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2022-03-31
Gas: Berlino ha un piano, Cingolani che fa?
Stefano Cingolani (imagoeconomica)
Ieri la Germania ha annunciato l’inizio di un piano di emergenza nel caso in cui la Russia decida di sospendere le forniture di gas. La mossa non stupisce, ma è giusto sapere che il piano è stato solo attivato ieri, pur essendo stato pensato anni fa.
Tutto ha avuto inizio nel 2010, con il regolamento 994 voluto dall’Unione europea, abrogato successivamente con la misura 1938 del 2017. Secondo questo insieme di norme, ogni Stato membro dell’Ue deve redigere, con periodici aggiornamenti, tre documenti utili a descrivere i rischi dei sistemi nazionali del gas naturale, ad attuare precauzioni affinché il rischio sia mitigato e a gestire situazioni di crisi. Questi documenti sono la «valutazione del rischio» (risk assessment), il «piano di azione preventiva» (preventive action plan) ed il «piano di emergenza» (emergency plan). In particolare, ieri il ministro tedesco dell’Economia, Robert Habeck, ha annunciato l’attivazione del terzo documento.
A sua volta, il piano tedesco prevede tre livelli di allarme e ieri Berlino ha deciso di mettere in piedi la prima fase. L’obiettivo è che venga costituita un’unità di crisi, controllata dal ministero dell’Economia, per monitorare il livello delle forniture di gas (ad oggi, gli impianti di stoccaggio del gas della Germania sono pieni al 26,5% ma il governo vorrebbe che si arrivasse almeno al 40% entro il prossimo anno).
Nel frattempo, mentre Habeck ha chiesto ai cittadini di limitare i consumi (anche se ha ribadito che non c’è ancora carenza di gas), il governo ha già in mente le altre due fasi del piano che riguardano il taglio delle forniture per i settori aziendali meno energivori a favore di ospedali e case private. Solo in ultima istanza si chiederebbe ai cittadini di tagliare l’utilizzo del gas.
Il motivo alla base di queste precauzioni è chiaro. A partire da domani, primo aprile, ai Paesi ritenuti ostili per la Russia dovrebbe essere chiesto di pagare il gas in rubli, fatto a cui tutti i Paesi occidentali - Italia inclusa - sono contrari.
Il condizionale, in realtà, è d’obbligo. Ieri il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha fatto sapere che i Paesi compratori di gas non saranno obbligati a passare ai rubli già da domani perché «i pagamenti e la consegna sono un processo che richiede tempo». Intanto, il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, e il presidente russo, Vladimir Putin, si sono sentiti per parlare di nuovi negoziati legati proprio al pagamento del gas. Secondo quanto riferisce il Cremlino, i due leader avrebbero concordato sul fatto che un eventuale pagamento in rubli non vanificherebbe la validità dei contratti in essere, tema che sempre ieri sarebbe stato discusso anche durante una telefonata con Mario Draghi.
L’idea proposta dalla Russia, sarebbe quella di avere un pagamento comunque in rubli, ma a un cambio prestabilito deciso dalla Banca centrale russa. «Solo la valuta di pagamento sta cambiando, la valuta del contratto no», ha detto una fonte all’agenzia Reuters. Per esempio, per gli accordi conclusi in euro, il pagamento dovrebbe essere effettuato al tasso di cambio ufficiale rublo/euro fissato dalla Banca centrale russa, ha ribadito la fonte. In definitiva, Putin avrebbe fatto concessioni sulla tempistica di adeguamento alla richiesta di Mosca, ma questa sarebbe stata ribadita e, in modalità da stabilire nei dettagli, accettata dalle controparti.
Invero, lo schema proposto è solo una delle opzioni. Secondo una terza fonte russa citata da Reuters, Gazprombank, la terza banca più grande della Russia, potrebbe servire come intermediario per le transazioni tra gli acquirenti di gas e Gazprom. Il portavoce di Scholz ha spiegato che, secondo lo zar, «per i partner europei non cambierebbe nulla», poiché il pagamento avverebbe sempre in euro e poi Gazprombank convertirebbe la cifra in rubli. Scholz e Putin hanno ribadito l’intenzione di risentirsi per raggiungere un compromesso definitivo che al momento non esiste. Intanto, Putin dovrà parlare anche con Gazprom e con la Banca centrale russa per capire come attivare la procedura, se davvero alcuni Paesi europei accetteranno di pagare nella valuta russa.
