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2022-03-31
Gas: Berlino ha un piano, Cingolani che fa?
Stefano Cingolani (imagoeconomica)
Ieri la Germania ha annunciato l’inizio di un piano di emergenza nel caso in cui la Russia decida di sospendere le forniture di gas. La mossa non stupisce, ma è giusto sapere che il piano è stato solo attivato ieri, pur essendo stato pensato anni fa.
Tutto ha avuto inizio nel 2010, con il regolamento 994 voluto dall’Unione europea, abrogato successivamente con la misura 1938 del 2017. Secondo questo insieme di norme, ogni Stato membro dell’Ue deve redigere, con periodici aggiornamenti, tre documenti utili a descrivere i rischi dei sistemi nazionali del gas naturale, ad attuare precauzioni affinché il rischio sia mitigato e a gestire situazioni di crisi. Questi documenti sono la «valutazione del rischio» (risk assessment), il «piano di azione preventiva» (preventive action plan) ed il «piano di emergenza» (emergency plan). In particolare, ieri il ministro tedesco dell’Economia, Robert Habeck, ha annunciato l’attivazione del terzo documento.
A sua volta, il piano tedesco prevede tre livelli di allarme e ieri Berlino ha deciso di mettere in piedi la prima fase. L’obiettivo è che venga costituita un’unità di crisi, controllata dal ministero dell’Economia, per monitorare il livello delle forniture di gas (ad oggi, gli impianti di stoccaggio del gas della Germania sono pieni al 26,5% ma il governo vorrebbe che si arrivasse almeno al 40% entro il prossimo anno).
Nel frattempo, mentre Habeck ha chiesto ai cittadini di limitare i consumi (anche se ha ribadito che non c’è ancora carenza di gas), il governo ha già in mente le altre due fasi del piano che riguardano il taglio delle forniture per i settori aziendali meno energivori a favore di ospedali e case private. Solo in ultima istanza si chiederebbe ai cittadini di tagliare l’utilizzo del gas.
Il motivo alla base di queste precauzioni è chiaro. A partire da domani, primo aprile, ai Paesi ritenuti ostili per la Russia dovrebbe essere chiesto di pagare il gas in rubli, fatto a cui tutti i Paesi occidentali - Italia inclusa - sono contrari.
Il condizionale, in realtà, è d’obbligo. Ieri il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha fatto sapere che i Paesi compratori di gas non saranno obbligati a passare ai rubli già da domani perché «i pagamenti e la consegna sono un processo che richiede tempo». Intanto, il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, e il presidente russo, Vladimir Putin, si sono sentiti per parlare di nuovi negoziati legati proprio al pagamento del gas. Secondo quanto riferisce il Cremlino, i due leader avrebbero concordato sul fatto che un eventuale pagamento in rubli non vanificherebbe la validità dei contratti in essere, tema che sempre ieri sarebbe stato discusso anche durante una telefonata con Mario Draghi.
L’idea proposta dalla Russia, sarebbe quella di avere un pagamento comunque in rubli, ma a un cambio prestabilito deciso dalla Banca centrale russa. «Solo la valuta di pagamento sta cambiando, la valuta del contratto no», ha detto una fonte all’agenzia Reuters. Per esempio, per gli accordi conclusi in euro, il pagamento dovrebbe essere effettuato al tasso di cambio ufficiale rublo/euro fissato dalla Banca centrale russa, ha ribadito la fonte. In definitiva, Putin avrebbe fatto concessioni sulla tempistica di adeguamento alla richiesta di Mosca, ma questa sarebbe stata ribadita e, in modalità da stabilire nei dettagli, accettata dalle controparti.
Invero, lo schema proposto è solo una delle opzioni. Secondo una terza fonte russa citata da Reuters, Gazprombank, la terza banca più grande della Russia, potrebbe servire come intermediario per le transazioni tra gli acquirenti di gas e Gazprom. Il portavoce di Scholz ha spiegato che, secondo lo zar, «per i partner europei non cambierebbe nulla», poiché il pagamento avverebbe sempre in euro e poi Gazprombank convertirebbe la cifra in rubli. Scholz e Putin hanno ribadito l’intenzione di risentirsi per raggiungere un compromesso definitivo che al momento non esiste. Intanto, Putin dovrà parlare anche con Gazprom e con la Banca centrale russa per capire come attivare la procedura, se davvero alcuni Paesi europei accetteranno di pagare nella valuta russa.
Fatto sta che Gazprom, che rappresenta il 40% delle importazioni di gas europee, pur non rivelando i prezzi del gas paese per Paese, ha pianificato di far pagare ai Paesi occidentali una media di 296 dollari per 1.000 metri cubi quest’anno, dai 280 dollari del 2021.
D’altronde, la sola notizia dell’attivazione di un piano preventivo da parte della Germania ha fatto salire il prezzo del gas all’hub di Amsterdam del 13%, portandolo a 122 euro per megawattora.
La reazione del mercato è motivata dai timori sugli effetti di uno stop alle forniture di gas per l’economia tedesca. Secondo diversi esperti, la chiusura dei rubinetti potrebbe portare a una recessione della locomotiva tedesca e a un’ulteriore crescita dell’inflazione, cioè dell’aumento dei prezzi combinato con la diminuzione del potere d’acquisto. Stando alle stime, in caso di stop alle forniture, i livelli del costo della vita potrebbero raggiungere circa il 9% rispetto agli attuali valori intorno al 5,5%, diventando quindi tra i più alti del Vecchio continente.
Stoccaggi invernali al palo. Rischiamo il grande gelo ma Cingolani naviga a vista
Dopo l’annuncio del ministro tedesco dell’Economia e dell’Azione per il clima, Robert Habeck, anche la Germania, da ieri, si trova in stato di allerta precoce per quanto riguarda le forniture di gas.
