Record di nomination per chi s’è inventato un mondo di bianchi vampiri suprematisti
2026-02-04
Cinema e ideologia
Da quando è iniziata la guerra la Russia è sempre più in difficoltà a piazzare armamenti in giro per il mondo. In una parte del mondo per la ovvia conseguenza degli embarghi, che hanno complicato anche mercati che avevano resistito alle sanzioni del 2014 come quello del Venezuela.
Nell'altra parte, quella afro-asiatica, perché anche paesi tradizionalmente partner come Cina, Vietnam, Angola, Algeria, Uganda, India e Indonesia hanno tirato il freno proprio per aver visto le non spettacolari performance sul campo di battaglia di alcuni prodotti per cui c'erano contratti di fornitura in corso. In particolare quelli per gli aerei da combattimento Sukhoi Su-30, che stavano sostituendo il modello Su-27 già riadattato su uno precedente ancora di fattura sovietica.
Congelati quindi in questo momento i contratti in ogni parte del mondo, ed è un problema in più per l'economia di Vladimir Putin. A sorpresa però ai primi di maggio in Malesia sono arrivati due broker disposti ad acquistare con triangolazione (la Malesia era uno dei paesi partner della fornitura) sia alcuni Su-30 sia parti di ricambio per quell'aereo da combattimento ma anche per il Su-27. La vera sorpresa però per il governo malese è stato scoprire l'identità dei broker, e il mandato per cui si stavano muovendo: quello dell'entourage del presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Sembra una storia fantascientifica: nessuno in questo momento è disposto a comprare armi da Putin salvo uno: il suo principale nemico. Per quanto sembri strano e considerando che il rapporto commerciale non è diretto, ma triangolato dalla Malesia, l'interesse ucraino per i caccia russi Sukhoi Su-30 e Su-27 è più che comprensibile.
Innanzitutto perché quelli erano in dotazione a Kiev una volta caduto il muro di Berlino e dissolto l'impero sovietico, e anche se a metà degli anni '90 l'Ucraina aveva in servizio ben 67 Su-27 e prima di questa guerra ne aveva poco più di una decina, quelli anche nelle loro evoluzioni tecnologiche sono gli unici ben conosciuti dai piloti di Zelensky che quindi non hanno bisogno di alcun addestramento per usarli subito durante la battaglia.
Non solo: proprio in Ucraina c'era la maggiore produzione di componentistica per quei caccia fino in tempi recenti, quando Putin aveva deciso di mettere e disposizione delle forze armate russe solo modelli interamente prodotti dentro i confini. Anche se le fabbriche sono quasi state tutte distrutte dalla guerra, pezzi di ricambio si trovano ancora.
Quelli che mancano vengono cercati dagli ucraini come in questa occasione sul mercato asiatico in modo da rimettere in piedi per la battaglia un minimo di flotta utilizzabile immediatamente. Proprio utilizzando questi acquisti e mettendoli insieme a quel che restava della flotta militare presa di mira da Putin negli aeroporti ucraini nei primi giorni del conflitto, le forse armate di Zelensky sono riuscite a rimettere in servizio due Su-27 ristrutturati e pure potenziati, che il 7 maggio scorso hanno bombardato il contingente russo che aveva conquistato la piccola ma strategica Isola dei Serpenti sul Mar Nero.
Quindi l'industria militare di Putin ha bisogno di vendere aerei e componentistica per non andare gambe all'aria come stava avvenendo da qualche mese (oggi le sanzioni non solo colpiscono l'agenzia russa Rosoboronexport per l'esportazione militare ma anche le banche e le istituzioni finanziarie che finanzino contratti Omc, ossia di gestione e manutenzione, per prodotti militari sovietici anche in mano ad altri paesi).
Il solo cliente possibile che non può essere fermato dalle sanzioni internazionale è proprio l'Ucraina, che si è fatta avanti. Il potere del business è così forte che la storia ci mette in scena questa grottesca situazione: Putin vende di fatto armi a Zelensky per farsi sparare addosso...
Qualche sera fa, senza saperne niente, ho visto su Sky cinema I peccatori, Sinners in originale, «un film scritto diretto e coprodotto da Ryan Coogler», autore di cui ignoravo la precedente produzione (Prossima fermata Fruitvale station, sulla storia di un ragazzo ucciso dalla polizia a Oakland a Capodanno 2009, Creed - Nato per uccidere, uno spin off di Rocky e Black panther I e II).
