolenze interne. Non solo il generale Khalifa Haftar non sembra intenzionato a uscire di scena, ma - secondo Al Jazeera - potrebbe addirittura candidarsi alle elezioni del prossimo dicembre. Infine, bisogna fare attenzione alla Francia, dove oggi Dbeibah si recherà per incontrare Emmanuel Macron. Ora, non è troppo probabile che l'inquilino dell'Eliseo voglia tornare a spalleggiare il maresciallo della Cirenaica. Resta tuttavia il fatto che il premier libico cercherà investimenti anche a Parigi. Se è quindi vero che Draghi e Macron si stiano da tempo avvicinando tra loro, è altrettanto evidente che gli interessi italiani in Libia siano (potenzialmente) in conflitto con quelli francesi: dalla ricostruzione alla gestione dei flussi migratori. Farà quindi bene Roma a tenere alta la guardia.
La Procura in pressing sul cugino di Saman arrestato in Francia
Si cerca anche nelle vasche di scolo delle porcilaie, che i contadini della zona chiamano «tombe». E non è un buon segno. Anche se il padre dice che è viva, della diciottenne pachistana Saman Abbas non ci sono tracce da un mese e mezzo e i carabinieri di Guastalla e Reggio Emilia continuano a battere a tappeto le campagne di Novellara alla ricerca di un cadavere. Intanto, un cugino di questa ragazza che aveva osato rifiutare il matrimonio forzato è stato arrestato in Francia mentre tentava di raggiungere la Spagna. È stato appena riconosciuto come uno dei tre uomini della misteriosa missione del 29 aprile, immortalata dalle telecamere dal paese.
In Italia si continua a parlare poco, di questo possibile femminicidio maturato in un contesto claustrofobico e arretrato, in una semplice famiglia di origini pachistane, arrivata nella Bassa Reggiana per coltivare la terra, ma rimasta fedele alle proprie tradizioni e alla religione islamica. Un caso abbastanza evidente di mancata integrazione, nonostante Saman abbia avuto il coraggio, prima di Natale, di rivolgersi agli assistenti sociali, rifiutare il matrimonio con un cugino in Pakistan fissato per il 22 dicembre, denunciare i genitori e andare in una struttura protetta come fosse una pentita di mafia. Ma poi, diventata maggiorenne, ad aprile, la ragazza è tornata nella casa isolata tra i campi a Novellara. Ed è sparita. I genitori sono tornati in patria, ma di lei non c'è traccia e la Procura di Reggio Emilia ha cambiato il fascicolo da sequestro di persona a probabile omicidio. Con occultamento di cadavere. Sul registro degli indagati sono al momento in cinque, tra cui i genitori, due cugini e uno zio.
Al momento i due cugini sarebbero sospettati di avere avuto un qualche ruolo nella sparizione del corpo di Saman. Uno di essi, Ikram Ijaz, ieri è stato arrestato su richiesta della polizia italiana a Nimes ed è già partita la richiesta di estradizione, anche se non è da escludere che gl'inquirenti italiani facciano un blitz in Provenza per interrogarlo al più presto. Secondo i carabinieri, è uno dei tre uomini ripresi dalle telecamere dietro casa di Saman la sera del 29 aprile, con tanto di pale, secchio e un grande sacco azzurro. Ijaz è stato fermato il 21 maggio su un pullman Flixbus diretto in Spagna. Non aveva i documenti in regola ed è stato rinchiuso in un centro di identificazione per la successiva espulsione. Qui lo ha raggiunto la segnalazione delle autorità italiane.
Interessante anche un altro particolare del filmato, ovvero la presenza di un piede di porco tra gli attrezzi del misterioso terzetto. Secondo gl'investigatori, lo strumento sarebbe servito per aprire una stalla, una porcilaia (ce ne sono tantissime in quella zona) o dei tombini dei canali di scolo. Intervistato dalla Gazzetta di Reggio, un abitante di Novellara ha spiegato come funzionano le porcilaie nelle quali carabinieri e vigili del fuoco hanno scavato per tutta la giornata di ieri. «Tutte le stalle della zona, sotto le corsie dove deambulano gli animali, siano maiali o vacche, hanno una sorta di doppiofondo: una fossa per la raccolta dei liquami, che nel gergo contadino viene chiamata tomba», ha detto al quotidiano emiliano. E ha aggiunto: «quando la tomba si riempie, le deiezioni vengono pompate fuori in una autobotte e usate come concime. Per attingere al letame e permettere ispezioni, esistono alcuni tombini posizionati lungo le corsie e in fondo alle stalle, spesso immediatamente all'esterno». A un mese di distanza, se davvero il corpo è stato buttato in un posto simile, è praticamente impossibile che ne sia restato qualcosa.