Scriviamo «anche», perché l’Italia è già in condizione di preallarme dallo scorso 26 febbraio. Quasi certamente, però, in Italia e all’estero non se n’è accorto nessuno. Come La Verità ha scritto il primo marzo scorso, il ministero della Transizione ecologica ha dichiarato lo stato di preallarme gas il 26 febbraio, cui è seguito il decreto legge 28 febbraio 2022, n. 16, che all’articolo 2 ha modificato la legge che regolava la procedura cosiddetta di emergenza gas, risalente al 2011. In base a questo decreto, possono essere adottate le misure finalizzate all’aumento della disponibilità di gas e alla riduzione programmata dei consumi previste dal Piano di emergenza del sistema italiano gas con un semplice atto di indirizzo del ministro della Transizione ecologica.
Dunque, formalmente, la strada è spianata da oltre un mese per prendere provvedimenti, anche drastici, tesi a risparmiare energia, rallentare lo svuotamento degli stoccaggi, utilizzare le flessibilità già previste con i clienti che possono ridurre il carico. Forse si potevano evitare le esportazioni di gas che, sia pure per volumi bassi, si sono verificate anche in questi giorni verso Nord attraverso il passo Gries, oppure dare indirizzi a Terna per minimizzare ove possibile l’utilizzo di risorse per il bilanciamento alimentate a gas. Ma nulla di tutto questo è accaduto. Se è vero che il preallarme è soprattutto una fase di monitoraggio, è anche vero che in questo frattempo molte cose si potevano fare. Tra l’altro, l’emergenza gas normalmente termina oggi, ma ancora non si sa se sarà prorogata a comprendere l’estate e il prossimo inverno.
C’è da chiedersi, poi, se il piano di emergenza sia stato adattato alla nuova situazione, nella quale da un momento all’altro può venire a mancare in via definitiva il flusso di gas dalla Russia, che negli ultimi mesi si è attestato tra i 50 e i 70 milioni di metri cubi al giorno. Esiste un contingency plan che consideri strutturalmente questa riduzione? Quali provvedimenti immediati verrebbero presi, considerato che la legge cui fa riferimento il piano tutela innanzitutto i consumi civili? È vero che i consumi delle famiglie per il riscaldamento si azzerano d’estate, ma il fabbisogno dall’estero del sistema gas italiano non cala in maniera corrispondente. Abbiamo sempre bisogno, mediamente, della stessa quantità mensile di gas dall’estero per riempire gli stoccaggi durante l’estate.
A questo proposito, il caso delle aste per lo stoccaggio è paradigmatico. Data la situazione straordinaria del mercato all’ingrosso, con prezzi elevatissimi, era evidente che porre a zero il corrispettivo per il servizio di stoccaggio, come è stato fatto per decreto, non avrebbe di per sé fatto accorrere gli operatori del libero mercato a partecipare alle aste. La situazione attuale del mercato è tale per cui il gas estivo costa più di quello del prossimo inverno: dunque non c’è convenienza economica per gli operatori in condizioni di libero mercato a partecipare alle aste con cui si assegna il volume degli stoccaggi.
Negli ultimi 15 giorni si sono succedute cinque aste per l’assegnazione di spazio in stoccaggio, che sono andate sostanzialmente deserte (tranne una per quantitativi molto modesti su un servizio particolare, il fast cycle). A 24 ore dall’avvio della stagione, con l’incombente rischio di un taglio della fornitura russa e con l’obiettivo (a questo punto più che ambizioso) di riempire gli stoccaggi al 90% entro il 15 ottobre, ancora non si sa chi e come deve comprare il gas da mettere a riserva. Eppure, il decreto sugli stoccaggi prevedeva espressamente la possibilità di assegnare incentivi agli operatori in tal senso.
Si attendono le deliberazioni del ministro Roberto Cingolani, su cui ci sono diverse ipotesi. La prima è quella di bandire nuove aste per gli operatori dando a questi la possibilità di offrire prezzi negativi per aggiudicarsi lo stoccaggio. Ciò consentirebbe agli operatori di vedersi riconosciuto lo spread estate-inverno, mantenendo la responsabilità dell’acquisto del gas e delle operazioni di iniezione. La seconda possibilità è quella che sia un soggetto istituzionale «di ultima istanza», che potrebbe essere la stessa Snam, a occuparsi dell’intero ciclo degli stoccaggi. Del resto, siamo in un momento storico in cui il mercato non è in grado di fornire un servizio di sicurezza degli approvvigionamenti, a regole attuali. Occorre prenderne atto e agire di conseguenza.
Ieri, Cingolani era Berlino per la firma dell’accordo di sussidiarietà tra Germania e Italia, che regola le forme di mutua assistenza in caso di grave carenza di gas. Accordi simili sono già stati stipulati con altri Paesi dell’Ue sia dalla Germania sia dall’Italia. Partecipando poi al Berlin energy transition dialogue, il ministro ha detto che «sull’accordo di solidarietà sul gas fra Italia e Germania c’è piena intesa col governo tedesco: noi abbiamo chiesto un paio di settimane di tempo, per capire come lanciare le gare per lo stoccaggio». Ora però il tempo stringe e i fronti di incertezza sono davvero troppi, anche per un Paese cui magari manca una seria cultura della programmazione, ma che non può continuare a campare alla giornata.