L’unica cosa che sapevo era che con 16 candidature agli Oscar, da miglior film a miglior regia fino a sonoro ed effetti visivi, questo suo quinto lungometraggio ha stracciato tutti i record, distanziando opere come Eva contro Eva, Titanic e La La Land che ne hanno avute 14, mentre Ben-Hur si fermò a 12.
Con questi numeri era ovvio che la curiosità fosse un filo acuminata e dunque fate pure la tara all’eccesso critico, resistente anche ai super incassi mondiali (360 milioni di dollari, mentre in Italia ha raccolto solo 1,3 milioni di euro).
Va aggiunto che il numero delle categorie per le quali un’opera può concorrere, da quest’anno, con l’aggiunta del miglior casting, è di 24. Perciò, tolte quelle dalle quali si autoesclude in partenza non essendo né un cortometraggio né un film d’animazione né un documentario, praticamente I peccatori è in lizza per tutte le statuette in palio. Curioso, no? Guardandolo, è inevitabile chiedersi perché l’Academy of motion picture arts and sciences (Ampas), 10.000 fra produttori registi attori sceneggiatori eccetera, abbia nominato così massicciamente al premio più ambito della cinematografia mondiale un film di genere e di un genere insolito per le preferenze hollywoodiane.
Siamo nel 1932, in piena epoca proibizionista, e i due gemelli monozigoti neri Stake e Smoke, interpretati entrambi da Michael B. Jordan (attore feticcio di Coogler), tornano nel delta del Mississippi dopo anni di intensi traffici a Chicago. Acquistano da un suprematista bianco un’ex segheria che riempiono con il carico di alcol rubato nientemeno che ad Al Capone e lo trasformano in un juke joint dove la comunità nera potrà suonare, ballare e ubriacarsi. Per la serata inaugurale raccattano dalla piantagione di cotone il cugino Sammy (Miles Caton e il vero Buddy Guy), un talento alla chitarra, strapagano il virtuoso dell’armonica Delta Slim (Delroy Lindo), convincono la cantante Pearline (Jayme Lawson) e una coppia di cinesi che si occupa del cibo. Mentre la festa decolla sulle note del blues e sull’eros delle danze, tre bianchi che canticchiano filastrocche irlandesi pretendono di entrare per unirsi alla bolgia sebbene il locale sia per soli colored. Il rifiuto prepara lo scontro finale. «Se continui a ballare con il diavolo, un giorno il diavolo ti seguirà fino a casa», aveva messo in guardia Sammy, il padre pastore. Dietro i loro modi gentili, i tre bianchi sono vampiri del Ku Klux Klan e si può intuire la piega che prende tutta la faccenda, nonostante le fatture della sciamana, moglie di Smoke (Wunmi Musaku), e l’alba imminente.
I peccatori è un horror antirazzista, potente e suadente, che mescola musical e politica, e ha nella perversione dei bianchi l’emblema del male e nella sensualità della musica nera l’elemento antisegregazionista e redentivo. Un film di buona fattura, senza troppe sofisticherie autoriali. Ma mentre il ricordo va rapidamente a Dal tramonto all’alba di Robert Rodriguez, George Clooney Quentin Tarantino e Salma Hayek nel cast, rimane il mistero delle famose 16 nomination, arrivate, secondo Mariarosa Mancuso sul Foglio, «a dispetto dei critici italiani».
