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2021-06-01
Il premier libico fa le moine all’Italia: «È il nostro miglior partner»
Abdulhamid Dbeibah e Mario Draghi (Ansa)
Roma punta a rafforzare la sua sponda con Tripoli. È questo, in estrema sintesi, il succo della visita compiuta ieri in Italia dal primo ministro libico, Abdul Hamid Dbeibah. «La collaborazione tra il governo del primo ministro Dbeibah e l'Italia continua a essere sempre più fertile e viva. L'Italia rimane a fianco della Libia e la sostiene in questa transizione complessa», ha dichiarato in tal senso il presidente del Consiglio Mario Draghi, ricevendo il suo omologo libico a Palazzo Chigi.
«L'Italia», ha aggiunto, «rimane al fianco della Libia e conferma il suo convinto impegno per il consolidamento della pace e della sicurezza. Ribadiamo la nostra determinazione a collaborare con l'autorità esecutiva unificata ad interim e a sostenerla nelle prossime decisive fasi della transizione istituzionale».
Nel dettaglio, il premier italiano ha assicurato cooperazione nel settore delle energie rinnovabili, oltre che in quelli di sanità e infrastrutture. In questo quadro, un tema centrale si è indubbiamente rivelato quello migratorio. «Ci siamo confrontati», ha detto Draghi, «sui temi migratori e umanitari, che rappresentano una priorità per la Libia e per l'Italia. Abbiamo preso in esame il controllo delle frontiere libiche, anche meridionali, il contrasto al traffico di esseri umani, l'assistenza ai rifugiati, i corridoi umanitari, e lo sviluppo delle comunità rurali. L'Italia intende continuare a finanziare i rimpatri volontari assistiti e le evacuazioni umanitarie dalla Libia. Ritengo sia interesse anche libico assicurare il pieno rispetto dei diritti di rifugiati e migranti».
Ma la visita di Dbeibah non si è limitata all'incontro di Palazzo Chigi. Il premier ha infatti partecipato, insieme al ministro degli Esteri Luigi Di Maio, anche a un business forum, tenutosi alla Farnesina con l'obiettivo di aprire la ricostruzione libica alle imprese italiane. Tra i presenti all'iniziativa, anche alti rappresentanti di aziende come Leonardo, Saipem, Eni, Snam, Fincantieri e Terna. «Il governo di unità nazionale è per noi oggi un interlocutore rappresentativo di tutto il Paese, con il quale possiamo e vogliamo pianificare i prossimi investimenti in tutto il territorio libico», ha dichiarato Di Maio, che ha anche annunciato la riattivazione del consolato italiano di Bengasi e l'apertura di uno nuovo a Sebha (nel Fezzan). Lo stesso Dbeibah ha, dal canto suo, definito l'Italia come il «miglior partner» per la ricostruzione libica, invocando un incremento dello scambio commerciale tra i due Paesi.
Insomma, l'intraprendente strategia di Draghi nello scacchiere libico sembra stia iniziando a dare i suoi frutti: dopo un anno e mezzo di inconcludenza giallorossa, l'attuale premier italiano aveva d'altronde mostrato di avere le idee chiare nell'ambito della sua visita a Tripoli il mese scorso. E adesso cerca di passare all'azione, seguendo due binari complementari che, come abbiamo visto, sono emersi evidentemente dal viaggio italiano di Dbeibah: rafforzare la cooperazione economica tra Roma e Tripoli e, contemporaneamente, cercare di trovare un'intesa per regolare l'arrivo dei migranti. È anche in tal senso che va del resto letto l'interessamento espresso dalla Farnesina per il Fezzan: area contigua al Sahel, la cui instabilità non fa che favorire attività illecite e accrescere i flussi migratori. È chiaro che questa strategia deve essere inserita in un quadro più ampio: sin da subito Draghi ha infatti lasciato intendere che l'Italia possa tornare protagonista in Libia soltanto in forza di un sostegno statunitense. È soprattutto per questo che il premier italiano ha optato, negli scorsi mesi, per un deciso allineamento a Washington, raffreddando significativamente i rapporti con Russia, Turchia e Cina.
