Mister Zampolli, buongiorno, possiamo disturbarla?
«Con chi parlo?».
Siamo della Verità.
«Siete un giornale di sinistra… non siete molto amici del mio presidente».
No, no. Ecco, non direi che siamo un giornale di sinistra.
«Cosa voleva chiedermi?».
Un po’ di cose. Inizierei da Ceuta, l’invasione di decine di migliaia di marocchini che sta spaccando l’Europa sulla questione migratoria. Da una parte le sanatorie di Sánchez, dall’altra la proposta della Meloni di creare hub in Africa per i rimpatri.
«Quanto successo a Ceuta è inaccettabile, le dico subito che secondo me quella della Meloni è un’idea geniale, si tratta di un aggiornamento del Piano Mattei, perché l’unica soluzione al fenomeno migratorio è aiutare l’economia africana e moltiplicare le possibilità di lavoro in patria. Altrimenti ci saranno tante altre Ceuta».
Lo sa che dei fatti di Ceuta hanno dato la colpa a Trump e al mondo Maga?
«Immaginavo, ma noi non siamo come Soros, possiamo criticare la gestione del fenomeno in Europa, ma non arriveremo mai a quei livelli di ingerenza, anche perché il vero focus del mondo Maga sono i confini americani e da quando è arrivato Trump la differenza si vede, da noi non ne entrano più, anzi ci sono gli auto rimpatri, c’è la “self deportation”. Il problema dell’Europa è che non avete un Trump».
Beh anche negli Usa ci sono state molte critiche per una gestione troppo muscolare dei flussi.
«Le dico una cosa. Io sono in America da 32 anni e mi hanno dato la cittadinanza dopo 14. Penso sia un processo corretto. Gli automatismi non funzionano, l’integrazione è importante e bisogna dimostrare di essere integrati. L’ex presidente Donald Reagan diceva “There is no country without borders” e io sono assolutamente d’accordo».
Tanti applausi alla Meloni ma il rapporto tra Trump e il premier italiano si è incrinato. Come mai?
«Guardi, preferisco non entrare nel merito, perché in Italia c’è Tilman Fertitta, un bravissimo ambasciatore, che si sta occupando nel migliore dei modi di queste cose. Quello che mi preme dire è che Italia e Stati Uniti devono avere dei buoni rapporti. È fondamentale».
Mi scusi, forse dovrebbe dirlo al suo presidente che per primo ha attaccato la Meloni.
«Come ha detto Fertitta, la questione è in netto miglioramento».
Non mi sembra che siano invece migliorati i suoi rapporti con Sigfrido Ranucci. Per chi non lo sapesse lei ha chiesto un risarcimento da 5 milioni di euro alla Rai, al conduttore di Report e al giornalista autore di alcuni servizi sulla sua famiglia, sulla relazione con la sua ex compagna Amanda Ungaro e sui rapporti tra lei, Melania Trump e Jeffrey Epstein.
«No. E ne vedremo delle belle».
In che senso?
«Nel senso che voglio essere sentito, non so quale sia l’organo deputato, se un comitato interno alla Rai o una Commissione parlamentare, ma voglio testimoniare e dire tutte le cose che so su Report».
Per esempio?
«Per esempio voglio parlare del legame della trasmissione con la Open Society Foundation di George Soros».
Che tipo di legame?
«Esistono almeno due importanti agenzie internazionali che sono finanziate dalla Open Society di Soros e che collaborano con Report».
Vale a dire?
«La Occrp e la Icij, si tratta di due importanti reti globali di giornalismo investigativo che hanno ricevuto finanziamenti dalle fondazioni di George Soros».
Non è un finanziamento diretto a Report.
«Certo, non direttamente».
E lei questo vuole dirlo in Rai?
«Questo e altro. Ho portato una relazione al Dipartimento di Stato e di Giustizia americano sugli attacchi di Report alla First Lady e sulle insinuazioni relative agli Epstein files e al Mossad, i servizi segreti israeliani».
Lei pensa che ci sia un metodo Report, nel senso di una strategia per colpire il governo di centrodestra?
«Mi sembra evidente, pensi solo alle accuse infondate contro il ministro Nordio o a quello che hanno fatto a me tirando in ballo persino mia madre. Anche io sono una vittima del loro metodo».
Cioè?
«Ma lei lo sa che il marito della mia ex, la donna che Report ha usato contro di me, ha una serie di cause in ballo in Florida e ora è in Brasile per sfuggire alla giustizia americana? Ma poi mi dica, quante inchieste contro il governo ricorda e quante invece contro il centrosinistra? Comunque, più che metodo Report lo chiamerei metodo “Record”. Lo dicono loro di aver fatto i record di ascolti con le inchieste su di me, altro che gli scoop sul tartufo cinese».
È in contatto con la Rai per essere ascoltato?
«Non so come funzionano queste cose, ma lei per cortesia evidenzi questa mia richiesta. Le ripeto, ne vedremo delle belle».
Intanto tutti parlano dei suoi rapporti con Conte. Le piace Conte?
«Sì ho buoni rapporti con Conte e le dirò che piace anche al presidente Trump».
Ma Conte è di sinistra.
«Non mi interessa, quando ci siamo visti non abbiamo parlato di politica. E poi, le chiedo, lei è sicuro che Conte sia di sinistra?».
