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2024-11-17
Zelensky: «Facciamo finire il conflitto nel 2025. Abbiamo avuto poche armi»
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Mosca guadagna terreno, Kiev perde uomini. Stando a quanto accade sul fronte, in particolar modo nel Donbass, dove le forze armate russe hanno preso il controllo di Makarovka e Leninskoye, due località situate nella Repubblica popolare di Donetsk, l’inerzia del conflitto tra Russia e Ucraina sembra spostarsi giorno dopo giorno verso il Cremlino. Secondo un comunicato ufficiale diffuso ieri dal ministero della Difesa russo, inoltre, l’esercito di Mosca ha attaccato e inflitto perdite pesanti a 14 brigate ucraine nella regione di Kursk. Si parla di 255 soldati uccisi in 24 ore, oltre alla distruzione di quattro veicoli corazzati, un sistema missilistico terra-aria, un cannone trainato D-20 da 152 mm e un sistema di guerra elettronica. Segno che anche la controffensiva ucraina in territorio russo è prossima alla capitolazione.
Secondo il rapporto stilato dall’agenzia di stampa russa non governativa, Interfax, le truppe ucraine impegnate nel Kursk hanno perso finora oltre 32.930 militari, 213 carri armati, 136 veicoli da combattimento della fanteria, 115 mezzi corazzati per il trasporto delle truppe, 1.167 corazzati da combattimento, 951 automobili, 284 armi di artiglieria, 40 lanciarazzi multipli, 13 lanciamissili antiaerei, 65 sistemi di guerra elettronica, 13 radar di tracciamento delle armi e 4 radar di difesa aerea. Oltre a questo che rappresenta un bilancio di quanto accaduto nella regione russa presa di mira dall’esercito ucraino dal 6 agosto scorso, nella giornata di ieri le unità di difesa aerea russe hanno intercettato e abbattuto 15 droni ucraini, non solo nel Kursk, ma anche nelle regioni di Lipetsk, Bryansk e Oryol. Stessa sorte toccata ai 53 droni russi lanciati nella notte tra venerdì e sabato in Ucraina, nelle regioni di Kiev, Kharkiv, Zaporizhzhia, Odessa, Cherkassy, Sumy, Zhytomyr, Nikolaev, Poltava, Khmelnytsky e Kirovograd; mentre altri 30 sono caduti in zone aperte senza provocare danni.
Che il conflitto sia in una fase cruciale e complicata per l’Ucraina lo ha ammesso ieri anche Volodymyr Zelensky. Il presidente, intervistato da Radio Ucraina, ha detto che «la situazione al fronte è davvero difficile» e che «con una lenta, ma inesorabile, pressione dei russi le truppe ucraine che combattono in prima linea sono stanche» a tal punto da valutare «dei riposizionamenti» e «dei passi indietro». Il leader di Kiev ha attribuito queste défaillance alla mancanza di personale in armi ed equipaggiamento. «Aspettiamo la consegna di alcune armi da 12 mesi, dall’accordo nel Congresso americano», ha raccontato Zelensky, secondo cui il suo Paese avrebbe ricevuto meno della metà delle armi promesse dagli Stati Uniti.
Una situazione dunque sempre più critica per Kiev, che potrebbe solo peggiorare da qui ai prossimi mesi, in virtù dell’annunciato passo indietro degli Usa per quel che riguarda il sostegno militare, dopo la rielezione di Donald Trump, e del canale diplomatico ancora troppo incerto e bloccato. Ieri Zelensky, che ha ringraziato con un post su X Giorgia Meloni e i leader del G7 per aver «dimostrato ancora una volta il loro incrollabile sostegno all’Ucraina» che aiuta a «proteggere il suo popolo dal terrorismo» e a «salvare innumerevoli vite», ha lanciato un appello in chiave diplomatica, una sorta di exit strategy, dove auspica un ruolo attivo di Washington negli eventuali colloqui di pace con Vladimir Putin. «Da parte nostra dobbiamo fare di tutto per porre fine alla guerra l’anno prossimo con mezzi diplomatici», ha affermato il presidente ucraino. «Le condizioni per una trattativa sono che l’Ucraina non debba affrontare la Russia da sola e che l’Ucraina sia forte». Zelensky ha inoltre chiarito, però, che nella situazione attuale l’Ucraina si siederebbe al tavolo in uno «status da perdente» fin dall’inizio. «Come possono esserci trattative con un assassino?», si è chiesto Zelensky, in risposta al colloquio telefonico, non gradito da Kiev, avuto venerdì tra Putin e il cancelliere tedesco Olaf Scholz, in cui lo zar ha ribadito che parlerà di pace solo rispettando le conquiste territoriali ottenute in questi quasi mille giorni di guerra. Stando a quanto riferito da Konstantin Remchukov, direttore del quotidiano russo Nezavisimaya Gazeta, al Washington Post, Putin non è intenzionato ad avviare alcun negoziato di pace finché non avrà «cacciato fino all’ultimo soldato ucraino dal Kursk».
