Turista stuprata a Firenze da due clandestini
Stephanie Amaral

Ha ragione la modella brasiliana Stephanie Amaral a ricordarci che, al suo posto, ci poteva essere una nostra figlia o un qualsiasi nostro familiare o un’amica. Perché, allora, nessuno l’ha aiutata? Forse perché ormai la paura ci blocca e quei pochi che ancora mescolano coraggio e incoscienza rischiano o di soccombere finendo in ospedale oppure… di reagire ma alla fine soccombere lo stesso perché, magari, un magistrato ti incolpa proprio perché hai alzato troppo le mani o perché non eri tu l’aggredito. Del resto, cose del genere capitano pure alle forze dell’ordine, dunque perché sorprendersi?

Amaral viene dal Brasile, da San Paolo, che non è esattamente una metropoli facile in quanto a criminalità; però la ragazza confessa che da quando è in Italia, precisamente a Milano, ha già dovuto subire due aggressioni. Esagerata? Non credo proprio. Purtroppo i dati del Viminale fanno da notaio: aumentano le violenze compiute da irregolari, alcuni dei quali pure col foglio di via in tasca. E allora cosa puoi rispondere a chi viene aggredito da gente che non dovrebbe essere in Italia o a zonzo?

A Ravenna, un ragazzo che già era stato malmenato e per questo aveva denunciato il fatto, ha rischiato il bis da parte della stessa gang: doveva starsene zitto e subire, secondo loro. A Firenze si registra una violenza compiuta in pieno centro ai danni di una giovane turista panamense: due fermati entrambi stranieri, un egiziano e un marocchino. Clandestini.

A Lucca una conducente di autobus se l’è vista davvero brutta mentre era di turno. La sua colpa? Aver detto a due ragazzi minorenni di origine tunisina e naturalizzati italiani che non si poteva salire sul bus con le bottiglie di vino aperte in mano (avvinazzati già alle 7 del mattino…) e li invitava a scendere.

Apriti cielo! I due ragazzini, già noti alle forze dell’ordine, hanno dato in escandescenze arrivando – secondo il racconto – a dire che «se fossero stati in Tunisia, le avrebbero tagliato la testa» (se hanno così tanta nostalgia del Paese nordafricano, potrebbero tornarci: nessun rimpianto da parte nostra). «Ho paura, temo la vendetta di quelle due belve feroci. Ho visto la morte in faccia», ha dichiarato la donna. Comprendiamo.

E allora, siamo alle solite: come si fa a pensare di costruire un tessuto sociale con chi non rispetta le regole di minima convivenza, di chi non ha remore a scagliarsi contro gli altri perché non ha nulla da perdere? Di chi, più che alla integrazione, pensa alla disintegrazione di quel che trova?

La rabbia e la violenza dei maranza stanno diventando un problema di ordine pubblico. Sì, lo so che l’accoltellatore della donna in piazza Gae Aulenti a Milano è italiano, ma proprio perché rabbia e male non hanno passaporto, meglio non ingrossare l’esercito dei pazzi.

I modelli di integrazione funzionano con numeri compatibili e quando chi accoglie non si sente lui lo straniero: ci sono zone delle città medio-grandi presidiate da sentinelle africane, cinesi, sudamericane e via dicendo.

Se i locali etnici diventano luogo di ritrovo per spacciare o per bere non è difficile immaginare che costoro, nei paraggi, creeranno disagio. Le forze dell’ordine li prendono e poi… e poi finisce che qualcuno ribalta il loro lavoro.

Col risultato che la gente per bene si ritira in casa propria e si fa il segno della croce quando deve uscire di casa.

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