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2022-03-31
Gas: Berlino ha un piano, Cingolani che fa?
Stefano Cingolani (imagoeconomica)
Ieri la Germania ha annunciato l’inizio di un piano di emergenza nel caso in cui la Russia decida di sospendere le forniture di gas. La mossa non stupisce, ma è giusto sapere che il piano è stato solo attivato ieri, pur essendo stato pensato anni fa.
Tutto ha avuto inizio nel 2010, con il regolamento 994 voluto dall’Unione europea, abrogato successivamente con la misura 1938 del 2017. Secondo questo insieme di norme, ogni Stato membro dell’Ue deve redigere, con periodici aggiornamenti, tre documenti utili a descrivere i rischi dei sistemi nazionali del gas naturale, ad attuare precauzioni affinché il rischio sia mitigato e a gestire situazioni di crisi. Questi documenti sono la «valutazione del rischio» (risk assessment), il «piano di azione preventiva» (preventive action plan) ed il «piano di emergenza» (emergency plan). In particolare, ieri il ministro tedesco dell’Economia, Robert Habeck, ha annunciato l’attivazione del terzo documento.
A sua volta, il piano tedesco prevede tre livelli di allarme e ieri Berlino ha deciso di mettere in piedi la prima fase. L’obiettivo è che venga costituita un’unità di crisi, controllata dal ministero dell’Economia, per monitorare il livello delle forniture di gas (ad oggi, gli impianti di stoccaggio del gas della Germania sono pieni al 26,5% ma il governo vorrebbe che si arrivasse almeno al 40% entro il prossimo anno).
Nel frattempo, mentre Habeck ha chiesto ai cittadini di limitare i consumi (anche se ha ribadito che non c’è ancora carenza di gas), il governo ha già in mente le altre due fasi del piano che riguardano il taglio delle forniture per i settori aziendali meno energivori a favore di ospedali e case private. Solo in ultima istanza si chiederebbe ai cittadini di tagliare l’utilizzo del gas.
Il motivo alla base di queste precauzioni è chiaro. A partire da domani, primo aprile, ai Paesi ritenuti ostili per la Russia dovrebbe essere chiesto di pagare il gas in rubli, fatto a cui tutti i Paesi occidentali - Italia inclusa - sono contrari.
Il condizionale, in realtà, è d’obbligo. Ieri il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha fatto sapere che i Paesi compratori di gas non saranno obbligati a passare ai rubli già da domani perché «i pagamenti e la consegna sono un processo che richiede tempo». Intanto, il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, e il presidente russo, Vladimir Putin, si sono sentiti per parlare di nuovi negoziati legati proprio al pagamento del gas. Secondo quanto riferisce il Cremlino, i due leader avrebbero concordato sul fatto che un eventuale pagamento in rubli non vanificherebbe la validità dei contratti in essere, tema che sempre ieri sarebbe stato discusso anche durante una telefonata con Mario Draghi.
L’idea proposta dalla Russia, sarebbe quella di avere un pagamento comunque in rubli, ma a un cambio prestabilito deciso dalla Banca centrale russa. «Solo la valuta di pagamento sta cambiando, la valuta del contratto no», ha detto una fonte all’agenzia Reuters. Per esempio, per gli accordi conclusi in euro, il pagamento dovrebbe essere effettuato al tasso di cambio ufficiale rublo/euro fissato dalla Banca centrale russa, ha ribadito la fonte. In definitiva, Putin avrebbe fatto concessioni sulla tempistica di adeguamento alla richiesta di Mosca, ma questa sarebbe stata ribadita e, in modalità da stabilire nei dettagli, accettata dalle controparti.
Invero, lo schema proposto è solo una delle opzioni. Secondo una terza fonte russa citata da Reuters, Gazprombank, la terza banca più grande della Russia, potrebbe servire come intermediario per le transazioni tra gli acquirenti di gas e Gazprom. Il portavoce di Scholz ha spiegato che, secondo lo zar, «per i partner europei non cambierebbe nulla», poiché il pagamento avverebbe sempre in euro e poi Gazprombank convertirebbe la cifra in rubli. Scholz e Putin hanno ribadito l’intenzione di risentirsi per raggiungere un compromesso definitivo che al momento non esiste. Intanto, Putin dovrà parlare anche con Gazprom e con la Banca centrale russa per capire come attivare la procedura, se davvero alcuni Paesi europei accetteranno di pagare nella valuta russa.
Fatto sta che Gazprom, che rappresenta il 40% delle importazioni di gas europee, pur non rivelando i prezzi del gas paese per Paese, ha pianificato di far pagare ai Paesi occidentali una media di 296 dollari per 1.000 metri cubi quest’anno, dai 280 dollari del 2021.
