«Serve un'Europa unita nel settore energetico». Lo ha detto il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, dalla sede della delegazione di Confindustria a Bruxelles.
Emanuele Orsini (Ansa)
Dopo aver proposto di ridurre le sovvenzioni da 6,3 a 2,5 miliardi per Transizione 5.0., Viale dell’Astronomia lamenta la fine dei finanziamenti. Assolombarda: «Segnale deludente la comunicazione improvvisa».
Confindustria piange sui fondi che aveva chiesto lei di tagliare? La domanda sorge spontanea dopo l’ennesimo ribaltamento di fronte sul piano Transizione 5.0, la misura con dote iniziale da 6,3 miliardi di euro pensata per accompagnare le imprese nella doppia rivoluzione digitale ed energetica. Dopo mesi di lamentele sulla difficoltà di accesso allo strumento e sul rischio di scarse adesioni, lo strumento è riuscito nel più classico dei colpi di scena: i fondi sono finiti. E subito gli industriali, che fino a ieri lo giudicavano un fallimento, oggi denunciano «forte preoccupazione» e chiedono di «tutelare chi è rimasto in lista d’attesa».
Eppure solo qualche mese fa, tra marzo e aprile, il fronte industriale suonava tutt’altra musica. L’8 marzo Marco Nocivelli, vicepresidente di Confindustria per le politiche industriali, dichiarava a Innovation Post: «La stima di Confindustria sull’utilizzo dei fondi di Transizione 5.0 è 2-2,5 miliardi… d’accordo a dirottare altrove le risorse inutilizzabili, purché vadano a supporto dell’innovazione». Una settimana dopo, il 7 aprile, Emanuele Orsini, numero uno di Viale dell’Astronomia, rincarava la dose: «Ormai si è capito che Industria/Transizione 5.0 non funziona… inutile continuare a spingere su una misura che, se va bene, assorbirà due miliardi».
A marzo il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, seguendo proprio le lamentele di Confindustria, aveva parlato di un «bagno di realismo»: «Transizione 5.0 è partita male, non c’è più tempo per spendere tutti i 6 miliardi». Dei 6,3 miliardi iniziali, appena mezzo miliardo risultava richiesto dalle imprese. Una fotografia impietosa che portò alla decisione, richiesta con Confindustria, di ridurre la dote a 2,5 miliardi, destinando il resto a misure europee «più semplici e orientate alla competitività».
Fino all’estate gli industriali si sono mostrati d’accordo: troppo complessa la misura, troppo strette le maglie del Pnrr, troppo poco tempo per investire. Poi la svolta. Il meccanismo - rivisitato dopo il confronto con la Commissione Ue ingaggiato dal ministro Urso - comincia a funzionare, le domande aumentano in fretta e i fondi - ridotti - si esauriscono. A quel punto, come in un copione già scritto, il fronte si capovolge: «Si tratta di una decisione che mette in difficoltà numerosissime imprese e che sta generando forte preoccupazione», ha dichiarato Nocivelli, chiedendo «meccanismi di fast track» per chi è rimasto fuori.
Ma quale decisione? Quella di avvisare che i soldi sono finiti. Il ministro Adolfo Urso, che da mesi aveva previsto l’aumento del tiraggio, ha spiegato: «C’è stata una significativa accelerata delle richieste da parte delle imprese, quindi abbiamo chiuso lo sportello consentendo comunque la presentazione di nuovi progetti che speriamo di finanziare con altre risorse». E non ha perso l’occasione per replicare alle critiche: «Transizione 5.0 negli ultimi mesi ha avuto un’accelerazione, a dimostrazione che lo strumento era performante rispetto ai bisogni delle imprese».
