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2022-03-31
Gas: Berlino ha un piano, Cingolani che fa?
Stefano Cingolani (imagoeconomica)
Ieri la Germania ha annunciato l’inizio di un piano di emergenza nel caso in cui la Russia decida di sospendere le forniture di gas. La mossa non stupisce, ma è giusto sapere che il piano è stato solo attivato ieri, pur essendo stato pensato anni fa.
Tutto ha avuto inizio nel 2010, con il regolamento 994 voluto dall’Unione europea, abrogato successivamente con la misura 1938 del 2017. Secondo questo insieme di norme, ogni Stato membro dell’Ue deve redigere, con periodici aggiornamenti, tre documenti utili a descrivere i rischi dei sistemi nazionali del gas naturale, ad attuare precauzioni affinché il rischio sia mitigato e a gestire situazioni di crisi. Questi documenti sono la «valutazione del rischio» (risk assessment), il «piano di azione preventiva» (preventive action plan) ed il «piano di emergenza» (emergency plan). In particolare, ieri il ministro tedesco dell’Economia, Robert Habeck, ha annunciato l’attivazione del terzo documento.
A sua volta, il piano tedesco prevede tre livelli di allarme e ieri Berlino ha deciso di mettere in piedi la prima fase. L’obiettivo è che venga costituita un’unità di crisi, controllata dal ministero dell’Economia, per monitorare il livello delle forniture di gas (ad oggi, gli impianti di stoccaggio del gas della Germania sono pieni al 26,5% ma il governo vorrebbe che si arrivasse almeno al 40% entro il prossimo anno).
Nel frattempo, mentre Habeck ha chiesto ai cittadini di limitare i consumi (anche se ha ribadito che non c’è ancora carenza di gas), il governo ha già in mente le altre due fasi del piano che riguardano il taglio delle forniture per i settori aziendali meno energivori a favore di ospedali e case private. Solo in ultima istanza si chiederebbe ai cittadini di tagliare l’utilizzo del gas.
Il motivo alla base di queste precauzioni è chiaro. A partire da domani, primo aprile, ai Paesi ritenuti ostili per la Russia dovrebbe essere chiesto di pagare il gas in rubli, fatto a cui tutti i Paesi occidentali - Italia inclusa - sono contrari.
Il condizionale, in realtà, è d’obbligo. Ieri il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha fatto sapere che i Paesi compratori di gas non saranno obbligati a passare ai rubli già da domani perché «i pagamenti e la consegna sono un processo che richiede tempo». Intanto, il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, e il presidente russo, Vladimir Putin, si sono sentiti per parlare di nuovi negoziati legati proprio al pagamento del gas. Secondo quanto riferisce il Cremlino, i due leader avrebbero concordato sul fatto che un eventuale pagamento in rubli non vanificherebbe la validità dei contratti in essere, tema che sempre ieri sarebbe stato discusso anche durante una telefonata con Mario Draghi.
L’idea proposta dalla Russia, sarebbe quella di avere un pagamento comunque in rubli, ma a un cambio prestabilito deciso dalla Banca centrale russa. «Solo la valuta di pagamento sta cambiando, la valuta del contratto no», ha detto una fonte all’agenzia Reuters. Per esempio, per gli accordi conclusi in euro, il pagamento dovrebbe essere effettuato al tasso di cambio ufficiale rublo/euro fissato dalla Banca centrale russa, ha ribadito la fonte. In definitiva, Putin avrebbe fatto concessioni sulla tempistica di adeguamento alla richiesta di Mosca, ma questa sarebbe stata ribadita e, in modalità da stabilire nei dettagli, accettata dalle controparti.
Invero, lo schema proposto è solo una delle opzioni. Secondo una terza fonte russa citata da Reuters, Gazprombank, la terza banca più grande della Russia, potrebbe servire come intermediario per le transazioni tra gli acquirenti di gas e Gazprom. Il portavoce di Scholz ha spiegato che, secondo lo zar, «per i partner europei non cambierebbe nulla», poiché il pagamento avverebbe sempre in euro e poi Gazprombank convertirebbe la cifra in rubli. Scholz e Putin hanno ribadito l’intenzione di risentirsi per raggiungere un compromesso definitivo che al momento non esiste. Intanto, Putin dovrà parlare anche con Gazprom e con la Banca centrale russa per capire come attivare la procedura, se davvero alcuni Paesi europei accetteranno di pagare nella valuta russa.
