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2019-04-13
A 91 anni Benedetto scuote la Chiesa. In Vaticano tutti devono farci i conti
Ansa
Apocrifo. Inopportuno. Ideologico. I detrattori dello scritto di Benedetto XVI sul fenomeno degli abusi, e più in generale sulla crisi della Chiesa, non nascondono il loro disappunto. Quel testo non si doveva scrivere, né divulgare, perché rinfocola una parte di Chiesa che si vorrebbe defunta, incapace di comprendere la «conversione pastorale» di Francesco. Ma tutti sanno che quella parte di Chiesa, che per brevità potremmo dire ratzingeriana, sebbene sia un termine riduttivo, è tutt'altro che minoritaria.
Lo scritto di Benedetto XVI rimette sul tavolo alcuni temi che sono come il fumo negli occhi per molti (dalla morale alla liturgia, tanto per citarne due), ma sono questioni non nuove. Joseph Ratzinger queste cose le dice e le scrive dagli anni Settanta in un crescendo e in una continuità senza ombre. Potremmo citare anche il suo approccio al dialogo interreligioso, ricordando, tra l'altro, la dichiarazione Dominus Iesus circa l'unicità e l'universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa, pubblicata sotto una selva di polemiche nel 2000. Oppure la sua insistita predicazione sull'interpretazione del Vaticano II, un Concilio, ha detto più volte Ratzinger, da leggersi come rinnovamento nella continuità e non come un evento con cui fare una «nuova» Chiesa.
Benedetto XVI ha ricordato nel suo memoriale divulgato giovedì la Dichiarazione di Colonia del 1989, in quanto espressione di quel dissenso contro il magistero che, scrive, «assunse forme drammatiche» in quegli anni. In Italia a quella Dichiarazione ne seguì una, la Lettera dei 63 teologi del maggio 1989, in cui si diceva, tra l'altro, che era «certamente necessario approfondire il delicato problema della estensione del magistero nel campo etico». Firmavano anche Giuseppe Alberigo e Alberto Melloni, alfieri della cosiddetta scuola di Bologna, Enzo Bianchi, già priore della Comunità di Bose, Severino Dianich, Giovanni Cereti, Franco Giulio Brambilla, oggi vescovo di Novara. Una dissonanza che oggi potrebbe considerarsi parresia, anche se la stessa pare non essere concessa proprio a Benedetto XVI.
Massimo Faggioli, professore di storia del cristianesimo cresciuto nell'officina bolognese sotto l'ala di Melloni, mostra chiaramente la spaccatura all'interno della chiesa che lo scritto di Benedetto XVI rileva. «La tesi Ratzinger sugli abusi sessuali nella chiesa», scrive sull'Huffington Post, «costituisce una contro-narrazione che va ad alimentare direttamente l'opposizione a papa Francesco». Per questo, continua, andrebbe regolamentato l'ufficio di papa emerito e «al momento delle dimissioni, dovrebbe dimettersi assieme al papa anche la sua segreteria, che viene riassegnata» (ogni riferimento a monsignor Georg Ganswein non è puramente casuale). In altri termini, sarebbe meglio che si togliessero dai piedi.
Ma Faggioli sa molto bene, e con lui tutti coloro che in queste ore si stracciano le vesti per lo scritto di Benedetto XVI, che in accordo con le tesi riportate da Benedetto XVI nel suo scritto (comprese altre non citate, ma che fanno parte del suo magistero) ci sono cardinali, vescovi, teologi e studiosi cattolici in giro per tutto il mondo. Ed è troppo facile considerarla semplicemente una opposizione di stampo politico, anzi è proprio quello che lo stesso Ratzinger stigmatizza.
I più in vista, si sa, sono alcuni porporati come l'ex prefetto della Dottrina della fede Gerhard Müller, l'attuale prefetto al Culto divino, il cardinale africano Robert Sarah, i cardinali Raymond Burke e Walter Brandmüller, diversi vescovi statunitensi, tra cui si potrebbe ricordare quello di Philadelpia, Charles Chaput. In merito alla questione della dottrina morale qualcuno ricorderà la famosa lettera che 13 cardinali scrissero a Francesco durante il secondo sinodo sulla famiglia, quello del 2015, preoccupati delle procedure con cui si conduceva lo stesso sinodo per arrivare, a loro giudizio, a una soluzione predeterminata. Firmavano quella lettera anche il cardinale di Utrecht, Willem Eijk, quello di New York, Timothy Dolan, l'arcivescovo di Durban, Wilfrid Fox Napier.
«Dobbiamo ringraziare il Papa emerito Benedetto XVI per aver avuto il coraggio di parlare», ha twittato ieri il cardinale Robert Sarah. «La sua ultima analisi della crisi della Chiesa mi sembra di fondamentale importanza. La cancellazione di Dio in Occidente è terribile. La forza del male deriva dal rifiuto dell'amore di Dio». Peraltro, in questi giorni, il porporato africano sta presentando il suo ultimo libro in Francia, e le interviste che ha concesso mostrano che il pensiero di Benedetto XVI è il suo. «La crisi della Chiesa è soprattutto una crisi di fede», ha dichiarato al mensile francese La Nef. «Si vuol fare della Chiesa una società umana e orizzontale. Si vuol farle parlare un linguaggio mediatico. Si vuole renderla popolare. Una Chiesa del genere non interessa a nessuno. La Chiesa ha interesse solo perché ci permette di incontrare Gesù».
Così l’Emerito salva fede e ragione
Lo scritto di Benedetto XVI, come giustamente evidenziato sulla Verità, ha come obiettivo numero 1 non il Sessantotto, già rigorosamente criticato da tanti, anche non cattolici, quale causa, o almeno concausa, dei mille sbandamenti odierni, fino al nichilismo della droga, del sesso come diversivo e della violenza gratuita per sentirsi vivi. No, l'obiettivo di Ratzinger è tutto interno e coincide con il post Concilio, cioè quel periodo davvero drammatico, per non dire apocalittico, che la Chiesa visse dalla convocazione dell'assise ecumenica sotto Giovanni XXIII (1962) sino alla fine del pontificato di Paolo VI (1978).
Il dato temporale e storico è essenziale, e si ricollega a due crisi epocali che Benedetto XVI affrontò in modo continuo durante gli anni del suo pontificato. La crisi della fede successiva al Concilio e all'ermeneutica prevalente del fatto conciliare, anzitutto. E poi sullo sfondo di questa crisi religiosa, la crisi della ragione, sottostimata ovvero rinnegata, in nome di un fideismo alla luterana, in cui l'uomo nella sua capacità conoscitiva e volitiva sembra assolutamente distrutto dal peccato originale di Adamo ed Eva.