«La comunicazione improvvisa, da parte del ministero delle Imprese e del Made in Italy, relativamente all’esaurimento delle risorse legate a Transizione 5.0, rappresenta un deludente segnale di incoerenza rispetto alla volontà dichiarata di sostenere lo sforzo delle imprese», commenta invece il presidente di Assolombarda, Alvise Biffi. Si tratta di «una scelta preoccupante, anche alla luce della difficile congiuntura economica. Assistiamo, infatti, a un ulteriore fattore di incertezza che penalizza le aziende che contavano di utilizzare l’ultimo periodo stabilito dalla misura», in scadenza il 31 dicembre. «Le aziende, che all’inizio erano state scoraggiate dalla scarsa chiarezza delle regole previste da Transizione 5.0, si trovano adesso a fare i conti con una chiusura inattesa, che va in controtendenza rispetto alla necessaria pianificazione degli investimenti», aggiunge Biffi. Alla base dello sfogo ci sarebbe l’attesa durata 16-17 mesi, da gennaio 2024 a maggio scorso, per avere decreti attuativi efficaci, rivisti un paio di volte insieme al ministero.
La partita, insomma, forse non è ancora finita.
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Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini (Imagoeconomica)
Emanuele Orsini: «Non possiamo perdere gli Usa come partner. Serve un negoziato unico».
Dal congresso di Azione arriva l’invocazione di Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, per un’Europa unita nel difendere i propri interessi. La sua visione sull’importanza di trattare con gli Stati Uniti su fronti cruciali offre la riflessione dell’industria per fermare la guerra dei dazi.
Il presidente Orsini ha messo in evidenza un dato che non può passare inosservato: l’Europa dipende in modo significativo dagli Stati Uniti nel settore della difesa. Un partner strategico. «L’80% delle armi che acquistiamo proviene dagli Usa», ha affermato, sottolineando l’importanza di questa relazione per la sicurezza del continente. Il rischio di vedere venire meno «l’ombrello» di protezione americana, ha osservato, impone una riflessione seria sul futuro militare dell’Europa.
La soluzione, secondo il presidente di Confindustria, passa attraverso un negoziato serio e strutturato con Washington, che deve affrontare il delicato equilibrio tra sicurezza e interessi economici. Uno snodo fondamentale per il futuro del Paese.
«L’Italia», ricorda, «con esportazioni di 67 miliardi di euro e un saldo commerciale positivo di 42 miliardi», si trova di fronte a una realtà difficile da ignorare: «Perdere un partner come gli Stati Uniti sarebbe un danno enorme». Altrettanto per l’Europa nel suo complesso che vanta un saldo positivo della bilancia commerciale di 156 miliardi «Se anche calcoliamo i 103/104 miliardi incassati annualmente dalle Big tech per i servizi che vendono nella Ue» (da Google ad Amazon, passando per Facebook) resta comunque un attivo per l’Europa di 52 miliardi». Insomma, spiega Orsini, gli Stati Uniti sono un cliente che l’Europa non può permettersi di farsi scappare.
La sua proposta di portare avanti la negoziazione a livello europeo è quindi un appello alla responsabilità e all’unità. «Non possiamo permetterci che ogni Paese faccia il proprio negoziato», ha affermato con decisione, facendo leva sull’importanza di un’Europa solidale per affrontare la guerra commerciale che si sta manifestando con sempre maggiore intensità. Il rischio, ha avvertito, è che una frammentazione interna indebolisca ulteriormente la posizione dell’Unione europea nei confronti delle grandi potenze economiche.
Le sue parole non sono solo un’analisi, ma un invito a una riflessione pragmatica sul ruolo dell’Europa nel sistema internazionale. Se è vero che la Germania ha già messo in campo investimenti colossali, superiori ai 400 miliardi, per rafforzare la propria difesa, non è altrettanto vero che l'Europa possa risolvere da sola, dall’oggi al domani, una questione tanto complessa. La dipendenza dalla tecnologia e dai sistemi di difesa statunitensi è evidente e la transizione verso una piena autonomia difensiva appare ancora lontana.