Fatto sta che Gazprom, che rappresenta il 40% delle importazioni di gas europee, pur non rivelando i prezzi del gas paese per Paese, ha pianificato di far pagare ai Paesi occidentali una media di 296 dollari per 1.000 metri cubi quest’anno, dai 280 dollari del 2021.
D’altronde, la sola notizia dell’attivazione di un piano preventivo da parte della Germania ha fatto salire il prezzo del gas all’hub di Amsterdam del 13%, portandolo a 122 euro per megawattora.
La reazione del mercato è motivata dai timori sugli effetti di uno stop alle forniture di gas per l’economia tedesca. Secondo diversi esperti, la chiusura dei rubinetti potrebbe portare a una recessione della locomotiva tedesca e a un’ulteriore crescita dell’inflazione, cioè dell’aumento dei prezzi combinato con la diminuzione del potere d’acquisto. Stando alle stime, in caso di stop alle forniture, i livelli del costo della vita potrebbero raggiungere circa il 9% rispetto agli attuali valori intorno al 5,5%, diventando quindi tra i più alti del Vecchio continente.
Stoccaggi invernali al palo. Rischiamo il grande gelo ma Cingolani naviga a vista
Dopo l’annuncio del ministro tedesco dell’Economia e dell’Azione per il clima, Robert Habeck, anche la Germania, da ieri, si trova in stato di allerta precoce per quanto riguarda le forniture di gas.
Scriviamo «anche», perché l’Italia è già in condizione di preallarme dallo scorso 26 febbraio. Quasi certamente, però, in Italia e all’estero non se n’è accorto nessuno. Come La Verità ha scritto il primo marzo scorso, il ministero della Transizione ecologica ha dichiarato lo stato di preallarme gas il 26 febbraio, cui è seguito il decreto legge 28 febbraio 2022, n. 16, che all’articolo 2 ha modificato la legge che regolava la procedura cosiddetta di emergenza gas, risalente al 2011. In base a questo decreto, possono essere adottate le misure finalizzate all’aumento della disponibilità di gas e alla riduzione programmata dei consumi previste dal Piano di emergenza del sistema italiano gas con un semplice atto di indirizzo del ministro della Transizione ecologica.
Dunque, formalmente, la strada è spianata da oltre un mese per prendere provvedimenti, anche drastici, tesi a risparmiare energia, rallentare lo svuotamento degli stoccaggi, utilizzare le flessibilità già previste con i clienti che possono ridurre il carico. Forse si potevano evitare le esportazioni di gas che, sia pure per volumi bassi, si sono verificate anche in questi giorni verso Nord attraverso il passo Gries, oppure dare indirizzi a Terna per minimizzare ove possibile l’utilizzo di risorse per il bilanciamento alimentate a gas. Ma nulla di tutto questo è accaduto. Se è vero che il preallarme è soprattutto una fase di monitoraggio, è anche vero che in questo frattempo molte cose si potevano fare. Tra l’altro, l’emergenza gas normalmente termina oggi, ma ancora non si sa se sarà prorogata a comprendere l’estate e il prossimo inverno.
C’è da chiedersi, poi, se il piano di emergenza sia stato adattato alla nuova situazione, nella quale da un momento all’altro può venire a mancare in via definitiva il flusso di gas dalla Russia, che negli ultimi mesi si è attestato tra i 50 e i 70 milioni di metri cubi al giorno. Esiste un contingency plan che consideri strutturalmente questa riduzione? Quali provvedimenti immediati verrebbero presi, considerato che la legge cui fa riferimento il piano tutela innanzitutto i consumi civili? È vero che i consumi delle famiglie per il riscaldamento si azzerano d’estate, ma il fabbisogno dall’estero del sistema gas italiano non cala in maniera corrispondente. Abbiamo sempre bisogno, mediamente, della stessa quantità mensile di gas dall’estero per riempire gli stoccaggi durante l’estate.
