A Gent un lampione emette, all’improvviso, lampi luminosi. Non è un cortocircuito, ma una gioiosa usanza locale. Nella piazza Sint Veerleplein quella luce, direttamente collegata all’ospedale di Maternità, avverte i passanti che un bambino è venuto al mondo.
Gent (in fiammingo) o Gand (in francese) è il capoluogo delle Fiandre orientali, seconda città del Belgio per numero di abitanti. Una località amena che seduce i visitatori ancor più quando i primi raggi di sole illuminano i canali fioriti e le architetture medievali. Ma è l’arte pittorica dei grandi maestri fiamminghi - da Jan van Eyck a Pieter Rubens, a Bruegel il Vecchio – ad attirare il pubblico internazionale.
Capolavoro assoluto l’Adorazione dell’Agnello Mistico dei fratelli van Eyck custodito in una teca nella Cattedrale di San Bavone. «L’Agnello Mistico segna l’inizio ed il coronamento della pittura fiamminga del Quattrocento», esordisce Stefano Zuffi, storico dell’arte. «È come la nascita di Atena dalla testa di Zeus. Un’opera complessa, emozionante, drammatica. Il racconto della storia dell’umanità: da Adamo ed Eva alla Gerusalemme Celeste. Può essere visto nel suo insieme, a colpo d’occhio, ma anche attraverso una infinita serie di dettagli. L’utilizzo della tecnica dei colori ad olio di lino e di noce consente una precisione esecutiva straordinaria».
Le vicende storiche del Polittico, tra furti e smembramenti, sono un romanzo. L’Agnello Mistico, terminato nel 1432 e composto da dodici pannelli di quercia, fu smontato una prima volta nel Cinquecento e nascosto nella torre della Cattedrale per sottrarlo all’iconoclastia della Riforma protestante. Dopo varie vicissitudini tra cui il trafugamento dei soldati di Napoleone, l’ultima avventura fu l’essere sepolto nel 1942 per ordine di Hitler in una miniera di sale. Fu ritrovato nel 1945 dai Monuments Men americani privo però di una pala. Dopo giorni di inutili ricerche, quando i militari stavano per rinunciare, uno di loro scivolò sotto il tavolo. E…s’accorse che era la pala mancante, capovolta e sostenuta da due cavalletti!
Un lieto fine che oggi è anche nell’ultimo, recente restauro del 2020 che ha restituito al Polittico lo stupefacente splendore delle tinte originali.
Il 2026, però, è l’anno dedicato alle artiste fiamminghe. Judith Leyster, Clara Peeters, Rachel Ruysch, Maria Sibylla Merian, Jenny Montigny: nomi poco noti ma assolutamente pari per capacità, originalità e valore ai celebri autori maschili. Lo stupore davanti a quei capolavori è grande. Dimostrazione evidente del versatile talento femminile oscurato per secoli al punto che i quadri venivano venduti con firme maschili. Falsificazioni storiche che ancora oggi fanno fatica ad emergere. Il Museo delle Belle Arti propone «Unforgettable», prima retrospettiva delle artiste dei Paesi Bassi tra il 1600 e il 1750 con prestiti della National Gallery di Washington. In autunno invece quello spazio è dedicato a Jenny Montigny, eccentrica e sorprendente pittrice di fine Ottocento. Il Museo, uno dei più antichi e prestigiosi del Belgio, accoglie 9.000 opere, di cui 600 in esposizione permanente, e propone uno sguardo completo sull’arte fiamminga dal Medioevo alla prima metà del XX secolo. Nell’ambito del progetto Flemish Masters in Situ sono stati poi anche individuati 105 luoghi dove ammirare i dipinti nel contesto originale.
Costruita sulla confluenza di due fiumi Gent vanta l’area pedonale più vasta del Belgio. Ideale da girare anche in bicicletta e punto di partenza per gite ed itinerari tra boschi e romantici tour in barca. Divertente immergersi nella movida locale tra pub, birrerie e botteghe artigianali dell’allegra città universitaria. La sera un'illuminazione scenografica, il «piano della luce», valorizza monumenti come il Castello dei Conti e il ponte San Michele offrendo scorci emozionanti.
Le Fiandre, situate nella parte nord del Belgio, sono una delle tre regioni amministrative del Paese insieme alla Vallonia e alla regione di Bruxelles capitale. Autentici gioielli sono anche Bruges, Leuven o Anversa. Una vera chicca il Giardino d’Inverno del Collegio delle Orsoline di Mechelen, in puro stile Art Nouveau. Siamo in pieno Novecento: soffitto e vetrate colorate, felci e sempreverdi creano un’atmosfera poetica. Info: www.visitflanders.com.