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La Germania annuncia una task force e un sistema di razionamenti. Olaf Scholz e lo zar trattano sul pagamento in rubli delle forniture Mosca concede più tempo e assicura: «Per i partner europei non cambierà niente, a convertire il denaro ci penserà Gazprombank».Con i prezzi alle stelle, le aste estive vanno deserte. Nonostante lo stato di pre allerta, ancora esportiamo oro azzurro e non abbiamo programmi per razionalizzarne l’uso.Lo speciale contiene due articoliIeri la Germania ha annunciato l’inizio di un piano di emergenza nel caso in cui la Russia decida di sospendere le forniture di gas. La mossa non stupisce, ma è giusto sapere che il piano è stato solo attivato ieri, pur essendo stato pensato anni fa. Tutto ha avuto inizio nel 2010, con il regolamento 994 voluto dall’Unione europea, abrogato successivamente con la misura 1938 del 2017. Secondo questo insieme di norme, ogni Stato membro dell’Ue deve redigere, con periodici aggiornamenti, tre documenti utili a descrivere i rischi dei sistemi nazionali del gas naturale, ad attuare precauzioni affinché il rischio sia mitigato e a gestire situazioni di crisi. Questi documenti sono la «valutazione del rischio» (risk assessment), il «piano di azione preventiva» (preventive action plan) ed il «piano di emergenza» (emergency plan). In particolare, ieri il ministro tedesco dell’Economia, Robert Habeck, ha annunciato l’attivazione del terzo documento. A sua volta, il piano tedesco prevede tre livelli di allarme e ieri Berlino ha deciso di mettere in piedi la prima fase. L’obiettivo è che venga costituita un’unità di crisi, controllata dal ministero dell’Economia, per monitorare il livello delle forniture di gas (ad oggi, gli impianti di stoccaggio del gas della Germania sono pieni al 26,5% ma il governo vorrebbe che si arrivasse almeno al 40% entro il prossimo anno). Nel frattempo, mentre Habeck ha chiesto ai cittadini di limitare i consumi (anche se ha ribadito che non c’è ancora carenza di gas), il governo ha già in mente le altre due fasi del piano che riguardano il taglio delle forniture per i settori aziendali meno energivori a favore di ospedali e case private. Solo in ultima istanza si chiederebbe ai cittadini di tagliare l’utilizzo del gas. Il motivo alla base di queste precauzioni è chiaro. A partire da domani, primo aprile, ai Paesi ritenuti ostili per la Russia dovrebbe essere chiesto di pagare il gas in rubli, fatto a cui tutti i Paesi occidentali - Italia inclusa - sono contrari. Il condizionale, in realtà, è d’obbligo. Ieri il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha fatto sapere che i Paesi compratori di gas non saranno obbligati a passare ai rubli già da domani perché «i pagamenti e la consegna sono un processo che richiede tempo». Intanto, il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, e il presidente russo, Vladimir Putin, si sono sentiti per parlare di nuovi negoziati legati proprio al pagamento del gas. Secondo quanto riferisce il Cremlino, i due leader avrebbero concordato sul fatto che un eventuale pagamento in rubli non vanificherebbe la validità dei contratti in essere, tema che sempre ieri sarebbe stato discusso anche durante una telefonata con Mario Draghi.L’idea proposta dalla Russia, sarebbe quella di avere un pagamento comunque in rubli, ma a un cambio prestabilito deciso dalla Banca centrale russa. «Solo la valuta di pagamento sta cambiando, la valuta del contratto no», ha detto una fonte all’agenzia Reuters. Per esempio, per gli accordi conclusi in euro, il pagamento dovrebbe essere effettuato al tasso di cambio ufficiale rublo/euro fissato dalla Banca centrale russa, ha ribadito la fonte. In definitiva, Putin avrebbe fatto concessioni sulla tempistica di adeguamento alla richiesta di Mosca, ma questa sarebbe stata ribadita e, in modalità da stabilire nei dettagli, accettata dalle controparti.Invero, lo schema proposto è solo una delle opzioni. Secondo una terza fonte russa citata da Reuters, Gazprombank, la terza banca più grande della Russia, potrebbe servire come intermediario per le transazioni tra gli acquirenti di gas e Gazprom. Il portavoce di Scholz ha spiegato che, secondo lo zar, «per i partner europei non cambierebbe nulla», poiché il pagamento avverebbe sempre in euro e poi Gazprombank convertirebbe la cifra in rubli. Scholz e Putin hanno ribadito l’intenzione di risentirsi per raggiungere un compromesso definitivo che al momento non esiste. Intanto, Putin dovrà parlare anche con Gazprom e con la Banca centrale russa per capire come attivare la procedura, se davvero alcuni Paesi europei accetteranno di pagare nella valuta russa.Fatto sta che Gazprom, che rappresenta il 40% delle importazioni di gas europee, pur non rivelando i prezzi del gas paese per Paese, ha pianificato di far pagare ai Paesi occidentali una media di 296 dollari per 1.000 metri cubi quest’anno, dai 280 dollari del 2021. D’altronde, la sola notizia dell’attivazione di un piano preventivo da parte della Germania ha fatto salire il prezzo del gas all’hub di Amsterdam del 13%, portandolo a 122 euro per megawattora.La reazione del mercato è motivata dai timori sugli effetti di uno stop alle forniture di gas per l’economia tedesca. Secondo diversi esperti, la chiusura dei rubinetti potrebbe portare a una recessione della locomotiva tedesca e a un’ulteriore crescita dell’inflazione, cioè dell’aumento dei prezzi combinato con la diminuzione del potere d’acquisto. Stando alle stime, in caso di stop alle forniture, i livelli del costo della vita potrebbero raggiungere circa il 9% rispetto agli attuali valori intorno al 5,5%, diventando quindi tra i più alti del Vecchio continente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/berlino-attiva-il-piano-per-lemergenza-gas-2657066956.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="stoccaggi-invernali-al-palo-rischiamo-il-grande-gelo-ma-cingolani-naviga-a-vista" data-post-id="2657066956" data-published-at="1648673811" data-use-pagination="False"> Stoccaggi invernali al palo. Rischiamo il grande gelo ma Cingolani naviga a vista Dopo l’annuncio del ministro tedesco dell’Economia e dell’Azione per il clima, Robert Habeck, anche la Germania, da ieri, si trova in stato di allerta precoce per quanto riguarda le forniture di gas. Scriviamo «anche», perché l’Italia è già in condizione di preallarme dallo scorso 26 febbraio. Quasi certamente, però, in Italia e all’estero non se n’è accorto nessuno. Come La Verità ha scritto il primo marzo scorso, il ministero della Transizione ecologica ha dichiarato lo stato di preallarme gas il 26 febbraio, cui è seguito il decreto legge 28 febbraio 2022, n. 16, che all’articolo 2 ha modificato la legge che regolava la procedura cosiddetta di emergenza gas, risalente al 2011. In base a questo decreto, possono essere adottate le misure finalizzate all’aumento della disponibilità di gas e alla riduzione programmata dei consumi previste dal Piano di emergenza del sistema italiano gas con un semplice atto di indirizzo del ministro della Transizione ecologica. Dunque, formalmente, la strada è spianata da oltre un mese per prendere provvedimenti, anche drastici, tesi a risparmiare energia, rallentare lo svuotamento degli stoccaggi, utilizzare le flessibilità già previste con i clienti che possono ridurre il carico. Forse si potevano evitare le esportazioni di gas che, sia pure per volumi bassi, si sono verificate anche in questi giorni verso Nord attraverso il passo Gries, oppure dare indirizzi a Terna per minimizzare ove possibile l’utilizzo di risorse per il bilanciamento alimentate a gas. Ma nulla di tutto questo è accaduto. Se è vero che il preallarme è soprattutto una fase di monitoraggio, è anche vero che in questo frattempo molte cose si potevano fare. Tra l’altro, l’emergenza gas normalmente termina oggi, ma ancora non si sa se sarà prorogata a comprendere l’estate e il prossimo inverno. C’è da chiedersi, poi, se il piano di emergenza sia stato adattato alla nuova situazione, nella quale da un momento all’altro può venire a mancare in via definitiva il flusso di gas dalla Russia, che negli ultimi mesi si è attestato tra i 50 e i 70 milioni di metri cubi al giorno. Esiste un contingency plan che consideri strutturalmente questa riduzione? Quali provvedimenti immediati verrebbero presi, considerato che la legge cui fa riferimento il piano tutela innanzitutto i consumi civili? È vero che i consumi delle famiglie per il riscaldamento si azzerano d’estate, ma il fabbisogno dall’estero del sistema gas italiano non cala in maniera corrispondente. Abbiamo sempre bisogno, mediamente, della stessa quantità mensile di gas dall’estero per riempire gli stoccaggi durante l’estate. A questo proposito, il caso delle aste per lo stoccaggio è paradigmatico. Data la situazione straordinaria del mercato all’ingrosso, con prezzi elevatissimi, era evidente che porre a zero il corrispettivo per il servizio di stoccaggio, come è stato fatto per decreto, non avrebbe di per sé fatto accorrere gli operatori del libero mercato a partecipare alle aste. La situazione attuale del mercato è tale per cui il gas estivo costa più di quello del prossimo inverno: dunque non c’è convenienza economica per gli operatori in condizioni di libero mercato a partecipare alle aste con cui si assegna il volume degli stoccaggi. Negli ultimi 15 giorni si sono succedute cinque aste per l’assegnazione di spazio in stoccaggio, che sono andate sostanzialmente deserte (tranne una per quantitativi molto modesti su un servizio particolare, il fast cycle). A 24 ore dall’avvio della stagione, con l’incombente rischio di un taglio della fornitura russa e con l’obiettivo (a questo punto più che ambizioso) di riempire gli stoccaggi al 90% entro il 15 ottobre, ancora non si sa chi e come deve comprare il gas da mettere a riserva. Eppure, il decreto sugli stoccaggi prevedeva espressamente la possibilità di assegnare incentivi agli operatori in tal senso. Si attendono le deliberazioni del ministro Roberto Cingolani, su cui ci sono diverse ipotesi. La prima è quella di bandire nuove aste per gli operatori dando a questi la possibilità di offrire prezzi negativi per aggiudicarsi lo stoccaggio. Ciò consentirebbe agli operatori di vedersi riconosciuto lo spread estate-inverno, mantenendo la responsabilità dell’acquisto del gas e delle operazioni di iniezione. La seconda possibilità è quella che sia un soggetto istituzionale «di ultima istanza», che potrebbe essere la stessa Snam, a occuparsi dell’intero ciclo degli stoccaggi. Del resto, siamo in un momento storico in cui il mercato non è in grado di fornire un servizio di sicurezza degli approvvigionamenti, a regole attuali. Occorre prenderne atto e agire di conseguenza. Ieri, Cingolani era Berlino per la firma dell’accordo di sussidiarietà tra Germania e Italia, che regola le forme di mutua assistenza in caso di grave carenza di gas. Accordi simili sono già stati stipulati con altri Paesi dell’Ue sia dalla Germania sia dall’Italia. Partecipando poi al Berlin energy transition dialogue, il ministro ha detto che «sull’accordo di solidarietà sul gas fra Italia e Germania c’è piena intesa col governo tedesco: noi abbiamo chiesto un paio di settimane di tempo, per capire come lanciare le gare per lo stoccaggio». Ora però il tempo stringe e i fronti di incertezza sono davvero troppi, anche per un Paese cui magari manca una seria cultura della programmazione, ma che non può continuare a campare alla giornata.
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Invece il ministro dello Sviluppo economico, Adolfo Urso, si è intortato (come spesso gli succede, regalando a Maurizio Crozza deliziosi spunti comici) con un fiume di parole: «Allo stato attuale, il prezzo medio dei carburanti è al di sotto dei 2 euro al litro, valori ben lontani dai picchi registrati nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina: ulteriori aumenti dipenderanno dall’evoluzione e dalla durata delle tensioni internazionali. Per questo abbiamo rafforzato il monitoraggio di mister Prezzi su tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione, per impedire che le tensioni in Medio Oriente diventino un pretesto per speculazioni o rincari ingiustificati, e predisposto con il ministro Giancarlo Giorgetti un immediato piano operativo di intervento della Guardia di Finanza».
Ma quali tensioni internazionali? Davvero pensate che stiamo ancora con l’anello al naso? Ma quale piano operativo con Giorgetti? E che monitoraggio rafforzato di mister Prezzi, una specie di Supereroe dell’aria fritta degno di Chi l’ha visto? Gli italiani, sul versante benzina e gasolio, ne hanno le scatole piene delle promesse e dei vedremo: sono anni che speriamo che il famoso taglio delle accise - sempre sulla bocca di chi sta all’opposizione - si concretizzi; al momento le accise sono tutte ancora lì.
Che però ora ci dobbiamo pure beccare quest’altro sciacallaggio legalizzato dove ogni guerra diventa l’occasione per alzare la cresta, allora no, non ci stiamo proprio. E non guardiamo in faccia a nessuno. Si chiami Urso o Pichetto o Vattelappesca. Governo, fai immediatamente qualcosa e non unirti ai furbi che incassano dal nostro pieno.
I fatti sono di facile comprensione: alla pompa di benzina si stanno verificando aumenti… da rapina. Il ministro Urso dice che «allo stato il prezzo dei carburanti è sotto i 2 euro. C’è stato un incremento di qualche centesimo, ma siamo ben lontani da quello che si verificò dopo l’invasione russa dell’Ucraina, quando i prezzi balzarono a 2,25 euro»? Bene, allora non avrà problemi a mandare mister Prezzi e le Fiamme gialle a fare un po’ di controlli. Anzi, gli regaliamo una idea facile facile: se siete troppo impegnati a stare nel Palazzo, aprite una casella mail e invitate i cittadini a fare le fotografie dei distributori di benzina che fanno i banditi. Urso, siccome i nostri lettori ce ne stano mandando, gliele giriamo volentieri: non ci sentiremo affatto in colpa di fare la spia.
Lo diciamo anche agli amici della Lega, il cui ministro Giorgetti è titolare dell’Economia e delle Finanza, e il cui segretario è anche ministro dei Trasporti. «Il partito è al lavoro su un “pacchetto energia” a favore di famiglie e imprese con una serie di emendamenti al decreto già in discussione», è scritto in una nota diramata da via Bellerio. «Inoltre la Lega ritiene assolutamente prioritario creare una task force per individuare e colpire gli speculatori, che approfittando dei conflitti internazionali potrebbero decidere un incremento dei prezzi ingiustificato. Salvini intende convocare anche le compagnie petrolifere per chiedere informazioni ufficiali e avere rassicurazioni viste le potenziali ricadute sui trasporti, con conseguenze economiche per cittadini e imprese. Sempre in quest’ottica c’è l’intenzione anche di aprire un dialogo con l’Antitrust finalizzato a un doveroso monitoraggio costante».
La diciamo come l’avrebbe detta Umberto Bossi negli anni d’oro: attaccatevi al tram. Non ci interessa sapere cosa farete domani e se - come abbiamo sentito dire da «fonti governative» - poi saranno multati i furbi, il problema della gente comune è o-g-g-i, perché è oggi che facciamo il pieno di benzina e oggi lo paghiamo alla cassa. E quindi al governo diamo le accise che dovevano essere tagliate e alle compagnie il «di più» preso con la scusa delle tensioni internazionali. Insomma paga sempre il cittadino. Ecco, la panzana delle tensioni internazionali che farebbero già schizzare alle stelle i prezzi del carburante non la beviamo. E vogliamo che il governo intervenga subito. Inviando immediatamente la Guardia di Finanza in tutta Italia e invitando il Tg1 a fare vedere le immagini delle multe: assicuriamo il direttore (e amico) Gian Marco Chiocci che preferiremmo questo bel servizio rispetto al tutorial (che tristezza) di Sal Da Vinci sul balletto della sua canzonetta.
Per chiudere, caro Urso, caro Giorgetti, caro governo: fate immediatamente qualcosa per evitate che il rin-caro non diventi un altro problema a carico delle famiglie e delle imprese. Passi (per modo di dire…) il mancato taglio delle accise, non passerà l’ennesimo furto alla pompa di benzina.
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Donald Trump (Ansa)
Poco dopo, il presidente americano ha parlato con la Cnn, aprendo alla possibilità che il prossimo leader iraniano sia un religioso e che l’assetto istituzionale del Paese possa non essere democratico. «Non mi danno fastidio i leader religiosi», ha dichiarato, tornando inoltre a evocare uno scenario di tipo venezuelano. La Casa Bianca ha poi specificato che per «resa incondizionata» si intende che l’Iran cessi di essere una minaccia per gli Usa.
Trump, che l’altro ieri aveva pregato con alcuni leader evangelici nello studio ovale per ottenere la benedizione delle forze armate americane, sembrerebbe quindi attualmente poco propenso a un regime change alla Bush jr. L’obiettivo del presidente americano parrebbe infatti essere quello di scegliere come interlocutore qualche esponente del vecchio sistema di potere, dopo averlo adeguatamente addomesticato, per portare Teheran nell’orbita di Washington. L’idea è, in sostanza, quella di trovare una Delcy Rodriguez in salsa iraniana. Secondo Axios, lo stesso segretario di Stato americano Marco Rubio, in una telefonata con gli omologhi arabi l’altro ieri, avrebbe detto che l’obiettivo finale di Washington non sarebbe un regime change, pur ammettendo la necessità di «persone diverse» al potere e che l’operazione bellica potrebbe andare avanti per alcune settimane.
Certo, non è al momento chiaro come la soluzione venezuelana possa sposarsi con il fatto che, secondo varie indiscrezioni, la Cia potrebbe armare i curdi per organizzare un’offensiva di terra e suscitare una rivolta contro il regime khomeinista. Una soluzione, questa, che, caldeggiata da Benjamin Netanyahu, punterebbe sia a un regime change completo sia a creare un Iran dall’assetto istituzionale decentralizzato (se non addirittura con venature separatiste).
È quindi ipotizzabile che, dietro le quinte, il rapporto tra Trump e Netanyahu sia meno compatto di quanto i due vogliano dare a intendere. Del resto, secondo Axios, il premier israeliano avrebbe chiesto conto alla Casa Bianca di alcuni presunti contatti segreti che l’amministrazione americana avrebbe avuto con gli iraniani dopo l’inizio della guerra. Al contempo, non va trascurato il fatto che, sulla questione iraniana, si registra una dialettica sotterranea tra le alte sfere di Washington. JD Vance era scettico su un intervento bellico in grande stile, mentre più propenso si era mostrato Rubio. Si può quindi ipotizzare che tali dinamiche abbiano spinto Trump, negli scorsi giorni, a oscillare tra soluzioni divergenti. Tutto questo, senza trascurare che, secondo il Washington Post, l’esercito americano avrebbe annullato un’esercitazione di paracadutisti d’élite, alimentando l’ipotesi che quei soldati possano essere inviati in Medio Oriente per delle operazioni di guerra.
Al momento, quel che è certo è che Washington punta a rendere l’Iran inoffensivo sotto il profilo nucleare e missilistico, oltre a impedirgli di continuare a foraggiare i suoi proxy regionali. È anche in questo quadro che Trump sta cercando di rendere sempre più isolato il regime khomeinista. Non a caso, ieri il presidente è tornato a mettere sotto pressione uno dei suoi principali alleati latinoamericani: Cuba. «Cuba cadrà molto presto», ha affermato, sottolineando che la leadership castrista vuole «raggiungere un accordo». Mosca, dal canto suo, è preoccupata per la propria influenza in America Latina e in Medio Oriente: in tal senso, secondo gli 007 statunitensi, starebbe fornendo informazioni d’intelligence a Teheran sullo spostamento delle navi e delle truppe di Washington.
Frattanto, il direttore del National Economic Council della Casa Bianca, Kevin Hassett, ha reso noto che l’esercito statunitense sta studiando delle modalità per consentire alle navi di riprendere a passare nello Stretto di Hormuz. Ricordiamo che nell’area viene trasportato circa il 20% del petrolio a livello mondiale. Ora, negli ultimi giorni, il costo dell’energia è salito significativamente negli Usa: un campanello d’allarme inquietante per il Partito repubblicano in vista delle elezioni di Midterm. «Va tutto bene. Sarà un periodo breve. Scenderà molto rapidamente», ha dichiarato ieri Trump alla Cnn, riferendosi al prezzo della benzina. L’Iran sa che la Casa Bianca è politicamente vulnerabile su Hormuz. E per questo il presidente americano si prepara a usare la potenza militare in loco.
Nel frattempo, due funzionari americani hanno fatto sapere a Reuters che, secondo gli investigatori militari di Washington, le forze statunitensi potrebbero essere le responsabili del bombardamento di una scuola femminile iraniana, in cui, sabato scorso, sono morte svariate decine di studentesse. Gli inquirenti «non hanno ancora raggiunto una conclusione definitiva né completato le indagini».
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Ansa
Dopo che Hezbollah ha trascinato il Libano nello scontro mediorientale all’inizio di questa settimana, unendosi alla rappresaglia del regime iraniano, si contano già quasi mezzo milione di sfollati.
A renderlo noto è il Jerusalem post: dal Sud del Libano sono scappati 420.000 civili dopo aver ricevuto ordini di evacuazione, mentre dai sobborghi meridionali di Beirut sono in fuga decine di migliaia di persone.
Se per il primo ministro libanese, Nawaf Salam, si rischia «una catastrofe umanitaria» con il Libano che è «trascinato sempre più verso l’abisso» in una guerra che non ha «né cercato, né scelto», dall’altra parte il portavoce delle Idf, Effie Defrin, ha messo in chiaro la visione israeliana. «Il governo libanese deve disfarsi di Hezbollah e dei Guardiani della rivoluzione che operano dal Libano altrimenti noi li perseguiteremo e attaccheremo».
Dall’inizio dell’operazione in territorio libanese, le Forze di difesa israeliane hanno sottolineato di aver «colpito 500 obiettivi», tra cui i lanciarazzi, i depositi di armi e gli alti comandanti del gruppo di Hezbollah. A tal proposito Defrin ha annunciato che sono stati eliminati oltre 70 militanti del gruppo terroristico.
Restringendo il campo alla sola giornata di ieri, la nuova ondata di raid israeliani ha preso di nuovo di mira Beirut, in particolare il quartiere Sud di Dahiyeh, roccaforte di Hezbollah, dove sono stati distrutti dieci edifici utilizzati dai terroristi. «Tra gli obiettivi», hanno scritto su X le Idf, «c’erano il centro di comando di un consiglio esecutivo e una struttura che ospitava droni utilizzati per attacchi contro Israele». Ed è stato colpito anche il quartier generale delle Guardie rivoluzionarie iraniane, situato sempre nella periferia Sud della capitale. A darsi alla macchia, stando a quanto riferito da Axios, sono decine di pasdaran presenti a Beirut come consiglieri militari di Hezbollah. Nel mirino di Gerusalemme è rientrato pure l’ufficio del capo della divisione per la raccolta fondi di Hamas. Ad annunciarlo sono state le Idf e lo Shin Bet: la sede lavorava per ricevere «centinaia di milioni di dollari in tutto il mondo per l’organizzazione terroristica».
Ma a essere bombardati sono stati anche un appartamento nella città costiera di Sidone, dove si contano cinque morti, e la città di Tiro. Sempre nel Sud del Paese, nel distretto di Marjayoun, si sono registrati scontri a fuoco tra Hezbollah e l’esercito israeliano, mentre altri ordini di evacuazione sono arrivati per i residenti della Valle della Beqa. Il conflitto non ha lasciato esclusa nemmeno la postazione di Unifil nel Libano meridionale: nell’attacco sono stati feriti tre peacekeeper ghanesi e non è ancora chiaro chi sia il responsabile.
Intanto sale il bilancio delle vittime: secondo il ministero della Salute libanese, negli attacchi israeliani sono state uccise 217 persone, mentre i feriti sono 798.
Dall’altra parte della barricata, Israele deve far fronte contemporaneamente ai raid di Hezbollah e del regime iraniano. Come ha spiegato uno dei portavoce delle Idf, Nadav Shoshani, si sono verificati lanci «simultanei e coordinati» con lo scopo di sovraccaricare la difesa aerea israeliana. In meno di 24 ore, Hezbollah ha lanciato 70 razzi contro il territorio israeliano. Tra i bersagli una colonia in Alta Galilea e le postazioni delle Idf lungo la linea di confine. Su quest’ultimo raid, Hezbollah ha comunicato: «I combattenti della Resistenza islamica hanno lanciato un attacco con salve di razzi e fuoco d’artiglieria». E anche il figlio del ministro delle finanze israeliano, Bezalel Smotrich, risulta ferito dopo «un’attività militare al confine». Parallelamente, sin dalle prime ore della mattina, il Comando del fronte interno israeliano ha rilevato il lancio di missili iraniani. Ancora una volta, le sirene sono suonate per almeno tre volte a Tel Aviv e nel centro del Paese, mentre le difese aeree israeliane intercettavano i missili. L’agenzia di stampa ufficiale iraniana Irna ha aggiunto che «nella raffica di missili» sono inclusi anche i «Kheibar» creati per colpire gli obiettivi strategici nella città israeliana.
La rappresaglia iraniana prosegue a tappeto anche nei Paesi del Golfo. In Arabia Saudita, il ministero della Difesa ha dichiarato che è stato distrutto un missile da crociera vicino alla zona di Al-Kharj. Già nelle prime ore della mattina, Riad aveva abbattuto tre droni diretti alla base aerea Prince Sultan. In Kuwait, l’esercito iraniano ha preso per la seconda volta di mira la base di Ali al Salem, oltre a una petroliera statunitense. Nel Kurdistan iracheno sono state sentite diverse esplosioni vicino all’aeroporto di Erbil. Ma droni iraniani sono stati sganciati anche contro i giacimenti petroliferi di Bassora, in Iraq, con TotalEnergies ed Eni che hanno iniziato a evacuare il personale. Altri vettori sono stati puntati sul Qatar e sugli Emirati Arabi Uniti: Doha ha intercettato un raid contro la base americana di Al Udeid e Abu Dhabi ha abbattuto nove missili e 109 droni. In Bahrein, a Manama, sono stati invece colpiti edifici residenziali e un hotel.
Smart working per il post Khamenei
L’Iran continua a essere scosso da una serie di attacchi militari e da una crisi politica che ruota attorno alla successione di Ali Khamenei. Mentre i bombardamenti proseguono in diverse aree del Paese, la leadership è impegnata nel delicato processo che dovrà portare all’elezione della nuova guida. La televisione di Stato ha riferito che il consiglio direttivo incaricato di organizzare la riunione dell’Assemblea degli esperti si è riunito in modalità virtuale dopo che il complesso di Qom, destinato a ospitare l’incontro, è stato distrutto dai raid aerei israeliani. L’organo ha il compito di definire le modalità con cui l’assemblea dei religiosi dovrà riunirsi per scegliere il futuro leader del Paese. Alla riunione hanno partecipato il presidente Masoud Pezeshkian, il capo della magistratura Gholam Hossein Mohseni Ejehi e l’ayatollah Ali Reza Arafi. Nel comunicato diffuso dai media iraniani non vengono indicati né i tempi della votazione né se la riunione dell’Assemblea degli esperti si terrà in presenza o a distanza.
Sul tavolo resta il nome di Mojtaba Khamenei, figlio della Guida suprema uccisa nei primi giorni del conflitto. Tuttavia, secondo diverse ricostruzioni, il tentativo dei pasdaran di accelerarne la nomina sarebbe fallito. La leadership iraniana appare divisa e sotto pressione anche per le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha definito Mojtaba «un peso piuma», sostenendo che la sua eventuale designazione sarebbe «inaccettabile».
Nel frattempo, l’offensiva israeliana e americana continua a colpire obiettivi sensibili in tutto il territorio iraniano, coste comprese. Le Idf hanno dichiarato di aver bombardato con circa 50 caccia il bunker sotterraneo utilizzato da Ali Khamenei a Teheran, e sganciato circa 100 bombe contro la struttura situata sotto il complesso dirigenziale della capitale. Nelle stesse ore un altro attacco ha colpito il cuore dell’apparato politico iraniano. Asghar Hijazi, capo ad interim dell’ufficio della Guida suprema dopo l’uccisione di Khamenei, sarebbe rimasto ucciso in un raid aereo israeliano a Teheran. La notizia è stata riferita da una fonte israeliana all’emittente Sky News Arabia, mentre l’esercito israeliano ha confermato di aver preso di mira «un alto comandante del regime».
La guerra sta producendo effetti anche sulla vita quotidiana del Paese. Le autorità iraniane hanno disposto la chiusura delle università fino a nuove disposizioni, sospendendo tutte le attività accademiche. Esplosioni sono state segnalate anche nella città portuale di Bandar Abbas, sul Golfo Persico, dove diversi attacchi avrebbero colpito infrastrutture e obiettivi militari. Le tensioni si estendono anche alle aree di confine. L’Azerbaigian ha annunciato l’evacuazione del proprio personale diplomatico dall’Iran dopo l’attacco di giovedì con droni (che ha colpito un aeroporto) e quello di ieri a una scuola in una regione di frontiera. I media azeri sostengono che le Guardie rivoluzionarie iraniane e reti a loro collegate stessero anche preparando una serie di attentati a obiettivi come l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, l’ambasciata israeliana e la sinagoga di Baku.
Nel Nord-ovest dell’Iran, la città di Mahabad, nella provincia dell’Azerbaigian occidentale a maggioranza curda, è stata colpita da intensi bombardamenti che hanno preso di mira installazioni di sicurezza e sedi governative. Secondo fonti citate dall’emittente curda Rudaw, tra gli obiettivi figurano stazioni di polizia e strutture delle forze di sicurezza. Contemporaneamente le autorità del Kurdistan iracheno hanno annunciato lo stop della produzione nel giacimento petrolifero di Sarsang, gestito dalla società americana Hkn Energy, dopo un attacco con droni alle infrastrutture. Teheran ha reagito con nuove minacce. In un documento citato dall’agenzia Mehr, il Consiglio di difesa ha avvertito che tutte le strutture della regione autonoma del Kurdistan iracheno potrebbero diventare bersaglio se venisse consentito il passaggio di militanti verso il territorio iraniano. Ma i missili a disposizione per Teheran sono sempre meno.
