Un albero genealogico che il gigante buono del sax tenore - orgoglioso delle sue radici ben piantate a Cleveland (Ohio), ma che arrivano a toccare la Sicilia - potrebbe descrivere all’infinito, ramo per ramo. «Attraversare questa storia è come vivere in una immensa biblioteca di suoni e anime dove lasciarsi influenzare dai più grandi e scoprire che avevano imparato qualcosa da chi è venuto prima». Una visione comunitaria e quasi mistica della musica dalla quale il jazzista (classe 1952) ha ricavato un’idea chiave, «Setting the pace», per costruire la nuova edizione del Bergamo Jazz Festival, del quale è direttore artistico per la terza volta. Un omaggio a chi ha saputo «segnare il passo» a cominciare da due profeti che nel 2026 avrebbero compiuto 100 anni: Miles Davis (26 maggio) e John Coltrane (23 settembre).
Nella sua storia chi è stato il primo a dettare il ritmo?
«Si chiamava Tony “Big T” Lovano ed era mio padre. Sono cresciuto osservandolo mentre ascoltava i dischi di Trane, ma anche di Illinois Jacquet e Gene Ammons. Di giorno faceva il parrucchiere, di notte era uno dei protagonisti della scena di Cleveland. Mia madre ricordava sempre che lo aveva visto aprire, con il suo sax, i concerti di Stan Getz e che conobbe Coltrane quando si presentò in città con una blues band, nella quale suonava il sassofono alto. Non ho mai dimenticato la lezione che papà mi diede a 13 anni».
Quale?
«Mi stavo esercitando con le scale, fluttuando su e giù alla velocità della luce. Entrò nella stanza e disse: “Hey Joey, quello che fai è ok, ma perché non provi questo?”. Iniziò a far vibrare quelle stesse note, molto più lentamente, come se fossero parte di una vera e propria canzone (inquadra il Qr code a destra per ascoltare il podcast con gli esempi musicali, ndr). Poi posò lo strumento e se ne andò, lasciandomi di sasso».
Morale della favola?
«Senza il cuore la tecnica è inutile, senza un racconto costruito con il suono le note restano solo note. Ho capito dopo che mio padre aveva fatto suoi gli insegnamenti di Trane, che ha saputo creare una musica spirituale partendo da un materiale basilare».
Altri consigli preziosi?
«All’inizio suonavo esattamente come lui. Poi, osservando da chi si lasciava suggestionare, mi sono accorto che per trovare la mia voce dovevo imparare da tutti: dai batteristi - come Roy Haynes e il mio amato Paul Motian - dai pianisti, dai cantanti… L’ispirazione e l’imitazione non sono la stessa cosa».
Un giorno chiesero a Michael Brecker: «Cosa si prova a essere il numero uno?». E lui rispose: «Non lo so, domandatelo a Joe Lovano». Ce lo ha raccontato Enrico Rava su queste colonne, anticipandoci che nel nuovo disco dei Fearless Five lei sarà l’ospite di lusso.
«Enrico è un tesoro!» (ride). «Anche lui ha dettato il ritmo, ha una bellissima melodia nel cuore e sono felice della collaborazione con il suo gruppo formidabile anche perché la scintilla è scattata proprio sul palco di Bergamo Jazz Festival. Su Michael avrei un paio di cose da dire».
Prego.
«Parliamo di un virtuoso incredibile che non generava solo meraviglia dal punto di vista tecnico, ma pura bellezza. Per suonare alla sua maniera era costretto a studiare sempre e quella dedizione non l’ho vista in nessun altro. Ed è stato uno dei più copiati. Il problema è che ciò accadeva quando Mike era ancora tra noi e posso affermare con certezza che non gli faceva piacere. Infine noto che i giovani vanno a sbirciare cosa combinavano i sassofonisti del passato ma si fermano a Brecker, senza la curiosità di andare ancora più indietro. Sbagliano...».
Il Festival inizia oggi e proseguirà fino a domenica. Ci sarà Dave Holland, il contrabbassista che Davis pescò giovanissimo al Ronnie’s Scott di Londra portandoselo dietro nel suo viaggio elettrico che culminerà nell’album leggenda Bitches Brew del 1970. Ma anche Franco D’Andrea, caposcuola del pianoforte, una protagonista del nostro tempo folgorata da Coltrane come Lakecia Benjamin e molti altri.
«Ho voluto chiamare gli artisti che stanno mostrando a tutti nuove strade per celebrare l’eredità di Miles e Trane. E che ci ricordano che la musica non è tecnica perché vibra nell’aria, ha a che fare con il cuore e con lo spirito».
Nel gran finale lei guiderà la super band che, in questa sorta di giubileo laico del jazz, celebrerà i due centenari che abbiamo citato prima. Saranno al suo fianco Avishai Cohen, George Garzone, Shabaka Hutchings, Jakob Bro, Leo Genovese, Drew Gress e Joey Baron. Melius abundare...
«Abbiamo una missione: far rivivere la magia che si è creata nella storia quando la tromba di Davis e il sassofono di Coltrane si sono incrociati, evocando anche i loro compagni d’avventure come Bill Evans e Philly Joe Jones. Poi passeremo all’itinerario musicale e spirituale che Coltrane intraprese una volta lasciato Davis. E infine affronteremo quel tratto di strada del Principe delle tenebre nel quale Miles ha continuato a essere un leader, ma senza Trane vicino. Il mio sogno è che il pubblico non venga a sentire un solo concerto, ma si goda tutto il viaggio».
Nel documentario Lovano Supreme lei visita la casa di Coltrane a Long Island (New York) come se fosse un luogo sacro.
«Non avrei mai pensato di poter entrare nelle stanze in cui Trane ha concepito A love supreme (1965, ndr). Improvvisare tra quei muri è stata un’esperienza sconvolgente. La verità è che John ha veramente vissuto l’Amore supremo di cui parla. Non si tratta solo di un titolo».
Un album che, per rimanere in tema, ha segnato il passo.
«La maggior parte dei dischi è formata da pezzi a sé stanti cuciti assieme. Quei quattro movimenti invece sono una cosa sola: una dichiarazione di un uomo davanti all’Amore supremo, a Dio, al Creatore. Guarda caso quella cellula di poche note, che è diventata leggendaria perché attraversa questo capolavoro, la si può ritrovare nelle composizioni che ha scritto durante tutta la sua esistenza».