
Cognome e nome: De Luca Vincenzo. Nato a Ruvo - «Ruve» per gli autoctoni lucani - del Monte, in quel di Potenza, nel 1949.
Energico ed esuberante politico che si ricarica quando sta in carica (suonando la carica: è bersagliere onorario dal 19 maggio 2013). Un Duracell del potere locale, decentrato ma comunque «di peso», visto che la Campania - di cui VDL è stato governatore fino all’anno scorso - ha un Pil di oltre 111 miliardi di euro (anno 2024), un terzo del Pil di tutto il Sud.
Sindaco di Salerno per complessivi 17 anni. Una prima volta dal 1993 al 2001.
Stante il limite dei due mandati, si parcheggiò in Parlamento, eletto nella lista Ds/Ulivo, venendo riconfermato nel 2006.
Ma a Montecitorio si annoiava: «Mi si anchilosò il dito a forza di schiacciare il pulsante».
Eccolo quindi di nuovo primo cittadino dal 2006 (con una lista propria, senza l’appoggio di Ds e Margherita) al 2010, quando viene candidato dal centrosinistra alla presidenza della Regione, ma perde contro Stefano Caldoro.
Non sapendo che fare, ma sempre con il gradimento dei salernitani (il sindaco più amato del Belpaese, secondo l’annuale classifica del Sole 24 Ore del 2008, con tre cittadini su quattro più che soddisfatti del suo operato), arricchisce il suo curriculum con altri quattro anno da sindaco.
Fino al 2015, quando viene eletto governatore, con tanto di bis nel 2020.
Siccome nel 2025 non ha potuto competere per la terza volta, se n’è fatto una ragione trattando con Elly Schlein l’appoggio al pentastellato Roberto Fico in cambio dell’incarico di segretario del Pd regionale.
Magnanimamente non per sé, ma per il figlio Piero («la famiglia innanzi tutto» è un mantra, a destra come a sinistra).
VDL aveva dunque deciso, a 76 anni, di godersi la meritata pensione e una serena vecchiaia?
Macché.
L’ho immaginato - come Adriano Pappalardo in Ricominciamo - cantare al Pd: «E lasciami gridare / lasciamo sfogare / io senza potere non so stare», intraprendendo la sua ennesima battaglia elettorale, la quinta (si vota il 24 e il 25 maggio), per tornare ad amministrare Salerno.
In realtà, l’appuntamento con le urne era per l’autunno prossimo.
Ma a gennaio sono intervenute le dimissioni-lampo dell’ex sindaco Vincenzo Napoli, proprio per spianare la strada all’ex presidente di regione, desideroso di sedersi subito su quella poltrona.
Risultato? Pd in bambola, e conseguente decisione di non dargli il simbolo (in un clima di apparente condivisione: «È De Luca junior a negarlo al padre, tanto le insegne di partito non ci sono mai state alle Comunali»), più che altro per non compromettere i delicati equilibri della maggioranza in Regione. Dal momento che il M5s ha detto no dal primo momento a un ritorno di De Luca senior a Salerno.
Questo per ricordare come il «campo largo» sia una chimera a Roma come in provincia.
VDL. Riformista pragmatico, ipse dixit.
Capace di volare a Los Angeles nel 2008 per convincere l’architetto Frank Owen Gehry, autore del museo Guggenheim di Bilbao in Spagna, a progettare il termovalorizzatore di Salerno. L’idea si rivelò tuttavia troppo complicata: «Due anni e mezzo solo per il progetto esecutivo, non potevamo aspettare».
Già comunista old school.
«Fece il servizio militare con Fausto Bertinotti, peccato che nessuno sceneggiatore, tipo i Vanzina, se ne sia mai accorto» ha infierito Pino Corrias nel 2020 sul Fatto quotidiano (diretto da quel Marco Travaglio che De Luca, sempre impegnato a difendere «la mia immagine di carogna», spera «di incontrare di notte, al buio», e non pare per un rendez-vous romantico).
«Quando al sindaco De Luca piacevano le fontane, ne fece costruire una per ogni piazza, e la più appariscente di tutti in mezzo al mare, in un tripudio di zampilli. Per questo fu soprannominato dal popolino Vicienzo ’a funtana» annotò Angelo Mastrandrea sul manifesto del 12 settembre 2006.
Articolo che ricordava come la sua parola d’ordine da sindaco fosse «rigore, repressione, ordine e solidarietà» tanto da munire i vigili motociclisti e le pattuglie mobili di agenti municipali di manganelli: “Ma come, proprio lui che quando era un militante comunista li assaggiò sulla propria testa durante un’occupazione di terre a Persano nel 1979 e capì, parole sue, “il senso dell’espressione”, tutta campana, “sentire ’a botta ’ncuorpo”».
Sì, lui, che spiegò come lo sfollagente fosse «uno strumento della solidarietà e della non violenza», e ciccia.
VDL. Politica e commedia dell’arte.