Tutto cominciò con una fetta di salame. Perché proprio a 14 anni un giovanissimo garzone di nome Fausto trovò lavoro come addetto alle consegne in una salumeria di Novi Ligure. Fu così che cominciò a pedalare. Sempre in bicicletta, mattina e sera. E poi il ritorno a casa e quella interminabile salita da Villalvernia a Castellania.
Cosa altro dire se non che quel giovane, Fausto di nome, faceva Coppi di cognome? Oggi il museo dei Campionissimi di Novi, all’interno di un insediamento industriale dismesso, celebra i suoi trionfi e quelli di tanti che resero lo sport italiano celebre nel mondo. Erano gli anni del ciclismo eroico, i primi decenni del Novecento, quando i campionissimi, Coppi, Costante Girardengo, Gino Bartali, Felice Gimondi, Francesco Moser si sfidavano a colpi di pedale, quando le e-bike non esistevano e il cicloturismo non era ancora di moda.
In Monferrato oggi sono in tanti a pedalare, non più per necessità o sfida, ma solo per diletto. Un modo per godere in ogni stagione di panorami straordinari. Non è per caso che i Paesaggi vitivinicoli del Piemonte - che comprendono Langhe, Roero e Monferrato - siano Patrimonio Unesco dal 2014.
Novi Ligure, quieta cittadina nella valle dello Scrivia, a ridosso dell’Appenino, vanta palazzi dipinti, la Collegiata di Santa Maria Assunta e il Teatro Marenco. Nonostante sia in Provincia di Alessandria mantiene il suffisso «Ligure» che indica l’antica appartenenza a Genova, durata quasi tre secoli, dal 1447 al 1815, grazie a un regio decreto del 1863.
Un territorio rinomato per le eccellenze enogastronomiche: deliziosa la farinata cotta nel forno a legna del ristorante Il Banco. Come il cioccolato di Bodrato, già bottega artigianale, oggi moderno laboratorio di delizie. Boeri, cremini, gianduiotti, ma anche tavolette alle spezie, praline al tèmatcha, cremini al sale per palati esigenti. Le fantasiose ricette utilizzano materie prime piemontesi come la ciliegia Bella di Garbagna, presidio Slow food, e le nocciole Igp Piemonte.
Un’altra degustazione è alla pasticceria del Vicolo, Da Bianca, dove assaggiare i canestrelli al Gavi, biscotti secchi rustici senza uova conditi al Cortese.
Il Gavi in Monferrato è re indiscusso: anche i tipici ravioli locali - un’autentica prelibatezza - vengono intinti nel vino purpureo. La cooking class del raviolo di Gavi - ricetta antichissima, gelosamente custodita dall’Ordine Obertengo dei Cavalieri del raviolo e del Gavi - nel laboratorio del ristorante Cantine del Gavi, ovviamente a Gavi, è un’esperienza. Il locale, gestito da due affabili sorelle, Roberta ed Elisa Rocchi, è nelle stanze di un antico palazzo ed è composto da una sala con volte a botte, una cappella privata, un giardino all’italiana con roseto e piante aromatiche.
Altra visita d’obbligo è alla Cantina dei Produttori del Gavi che rappresenta la principale realtà vitivinicola del territorio. Il Cortese di Gavi docg è, tra l’altro, uno dei vini bianchi italiani più esportati nel mondo: ben l’85% della produzione. Dal 1951 la cooperativa cura la coltivazione e la produzione del più̀ grande vigneto della denominazione Gavi docg: 80 soci, 300.000 bottiglie, 200 ettari distribuiti tra gli 11 Comuni che costituiscono le Terre del Gavi.
Nel cuore di quelle colline s’incontra anche La Raia, azienda agricola biodinamica: 180 ettari, dei quali 50 coltivati a vigneto, 60 a seminativo e i restanti occupati da pascoli, boschi di castagno, acacia e sambuco in un microclima unico che favorisce la maturazione dell’uva. Vera oasi di biodiversità anche per api ed insetti impollinatori. L’azienda, infatti, produce pure mieli biologici: un aromatico millefiori e un monofloreale di acacia. Ma la sorpresa è quella di un itinerario artistico legato al paesaggio.
Architetti, artisti, agronomi, fotografi sono stati invitati a vivere e sperimentare i vigneti, i campi e i boschi della tenuta. E ad offrire, attraverso opere d’arte e installazioni permanenti, un percorso che dialoga con la natura circostante. Oggi a La Raia, che gestisce anche un raffinato ristorante e una locanda di design, si producono tre tipi di Gavi docg: Gavi, Gavi riserva vigna Madonnina e Gavi pisé che ha una permanenza di 20 mesi sui lieviti e fa un passaggio in botte. E due tipi di Piemonte doc Barbera – Barbera e Barbera largé, affinata in barrique di rovere per 18 mesi prima di invecchiare. «Perché quando si stappa una bottiglia, è casa».