In tutto ciò l’Europa deve ancora capire che strategia adottare in merito al dossier degli aiuti militari da garantire a Kiev a partire dal prossimo gennaio, quando ci sarà il passaggio di consegne ufficiale tra Joe Biden e Trump alla Casa Bianca. Secondo il New York Times, invece, Boris Epshteyn si sarebbe proposto al tycoon come inviato speciale per la risoluzione diplomatica del conflitto. Una notizia che ha creato non poco scalpore, anche all’interno dell’entourage di Trump, non solo per la cittadinanza russa del consigliere legale del neo presidente americano, per cui è considerato non super partes, ma anche per la poca esperienza e l’accusa che lo vede coinvolto in Arizona per i tentativi di ribaltare l’esito delle elezioni del 2020, perse da Trump.
Nel frattempo, in vista del vertice che si terrà martedì prossimo a Varsavia tra i ministri degli Esteri e della Difesa di Italia, Germania, Francia, Regno Unito, Ucraina e l’alto rappresentante Ue designata Kaja Kallas, i leader del G7, su iniziativa del premier italiano Meloni che ne detiene la presidenza, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui si sostiene che «la Russia è l’unico ostacolo a una pace giusta in Ucraina».
Il taglio russo fa impennare il gas
I prezzi del gas tornano a salire mentre l’incipiente stagione fredda fa aumentare i consumi. Ad agitare i mercati è arrivata la notizia, in verità ampiamente attesa, della fine dei flussi di gas dalla Russia verso l’Austria. Omv, utility austriaca del gas, si è rivolta ad un arbitrato internazionale per ottenere un risarcimento dal fornitore russo monopolista, la Gazprom. La motivazione è che nel 2022 la filiale tedesca di Omv non aveva ricevuto più gas dalla Russia attraverso il Nord Stream 1 (prima dell’esplosione del gasdotto del settembre 2022), ricevendone un danno perché aveva dovuto reperire il gas sul mercato a prezzi folli. Omv si era rivolta all’arbitrato della Camera di commercio internazionale (Icc), che in questi giorni gli ha dato ragione e ha stabilito un risarcimento da 230 milioni di euro. Questa cifra è quanto Omv ha comunicato a Gazprom di voler recuperare dall’altra fornitura in corso, quella che arriva ancora a Omv direttamente in Austria passando per l’Ucraina.
Si tratta dello stesso gasdotto che trasporta il gas verso l’Italia, proprio attraverso l’Austria. Il punto di ingresso a Tarvisio quest’anno ha visto volumi di gas dalla Russia per 4,7 miliardi di metri cubi, pari al 9,7% del gas importato. Si tratta di volumi doppi rispetto a quelli del 2023, ma c’è una buona ragione per questo. Il rigassificatore di Livorno, che può rigassificare fino a 3,7 miliardi di metri cubi l’anno, è stato in manutenzione per lunghi mesi, dallo scorso febbraio, e dunque non era operativo. Dal 24 novembre il rigassificatore dovrebbe tornare in esercizio. Per compensare i mancati ingressi di Gnl da Livorno gli operatori hanno utilizzato il gas da Tarvisio. A novembre le importazioni di gas russo sono state di soli 63 milioni di metri cubi. Il nostro maggior fornitore resta l’Algeria, che copre il 35% del totale dell’import e che può fornire anche di più.
Il rialzo dei prezzi ha più a che fare con le aspettative piuttosto che con la realtà dei volumi in transito. Infatti, Omv già nei mesi scorsi aveva annunciato che potevano esserci problemi con Gazprom per questa vertenza, allora in corso. Inoltre, da mesi ormai si sa che il contratto a tre tra Russia, Ucraina e Ue per il trasporto del gas attraverso il gasdotto ucraino verso Slovacchia-Austria-Italia è comunque scaduto e non sarà rinnovato nel 2025. La cosa era già nei prezzi da tempo. Infine, l’Austria dispone di stoccaggi che complessivamente contengono un intero anno di consumi, anzi anche di più (103%), come certifica Agsi (Aggregated Gas Storage Inventory). Semmai, il tema del gas russo riguarda due altri aspetti: il Turkstream e il Gnl. Nel primo caso, si tratta di volumi ancora importanti che arrivano dalla Russia in Turchia e da lì in Bulgaria (circa 15 miliardi di metri cubi quest’anno, ancora molto). Nel secondo caso, si tratta di altri 20 miliardi di metri cubi che arrivano soprattutto ai rigassificatori di Francia, Belgio e Spagna (mentre qualche giorno fa il terminale tedesco di Brunsbuttel avrebbe rifiutato un carico di Gnl russo).