Una linea delicata, che alcuni soggetti politici in Italia non vedono tuttavia troppo di buon occhio. È per esempio il caso di Romano Prodi che, intervenendo a un convegno di Formiche e ChinaMed, ha invocato un approccio più morbido dell'Europa nei confronti di Pechino. «Fino a pochi mesi fa, con la firma dell'accordo sugli investimenti Cai, la situazione era più serena, ma ora l'accordo è congelato», ha dichiarato l'ex premier. «Dobbiamo cambiare atteggiamento da entrambe le parti», ha aggiunto, «se vogliamo riaprire le relazioni. In questo momento è formalmente impossibile fare qualsiasi cosa».
Al di là di queste (significative) resistenze interne all'allineamento con Washington, Roma deve fare attenzione anche ad altri due rischi.
Innanzitutto il ruolo ostile della Turchia, che non ha alcuna intenzione di rinunciare alla sua influenza su Tripoli: sono del resto mesi che Ankara ha messo gli occhi sulla ricostruzione libica. In secondo luogo, la Libia continua ad essere caratterizzata da turbolenze interne. Non solo il generale Khalifa Haftar non sembra intenzionato a uscire di scena, ma - secondo Al Jazeera - potrebbe addirittura candidarsi alle elezioni del prossimo dicembre. Infine, bisogna fare attenzione alla Francia, dove oggi Dbeibah si recherà per incontrare Emmanuel Macron. Ora, non è troppo probabile che l'inquilino dell'Eliseo voglia tornare a spalleggiare il maresciallo della Cirenaica. Resta tuttavia il fatto che il premier libico cercherà investimenti anche a Parigi. Se è quindi vero che Draghi e Macron si stiano da tempo avvicinando tra loro, è altrettanto evidente che gli interessi italiani in Libia siano (potenzialmente) in conflitto con quelli francesi: dalla ricostruzione alla gestione dei flussi migratori. Farà quindi bene Roma a tenere alta la guardia.
La Procura in pressing sul cugino di Saman arrestato in Francia
Si cerca anche nelle vasche di scolo delle porcilaie, che i contadini della zona chiamano «tombe». E non è un buon segno. Anche se il padre dice che è viva, della diciottenne pachistana Saman Abbas non ci sono tracce da un mese e mezzo e i carabinieri di Guastalla e Reggio Emilia continuano a battere a tappeto le campagne di Novellara alla ricerca di un cadavere. Intanto, un cugino di questa ragazza che aveva osato rifiutare il matrimonio forzato è stato arrestato in Francia mentre tentava di raggiungere la Spagna. È stato appena riconosciuto come uno dei tre uomini della misteriosa missione del 29 aprile, immortalata dalle telecamere dal paese.
In Italia si continua a parlare poco, di questo possibile femminicidio maturato in un contesto claustrofobico e arretrato, in una semplice famiglia di origini pachistane, arrivata nella Bassa Reggiana per coltivare la terra, ma rimasta fedele alle proprie tradizioni e alla religione islamica. Un caso abbastanza evidente di mancata integrazione, nonostante Saman abbia avuto il coraggio, prima di Natale, di rivolgersi agli assistenti sociali, rifiutare il matrimonio con un cugino in Pakistan fissato per il 22 dicembre, denunciare i genitori e andare in una struttura protetta come fosse una pentita di mafia. Ma poi, diventata maggiorenne, ad aprile, la ragazza è tornata nella casa isolata tra i campi a Novellara. Ed è sparita. I genitori sono tornati in patria, ma di lei non c'è traccia e la Procura di Reggio Emilia ha cambiato il fascicolo da sequestro di persona a probabile omicidio. Con occultamento di cadavere. Sul registro degli indagati sono al momento in cinque, tra cui i genitori, due cugini e uno zio.
Al momento i due cugini sarebbero sospettati di avere avuto un qualche ruolo nella sparizione del corpo di Saman. Uno di essi, Ikram Ijaz, ieri è stato arrestato su richiesta della polizia italiana a Nimes ed è già partita la richiesta di estradizione, anche se non è da escludere che gl'inquirenti italiani facciano un blitz in Provenza per interrogarlo al più presto. Secondo i carabinieri, è uno dei tre uomini ripresi dalle telecamere dietro casa di Saman la sera del 29 aprile, con tanto di pale, secchio e un grande sacco azzurro. Ijaz è stato fermato il 21 maggio su un pullman Flixbus diretto in Spagna. Non aveva i documenti in regola ed è stato rinchiuso in un centro di identificazione per la successiva espulsione. Qui lo ha raggiunto la segnalazione delle autorità italiane.