A questo proposito, il caso delle aste per lo stoccaggio è paradigmatico. Data la situazione straordinaria del mercato all’ingrosso, con prezzi elevatissimi, era evidente che porre a zero il corrispettivo per il servizio di stoccaggio, come è stato fatto per decreto, non avrebbe di per sé fatto accorrere gli operatori del libero mercato a partecipare alle aste. La situazione attuale del mercato è tale per cui il gas estivo costa più di quello del prossimo inverno: dunque non c’è convenienza economica per gli operatori in condizioni di libero mercato a partecipare alle aste con cui si assegna il volume degli stoccaggi.
Negli ultimi 15 giorni si sono succedute cinque aste per l’assegnazione di spazio in stoccaggio, che sono andate sostanzialmente deserte (tranne una per quantitativi molto modesti su un servizio particolare, il fast cycle). A 24 ore dall’avvio della stagione, con l’incombente rischio di un taglio della fornitura russa e con l’obiettivo (a questo punto più che ambizioso) di riempire gli stoccaggi al 90% entro il 15 ottobre, ancora non si sa chi e come deve comprare il gas da mettere a riserva. Eppure, il decreto sugli stoccaggi prevedeva espressamente la possibilità di assegnare incentivi agli operatori in tal senso.
Si attendono le deliberazioni del ministro Roberto Cingolani, su cui ci sono diverse ipotesi. La prima è quella di bandire nuove aste per gli operatori dando a questi la possibilità di offrire prezzi negativi per aggiudicarsi lo stoccaggio. Ciò consentirebbe agli operatori di vedersi riconosciuto lo spread estate-inverno, mantenendo la responsabilità dell’acquisto del gas e delle operazioni di iniezione. La seconda possibilità è quella che sia un soggetto istituzionale «di ultima istanza», che potrebbe essere la stessa Snam, a occuparsi dell’intero ciclo degli stoccaggi. Del resto, siamo in un momento storico in cui il mercato non è in grado di fornire un servizio di sicurezza degli approvvigionamenti, a regole attuali. Occorre prenderne atto e agire di conseguenza.
Ieri, Cingolani era Berlino per la firma dell’accordo di sussidiarietà tra Germania e Italia, che regola le forme di mutua assistenza in caso di grave carenza di gas. Accordi simili sono già stati stipulati con altri Paesi dell’Ue sia dalla Germania sia dall’Italia. Partecipando poi al Berlin energy transition dialogue, il ministro ha detto che «sull’accordo di solidarietà sul gas fra Italia e Germania c’è piena intesa col governo tedesco: noi abbiamo chiesto un paio di settimane di tempo, per capire come lanciare le gare per lo stoccaggio». Ora però il tempo stringe e i fronti di incertezza sono davvero troppi, anche per un Paese cui magari manca una seria cultura della programmazione, ma che non può continuare a campare alla giornata.
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La Germania annuncia una task force e un sistema di razionamenti. Olaf Scholz e lo zar trattano sul pagamento in rubli delle forniture Mosca concede più tempo e assicura: «Per i partner europei non cambierà niente, a convertire il denaro ci penserà Gazprombank».Con i prezzi alle stelle, le aste estive vanno deserte. Nonostante lo stato di pre allerta, ancora esportiamo oro azzurro e non abbiamo programmi per razionalizzarne l’uso.Lo speciale contiene due articoliIeri la Germania ha annunciato l’inizio di un piano di emergenza nel caso in cui la Russia decida di sospendere le forniture di gas. La mossa non stupisce, ma è giusto sapere che il piano è stato solo attivato ieri, pur essendo stato pensato anni fa. Tutto ha avuto inizio nel 2010, con il regolamento 994 voluto dall’Unione europea, abrogato successivamente con la misura 1938 del 2017. Secondo questo insieme di norme, ogni Stato membro dell’Ue deve redigere, con periodici aggiornamenti, tre documenti utili a descrivere i rischi dei sistemi nazionali del gas naturale, ad attuare precauzioni affinché il rischio sia mitigato e a gestire situazioni di crisi. Questi documenti sono la «valutazione del rischio» (risk assessment), il «piano di azione preventiva» (preventive action plan) ed il «piano di emergenza» (emergency plan). In particolare, ieri il ministro tedesco dell’Economia, Robert Habeck, ha annunciato l’attivazione del terzo documento. A sua volta, il piano tedesco