Sul Corriere della Sera, Paolo Mereghetti ha recensito con tre stellette e mezza su cinque il film di Coogler che «compie il salto di qualità inventando l’horror intertemporale, erotico, solidaristico: tutti uniti contro il demonio (e le discriminazioni razziali)… La ricerca spasmodica del brivido, della spettacolarizzazione compiaciuta e l’inevitabile retorica dello zombie qua e là distraggono Coogler, che però riesce a tenere in pugno la storia anche nelle sequenze più spigolose e splatter, quando il film assume una dimensione lunare, funesta, spaesata. Da fumetto cimiteriale». Su Dagospia, Marco Giusti è, come sempre, molto diretto: «Ma che bel film che è I Peccatori… Totalmente anti cattolico, anti trumpiano, anti muskiano, si avvia a diventare un caso in America», aveva preconizzato all’esordio nelle sale, aprile 2025, quando Donald Trump regnava da soli quattro mesi. Più militante il commento alle candidature: «Faranno storia le 16 nominations per Sinners, il numero più alto mai raggiunto da un film, inoltre da un film horror e da un film quasi interamente interpretato, scritto e diretto da neri. Vincerle sarà un’altra cosa. Ma per Sinners queste 16 nominations sono già una vittoria». Adesso, il demonio contro cui coalizzarsi è ben più evidente perciò, comunque vada, sarà un successo. Perché il caso ci sia tutto lo spiega Piera Detassis, papessa della critica nostrana, cogliendo la metafora dell’«infezione bianca, il veleno nel morso, la soluzione finale di una comunità segregata. Sembra l’Ice e questo Mississippi è lo specchio di un’America profonda tendenza Maga, e Hollywood, benché sottosopra, come sempre vede lungo».
Tutto chiaro, no? Da che parte stia l’Academy è noto. Non sempre la massiccia semina delle candidature si tramuta in un raccolto altrettanto copioso. Ma stavolta qualcosa fa pensare che la notte dei The winner is… una certa proporzione sarà rispettata.
A distanza di anni dalla fase acuta della pandemia da Covid 19, ciò che emerge con maggiore chiarezza non è soltanto la complessità dell’evento sanitario, ma il fallimento sistemico della sua gestione politica, comunicativa e regolatoria. Sempre che si sia trattato di un fallimento, di una incapacità. Sono stati imposti protocolli sbagliati: Tachipirina, vigile attesa, niente vitamina D e niente vitamina C, antibiotico solo quando è tropo tardi, per pura incapacità o per un mostruoso disegno, per creare l’emergenza indispensabile a buttare sul mercato farmaci con tempi di sperimentazione ridicoli, due mesi.
I protocolli sbagliati sono stati blindati dagli ordini dei medici, che non si sono risparmiati nell’azzannare in faccia i colleghi che davano le cure corrette e che osavano anche segnalarle, ma anche dai social, per preciso ordine dell’amministrazione Biden, sono arrivate censure. Tutte le volte che davo il protocollo corretto la mia pagina veniva bloccata. Il protocollo era talmente sbagliato da essere prudentemente anonimo: continuiamo a ignorarne l’autore, che evidentemente si vergogna troppo per dichiararsi. Ricordiamo la faccia schifata con cui Pierpaolo Sileri, prima viceministro poi sottosegretario alla salute, in televisione tappava la bocca ai medici che curavano e guarivano.
Ora Sileri, che è anche medico, dichiara candidamente di non sapere chi sia l’autore del protocollo sbagliato, che quindi è stato imposto senza che nessuno, nemmeno un viceministro laureato in medicina, si prendesse il disturbo di chiedere: «Scusate, chi ha scritto questa roba? È stata scritta da qualcuno seduto alla scrivania mentre consultava letteratura scientifica, o è stata scritta sul taccuino in attesa del treno, o durante la pausa caffè? L’autore è almeno laureato in medicina?». Un «fallimento» che è stato attivamente coperto da una narrazione dogmatica, impermeabile al dissenso scientifico, impenetrabile al buon senso e alla logica: le malattie infiammatorie si curano con gli antinfiammatori; le malattie coagulativa si curano con gli anticoagulanti, eccetera, le cure per i coronavirus sono state messe a punto nel 2013 e prevedono aspirina, idrossiclorochina eccetera.
La narrazione dogmatica è stata sostenuta da un’informazione allineata come non mai al potere con uniche eccezioni il quotidiano La Verità e la trasmissione Fuori dal Coro di Mario Giordano. In questo quadro, le dichiarazioni di Robert R. Redfield, ex direttore dei Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), assumono il valore di una vera e propria accusa dall’interno dell’apparato sanitario. «Credo che i vaccini a mRna causino più danni di quanto la gente pensi», ha affermato Redfield. Non un opinionista marginale, non un attivista ideologico, ma il massimo responsabile della sanità pubblica statunitense durante una parte cruciale della pandemia.