Interessante anche un altro particolare del filmato, ovvero la presenza di un piede di porco tra gli attrezzi del misterioso terzetto. Secondo gl'investigatori, lo strumento sarebbe servito per aprire una stalla, una porcilaia (ce ne sono tantissime in quella zona) o dei tombini dei canali di scolo. Intervistato dalla Gazzetta di Reggio, un abitante di Novellara ha spiegato come funzionano le porcilaie nelle quali carabinieri e vigili del fuoco hanno scavato per tutta la giornata di ieri. «Tutte le stalle della zona, sotto le corsie dove deambulano gli animali, siano maiali o vacche, hanno una sorta di doppiofondo: una fossa per la raccolta dei liquami, che nel gergo contadino viene chiamata tomba», ha detto al quotidiano emiliano. E ha aggiunto: «quando la tomba si riempie, le deiezioni vengono pompate fuori in una autobotte e usate come concime. Per attingere al letame e permettere ispezioni, esistono alcuni tombini posizionati lungo le corsie e in fondo alle stalle, spesso immediatamente all'esterno». A un mese di distanza, se davvero il corpo è stato buttato in un posto simile, è praticamente impossibile che ne sia restato qualcosa.
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Abdul Hamid Dbeibah vede a Roma Mario Draghi e Luigi Di Maio. Sul tavolo immigrazione e investimenti. Ma l'asse con Tripoli non piace a Parigi e Ankara.Il cugino di Saman Abbas arrestato in Francia: la ricerca del corpo si concentra sulle vasche di scolo delle porcilaie della zona. Lo speciale contiene due articoli.Roma punta a rafforzare la sua sponda con Tripoli. È questo, in estrema sintesi, il succo della visita compiuta ieri in Italia dal primo ministro libico, Abdul Hamid Dbeibah. «La collaborazione tra il governo del primo ministro Dbeibah e l'Italia continua a essere sempre più fertile e viva. L'Italia rimane a fianco della Libia e la sostiene in questa transizione complessa», ha dichiarato in tal senso il presidente del Consiglio Mario Draghi, ricevendo il suo omologo libico a Palazzo Chigi. «L'Italia», ha aggiunto, «rimane al fianco della Libia e conferma il suo convinto impegno per il consolidamento della pace e della sicurezza. Ribadiamo la nostra determinazione a collaborare con l'autorità esecutiva unificata ad interim e a sostenerla nelle prossime decisive fasi della transizione istituzionale». Nel dettaglio, il premier italiano ha assicurato cooperazione nel settore delle energie rinnovabili, oltre che in quelli di sanità e infrastrutture. In questo quadro, un tema centrale si è indubbiamente rivelato quello migratorio. «Ci siamo confrontati», ha detto Draghi, «sui temi migratori e umanitari, che rappresentano una priorità per la Libia e per l'Italia. Abbiamo preso in esame il controllo delle frontiere libiche, anche meridionali, il contrasto al traffico di esseri umani, l'assistenza ai rifugiati, i corridoi umanitari, e lo sviluppo delle comunità rurali. L'Italia intende continuare a finanziare i rimpatri volontari assistiti e le evacuazioni umanitarie dalla Libia. Ritengo sia interesse anche libico assicurare il pieno rispetto dei diritti di rifugiati e migranti». Ma la visita di Dbeibah non si è limitata all'incontro di Palazzo Chigi. Il premier ha infatti partecipato, insieme al ministro degli Esteri Luigi Di Maio, anche a un business forum, tenutosi alla Farnesina con l'obiettivo di aprire la ricostruzione libica alle imprese italiane. Tra i presenti all'iniziativa, anche alti rappresentanti di aziende come Leonardo, Saipem, Eni, Snam, Fincantieri e Terna. «Il governo di unità nazionale è per noi oggi un interlocutore rappresentativo di tutto il Paese, con il quale possiamo e vogliamo pianificare i prossimi investimenti in tutto il territorio libico», ha dichiarato Di Maio, che ha anche annunciato la riattivazione del consolato italiano di Bengasi e l'apertura di uno nuovo a Sebha (nel Fezzan). Lo stesso Dbeibah ha, dal canto suo, definito l'Italia come il «miglior partner» per la ricostruzione libica, invocando un incremento dello scambio commerciale tra i due Paesi. Insomma, l'intraprendente strategia di Draghi nello scacchiere libico sembra stia iniziando a dare i suoi frutti: dopo un anno e mezzo di inconcludenza giallorossa, l'attuale premier italiano aveva d'altronde mostrato di avere le idee chiare nell'ambito della sua visita a Tripoli il mese scorso. E adesso cerca di passare