Fatto sta che Gazprom, che rappresenta il 40% delle importazioni di gas europee, pur non rivelando i prezzi del gas paese per Paese, ha pianificato di far pagare ai Paesi occidentali una media di 296 dollari per 1.000 metri cubi quest’anno, dai 280 dollari del 2021.
D’altronde, la sola notizia dell’attivazione di un piano preventivo da parte della Germania ha fatto salire il prezzo del gas all’hub di Amsterdam del 13%, portandolo a 122 euro per megawattora.
La reazione del mercato è motivata dai timori sugli effetti di uno stop alle forniture di gas per l’economia tedesca. Secondo diversi esperti, la chiusura dei rubinetti potrebbe portare a una recessione della locomotiva tedesca e a un’ulteriore crescita dell’inflazione, cioè dell’aumento dei prezzi combinato con la diminuzione del potere d’acquisto. Stando alle stime, in caso di stop alle forniture, i livelli del costo della vita potrebbero raggiungere circa il 9% rispetto agli attuali valori intorno al 5,5%, diventando quindi tra i più alti del Vecchio continente.
Stoccaggi invernali al palo. Rischiamo il grande gelo ma Cingolani naviga a vista
Dopo l’annuncio del ministro tedesco dell’Economia e dell’Azione per il clima, Robert Habeck, anche la Germania, da ieri, si trova in stato di allerta precoce per quanto riguarda le forniture di gas.
Scriviamo «anche», perché l’Italia è già in condizione di preallarme dallo scorso 26 febbraio. Quasi certamente, però, in Italia e all’estero non se n’è accorto nessuno. Come La Verità ha scritto il primo marzo scorso, il ministero della Transizione ecologica ha dichiarato lo stato di preallarme gas il 26 febbraio, cui è seguito il decreto legge 28 febbraio 2022, n. 16, che all’articolo 2 ha modificato la legge che regolava la procedura cosiddetta di emergenza gas, risalente al 2011. In base a questo decreto, possono essere adottate le misure finalizzate all’aumento della disponibilità di gas e alla riduzione programmata dei consumi previste dal Piano di emergenza del sistema italiano gas con un semplice atto di indirizzo del ministro della Transizione ecologica.
Dunque, formalmente, la strada è spianata da oltre un mese per prendere provvedimenti, anche drastici, tesi a risparmiare energia, rallentare lo svuotamento degli stoccaggi, utilizzare le flessibilità già previste con i clienti che possono ridurre il carico. Forse si potevano evitare le esportazioni di gas che, sia pure per volumi bassi, si sono verificate anche in questi giorni verso Nord attraverso il passo Gries, oppure dare indirizzi a Terna per minimizzare ove possibile l’utilizzo di risorse per il bilanciamento alimentate a gas. Ma nulla di tutto questo è accaduto. Se è vero che il preallarme è soprattutto una fase di monitoraggio, è anche vero che in questo frattempo molte cose si potevano fare. Tra l’altro, l’emergenza gas normalmente termina oggi, ma ancora non si sa se sarà prorogata a comprendere l’estate e il prossimo inverno.
C’è da chiedersi, poi, se il piano di emergenza sia stato adattato alla nuova situazione, nella quale da un momento all’altro può venire a mancare in via definitiva il flusso di gas dalla Russia, che negli ultimi mesi si è attestato tra i 50 e i 70 milioni di metri cubi al giorno. Esiste un contingency plan che consideri strutturalmente questa riduzione? Quali provvedimenti immediati verrebbero presi, considerato che la legge cui fa riferimento il piano tutela innanzitutto i consumi civili? È vero che i consumi delle famiglie per il riscaldamento si azzerano d’estate, ma il fabbisogno dall’estero del sistema gas italiano non cala in maniera corrispondente. Abbiamo sempre bisogno, mediamente, della stessa quantità mensile di gas dall’estero per riempire gli stoccaggi durante l’estate.