D’altronde, la sola notizia dell’attivazione di un piano preventivo da parte della Germania ha fatto salire il prezzo del gas all’hub di Amsterdam del 13%, portandolo a 122 euro per megawattora.
La reazione del mercato è motivata dai timori sugli effetti di uno stop alle forniture di gas per l’economia tedesca. Secondo diversi esperti, la chiusura dei rubinetti potrebbe portare a una recessione della locomotiva tedesca e a un’ulteriore crescita dell’inflazione, cioè dell’aumento dei prezzi combinato con la diminuzione del potere d’acquisto. Stando alle stime, in caso di stop alle forniture, i livelli del costo della vita potrebbero raggiungere circa il 9% rispetto agli attuali valori intorno al 5,5%, diventando quindi tra i più alti del Vecchio continente.
Stoccaggi invernali al palo. Rischiamo il grande gelo ma Cingolani naviga a vista
Dopo l’annuncio del ministro tedesco dell’Economia e dell’Azione per il clima, Robert Habeck, anche la Germania, da ieri, si trova in stato di allerta precoce per quanto riguarda le forniture di gas.
Scriviamo «anche», perché l’Italia è già in condizione di preallarme dallo scorso 26 febbraio. Quasi certamente, però, in Italia e all’estero non se n’è accorto nessuno. Come La Verità ha scritto il primo marzo scorso, il ministero della Transizione ecologica ha dichiarato lo stato di preallarme gas il 26 febbraio, cui è seguito il decreto legge 28 febbraio 2022, n. 16, che all’articolo 2 ha modificato la legge che regolava la procedura cosiddetta di emergenza gas, risalente al 2011. In base a questo decreto, possono essere adottate le misure finalizzate all’aumento della disponibilità di gas e alla riduzione programmata dei consumi previste dal Piano di emergenza del sistema italiano gas con un semplice atto di indirizzo del ministro della Transizione ecologica.
Dunque, formalmente, la strada è spianata da oltre un mese per prendere provvedimenti, anche drastici, tesi a risparmiare energia, rallentare lo svuotamento degli stoccaggi, utilizzare le flessibilità già previste con i clienti che possono ridurre il carico. Forse si potevano evitare le esportazioni di gas che, sia pure per volumi bassi, si sono verificate anche in questi giorni verso Nord attraverso il passo Gries, oppure dare indirizzi a Terna per minimizzare ove possibile l’utilizzo di risorse per il bilanciamento alimentate a gas. Ma nulla di tutto questo è accaduto. Se è vero che il preallarme è soprattutto una fase di monitoraggio, è anche vero che in questo frattempo molte cose si potevano fare. Tra l’altro, l’emergenza gas normalmente termina oggi, ma ancora non si sa se sarà prorogata a comprendere l’estate e il prossimo inverno.
C’è da chiedersi, poi, se il piano di emergenza sia stato adattato alla nuova situazione, nella quale da un momento all’altro può venire a mancare in via definitiva il flusso di gas dalla Russia, che negli ultimi mesi si è attestato tra i 50 e i 70 milioni di metri cubi al giorno. Esiste un contingency plan che consideri strutturalmente questa riduzione? Quali provvedimenti immediati verrebbero presi, considerato che la legge cui fa riferimento il piano tutela innanzitutto i consumi civili? È vero che i consumi delle famiglie per il riscaldamento si azzerano d’estate, ma il fabbisogno dall’estero del sistema gas italiano non cala in maniera corrispondente. Abbiamo sempre bisogno, mediamente, della stessa quantità mensile di gas dall’estero per riempire gli stoccaggi durante l’estate.
A questo proposito, il caso delle aste per lo stoccaggio è paradigmatico. Data la situazione straordinaria del mercato all’ingrosso, con prezzi elevatissimi, era evidente che porre a zero il corrispettivo per il servizio di stoccaggio, come è stato fatto per decreto, non avrebbe di per sé fatto accorrere gli operatori del libero mercato a partecipare alle aste. La situazione attuale del mercato è tale per cui il gas estivo costa più di quello del prossimo inverno: dunque non c’è convenienza economica per gli operatori in condizioni di libero mercato a partecipare alle aste con cui si assegna il volume degli stoccaggi.
Negli ultimi 15 giorni si sono succedute cinque aste per l’assegnazione di spazio in stoccaggio, che sono andate sostanzialmente deserte (tranne una per quantitativi molto modesti su un servizio particolare, il fast cycle). A 24 ore dall’avvio della stagione, con l’incombente rischio di un taglio della fornitura russa e con l’obiettivo (a questo punto più che ambizioso) di riempire gli stoccaggi al 90% entro il 15 ottobre, ancora non si sa chi e come deve comprare il gas da mettere a riserva. Eppure, il decreto sugli stoccaggi prevedeva espressamente la possibilità di assegnare incentivi agli operatori in tal senso.