all'azione, seguendo due binari complementari che, come abbiamo visto, sono emersi evidentemente dal viaggio italiano di Dbeibah: rafforzare la cooperazione economica tra Roma e Tripoli e, contemporaneamente, cercare di trovare un'intesa per regolare l'arrivo dei migranti. È anche in tal senso che va del resto letto l'interessamento espresso dalla Farnesina per il Fezzan: area contigua al Sahel, la cui instabilità non fa che favorire attività illecite e accrescere i flussi migratori. È chiaro che questa strategia deve essere inserita in un quadro più ampio: sin da subito Draghi ha infatti lasciato intendere che l'Italia possa tornare protagonista in Libia soltanto in forza di un sostegno statunitense. È soprattutto per questo che il premier italiano ha optato, negli scorsi mesi, per un deciso allineamento a Washington, raffreddando significativamente i rapporti con Russia, Turchia e Cina. Una linea delicata, che alcuni soggetti politici in Italia non vedono tuttavia troppo di buon occhio. È per esempio il caso di Romano Prodi che, intervenendo a un convegno di Formiche e ChinaMed, ha invocato un approccio più morbido dell'Europa nei confronti di Pechino. «Fino a pochi mesi fa, con la firma dell'accordo sugli investimenti Cai, la situazione era più serena, ma ora l'accordo è congelato», ha dichiarato l'ex premier. «Dobbiamo cambiare atteggiamento da entrambe le parti», ha aggiunto, «se vogliamo riaprire le relazioni. In questo momento è formalmente impossibile fare qualsiasi cosa». Al di là di queste (significative) resistenze interne all'allineamento con Washington, Roma deve fare attenzione anche ad altri due rischi. Innanzitutto il ruolo ostile della Turchia, che non ha alcuna intenzione di rinunciare alla sua influenza su Tripoli: sono del resto mesi che Ankara ha messo gli occhi sulla ricostruzione libica. In secondo luogo, la Libia continua ad essere caratterizzata da turbolenze interne. Non solo il generale Khalifa Haftar non sembra intenzionato a uscire di scena, ma - secondo Al Jazeera - potrebbe addirittura candidarsi alle elezioni del prossimo dicembre. Infine, bisogna fare attenzione alla Francia, dove oggi Dbeibah si recherà per incontrare Emmanuel Macron. Ora, non è troppo probabile che l'inquilino dell'Eliseo voglia tornare a spalleggiare il maresciallo della Cirenaica. Resta tuttavia il fatto che il premier libico cercherà investimenti anche a Parigi. Se è quindi vero che Draghi e Macron si stiano da tempo avvicinando tra loro, è altrettanto evidente che gli interessi italiani in Libia siano (potenzialmente) in conflitto con quelli francesi: dalla ricostruzione alla gestione dei flussi migratori. Farà quindi bene Roma a tenere alta la guardia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/italia-libia-saman-2653191284.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-procura-in-pressing-sul-cugino-di-saman-arrestato-in-francia" data-post-id="2653191284" data-published-at="1622542636" data-use-pagination="False"> La Procura in pressing sul cugino di Saman arrestato in Francia Si cerca anche nelle vasche di scolo delle porcilaie, che i contadini della zona chiamano «tombe». E non è un buon segno. Anche se il padre dice che è viva, della diciottenne pachistana Saman Abbas non ci sono tracce da un mese e mezzo e i carabinieri di Guastalla e Reggio Emilia continuano a battere a tappeto le campagne di Novellara alla ricerca di un cadavere. Intanto, un cugino di questa ragazza che aveva osato rifiutare il matrimonio forzato è stato arrestato in Francia mentre tentava di raggiungere la Spagna. È stato appena riconosciuto come uno dei tre uomini della misteriosa missione del 29 aprile, immortalata dalle telecamere dal paese. In Italia si continua a parlare poco, di questo possibile femminicidio maturato in un contesto claustrofobico e arretrato, in una semplice famiglia di origini pachistane, arrivata nella Bassa Reggiana per coltivare la terra, ma rimasta fedele alle proprie tradizioni e alla religione islamica. Un caso abbastanza evidente di mancata integrazione, nonostante Saman abbia avuto il coraggio, prima di Natale, di rivolgersi agli assistenti sociali, rifiutare il matrimonio con un cugino in Pakistan fissato per il 22 dicembre, denunciare i genitori e andare in una struttura protetta come fosse una pentita di mafia. Ma poi, diventata maggiorenne, ad aprile, la ragazza è