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Abdul Hamid Dbeibah vede a Roma Mario Draghi e Luigi Di Maio. Sul tavolo immigrazione e investimenti. Ma l'asse con Tripoli non piace a Parigi e Ankara.Il cugino di Saman Abbas arrestato in Francia: la ricerca del corpo si concentra sulle vasche di scolo delle porcilaie della zona. Lo speciale contiene due articoli.Roma punta a rafforzare la sua sponda con Tripoli. È questo, in estrema sintesi, il succo della visita compiuta ieri in Italia dal primo ministro libico, Abdul Hamid Dbeibah. «La collaborazione tra il governo del primo ministro Dbeibah e l'Italia continua a essere sempre più fertile e viva. L'Italia rimane a fianco della Libia e la sostiene in questa transizione complessa», ha dichiarato in tal senso il presidente del Consiglio Mario Draghi, ricevendo il suo omologo libico a Palazzo Chigi. «L'Italia», ha aggiunto, «rimane al fianco della Libia e conferma il suo convinto impegno per il consolidamento della pace e della sicurezza. Ribadiamo la nostra determinazione a collaborare con l'autorità esecutiva unificata ad interim e a sostenerla nelle prossime decisive fasi della transizione istituzionale». Nel dettaglio, il premier italiano ha assicurato cooperazione nel settore delle energie rinnovabili, oltre che in quelli di sanità e infrastrutture. In questo quadro, un tema centrale si è indubbiamente rivelato quello migratorio. «Ci siamo confrontati», ha detto Draghi, «sui temi migratori e umanitari, che rappresentano una priorità per la Libia e per l'Italia. Abbiamo preso in esame il controllo delle frontiere libiche, anche meridionali, il contrasto al traffico di esseri umani, l'assistenza ai rifugiati, i corridoi umanitari, e lo sviluppo delle comunità rurali. L'Italia intende continuare a finanziare i rimpatri volontari assistiti e le evacuazioni umanitarie dalla Libia. Ritengo sia interesse anche libico assicurare il pieno rispetto dei diritti di rifugiati e migranti». Ma la visita di Dbeibah non si è limitata all'incontro di Palazzo Chigi. Il premier ha infatti partecipato, insieme al ministro degli Esteri Luigi Di Maio, anche a un business forum, tenutosi alla Farnesina con l'obiettivo di aprire la ricostruzione libica alle imprese italiane. Tra i presenti all'iniziativa, anche alti rappresentanti di aziende come Leonardo, Saipem, Eni, Snam, Fincantieri e Terna. «Il governo di unità nazionale è per noi oggi un interlocutore rappresentativo di tutto il Paese, con il quale possiamo e vogliamo pianificare i prossimi investimenti in tutto il territorio libico», ha dichiarato Di Maio, che ha anche annunciato la riattivazione del consolato italiano di Bengasi e l'apertura di uno nuovo a Sebha (nel Fezzan). Lo stesso Dbeibah ha, dal canto suo, definito l'Italia come il «miglior partner» per la ricostruzione libica, invocando un incremento dello scambio commerciale tra i due Paesi. Insomma, l'intraprendente strategia di Draghi nello scacchiere libico sembra stia iniziando a dare i suoi frutti: dopo un anno e mezzo di inconcludenza giallorossa, l'attuale premier italiano aveva d'altronde mostrato di avere le idee chiare nell'ambito della sua visita a Tripoli il mese scorso. E adesso cerca di passare all'azione, seguendo due binari complementari che, come abbiamo visto, sono emersi evidentemente dal viaggio italiano di Dbeibah: rafforzare la cooperazione economica tra Roma e Tripoli e, contemporaneamente, cercare di trovare un'intesa per regolare l'arrivo dei migranti. È anche in tal senso che va del resto letto l'interessamento espresso dalla Farnesina per il Fezzan: area contigua al Sahel, la cui instabilità non fa che favorire attività illecite e accrescere i flussi migratori. È chiaro che questa strategia deve essere inserita in un quadro più ampio: sin da subito Draghi ha infatti lasciato intendere che l'Italia possa tornare protagonista in Libia soltanto in forza di un sostegno statunitense. È soprattutto per questo che il premier italiano ha optato, negli scorsi mesi, per un deciso allineamento a Washington, raffreddando significativamente i rapporti con Russia, Turchia e Cina. Una linea delicata, che alcuni soggetti politici in Italia non vedono tuttavia troppo di buon occhio. È per esempio il caso di Romano Prodi che, intervenendo a un convegno di Formiche e ChinaMed, ha invocato un approccio più morbido dell'Europa nei confronti di Pechino. «Fino a pochi mesi fa, con la firma dell'accordo sugli investimenti Cai, la situazione era più serena, ma ora l'accordo è congelato», ha dichiarato l'ex premier. «Dobbiamo cambiare atteggiamento da entrambe le parti», ha aggiunto, «se vogliamo riaprire le relazioni. In questo momento è formalmente impossibile fare qualsiasi cosa». Al di là di queste (significative) resistenze interne all'allineamento con Washington, Roma deve fare attenzione anche ad altri due rischi. Innanzitutto il ruolo ostile della Turchia, che non ha alcuna intenzione di rinunciare alla sua influenza su