L’Hugo Chavez del Vesuvio, secondo Antonello Caporale, che con Salvatore Merlo ha scritto Destra, sinistra e viceversa (Marsilio, 2024), in cui VDL è dipinto come «l’esponente del Pd che odia il Pd, l’uomo politico che da oltre un ventennio gestisce il potere rinfacciando il potere agli altri, ma poi è il dante causa della scelta monarchica, della trasmissione del potere per via ereditaria, uomo di sinistra che utilizza il linguaggio più trito della destra, un borghese che all’occorrenza si fa proletario, confondendo élite e popolo, progetti e premonizioni», ahpperò.
VDL. Il Mike Tyson del Volturno.
Uno sceriffo dal linguaggio insopportabile, per Roberto Saviano.
De Lucashenko, come Aleksandr Lukashenko, presidente della Bielorussia ma già generale sovietico, per come ha affrontato l’emergenza Covid: «In piena pandemia mi arrivano notizie che qualcuno vorrebbe preparare la festa di laurea. Mandiamo i carabinieri, ma li mandiamo con i lanciafiamme», anche perché «i no-mask non sono un fenomeno, ma imbecilli fenomenali».
Per Carlo Verdone «il più grande attore vivente», con tempi «da grandissimo caratterista della tradizione partenopea, lo invidio, e mi rode perché non riesco ad imitarlo».
VDL ha ricambiato - incontrandolo al Museo Madre dove Verdone espose nel 2020 42 foto, titolo della mostra: Nuvole e colori - definendo il linguaggio comico dell’attore «una felice sintesi di quello di Alberto Sordi e del principe Antonio De Curtis», in arte Totò.
Una soavità quasi inconsueta, tenuto conto dei complimenti rivolti ad amici e avversari da almeno vent’anni a questa parte, da quando cioè deliziava i salernitani ogni venerdì con le dirette attraverso le telecamere di Lira tv: miserabili, poveri uomini, nullità politiche, cialtroni, idioti, dementi, tristi, anime morte, manovali, cafoni, fessi, sfessati, bestie malvissute, farabutti, infami, somari, chiaviche, iettatori, nullità, pippe e mezze pippe.
A Rosy Bindi andò peggio: «Un’infame da uccidere».
Frase captata a intervista finita - con Matrix, Canale 5, novembre 2016 - con quello che VDL bollò come «l’ennesimo atto di delinquenza giornalistica. Non c’era e non c’è alcun problema con l’onorevole Bindi, cui riconfermo, al di là di ogni differenza politica, il mio rispetto oltre ogni volgare strumentalizzazione», che lui stesso però aveva alimentato, avendo presentato una denuncia-querela contro Bindi, presidente della Commissione Antimafia.
Accusandola di aver «danneggiato in maniera pesante e consapevole il Pd a 24 ore da un voto importante (le elezioni regionali del 2015, nda). Nei Paesi civili che si rispettano impresentabili sono coloro che hanno una condanna definitiva, e non quelli che stanno sullo stomaco a qualcuno». Impresentabilità che era collegata a una vicenda giudiziaria (le ipotesi di reati erano concussione, truffa abuso d’ufficio, legate alla vicenda Sea Park, il parco marino mai realizzato di Salerno) da cui nel settembre 2016 De Luca fu assolto, dopo 18 anni (!), «perché il fatto non sussiste».
Nel febbraio 2024, il format «fuori onda» si ripete: mentre è seduto a parlare, su un divanetto della Camera dei deputati, con Francesco Verderami del Corriere della Sera, qualcuno lo registra mentre dà della «str...» a Giorgia Meloni per non aver ricevuto una delegazione dei 550 sindaci sbarcati a Roma per protestare contro l’autonomia differenziata, e averli invitati ad «andare a lavorare». «Ma lavora tu, str...!».
La vendetta della premier si consumò a Caivano a maggio.
Andandogli incontro, Meloni, sguardo saettante, lo inchiodò: «Presidente De Luca, (ecco) quella str... della Meloni. Come sta?».
De Luca rimase fulminato, perdendo il timing per una replica (da lui ci si sarebbe potuti aspettare una cosa tipo: «Via, Presidente, con rispetto parlando: non si sopravvaluti»), risposta - fiacca - che arrivò 48 ore dopo: «Ho visto che Meloni ci ha tenuto a comunicare la sua nuova e vera identità, e noi non possiamo che concordare, ovviamente».
Nel 2007, all’inaugurazione dei lavori del Crescent - un complesso architettonico progettato dall’archistar spagnolo Ricardo Bofill nell’area prospiciente il lungomare di Salerno, in modo da creare un nuovo spazio in forma di semicerchio - esternò il suo proposito finale: «La piazza rappresenterà la liberazione, la vittoria di una battaglia che ha richiesto impegno e sacrificio personale. Per questo mi piace immaginare l’urna con le mie ceneri posta al suo centro».
Per poi aggiungere, non si sa se con scaramantico gesto apotropaico: «Anche se m’aspetto che accada tra moltissimi anni».
Augurio che sinceramente sottoscriviamo.