tornata nella casa isolata tra i campi a Novellara. Ed è sparita. I genitori sono tornati in patria, ma di lei non c'è traccia e la Procura di Reggio Emilia ha cambiato il fascicolo da sequestro di persona a probabile omicidio. Con occultamento di cadavere. Sul registro degli indagati sono al momento in cinque, tra cui i genitori, due cugini e uno zio. Al momento i due cugini sarebbero sospettati di avere avuto un qualche ruolo nella sparizione del corpo di Saman. Uno di essi, Ikram Ijaz, ieri è stato arrestato su richiesta della polizia italiana a Nimes ed è già partita la richiesta di estradizione, anche se non è da escludere che gl'inquirenti italiani facciano un blitz in Provenza per interrogarlo al più presto. Secondo i carabinieri, è uno dei tre uomini ripresi dalle telecamere dietro casa di Saman la sera del 29 aprile, con tanto di pale, secchio e un grande sacco azzurro. Ijaz è stato fermato il 21 maggio su un pullman Flixbus diretto in Spagna. Non aveva i documenti in regola ed è stato rinchiuso in un centro di identificazione per la successiva espulsione. Qui lo ha raggiunto la segnalazione delle autorità italiane. Interessante anche un altro particolare del filmato, ovvero la presenza di un piede di porco tra gli attrezzi del misterioso terzetto. Secondo gl'investigatori, lo strumento sarebbe servito per aprire una stalla, una porcilaia (ce ne sono tantissime in quella zona) o dei tombini dei canali di scolo. Intervistato dalla Gazzetta di Reggio, un abitante di Novellara ha spiegato come funzionano le porcilaie nelle quali carabinieri e vigili del fuoco hanno scavato per tutta la giornata di ieri. «Tutte le stalle della zona, sotto le corsie dove deambulano gli animali, siano maiali o vacche, hanno una sorta di doppiofondo: una fossa per la raccolta dei liquami, che nel gergo contadino viene chiamata tomba», ha detto al quotidiano emiliano. E ha aggiunto: «quando la tomba si riempie, le deiezioni vengono pompate fuori in una autobotte e usate come concime. Per attingere al letame e permettere ispezioni, esistono alcuni tombini posizionati lungo le corsie e in fondo alle stalle, spesso immediatamente all'esterno». A un mese di distanza, se davvero il corpo è stato buttato in un posto simile, è praticamente impossibile che ne sia restato qualcosa.
L'amministratore delegato di Italo, Gianbattista La Rocca (Imagoeconomica)
La Germania, spiega, non è una suggestione ma il primo passo di una strategia di internazionalizzazione. E non si parte da zero: la società tedesca è già stata costituita, la licenza ferroviaria è stata ottenuta e il percorso per il certificato di sicurezza è in corso. La macchina, insomma ha acceso il motore e non è più parcheggiata in garage.
C’è poi un altro elemento chiave che rende l’operazione particolarmente solida: l’accordo già impostato con Siemens per la fornitura dei treni. Qui entra in gioco uno dei passaggi più delicati di tutta la partita: i tempi. La Rocca lo dice chiaramente: entro maggio devono arrivare le autorizzazioni dall’Autorithy del settore. Servono indicazioni precise sugli orari e sugli spazi nelle stazioni. In altre parole: quando e dove potranno circolare i treni. Senza queste informazioni, non si può firmare con Siemens entro giugno. E quella scadenza non è negoziabile: se salta, non partirà l’ordine per acquistare i teni e l’intero progetto rischia di perdere sostenibilità economica. Un effetto domino che nessuno vuole innescare. Il piano industriale è ampio. Si parte con 26 convogli, con la possibilità di arrivare a 40 grazie a un’opzione già prevista. L’investimento iniziale per l’acquisto dell’armamenti è di circa 1,2 miliardi di euro. Ma è solo una parte del quadro: altri 2,4 miliardi serviranno per la manutenzione trentennale, la formazione del personale, i sistemi informatici e tutta l’organizzazione necessaria a far funzionare il servizio. Non si tratta quindi solo di comprare treni, ma di costruire un sistema. Anche la rete su cui opererà Italo in Germania è pensata per avere un impatto significativo. Il progetto prevede collegamenti tra 18 città, su circa 1.300 chilometri di rete, con 50 servizi giornalieri. Due le direttrici principali: Monaco di Baviera-Colonia-Dortmund e Monaco di Baviera-Berlino-Amburgo. Corridoi strategici, che attraversano alcune delle aree più importanti del Paese e intercettano una domanda già molto forte.