Le due fonti prossime del discorso di ieri sulla decadenza della teologia morale cattolica e le sue conseguenze drammatiche nel clero e nei seminari, sono dunque la celeberrima allocuzione sull'ermeneutica del Vaticano II, tenuta il 22 dicembre del 2005 e la lectio magistralis letta a Ratisbona il 12 settembre del 2006.
Il primo dei due discorsi, quello sul Concilio, fu il più eversivo e rivoluzionario del pontificato da poco iniziato, ed è rimasto storico nella cattolicità. Non a caso fu pubblicato a parte dalla Libreria editrice vaticana con il titolo, inesistente nella versione originale, di Il Concilio Vaticano II quarant'anni dopo.
In quel discorso Benedetto XVI mette sul banco degli imputati «una parte della teologia moderna», facendo però intendere che si tratta della parte maggioritaria e preponderante, la quale «si è potuta avvalere sella simpatia dei massmedia». Esattamente come nel discorso di ieri in cui pone l'accento sulla crisi della «teologia morale», interna alla Chiesa.
In entrambi i casi, con la scusa di tornare alla Bibbia e alla purezza della Parola divina originaria e senza incrostazioni storiche, si mise in forse tutta la dottrina sviluppata dalla Chiesa e dal suo Magistero in secoli e secoli di storia. Può parere eccessivamente teologico il ragionamento ma in realtà è banale e oggi l'uomo comune, cristiano e non, deve essere in grado di riflettere anche su queste cose.
Secondo Benedetto XVI dopo il Concilio e in nome di esso, molti teologi e presuli deragliarono dalla fede e dalla morale, perché vollero abbracciare una Bibbia senza mediazione ecclesiastica e un mondo contemporaneo iperlaicizzato, senza riserve e senza quei filtri posti dalla tradizione e dal buon senso. Infatti, diceva Ratzinger, «non poteva essere intenzione del Concilio abolire questa contraddizione del Vangelo nei confronti dei pericoli e degli errori dell'uomo».
Esattamente come oggi. La Chiesa infatti, aperta a tutti gli uomini di buona volontà, atei e gay inclusi, non può e non deve cedere all'ateismo, al secolarismo o allo snaturamento della famiglia e del matrimonio.
La seconda radice del messaggio che ieri il Papa emerito ha offerto al mondo si ha nella lectio magistralis di Ratisbona del 2006. Tale lezione fece notizia e scalpore per un passaggio critico su Maometto e l'islamismo, ma l'essenza del discorso è altrove.
Benedetto XVI in quell'occasione rivaluta la ragione che, come affermato da Giovanni Paolo II, è una delle ali, assieme alla fede, che ci porta alla contemplazione della verità (Fides et ratio, n. 1). E ancora una volta, in nome di cosa il fideismo antirazionalista cattolico era esploso nei turbolentissimi anni Sessanta del Novecento? In nome della Bibbia. E infatti, anche ieri Ratzinger critica chi vuole fondare una morale unicamente sulla Scrittura, finendo nel biblicismo e del fideismo meno razionale, e più prossimo del protestantesimo che del cattolicesimo romano.
«Il coraggio di aprirsi all'ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza, è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente»: così presentava in Baviera il Pontefice la vera apertura della Chiesa al mondo. Un'apertura che coincida con l'acquisizione dei valori del mondo, del contesto storico presente, è la fine del dialogo per assorbimento della Chiesa nella società, della fede nel relativismo etico della contemporaneità.
I due Ratzinger, il Pontefice-teologo del 2005-2006 e il Papa-monaco del 2019, dicono in fondo la stessa cosa agli uomini complessati e sradicati di oggi: «Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio». E quindi resta contrario anche alla natura dell'uomo.
Ma già il grande Agostino soleva dire che non esiste eresia che non pretenda di fondarsi sulla Bibbia…
Ora se la prendono con padre Georg
Se non è del maggiordomo, la colpa è del segretario, neanche si trattasse di un giallo da edicola ferroviaria. Per le guardie svizzere mediatiche di papa Francesco, lo scritto al vetriolo di Joseph Ratzinger avrebbe un ispiratore (anzi un cospiratore) neppure troppo occulto: padre Georg Gaenswein. Mai citato per ignavia ma dall'identikit chirurgico, il prefetto pontificio che accompagna Benedetto XVI nel suo incedere intellettualmente fermo (nonostante i 91 anni) viene individuato dagli alabardieri vaticani come l'anima nera della vicenda, colui che avrebbe organizzato il blitz giornalistico, primo responsabile della diffusione mondiale delle parole del pontefice emerito.
Parole peraltro alte e tonanti, pronunciate per iscritto dal sommo intellettuale della Chiesa, definito superficialmente conservatore e invece capace di gesti di una potenza eversiva assoluta come quello di alzarsi dal soglio pontificio. Ma anche di discorsi che somigliano a pietre angolari, come quello di Ratisbona sull'islam, la lettera inviata alla Chiesa d'Irlanda sulla pedofilia e le critiche al Concilio Vaticano II. Sbranare Ratzinger è impossibile, trattarlo come accadde con monsignor Carlo Maria Viganò è impensabile per coloro che fino a qualche minuto fa lo definivano l'angelo custode del pontificato di Jorge Mario Bergoglio. E allora è più facile farlo passare per un uomo stanco, smarrito, al termine del suo viaggio terreno, quindi vulnerabile e malleabile da abili mani mosse da un secondo fine: guardacaso, quello di delegittimare il Papa in carica all'interno di una guerra sotterranea fra reazionari e progressisti. Con un'insinuazione sottintesa, quella che lo scritto possa essere apocrifo.
In prima linea nel sostenere la difesa d'ufficio, quindi nel buttarla in politica senza entrare nel merito delle distorsioni della lobby gay in tonaca, è il teologo e storico Massimo Faggioli, docente di Storia del cristianesimo alla Villanova University di Philadelphia, che in un intervento su Huffington Post nega l'autenticità del j'accuse e sottolinea: «La scelta di privilegiare certi organi di stampa dà l'impressione che Benedetto XVI sia organico a quegli ambienti e che il Papa emerito sia manipolato e manipolabile». L'organo di stampa sarebbe un periodico del clero bavarese (Klerusblatt) al quale Ratzinger ha inviato l'articolo dopo aver chiesto e ottenuto il permesso dallo stesso Santo Padre e dal Segretario di Stato, Pietro Parolin. L'organo malefico sarebbe anche il Corriere della Sera (mai sospettato di simili devianze) che per primo lo ha rilanciato in italiano. E che nell'articolo di Gian Guido Vecchi adombra «il fastidio per l'uscita pubblica dell'emerito».
Tutto si spiega, anche le disordinate reazioni. Faggioli è il gemello culturale italoamericano di Antonio Spadaro, l'intellettuale di curia più vicino a Francesco, e assume volentieri il ruolo di investigatore per smascherare lo pseudo complotto del male. Il Guglielmo da Baskerville degli alabardieri va oltre e addita padre Georg: «Una manovra architettata non da Benedetto ma da chi gli sta intorno», scrive. E mentre lo fa si eleva al livello dell'indimenticabile Aldo Biscardi quando davanti al moviolone gridava «gombloddo». Poi evoca una tentazione allo scisma per metterla sul tragico e infine sbrocca chiedendo di cambiare il diritto canonico: «Quella del Papa emerito è un'istituzione che necessita di una regolamentazione che oggi non ha. Al momento delle dimissioni dovrebbe dimettersi assieme al papa anche la sua segreteria, che viene riassegnata; il ruolo di prefetto della casa pontificia va abolito, il Papa emerito deve cessare di vestire di bianco, i suoi rapporti con i media non vanno lasciati alla discrezione dei segretari».
Secondo Faggioli e secondo i pretoriani di papa Francesco, Benedetto dovrebbe camminare al buio e i suoi adepti pagare l'affronto con la defenestrazione. Tutti in silenzio e in nero, tutti censurati per volontà divina. Quanto è grande, luminoso, ingombrante il pensiero di Ratzinger, che oltre a illuminare i problemi illumina i sacrestani.
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Spaccatura tra chi considera il documento di Joseph Ratzinger sugli abusi un attacco alla «conversione pastorale» di Jorge Bergoglio e i tanti che invece ne appoggiano le tesi e ritengono finalmente squarciato il muro del silenzio.Sia nell'allocuzione del 2005 sul Concilio, sia a Ratisbona, sia nello scritto più recente il Papa tedesco ha sempre biasimato chi fonda una morale unicamente sulla Scrittura.Non potendo attaccare direttamente quello che fino a poco tempo fa era l'angelo custode del pontificato di Francesco, i pretoriani del Pontefice argentino accusano Georg Gaenswein, l'assistente di Benedetto.Lo speciale contiene tre articoli.Apocrifo. Inopportuno. Ideologico. I detrattori dello scritto di Benedetto XVI sul fenomeno degli abusi, e più in generale sulla crisi della Chiesa, non nascondono il loro disappunto. Quel testo non si doveva scrivere, né divulgare, perché rinfocola una parte di Chiesa che si vorrebbe defunta, incapace di comprendere la «conversione pastorale» di Francesco. Ma tutti sanno che quella parte di Chiesa, che per brevità potremmo dire ratzingeriana, sebbene sia un termine riduttivo, è tutt'altro che minoritaria.Lo scritto di Benedetto XVI rimette sul tavolo alcuni temi che sono come il fumo negli occhi per molti (dalla morale alla liturgia, tanto per citarne due), ma sono questioni non nuove. Joseph Ratzinger queste cose le dice e le scrive dagli anni Settanta in un crescendo e in una continuità senza ombre. Potremmo citare anche il suo approccio al dialogo interreligioso, ricordando, tra l'altro, la dichiarazione Dominus Iesus circa l'unicità e l'universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa, pubblicata sotto una selva di polemiche nel 2000. Oppure la sua insistita predicazione sull'interpretazione del Vaticano II, un Concilio, ha detto più volte Ratzinger, da leggersi come rinnovamento nella continuità e non come un evento con cui fare una «nuova» Chiesa.Benedetto XVI ha ricordato nel suo memoriale divulgato giovedì la Dichiarazione di Colonia del 1989, in quanto espressione di quel dissenso contro il magistero che, scrive, «assunse forme drammatiche» in quegli anni. In Italia a quella Dichiarazione ne seguì una, la Lettera dei 63 teologi del maggio 1989, in cui si diceva, tra l'altro, che era «certamente necessario approfondire il delicato problema della estensione del magistero nel campo etico». Firmavano anche Giuseppe Alberigo e Alberto Melloni, alfieri della cosiddetta scuola di Bologna, Enzo Bianchi, già priore della Comunità di Bose, Severino Dianich, Giovanni Cereti, Franco Giulio Brambilla, oggi vescovo di Novara. Una dissonanza che oggi potrebbe considerarsi parresia, anche se la stessa pare non essere concessa proprio a Benedetto XVI.Massimo Faggioli, professore di storia del cristianesimo cresciuto nell'officina bolognese sotto l'ala di Melloni, mostra chiaramente la spaccatura all'interno della chiesa che lo scritto di Benedetto XVI rileva. «La tesi Ratzinger sugli abusi sessuali nella chiesa», scrive sull'Huffington Post, «costituisce una contro-narrazione che va ad alimentare direttamente l'opposizione a papa Francesco». Per questo, continua, andrebbe regolamentato l'ufficio di papa emerito e «al momento delle dimissioni, dovrebbe dimettersi assieme al papa anche la sua segreteria, che viene riassegnata» (ogni riferimento a monsignor Georg Ganswein non è puramente casuale). In altri termini, sarebbe meglio che si togliessero dai piedi.Ma Faggioli sa molto bene, e con lui tutti coloro che in queste ore si stracciano le vesti per lo scritto di Benedetto XVI, che in accordo con le tesi riportate da Benedetto XVI nel suo scritto (comprese altre non citate, ma che fanno parte del suo magistero) ci sono cardinali, vescovi, teologi e studiosi cattolici in giro per tutto il mondo. Ed è troppo facile considerarla semplicemente una opposizione di stampo politico, anzi è proprio quello che lo stesso Ratzinger stigmatizza. I più in vista, si sa, sono alcuni porporati come l'ex prefetto della Dottrina della fede Gerhard Müller, l'attuale prefetto al Culto divino, il cardinale africano Robert Sarah, i cardinali Raymond Burke e Walter Brandmüller, diversi vescovi statunitensi, tra cui si potrebbe ricordare quello di Philadelpia, Charles Chaput. In merito alla questione della dottrina morale qualcuno ricorderà la famosa lettera che 13 cardinali scrissero a Francesco durante il secondo sinodo sulla famiglia, quello del 2015, preoccupati delle procedure con cui si conduceva lo stesso sinodo per arrivare, a loro giudizio, a una soluzione predeterminata. Firmavano quella lettera anche il cardinale di Utrecht, Willem Eijk, quello di New York, Timothy Dolan, l'arcivescovo di Durban, Wilfrid Fox Napier.«Dobbiamo ringraziare il Papa emerito Benedetto XVI per aver avuto il coraggio di parlare», ha twittato ieri il cardinale Robert Sarah. «La sua ultima analisi della crisi della Chiesa mi sembra di fondamentale importanza. La cancellazione di Dio in Occidente è terribile. La forza del male deriva dal rifiuto dell'amore di Dio». Peraltro, in questi giorni, il porporato africano sta presentando il suo ultimo libro in Francia, e le interviste che ha concesso mostrano che il pensiero di Benedetto XVI è il suo. «La crisi della Chiesa è soprattutto una crisi di fede», ha dichiarato al mensile francese La Nef. «Si vuol fare della Chiesa una società umana e orizzontale. Si vuol farle parlare un linguaggio mediatico. Si vuole renderla popolare. Una Chiesa del genere non interessa a nessuno. La Chiesa ha interesse solo perché ci permette di incontrare Gesù».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-91-anni-benedetto-scuote-la-chiesa-in-vaticano-tutti-devono-farci-i-conti-2634467156.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cosi-lemerito-salva-fede-e-ragione" data-post-id="2634467156" data-published-at="1780169710" data-use-pagination="False"> Così l’Emerito salva fede e ragione Lo scritto di Benedetto XVI, come giustamente evidenziato sulla Verità, ha come obiettivo numero 1 non il Sessantotto, già rigorosamente criticato da tanti, anche non cattolici, quale causa, o almeno concausa, dei mille sbandamenti odierni, fino al nichilismo della droga, del sesso come diversivo e della violenza gratuita per sentirsi vivi. No, l'obiettivo di Ratzinger è tutto interno e coincide con il post Concilio, cioè quel periodo davvero drammatico, per non dire apocalittico, che la Chiesa visse dalla convocazione dell'assise ecumenica sotto Giovanni XXIII (1962) sino alla fine del pontificato di Paolo VI (1978). Il dato temporale e storico è essenziale, e si ricollega a due crisi epocali che Benedetto XVI affrontò in modo continuo durante gli anni del suo pontificato. La crisi della fede successiva al Concilio e all'ermeneutica prevalente del fatto conciliare, anzitutto. E poi sullo sfondo di questa crisi religiosa, la crisi della ragione, sottostimata ovvero rinnegata, in nome di un fideismo alla luterana, in cui l'uomo nella sua capacità conoscitiva e volitiva sembra assolutamente distrutto dal peccato originale di Adamo ed Eva. Le due fonti prossime del discorso di ieri sulla decadenza della teologia morale cattolica e le sue conseguenze drammatiche nel clero e nei seminari, sono dunque la celeberrima allocuzione sull'ermeneutica del Vaticano II, tenuta il 22 dicembre del 2005 e la lectio magistralis letta a Ratisbona il 12 settembre del 2006. Il primo dei due discorsi, quello sul Concilio, fu il più eversivo e rivoluzionario del pontificato da poco iniziato, ed è rimasto storico nella cattolicità. Non a caso fu pubblicato a parte dalla Libreria editrice vaticana con il titolo, inesistente nella versione originale, di Il Concilio Vaticano II quarant'anni dopo. In quel discorso Benedetto XVI mette sul banco degli imputati «una parte della teologia moderna», facendo però intendere che si tratta della parte maggioritaria e preponderante, la quale «si è potuta avvalere sella simpatia dei massmedia». Esattamente come nel discorso di ieri in cui pone l'accento sulla crisi della «teologia morale», interna alla Chiesa. In entrambi i casi, con la scusa di tornare alla Bibbia e alla purezza della Parola divina originaria e senza incrostazioni storiche, si mise in forse tutta la dottrina sviluppata dalla Chiesa e dal suo Magistero in secoli e secoli di storia. Può parere eccessivamente teologico il ragionamento ma in realtà è banale e oggi l'uomo comune, cristiano e non, deve essere in grado di riflettere anche su queste cose. Secondo Benedetto XVI dopo il Concilio e in nome di esso, molti teologi e presuli deragliarono dalla fede e dalla morale, perché vollero abbracciare una Bibbia senza mediazione ecclesiastica e un mondo contemporaneo iperlaicizzato, senza riserve e senza quei filtri posti dalla tradizione e dal buon senso. Infatti, diceva Ratzinger, «non poteva essere intenzione del Concilio abolire questa contraddizione del Vangelo nei confronti dei pericoli e degli errori dell'uomo». Esattamente come oggi. La Chiesa infatti, aperta a tutti gli uomini di buona volontà, atei e gay inclusi, non può e non deve cedere all'ateismo, al secolarismo o allo snaturamento della famiglia e del matrimonio. La seconda radice del messaggio che ieri il Papa emerito ha offerto al mondo si ha nella lectio magistralis di Ratisbona del 2006. Tale lezione fece notizia e scalpore per un passaggio critico su Maometto e l'islamismo, ma l'essenza del discorso è altrove. Benedetto XVI in quell'occasione rivaluta la ragione che, come affermato da Giovanni Paolo II, è una delle ali, assieme alla fede, che ci porta alla contemplazione della verità (Fides et ratio, n. 1). E ancora una volta, in nome di cosa il fideismo antirazionalista cattolico era esploso nei turbolentissimi anni Sessanta del Novecento? In nome della Bibbia. E infatti, anche ieri Ratzinger critica chi vuole fondare una morale unicamente sulla Scrittura, finendo nel biblicismo e del fideismo meno razionale, e più prossimo del protestantesimo che del cattolicesimo romano. «Il coraggio di aprirsi all'ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza, è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente»: così presentava in Baviera il Pontefice la vera apertura della Chiesa al mondo. Un'apertura che coincida con l'acquisizione dei valori del mondo, del contesto storico presente, è la fine del dialogo per assorbimento della Chiesa nella società, della fede nel relativismo etico della contemporaneità. I due Ratzinger, il Pontefice-teologo del 2005-2006 e il Papa-monaco del 2019, dicono in fondo la stessa cosa agli uomini complessati e sradicati di oggi: «Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio». E quindi resta contrario anche alla natura dell'uomo. Ma già il grande Agostino soleva dire che non esiste eresia che non pretenda di fondarsi sulla Bibbia… <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-91-anni-benedetto-scuote-la-chiesa-in-vaticano-tutti-devono-farci-i-conti-2634467156.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ora-se-la-prendono-con-padre-georg" data-post-id="2634467156" data-published-at="1780169710" data-use-pagination="False"> Ora se la prendono con padre Georg Se non è del maggiordomo, la colpa è del segretario, neanche si trattasse di un giallo da edicola ferroviaria. Per le guardie svizzere mediatiche di papa Francesco, lo scritto al vetriolo di Joseph Ratzinger avrebbe un ispiratore (anzi un cospiratore) neppure troppo occulto: padre Georg Gaenswein. Mai citato per ignavia ma dall'identikit chirurgico, il prefetto pontificio che accompagna Benedetto XVI nel suo incedere intellettualmente fermo (nonostante i 91 anni) viene individuato dagli alabardieri vaticani come l'anima nera della vicenda, colui che avrebbe organizzato il blitz giornalistico, primo responsabile della diffusione mondiale delle parole del pontefice emerito. Parole peraltro alte e tonanti, pronunciate per iscritto dal sommo intellettuale della Chiesa, definito superficialmente conservatore e invece capace di gesti di una potenza eversiva assoluta come quello di alzarsi dal soglio pontificio. Ma anche di discorsi che somigliano a pietre angolari, come quello di Ratisbona sull'islam, la lettera inviata alla Chiesa d'Irlanda sulla pedofilia e le critiche al Concilio Vaticano II. Sbranare Ratzinger è impossibile, trattarlo come accadde con monsignor Carlo Maria Viganò è impensabile per coloro che fino a qualche minuto fa lo definivano l'angelo custode del pontificato di Jorge Mario Bergoglio. E allora è più facile farlo passare per un uomo stanco, smarrito, al termine del suo viaggio terreno, quindi vulnerabile e malleabile da abili mani mosse da un secondo fine: guardacaso, quello di delegittimare il Papa in carica all'interno di una guerra sotterranea fra reazionari e progressisti. Con un'insinuazione sottintesa, quella che lo scritto possa essere apocrifo. In prima linea nel sostenere la difesa d'ufficio, quindi nel buttarla in politica senza entrare nel merito delle distorsioni della lobby gay in tonaca, è il teologo e storico Massimo Faggioli, docente di Storia del cristianesimo alla Villanova University di Philadelphia, che in un intervento su Huffington Post nega l'autenticità del j'accuse e sottolinea: «La scelta di privilegiare certi organi di stampa dà l'impressione che Benedetto XVI sia organico a quegli ambienti e che il Papa emerito sia manipolato e manipolabile». L'organo di stampa sarebbe un periodico del clero bavarese (Klerusblatt) al quale Ratzinger ha inviato l'articolo dopo aver chiesto e ottenuto il permesso dallo stesso Santo Padre e dal Segretario di Stato, Pietro Parolin. L'organo malefico sarebbe anche il Corriere della Sera (mai sospettato di simili devianze) che per primo lo ha rilanciato in italiano. E che nell'articolo di Gian Guido Vecchi adombra «il fastidio per l'uscita pubblica dell'emerito». Tutto si spiega, anche le disordinate reazioni. Faggioli è il gemello culturale italoamericano di Antonio Spadaro, l'intellettuale di curia più vicino a Francesco, e assume volentieri il ruolo di investigatore per smascherare lo pseudo complotto del male. Il Guglielmo da Baskerville degli alabardieri va oltre e addita padre Georg: «Una manovra architettata non da Benedetto ma da chi gli sta intorno», scrive. E mentre lo fa si eleva al livello dell'indimenticabile Aldo Biscardi quando davanti al moviolone gridava «gombloddo». Poi evoca una tentazione allo scisma per metterla sul tragico e infine sbrocca chiedendo di cambiare il diritto canonico: «Quella del Papa emerito è un'istituzione che necessita di una regolamentazione che oggi non ha. Al momento delle dimissioni dovrebbe dimettersi assieme al papa anche la sua segreteria, che viene riassegnata; il ruolo di prefetto della casa pontificia va abolito, il Papa emerito deve cessare di vestire di bianco, i suoi rapporti con i media non vanno lasciati alla discrezione dei segretari». Secondo Faggioli e secondo i pretoriani di papa Francesco, Benedetto dovrebbe camminare al buio e i suoi adepti pagare l'affronto con la defenestrazione. Tutti in silenzio e in nero, tutti censurati per volontà divina. Quanto è grande, luminoso, ingombrante il pensiero di Ratzinger, che oltre a illuminare i problemi illumina i sacrestani.
Il Paris Saint-Germain festeggia la Champions League dopo aver battuto ai rigori l'Arsenal nella finale di Budapest (Ansa)
La storia continua e si arricchisce di un nuovo capitolo. Nell’ormai infinita saga dell’esasperato dibattito tra risultatisti e giochisti, stavolta tocca a quest’ultimi festeggiare. Tocca al Paris Saint-Germain di Luis Enrique, che dopo aver iscritto lo scorso anno i parigini nell’albo d’oro della Champions League per la prima volta, si ripete e concede il bis battendo nella finale di Budapest l’Arsenal dell’allievo Mikel Arteta.
Due mondi opposti e due filosofie a confronto, hanno detto in molti alla vigilia, guardando, stile di gioco, numeri e statistiche. Da una parte il pragmatismo e l’organizzazione dell’Arsenal, capace di concedere appena sei gol agli avversari in tutto il torneo, prima della finale. Dall’altra le 45 reti messe a segno dal Psg, eguagliando il record stabilito nel 1999/2000 dal Barcellona, nella cui rosa figurava proprio Luis Enrique. Alla fine, nella serata della Puskas Arena, a fare la differenza è stata la qualità offensiva dei campioni di Francia e d’Europa, l’esperienza e quel pizzico di buona sorte necessari in appuntamenti del genere. Tuttavia, la finale si è rivelata essere più equilibrata e meno scontata di quanto si potesse ipotizzare alla vigilia. A dimostrarlo non è solo il fatto che la banda di Luis Enrique abbia avuto bisogno dei tempi supplementari e dei rigori per sbrogliare la matassa che aveva preparato Arteta. Ma anche l’approccio e l’atteggiamento tattico dell’Arsenal, arrivato in Ungheria con legittime ambizioni e reduce dalla conquista della Premier League, ventidue anni dopo l’ultima firmata da Arsène Wenger. Il Psg aveva tutto dalla sua per confermarsi sul tetto d’Europa: forza, qualità della rosa, blasone, esperienza, favore del pronostico. L’Arsenal si è dimostrato comunque all’altezza con Arteta che si è addirittura concesso il lusso di iniziare la partita con 152 milioni di euro dell’ultima campagna acquisti parcheggiati in panchina. Il tecnico spagnolo ha infatti sorpreso tutti preferendo in attacco Kai Havertz allo svedese Viktor Gyokeres, pagato allo Sporting Lisbona 73 milioni di euro, e scegliendo di rimpolpare il centrocampo con il giovane Lewis-Skelly a scapito della mezza punta Eberechi Eze, strappato al Crystal Palace per 79 milioni. Scelte, specialmente la prima, che si stavano rivelando azzeccate visto che pronti via, al 5’ Havertz, che già una finale di Champions l’aveva decisa nel 2021, quando con il Chelsea trionfò nel derby inglese contro il Manchester City di Pep Guardiola, approfitta di un rimpallo a metà campo con Marquinhos e fugge verso la porta di Safonov: il mancino potente sotto la traversa è una sentenza che gela i tifosi del Psg e manda in delirio quelli inglesi.
Da quel momento in poi la partita prende esattamente la piega immaginata da Arteta. L’Arsenal si chiude, concede il pallone agli avversari e difende con ordine, densità e pazienza. Il Psg controlla il possesso, ma per lunghi tratti lo fa in maniera sterile. Kvaratskhelia e Doué faticano ad accendersi, Dembélé appare lontano dalla versione dominante ammirata per tutta la stagione e le occasioni arrivano con il contagocce. I campioni d’Europa rientrano dagli spogliatoi con un atteggiamento più aggressivo, ma rischiano addirittura di subire il raddoppio quando ancora Havertz si presenta dalle parti di Safonov. È il preludio alla svolta dell’incontro. Al 62' Mosquera interviene in ritardo su Kvaratskhelia all’interno dell’area. Siebert indica il dischetto e il Var conferma. Dembélé non sbaglia, spiazza Raya e riporta il risultato in equilibrio.
L’1-1 cambia l’inerzia della finale. Il Psg aumenta la pressione, l’Arsenal perde qualche certezza e la gara si apre. Vitinha sfiora il vantaggio con una conclusione dalla distanza, poi è Kvaratskhelia ad avere la palla più pesante della serata quando approfitta di un errore di Saliba e si presenta davanti a Raya: il portiere spagnolo devia il sinistro del georgiano sul palo, tenendo in vita i Gunners. Nel finale dei tempi regolamentari le occasioni migliori capitano ancora ai francesi. Vitinha manca di poco il bersaglio grosso e, in pieno recupero, Barcola spreca clamorosamente un contropiede che avrebbe potuto chiudere i conti.
I supplementari sono molto più nervosi che spettacolari. L’Arsenal protesta per un contatto tra Nuno Mendes e Madueke, ma per Siebert non ci sono gli estremi per il rigore. Dall’altra parte il Psg continua ad avere una maggiore iniziativa, senza però trovare il colpo decisivo. Così, per la prima volta dal 2016, una finale di Champions si decide ai rigori. Dal dischetto Ramos e Doué trasformano i primi due tentativi, mentre Eze condanna subito l’Arsenal calciando fuori il secondo penalty della serie. Raya tiene aperto uno spiraglio parando la conclusione di Nuno Mendes, ma Rice risponde soltanto in parte. Hakimi e Beraldo non tremano, mentre dall’altra parte Martinelli segna prima che Gabriel spedisca alto il rigore che consegna definitivamente la coppa al Psg e a Luis Enrique. Per il club francese è un successo che prolunga il ciclo aperto dodici mesi fa e si conferma sul tetto d’Europa. I francesi entrano così nel ristretto gruppo di squadre capaci di vincere la Champions League per almeno due stagioni consecutive, diventando al tempo stesso il primo e unico club francese a riuscire nell’impresa. Per Luis Enrique, invece, è la terza coppa dalle grandi orecchie alzata al cielo.
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Matteo Berrettini (Ansa)
Ma soprattutto di tennis e di nerbo. Il trentenne romano esce vittorioso da una battaglia di cinque ore e 23 minuti nel terzo turno del Roland Garros contro «El Tiburon» Comesana, argentino specialista della terra battuta: 7-6, 5-7, 6-7, 6-4, 7-6 con vittoria a 13 nel supertiebreak. Il risultato è già indizio di un match senza esclusione di colpi, in cui il Thor nostrano ha ritrovato sprazzi del suo gioco migliore, quel predominio di servizio esplosivo e dritto potente e arrotato, che negli anni scorsi lo ha condotto a una finale a Wimbledon persa contro Djokovic, a due vittorie al Queen’s, alle semifinali all’Australian Open e allo Us Open. Numeri da capogiro per un tennista italiano, Sinner a parte. Gli infortuni ne hanno funestato il fisicone di 196 cm per 95 kg, ma la naturalezza con cui ha tenuto i turni di battuta e risposto alle rotazioni geometriche dell’avversario, indicano degli ottavi di finale guadagnati con la calma olimpica del pescatore di fiume. Matteo ha soltanto bisogno di disputare tante partite. Solo così potrà ritrovare lo smalto e, perché no, riproporre la sua candidatura in una classifica a oggi impietosa. Buone nuove pure dal terzo turno di Flavio Cobolli, vincitore per 6-2 6-2 6-3 su Learner Tien. Nella racchetta regolare del fiorentino Flavio c’è qualcosa che pare spezzarsi da un momento all’altro, parcellizzandosi in un sistema di possibilità vertiginoso. Il suo è un tennis di Schrödinger: può elevarsi fino a toccare vette da top 20 quale oggi è (quest’anno vanta una finale raggiunta a Monaco di Baviera svillaneggiando in semifinale Zverev e una vittoria al master 500 di Acapulco sconfiggendo l’esperto Tiafoe), oppure, con la stessa disinvoltura, può perdere incontri semplici, scivolando nella coltre dell’anonimato. Tien, mancino statunitense di origini vietnamite, 20 anni, pupillo di quel Michael Chang che nel 1989, a soli 17 anni, vinse proprio al Roland Garros prendendosi gioco di un Ivan Lendl furibondo, è, assieme a Fonseca, Jodar, Mensik, Fils e al diciassettenne francese Kouame, una promessa in parte già mantenuta. Ha vinto il master 250 di Ginevra poco più di una settimana fa, ma contro Flavio pareva appannato, ha sbagliato parecchio, spianandogli la strada verso un match quasi rilassato. Ora Cobolli se la vedrà agli ottavi con Zachary Svajda, numero 85 Atp, che si è preso in cinque set lo scalpo di Francisco Cerundolo, fratello maggiore di Juan Manuel, avversario di Sinner nella partita di giovedì. Con l’eliminazione di Djokovic in cinque set per mano del «Sinnerzinho» brasiliano Joao Fonseca, si saggerà la consistenza agonistica di Sascha Zverev. Il tedesco di origini russe, artefice di una carriera ciclotimica, non si è mai imposto in un trofeo del Grande Slam, quel genere di tornei stanno a lui come Diabolik all’ispettore Ginko. Con Alcaraz e Sinner fermi ai box, ecco giunta la sua fatidica occasione. Sulla sua strada potrebbe trovare nei quarti di finale il tirannico diciannovenne Rafael Jodar. Lo spagnolo, si diceva, assieme a Fonseca e al ceco Jakub Mensik, rappresenta a buon diritto la nuova generazione di atleti destinata a inserirsi nella rivalità tra il nostro altoatesino e il murciano Carlitos. Anche di questi giovani classe 2005/06 si verificheranno presto le qualità.
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Da qui l’intuizione di Fernando Raris e Bepo Maffioli, nel 1976, di creare un circuito dedicato di ristoratori che, in stagione, declinavano finferli e porcini in vario modo a tutto menù, ovvero il Cocofungo. Il primo circuito nazionale dedicato a un singolo prodotto da cui, nella stagione invernale, «gemmò» il Cocoradicchio, creato nel 1988, seguito a ruota da un altro circuito gemello, «I ristoranti del radicchio».
Insegne diverse, ma missione comune. Quella di valorizzare la gustosa cicoria locale tanto è vero che, nel 1999, prende il via il «Radicchio d’oro», una sorta di Campiello gastronomico con premi ad eccellenze nazionali in vari settori. Dallo sport alla cultura, passando per gastronomia, giornalismo e altro ancora, con i premiati omaggiati su palco nientemeno che dal sorriso della Miss Italia millesimata di anno in anno. Ritorniamo alla realtà.
Nel 1996 il radicchio di Treviso è stato il primo ortaggio italiano a ottenere il riconoscimento Igp europeo, ed ecco un’altra medaglia di primogenitura di Marca che si affianca al Festival della cucina trevigiana così come al Cocofungo. Varie le ipotesi di come sia sorta questa variante sulle rive del Sile, alcune romantiche (i suoi semi deposti da uccelli migratori sul campanile di Dosson, e le pianticelle curate poi da dei fraticelli del vicino convento), altre vedono protagonista Francesco van den Borre, architetto di parchi e giardini delle ville venete, che applicò a questo ortaggio tecniche di sbiancamento utilizzate nel Belgio nativo per la locale cicoria. Vi è poi la variante ruspante, quella della civiltà rurale legata alla sussistenza quotidiana. In un tempo in cui non si buttava via niente, i cespi di radicchio venivano messi a riposare in un angolo della stalla ricoperti da un telo per prolungarne il consumo oltre il tempo della raccolta. Un utilizzo non solo alimentare. Le madri di famiglia ne bollivano le radici per ottenere un’acqua depurativa per i disturbi digestivi. In tempi di autarchia, durante il ventennio, le stesse radici venivano tostate e macinate quale surrogato del caffè. I nonni creativi le distillavano per ottenere poi grappe ritenute il miglior digestivo dopo pasti generosi.
Una radicata tradizione familiare, ben descritta da Bepi Mazzotti: «Vengono lavorati sotto i portici o nelle stalle in tempo di filò, le foglie aperte con l’arte consumata dei fiorai». Vari libri dedicati con ricettari che hanno permesso al radicchio di Treviso di scalare pazientemente la gerarchia culinaria, da umile contorno delle cucine rurali a ricercata leccornia di tavole (anche) stellate. Vi è poi il fratellino minore, ovvero il radicchio variegato di Castelfranco, nato da un casuale incrocio di necessità tra radicchio di Treviso e indivia scarola. Ma anche qui il tocco d’artista di Maffioli fa entrare la storia nella leggenda. Nel suo ultimo libro, uscito con le ricette di Onorio Barbesin, accenna a una nobildonna castellana invitata da una famiglia di pari lignaggio a una prima della Scala a Milano. Aveva preparato degna sartoria conseguente, abbellita da una fascinosa orchidea. Ma allora i treni sbuffavano lentamente, con emissioni di nerofumo. L’orchidea ne risentì, ma la nobildonna fece di necessità virtù. Si era fatta preparare dai suoi mezzadri un bel cesto di radicchio variegato, coperto da una tela, per farne omaggio agli amici milanesi. Giunse a Milano intatto nei suoi colori e profumi. Dopo adeguata toilette vegetale, lo indossò con orgoglio in attesa delle arie di Puccini non prima di aver raccolto i complimenti per l’insolita veste che la accompagnava e, alla domanda di che specie fosse, risose «Un fiore che si mangia», aizzando così ulteriore curiosità negli astanti.
Altra coccola golosa di cui la Marca trevigiana ha l’esclusiva è la sopa coada, ovvero una zuppa di pane, brodo e carne di piccione. Anche qui un’origine che incrocia storia e leggenda. Un tempo i piccioni erano allevati nelle piccionaie, ovvero i solai delle case benestanti così come nelle torri di campagna, residuo delle lotte tra le signorie medioevali e poi riprese dalle architetture del Palladio per le ville della nobiltà veneziana. Dopo l’Unità d’Italia, grazie all’intuizione di qualche oste trevigiano, si abbinarono le carni, dopo lenta cottura nel brodo, al pane raffermo, così per ottimizzare gusto e necessità. Coada dalla doppia chiave di lettura. Covata, cotta lentamente per ore per spremere dalle carni tutti i sapori. Ma anche coperta, con le fette di pane inzuppato a proteggerne i gusti. Immancabili, poi, le varianti. A Motta di Livenza si utilizzava la gallina ruspante per dare sostegno nutriente ai mercanti che giungevano con le loro chiatte dalla Laguna. Vi è poi la variante con il fagiano, a Zenson di Piave, e pure quella con l’oca a Falzè di Trevignano. Ma, al di là delle possibili variabili pennute, c’è una regola senza se e senza ma, stabilita dalla storica Adriana Vigneri: «È un piatto che deve essere nominato rigorosamente in dialetto, l’unico modo per inquadrarlo nel contesto che lo rende unico».
Un’antica regola recita «a boca no a xè straca se no a sa de vaca». E quindi, sui titoli di coda, non può mancare un’altra identità trevigiana, la Casatella. Nel 2008 è stato il primo formaggio a pasta morbida ad ottenere la certificazione Dop, prima ancora del ben conosciuto Squacquerone romagnolo. Un tempo era il residuo della lavorazione del burro, fonte di pronto incasso monetario per gli allevatori. Con l’aggiunta di caglio e ben pressato dentro uno stampo, veniva posto sul davanzale, nelle stagioni fredde, per asciugarsi quel minimo sufficiente ad essere poi consumato. Spesso utilizzato anche come merce di scambio quando si andava a far la spesa dal casoin. Poi, dalla metà degli anni Cinquanta, con il progressivo svilupparsi dei caseifici, la produzione non solo è migliorata ma si è provveduto alla stesura di un disciplinare che ne ha consolidato la qualità e, grazie anche alla sua versatilità organolettica, abbinata al basso contenuto di grassi, protagonista di un ricettario che ha visto coinvolti, progressivamente, anche ristoratori di molte altre Regioni.
Al dolce finale non può mancare il tiramisù che pochi ancora sanno essere il dolce italiano più venduto all’estero, con buona pace del panettone. Anche qui non potevano mancare le rivendicazioni di campanile, con la friulana Tolmezzo a sostenere la paternità primigenia. Le radici documentate iniziano verso la metà degli anni Cinquanta quando Roberto «Loly» Linguanotto, pasticcere dello storico Beccherie della famiglia Campeol, mette a punto un originale mix a base di uova, zucchero, savoiardi, cacao, mascarpone e caffè. Già il nome «tiramisù» ha ispirato varie riletture goliardiche, partendo dal fatto che, proprio in quegli anni, la dolce vita trevigiana era stata ironicamente descritta da quel Signore e signori di Pietro Germi che non ebbe vita facile con il perbenismo di quel tempo. Vari i suoi ambasciatori. Da Bepo Maffioli che, nel 1981, fu il primo a darne memoria scritta con la ricetta conseguente, ai Toulà di Alfredo Beltrame, che lo fece conoscere e apprezzare nel mondo, per giungere al 2010 quando l’Accademia italiana della cucina ne deposita la ricetta originale. E mentre nella carnica Tolmezzo continuavano a sbuffare neanche tanto dolcemente, a Treviso, nel 2017, parte la prima edizione della World cup, il Campionato mondiale del tiramisù, tra artisti pasticceri e semplici cultori della materia che, con entusiasmo, si fiondano nella città dove «Sile e Cagnan s’accompagnano», e se assieme ad un buon tiramisù ancor meglio.
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Courtesy of Stefano Ricci SpA
La nuova tappa della «Stefano Ricci explorer mission» attraversa i baobab del Tarangire, le pianure del Serengeti, le foreste del Gombe Stream e le acque profonde del lago Tanganica, trasformando il viaggio in racconto culturale prima ancora che stilistico. «La Tanzania non è semplicemente una destinazione. È una terra primordiale. È un luogo dove la terra respira e ogni alba sembra il primo giorno della creazione», racconta il direttore creativo Filippo Ricci nella nota che accompagna la collezione. Il tono è volutamente evocativo, quasi letterario. «Questo è il luogo ancestrale in cui si scopre la differenza tra un viaggiatore e un bambino che torna a casa», continua Ricci, costruendo una narrazione dove il safari diventa metafora di libertà, contemplazione e ritorno all’essenziale. Una visione che si traduce in abiti pensati per un uomo cosmopolita ma lontano dall’ostentazione, sempre più attratto da materiali nobili, comfort e artigianalità invisibile.
Al centro del guardaroba torna così la sahariana, da anni uno dei codici stilistici della maison. In lino, cotone Giza 45 o lane ultraleggere, morbida ma rigorosa nella costruzione, viene proposta come simbolo di un’eleganza rilassata e internazionale. Accanto, pantaloni con coulisse, camicie in pura seta, maglieria impalpabile, giubbotti in pelle intrecciata fatti a mano e sneaker con suole 3D. La palette cromatica nasce direttamente dai paesaggi tanzaniani: beige safari, tabacco Serengeti, verde Gombe forest, arancio Masai, malva Hadzabe e soprattutto il blue tanzanite, vicino all’iconico blue Ricci. Toni naturali e polverosi che ricordano «i colori che piacevano a Hemingway», sottolinea il marchio.
L’Africa, in realtà, accompagna da tempo l’immaginario di Stefano Ricci. Nella collezione riaffiora anche il ricordo del rapporto con Nelson Mandela, per il quale il fondatore realizzò celebri camicie di seta divenute simbolo di uno stile personale e anticonvenzionale. Un legame che oggi si traduce in completi fluidi dal gusto internazionale e in smoking realizzati nei tessuti dell’Antico setificio fiorentino, dove motivi ispirati alla cultura Maasai vengono riletti con discrezione sartoriale.
La presentazione della collezione è stata accompagnata anche dai risultati economici del gruppo. Il 2025 si è chiuso con ricavi consolidati per circa 217 milioni di euro. Al netto di componenti straordinarie legate a un progetto immobiliare contabilizzato nell’esercizio precedente, la crescita organica si attesta intorno all’1%. «In un contesto geopolitico e macroeconomico incerto, il 2025 ha segnato una fase di fisiologica normalizzazione dopo un biennio di forte espansione», spiega l’amministratore delegato Niccolò Ricci. «La rete retail ha confermato la solidità del modello distributivo, registrando una crescita in linea con il gruppo e rafforzando il valore del brand nei mercati strategici».
Più incoraggiante l’avvio del 2026. Nonostante le tensioni internazionali, soprattutto nell’area mediorientale - cruciale per il marchio - il primo quadrimestre dell’anno si è chiuso con ricavi in crescita del 4% rispetto allo stesso periodo del 2025. «La stabilità è il risultato della strategia di diversificazione geografica attuata negli anni», sottolinea Niccolò Ricci, «che ha permesso di mitigare l’esposizione ai rischi regionali e bilanciare le performance a livello globale». La strategia di espansione prosegue infatti sul piano internazionale ma anche in Italia, dove il gruppo ha scelto Roma per presentare la collezione e annunciare una nuova boutique in via Bocca di Leone, nel cuore del lusso capitolino. Uno spazio di 180 metri quadrati ospitato in un palazzo storico vincolato dalla Soprintendenza delle Belle arti, progettato secondo l’estetica identitaria della maison: radica californiana dark, pietra serena lavorata a mano e ambienti pensati per un’esperienza immersiva e personalizzata. «Continuiamo a investire in progetti che rafforzano il posizionamento internazionale del brand», osserva Niccolò Ricci. «Dopo una lunga ricerca abbiamo scelto un palazzo di grande prestigio, rinnovando un binomio di assoluta eccellenza».
Per il 2026 sono previste anche nuove aperture a Batumi, in Georgia, e a Città del Messico, mentre il gruppo continua a rivendicare il valore del prodotto 100% made in Italy e dell’artigianalità come elementi distintivi nel segmento ultra high-end. Parallelamente, Stefano Ricci rafforza anche il fronte della responsabilità sociale e ambientale. Nell’ambito del progetto SR Explorer è stato raggiunto un accordo con il Jane Goodall institute Tanzania per sostenere programmi di ricerca sugli scimpanzé e iniziative dedicate alla tutela della biodiversità. «Il nostro contributo mira a sostenere concretamente un progetto di grande valore scientifico e ambientale, in linea con una visione di responsabilità verso i territori e le comunità locali», conclude Niccolò Ricci, ricordando Jane Goodall, figura simbolo della ricerca sui primati.
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