A questo proposito, il caso delle aste per lo stoccaggio è paradigmatico. Data la situazione straordinaria del mercato all’ingrosso, con prezzi elevatissimi, era evidente che porre a zero il corrispettivo per il servizio di stoccaggio, come è stato fatto per decreto, non avrebbe di per sé fatto accorrere gli operatori del libero mercato a partecipare alle aste. La situazione attuale del mercato è tale per cui il gas estivo costa più di quello del prossimo inverno: dunque non c’è convenienza economica per gli operatori in condizioni di libero mercato a partecipare alle aste con cui si assegna il volume degli stoccaggi.
Negli ultimi 15 giorni si sono succedute cinque aste per l’assegnazione di spazio in stoccaggio, che sono andate sostanzialmente deserte (tranne una per quantitativi molto modesti su un servizio particolare, il fast cycle). A 24 ore dall’avvio della stagione, con l’incombente rischio di un taglio della fornitura russa e con l’obiettivo (a questo punto più che ambizioso) di riempire gli stoccaggi al 90% entro il 15 ottobre, ancora non si sa chi e come deve comprare il gas da mettere a riserva. Eppure, il decreto sugli stoccaggi prevedeva espressamente la possibilità di assegnare incentivi agli operatori in tal senso.
Si attendono le deliberazioni del ministro Roberto Cingolani, su cui ci sono diverse ipotesi. La prima è quella di bandire nuove aste per gli operatori dando a questi la possibilità di offrire prezzi negativi per aggiudicarsi lo stoccaggio. Ciò consentirebbe agli operatori di vedersi riconosciuto lo spread estate-inverno, mantenendo la responsabilità dell’acquisto del gas e delle operazioni di iniezione. La seconda possibilità è quella che sia un soggetto istituzionale «di ultima istanza», che potrebbe essere la stessa Snam, a occuparsi dell’intero ciclo degli stoccaggi. Del resto, siamo in un momento storico in cui il mercato non è in grado di fornire un servizio di sicurezza degli approvvigionamenti, a regole attuali. Occorre prenderne atto e agire di conseguenza.
Ieri, Cingolani era Berlino per la firma dell’accordo di sussidiarietà tra Germania e Italia, che regola le forme di mutua assistenza in caso di grave carenza di gas. Accordi simili sono già stati stipulati con altri Paesi dell’Ue sia dalla Germania sia dall’Italia. Partecipando poi al Berlin energy transition dialogue, il ministro ha detto che «sull’accordo di solidarietà sul gas fra Italia e Germania c’è piena intesa col governo tedesco: noi abbiamo chiesto un paio di settimane di tempo, per capire come lanciare le gare per lo stoccaggio». Ora però il tempo stringe e i fronti di incertezza sono davvero troppi, anche per un Paese cui magari manca una seria cultura della programmazione, ma che non può continuare a campare alla giornata.
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La Germania annuncia una task force e un sistema di razionamenti. Olaf Scholz e lo zar trattano sul pagamento in rubli delle forniture Mosca concede più tempo e assicura: «Per i partner europei non cambierà niente, a convertire il denaro ci penserà Gazprombank».Con i prezzi alle stelle, le aste estive vanno deserte. Nonostante lo stato di pre allerta, ancora esportiamo oro azzurro e non abbiamo programmi per razionalizzarne l’uso.Lo speciale contiene due articoliIeri la Germania ha annunciato l’inizio di un piano di emergenza nel caso in cui la Russia decida di sospendere le forniture di gas. La mossa non stupisce, ma è giusto sapere che il piano è stato solo attivato ieri, pur essendo stato pensato anni fa. Tutto ha avuto inizio nel 2010, con il regolamento 994 voluto dall’Unione europea, abrogato successivamente con la misura 1938 del 2017. Secondo questo insieme di norme, ogni Stato membro dell’Ue deve redigere, con periodici aggiornamenti, tre documenti utili a descrivere i rischi dei sistemi nazionali del gas naturale, ad attuare precauzioni affinché il rischio sia mitigato e a gestire situazioni di crisi. Questi documenti sono la «valutazione