L’acqua è l’Archè, ovvero il Principio. La sostanza da cui tutto trae origine, sosteneva il filosofo Talete. L’Alfa e l’Omega della vita. Il Fonte battesimale di Betania oggi è parte del Regno Hascemita di Giordania. Proprio lì Gesù di Nazareth ha voluto essere battezzato: «Nel punto più basso del pianeta ma il più vicino al Cielo». In una landa desolata lungo le rive del fiume Giordano, quel deserto dove lo Spirito Santo, sotto forma di colomba, si posò al suolo.
Terra benedetta, un luogo che cattura l’anima.
Al-Maghtas - in arabo «immersione» - è la «Betania oltre il Giordano» narrata dai Vangeli.
Per secoli fu tappa del pellegrinaggio cristiano che si snoda da Gerusalemme lungo il fiume fino al monte Nebo. Una depressione poco distante dal Mar Morto che i geologi indicano come il posto più basso della Terra, 400 metri sotto il livello del mare.
Tuttavia solo negli anni Novanta il Fonte fu definitivamente identificato dagli archeologi - tra cui il francescano padre Michele Piccirillo - come il luogo dove Giovanni Il Battista visse e dove l’Uomo di Nazareth fu battezzato. In un’epoca in cui non esistevano confini e chiunque poteva passare liberamente da una riva all’altra.
La popolazione giordana è per il 97% musulmana ma il turismo religioso è considerato prioritario per l’economia del Paese. Chiese e moschee godono delle stesse agevolazioni fiscali. E proprio a Betania è stata recentemente consacrata la chiesa cattolica del Battesimo alla presenza dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, e del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme. Realizzata là dove c’era un campo minato, è in grado di accogliere fino a 1.200 pellegrini.
«Vogliamo costruire ponti di amicizia e di pace» afferma il direttore del Sito del Battesimo, l’armeno Rustom Mkhjian, che da vent’anni dedica ogni sua energia a questo luogo. «I cristiani sono una parte piccola ma essenziale della popolazione giordana. Il nostro è un Paese che vuol essere messaggero di armonia e di pace».
Il Regno Hashemita di Giordania, attualmente governato da Re Abdullah II, è oggi uno Stato sicuro dove la convivenza pacifica tra cristiani e musulmani è normalità. Un Paese stabile che ha imboccato senza tentennamenti la strada della modernità in una zona del mondo tutt’altro che tranquilla. «La Giordania è un paese sicuro e non è mai stato coinvolto nei conflitti regionali» spiega Abdelrazzaq Arabiyat, direttore generale del Jordan Tourism Board. «Ci teniamo a sottolinearlo con forza per rassicurare i visitatori italiani ed invitarli a visitare i siti del nostro patrimonio culturale».
Per cogliere concretamente le dimensioni di una convivenza finalmente possibile è interessante recarsi anche a As Salt, a Nord Ovest di Amman, dove c’è il sepolcro del biblico Giobbe. L’Unesco l’ha premiata «città della tolleranza e di ospitalità urbana». Arroccata su una collina è un arruffato mix di botteghe, locali e caffè dove si fuma ancora il narghilè e dove gli uomini trascorrono le ore giocando a «mancala» con delle strane pedine di legno. E le donne, al bazar, impastano il pane e lo cuociono davanti agli avventori.
E poi si parte alla ricerca della città perduta.
Petra è un altro luogo magico che è difficile descrivere a parole. Per la seconda volta dopo Betania l’emozione toglie il fiato.
Ignoto invece è il motivo per cui poi la città un certo momento fu completamente dimenticata e nessuno ne sentì più parlare. Fino al 1812, quando un esploratore svizzero, Johann Ludwig Burckhard, pare travestito da arabo errante, vi si fece condurre.
Oltre il palazzo de il Tesoro si cammina tra centinaia di tombe scavate nella roccia rossastra, bassorilievi, templi, colonnati, i resti di una chiesa bizantina ed un grande teatro romano capace di accogliere 7.000 persone.
Ma la Giordania è soprattutto deserto, un affascinante, arido mondo di pietra rossa che già Lawrence d’Arabia descrisse e che oggi offre al turista campi tendati ben mimetizzati nel paesaggio. Al Wadi Rum Bubble Luxotel si dorme all’interno di «bolle» ad aria compressa con il soffitto trasparente. Mentre le stelle stanno a guardare. Info: www.visitjordan.com; www.jordanpass.jo.