Ancora più grave è la sua denuncia della sistematica disinformazione operata dalle istituzioni: la rappresentazione della crisi come «pandemia dei non vaccinati», secondo Redfield, non solo era scientificamente scorretta, ma deliberatamente fuorviante. «Il vaccino non previene l’infezione», ha dichiarato, smontando retroattivamente il pilastro retorico su cui sono state costruite politiche di esclusione, discriminazione e obbligo. I primi ad applicarle sono stati i presidenti degli ordini dei medici. O non erano capaci di capire che le schede tecniche non dichiaravano i farmaci capaci di bloccare la malattia, oppure lo avevano capito e hanno eseguito ordini. Entrambe le ipotesi sono inquietanti, per usare il sinonimo più mite tra tutti i possibili. Il vaccino non previene l’infezione.
Per favore, rileggete due o tre volte questa frase e poi ripensate alle affermazioni di Mario Draghi, «chi non si vaccina muore e fa morire», di Sergio Mattarella sulla libertà che non vaccinati non hanno il diritto di invocare. Riascoltate la lunga serie di insulti e maledizioni contro coloro che hanno resistito e hanno rifiutato un farmaco che non serviva a fermare l’epidemia e che aveva effetti collaterali sconosciuti. Questi insulti e queste maledizioni li legge nel suo spettacolo Schiavi, Max Del Papa, giornalista e uomo danneggiato dal vaccino, che alza la sua voce a difesa di tutti coloro che sono stati calpestati, che hanno sviluppato effetti collaterali devastanti, se non addirittura mortali, in seguito all’inoculazione di un farmaco che non evitava la trasmissione e non salvava nessuno dal contagio.
L’ammissione di Redfield rende politicamente e moralmente insostenibili le misure adottate in molti Paesi occidentali, Italia inclusa. Se un prodotto non previene l’infezione né interrompe la trasmissione, viene meno qualsiasi giustificazione scientifica per imporlo come requisito per lavorare, studiare o partecipare alla vita sociale. Gli obblighi vaccinali e i sistemi di certificazione non appaiono più come strumenti di sanità pubblica, ma come atti di coercizione fondati su presupposti che non erano solo deliberatamente semplificati, erano semplicemente falsi. È particolarmente grave che la Corte Costituzionale abbia ritenuta sensata e quindi non contraria alla Costituzione tutta la narrazione pandemica, con le libertà più elementari calpestate, inclusa la libertà a non ammalarsi e a non morire per effetto collaterale di un farmaco obbligatorio.
La responsabilità non ricade solo sui decisori politici. Una parte significativa della comunità medico-scientifica e dell’informazione mainstream ha agito come cassa di risonanza acritica, delegittimando ogni voce dissenziente e trasformando il dibattito scientifico in una questione morale. Chi sollevava dubbi su efficacia, sicurezza, proporzionalità e persino sulla somministrazione a donne incinte e bambini veniva etichettato come pericoloso, ignorante o nemico della scienza. Oggi, molte delle affermazioni allora censurate coincidono con quanto dichiarato da un ex direttore dei Cdc.
Particolarmente grave è la questione degli effetti a medio e lungo termine dei vaccini a mRna, che Redfield stesso riconosce come ancora ignoti. Nonostante ciò, la vaccinazione è stata estesa a fasce di popolazione a bassissimo rischio, in assenza di una valutazione rischio-beneficio individualizzata. Nonostante tutto questo la vaccinazione sta continuando, non più coatta, certo, ma sostenuta da affermazioni che ne minimizzano gli effetti collaterali.
In questo momento in Italia ci sono persone che stanno continuando a farsi iniettare questo farmaco. Questa scelta non è stata il frutto di un consenso scientifico maturo, ma di una strategia politica che ha privilegiato l’uniformità e l’obbedienza rispetto alla prudenza e al metodo. Il risultato è un danno che va oltre il piano sanitario, peraltro gravissimo. È stato compromesso il rapporto di fiducia tra cittadini, medicina e istituzioni; è stato normalizzato l’uso della menzogna «a fin di bene»; è stato creato un precedente pericoloso in cui l’emergenza giustifica qualsiasi sospensione del pensiero critico e dei diritti fondamentali. Le parole di Robert R. Redfield obbligano oggi a una resa dei conti. Non è più accettabile archiviare tutto come errore inevitabile o chiedere di «non parlarne più». Parlare di vaccini, oggi, significa parlare di responsabilità politiche, scientifiche e mediatiche. E il silenzio, a questo punto, non è prudenza: è complicità. Cardiologi e oncologi ci dicono che le loro sale d’aspetto sono strapiene e che l’età dei pazienti si è abbassata di almeno 15 anni.