Purtroppo la strada è ancora lunga. Per esempio l’accordo fra Leonardo e Rheinmetall per la costruzione di un nuovo carro armato potrebbe essere un problema. Si tratta infatti di un progetto che riguarda solo due Paesi, se non addirittura uno soltanto considerato che, alla fine a comprarlo potrebbe essere solamente l’esercito italiano impegnato a sostituire i vecchi Ariete. Viceversa servirebbe uno standard comune che coinvolgesse l’intera Unione per evitare la frammentazione dell’offerta se non addirittura la concorrenza tra i vari Paesi.
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Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini (Ansa)
L’associazione, con il cambio di presidente, ha iniziato a lavorare con il Mase per bloccare le norme europee che paralizzano le imprese con la burocrazia eco.
Affiorano i primi timidi segnali di risveglio degli imprenditori italiani contro la burocrazia imposta dalla Ue, diventata asfissiante con il Green deal promosso dalla precedente Commissione guidata sempre da Ursula Von der Leyen.
È un lavoro che dura da mesi e che finora si è svolto sottotraccia, condotto a braccetto dai tecnici di Confindustria, guidata dal neo presidente Emanuele Orsini, e da quelli del ministero dell’Ambiente (Mase) guidato da Gilberto Pichetto Fratin e di cui possiamo riferirvi, avendo avuto accesso a fonti vicine al dossier, sia pure con la cautela necessaria essendo il cantiere dei lavori tuttora aperto. Nel mirino ci sono due direttive (di cui una già recepita in Italia) relative alla rendicontazione di sostenibilità e all’obbligo di monitoraggio dei fattori Esg lungo tutta la filiera produttiva. La volontà di stare lontano dai riflettori dei media è probabilmente giustificata dalla naturale e condivisibile propensione a non creare aspettative troppo elevate tra gli imprenditori e a parlare quindi solo a risultati raggiunti. D’altro canto, pesa anche la tendenza a non voler ammettere che anni di atti di fede verso le magnifiche sorti e progressive della Ue hanno avviato la desertificazione industriale e ammettere di aver sbagliato è comprensibilmente difficile. E allora si procede a fari spenti, lasciando però al giornale della casa (Il Sole 24 Ore) il compito di segnalare il chiaro cambio di linea, lanciando ormai quasi quotidiani messaggi di insoddisfazione contro l’avvelenamento dei pozzi dell’attività industriale a opera del Green deal. Insoddisfazione ormai incontenibile, al punto che proprio sabato sul Sole il presidente di Confindustria ceramica, Augusto Ciarrocchi, non ha avuto esitazioni nel dichiarare che «le evidenze confermano che l’applicazione del Green deal sta comportando oggettivi rischi di deindustrializzazione».
La pressione che sta montando dal fronte delle imprese verso il report di sostenibilità e la direttiva (Csddd del 2024) - che le obbligherebbe a una complessa attività di rendicontazione e di prevenzione e monitoraggio del rispetto dei fattori Esg lungo tutta la catena di fornitura a monte e a valle - ha quindi trovato almeno un canale lungo cui defluire e arrivare sul tavolo della Commissione, che non avrà tanto tempo per tergiversare. Il tavolo di consultazione prontamente istituito presso il Mise ha già raccolto le perplessità dei tecnici di Viale dell’Astronomia verso quelle regole che impongono uno sproporzionato onere informativo alle imprese.
Dopo alcune settimane di consultazioni anche con le analoghe associazioni di Parigi e Berlino, le proposte si concentrano su due direttrici. La prima è quella di rinviare di almeno due anni l’entrata in vigore degli obblighi di rendicontazione di sostenibilità per le grandi imprese e per le Pmi quotate. Infatti, non si può chiedere alle imprese italiane di partire già dalle prossime settimane nel predisporre un complesso e costoso apparato informativo con rilevanti ricadute organizzative, mentre lo scorso 20 settembre la Commissione ha avviato una procedura d’infrazione per il mancato recepimento di quella direttiva a carico di ben 17 Stati membri (tra cui spiccano Germania e Spagna).