prevede tre livelli di allarme e ieri Berlino ha deciso di mettere in piedi la prima fase. L’obiettivo è che venga costituita un’unità di crisi, controllata dal ministero dell’Economia, per monitorare il livello delle forniture di gas (ad oggi, gli impianti di stoccaggio del gas della Germania sono pieni al 26,5% ma il governo vorrebbe che si arrivasse almeno al 40% entro il prossimo anno). Nel frattempo, mentre Habeck ha chiesto ai cittadini di limitare i consumi (anche se ha ribadito che non c’è ancora carenza di gas), il governo ha già in mente le altre due fasi del piano che riguardano il taglio delle forniture per i settori aziendali meno energivori a favore di ospedali e case private. Solo in ultima istanza si chiederebbe ai cittadini di tagliare l’utilizzo del gas. Il motivo alla base di queste precauzioni è chiaro. A partire da domani, primo aprile, ai Paesi ritenuti ostili per la Russia dovrebbe essere chiesto di pagare il gas in rubli, fatto a cui tutti i Paesi occidentali - Italia inclusa - sono contrari. Il condizionale, in realtà, è d’obbligo. Ieri il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha fatto sapere che i Paesi compratori di gas non saranno obbligati a passare ai rubli già da domani perché «i pagamenti e la consegna sono un processo che richiede tempo». Intanto, il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, e il presidente russo, Vladimir Putin, si sono sentiti per parlare di nuovi negoziati legati proprio al pagamento del gas. Secondo quanto riferisce il Cremlino, i due leader avrebbero concordato sul fatto che un eventuale pagamento in rubli non vanificherebbe la validità dei contratti in essere, tema che sempre ieri sarebbe stato discusso anche durante una telefonata con Mario Draghi.L’idea proposta dalla Russia, sarebbe quella di avere un pagamento comunque in rubli, ma a un cambio prestabilito deciso dalla Banca centrale russa. «Solo la valuta di pagamento sta cambiando, la valuta del contratto no», ha detto una fonte all’agenzia Reuters. Per esempio, per gli accordi conclusi in euro, il pagamento dovrebbe essere effettuato al tasso di cambio ufficiale rublo/euro fissato dalla Banca centrale russa, ha ribadito la fonte. In definitiva, Putin avrebbe fatto concessioni sulla tempistica di adeguamento alla richiesta di Mosca, ma questa sarebbe stata ribadita e, in modalità da stabilire nei dettagli, accettata dalle controparti.Invero, lo schema proposto è solo una delle opzioni. Secondo una terza fonte russa citata da Reuters, Gazprombank, la terza banca più grande della Russia, potrebbe servire come intermediario per le transazioni tra gli acquirenti di gas e Gazprom. Il portavoce di Scholz ha spiegato che, secondo lo zar, «per i partner europei non cambierebbe nulla», poiché il pagamento avverebbe sempre in euro e poi Gazprombank convertirebbe la cifra in rubli. Scholz e Putin hanno ribadito l’intenzione di risentirsi per raggiungere un compromesso definitivo che al momento non esiste. Intanto, Putin dovrà parlare anche con Gazprom e con la Banca centrale russa per capire come attivare la procedura, se davvero alcuni Paesi europei accetteranno di pagare nella valuta russa.Fatto sta che Gazprom, che rappresenta il 40% delle importazioni di gas europee, pur non rivelando i prezzi del gas paese per Paese, ha pianificato di far pagare ai Paesi occidentali una media di 296 dollari per 1.000 metri cubi quest’anno, dai 280 dollari del 2021. D’altronde, la sola notizia dell’attivazione di un piano preventivo da parte della Germania ha fatto salire il prezzo del gas all’hub di Amsterdam del 13%, portandolo a 122 euro per megawattora.La reazione del mercato è motivata dai timori sugli effetti di uno stop alle forniture di gas per l’economia tedesca. Secondo diversi esperti, la chiusura dei rubinetti potrebbe portare a una recessione della locomotiva tedesca e a un’ulteriore crescita dell’inflazione, cioè dell’aumento dei prezzi combinato con la diminuzione del potere d’acquisto. Stando alle stime, in caso di stop alle forniture, i livelli del costo della vita potrebbero raggiungere circa il 9% rispetto agli attuali valori intorno al 5,5%, diventando quindi tra i più alti del Vecchio continente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/berlino-attiva-il-piano-per-lemergenza-gas-2657066956.