Questi flussi sono davvero critici: se venissero a mancare, per l’Europa sarebbero guai. Fisicamente non ci sarebbero problemi per l’Italia, che non importa Gnl dalla Russia, ma i prezzi schizzerebbero verso l’alto.
La sensibilità del mercato dunque si spiega con le nuove tensioni con la Russia. L’elezione di Donald Trump però potrebbe cambiare le carte in tavola. Da una parte, il conflitto in Ucraina potrebbe terminare presto, se è vero che Trump ha un piano per arrivare ad una rapida pace.
Dall’altra, nei giorni scorsi Ursula von der Leyen ha affermato che l’Ue è pronta a sostituire il Gnl russo con quello americano, il che potrebbe essere una merce di scambio nella questione degli annunziati dazi americani verso l’Ue.
La grande incognita è il meteo. Se dovesse esserci un inverno molto freddo, ci sarebbe competizione con l’Asia sui carichi Gnl: i prezzi ne risentirebbero, anche quelli per la prossima estate.
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Le forze di Mosca avanzano, il leader di Kiev sembra ormai rassegnato al negoziato: «Le truppe sono stanche. Trattiamo, ma se cominciamo adesso siamo perdenti».La notizia dello stop ai flussi di gas russo verso l’Austria agita i mercati. Dal Tarvisio niente più forniture da Gazprom, ma l’Italia sopperirà grazie al rigassificatore di Livorno.Lo speciale contiene due articoli.Mosca guadagna terreno, Kiev perde uomini. Stando a quanto accade sul fronte, in particolar modo nel Donbass, dove le forze armate russe hanno preso il controllo di Makarovka e Leninskoye, due località situate nella Repubblica popolare di Donetsk, l’inerzia del conflitto tra Russia e Ucraina sembra spostarsi giorno dopo giorno verso il Cremlino. Secondo un comunicato ufficiale diffuso ieri dal ministero della Difesa russo, inoltre, l’esercito di Mosca ha attaccato e inflitto perdite pesanti a 14 brigate ucraine nella regione di Kursk. Si parla di 255 soldati uccisi in 24 ore, oltre alla distruzione di quattro veicoli corazzati, un sistema missilistico terra-aria, un cannone trainato D-20 da 152 mm e un sistema di guerra elettronica. Segno che anche la controffensiva ucraina in territorio russo è prossima alla capitolazione. Secondo il rapporto stilato dall’agenzia di stampa russa non governativa, Interfax, le truppe ucraine impegnate nel Kursk hanno perso finora oltre 32.930 militari, 213 carri armati, 136 veicoli da combattimento della fanteria, 115 mezzi corazzati per il trasporto delle truppe, 1.167 corazzati da combattimento, 951 automobili, 284 armi di artiglieria, 40 lanciarazzi multipli, 13 lanciamissili antiaerei, 65 sistemi di guerra elettronica, 13 radar di tracciamento delle armi e 4 radar di difesa aerea. Oltre a questo che rappresenta un bilancio di quanto accaduto nella regione russa presa di mira dall’esercito ucraino dal 6 agosto scorso, nella giornata di ieri le unità di difesa aerea russe hanno intercettato e abbattuto 15 droni ucraini, non solo nel Kursk, ma anche nelle regioni di Lipetsk, Bryansk e Oryol. Stessa sorte toccata ai 53 droni russi lanciati nella notte tra venerdì e sabato in Ucraina, nelle regioni di Kiev, Kharkiv, Zaporizhzhia, Odessa, Cherkassy, Sumy, Zhytomyr, Nikolaev, Poltava, Khmelnytsky e Kirovograd; mentre altri 30 sono caduti in zone aperte senza provocare danni. Che il conflitto sia in una fase cruciale e complicata per l’Ucraina lo ha ammesso ieri anche Volodymyr Zelensky. Il presidente, intervistato da Radio Ucraina, ha detto che «la situazione al fronte è davvero difficile» e che «con una lenta, ma inesorabile, pressione dei russi le truppe ucraine che combattono in prima linea sono stanche» a tal punto da valutare «dei riposizionamenti» e «dei passi indietro». Il leader di Kiev ha attribuito queste défaillance alla mancanza di personale in armi ed equipaggiamento. «Aspettiamo la consegna di alcune armi da 12 mesi, dall’accordo nel Congresso americano», ha raccontato Zelensky, secondo cui il suo Paese avrebbe ricevuto meno della metà delle armi promesse dagli Stati Uniti.Una situazione dunque sempre più critica per Kiev, che potrebbe solo peggiorare da qui ai prossimi mesi, in virtù dell’annunciato passo indietro degli Usa per quel che riguarda il sostegno militare, dopo la rielezione di Donald Trump, e del canale diplomatico ancora troppo incerto e bloccato. Ieri Zelensky, che ha ringraziato con un post su X Giorgia Meloni e i leader del G7 per aver «dimostrato ancora una volta il loro incrollabile sostegno all’Ucraina» che aiuta a «proteggere il