del rischio» (risk assessment), il «piano di azione preventiva» (preventive action plan) ed il «piano di emergenza» (emergency plan). In particolare, ieri il ministro tedesco dell’Economia, Robert Habeck, ha annunciato l’attivazione del terzo documento. A sua volta, il piano tedesco prevede tre livelli di allarme e ieri Berlino ha deciso di mettere in piedi la prima fase. L’obiettivo è che venga costituita un’unità di crisi, controllata dal ministero dell’Economia, per monitorare il livello delle forniture di gas (ad oggi, gli impianti di stoccaggio del gas della Germania sono pieni al 26,5% ma il governo vorrebbe che si arrivasse almeno al 40% entro il prossimo anno). Nel frattempo, mentre Habeck ha chiesto ai cittadini di limitare i consumi (anche se ha ribadito che non c’è ancora carenza di gas), il governo ha già in mente le altre due fasi del piano che riguardano il taglio delle forniture per i settori aziendali meno energivori a favore di ospedali e case private. Solo in ultima istanza si chiederebbe ai cittadini di tagliare l’utilizzo del gas. Il motivo alla base di queste precauzioni è chiaro. A partire da domani, primo aprile, ai Paesi ritenuti ostili per la Russia dovrebbe essere chiesto di pagare il gas in rubli, fatto a cui tutti i Paesi occidentali - Italia inclusa - sono contrari. Il condizionale, in realtà, è d’obbligo. Ieri il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha fatto sapere che i Paesi compratori di gas non saranno obbligati a passare ai rubli già da domani perché «i pagamenti e la consegna sono un processo che richiede tempo». Intanto, il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, e il presidente russo, Vladimir Putin, si sono sentiti per parlare di nuovi negoziati legati proprio al pagamento del gas. Secondo quanto riferisce il Cremlino, i due leader avrebbero concordato sul fatto che un eventuale pagamento in rubli non vanificherebbe la validità dei contratti in essere, tema che sempre ieri sarebbe stato discusso anche durante una telefonata con Mario Draghi.L’idea proposta dalla Russia, sarebbe quella di avere un pagamento comunque in rubli, ma a un cambio prestabilito deciso dalla Banca centrale russa. «Solo la valuta di pagamento sta cambiando, la valuta del contratto no», ha detto una fonte all’agenzia Reuters. Per esempio, per gli accordi conclusi in euro, il pagamento dovrebbe essere effettuato al tasso di cambio ufficiale rublo/euro fissato dalla Banca centrale russa, ha ribadito la fonte. In definitiva, Putin avrebbe fatto concessioni sulla tempistica di adeguamento alla richiesta di Mosca, ma questa sarebbe stata ribadita e, in modalità da stabilire nei dettagli, accettata dalle controparti.Invero, lo schema proposto è solo una delle opzioni. Secondo una terza fonte russa citata da Reuters, Gazprombank, la terza banca più grande della Russia, potrebbe servire come intermediario per le transazioni tra gli acquirenti di gas e Gazprom. Il portavoce di Scholz ha spiegato che, secondo lo zar, «per i partner europei non cambierebbe nulla», poiché il pagamento avverebbe sempre in euro e poi Gazprombank convertirebbe la cifra in rubli. Scholz e Putin hanno ribadito l’intenzione di risentirsi per raggiungere un compromesso definitivo che al momento non esiste. Intanto, Putin dovrà parlare anche con Gazprom e con la Banca centrale russa per capire come attivare la procedura, se davvero alcuni Paesi europei accetteranno di pagare nella valuta russa.Fatto sta che Gazprom, che rappresenta il 40% delle importazioni di gas europee, pur non rivelando i prezzi del gas paese per Paese, ha pianificato di far pagare ai Paesi occidentali una media di 296 dollari per 1.000 metri cubi quest’anno, dai 280 dollari del 2021. D’altronde, la sola notizia dell’attivazione di un piano preventivo da parte della Germania ha fatto salire il prezzo del gas all’hub di Amsterdam del 13%, portandolo a 122 euro per megawattora.La reazione del mercato è motivata dai timori sugli effetti di uno