Si attendono le deliberazioni del ministro Roberto Cingolani, su cui ci sono diverse ipotesi. La prima è quella di bandire nuove aste per gli operatori dando a questi la possibilità di offrire prezzi negativi per aggiudicarsi lo stoccaggio. Ciò consentirebbe agli operatori di vedersi riconosciuto lo spread estate-inverno, mantenendo la responsabilità dell’acquisto del gas e delle operazioni di iniezione. La seconda possibilità è quella che sia un soggetto istituzionale «di ultima istanza», che potrebbe essere la stessa Snam, a occuparsi dell’intero ciclo degli stoccaggi. Del resto, siamo in un momento storico in cui il mercato non è in grado di fornire un servizio di sicurezza degli approvvigionamenti, a regole attuali. Occorre prenderne atto e agire di conseguenza.
Ieri, Cingolani era Berlino per la firma dell’accordo di sussidiarietà tra Germania e Italia, che regola le forme di mutua assistenza in caso di grave carenza di gas. Accordi simili sono già stati stipulati con altri Paesi dell’Ue sia dalla Germania sia dall’Italia. Partecipando poi al Berlin energy transition dialogue, il ministro ha detto che «sull’accordo di solidarietà sul gas fra Italia e Germania c’è piena intesa col governo tedesco: noi abbiamo chiesto un paio di settimane di tempo, per capire come lanciare le gare per lo stoccaggio». Ora però il tempo stringe e i fronti di incertezza sono davvero troppi, anche per un Paese cui magari manca una seria cultura della programmazione, ma che non può continuare a campare alla giornata.
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La Germania annuncia una task force e un sistema di razionamenti. Olaf Scholz e lo zar trattano sul pagamento in rubli delle forniture Mosca concede più tempo e assicura: «Per i partner europei non cambierà niente, a convertire il denaro ci penserà Gazprombank».Con i prezzi alle stelle, le aste estive vanno deserte. Nonostante lo stato di pre allerta, ancora esportiamo oro azzurro e non abbiamo programmi per razionalizzarne l’uso.Lo speciale contiene due articoliIeri la Germania ha annunciato l’inizio di un piano di emergenza nel caso in cui la Russia decida di sospendere le forniture di gas. La mossa non stupisce, ma è giusto sapere che il piano è stato solo attivato ieri, pur essendo stato pensato anni fa. Tutto ha avuto inizio nel 2010, con il regolamento 994 voluto dall’Unione europea, abrogato successivamente con la misura 1938 del 2017. Secondo questo insieme di norme, ogni Stato membro dell’Ue deve redigere, con periodici aggiornamenti, tre documenti utili a descrivere i rischi dei sistemi nazionali del gas naturale, ad attuare precauzioni affinché il rischio sia mitigato e a gestire situazioni di crisi. Questi documenti sono la «valutazione del rischio» (risk assessment), il «piano di azione preventiva» (preventive action plan) ed il «piano di emergenza» (emergency plan). In particolare, ieri il ministro tedesco dell’Economia, Robert Habeck, ha annunciato l’attivazione del terzo documento. A sua volta, il piano tedesco prevede tre livelli di allarme e ieri Berlino ha deciso di mettere in piedi la prima fase. L’obiettivo è che venga costituita un’unità di crisi, controllata dal ministero dell’Economia, per monitorare il livello delle forniture di gas (ad oggi, gli impianti di stoccaggio del gas della Germania sono pieni al 26,5% ma il governo vorrebbe che si arrivasse almeno al 40% entro il prossimo anno). Nel frattempo, mentre Habeck ha chiesto ai cittadini di limitare i consumi (anche se ha ribadito che non c’è ancora carenza di gas), il governo ha già in mente le altre due fasi del piano che riguardano il taglio delle forniture per i settori aziendali meno energivori a favore di ospedali e case private. Solo in ultima istanza si chiederebbe ai cittadini di tagliare l’utilizzo del gas. Il motivo alla base di queste precauzioni è chiaro. A partire da domani, primo aprile, ai Paesi ritenuti ostili per la Russia dovrebbe essere chiesto di pagare il gas in rubli, fatto a cui tutti i Paesi occidentali - Italia inclusa - sono contrari. Il condizionale, in realtà, è d’obbligo. Ieri il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha fatto sapere che i Paesi compratori di gas non saranno obbligati a passare ai rubli già da domani perché «i pagamenti e la consegna sono un processo che richiede tempo». Intanto, il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, e il presidente russo, Vladimir Putin, si sono sentiti per parlare di nuovi negoziati legati proprio al pagamento del gas. Secondo quanto riferisce il Cremlino, i due leader avrebbero concordato sul fatto che un eventuale pagamento in rubli non