La seconda è quella di bloccare i termini per il recepimento della Csddd - entrata in vigore il 25 luglio 2024 e da recepire entro 18 mesi - per un periodo di tempo sufficientemente lungo, necessario per capire il funzionamento in concreto del report di sostenibilità, a cui è legata a doppio filo. Con il probabile esito di mettere definitivamente nel congelatore la Csddd. Contro la quale proprio domenica sul Financial Times si è scagliato il ministro dell’Energia del Qatar, Saad al-Kaabi, rifiutando le sanzioni che comporta e minacciando di interrompere le forniture di gas alla Ue.
Peraltro, in Italia e nella Ue, relativamente ai fattori Esg esiste già uno sterminato elenco di leggi che impongono il rispetto dell’ambiente, dei lavoratori e delle comunità in cui si opera, oltre a un assetto di governo societario che prevenga frodi e corruzione. Motivo per cui le imprese sono sostenibili per definizione, perché l’alternativa sarebbe finire in Procura. Tutto il resto è una paccottiglia di ulteriori regole che si sta cercando surrettiziamente di introdurre, ammantandole come principi tecnici (gli standard Esrs) che invece limitano la libertà d’impresa, creando aziende di serie A e serie B, aggirando così la potestà legislativa.
Il Green deal della Von der Leyen ha ricevuto un primo segnale di arresto con l’atto di indirizzo del Consiglio europeo del 8 novembre scorso, noto come dichiarazione di Budapest. Con riferimento agli eccessivi oneri derivanti dall’abnorme carico burocratico voluto dalla Commissione, i leader europei hanno chiesto di «avviare una rivoluzione di semplificazione che garantisca un quadro normativo chiaro, semplice e intelligente per le imprese e riduca drasticamente gli oneri amministrativi, normativi e di informazione, in particolare per le Pmi. Dobbiamo adottare una mentalità abilitante basata sulla fiducia, che consenta alle imprese di prosperare senza un’eccessiva regolamentazione. Tra gli obiettivi principali che la Commissione deve attuare senza indugio figurano la formulazione, nel primo semestre del 2025, di proposte concrete finalizzate alla riduzione degli obblighi di informazione in misura almeno pari al 25% e l’inclusione nelle sue proposte di valutazioni d’impatto in termini di oneri burocratici e competitività».
Parole pesanti che hanno costretto la neonata Commissione a promettere un Clean industrial deal con l’obiettivo diminuire il peso regolatorio che minaccia la competitività dell’industria europea. La prima scadenza è fissata per febbraio, quando la Commissione dovrà proprio adottare un atto normativo per correggere le due direttive sulla sostenibilità.
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Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini (Ansa)
Il presidente di Confindustria (eletto con il 93% dei voti): «I tempi non saranno brevi, bisogna quindi andare avanti con il gas. Referendum Cgil contro il Jobs act? Parlarne adesso mi sembra una pazzia».
«Servono idee chiare e una politica industriale europea, con una cultura non anti-industriale». Le idee chiare sono quelle di Emanuele Orsini, neo presidente di Confindustria, eletto con il 93% dei voti di un’assemblea partecipatissima (848 presenti su 865). L’Europa è il primo argomento che decide di affrontare nella conferenza stampa che ha seguito l’assemblea privata.
«Bisogna smetterla con gli atteggiamenti ideologici. Speriamo che la prossima Commissione Ue metta al centro l’industria, perché significa mettere al centro la crescita del Paese». Tra i temi che preoccupano di più Orsini c’è quello del packaging «ci preoccupa, è un capitolo non finito, ma è fondamentale perché da lì dipende la nostra logistica e l’esportazione delle nostre aziende». Così come preoccupa «lo stop al 2035 alla vendita e produzione dei motori endotermici per le auto. Bisogna salvaguardare il know-how dei Paesi» insiste perché l’obiettivo per il presidente degli industriali è quello di rendere il sistema sostenibile, armonizzando produttività e costi.