stop alle forniture di gas per l’economia tedesca. Secondo diversi esperti, la chiusura dei rubinetti potrebbe portare a una recessione della locomotiva tedesca e a un’ulteriore crescita dell’inflazione, cioè dell’aumento dei prezzi combinato con la diminuzione del potere d’acquisto. Stando alle stime, in caso di stop alle forniture, i livelli del costo della vita potrebbero raggiungere circa il 9% rispetto agli attuali valori intorno al 5,5%, diventando quindi tra i più alti del Vecchio continente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/berlino-attiva-il-piano-per-lemergenza-gas-2657066956.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="stoccaggi-invernali-al-palo-rischiamo-il-grande-gelo-ma-cingolani-naviga-a-vista" data-post-id="2657066956" data-published-at="1648673811" data-use-pagination="False"> Stoccaggi invernali al palo. Rischiamo il grande gelo ma Cingolani naviga a vista Dopo l’annuncio del ministro tedesco dell’Economia e dell’Azione per il clima, Robert Habeck, anche la Germania, da ieri, si trova in stato di allerta precoce per quanto riguarda le forniture di gas. Scriviamo «anche», perché l’Italia è già in condizione di preallarme dallo scorso 26 febbraio. Quasi certamente, però, in Italia e all’estero non se n’è accorto nessuno. Come La Verità ha scritto il primo marzo scorso, il ministero della Transizione ecologica ha dichiarato lo stato di preallarme gas il 26 febbraio, cui è seguito il decreto legge 28 febbraio 2022, n. 16, che all’articolo 2 ha modificato la legge che regolava la procedura cosiddetta di emergenza gas, risalente al 2011. In base a questo decreto, possono essere adottate le misure finalizzate all’aumento della disponibilità di gas e alla riduzione programmata dei consumi previste dal Piano di emergenza del sistema italiano gas con un semplice atto di indirizzo del ministro della Transizione ecologica. Dunque, formalmente, la strada è spianata da oltre un mese per prendere provvedimenti, anche drastici, tesi a risparmiare energia, rallentare lo svuotamento degli stoccaggi, utilizzare le flessibilità già previste con i clienti che possono ridurre il carico. Forse si potevano evitare le esportazioni di gas che, sia pure per volumi bassi, si sono verificate anche in questi giorni verso Nord attraverso il passo Gries, oppure dare indirizzi a Terna per minimizzare ove possibile l’utilizzo di risorse per il bilanciamento alimentate a gas. Ma nulla di tutto questo è accaduto. Se è vero che il preallarme è soprattutto una fase di monitoraggio, è anche vero che in questo frattempo molte cose si potevano fare. Tra l’altro, l’emergenza gas normalmente termina oggi, ma ancora non si sa se sarà prorogata a comprendere l’estate e il prossimo inverno. C’è da chiedersi, poi, se il piano di emergenza sia stato adattato alla nuova situazione, nella quale da un momento all’altro può venire a mancare in via definitiva il flusso di gas dalla Russia, che negli ultimi mesi si è attestato tra i 50 e i 70 milioni di metri cubi al giorno. Esiste un contingency plan che consideri strutturalmente questa riduzione? Quali provvedimenti immediati verrebbero presi, considerato che la legge cui fa riferimento il piano tutela innanzitutto i consumi civili? È vero che i consumi delle famiglie per il riscaldamento si azzerano d’estate, ma il fabbisogno dall’estero del sistema gas italiano non cala in maniera corrispondente. Abbiamo sempre bisogno, mediamente, della stessa quantità mensile di gas dall’estero per riempire gli stoccaggi durante l’estate. A questo proposito, il caso delle aste per lo stoccaggio è paradigmatico. Data la situazione straordinaria del mercato all’ingrosso, con prezzi elevatissimi, era evidente che porre a zero il corrispettivo per il servizio di stoccaggio, come è stato fatto per decreto, non avrebbe di per sé fatto accorrere gli operatori del libero mercato a partecipare alle aste. La situazione attuale del mercato è tale per cui il gas estivo costa più di quello del