Ogni giorno qualcuno viene ucciso da un arresto cardiaco, vezzosamente chiamato malore improvviso, evidentemente da miocardite da vaccino. Queste morti sono sempre accompagnate da moltissimo cordoglio e mai seguite da autopsie. Continua a essere difficilissimo, se non impossibile, riuscire a convincere il proprio medico a segnalare gli effetti avversi da vaccino. Persone rese invalide, continuano a essere senza risarcimento. La battaglia non è finita, è solo all’inizio.
Il valore di un’azienda non sta solo nei bilanci o negli asset finanziari. Sempre più spesso, dicono le ricerche, sta soprattutto nell’esperienza delle persone che ci lavorano. In un’economia in cui la tecnologia accelera tutto, il vero vantaggio competitivo resta ciò che non si può replicare con un algoritmo: l’esperienza accumulata nel tempo.
I numeri raccontano un cambiamento profondo. La fascia over 50, che rappresenta circa il 24% della popolazione mondiale, nel 2020 ha generato il 34% del Pil globale, pari a circa 45 trilioni di dollari. Entro il 2050 questa quota è destinata a salire fino a circa 118 trilioni. È una trasformazione strutturale dell’economia, non una tendenza passeggera.
Secondo McKinsey, tra il 40% e il 46% del valore del capitale umano di un’azienda deriva direttamente dall’esperienza. Un dato che sposta il dibattito su innovazione e competitività: non si tratta solo di investire in tecnologie, ma anche di saper valorizzare chi ha già attraversato cicli, crisi e cambiamenti.
Il contributo dei senior non è soltanto qualitativo. Studi citati da OCSE e Harvard Business Review mostrano che le aziende in cui collaborano generazioni diverse sono il 70% più propense ad aumentare la quota di mercato e il 45% più inclini a entrare in nuovi mercati. Anche l’ambiente di lavoro conta: la ricerca Best Workplaces for Senior 2025 di Great Place To Work Italia sottolinea che trattenere e motivare i profili più esperti significa investire nella sostenibilità e nella memoria organizzativa delle imprese. L’esperienza, inoltre, ha effetti concreti sulle decisioni. Riduce i rischi, accelera i processi e accorcia i tempi di arrivo sul mercato. Secondo l’AARP, i team con una forte presenza di senior garantiscono maggiore stabilità operativa e scelte strategiche più rapide. In questo scenario, la competenza diventa una vera e propria «valuta»: un capitale che produce un impatto misurabile.
Il tema pesa anche nei passaggi generazionali delle imprese familiari. Alcuni studi, tra cui quelli dell’Università Bocconi, indicano che l’ingresso di manager esterni qualificati può essere decisivo per assicurare continuità e crescita nelle fasi di transizione. È in questo contesto che si inserisce l’esperienza di 50yet, una piattaforma dedicata all’inserimento di senior expert nei settori fashion, luxury, beauty, sport e lifestyle. Nel suo primo anno di attività, la startup ha registrato un customer success rate superiore al 98%, chiudendo con un EBIT positivo e una crescita interamente autofinanziata, senza capitali esterni. Un percorso controcorrente rispetto a un ecosistema spesso segnato da valutazioni gonfiate e burn-rate elevati.
A gennaio 2026 la community conta oltre 700 esperti qualificati, tutti con almeno 20 anni di esperienza e un track record verificabile. Il modello non è quello del classico head hunting: si basa su una soluzione «fractional», on-demand e flessibile, attivabile per missioni a termine o per obiettivi, con attenzione all’impatto misurabile e all’allineamento strategico con l’azienda cliente. Dopo la selezione, i candidati vengono suddivisi tra Marketplace e Club, dove entra solo il top 2% di ogni settore. Pesano la reputazione e le referenze, ma prima di ogni proposta viene valutata anche la coerenza con i valori e la cultura dell’azienda che richiede la collaborazione. L’accesso è solo su invito. Finora, più di un esperto su quattro ha già ricevuto una o più offerte di missione.
L’idea di fondo è semplice quanto radicale: l’esperienza senior non è un costo da ridurre, ma un asset produttivo subito utilizzabile. In altre parole, una vera e propria moneta dell’economia reale.