vanificherebbe la validità dei contratti in essere, tema che sempre ieri sarebbe stato discusso anche durante una telefonata con Mario Draghi.L’idea proposta dalla Russia, sarebbe quella di avere un pagamento comunque in rubli, ma a un cambio prestabilito deciso dalla Banca centrale russa. «Solo la valuta di pagamento sta cambiando, la valuta del contratto no», ha detto una fonte all’agenzia Reuters. Per esempio, per gli accordi conclusi in euro, il pagamento dovrebbe essere effettuato al tasso di cambio ufficiale rublo/euro fissato dalla Banca centrale russa, ha ribadito la fonte. In definitiva, Putin avrebbe fatto concessioni sulla tempistica di adeguamento alla richiesta di Mosca, ma questa sarebbe stata ribadita e, in modalità da stabilire nei dettagli, accettata dalle controparti.Invero, lo schema proposto è solo una delle opzioni. Secondo una terza fonte russa citata da Reuters, Gazprombank, la terza banca più grande della Russia, potrebbe servire come intermediario per le transazioni tra gli acquirenti di gas e Gazprom. Il portavoce di Scholz ha spiegato che, secondo lo zar, «per i partner europei non cambierebbe nulla», poiché il pagamento avverebbe sempre in euro e poi Gazprombank convertirebbe la cifra in rubli. Scholz e Putin hanno ribadito l’intenzione di risentirsi per raggiungere un compromesso definitivo che al momento non esiste. Intanto, Putin dovrà parlare anche con Gazprom e con la Banca centrale russa per capire come attivare la procedura, se davvero alcuni Paesi europei accetteranno di pagare nella valuta russa.Fatto sta che Gazprom, che rappresenta il 40% delle importazioni di gas europee, pur non rivelando i prezzi del gas paese per Paese, ha pianificato di far pagare ai Paesi occidentali una media di 296 dollari per 1.000 metri cubi quest’anno, dai 280 dollari del 2021. D’altronde, la sola notizia dell’attivazione di un piano preventivo da parte della Germania ha fatto salire il prezzo del gas all’hub di Amsterdam del 13%, portandolo a 122 euro per megawattora.La reazione del mercato è motivata dai timori sugli effetti di uno stop alle forniture di gas per l’economia tedesca. Secondo diversi esperti, la chiusura dei rubinetti potrebbe portare a una recessione della locomotiva tedesca e a un’ulteriore crescita dell’inflazione, cioè dell’aumento dei prezzi combinato con la diminuzione del potere d’acquisto. Stando alle stime, in caso di stop alle forniture, i livelli del costo della vita potrebbero raggiungere circa il 9% rispetto agli attuali valori intorno al 5,5%, diventando quindi tra i più alti del Vecchio continente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/berlino-attiva-il-piano-per-lemergenza-gas-2657066956.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="stoccaggi-invernali-al-palo-rischiamo-il-grande-gelo-ma-cingolani-naviga-a-vista" data-post-id="2657066956" data-published-at="1648673811" data-use-pagination="False"> Stoccaggi invernali al palo. Rischiamo il grande gelo ma Cingolani naviga a vista Dopo l’annuncio del ministro tedesco dell’Economia e dell’Azione per il clima, Robert Habeck, anche la Germania, da ieri, si trova in stato di allerta precoce per quanto riguarda le forniture di gas. Scriviamo «anche», perché l’Italia è già in condizione di preallarme dallo scorso 26 febbraio. Quasi certamente, però, in Italia e all’estero non se n’è accorto nessuno. Come La Verità ha scritto il primo marzo scorso, il ministero della Transizione ecologica ha dichiarato lo stato di preallarme gas il 26 febbraio, cui è seguito il decreto legge 28 febbraio 2022, n. 16, che all’articolo 2 ha modificato la legge che regolava la procedura cosiddetta di emergenza gas, risalente al 2011. In base a questo decreto, possono essere adottate le misure finalizzate all’aumento della disponibilità di gas e alla riduzione programmata dei consumi previste dal Piano di emergenza del sistema italiano gas con un semplice atto di indirizzo del ministro della Transizione ecologica. Dunque, formalmente, la strada è spianata da oltre un mese per prendere provvedimenti, anche drastici, tesi a risparmiare energia, rallentare lo svuotamento degli stoccaggi, utilizzare le flessibilità già previste con i clienti che possono ridurre il carico. Forse si potevano evitare le esportazioni di gas che, sia pure per volumi bassi, si sono verificate anche in questi giorni verso Nord attraverso il passo Gries, oppure dare indirizzi a Terna per minimizzare ove possibile l’utilizzo di risorse per il bilanciamento alimentate a gas. Ma nulla di tutto questo è accaduto. Se è vero che il preallarme è soprattutto una fase di monitoraggio, è anche vero che in questo