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Viktor Orbán e Volodymyr Zelensky (Ansa)
Il punto più basso per la Commissione europea è farsi prendere in giro dal portavoce di Vladimir Putin e viene da chiedersi se Kaya Kallas (l’alta rappresentante per la politica estera dell’Ue) e Ursula von der Leyen non avvertano il senso del ridicolo. Dimitry Peskov di fronte alle minacce che Volodymyr Zelensky ha rivolto a Viktor Orbán ha ironizzato: «I Paesi europei dovrebbero applicare l’articolo 5 della Nato a difesa di Budapest». Ieri l’Ungheria ha espulso sette ucraini beccati a bordo di furgoni portavalori che, secondo Budapest, hanno passato illegalmente la frontiera. Per tutta risposta il ministro degli Esteri di Kiev Andriy Sybiga ha affermato che sono «stati presi in ostaggio e che l’Ungheria non è un Paese sicuro per gli ucraini».
La crisi nasce da lontano: dal veto ungherese al prestito da 90 miliardi a Kiev e l’affare dei furgoni salvadanaio non è che un ulteriore capitolo su cui Budapest fa aleggiare l’ombra dello spionaggio. «Abbiamo appurato», ha dichiarato il portavoce del governo ungherese Zoltan Kovacs, «che l’operazione era supervisionata da un ex generale dei servizi di sicurezza ucraini, con un ex maggiore dell’aeronautica militare». L’episodio di eri è la conseguenza di un attrito ben più profondo. Il presidente ungherese insieme a quello slovacco Robert Fico (definito dal mainstream un europeista convinto) e a quello ceco Andrej Babis si sono opposti al prestito da 90 miliardi che l’Ue vuole concedere a Kiev e hanno posto il veto.
La risposta di Zelensky è stata: «Spero che Orbán non blocchi il prestito altrimenti daremo il suo indirizzo ai rappresentanti delle nostre forze armate: lasciamo che siano loro a chiamarlo e a parlargli nella loro lingua». Tutto questo senza che a Bruxelles si sia accusata ricevuta. Il che ha acuito la crisi che rischia di aprire un fronte orientale interno all’Unione perché i rapporti tra Ucraina e Ungheria, ma anche con gli altri due Paesi europei confinanti, sono diventati tesissimi. Le ragioni non sono solo quelle legate al prestito da 90 miliardi da cui peraltro Budapest, Praga e Bratislava sono state esentate tant’è che la von der Leyen fa la questua in giro per il mondo per dare i soldi al suo «amato» Volodymyr perché le mancano 32 miliardi, c’è la questione dell’oleodotto russo che dovrebbe portare petrolio a Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca che gli ucraini non vogliono riaprire e c’è la questione delle forniture militari nel quadrante del Golfo. Ieri poi è scoppiato il caso dei furgoni portavalori. Le autorità ungheresi hanno intercettato due furgoni blindati carichi di 40 milioni di dollari, 35 milioni di euro e 9 chilogrammi di oro (valore totale: 80 milioni di dollari) destinati alla banca statale ucraina Oschadbank e hanno fermato per accertamenti sette ucraini.
Su questo l’Ue non ha detto parola salvo una laconica dichiarazione del portavoce del Commissario alla giustizia Markus Lammert che ha detto: «Abbiamo solo notizie dai media, non avendo altre informazioni non abbiamo nulla da dichiarare». Era invece intervenuta con una dichiarazione del portavoce Olof Gill che ha stigmatizzato le parole di Zelensky su Orbán: «Questo tipo di linguaggio è inaccettabile. Non devono esserci minacce nei confronti degli Stati membri dell’Ue». Per il resto solo imbarazzo e silenzio. Il fatto è che Ursula von der Leyen spera ardentemente che Viktor Orbán perda le imminenti elezioni e non vuole fargli favore di fare pressione su Zelensky perché rispetti l’accordo in base al quale deve riaprire l’oleodotto per far arrivare in Ungheria, Slovacchia e Cekia il petrolio russo. Il presidente ucraino ha chiaramente affermato: «I russi ci stanno uccidendo e noi dobbiamo dare petrolio a Orbán perché non può vincere le elezioni senza?». A Budapest l’hanno presa malissimo e il ministro degli esteri Peter Szijjarto su X tuona: «Bruxelles sta collaborando con la Croazia per bloccare le forniture di petrolio russo via mare all’Ungheria e alla Slovacchia nonostante la decisione dell’Ue di consentirlo quando il trasporto tramite oleodotto non è possibile. È vergognoso e scandaloso». «Ieri è diventato chiaro che l’Ucraina si rifiuta di riprendere il transito del petrolio verso l’Ungheria per motivi politici», sottolinea Peter Szijjarto che aggiunge: «Zelensky ha dichiarato che né gli esperti ungheresi e slovacchi né quelli dell’Ue potranno ispezionare l’oleodotto Druzhba. La Commissione non ha preso le difese di Ungheria e Slovacchia. Sta difendendo l’Ucraina, anziché sostenere due Stati membri».
In questo clima si è inserito l’incidente dei furgoni portasoldi. L’Ucraina ha avviato un’inchiesta. Budapest replica che c’è il sospetto che i sette, ora espulsi, facessero operazioni di riciclaggio anche per favorire infiltrazioni ucraine tese a condizionare le elezioni ungheresi. Questo «trasporto eccezionale» doveva trasferire risorse dall’Austria alla banca ungherese. Un commento arriva da Robert Fico che parla apertamente di ricatto dell’Ucraina e sostiene: «Zelensky ha oltrepassato ogni limite rosso e noi come paese sovrano dobbiamo dire qualcosa». Chi tace è, come al solito Bruxelles.
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