«Contro il caro energia aiuti senza sperperi. Ma ora tocca alla Ue»
Ylenja Lucaselli (Ansa)

«245 milioni di euro in più, senza un euro di deficit aggiuntivo: li abbiamo trovati nell’extragettito Iva generato proprio dal rincaro del petrolio e in tagli di spesa nei ministeri. Si chiama accisa mobile, un meccanismo che il centrodestra propone da anni proprio per evitare che lo Stato faccia cassa sulla pelle degli italiani quando i prezzi internazionali impazziscono. Chi ci accusa di “tamponare” l’emergenza dimentica che stiamo parlando del quinto intervento in cinque mesi su un fattore esogeno – la crisi in Medio Oriente – che nessun governo può cancellare con un decreto». Ylenja Lucaselli, deputata di Fratelli d’Italia e vice responsabile del dipartimento economia del partito, commenta così la proroga del taglio alle accise sul gasolio decisa dal governo.

Alle critiche risponde: «La differenza è che noi lo facciamo con i conti in ordine, non a debito: la stessa serietà con cui abbiamo negoziato a Bruxelles 14 miliardi di flessibilità sull’energia, mentre la sinistra si accapiglia sull’ennesima patrimoniale. Certo, si può discutere se un aiuto generalizzato sul gasolio sia lo strumento più equo – ed è un dibattito che dentro la maggioranza portiamo avanti da settimane – ma la strada è tracciata: interventi mirati su autotrasporto, pesca e agricoltura, e ora la leva strutturale delle accise mobili. Un governo che fa i conti prima di fare gli annunci: non è la misura più spettacolare, ma è quella più giusta per non sperperare i soldi degli italiani e verificare di volta in volta gli andamenti dei prezzi estremamente volatili».

Con i pochi margini di manovra della finanza pubblica, non si può andare avanti all’infinito con gli aiuti. Che fare se il conflitto in Medio Oriente dovesse continuare?

«Nessuno pensa che gli aiuti possano essere infiniti, ed è proprio per questo che il governo non ha scelto la spesa a pioggia ma misure mirate e temporanee: la proroga del taglio delle accise sui carburanti, la tassazione annunciata dalla premier Meloni sugli speculatori per ridistribuire i proventi in bolletta, il decreto bollette convertito in legge l’8 aprile con agevolazioni differenziate per famiglie vulnerabili e imprese energivore. E poi c’è la diplomazia dell’energia: la missione di Meloni nel Golfo, prima tra i leader occidentali dopo lo scoppio del conflitto, per garantire diversificazione degli approvvigionamenti, dato che il Qatar copre il 10% del nostro gas e l’area del Golfo il 15% del petrolio che ci serve. Se il conflitto dovesse proseguire, la strada è duplice: usare fino in fondo la flessibilità che Bruxelles ha finalmente concesso all’Italia a giugno, fino a 14 miliardi legati all’estensione della clausola di salvaguardia nazionale dalla difesa all’energia, e accelerare sulla sovranità energetica strutturale, nucleare compreso. Gli aiuti tamponano l’emergenza, solo produrre di più a casa nostra risolve la dipendenza. Le stesse opposizioni che per anni hanno bocciato rigassificatori e nucleare, oggi chiedono più sussidi senza indicare una sola copertura finanziaria alternativa: comodo lamentarsi dei pochi margini e insieme pretendere di allargarli all’infinito».

Si arriverà a una limitazione forzata dei consumi elettrici?

«Non mi pare che oggi ci siano le condizioni per attivarla e nessuno immagina le domeniche a piedi di cinquant’anni fa. Anzi, i blackout estivi visti a Torino, Milano o Bergamo dipendono in gran parte dall’ultimo miglio della rete di distribuzione, non da scarsità: l’Italia produce, ma ha distribuito e programmato male sino ad ora, con reti costruite per un modello centralizzato che oggi non regge i picchi dei condizionatori né l’abbondanza di rinnovabili nelle ore diurne. La vera risposta, quindi, non è razionare ma investire su reti, stoccaggi di gas, rigassificatori e nucleare di nuova generazione, per avere margini quando la geopolitica si complica, come sta accadendo con lo Stretto di Hormuz. Chi per pregiudizio ideologico ha bloccato per anni ogni infrastruttura, dal nucleare ai rigassificatori, difficilmente può oggi scandalizzarsi se il sistema elettrico italiano è più fragile di quello francese o spagnolo».

L’Italia, nonostante le difficoltà del bilancio pubblico, è stato l’unico Paese Ue, come ha ricordato il ministro Giorgetti, a varare misure contro il caro energia. Non è il momento di un intervento di Bruxelles e di misure coordinate dalla Commissione?