frattempo molte cose si potevano fare. Tra l’altro, l’emergenza gas normalmente termina oggi, ma ancora non si sa se sarà prorogata a comprendere l’estate e il prossimo inverno. C’è da chiedersi, poi, se il piano di emergenza sia stato adattato alla nuova situazione, nella quale da un momento all’altro può venire a mancare in via definitiva il flusso di gas dalla Russia, che negli ultimi mesi si è attestato tra i 50 e i 70 milioni di metri cubi al giorno. Esiste un contingency plan che consideri strutturalmente questa riduzione? Quali provvedimenti immediati verrebbero presi, considerato che la legge cui fa riferimento il piano tutela innanzitutto i consumi civili? È vero che i consumi delle famiglie per il riscaldamento si azzerano d’estate, ma il fabbisogno dall’estero del sistema gas italiano non cala in maniera corrispondente. Abbiamo sempre bisogno, mediamente, della stessa quantità mensile di gas dall’estero per riempire gli stoccaggi durante l’estate. A questo proposito, il caso delle aste per lo stoccaggio è paradigmatico. Data la situazione straordinaria del mercato all’ingrosso, con prezzi elevatissimi, era evidente che porre a zero il corrispettivo per il servizio di stoccaggio, come è stato fatto per decreto, non avrebbe di per sé fatto accorrere gli operatori del libero mercato a partecipare alle aste. La situazione attuale del mercato è tale per cui il gas estivo costa più di quello del prossimo inverno: dunque non c’è convenienza economica per gli operatori in condizioni di libero mercato a partecipare alle aste con cui si assegna il volume degli stoccaggi. Negli ultimi 15 giorni si sono succedute cinque aste per l’assegnazione di spazio in stoccaggio, che sono andate sostanzialmente deserte (tranne una per quantitativi molto modesti su un servizio particolare, il fast cycle). A 24 ore dall’avvio della stagione, con l’incombente rischio di un taglio della fornitura russa e con l’obiettivo (a questo punto più che ambizioso) di riempire gli stoccaggi al 90% entro il 15 ottobre, ancora non si sa chi e come deve comprare il gas da mettere a riserva. Eppure, il decreto sugli stoccaggi prevedeva espressamente la possibilità di assegnare incentivi agli operatori in tal senso. Si attendono le deliberazioni del ministro Roberto Cingolani, su cui ci sono diverse ipotesi. La prima è quella di bandire nuove aste per gli operatori dando a questi la possibilità di offrire prezzi negativi per aggiudicarsi lo stoccaggio. Ciò consentirebbe agli operatori di vedersi riconosciuto lo spread estate-inverno, mantenendo la responsabilità dell’acquisto del gas e delle operazioni di iniezione. La seconda possibilità è quella che sia un soggetto istituzionale «di ultima istanza», che potrebbe essere la stessa Snam, a occuparsi dell’intero ciclo degli stoccaggi. Del resto, siamo in un momento storico in cui il mercato non è in grado di fornire un servizio di sicurezza degli approvvigionamenti, a regole attuali. Occorre prenderne atto e agire di conseguenza. Ieri, Cingolani era Berlino per la firma dell’accordo di sussidiarietà tra Germania e Italia, che regola le forme di mutua assistenza in caso di grave carenza di gas. Accordi simili sono già stati stipulati con altri Paesi dell’Ue sia dalla Germania sia dall’Italia. Partecipando poi al Berlin energy transition dialogue, il ministro ha detto che «sull’accordo di solidarietà sul gas fra Italia e Germania c’è piena intesa col governo tedesco: noi abbiamo chiesto un paio di settimane di tempo, per capire come lanciare le gare per lo stoccaggio». Ora però il tempo stringe e i fronti di incertezza sono davvero troppi, anche per un Paese cui magari manca una seria cultura della programmazione, ma che non può continuare a campare alla giornata.
Luca Ciriani (Ansa)
«L’Italia tanti anni fa ha deciso frettolosamente di uscire dal nucleare, ma noi speriamo quanto prima di poter finalmente impiantare centrali di nuova generazione nel nostro Paese, come avviene in Francia come avviene in tanti Paesi da cui noi importiamo energia elettrica prodotta dal nucleare». Niente più tabù sul referendum dopo la sconfitta subita sulla riforma della giustizia ma, soprattutto, niente più tabù sulle centrali nucleari in Italia. Non si può più aspettare, per Ciriani, perché «con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto che l’Italia è un Paese che dipendeva per quasi la metà dei suoi approvvigionamenti energetici dalla Russia, un Paese ostile, antidemocratico, una dittatura, e abbiamo all’improvviso dovuto correre ai ripari cercando di trovare da altri Paesi forniture che riducessero e cancellassero la nostra dipendenza dalla Russia».