suo popolo dal terrorismo» e a «salvare innumerevoli vite», ha lanciato un appello in chiave diplomatica, una sorta di exit strategy, dove auspica un ruolo attivo di Washington negli eventuali colloqui di pace con Vladimir Putin. «Da parte nostra dobbiamo fare di tutto per porre fine alla guerra l’anno prossimo con mezzi diplomatici», ha affermato il presidente ucraino. «Le condizioni per una trattativa sono che l’Ucraina non debba affrontare la Russia da sola e che l’Ucraina sia forte». Zelensky ha inoltre chiarito, però, che nella situazione attuale l’Ucraina si siederebbe al tavolo in uno «status da perdente» fin dall’inizio. «Come possono esserci trattative con un assassino?», si è chiesto Zelensky, in risposta al colloquio telefonico, non gradito da Kiev, avuto venerdì tra Putin e il cancelliere tedesco Olaf Scholz, in cui lo zar ha ribadito che parlerà di pace solo rispettando le conquiste territoriali ottenute in questi quasi mille giorni di guerra. Stando a quanto riferito da Konstantin Remchukov, direttore del quotidiano russo Nezavisimaya Gazeta, al Washington Post, Putin non è intenzionato ad avviare alcun negoziato di pace finché non avrà «cacciato fino all’ultimo soldato ucraino dal Kursk». In tutto ciò l’Europa deve ancora capire che strategia adottare in merito al dossier degli aiuti militari da garantire a Kiev a partire dal prossimo gennaio, quando ci sarà il passaggio di consegne ufficiale tra Joe Biden e Trump alla Casa Bianca. Secondo il New York Times, invece, Boris Epshteyn si sarebbe proposto al tycoon come inviato speciale per la risoluzione diplomatica del conflitto. Una notizia che ha creato non poco scalpore, anche all’interno dell’entourage di Trump, non solo per la cittadinanza russa del consigliere legale del neo presidente americano, per cui è considerato non super partes, ma anche per la poca esperienza e l’accusa che lo vede coinvolto in Arizona per i tentativi di ribaltare l’esito delle elezioni del 2020, perse da Trump.Nel frattempo, in vista del vertice che si terrà martedì prossimo a Varsavia tra i ministri degli Esteri e della Difesa di Italia, Germania, Francia, Regno Unito, Ucraina e l’alto rappresentante Ue designata Kaja Kallas, i leader del G7, su iniziativa del premier italiano Meloni che ne detiene la presidenza, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui si sostiene che «la Russia è l’unico ostacolo a una pace giusta in Ucraina».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-facciamo-finire-conflitto-2025-2669896881.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-taglio-russo-fa-impennare-il-gas" data-post-id="2669896881" data-published-at="1731846978" data-use-pagination="False"> Il taglio russo fa impennare il gas I prezzi del gas tornano a salire mentre l’incipiente stagione fredda fa aumentare i consumi. Ad agitare i mercati è arrivata la notizia, in verità ampiamente attesa, della fine dei flussi di gas dalla Russia verso l’Austria. Omv, utility austriaca del gas, si è rivolta ad un arbitrato internazionale per ottenere un risarcimento dal fornitore russo monopolista, la Gazprom. La motivazione è che nel 2022 la filiale tedesca di Omv non aveva ricevuto più gas dalla Russia attraverso il Nord Stream 1 (prima dell’esplosione del gasdotto del settembre 2022), ricevendone un danno perché aveva dovuto reperire il gas sul mercato a prezzi folli. Omv si era rivolta all’arbitrato della Camera di commercio internazionale (Icc), che in questi giorni gli ha dato ragione e ha stabilito un risarcimento da 230 milioni di euro. Questa cifra è quanto Omv ha comunicato a Gazprom di voler recuperare dall’altra fornitura in corso, quella che arriva ancora a Omv direttamente in Austria passando per l’Ucraina. Si tratta dello stesso gasdotto che trasporta il gas verso l’Italia, proprio attraverso l’Austria. Il punto di ingresso a Tarvisio quest’anno ha visto volumi di gas dalla Russia per 4,7 miliardi di metri cubi, pari al 9,7% del gas importato. Si tratta di volumi doppi rispetto a quelli del 2023, ma c’è una buona ragione per questo. Il rigassificatore di Livorno, che può rigassificare fino a 3,7 miliardi di metri cubi l’anno, è stato in manutenzione per lunghi mesi, dallo scorso febbraio, e dunque non era operativo. Dal 24 novembre il rigassificatore dovrebbe tornare in esercizio. Per compensare i mancati ingressi di Gnl da Livorno gli operatori hanno utilizzato il gas da Tarvisio. A novembre le importazioni di gas russo sono state di soli 63 milioni di metri