A dare una lettura più ampia dell’operazione è Luca Montezemolo, presidente e fondatore di Italo. Spiega che il mercato tedesco oggi ricorda quello italiano prima dell’arrivo della concorrenza. Un sistema dominato da un unico grande operatore, con margini di miglioramento evidenti. Ed è proprio in questo spazio che Italo vede un’opportunità.
Montezemolo sottolinea un aspetto spesso poco evidenziato: l’Italia è l’unico Paese europeo in cui l’alta velocità è gestita anche da un operatore interamente privato. Un modello che ha funzionato, al punto da essere preso come riferimento a livello europeo. L’introduzione della concorrenza, insieme a un sistema di regolazione più strutturato, ha portato a un miglioramento della qualità del servizio. Naturalmente, il percorso non è stato lineare. «Abbiamo imparato molto dagli errori», ammette Montezemolo. Ed è proprio questo uno degli elementi più interessanti dell’espansione in Germania: Italo non arriva come un operatore nuovo, ma come un’azienda che ha già attraversato una fase complessa di crescita, aggiustamenti e consolidamento. Un bagaglio di esperienza che ora diventa parte integrante dell’offerta.
L’obiettivo è chiaro: costruire fin dall’inizio un’attività sostenibile, evitando gli errori tipici delle fasi di avvio. E per farlo, oltre agli investimenti, sarà fondamentale il radicamento locale. Non a caso, l’azienda prevede di iniziare già nei prossimi mesi ad assumere personale in Germania, costruendo progressivamente la propria struttura operativa.
Il debutto è fissato tra aprile e metà del 2028. Una scadenza che sembra lontana, ma che in realtà richiede decisioni immediate. Perché progetti di questa dimensione non si improvvisano: hanno bisogno di preparazione, coordinamento e investimenti. Sullo sfondo resta una domanda che rende tutta la vicenda ancora più interessante: c’è spazio, in Germania, per un nuovo operatore ferroviario ad alta velocità? La risposta arriverà dal mercato, ma anche dalla capacità del sistema di aprirsi davvero alla concorrenza.
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l segretario generale della UIL, Pierpaolo Bombardieri, ha espresso soddisfazione per il nuovo decreto sul cosiddetto «salario giusto», a margine della conferenza stampa di presentazione del Concerto del 1° maggio.
«Siamo molto soddisfatti perché per la prima volta c’è un intervento legislativo che identifica il salario giusto con i contratti di Cgil, Cisl e Uil», ha dichiarato. Bombardieri ha ricordato il tema dei cosiddetti «contratti pirata», firmati da sigle non rappresentative che — secondo il sindacato — avrebbero contribuito ad abbassare i salari. Il nuovo impianto normativo, ha spiegato, punta invece a valorizzare i contratti comparativamente più rappresentativi e a condizionare gli sgravi fiscali al loro utilizzo.
Anthony Fauci (Ansa foto)
Morens, in libertà vigilata, avrebbe utilizzato un account gmail per nascondere comunicazioni ufficiali relative a progetti finanziati dal governo federale sui coronavirus nei pipistrelli. Se riconosciuto colpevole di tutti i capi d’accusa resi pubblici lunedì presso il tribunale federale del Maryland, dove è comparso venendo poi rilasciato dietro cauzione, l’alto funzionario che aveva lavorato con Fauci rischia fino a 51 anni di carcere. Il potentissimo infettivologo, ex direttore di lunga data del Niaid, aveva preso le distanze da Morens durante un’audizione al Congresso nel 2024, affermando che non avevano lavorato a stretto contatto.