Oggi l’Italia cerca l’indipendenza energetica, un percorso lungo che va intrapreso prima possibile. «Immagino discuteremo anche su questo», ha proseguito il ministro, «però noi ci prendiamo la responsabilità di indicare al Paese quali sono le strade da percorrere. Vedremo quello che succederà». Dal suo entourage, dopo l’intervento, si sono affrettati a spiegare che non si trattava di un annuncio ma di «un’ipotesi», «una supposizione del ministro».
Non solo energia, però, perché Ciriani ha parlato anche di legge elettorale, ribadendo: «Vogliamo fare una legge proporzionale con una soglia di sbarramento non troppo elevata, con un piccolo premio di maggioranza, un premio di maggioranza proporzionale, che è un premio, coerente con le indicazioni che ha dato la Consulta, pertanto intorno al 42%. Però il principio è che una coalizione che raggiunge un certo consenso ha un certo premio, non superiore a una certa soglia, in modo tale da impedire che chiunque vinca possa, oltre a vincere, scegliersi non solo il presidente della Camera e del Senato, ma anche il presidente della Repubblica». E sul Pd: «Credo che Elly Schlein abbia la legittima ambizione di fare il presidente del Consiglio nel 2027, ma con questa legge elettorale il rischio molto concreto è che lei non lo possa mai più fare, perché se il Parlamento è ingovernabile, sicuramente non sarà il leader del Pd a tenere insieme una maggioranza politica tra destra e sinistra, una maggioranza tecnica o una maggioranza che comunque esce dei giochi del potere del palazzo dopo il voto». Un sistema che, secondo Ciriani, «piace solo ai partiti del 2-3% che determinano la sopravvivenza dei governi inventandosi alleanze successive al voto». La speranza è che «entro la fine del mese di giugno, si possa approvare almeno in prima lettura alla Camera», ha continuato il ministro, perché «c’è la massima volontà di accelerare l’approvazione. Dopo aver atteso le proposte del centrosinistra che non sono mai arrivate, il centrodestra ha deciso, naturalmente col consenso del governo, di accelerare».
Anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha partecipato al Festival dell’economia di Trento, annunciando «un milione di assunzioni nei prossimi 6-7 anni. Nel 2026 contiamo di assumere tra le 200.000 e le 250.000 persone». Poi ha spiegato: «I rinnovi dei contratti sono uno dei processi che mi hanno dato più soddisfazione in questi anni. Per la prima volta nella storia abbiamo avviato le trattative di rinnovo nel primo anno di riferimento. Abbiamo già firmato il contratto della scuola e siamo ormai arrivati in fase finale delle funzioni centrali che credo si chiuderà a giugno. Abbiamo, poi, avviato le trattative per i contratti della sanità e degli enti locali. Mi sono preso l’impegno di chiudere entro quest’anno la tornata 2025-2027 ma il mio obiettivo personale è quello di chiuderla prima dell’estate. Questa è una notizia bella per i nostri dipendenti perché non facciamo più contratti con anni di ritardo e diamo continuità. L’altra buona notizia è che ci sono già le risorse per la tornata di rinnovo successiva che è quella 2028-2030».
L’ospite d’onore è stata il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha consegnato il suo intervento in un videomessaggio. «La strategia del governo è stata chiara fin dall’inizio: sostenere chi crea ricchezza e posti di lavoro», ha detto il premier illustrando i risultati del suo esecutivo, «L’occupazione in Italia ha raggiunto livelli record con 1.200.000 occupati stabili in più e 550.000 precari in meno. Il tasso di disoccupazione sia generale che giovanile ha raggiunto i livelli minimi di sempre e per la prima volta nella storia abbiamo superato il tetto dei 10 milioni di donne lavoratrici». Infine ha rivendicato «il taglio del costo del lavoro» e «l’aumento del netto in busta paga per milioni di lavoratori, soprattutto per i redditi medio-bassi».
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Il Kennedy Space Center della Nasa a Titusville in Florida (Ansa)
Aziende private lanciano satelliti, gestiscono costellazioni e offrono servizi che un tempo erano appannaggio esclusivo dei governi. In particolare, aziende private - come Space X e Blue Origin - stanno abbattendo i costi di accesso allo Spazio, passando da sistemi di proprietà governativa a un mercato commerciale e competitivo.