cubi. Il nostro maggior fornitore resta l’Algeria, che copre il 35% del totale dell’import e che può fornire anche di più. Il rialzo dei prezzi ha più a che fare con le aspettative piuttosto che con la realtà dei volumi in transito. Infatti, Omv già nei mesi scorsi aveva annunciato che potevano esserci problemi con Gazprom per questa vertenza, allora in corso. Inoltre, da mesi ormai si sa che il contratto a tre tra Russia, Ucraina e Ue per il trasporto del gas attraverso il gasdotto ucraino verso Slovacchia-Austria-Italia è comunque scaduto e non sarà rinnovato nel 2025. La cosa era già nei prezzi da tempo. Infine, l’Austria dispone di stoccaggi che complessivamente contengono un intero anno di consumi, anzi anche di più (103%), come certifica Agsi (Aggregated Gas Storage Inventory). Semmai, il tema del gas russo riguarda due altri aspetti: il Turkstream e il Gnl. Nel primo caso, si tratta di volumi ancora importanti che arrivano dalla Russia in Turchia e da lì in Bulgaria (circa 15 miliardi di metri cubi quest’anno, ancora molto). Nel secondo caso, si tratta di altri 20 miliardi di metri cubi che arrivano soprattutto ai rigassificatori di Francia, Belgio e Spagna (mentre qualche giorno fa il terminale tedesco di Brunsbuttel avrebbe rifiutato un carico di Gnl russo). Questi flussi sono davvero critici: se venissero a mancare, per l’Europa sarebbero guai. Fisicamente non ci sarebbero problemi per l’Italia, che non importa Gnl dalla Russia, ma i prezzi schizzerebbero verso l’alto. La sensibilità del mercato dunque si spiega con le nuove tensioni con la Russia. L’elezione di Donald Trump però potrebbe cambiare le carte in tavola. Da una parte, il conflitto in Ucraina potrebbe terminare presto, se è vero che Trump ha un piano per arrivare ad una rapida pace. Dall’altra, nei giorni scorsi Ursula von der Leyen ha affermato che l’Ue è pronta a sostituire il Gnl russo con quello americano, il che potrebbe essere una merce di scambio nella questione degli annunziati dazi americani verso l’Ue. La grande incognita è il meteo. Se dovesse esserci un inverno molto freddo, ci sarebbe competizione con l’Asia sui carichi Gnl: i prezzi ne risentirebbero, anche quelli per la prossima estate.
Giorgia Meloni (Ansa)
Si alternano sul palco membri del governo, rappresentanti di sinistra, magistrati e vittime della malagiustizia. Cercano di fare chiarezza sulle ragioni del Sì. Anche se chi è qui sa già cosa votare. Una signora attempata si avvicina a una delle organizzatrici: «Scusi, ho 87 anni e so già che metterò la X sul Sì ma», aggiunge scherzando, «se non mi fate entrare a vedere la Meloni mi toccherà votare No». «Lei non ha la faccia di una che è contraria alla riforma», ribatte l’organizzatrice. Una soluzione si trova e il voto si salva.
Sul palco si alternano i sostenitori del Sì: Galeazzo Bignami («La domanda non è “vuoi una magistratura sotto la politica?”. Ma è “vuoi liberare la giustizia dalla politica?”. Perché è quello che noi con questa riforma facciamo. E lo facciamo non per privilegiare una parte o un’altra»); Ignazio La Russa («Chi ha la mia età ed è anche più giovane ricorderà il nostro vecchio slogan: un solo interesse da difendere, l’Italia»); l’ex senatore del Pd, Stefano Esposito, che racconta i suoi problemi con la malagiustizia («Io ne ho persi sette di anni della mia vita. Ma non è un problema di Esposito, ma dei cittadini che non arrivano dove sono arrivato io, perché si fermano prima, perché non ce la fanno più, perché non hanno gli strumenti») e Domenico Pagliari, il cui padre è stato ammazzato da un camorrista per futili motivi. Fatica a parlare, si commuove quando ricorda quel 6 luglio di tanti anni fa, mentre abbracciava il padre insanguinato. Il killer non doveva essere fuori, ma era comunque a Pescara: «Un magistrato gli diede una licenza da passare in un centro Caritas, ma il direttore di questa struttura non era nemmeno stato avvisato». Continua Pagliari, rivolgendosi al magistrato che «liberò» il killer: «Avrai festeggiato tanti compleanni coi tuoi figli e i tuoi nipoti, mio padre no». Per Sabino Cassese, «questi cambiamenti non fanno fare un passo indietro, ma un passo avanti nell’indipendenza dei giudici e dei pm, perché ne specializzano la funzione e ne riconoscono a pieno il ruolo». Un concetto ribadito dal ministro Carlo Nordio: «Questa riforma libererà la magistratura, svincolandola dalle correnti». E poi: «Nei primi anni Ottanta la magistratura godeva della credibilità dell’80%, adesso quasi la metà».
