
Cognome e nome: Di Maio Luigi. Attuale rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo Persico.
Incarico ottenuto, dicunt, grazie ai buoni uffici di Mario Draghi, che - sorvolando sulla comicità dell’inarrivabile elogio di cui lo gratificò Di Maio: «L’ho incontrato e mi ha fatto un’ottima impressione» - l’ha preso sotto la sua ala protettiva.
Apprezzandone la duttilità, volgarmente detta anche «trasformismo», nello schierarsi a sostegno del suo governo quando Giuseppe Conte appariva impegnato a cercare di detronizzare l’«usurpatore» Draghi, che gli aveva impedito di insediarsi per la terza volta a Palazzo Chigi.
Di Maio. In predicato di diventare addirittura Coordinatore speciale dell’Onu per il processo di pace in Medio Oriente (alla fine però hanno preferito il francese Jean Arnault).
Professore onorario presso il Dipartimento di studi sulla Difesa nel prestigioso King’s College di Londra, in cui è transitata una dozzina di premi Nobel (giuro, non è Lercio.it).
Già capo politico del M5s.
Già vicepresidente del Consiglio.
Già ministro dello Sviluppo economico e, al contempo, ministro del Lavoro.
Già ministro degli Esteri.
E non ha ancora compiuto 40 anni.
Aldo Moro, per dire, arrivò al suo primo incarico di ministro - della Giustizia - a 39 anni.
Niente male davvero, per uno che alle Comunali nel suo paese, Pomigliano d’Arco, prese 59 voti.
E nel 2013 ne incassò 139 alle Parlamentarie, le primarie online del M5s, ritrovandosi candidato, eletto e vicepresidente della Camera in un amen.
L’uomo dei proclami irrevocabili.
19 maggio 2018: «Con noi, cancellati i voli di Stato, anche così si è rivoluzionari», poi se n’è dimenticato.
21 marzo 2013: «Le auto blu sono il male assoluto, se mi vedete a bordo di una di esse, linciatemi», e qui gli smemorati sono stati i suoi elettori.
«Ercolino-sempre-in-piedi» per Gian Antonio Stella.
Per tutti, for ever and ever: Giggino.
Un miracolato della politica di inizio millennio (nel 2006 vendeva bibite allo stadio San Paolo, «no: ero uno steward in tribuna Autorità» ha sempre corretto lui).
Non l’unico, certo: a sinistra come a destra.
Nel suo caso sussiste tuttavia un’aggravante: aver teorizzato, da leader dei grillopitechi (investitura di cui è responsabile Beppe Grillo), il catastrofico principio dell’«uno vale uno», e poi averlo smentito con la sua fulminante carriera.
DiMa: la conferma vivente di quanto avessero ragione Elio e le Storie Tese cantando l’Italia come La terra dei cachi.
La mamma di DiMa, la signora Paola Esposito, si espose nel maggio 2018 con un’intervista a Oggi, in cui parlò dell’erede com’è ragionevole aspettarsi da una madre: «Per me Luigi è il migliore dei figli possibili, lo scarrafone più bello che ci sia».
E gli scivoloni sui congiuntivi? «L’episodio singolo può capitare a tutti, il resto mi pare un’esasperazione della stampa. Luigi è cresciuto in una famiglia dove la consecutio temporum è di casa» (nel 2017 Di Maio era riuscito a scrivere tre versioni dello stesso post, sbagliando sempre il verbo: «Se c’è un rischio che soggetti spiano», «se c’è un rischio che venissero spiati», «se c’è il rischio che due soggetti spiassero»).
Infine: «Sono una mamma fortunata. Luigi è rimasto lo stesso. Non sa dire bugie».
Ehm...
La fenomenologia di Giggino parrebbe non avvalorare l’assunto.
Prendete ad esempio i rapporti con Matteo Salvini, che nel 2021 Di Maio dipingerà come «una delle persone più false che conosco».
Salvini nel maggio 2017 lo giudicava «di una pochezza e un’ignoranza ineguagliabili».
Mentre nel dicembre dello stesso anno bollava così la proposta avanzata da DiMa («Serve una consultazione popolare per decidere se rimanere o meno nell’euro»): «Il referendum sull’euro? Una sciocchezza».
Che detto da chi aveva organizzato il Basta euro tour - e che nel gennaio 2018 (cioè un mese dopo averla «rimbalzata») ribadiva: «Tengo aperta l’opzione di un’uscita dall’euro» - suonava quantomeno stravagante, ma vabbè.
La fine è nota: sono andati al governo insieme, entrambi come ministri-vicepremier, che però trattavano come loro vice l’effettivo presidente del Consiglio, il mitico #Giuseppi (la storpiatura di Donald Trump è tornata di moda, rilanciata da Paolo Zampolli, descritto fino all’altro ieri come un specie di orrendo scherano del presidente Usa, che a proposito della cena dell’altra sera in un ristorante top di Roma proprio con Conte ha raccontato: «Conte è amico mio e di Donald, mi ha detto di salutarlo. Elly Schlein? Non so chi sia», titolo del Corriere della Sera).
Ciò non ha impedito che talvolta i due fossero in disaccordo, ma senza i termini sprezzanti precedenti.
Per esempio: quando DiMa annunciò urbi et orbi dal balcone «Abbiamo abolito la povertà!», Salvini incassò il mio applauso, e ho detto tutto, per la replica irridente ma molto british: «Anche a me piacerebbe abolire il cattivo tempo e i pareggi del Milan a tempo scaduto, ma purtroppo per decreto non ci riesco».
Sulla diarchia è tutto da compulsare il divertente pamphlet a cura di Alberto Orioli, pubblicato dal Sole 24 Ore nel 2019, dopo un anno di governo, quello gialloverde M5s-Lega, il primo di Conte.
Titolo Salvini o Di Maio: chi l’ha detto?.
Sottotitolo: «266 dichiarazioni da indovinare».
Eh sì, perché, a seconda delle stagioni e del momento, i loro proclami risultavano sovrapponibili e interscambiabili.
Con Salvini scavalcato a destra.
Vedi alla voce Ong: «Chi paga questi taxi del Mediterraneo?», scrive per esempio DiMa a più riprese su Facebook nel 2017, aggiungendo: «Ci auguriamo che il ministro Marco Minniti ci dica tutto quello che sa».
Il fatto poi che di lì a un anno lui e Conte avrebbero entusiasticamente approvato il decreto Sicurezza voluto da Salvini, per poi prenderne disinvoltamente le distanze una volta rimasti a Palazzo Chigi ma con il Pd, conferisce un ulteriore tocco di simpatico spaesamento al quadro.
Sempre in quell’anno, un brillante Mattia Feltri aveva fotografato così Giggino: «Non penso quindi sono: ritratto dell’uomo che non ha idee quindi le prende in leasing. Luigi emula Salvini, l’ultima metamorfosi dell’attaccapanni», uno cioè che fa propri principi e slogan che gli hanno «appeso» addosso altri (e poi quello abrasivo sarei io...).
Il lusinghiero giudizio di Feltri è del 28 agosto 2019, nella lunga estate calda del leader leghista, che ottenebrato dal clima allegrotto del Papeete, aveva deciso di andarle a suonare alla sua stessa maggioranza, finendo suonato lui come un piffero.
Morale? Il 5 settembre giurava il Conte 2, figlio degli sponsali M5s-Pd.
Esatto, proprio quel Pd contro cui Giggino aveva tuonato: «Io non voglio avere nulla a che fare con il partito di Bibbiano, che in Emilia toglieva alle famiglie i bambini con l’elettroshock per venderseli», una cosuccia così.
E quanti anni prima aveva preso questo roccioso, granitico impegno? Il 18 luglio 2019, meno di due mesi prima di dar vita insieme al nuovo esecutivo targato Giuseppi.
Il suo capolavoro è stato sedersi, nell’estate 2022 in vista delle Politiche, accanto a due ex Dc, Enrico Letta -segretario Pd - e Bruno Tabacci (lui e Di Maio si presenteranno insieme alle elezioni nella lista di Impegno civico, ma solo Tabacci entrerà in Parlamento), con alle spalle il logo dei dem a caratteri cubitali: «Oggi sigliamo un’importante intesa, posso dirvi che siamo convinti di questa alleanza nel segno dell’agenda Draghi».
Tutto normale, per Giggino, l’accompagnarsi a due ex Dc, da sempre sostenitori del capo dello Stato Sergio Mattarella, che Di Maio arriverà a definire «il nostro Jedi», «l’angelo custode del governo», dopo averne chiesto, con le vene gonfie sul collo, addirittura la messa in stato d’accusa perché colpevole di essersi messo di traverso rispetto alla nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia (per completezza d’informazione: l’impeachment fu evocato anche da Giorgia Meloni).
Tutto regolare, il richiamo a Draghi, per uno come DiMa che solo tre anni prima, da ministro, era andato in Francia - con quell’altro fior di statista di Alessandro Di Battista - a sostenere il movimento dei gilet gialli di Cristophe Chalençon, «che strizza l’occhio alla violenza e alla guerra civile», titolo del Corriere del 5 febbraio 2019.
«Il vento del cambiamento ha valicato le Alpi. Ripeto. Il vento del cambiamento ha valicato le Alpi», se ne uscì Giggino, con una specie di solenne avviso ai naviganti meritevole di ripetizione.
Invece è cambiato lui.
Lui, che dopo l’esplosione nel porto di Beirut abbracciò «il popolo libico».
Lui, che inserì la Russia tra «i Paesi mediterranei».
Lui, che ha ribattezzato «Ping» il presidente cinese Xi Jinping in un discorso ufficiale a Shanghai.
Lui, che ha collocato Pinochet e la sua dittatura fascista in Venezuela.
Lui, che ha omaggiato la Francia come una nazione «con tradizione democratica millenaria».
«Noi siamo costituiti per oltre il 90% d’acqua», ha sdottoreggiato nel settembre 2018.
Il dubbio di molti è che fosse un coming out, a proposito della concentrazione idrica nella sua testa.