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="stoccaggi-invernali-al-palo-rischiamo-il-grande-gelo-ma-cingolani-naviga-a-vista" data-post-id="2657066956" data-published-at="1648673811" data-use-pagination="False"> Stoccaggi invernali al palo. Rischiamo il grande gelo ma Cingolani naviga a vista Dopo l’annuncio del ministro tedesco dell’Economia e dell’Azione per il clima, Robert Habeck, anche la Germania, da ieri, si trova in stato di allerta precoce per quanto riguarda le forniture di gas. Scriviamo «anche», perché l’Italia è già in condizione di preallarme dallo scorso 26 febbraio. Quasi certamente, però, in Italia e all’estero non se n’è accorto nessuno. Come La Verità ha scritto il primo marzo scorso, il ministero della Transizione ecologica ha dichiarato lo stato di preallarme gas il 26 febbraio, cui è seguito il decreto legge 28 febbraio 2022, n. 16, che all’articolo 2 ha modificato la legge che regolava la procedura cosiddetta di emergenza gas, risalente al 2011. In base a questo decreto, possono essere adottate le misure finalizzate all’aumento della disponibilità di gas e alla riduzione programmata dei consumi previste dal Piano di emergenza del sistema italiano gas con un semplice atto di indirizzo del ministro della Transizione ecologica. Dunque, formalmente, la strada è spianata da oltre un mese per prendere provvedimenti, anche drastici, tesi a risparmiare energia, rallentare lo svuotamento degli stoccaggi, utilizzare le flessibilità già previste con i clienti che possono ridurre il carico. Forse si potevano evitare le esportazioni di gas che, sia pure per volumi bassi, si sono verificate anche in questi giorni verso Nord attraverso il passo Gries, oppure dare indirizzi a Terna per minimizzare ove possibile l’utilizzo di risorse per il bilanciamento alimentate a gas. Ma nulla di tutto questo è accaduto. Se è vero che il preallarme è soprattutto una fase di monitoraggio, è anche vero che in questo frattempo molte cose si potevano fare. Tra l’altro, l’emergenza gas normalmente termina oggi, ma ancora non si sa se sarà prorogata a comprendere l’estate e il prossimo inverno. C’è da chiedersi, poi, se il piano di emergenza sia stato adattato alla nuova situazione, nella quale da un momento all’altro può venire a mancare in via definitiva il flusso di gas dalla Russia, che negli ultimi mesi si è attestato tra i 50 e i 70 milioni di metri cubi al giorno. Esiste un contingency plan che consideri strutturalmente questa riduzione? Quali provvedimenti immediati verrebbero presi, considerato che la legge cui fa riferimento il piano tutela innanzitutto i consumi civili? È vero che i consumi delle famiglie per il riscaldamento si azzerano d’estate, ma il fabbisogno dall’estero del sistema gas italiano non cala in maniera corrispondente. Abbiamo sempre bisogno, mediamente, della stessa quantità mensile di gas dall’estero per riempire gli stoccaggi durante l’estate. A questo proposito, il caso delle aste per lo stoccaggio è paradigmatico. Data la situazione straordinaria del mercato all’ingrosso, con prezzi elevatissimi, era evidente che porre a zero il corrispettivo per il servizio di stoccaggio, come è stato fatto per decreto, non avrebbe di per sé fatto accorrere gli operatori del libero mercato a partecipare alle aste. La situazione attuale del mercato è tale per cui il gas estivo costa più di quello del prossimo inverno: dunque non c’è convenienza economica per gli operatori in condizioni di libero mercato a partecipare alle aste con cui si assegna il volume degli stoccaggi. Negli ultimi 15 giorni si sono succedute cinque aste per l’assegnazione di spazio in stoccaggio, che sono andate sostanzialmente deserte (tranne una per quantitativi molto modesti su un servizio particolare, il fast cycle). A 24 ore dall’avvio della stagione, con l’incombente rischio di un taglio della fornitura russa e con l’obiettivo (a questo punto più che ambizioso) di riempire gli stoccaggi al 90% entro il 15 ottobre, ancora non si sa chi e come deve comprare il gas da mettere a riserva. Eppure, il decreto sugli stoccaggi prevedeva espressamente la possibilità di assegnare incentivi agli operatori in tal senso. Si attendono le deliberazioni del ministro Roberto Cingolani, su