Tripoli: sono del resto mesi che Ankara ha messo gli occhi sulla ricostruzione libica. In secondo luogo, la Libia continua ad essere caratterizzata da turbolenze interne. Non solo il generale Khalifa Haftar non sembra intenzionato a uscire di scena, ma - secondo Al Jazeera - potrebbe addirittura candidarsi alle elezioni del prossimo dicembre. Infine, bisogna fare attenzione alla Francia, dove oggi Dbeibah si recherà per incontrare Emmanuel Macron. Ora, non è troppo probabile che l'inquilino dell'Eliseo voglia tornare a spalleggiare il maresciallo della Cirenaica. Resta tuttavia il fatto che il premier libico cercherà investimenti anche a Parigi. Se è quindi vero che Draghi e Macron si stiano da tempo avvicinando tra loro, è altrettanto evidente che gli interessi italiani in Libia siano (potenzialmente) in conflitto con quelli francesi: dalla ricostruzione alla gestione dei flussi migratori. Farà quindi bene Roma a tenere alta la guardia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/italia-libia-saman-2653191284.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-procura-in-pressing-sul-cugino-di-saman-arrestato-in-francia" data-post-id="2653191284" data-published-at="1622542636" data-use-pagination="False"> La Procura in pressing sul cugino di Saman arrestato in Francia Si cerca anche nelle vasche di scolo delle porcilaie, che i contadini della zona chiamano «tombe». E non è un buon segno. Anche se il padre dice che è viva, della diciottenne pachistana Saman Abbas non ci sono tracce da un mese e mezzo e i carabinieri di Guastalla e Reggio Emilia continuano a battere a tappeto le campagne di Novellara alla ricerca di un cadavere. Intanto, un cugino di questa ragazza che aveva osato rifiutare il matrimonio forzato è stato arrestato in Francia mentre tentava di raggiungere la Spagna. È stato appena riconosciuto come uno dei tre uomini della misteriosa missione del 29 aprile, immortalata dalle telecamere dal paese. In Italia si continua a parlare poco, di questo possibile femminicidio maturato in un contesto claustrofobico e arretrato, in una semplice famiglia di origini pachistane, arrivata nella Bassa Reggiana per coltivare la terra, ma rimasta fedele alle proprie tradizioni e alla religione islamica. Un caso abbastanza evidente di mancata integrazione, nonostante Saman abbia avuto il coraggio, prima di Natale, di rivolgersi agli assistenti sociali, rifiutare il matrimonio con un cugino in Pakistan fissato per il 22 dicembre, denunciare i genitori e andare in una struttura protetta come fosse una pentita di mafia. Ma poi, diventata maggiorenne, ad aprile, la ragazza è tornata nella casa isolata tra i campi a Novellara. Ed è sparita. I genitori sono tornati in patria, ma di lei non c'è traccia e la Procura di Reggio Emilia ha cambiato il fascicolo da sequestro di persona a probabile omicidio. Con occultamento di cadavere. Sul registro degli indagati sono al momento in cinque, tra cui i genitori, due cugini e uno zio. Al momento i due cugini sarebbero sospettati di avere avuto un qualche ruolo nella sparizione del corpo di Saman. Uno di essi, Ikram Ijaz, ieri è stato arrestato su richiesta della polizia italiana a Nimes ed è già partita la richiesta di estradizione, anche se non è da escludere che gl'inquirenti italiani facciano un blitz in Provenza per interrogarlo al più presto. Secondo i carabinieri, è uno dei tre uomini ripresi dalle telecamere dietro casa di Saman la sera del 29 aprile, con tanto di pale, secchio e un grande sacco azzurro. Ijaz è stato fermato il 21 maggio su un pullman Flixbus diretto in Spagna. Non aveva i documenti in regola ed è stato rinchiuso in un centro di identificazione per la successiva espulsione. Qui lo ha raggiunto la segnalazione delle autorità italiane. Interessante anche un altro particolare del filmato, ovvero la presenza di un piede di porco tra gli attrezzi del misterioso terzetto. Secondo gl'investigatori, lo strumento sarebbe servito per aprire una stalla, una porcilaia (ce ne sono tantissime in quella zona) o dei tombini dei canali di scolo. Intervistato dalla Gazzetta di Reggio, un abitante di Novellara ha spiegato come funzionano le porcilaie nelle quali carabinieri e vigili del fuoco hanno scavato per tutta la giornata di ieri. «Tutte le stalle della zona, sotto le corsie dove deambulano gli animali, siano maiali o vacche, hanno una sorta di doppiofondo: una fossa per la raccolta dei liquami, che nel gergo contadino viene chiamata tomba», ha detto al quotidiano emiliano. E ha aggiunto: «quando la tomba si riempie, le deiezioni vengono pompate fuori in una autobotte e usate come concime. Per attingere al letame e permettere ispezioni, esistono alcuni tombini posizionati lungo le corsie e in fondo alle stalle, spesso immediatamente all'esterno». A un mese di distanza, se davvero il corpo è stato buttato in un posto simile, è praticamente impossibile che ne sia restato qualcosa.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara