
Cognome e nome: Ibrahimovic Zlatan. Per tutti: Ibra. Ibracadabra. Ex calciatore svedese, nato nel 1981 a Malmö da padre bosniaco e madre croata.
A segno in cinque decadi.
Il primo «timbro» è infatti del 29 ottobre 1999, quando militava nella squadra della sua città.
Poi non si è più fermato fino al ritiro nel 2023.
Risultato: 573 reti all’attivo (tra club e Nazionale).
Ora superconsulente.
Del Milan.
O meglio: di Gerald Joseph Cardinale, detto Gerry, fondatore del fondo RedBird capital partners e proprietario della squadra rossonera.
Chi te l’ha fatto fare?, gli chiede Timothy Small per la cover story di GQ, 24 febbraio 2025, la scrivania al posto del campo: «È stato tutto merito di Gerry. Quando ho smesso di giocare avevo 42 anni. Mi sono detto: ascolta, devi essere realista. Devi accettare che non sei più quello di prima. Il vero problema, che ogni calciatore ha, è proprio questo: accettare la realtà e mettere da parte l’ego. Capire che hai superato la data di scadenza. Io l’ho fatto. E così ho trovato la mia pace. Da quel momento sono tranquillo».
Una bella fetta di tifoseria milanista lo è un po’ meno (Tobia De Stefano ha qui evocato, lo scorso 22 giugno, la fuga di Zlatan da San Siro, scortato fino al parcheggio, dopo l’ultima di campionato, Milan-Cagliari 1-2, con i rossoneri fuori dalla Champions League).
Anche perché Ibra ci mette sempre del suo, con provocatorie esternazioni.
Settembre 2024.
Rientrato a Milano dopo due settimane di assenza, Ibra mette le cose in chiaro: «Quando un leone va via, i gatti si avvicinano. Quando il leone torna, i gatti spariscono. Io sono il boss e tutti lavorano per me».
«Ho fatto una battuta, una di quelle classiche, da Ibra, no? Ma dipende sempre da con chi scherzi. Lì c’erano ex giocatori, quindi l’ho detta. Ma non era la prima volta, l’avevo già fatta in un’intervista in inglese, solo che lì avevo aggiunto che era una battuta», ha chiarito in seguito (sua sponte, o perché Gerry l’ha strigliato, vai a sapere).
La loro foto insieme, Gerry & Ibra chez Donald Trump, in occasione dei suoi 80 anni, non è comunque passata inosservata.
Repubblica, 16 giugno: «Mentre la Svezia travolgeva la Tunisia al debutto mondiale, l’ex attaccante ha assistito a un evento Ufc (Ultimate fighting championship, arti marziali miste) davanti alla Casa Bianca. Critiche dai tifosi ma anche dai giocatori».
Capirai. I giudizi altrui gli fanno un baffo.
Lui balla da solo, è naturaliter uno «sborone», come Enrico Letta definiva Silvio Berlusconi per via delle sue rodomontate.
Seguendo i Mondiali da commentatore di Fox Sports delizia gli astanti con battute low profile.
«Gli altri seguono un copione, io sono lì solo per essere me stesso, vogliono Zlatan, vi porto Zlatan».
«Chi è meglio tra Leo Messi e Ronaldo? Dico Zlatan», neppure un’esagerazione, dal suo punto di vista, se nel 2020, al suo ritorno al Milan, l’allora ct della Nazionale Roberto Mancini sentenziò che Ibra era uno dei più grandi attaccanti in assoluto, «sullo stesso piano di Messi e CR7».
Puntualizzando sempre che è remunerato un tanto al chilo (è alto un metro e 95 cm e pesa quasi un quintale, la stessa imponente struttura fisica del norvegese Erling Haaland): «Quanto mi paga Fox? Davvero un sacco. Non sono caro, sono molto caro».
Ibra.
Aldo Serena, già attaccante di Inter, Milan, Juve e Torino, il 18 giugno su X ha osservato: «C’è una superbia, un’arroganza, un distacco dal sentire gli altri, una lontananza dalla comprensione di chi ha fatto il tuo stesso lavoro. Non è un caso che questo atteggiamento abbia portato a divisioni e scollamenti in casa rossonera. Mi sembra l’antitesi del dirigente capace».
Però.
Per completezza: il post nasceva come reazione a presunte frasi pesantemente critiche attribuite a Ibra sull’irreversibile declino di Cristiano Ronaldo, che si sono rivelate una fake news.
Come tanti commenti al tweet hanno segnalato, pur condividendo la ruvida carezza riservata a Ibra, vedi la stringata opinione dell’utente Daria: «Serena, lei è un signore, ma se scriveva “coglione presuntuoso” la faceva breve», ecco.
«Io sono Zlatan, e voi chi czz siete?».
Questo pare invece sia il vero biglietto da visita con cui 25 anni fa, nel 2001, il ventenne Ibra si presentò in uno degli spogliatoi più sacri della storia del calcio, quello dell’Ajax (così Lara Vecchio sul Sole 24 Ore del 23 luglio 2009, titolo dell’era pre social: «Ibrahimovic, il cannoniere zingaro che sogna l’Europa»).
Ibra. Il grande incompiuto. «Aspira a diventare, alla faccia di Messi e Ronaldo, il numero 1 al mondo», così Fabrizio Bocca su Repubblica il 17 maggio 2009, quando Ibra era in forza all’Inter e il munifico Massimo Moratti lo arricchiva con un contratto da 12 milioni di euro netti all’anno (non a caso il suo procuratore era il mitico Mino Raiola, scomparso a 55 anni nel 2022).
Da allora, CR7 e Messi hanno portato a casa rispettivamente 5 e 8 Palloni d’Oro, Zlatan neppure uno.
E i duellanti ancora vanno in campo (e segnano), mentre Ibra li guarda dalla tribuna.
Certo, sono più giovani di lui, ma non in modo clamoroso: Ibra ha 44 anni, il portoghese 41, Messi ne ha appena compiuti 39.
Ibra. Celebre per fantastici gol.
Ma anche per una certa irascibilità.
Ibra il falloso, il bad boy, il killer.
Che non dimentica, e si vendica anche a distanza di anni.
Derby con l’Inter, stagione 2010-11.
Ibra si esibisce in un calcio volante che manco Chuck Norris, diretto al petto di Marco Materazzi, che crolla rovinosamente a terra.
«Ricordo che Dejan Stankovic si avvicinò per chiedermi con espressione stupefatta il perché di quel gesto. Gli risposi che aspettavo da quattro anni l’occasione di mandarlo al tappeto», ha ricordato lui, ancora a GQ.
Tutta colpa di un fallaccio subito anni prima, quando Ibra era alla Juve.
Del resto, la sua autobiografia Io, Ibra (Rizzoli, 2011) si apre con un eloquente aforisma: «Si può togliere il ragazzo dal ghetto. Ma non il ghetto dal ragazzo».
È lì che ha confessato: «Io non sono cattivo, ma tutti lo pensano (chissà come mai, ndr), e a me non dispiace affatto, al contrario».
Cos’altro ci si può aspettare da chi si è fatto tatuare in inglese sul fianco sinistro «Soltanto Dio mi può giudicare»?
Riavvolgiamo il nastro al 2006, sua seconda stagione nel Belpaese (in campionato ha giocato con la Juve, 2004-2006, l’Inter, 2006-2009, il Milan, 2010-2012 e 2020-2023, 159 reti complessive in Serie A, anche se solo nel Paris Saint Germain, 2012-2016, ne ha realizzate 113).
Primo febbraio, Roma-Juventus all’Olimpico. Ecco la cronaca di Emanuele Gamba su Repubblica, sulla seconda espulsione rimediata da Ibra da quando era in Italia, per rissa con Olivier Dacourt, espulso anche lui, in cui perfino l’arbitro Paolo Dondarini rimase fisicamente intrappolato: «Siccome Zlatan Ibrahimovic è un problema, anzi ha dei problemi, la Juve si stringe intorno al suo giocatore più bravo e più folle. La dirigenza bianconera sa essere severissima, ma questo non è il momento. Luciano Moggi l’ha perdonato: «Niente multa», sanzione con cui la Juve punisce i giocatori che meritano una o più giornate di squalifica. Anche l’allenatore Fabio Capello, di solito intransigente, è arrivato alla stessa conclusione: «Ormai Ibra è preso di mira anche quando non fa nulla». Ma, a parte la sceneggiata da taverna tra il francese giallorosso e lo svedese bianconero, parsa quanto meno sgradevole, sono molti gli episodi, negli ultimi due campionati, in cui lo svedese l’ha scampata da impunito».
Per un elenco esaustivo dei duelli e delle vittime (amici o avversari, indifferentemente) rimando alla lettura della compilation stilata da Adriano Seu sulla Gazzetta dello Sport del 27 gennaio 2021, titolo inequivocabile: «Da Onyewu a Materazzi, da Mido a Zebina: quando Ibra fa a mazzate».
Ipse dixit: «Non fosse stato per i compagni, con Oguchi Onyewu ci saremmo scannati fino ad ammazzarci a vicenda».
Il calciatore statunitense-belga, in forza al Milan tra il 2009 e il 2011, rimediò la frattura di una costola per quel pestaggio in allenamento.
Non ne uscì meglio, nel luglio 2019, Mohamed El Monir, libico in forza alla squadra del Los Angeles Fc, nel derby con il LA Galaxy, la cui maglia Ibra ha indossato nel biennio 2018-2020. Situazione classica: palla spiovente, Ibra salta allargando il gomito che, del tutto «casualmente», centra al volto El Monir. Che crolla a terra, viene portato via in barella e in ospedale finisce sotto i ferri, non prima di aver postato la foto choc della frattura dell’osso temporale, con tanto di lastra a certificare il danno, un niente sotto la tempia (punto dove un colpo violento può risultare letale).
«Sono arrivato da re, vado via da leggenda», fu il saluto via social ai tifosi francesi del Psg quando Ibra se ne andò nel 2016.
Nella sua seconda monumentale autobiografia, 406 pagine, Io sono il calcio (Rizzoli, 2018), concludeva: «Oltre a vittorie e trofei, il calcio mi ha dato una vita e una serenità che mai avrei potuto immaginare».
I tifosi del Milan si augurano di poter dire lo stesso, in futuro. Con lui o senza.