Non appena la Meloni appare sul palco si sente «Giorgia, Giorgia». Saluti e ringraziamenti di rito. Poi il premier entra subito nel vivo. «Siamo concentratissimi sulla crisi internazionale, sulla diplomazia e sulle risposte che dobbiamo dare ai cittadini. Ma dobbiamo dare la giusta attenzione al cambiamento epocale che si presenta in Italia con la riforma della giustizia». Meloni ripercorre le ragioni del Sì, imperniando il proprio discorso su una parola: «Coraggio». Che va «oltre gli allarmismi e le mistificazioni. E soprattutto ci vuole coraggio per cambiare le cose anche perché ogni volta che si vuole cambiare qualcosa in questo Paese si urla subito alla svolta illiberale». Al coraggio, prosegue Meloni, si oppone la paura: «Non abbiate paura di preferire il popolo alle caste. E non abbiate paura di ciò che può permettere all’Italia di tornare a correre». La riforma della giustizia era nel programma e, sottolinea Meloni, «noi siamo responsabili. Quest’ultima parola deriva dal latino e significa rispondere agli altri, a chi ti ha affidato il mandato. Quello che vogliamo dimostrare è che c’è qualcuno che è in grado di rispettare la parola data ai cittadini, anche quando è rischioso». E questo anche se in passato i vertici dell’Anm hanno fatto il possibile per far naufragare altre riforme della giustizia. «Vogliamo sistemare quello che non funziona anche per i magistrati, ma soprattutto per i cittadini. Se la giustizia non funziona, lo pagano i cittadini».
Il premier propone poi un elenco di storie per raccontare la «degenerazione del sistema». Un magistrato viene premiato nonostante abbia fatto passare due anni in più a un innocente in carcere. Un uomo viene accusato di aver ucciso una persona, passa oltre vent’anni in carcere. Poi si scopre che la presunta vittima è viva. Crolla la condanna e lo Stato paga centinaia di migliaia di euro l’indennizzo. Ma i magistrati che avevano sostenuto l’accusa continuano a far carriera. «Dobbiamo restituire ai cittadini piena fiducia nella giustizia. Non è una riforma contro i magistrati ma per tutti loro e per i cittadini».
E poi: «Vorrei ricordare i nomi di alcuni vicepresidenti del Csm... Tutte persone degnissime ma pensate che fossero estranee alla politica? Io penso che debba passare qualche anno per chi è stato in politica per entrare» a far parte dei laici del Csm. Meloni tocca poi il cuore della riforma: «Nel sistema attuale l’appartenenza alla corrente vale più del merito. L’unica differenza in quello che introduciamo noi, è che vale solo il merito. E questo toglie alle correnti l’enorme potere che hanno non verso di noi, ma sui magistrati stessi. Ecco perché io considero che questa sia una riforma fatta per il bene di tanti magistrati capaci che nella loro carriera sono stati mortificati perché non si piegavano alla logica delle correnti».
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Donald Trump (Ansa)
Nelle stesse ore, il segretario all’Interno americano, Doug Burgum, affermava che le compagnie petrolifere statunitensi avrebbero presto aumentato la produzione. Inoltre, ieri sera, mentre La Verità andava in stampa, l’amministrazione Trump stava considerando di sospendere temporaneamente il Jones act: una mossa che renderebbe meno costoso trasportare greggio e gas tra porti statunitensi.
Insomma, è chiaro come per la Casa Bianca la priorità, in questo momento, sia quella di fronteggiare l’incremento dei prezzi del greggio, scattato a seguito dell’attacco israelo-americano contro l’Iran. Non dimentichiamo che, negli Stati Uniti, il costo della benzina ha superato i 3,50 dollari al gallone, raggiungendo il livello più alto da maggio del 2024. Si tratta di una situazione non poco scivolosa, che potrebbe avere degli impatti assai negativi sul Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre. Del resto, un recente sondaggio effettuato da Morning consult ha rilevato che per il 48% degli americani la colpa del rincaro della benzina sarebbe da attribuirsi proprio all’amministrazione statunitense.
È anche per questo che, ieri, Trump ha ostentato ottimismo sulla questione. «Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi, quando i prezzi del petrolio salgono, guadagniamo un sacco di soldi. Ma, di ben più grande interesse e importanza per me, come presidente, è impedire a un impero malvagio, l’Iran, di possedere armi nucleari e di distruggere il Medio Oriente e, in effetti, il mondo. Non permetterò mai che ciò accada!», ha dichiarato su Truth, riprendendo l’espressione - «impero malvagio» - con cui Ronald Reagan definì notoriamente l’Urss nel 1983.