«È esattamente la richiesta che l’Italia porta avanti da mesi, con più coerenza di chiunque altro. Giorgetti lo ha ripetuto al G7 Finanze e all’Eurogruppo: serve un giusto mix tra politica fiscale e monetaria condivisa, come nel 2022 dopo l’invasione russa, non una stretta della Bce che aggraverebbe la stangata sulle famiglie. L’Italia ha chiesto la sospensione temporanea dell’Ets sulla produzione termoelettrica, la proroga delle quote gratuite per le industrie energivore, interventi sulle tariffe di trasporto del gas e una tassa Ue sui sovraprofitti delle società energetiche, condivisa con Germania, Portogallo, Austria e Spagna. A giugno la Commissione, dopo mesi di resistenza, ha accolto la proposta italiana estendendo la clausola di salvaguardia nazionale dall’energia alla difesa, fino a 13-14 miliardi di flessibilità per noi. Il punto politico, appunto, è che l’Italia ha dovuto trascinare Bruxelles per mesi con un lavoro “lungo, serio e riservato”, come ha detto lo stesso Giorgetti: chi in patria ci accusa di immobilismo non ha mai chiesto con la stessa determinazione un intervento europeo coordinato».

Il governo punta sul nucleare ma avete messo in conto le ostilità delle popolazioni locali?

«Certo, ed è proprio questo il vero nodo, non la tecnologia. Da oltre vent’anni l’Italia non riesce a scegliere dove collocare il deposito nazionale delle scorie radioattive, con 51 aree potenzialmente idonee individuate dalla Sogin e nessuna decisione definitiva: un’eredità lasciata da chi, dopo i referendum del 1987, ci ha condannato a pagare in bolletta lo smantellamento di centrali mai sostituite, tra 28 e 44 miliardi di euro spesi senza produrre un solo kWh in più. Per questo il disegno di legge delega, già approvato dalla Camera, stanzia risorse dedicate a campagne informative per i territori, dai 6 milioni nel 2026 ai 20 milioni annui dal 2027, con criteri di localizzazione trasparenti. Non basteranno gli annunci, serve un dialogo reale con sindaci e comunità; ma scaricare tutta la responsabilità su questo governo, quando sono le Regioni di centrosinistra le prime a bloccare persino il deposito delle scorie già esistenti, è quantomeno comodo».

Nel 2012 sono stati stanziati 220 miliardi per finanziare eolico e solare. Avremmo potuto spendere la metà producendo la stessa quantità di energia elettrica con il nucleare?

«Il costo cumulato degli incentivi alle rinnovabili elettriche, stimato da Assoelettrica su dati Gse e Autorità, è appunto attorno ai 220 miliardi di euro tra il 2009 e il 2032. Il punto non è solo quanto abbiamo speso, ma cosa abbiamo comprato con quella cifra: un mix energetico legato a fonti intermittenti che ha bisogno del gas come riserva continua, e infatti oggi il gas fissa il prezzo dell’elettricità nell’89% delle ore in Italia contro il 15% in Spagna, con un costo di circa 130 euro a megawattora contro 66. Il nucleare, fonte continua e programmabile, avrebbe garantito la medesima energia con minore esposizione alla speculazione internazionale e ai fossili importati, riducendo la nostra dipendenza proprio nei momenti di crisi come quello che stiamo vivendo con l’Iran. È lo stesso errore ideologico del post referendum: abbiamo speso moltissimo, ma non abbiamo comprato sicurezza energetica, e oggi lo paghiamo con la bolletta più cara d’Europa. Inoltre non possiamo sottacere l’importanza di un piano di estrazione di gas e petrolio dai giacimenti italiani. L’opposizione è pronta a parlarne senza veti ideologici?».

L’Intelligenza artificiale è un moltiplicatore dei consumi di acqua e di energia. Come si affronta questo problema con il cambiamento climatico e la scarsità di acqua?

«I numeri sono seri e vanno guardati in faccia: secondo un rapporto dell’Università delle Nazioni Unite, nel 2025 i data center mondiali hanno consumato 448 terawattora di elettricità e circa 4.500 miliardi di litri d’acqua, con una traiettoria che li porterebbe a raddoppiare entrambi entro il 2030. L’Italia ha già un livello di stress idrico classificato come grave secondo il World Resources Institute, quindi il tema va affrontato con serietà tecnica, non ideologizzato come troppo spesso accade con il nucleare. La risposta è insieme tecnologica e regolatoria: raffreddamento a liquido invece delle vecchie torri evaporative, localizzazione dei nuovi data center dove l’energia è pulita e abbondante, obblighi di trasparenza sui consumi idrici che oggi in Italia semplicemente non esistono, e proprio l’energia nucleare come fonte continua per alimentare la transizione digitale senza bruciare ulteriore gas. Sovranità tecnologica, competitività e sostenibilità ambientale non sono in conflitto tra loro: lo sono solo per chi, con lo stesso riflesso ideologico di sempre, preferisce dire no a tutto piuttosto che governare il cambiamento».

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