prossimo inverno: dunque non c’è convenienza economica per gli operatori in condizioni di libero mercato a partecipare alle aste con cui si assegna il volume degli stoccaggi. Negli ultimi 15 giorni si sono succedute cinque aste per l’assegnazione di spazio in stoccaggio, che sono andate sostanzialmente deserte (tranne una per quantitativi molto modesti su un servizio particolare, il fast cycle). A 24 ore dall’avvio della stagione, con l’incombente rischio di un taglio della fornitura russa e con l’obiettivo (a questo punto più che ambizioso) di riempire gli stoccaggi al 90% entro il 15 ottobre, ancora non si sa chi e come deve comprare il gas da mettere a riserva. Eppure, il decreto sugli stoccaggi prevedeva espressamente la possibilità di assegnare incentivi agli operatori in tal senso. Si attendono le deliberazioni del ministro Roberto Cingolani, su cui ci sono diverse ipotesi. La prima è quella di bandire nuove aste per gli operatori dando a questi la possibilità di offrire prezzi negativi per aggiudicarsi lo stoccaggio. Ciò consentirebbe agli operatori di vedersi riconosciuto lo spread estate-inverno, mantenendo la responsabilità dell’acquisto del gas e delle operazioni di iniezione. La seconda possibilità è quella che sia un soggetto istituzionale «di ultima istanza», che potrebbe essere la stessa Snam, a occuparsi dell’intero ciclo degli stoccaggi. Del resto, siamo in un momento storico in cui il mercato non è in grado di fornire un servizio di sicurezza degli approvvigionamenti, a regole attuali. Occorre prenderne atto e agire di conseguenza. Ieri, Cingolani era Berlino per la firma dell’accordo di sussidiarietà tra Germania e Italia, che regola le forme di mutua assistenza in caso di grave carenza di gas. Accordi simili sono già stati stipulati con altri Paesi dell’Ue sia dalla Germania sia dall’Italia. Partecipando poi al Berlin energy transition dialogue, il ministro ha detto che «sull’accordo di solidarietà sul gas fra Italia e Germania c’è piena intesa col governo tedesco: noi abbiamo chiesto un paio di settimane di tempo, per capire come lanciare le gare per lo stoccaggio». Ora però il tempo stringe e i fronti di incertezza sono davvero troppi, anche per un Paese cui magari manca una seria cultura della programmazione, ma che non può continuare a campare alla giornata.
Paolo Del Debbio commenta le tensioni tra cattolici e protestanti americani, lo scontro fra Donald Trump, il Papa e Giorgia Meloni e ragiona sul ruolo politico della Chiesa di Roma.
Matteo Salvini ad un gazebo della Lega per la manifestazione dei Patriots del 18 aprile (Ansa)
La manifestazione dei Patrioti europei che si terrà oggi in piazza del Duomo è stata definita «incompatibile con l’identità civile e democratica di Milano». Fantastico: in nome della democrazia la sinistra milanese ha tentato di impedire una manifestazione non violenta e più che legittima. Con grande scorno del sindaco Beppe Sala e degli altri esponenti progressisti non c’è stato verso di ostacolare l’evento, però il consiglio comunale ha insistito per esprimere riprovazione. Apprendiamo dunque che per i dem manifestare pacificamente è contrario alla democrazia. La Buscemi è apparsa contenta del mezzo risultato ottenuto: si è detta soddisfatta «per aver svegliato la politica dal torpore che aleggiava su questo raduno estremista e aver portato il tema al dibattito pubblico». Sono soddisfazioni, come no. Vero è che il centrodestra si è diviso: la Lega ha votato contro l’ordine del giorno, Fdi è uscita dall’aula e Forza Italia si è astenuta, tanto che la leghista Silvia Sardone dichiara irritata: «Per la seconda volta in un solo anno Forza Italia ha fatto da stampella alla sinistra». Se non altro, i vertici del partito azzurro hanno preso le distanze dalla contromanifestazione organizzata sempre a Milano, all’Arco della Pace, dal responsabile per l’immigrazione di Forza Italia a Milano, Amir Atrous, il cui obiettivo sarebbe dare voce alle seconde generazioni di immigrati.