Il secondo capitolo è quello dell’energia. E chiarisce subito che è impensabile affidarsi solo alle rinnovabili. «Serve un mix in cui si faccia spazio anche al nucleare, ovviamente di ultima generazione. Che va sostenuto sempre e non solo in campagna elettorale» commenta severo Orsini che solleva la necessità di avere «una rete elettrica nazionale, non privata, perché se l’energia è una questione di sicurezza nazionale allora serve una rete nazionale». Per questo il leader di via dell’Astronomia ha già chiesto al delegato di Confindustria all’Energia di «coinvolgere i più importanti player, perché bisogna costruire la filiera. Occorre chiamare al tavolo chi lo faceva prima, l'Ansaldo di turno per capirci, ed Enel».
Orsini vuole definire soprattutto le dimensioni del progetto: «Se fare delle micro centrali da 100 gigawattora o quelle da 400 come in Germania, perché sarà il futuro, purché la riflessione parta dal concetto che serve una rete nazionale elettrica». L’obiettivo è quello di arrivare a Palazzo Chigi con una proposta. Poi arriva al nodo principale ed è lucido nel dire: «i tempi non possono essere rapidi per questa tecnologia, quindi nel frattempo bisogna mettere a terra due misure come il gas e l’energy release».
Orsini pensa anche all’internazionalizzare di Confindustria. «Per le nostre aziende all’estero vogliamo lavorare sempre più a stretto contatto con Simest, Ice, ma anche con le nostre ambasciate». L’obiettivo è fare rete sui punti comuni per essere più incisivi a Bruxelles. Il cuneo fiscale resta al centro. Per Orsini parlare della sua riduzione è «un atto di responsabilità». Poi ha aggiunto: «Quello di mantenerlo nelle nostre aziende è tra le scelte che sosterremo perché è una delle misure che aiuterà ad assumere i ragazzi». Tranchant invece il giudizio nei confronti del referendum lanciato dall Cgil sul Jobs act. «Parlarne oggi in Italia mi sembra una pazzia» e spiega che è un tema che sembra avere «una chiave politica perché in un momento come questo in cui le persone scelgono dove andare non è una esigenza del momento». Allo stesso tempo dice che con i sindacati serve rilanciare il dialogo. «Io, e credo mi verga riconosciuto, cerco di unire, per farlo è necessario che anche i sindacati siano compatti». Poi sulla partecipazione dei dipendenti alla vita delle aziende dice: «Non sono d’accordo con la proposta della Cisl». Si va sull’attualità con Superbonus, Stellantis e Liguria. «Sono d'accordo che venga chiuso (il Superbonus), ma non dall’oggi al domani. Dobbiamo sederci al tavolo per trovare una via d'uscita ed elaborare percorsi di salvataggio e costruttivi». Questo perché alle imprese serve certezza «devono potersi fidare» e non si può se si introducono norme retroattive.
Confindustria vuole ora aprire un confronto con Palazzo Chigi anche se «non in chiave conflittuale, anzi, per delineare dei percorsi di salvataggio, costruttivi. Ci organizzeremo presto con un tavolo di lavoro per dare certezza dei temi e delle procedure. È davvero un tema centrale, perché le imprese devono potersi fidare del governo».
Su Stellantis Orsini ha ribadito che si augura che l’azienda «mantenga la promessa del milione di auto realizzare in Italia, trattandosi anche di un tema di salvaguardia di una filiera importante». La norma sull'Italian sounding, ha aggiunto, «vale per tutti, e credo sia stata attivata correttamente». Sulla situazione in Liguria, a seguito dell’inchiesta che ha coinvolto, tra gli altri, il presidente della Regione Giovanni Toti, il presidente di Confindustria ha evidenziato la necessità che non si blocchino le merci e i lavori, perché abbiamo bisogno che le nostre merci girino come adesso. Con i problemi che abbiamo nella logistica non ce lo possiamo permettere».
Infine, «Sul Sud trovo anacronistico pensare di dividere il Paese in questo momento, quando tutti chiediamo di avere gli Stati Uniti d'Europa. Occorre promuovere lo sviluppo industriale del Mezzogiorno. Deve crescere l’occupazione e la produttività allo stesso modo, al Sud quanto al Nord.
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