cui ci sono diverse ipotesi. La prima è quella di bandire nuove aste per gli operatori dando a questi la possibilità di offrire prezzi negativi per aggiudicarsi lo stoccaggio. Ciò consentirebbe agli operatori di vedersi riconosciuto lo spread estate-inverno, mantenendo la responsabilità dell’acquisto del gas e delle operazioni di iniezione. La seconda possibilità è quella che sia un soggetto istituzionale «di ultima istanza», che potrebbe essere la stessa Snam, a occuparsi dell’intero ciclo degli stoccaggi. Del resto, siamo in un momento storico in cui il mercato non è in grado di fornire un servizio di sicurezza degli approvvigionamenti, a regole attuali. Occorre prenderne atto e agire di conseguenza. Ieri, Cingolani era Berlino per la firma dell’accordo di sussidiarietà tra Germania e Italia, che regola le forme di mutua assistenza in caso di grave carenza di gas. Accordi simili sono già stati stipulati con altri Paesi dell’Ue sia dalla Germania sia dall’Italia. Partecipando poi al Berlin energy transition dialogue, il ministro ha detto che «sull’accordo di solidarietà sul gas fra Italia e Germania c’è piena intesa col governo tedesco: noi abbiamo chiesto un paio di settimane di tempo, per capire come lanciare le gare per lo stoccaggio». Ora però il tempo stringe e i fronti di incertezza sono davvero troppi, anche per un Paese cui magari manca una seria cultura della programmazione, ma che non può continuare a campare alla giornata.
Negli ultimi tre anni, l’indice delle banche italiane ha messo a segno un clamoroso +274,85%, staccando nettamente l’indice settoriale europeo e surclassando colossi come JPMorgan e Bank of America.
Nel primo trimestre 2026 gli utili aggregati dei sei principali gruppi commerciali italiani - Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm, Bper e Credem - sono saliti del 4% su base annua, toccando 7,8 miliardi di euro in tre mesi, con un Roe di sistema stabilmente sopra il 15%. Il tutto mentre la discesa dei tassi Bce ha iniziato a limare il margine di interesse. La compensazione è arrivata dalle commissioni: +2,7% complessivo. Unicredit ha archiviato il miglior trimestre di sempre con 3,22 miliardi di utili, mentre Intesa Sanpaolo è salita a 2,76 miliardi. Commissioni sul risparmio gestito, fondi, certificati, polizze, credito al consumo e prestiti «garantiti»: è qui che si concentra il vero business.
«C’è una celebre massima finanziaria che dice “L’arte degli affari consiste nel fare affari con i soldi degli altri”, e le banche italiane la stanno applicando con rigore scientifico», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Se l’America ha la tecnologia della Silicon Valley e il Medio Oriente ha i giacimenti di petrolio, l’Italia ha una ricchezza altrettanto preziosa, strategica e contesa: i risparmi dei cittadini». Secondo Gaziano, quando i tassi scendono, le banche italiane non puntano tanto sulla crescita organica all’estero o sull’efficienza tecnologica per ridurre i costi ai clienti. «Cercano di allargare il proprio territorio per “catturare” più conti correnti e patrimoni possibili attraverso le fusioni, espandendo il perimetro su cui applicare le commissioni di gestione e vendere i propri prodotti assicurativi e finanziari». La dimostrazione plastica arriva dal nuovo risiko bancario esploso con l’Opas da 30,6 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps. Se l’operazione andrà in porto, sommando Intesa, Mps, Mediobanca e la galassia Generali, nascerà un super-polo capace di controllare circa 2.000 miliardi di euro di ricchezza finanziaria complessiva dei clienti: conti correnti, fondi, certificati e polizze. «Ma c’è una differenza geopolitica profonda che i risparmiatori devono comprendere», osserva ancora l’esperto. «Mentre Ubs gestisce capitali sparsi in tutto il pianeta, il nuovo colosso di Carlo Messina, se realizzato, controllerebbe una montagna di denaro concentrata quasi interamente in Italia. È il trionfo della “fortezza Italia”: si diventa leader europei giocando al sicuro in casa».
Nel risiko bancario italiano, fino alle assemblee, tutto può ancora succedere.
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La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
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