D’altronde, la necessità di abbassare il costo del greggio sta ponendo Trump davanti a un dilemma. Da una parte, vari suoi consiglieri lo stanno esortando a concludere in fretta il conflitto in Iran proprio per portare il prezzo del petrolio a scendere; dall’altra parte, il presidente non può escludere interventi armati nello Stretto di Hormuz, dove i pasdaran stanno di fatto bloccando la navigazione per mettere la Casa Bianca in difficoltà in vista delle Midterm. Non potendo fronteggiare la potenza militare israeliana e statunitense (ieri Centcom annunciava di aver distrutto circa 6.000 obiettivi dall’inizio della guerra), le Guardie della rivoluzione puntano a colpire il presidente americano dove può fargli più male. Non a caso, mercoledì, Trump ha detto che Washington aveva distrutto quasi tutte le navi posamine iraniane, esortando pertanto le petroliere a usare lo Stretto (in cui passa, ricordiamolo, circa il 20% del greggio a livello mondiale).
È anche in quest’ottica che il presidente americano sta valutando da giorni di fornire scorte armate alle imbarcazioni che navigano nell’area. Un’ipotesi che, ieri, il segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, non ha escluso, pur non considerandola imminente. «Succederà relativamente presto, ma non può accadere ora», ha detto, riferendosi all’eventualità di organizzare delle scorte armate. «Semplicemente non siamo pronti. Tutte le nostre risorse militari in questo momento sono concentrate sulla distruzione delle capacità offensive dell’Iran e dell’industria manifatturiera che fornisce tali capacità offensive», ha aggiunto, per poi lasciare intendere che le attività di scorta potrebbero iniziare entro fine mese.
Insomma, l’amministrazione Trump sta cercando di fronteggiare le sue vulnerabilità sul piano energetico. E, più in generale, ostenta la sua forza contro Teheran. È anche in questo quadro che, ieri, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha smentito la notizia riportata da Abc News, secondo cui si registrerebbe il rischio di attacchi di droni iraniani in territorio californiano. «Non esiste alcuna minaccia da parte dell’Iran nei confronti del nostro territorio e non è mai esistita», ha detto, accusando la testata giornalistica di diffondere «false informazioni volte ad allarmare intenzionalmente il popolo americano».
In tutto questo, nella serata italiana di ieri, si è verificato un attacco alla sinagoga Temple Israel nei pressi di Detroit. In particolare, secondo la Cnn, l’aggressore, armato di fucile, avrebbe fatto schiantare la sua auto contro l’edificio e avrebbe successivamente avuto uno scontro a fuoco con il personale di sicurezza. La stessa testata ha anche riferito che il sospettato sarebbe morto, mentre l’Fbi è accorso sulla scena dell’attentato. Nel retro del veicolo sarebbe stata rinvenuta una grande quantità di esplosivo. La governatrice del Michigan, Gretchen Whitmer, ha definito «straziante» quanto accaduto. «L’antisemitismo e la violenza non hanno posto nel Michigan. Spero nella sicurezza di tutti», ha anche detto, mentre la Casa Bianca confermava che Trump era stato informato dell’attacco.
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Una foto pubblicata dalla Royal Thai Navy mostra la nave cargo battente bandiera thailandese Mayuree Naree in fiamme dopo essere stata colpita da missili iraniani nello Stretto di Hormuz (Ansa)
Il primo messaggio alla nazione attribuito alla nuova Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, solleva più interrogativi che certezze. Il discorso, trasmesso dalla televisione di Stato, non è stato pronunciato dal leader in persona: il testo è stato letto da una speaker, senza immagini né registrazioni audio. Proprio questo dettaglio alimenta i dubbi di numerosi osservatori, secondo i quali Mojtaba Khamenei potrebbe trovarsi in condizioni gravi o, comunque, non essere in grado di esercitare pienamente il potere ma c’è chi crede che sia morto da giorni.
Il testo contiene comunque alcune indicazioni politiche rilevanti. Si afferma la volontà di mantenere relazioni con i Paesi vicini: «Dobbiamo avere buoni rapporti con i nostri vicini e siamo pronti a migliorare le relazioni con i Paesi della regione». Subito dopo, tuttavia, il tono diventa più duro: «Se ci saranno attacchi saremo costretti ad attaccare coloro che cooperano con il nemico». Il documento promette continuità con la linea politica della precedente guida della Repubblica islamica. «Promettiamo alla defunta Guida suprema che seguiremo il suo percorso». Nel messaggio attribuito a Mojtaba compare anche un riferimento diretto alla rete di alleanze regionali costruita negli anni da Teheran. Si afferma che in Yemen e in Iraq le forze del cosiddetto «fronte della resistenza» sono pronte a «fare la loro parte» per sostenere l’Iran nel conflitto. Il riferimento riguarda la galassia di milizie sciite e gruppi armati che negli ultimi anni hanno costituito uno dei principali strumenti della proiezione strategica della Repubblica islamica nel Medio Oriente. Nel testo compare anche la promessa di vendetta. «Non rinunceremo alla vendetta per il sangue dei martiri».
