
Cognome e nome: Galimberti Umberto. Monza, 2 maggio 1942. «Galimba» per i fan adoranti.
Soprattutto signore: «È uno dei filosofi che riscuotono maggiore successo con le donne, con punte incontrollabili di misticismo e di estasi anche tra le razionalissime professoresse democratiche, soprattutto quando nelle conferenze accenna - con ispirata espressione oracolare - a sconosciute essenze del pensiero greco», così Edmondo Berselli, che lo ha perculato in Venerati maestri (Mondadori, 2006), irridendo i pensatori alla Massimo Cacciari, come appunto l’«altro barbuto», Galimberti.
Psicologo. Psicanalista (dal 1979). Filosofo. Saggista. Giornalista.
«Uno dei nostri più ascoltati maître-à-penser» (Mario Baudino).
Macché, gli ha fatto eco Antonio Gnoli su Robinson del 5 aprile scorso, che a Galimberti ha dedicato un identikit al vetriolo.
Fin dall’incipit.
«Lo conosco da anni, come lo conoscono i nostri lettori (infatti - questo lo aggiungo io - Galimberti collabora dal 1995 con Repubblica, ndr). È un uomo generoso, dotato di un’empatia speciale. Tratti umani che aiutano a farne un intellettuale di successo». Empatia speciale.
Seconda bordata: «Ha un programma di appuntamenti - incontri, conferenze, dibattiti - semplicemente mostruoso. È sempre in viaggio». Semplicemente mostruoso.
Basta? No: «Ad attenderlo nei teatri e nelle piazze, la consueta folla di gente che lo ascolta e lo applaude e compra i suoi libri». La consueta folla di gente.
Per poi infilzarlo: Umberto, come gestisci il successo?
«Piuttosto lo subisco, convinto che un eccesso di abitudine ti trasformi in un ingranaggio. Perciò comincio a dubitare se tutto questo “darsi da fare” abbia o no un senso».
Parlando del suo ultimo volumetto, Le disavventure della verità (Feltrinelli, 2025), Galimberti osserva infine: «Tra un po’ non distingueremo più il vero dal falso e non ce ne importerà più».
Ahia! Qui il Franti che è in me si è detto: «Anche riconoscere ciò che è tuo da ciò che non lo è, non è parso sempre agevole», stante la vexata quaestio di una certa qual sua tendenza all’appropriazione non proprio debita di testi altrui (e all’ampio riciclo di materiale proprio, che è un peccatuccio veniale comune a molti).
Al tempo. Prima passiamo in rassegna la pars construens della sua biografia.
Seminarista per non pesare sulla famiglia (madre vedova, dieci figli), ne uscì a metà della seconda liceo, nonostante avesse come «prezioso compagno di banco» Gianfranco Ravasi, oggi cardinale teologo biblista (o magari proprio per questo, vai a sapere).
Nel 1965 laurea in filosofia alla Cattolica di Milano sotto la guida di Emanuele Severino.
Per 15 anni insegnante nei licei della provincia lombarda, poi si trasferisce a Venezia dove nel frattempo era andato a insegnare il citato Severino: «Riuscì a farmi ottenere il ruolo di assistente alla cattedra di Antropologia culturale».
All’università Ca’ Foscari di Venezia ha insegnato anche Filosofia della Storia, Psicologia generale e Psicologia dinamica.
All’attivo, una miriade di pubblicazioni, contributi, libri, tradotti financo in giapponese.
Un progressista.
Due anni fa, quando nel dì della festa di Liberazione Massimo Giannini pensò di chiamare alla Resistenza democratica e antifascista i suoi contatti Whatsapp, inaugurando la chat «25 aprile», (in un gioco di rimbalzi mi trovai intruppato pure io, cosa che non gradii: il consenso deve essere richiesto, altrimenti è violenza, come sostiene il #metoo), Galimba lo scorticò con parole di fuoco: «Caro Massimo hai avuto un’idea formidabile. Come al solito. Bravo». Come al solito.
Non risulta invece agli atti alcun commento quando Giannini disse addio alla sua creatura otto mesi dopo: «L’idea iniziale è irrimediabilmente perduta». Ah bella, ciao!
Di certo, una donna non ha subito il suo fascino intellettuale.
Anzi, le si gonfiò proprio la giugulare quando prese tra le mani L’ospite inquietante - Il nichilismo e i giovani (Feltrinelli, 2007): la ricercatrice e storica dell’antichità Giulia Sissa.
Che dopo un’inchiesta del Giornale, lo accusò di «prestito non dichiarato», a proposito di alcune somiglianze con un suo libro.
Galimberti: «Il mio libro è una raccolta di articoli, quelle pagine sono una rielaborazione di una recensione del 23 aprile 1999 che io scrissi parlando del suo Il piacere e il male - Sesso, droga e filosofia (Feltrinelli, 1999), in cui riassumevo ciò che diceva la professoressa Sissa».