Al netto delle beghe politiche, però, il punto qui riguarda due temi fondamentali. Il primo è la libertà di espressione e di manifestazione, il secondo è la sicurezza dei manifestanti. Se la sinistra (sedicente) democratica ha cercato di boicottare l’evento e poi si è rassegnata a contestarlo, la sinistra più radicale ha organizzato ben tre cortei con l’obiettivo dichiarato di circondare il raduno dei patrioti. La prima manifestazione ha come slogan «Milano è migrante. Fuori i razzisti e i fascisti da Milano» ed è organizzata da varie realtà più o meno antagoniste. Poi ci sarà un secondo corteo promosso dal centro sociale milanese Lambretta con uno slogan che è tutto un programma: «Antifa. Liberiamo Milano. Senza paura, contro fascismo, razzismo e sessismo». Infine, chissà perché, ci sarà un terzo corteo di militanti pro Palestina, come se la questione mediorientale c’entrasse con l’evento leghista. «Scendiamo in piazza perché Milano è una città migrante e partigiana», ha detto alle agenzie Selam Tesfai, esponente del centro sociale il Cantiere. «Non è accettabile che il percorso del 25 aprile, a una settimana da un importante momento di ricordo, venga attraversato da parole come remigrazione che ricordano davvero i tempi del fascismo». Quest’ultima notazione rende bene l’idea del livello allucinatorio e paranoide raggiunto dalla sinistra radicale. Il problema, secondo costoro, è che le strade della Milano antifascista sono sacre. «Consentire a un partito razzista, xenofobo e ideologicamente fascista come la Lega per Salvini di seguire lo stesso percorso della manifestazione del 25 aprile è uno sfregio alla città Medaglia d’Oro per la Resistenza». Capito? Una manifestazione a loro sgradita non può nemmeno permettersi di calpestare lo stesso terreno del corteo del 25 aprile. Delirio puro.
Purtroppo, però, a sostenere queste posizioni non sono soltanto i centri sociali ma anche, incredibilmente, una parte robusta del mondo cattolico milanese. La casa della carità di Milano presieduta da don Paolo Selmi, su mandato dell’arcivescovo Mario Delpini, riporta in bella evidenza sul suo sito il comunicato stampa della manifestazione della sinistra radicale: «La Casa della Carità», si legge, «aderisce alle mobilitazioni previste sabato 18 aprile - e in particolare al corteo Milano è migrante, che partirà alle 14 da piazza Lima - in risposta al raduno ribattezzato Senza paura - in Europa padroni a casa nostra, organizzato dalla Lega, che vedrà arrivare in città rappresentanti delle forze sovraniste europee». Ma è normale, ci si chiede, che una istituzione caritatevole scenda in piazza assieme ai bellicosi centri sociali e a certi gruppi pro Pal di cui conosciamo le imprese? Evidentemente per qualcuno è normale, e infatti anche la Caritas ambrosiana supporta i contro cortei. Erica Tossani, nuova guida dell’ente, è intervenuta sul tema con una lunga intervista ad Avvenire, dichiarando che «per garantire la sicurezza serve lavorare su politiche di integrazione reale. Oltre a una questione etica cristiana, c’è anche un diritto umano universalmente riconosciuto (contro cui si scontra un’impostazione come quella del concetto di remigration), che è il diritto sancito dall’articolo 13 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo sulla libertà di movimento». Laddove c’è da sostenere le frontiere aperte, una fetta del mondo cattolico è sempre in prima fila, a dispetto di tutti i drammi causati dal mortifero sistema della migrazione di massa. Non è cristiano, per la Caritas, manifestare per la remigrazione. Invece lo è, a quanto pare, minacciare chi va in piazza pacificamente e tentare di sabotare gli eventi di chi ha una opinione diversa. Un grande esempio di amore, senza dubbio.
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Persone evacuano le proprie case dopo che un attacco israeliano dello scorso 18 marzo ha colpito un appartamento in un edificio nel quartiere di Zuqaq al-Blat, nel centro di Beirut, in Libano (Ansa)
Accolto con favore da Siria, Giordania, Golfo ed Egitto, il cessate il fuoco di 10 giorni resta fragile: sul campo Israele e Hezbollah si accusano di violazioni. Trump assicura lo stop ai raid, mentre gli sfollati tornano tra le macerie.
