Cognome e nome: Lucia Federico Leonardo. Aka Fedez, nome di un file di una vecchia foto, risalente all’epoca in cui giocava a basket: «Gli diede il nome un mio amico di allora, Mauro. Non lo sa nemmeno, non ci sentiamo da 15 anni», ha raccontato al Corriere della Sera il 25 marzo 2017.
Nato a Milano il 15 ottobre 1989, è cresciuto in una zona di confine, «tra Buccinasco e Corsico: leggendo un libro su Renato Vallanzasca mi sono accorto che metà dei miei compagni di classe aveva cognomi poco raccomandabili».
Però, in occasione dell’incontro ravvicinato in discoteca con il personal trainer Cristiano Iovino, l’urlo «Lo uccido, io sono di Rozzano!» ha provocato le proteste del sindaco Gianni Ferretti, che nell’ottobre 2024 ha respinto l’immagine da malavita associata alla cittadina onesta e laboriosa.
La vita del rapper si divide in due fasi: a.C. e d.C., prima e dopo l’incontro, il matrimonio e la fine del medesimo con Chiara Ferragni.
Che, baciandolo, lo trasformò da tamarro tatuato a principino delle buone cause (le loro, visti i rispettivi fatturati).
«Il caso di Ferragni e Fedez è esemplare. Al vertice della categoria, nell’Olimpo milionario di Instagram, sono arrivati a dar nome e vita a linee di successo, diventando in tal modo sia imprenditori sia prodotti essi stessi. “Guadagnare essendo”, ha sintetizzato Walter Siti», così Filippo Ceccarelli in Lì dentro - Gli italiani nei social, Feltrinelli 2022.
Nell’era dei social, infatti - dove anche l’ultimo dei morti di fama s’impanca a influencer, content creator, podcaster -, Fedez si è fatto brand, seguendo una tendenza fotografata già all’inizio degli anni Dieci da Alessandro Baricco per il mercato letterario: «Il pubblico è molto legato al brand individuale. C’è chi sceglie Umberto Eco, chi Roberto Saviano, chi forse me».
Ora nel suo Pulp Podcast insieme a Mr. Marra veste i panni dell’intervistatore di politici, che pensano di «usarlo» per arrivare a parlare ai «gggiovani», non capendo di essere - banalmente - un mezzo tra i tanti con cui Fedez intende rimanere al centro dell’attenzione, incrementando gli incassi grazie alle visualizzazioni, anche con atteggiamenti talvolta infantili da «bimbominkia» (a rivolgergli il complimento, Selvaggia Lucarelli: lui l’ha querelata, ma lei è stata prosciolta).
Così, quando Gerry Scotti ha evocato, nel giugno 2023, la figura del regista teatrale Giorgio Strehler, lui è scoppiato a ridere: «Oh, raga, ma chi è ’sto Streller?», ignoranza curiosa - non sapere chi fosse un simbolo della milanesità - per uno a cui è stato assegnato l’Ambrogino d’Oro nel 2020.
In una successiva intervista al Messaggero, Scotti gli dedicò una frecciata agrodolce: «Questi ragazzi hanno un ego talmente grande che riempie tutto quello che li circonda. Diventati popolari in pochissimo tempo, Fedez e tanti altri sono bravi nel loro campo, come gli sportivi. Peccato parlino di presente e futuro senza sapere nulla del passato. C’è tanta ignoranza. Ma ho capito nel corso degli anni che non bisogna mai giudicare le persone dalle lacune che possono avere», ullallah.
Da ultimo, per una Elly Schlein che ha declinato l’invito, si sono accomodati da lui Giorgia Meloni (prima del referendum: non ha portato benissimo), Roberto Vannacci e Matteo Renzi, Angelo Bonelli - il 50% della premiata ditta Il Gatto e il Gatto, alla guida di Avs con Nicola Fratoianni - che forse ritiene di essere originale perché si è fatto una «canna» mentre era in streaming, emulando in realtà Marco Pannella 50 anni dopo.
Ancora prima, sono andati chez Fedez perfino l’effervescente Antonio Tajani e, udite udite, Maurizio Gasparri.
Che in precedenza aveva chiuso un lungo periodo di dissing - per i boomer: provocazioni e insulti reciproci - invitandolo al congresso dei giovani di Forza Italia, nel giugno dell’anno scorso.
«Fedez è diventato di destra?», si sono chiesti allora al Post. Ingenui.
Fedez surfa sulla politica, andando là dove lo porta l’iban (non dimenticando le iniziative benefiche e le donazioni, tanto più dopo la diagnosi di un tumore al pancreas nel 2022).
Nel 2014, per dire, sosteneva il M5s tanto da consentire che la sua canzone Non sono partito fosse usata come inno del movimento.
Sposata Ferragni, «la cui comunicazione si ispira a quella delle celebrità americane di idee progressiste» (come non ricordarla a Sanremo con lo scialle «Pensati libera» sulle spalle, un’idea loffia che mandò in sollucchero i media left oriented, almeno fino allo scandalo Balocco, scoppiato per un’inchiesta proprio della Lucarelli: da quel momento, tutto quello che la bionda inamidata ha toccato, si è tramutato in pand-oro), Fedez si impegnò su temi e campagne care al centrosinistra, a cominciare da quello dei diritti civili.
Su cui, giusto cinque anni, si consumò l’epico scontro con la Rai in occasione del «concertone» del Primo maggio. Trasmesso dalla tv di Stato ma gestito dai sindacati, attraverso una società specializzata nella realizzazione di eventi, la iCompany.
Fedez divenne l’eroe della battaglia, ca va sans dire: democratica e antifascista, contro l’omofobia di Matteo Salvini e della Lega, vicenda ricostruita nel capitolo «Il potere dei Ferragnez» del libro di Stefano Feltri Il partito degli influencer - Perché il potere dei social network è una sfida alla democrazia, Einaudi 2022.
Nella giornata dedicata ai lavoratori sceglie un tema che con il lavoro c’entra poco, il famigerato disegno di legge del Pd Alessandro Zan contro l’omotransfobia, con l’obiettivo di attaccare i leghisti ostili al provvedimento, autori negli anni di inqualificabili commenti omofobi e insultanti, tipo: «Se avessi un figlio gay lo brucerei nel forno».
Sul palco Fedez offre la sua versione della diatriba: «È la prima volta che mi succede di dover inviare il testo di un mio intervento per sottoporlo ad approvazione politica. I vertici di Rai 3 mi hanno chiesto di omettere partiti e nomi e di edulcorare il contenuto. Ho dovuto lottare un pochino ma alla fine mi hanno dato il permesso di esprimermi liberamente».
Fu una stoica battaglia? Fu vera censura?
Feltri: «Nessuno prova veramente a fermarlo o gli chiede di modificare il testo, come era chiaro nell’audio integrale della telefonata, un po’ diverso da quello tagliato e pubblicato da Fedez», in cui il rapper alza la voce perdendo il self-control. Eggià: perché tutti hanno registrato tutti, nella fase della «trattativa» pre-concerto. Segno evidente che gli interlocutori: a) non si fidavano gli uni degli altri; b) immaginavano che lo scontro da privato sarebbe diventato pubblico.
Fedez è stato infatti bravissimo a cavalcare la polemica pro domo sua (per Fedez: a proprio vantaggio), usando la vetrina del Primo maggio non certo per far riflettere su un tema a lui caro, quanto per imporre la sua supremazia: il vero consenso è quello che si costruisce sui social, dove nasce e si afferma «grazie all’acclamazione per indignazione. Quella con la Rai è una battaglia di potere politico, non di libertà di espressione», ha sottolineato Rick DuFer, all’anagrafe Riccardo Dal Ferro, un filosofo prestato al web.
Fedez insomma non ha cercato di catechizzare o informare le folle, ma ha voluto ribadire la sua identità social, e confermare agli occhi dei suoi fan, già convinti, motivati, schierati, il proprio «posizionamento ideologico e commerciale».
Certo, il fatto che in passato Fedez avesse scritto canzoni con versi «stonati» proprio su gay e dintorni, vedi alla voce: Tiziano Ferro con il brano Tutto il contrario, che è del 2011, ha alimentato il sospetto che la sua potesse sostanziarsi in un’iniziativa strumentale.
Dalle accuse (di essere un bel paravento) F. si è difeso accampando il pretesto della giovane età, «certe cose oggi non le rifarei uguali», e meno male, «non c’è mai stata nel quartiere in cui sono cresciuto educazione in tal senso, ma poi ho cercato di migliorarmi. Ho sbagliato per cose dettate dall’ignoranza».
Nel 2011, peraltro, Fedez aveva 22 anni, non proprio un ragazzino, tanto più in un Paese in cui dopo il risultato referendario sfavorevole al governo della «peggior destra di sempre» si è celebrata la coscienza civile e la maturità dei diciottenni corsi alle urne (e in cui i leader - Salvini, Enrico Letta, Giuseppe Conte, Carlo Calenda - per corteggiarli hanno in stagioni diverse proposto sconsideratamente di abbassare il diritto di voto a 16 anni).
Lucarelli: «Fedez è tutto un premettere, “io sono una mente semplice”, “io sono un ignorante”, “io non so niente, eh però”, che uno dice: “e allora visto che hai milioni di follower e vuoi parlare di politica e diritti civili perché non vai a studiare e torni quando sai qualcosa, per esempio?”».
Intanto dovrebbe avere contezza di cosa contengano i volumi che firma.
Domanda di Elvira Serra, sul citato Corriere: «Il periodo della pistola a quando risale?».
«Scusi, lei come lo sa?».
«Della pistola? Lo ha scritto lei nel suo ultimo libro FAQ. A domanda rispondo».
«Davvero c’è scritto della pistola?».
E dalla infosfera è tutto, buona domenica.