La supercazzola non placò l’ira della medesima: «Galimberti, si scusi e basta!».
Dispiace che Galimberti sia seguito dalla nomea di essere un citazionista della citazione non dichiarata, «un frequentatore abituale di frasi altrui», come lo definì Marco Filoni per il sito del Fatto quotidiano del 21 settembre 2011, in un articolo intitolato Copio ergo sum, il catalogo del plagio.
Tanto che Pierluigi Battista, all’epoca vicedirettore del Corriere della Sera, gli indirizzò, il 9 giugno 2008, una lettera aperta dalle colonne del Corriere della Sera, ritrovabile anche nel suo libro I conformisti - L’estinzione degli intellettuali d’Italia (Rizzoli, 2010).
«Da anni si rincorrono voci che denuncerebbero una sua reiterata propensione a includere nei libri da lei firmati interi brani ricavati dal lavoro altrui, senza dichiararne l’origine».
Battista, a quello della già citata Sissa, aggiunge i nomi di Alida Cresti e Salvatori Natoli, tutti vittime di «una robusta opera di copia-e-incolla».
Evocando poi un precedente del 1986, «quando lei fu costretto a inserire una breve avvertenza, nella seconda edizione di un libro su Martin Heidegger, in cui ammetteva il fondamentale debito contratto a scapito di una ricerca del professor Guido Zingari».
Professore, lei che è «un apprezzato indagatore delle insondabili profondità dell’animo umano», ci aiuti a comprendere.
Perché «una volta può essere un’incidente, due una sfortunata coincidenza, ma quattro volte accertate delineano un metodo, una prassi, un’ossessione compulsiva. Non è una banale autocritica che le si chiede, ma un’illuminazione sulle oscurità che albergano nei recessi più nascosti dell’essere umano».
Reazioni del Nostro? Nada de nada.
Nel 2008, un’inchiesta del Giornale aveva ricostruito che due dei libri di Galimberti, presentati nel 1999 al concorso per il ruolo di professore ordinario alla Ca’ Foscari di Venezia, avevano «attinto», per dir così, ad altri autori.
La commissione giudicante non se ne accorse. Interpellato, il rettore spiegò: «Non ho, ora come ora, estremi per sollecitare il ministero, deve essere un professore del raggruppamento a farlo. Secondo me dovrebbe essere lo stesso Galimberti, nel suo interesse, a chiedere la convocazione di un giurì».
Finì che Galimberti fu dall’Università ufficialmente richiamato a volersi attenere alle corrette regole di citazione degli scritti di altri autori.
Ma la vera bestia nera di Galimberti è stato Francesco Bucci, dirigente della pubblica amministrazione e, nel tempo libero, divoratore di saggi.
Bucci prima (luglio 2020) gli ha fatto pelo e contropelo con un lungo articolo su L’indice dei libri del mese, titolo: Umberto Galimberti e il mito dell’industria culturale.
Poi (aprile 2011) ha mandato in stampa un suo documentato pamphlet, Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale (Coniglio editore).
Intervistato da Simona Maggiorelli per il settimanale Left del 13 aprile 2011, Bucci racconterà che per vedere il libro stampato aveva «bussato a molte porte», per quasi due anni.
Spiegherà che c’era da interrogarsi su come funzionasse l’industria culturale in Italia, con luminari che gli avevano confessato di aver letto qualche articolo di Galimberti, ma mai un suo libro.
Il primo dei quali sarebbe stato Eugenio Scalfari, «che gli ha accordato uno spazio enorme, una dilagante presenza su Repubblica».
Conformismo e pigrizia hanno fatto il resto, trasformando Galimberti in un intoccabile.
La riprova? La reazione di Ezio Mauro alle numerose email che Bucci gli ha scritto: «Benché non abbia mai avuto risposta, ho continuato a informarlo».
In compenso, gli arriva un cortese messaggio proprio da Galimba: «“Il Direttore mi dice che lei si lamenta del fatto che io riproduca testi già editi. Quando i temi sono più o meno gli stessi, e si è giunti a una riformulazione completa, è inutile rimetterci le mani”. Poi aggiungeva complimenti alla mia acribia di lettore concludendo con un: “Le prometto che non lo rifarò più”. Da rimanere basiti. Eravamo al surreale».
«I buoni artisti copiano, i grandi artisti rubano», massima forse scolpita da Pablo Picasso. Ispirato da Thomas S. Eliot: «I poeti immaturi imitano, i poeti maturi rubano».
Ad André Gide è stato invece attribuito l’aforisma, che io rimastico così: «Tutto quello che si doveva dire era già stato detto, ma siccome nessuno stava a sentire, ecco che bisognava ripetere di nuovo ogni cosa» (da Ruba come un artista - Impara a copiare idee per essere più creativo nel lavoro e nella vita di Austin Kleon, Vallardi 2013).
Del resto, «non c’è niente di nuovo sotto il sole», Bibbia, Ecclesiaste 1:19.
Amen.