In tutto questo, dove si colloca l’Europa? Riuscirà a mantenere un ruolo sostanziale senza dipendere da tecnologie prodotte altrove? Mentre procediamo verso quella che la Nasa ha definito la «seconda era spaziale», l’autonomia strategica diventa improvvisamente centrale per l’Ue. Ed è sempre più essenziale che l’Europa possa raggiungere, controllare e proteggere i propri sistemi spaziali, senza vincoli. Lo Spazio un tempo era principalmente legato alla scienza o al business, ma ora è una risorsa di fondamentale importanza per l’Ue. Quasi tutto - finanza, comunicazioni, trasporti, sicurezza - dipende dalla tecnologia spaziale. Ma c’è un problema: molti componenti e servizi cruciali provengono ancora da fuori Europa. Questo tipo di dipendenza non è sostenibile se si vuole esercitare una reale influenza globale, in un contesto dove chi controlla le infrastrutture detta legge. La governance spaziale europea è invece frammentata tra le istituzioni dell’Ue, l’Agenzia spaziale europea, i Paesi membri e le aziende. Anche i finanziamenti mostrano criticità: i bilanci europei sono (notevolmente) inferiori a quelli di Usa e Cina, soprattutto in materia di difesa e sicurezza. Inoltre, la cultura imprenditoriale europea è restia a farsi coinvolgere, dato che l’industria e le startup non godono della stessa propensione al rischio che troverebbero Oltreoceano. L’Europa deve ridurre al più presto la sua dipendenza, concentrandosi sullo sviluppo delle proprie catene di approvvigionamento per tecnologie come chip speciali, sistemi di propulsione avanzati, crittografia e infrastrutture di terra sicure. L’Europa dovrebbe inoltre incrementare gli sforzi della ricerca privata, soprattutto in settori come i sistemi di lancio riutilizzabili, i servizi in orbita e la sicurezza informatica dei satelliti. Tutto questo richiede investimenti: bisogna quindi creare strumenti finanziari che combinino fondi dell’Unione europea, nazionali e privati per aiutare le nuove aziende spaziali europee a crescere.
Un’opportunità emergente è quella dello Spazio cislunare. Parliamo della regione dello Spazio tra la Terra e la Luna, generalmente considerato poco più di un corridoio. Ma ora gli Usa ne hanno fatto un pivot di competizione strategica. Al momento, non esiste un piano per amministrare o difendere quella che sta diventando una delle aree spaziali più importanti. Gli attuali sistemi di controllo sono inadatti a monitorare le attività in questo sistema che si sta trasformando in un ambiente affollato da molteplici attori statali, commerciali e ibridi, con una vasta gamma di idee e obiettivi. Queste attività spaziano dalla ricerca, allo sviluppo e all’esplorazione, fino alla raccolta di informazioni di intelligence, alla trasmissione sicura di dati e a operazioni di prossimità ambigue che confondono il confine tra uso pacifico e militare.
La prospettiva di un conflitto nello Spazio cislunare non è più quindi puramente teorica, ma sempre più plausibile. I conflitti «terrestri» perdono di rilevanza, rispetto a questo nuovo scenario. E questo è uno dei messaggi in filigrana emersi dal recente incontro tra Donald Trump e Xi Jinping. La scelta non è tra militarizzare lo Spazio o preservare un bene comune pacifico. L’unica scelta è tra amministrare deliberatamente lo Spazio cislunare o permettere ad altri di definire un proprio ordine. Per questo il nuovo amministratore Nasa, nel presentare ai primi di marzo Ignition - la nuova strategia Usa per lo Spazio - ha parlato della competizione in atto con il «vero rivale geopolitico» - la Cina - rimarcando che «la differenza tra successo e fallimento si misurerà in mesi, non in anni. Potremmo arrivare presto, ma la storia recente suggerisce che potremmo arrivare tardi». Uno degli elementi principali dei piani presentati a Ignition è stato il blocco del progetto del Lunar gateway (parte centrale del programma Artemis), delegandone l’eventuale costruzione e gestione ai privati, e orientandosi verso la costruzione di una base lunare, con tanto di centrale nucleare e strutture di deposito per i dati della Intelligenza artificiale. I partner internazionali sono stati colti alla sprovvista: lo smantellamento del Gateway significa incertezza sugli investimenti realizzati per Artemis, e molti elementi già progettati potrebbero non essere riutilizzabili per una base lunare.
A prescindere dal danno economico e dallo scompiglio generato, tutto questo deve portarci a interrogarci sul senso della collaborazione con gli Usa. Siamo partner o comprimari irrilevanti? Su tutto questo la politica tace o è assente. Qualcuno dovrebbe risvegliarla. La seconda era spaziale non aspetterà l’Europa. L’Europa deve decidere. Vuole essere leader o limitarsi a osservare da bordo campo? È ancora possibile permettersi di non avere una politica industriale spaziale ben definita e attentamente monitorata? Occorre apportare cambiamenti significativi e velocemente. L’Ue deve agire ora: deve investire in modo ambizioso, innovare con urgenza, governare in modo coeso e sviluppare capacità spaziali indipendenti e resilienti. L’opportunità per l’Europa di assumere un ruolo guida è aperta. Ma si sta chiudendo rapidamente.