Bella domanda. Come va la trattativa per la vendita del Grand hotel Plaza, lo storico albergo romano che fa capo a una società della famiglia di Olivia Paladino, la compagna del presidente M5s? Secondo i bilanci visionati da Open, è a rischio la continuità aziendale. Insomma, l’intervento di un investitore sarebbe salvifico.
«Ne abbiamo parlato in occasione della famosa colazione di qualche tempo fa».
E…
«Come ho già detto c’è un compratore non italiano, se va in porto l’operazione verrebbe fatta attraverso una società americana».
Mica c’è dietro Cipriani. Ci vogliono fare Casa Cipriani?
«Beh Giuseppe penso che voglia fare casa Cipriani a Roma e probabilmente quell’immobile l’ha anche guardato, ma non c’entra nulla con la mia operazione».
Ci può dire qualcosa in più sull’acquirente? È un fondo?
«No, no. È un buyer, il mio amico è forse la persona più liquida in circolazione».
Sarà mica Musk?
«No, Musk non compra gli alberghi a Roma. Ma io credo che la valutazione attuale superiore ai 300 milioni sia eccessiva, anche perché poi l’albergo va ristrutturato».
E quanto vale?
«Guardi, a 299 lo compro io».
Musk è molto legato all’Italia. Come del resto lei. Quali affari sta portando avanti nel suo ruolo di inviato speciale di Donald Trump per le partnership globali? C’è qualche operazione della quale va particolarmente fiero?
«Premessa, come ho già detto, delle operazioni sull’Italia si occupa egregiamente l’ambasciatore Fertitta, ma in passato ho aiutato il mio amico Marco Tronchetti Provera nella gestione della vicenda del Golden power e della partecipazione cinese in Pirelli».
Beh, non è un mistero per nessuno, se i cinesi non avessero ridotto la loro partecipazione, per una questione di sicurezza internazionale, i margini di manovra di Pirelli negli Usa si sarebbero azzerati. La vicenda degli pneumatici intelligenti.
«Esattamente, ho rassicurato i miei sulle intenzioni di Marco e mi sembra che le ultime notizie (il magnate ceco Michal Strnad che ha rilevato il 14% delle quote da Sinochem, ndr) abbiano confermato che la mia fiducia era ben riposta».
E adesso?
«Non riguarda solo l’Italia, ma stiamo lavorando all’operazione Spaceport».
Porti spaziali?
«Solo Musk manda in orbita 250-300 satelliti al mese. C’è traffico nello spazio e la necessità di avere degli hub che li ospitino».
Saranno coinvolte anche società italiane?
«Beh voi avete delle eccellenze nello spazio, da Leonardo per arrivare ad Avio, e anche sul discorso navale con Fincantieri penso si possano fare operazioni interessanti. Ma le ripeto, degli affari con l’Italia si occupa egregiamente l’ambasciatore Fertitta».
Tutto molto avveniristico.
«Non si dimentichi che io sono quello dei “20 miliardi in 20 minuti”».
Cioè?
«Ho convinto il governo uzbeko a comprare aerei Boeing per 20 miliardi di dollari, pensi che loro ne avevano offerti 4. Con tanto di ringraziamenti ufficiali di Boeing».
Lei è molto attivo anche nelle operazioni che riguardano il Board of Peace, l’organismo voluto da Donald Trump con l’obiettivo di avviare la ricostruzione del territorio palestinese. Progetto che dopo gli entusiasmi iniziali sembra vivere una fase di stanca.
«Assolutamente no, ma ogni cosa va fatta con i tempi giusti. Prima ci deve essere lo stop definitivo alle armi e poi si pensa alla ricostruzione che deve avere al centro i bambini e lo sport che per me sono fondamentali, io mi occupo di sport diplomacy».
C’è qualche progetto in ballo?
«Gianni Infantino e l’imprenditore Yakir Gabay hanno avuto l’idea fantastica di destinare 75 milioni di dollari della Fifa foundation per realizzare stadio, academy e campi di calcio a Gaza».
E lei?
«Il mio progetto va nella stessa direzione e prevede il coinvolgimento di diverse altre federazioni, a partire dal basket, e la costruzione di un grande parco di divertimento con tanto di circo per i bambini sul modello della Freij World Attraction, uno dei principali operatori mondiali di parchi di divertimento itineranti e ruote panoramiche giganti».
Visti i rapporti, non posso non chiederle di Infantino. Il suo progetto di semi-privatizzazione della Coppa del mondo e del mondiale per club è naufragato e adesso la Uefa sta cercando di farlo fuori.
«È in atto una campagna d’odio contro Gianni. La verità è che Infantino ha sfidato l’Europa che da sola genera circa il 70% dell’attività economica globale del calcio e l’Europa per una volta si è compattata contro di lui. Il suo obiettivo era realizzare una redistribuzione più equa del business tra le 211 federazioni che la Fifa rappresenta. E invece l’hanno fatto passare per il cattivo che vuol vendere il calcio a Trump».
Avrà commesso qualche errore se ora tutti gli sono contro.
«Beh sì, probabilmente avrebbe dovuto coinvolgere di più gli altri “giocatori” nella partita».
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