Certo è che, se l’ex consigliere senior aveva utilizzato il suo account privato per eludere almeno otto richieste di accesso agli atti presentate ai sensi del Freedom of Information Act (Foia) «riguardanti la cosiddetta ricerca “gain-of-function”, che può rendere gli agenti patogeni più letali o più trasmissibili a scopo di studio», come evidenzia Politico, difficile credere che Fauci fosse estraneo all’operazione.
Da giugno 2014 a maggio 2019, infatti, sotto la guida dell’infettivologo il Niaid aveva sovvenzionato per oltre 3 milioni di dollari la EcoHealth Alliance, una Ong presieduta dallo zoologo britannico Peter Daszak che aveva dirottato fondi dei contribuenti americani (più di 1,4 milioni di dollari secondo un rapporto del Government accountability office del giugno 2023) a Shi Zhengli, la «bat-woman», principale responsabile della ricerca sui coronavirus al Wuhan Institute of Virology.
Il presidente della Commissione per la supervisione e la riforma del governo della Camera dei rappresentanti, James Comer, ha dichiarato: «La sottocommissione speciale sulla pandemia di coronavirus ha scoperto prove che rivelano come il dottor Morens, uno dei principali consiglieri del dottor Fauci, abbia intenzionalmente agito per occultare e falsificare documenti sulle origini della pandemia di Covid-19». Per poi aggiungere: «Mi congratulo con il dipartimento di Giustizia di Trump per aver agito, per ritenere questo funzionario pubblico responsabile di aver nascosto informazioni al popolo americano».
Nel rapporto finale della commissione del dicembre 2024, a conclusione dell’indagine biennale sulla pandemia di Covid-19, si leggeva tra l’altro che «la pubblicazione L’origine prossimale del Sars-CoV-2, utilizzata ripetutamente dai funzionari della sanità pubblica e dai media per screditare la teoria della fuga dal laboratorio, è stata sollecitata dal dottor Fauci per promuovere la narrativa preferita secondo cui il Covid-19 ha avuto origine in natura». Dall’indagine invece emergeva che «un incidente di laboratorio legato alla ricerca di effetto gain-of-function è molto probabilmente all’origine del Covid-19. Gli attuali meccanismi governativi per la supervisione di questa pericolosa ricerca di effetto gain-of-function sono incompleti, estremamente complessi e privi di applicabilità a livello globale».
Nell’atto di accusa contro Morens si fa riferimento a due co-cospiratori, non incriminati e nemmeno citati ma dai documenti è stato facile identificarli. Si tratta di Peter Daszake e di Gerald Keusch, medico ed ex vicedirettore del laboratorio di malattie infettive della Boston University, beneficiario di una sovvenzione del National institutes of health (Nih). Tra aprile 2020 e giugno 2023, i due co-cospiratori avrebbero hanno cercato di ottenere con lui il ripristino di milioni di dollari di finanziamenti federali per EcoHealth e di migliorarne l’immagine pubblica.
Il dottor Richard Ebright, biologo molecolare presso la Rutgers University, ha dichiarato che «le prove contro i tre sono schiaccianti», addirittura si parla di «tangenti» come riferisce il New York Post. «A meno che uno o più di loro non collaborino e forniscano prove contro Fauci e altri in cambio dell’immunità, tutti e tre dovrebbero essere, e probabilmente saranno, condannati», ha aggiunto, ricordando che nel 2002 Keusch approvò il primo finanziamento EcoHealth all’Istituto di virologia di Wuhan.
In una mail del 26 aprile 2020 inviata dal suo account privato, Morens scriveva a Daszak e Keusch: «Ci sono cose che non posso dire, tranne che Tony (Fauci, molto presumibilmente, ndr) ne è a conoscenza e ho appreso che all’interno del Nih sono in corso degli sforzi per portare avanti la questione riducendo al minimo i danni per te, Peter, e i tuoi colleghi, nonché per il Nih e il Niaid».
Brad Wenstrup, ex presidente della sottocommissione Covid della Camera dei rappresentanti, ha dichiarato al Washington Post che «potrebbero seguire ulteriori incriminazioni», considerato che «le ripercussioni di queste azioni hanno causato danni significativi al sistema sanitario pubblico».