di Mariano Bizzarri, Coordinatore scientifico del comitato interministeriale per lo Spazio
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Ansa
Ieri il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha annunciato che droni dei servizi di sicurezza hanno raggiunto e colpito un importante impianto chimico russo, implicato in produzioni a scopo militare, situato a 1.700 km dal confine. È la Metafrax Chemicals di Gubakha, nella regione di Perm, presso la catena dei monti Urali. Ha detto il leader di Kiev: «Sono grato al Servizio di sicurezza dell’Ucraina per aver colpito una delle più importanti imprese militar-industriali della Russia. I prodotti della Metafrax Chemicals supportano dozzine di altre industrie militari russe inclusi quelli di equipaggiamento d’aviazione e droni, motori di missili ed esplosivi». L’attacco è avvenuto nella notte fra venerdì e sabato e ha causato la sospensione della produzione. L’impianto produce precursori di esplosivi e di carburanti di razzi, come ammoniaca, urea e melammina, e ha una capacità quotidiana di 900 tonnellate di ammoniaca e 1.600 tonnellate di urea.
La Metafrax era stata attaccata già lo scorso 17 febbraio e in quell’occasione erano stati impiegati droni An-196 Liutyi prodotti dalla celebre azienda aeronautica Antonov. Probabilmente è lo stesso drone usato anche per l’azione di ieri. È tra i mezzi più efficaci del servizio di sicurezza Sbu, il servizio segreto di Kiev che ha il monopolio degli attacchi in profondità. Lungo 4,4 metri e con apertura alare di 6,7 metri, il Liutyi è spinto da un motore a elica importato dalla Germania, un Hirth F-23 da 50 cavalli, e pesa al decollo 300 kg di cui fra 50 e 75 kg, a seconda della missione, spettanti alla testata esplosiva. Il suo raggio d’azione arriva fino a 2.000 km. Il sistema di guida s’avvale dell’intelligenza artificiale, un settore in cui l’Ucraina ha investito molto nell’ambito del suo piano di produzione di droni, ma anche della guida satellitare tipo Gps o Glonass. È solo uno degli ordigni che gli ucraini hanno sviluppato dal 2022 per portare la guerra nel cuore della Russia.
L’Sbu ha colpito una volta di più Mosca, domenica, utilizzando altri due tipi di droni, il Fire Point FP-1 e l’RS-1 Bars, più un terzo tipo di cui si sa ancora poco, il Bars-SM Gladiator. Giovedì è stata centrata la sede del servizio segreto russo Fsb nella regione annessa di Kherson, dove si sono avuti 100 morti. Poi nella notte fra giovedì e venerdì è stato bombardato il dormitorio studentesco di Starobilsk, nella regione ucraina russofona di Lugansk, annessa alla Russia. Raid il cui bilancio è arrivato ieri a 18 morti e 42 feriti. Dalle macerie sono stati estratti corpi di quattro bambini. Gli ucraini sostengono che l’edificio celasse un centro di guida di droni russi dell’unità Rubicon. Putin, invece, ha annunciato una rappresaglia, con Zelensky che ha avvisato i cittadini ucraini di un possibile attacco con missili Oreshnik. Sabato altri droni di Kiev hanno incendiato il terminal petrolifero di Sheskharis e il deposito di greggio di Grushovaya, nella regione di Novorossiysk, nonché la nave cisterna Chrysalis, reputata da Kiev parte della «flotta ombra».
Per gli attacchi a lungo raggio gli ucraini hanno messo a punto vari sistemi di guida dei velivoli oltre la linea dell’orizzonte, ovviando alla curvatura terrestre che limita i segnali diretti da stazioni terrestri. Sono stati usati droni ripetitori che, volando ad alta quota, fanno da ponte radio per rimandare i segnali guida da terra. L’uso dell’IA permette inoltre ad alcuni di questi tipi di orientarsi sulla base di una mappa memorizzata. Molto importante s’è dimostrato anche lo sfruttamento della rete telefonica cellulare russa per inviare segnali di guida a una scheda Sim installata sul drone stesso. In certe occasioni, magari per la guida terminale vicino dall’obbiettivo, possono essere stati utilizzati segnali, radio o forse laser, mandati da terra da agenti dell’Sbu infiltrati in Russia. Il che spiega anche perché proprio un’agenzia di spionaggio, più che l’Aeronautica di Kiev, sia responsabile di tali raid.
L’invio dei droni kamikaze su obbiettivi non solo militari ma anche civili in larga parte della Russia non ha solo lo scopo di rispondere alle massicce incursioni che gli stessi russi compiono. È anche una forma di pressione politica, come lo stesso Zelensky ha rimarcato, definendo i raid su strutture produttive ed energetiche «le nostre sanzioni a lungo raggio» e affermando che «occorre far capire a Mosca che continuare la guerra costa caro».
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