L’annuncio del cessate il fuoco di 10 giorni fra Libano e Israele è stato accolto con manifestazioni di gioia dalle centinaia di migliaia di sfollati che sono subito ripartiti dal campi profughi improvvisati per tornare alle riprove case. La maggior parte di loro proviene dalle zone dove Israele ha ordinato l’evacuazione e qui rischiano di trovare case e villaggi devastati da oltre un mese di attacchi israeliani. Questa faticosa tregua sembra però già traballare perché da entrambe le parti fioccano accuse di violazione del cessate il fuoco.
Dal campo l'esercito libanese ha infatti accusato l'Idf di aver commesso «atti di aggressione» e i media locali riferiscono della morte di un uomo nel sud del Libano, sulla strada tra Kounine e Beit Yahouna. La risposta di Tel Aviv è stata che in base ai all’accordo, Israele ha il diritto di colpire Hezbollah per prevenire attacchi pianificati, imminenti o in corso. Il movimento sciita libanese ha risposto di aver preso di mira soldati israeliani in risposta alla violazione del cessate il fuoco dell'esercito di occupazione. Donald Trump è intervenuto personalmente ribadendo che Israele non bombarderà più il Libano, perché gli Usa gli hanno vietato di farlo.
La momentanea pace libanese è stata accolta con estremo favore nel mondo arabo che si è impegnato a sostenere la fine delle ostilità a Beirut. Il governo della Siria ha definito l’accordo come un passo significativo per prevenire un'ulteriore escalation nella regione. Il ministro degli Esteri di Damasco Assad al Shibani ha affermato che Damasco si è impegnato a sostenere tutti gli sforzi volti a preservare l'unità, la sovranità e l'integrità territoriale del Libano, nonché a garantire la sicurezza del suo popolo. Atman Safadi guida ormai da anni il ministero degli Esteri della Giordania ed è un diplomatico di grande esperienza. «Voglio pubblicamente elogiare il ruolo positivo e fondamentale svolto dal presidente libanese Joseph Aoun, dal primo ministro Nawaf Salam e dal presidente del Parlamento Nabih Berri nel garantire il cessate il fuoco. Queste tre anime della società libanese hanno messo da parte le loro divergenze politiche per salvare il popolo. La Giordania ribadisce il sostegno assoluto allo stato libanese nell'affermare la propria sovranità su tutto il proprio territorio, nel limitare le armi allo stato e nel ripristinare le istituzioni nazionali, il monopolio della forza deve essere esclusivamente nella mano del governo».
Anche dal Golfo arrivano commenti estremamente positivi sulla tregua. L’Arabia Saudita si è detta pronta a sostenere tutte le fasi di transizione di Beirut, sia economicamente che politicamente. Riyadh ha sottolineato che questo è il momento migliore per eliminare tutto ciò che mette in discussione la legittimità dello stato. L’Oman ha esortato tutte le parti a rispettarne i termini dell’accordo e ad evitare qualsiasi azione che possa comprometterla, il governo omanita ha poi espresso apprezzamento per gli sforzi compiuti dagli Stati Uniti per raggiungere questo accordo. Anche Il Cairo ha fatto sentire la sua voce attraverso le parole del suo responsabile degli Esteri Badr Abdelatty. «L’Egitto saluta questi 10 giorni di tregua come una necessità fondamentale per il popolo libanese. Il Cairo è stato mediatore per la pace in Medio Oriente fin dall’inizio e conosciamo bene l’estrema fragilità di questa delicata area. Questo cessate il fuoco rappresenta una grande opportunità per ridurre le tensioni e fermare le operazioni militari israeliane lungo il confine con il Libano. Noi chiediamo ad Israele di rispettare pienamente il cessate il fuoco e di interrompere tutte le azioni militari, ma sollecitiamo anche un ritiro completo delle forze israeliane dal territorio libanese e l’attuazione integrale della Risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza Onu, indicata come base per il ripristino della stabilità. Gli sfollati devono tornare a casa e le Nazioni Unite e le organizzazioni internazionali devono poter accedere per portare aiuti ad un popolo che ha sofferto già troppo».
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