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La copertina del catalogo Lima del 1964
Quanti bambini (e non solo) avranno sognato la scatola con il ferroviere baffuto la notte di Natale? Quel desiderio non era neppure lontanamente nei cuori dei ragazzi italiani nel «magro» 1946, con le ferite della guerra ancora tutte aperte. Ma proprio dalle rovine nacque la storia di uno dei marchi di giocattoli italiani di maggior successo a livello mondiale, la Lima di Vicenza. Fu un parente del conte Marzotto, l’industriale della lana, a dare il via alla «Lavorazione Italiana Metalli Affini» che si occupò proprio di riparare i danni causati dal conflitto appena terminato. La prima attività di Lima fu infatti la riparazione del materiale rotabile delle Ferrovie dello Stato danneggiato dai pesanti bombardamenti che la città berica subì tra il 1944 e il 1945, creando su misura le parti in alluminio mancanti. L’attività sui veri treni durò tuttavia poco, perché le Fs avocarono presto a sé tutte le attività di manutenzione e riparazione e proprio a Vicenza furono stabilite le officine per le grandi riparazioni (Ogr). Rimasta senza commesse, la Lima corse ai ripari con un atto di rapida riconversione nel settore dei giocattoli tradizionali come automobiline e motoscafi rigorosamente in metallo stampato, ma anche pentole e cucine economiche in scala, già nel 1948. Dalle officine di via Massaria uscirono modellini di barche con motore a batterie e automobiline con meccanismo a frizione o filoguidate, oltre ad armi giocattolo. I trenini arrivarono solo successivamente, dopo il cambio al vertice tra la prima proprietà e Ottorino Bisazza a partire dal 1954. Il nuovo management puntò ad allargare il catalogo includendo i primi trenini sicuramente a partire dal 1957 con la riproduzione di una semplice locomotiva a vapore, la 0-3-0 con i primi motori elettrici a cascata di ingranaggi. Semplice era anche il livello delle finiture, che anticipò la filosofia dell’azienda vicentina: rendere i trenini accessibili a tutti, un gioco prima di allora riservato ad una clientela abbiente. Dal 1962 iniziarono a comparire le prime riproduzioni di locomotive e carrozze moderne come la E424 delle Fs, la tedesca DB 60 e la francese BB 9200 delle Sncf. Gli anni Sessanta furono il decennio dell’introduzione dei materiali plastici, che permise a Lima di abbassare ulteriormente i prezzi, dando il via al successo mondiale. Nel 1962 viene affiancata alla tradizionale scala HO anche la piccola scala N (1:160) oltre all’allargamento del catalogo agli accessori per plastici. Tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta vengono prodotti a Vicenza anche modelli in scala O (1:43) funzionanti a batterie (Jumbo Train). Per un periodo Lima realizzò anche mattoncini simili a quelli della Lego, con i quali era possibile costruire locomotori e vagoni funzionanti sui binari costruiti dalla ditta di Vicenza. I dipendenti degli anni d’oro sono centinaia, la produzione vede l’apertura di un nuovo stabilimento a Isola Vicentina e Lima è presente a tutte le fiere internazionali del settore. Negli anni d’oro l’azienda ha un catalogo vastissimo di treni moderni e d’epoca, tra cui il mitico Pendolino Etr 300 e i TGV francesi. Nel 1980 gli articoli nel catalogo Lima sono ben 1.147, tra rotabili e accessori. Praticamente in tutte le case d’Italia c’è una confezione con il ferroviere baffuto «Beppe». La formula della semplicità progettuale e costruttiva aveva pagato, rendendo Lima il trenino per eccellenza anche se non paragonabile alla qualità costruttiva e ai dettagli delle blasonate Rivarossi e Màrklin, più rivolte ad una nicchia di appassionati adulti.
L’epoca d’oro finì poco più tardi, e per l’azienda di trenini fu il binario morto. Dopo la metà degli anni ’80 le prime consolle e i personal computer misero i videogiochi al primo posto nei desideri di bambini e ragazzi e alla fine del decennio l’azienda vicentina finì in amministrazione controllata prima di essere rilevata nel 1992 dalla rivale Rivarossi, che nel 2004 cederà l’attività al colosso inglese dei giocattoli Hornby, che tuttora detiene il glorioso marchio del più importante produttore di trenini elettrici del mondo.
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