Uno dei passaggi più significativi riguarda lo Stretto di Hormuz, uno dei corridoi marittimi più strategici del pianeta per il commercio energetico globale. «La leva della chiusura dello Stretto di Hormuz deve continuare a essere utilizzata», si legge nel documento. Nelle stesse ore è arrivato, però, anche un segnale più ambiguo da parte della diplomazia iraniana. L’Iran ha, infatti, consentito ad alcune navi di attraversare lo Stretto di Hormuz. Lo ha confermato all’Afp il vice ministro degli Esteri, Majid Takht-Ravanchi. «Alcuni Paesi ci hanno contattato per attraversare lo stretto e noi abbiamo collaborato con loro», ha spiegato il diplomatico, precisando tuttavia che i Paesi che hanno preso parte all’«aggressione» contro l’Iran non dovrebbero beneficiare di un passaggio sicuro. Gli Stati Uniti hanno annunciato di aver neutralizzato diverse imbarcazioni iraniane sospettate di voler posare mine nel passaggio marittimo, mentre unità legate a Teheran avrebbero colpito alcune navi mercantili accusate di tentare di forzare il blocco.
La tensione nel Golfo è ulteriormente cresciuta dopo le minacce del presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha dichiarato che «il Golfo Persico si tingerà del sangue degli invasori» se le isole iraniane verranno attaccate. Le dichiarazioni arrivano mentre circolano indiscrezioni secondo cui Stati Uniti e Israele avrebbero discusso la possibilità di prendere il controllo dell’isola di Kharg, da cui transita circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Raid aerei hanno colpito i principali siti del programma nucleare iraniano, tra cui gli impianti di Isfahan e Natanz, dove sono situate importanti strutture di arricchimento e stoccaggio dell’uranio. Una forte esplosione è stata segnalata anche nell’impianto sotterraneo di Fordow, uno dei complessi più protetti del programma atomico iraniano. Nuove immagini satellitari del sito sotterraneo di Taleghan, nel complesso militare di Parchin vicino a Teheran, mostrano tre crateri perfettamente allineati. Secondo diversi analisti si tratterebbe della firma tipica delle bombe anti-bunker ad alta penetrazione, probabilmente le Gbu-57 Massive ordnance penetrator da oltre 13 tonnellate, progettate per distruggere strutture nucleari sotterranee fortificate.
Gli attacchi hanno colpito anche l’apparato di sicurezza del regime. Nella città di Ahvaz, nel Sud-Ovest dell’Iran, raid congiunti hanno distrutto o danneggiato decine di strutture appartenenti ai Pasdaran, alla milizia Basij, alla polizia e a unità dell’esercito iraniano. Nei bombardamenti su Teheran è stato ucciso Akbar Ghaffari, vice ministro dell’Intelligence della Repubblica islamica. Fonti dell’opposizione iraniana riferiscono inoltre che Dariush Soleimani, comandante della base aerea militare di Tabriz, sarebbe stato ucciso nella notte in un raid israeliano. L’escalation militare ha avuto un impatto immediato sui mercati energetici globali. Il prezzo del petrolio è salito di circa il 6%, avvicinandosi ai 100 dollari al barile dopo che due petroliere sono state incendiate in un porto iracheno da imbarcazioni cariche di esplosivo attribuite a gruppi legati all’Iran.
La crisi si sta aggravando nonostante il tentativo della comunità internazionale di stabilizzare i mercati. Oltre trenta Paesi dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) hanno annunciato il più grande rilascio coordinato di riserve petrolifere mai effettuato, circa 400 milioni di barili. La guerra ha già costretto i Paesi del Golfo a ridurre la produzione di circa 10 milioni di barili al giorno, quasi il 10% della domanda mondiale, in quella che l’Iea definisce la più grave interruzione delle forniture petrolifere nella storia del mercato globale.
Il segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, ha cercato di rassicurare i mercati sostenendo che è improbabile che il prezzo del petrolio arrivi a toccare i 200 dollari al barile. Wright ha inoltre spiegato che la Marina degli Stati Uniti non è al momento in grado di scortare le petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, anche se questa possibilità potrebbe concretizzarsi entro la fine del mese. Resta, però, una domanda centrale: chi guida davvero l’Iran? Finché Mojtaba Khamenei non apparirà pubblicamente, il dubbio continuerà a pesare su uno dei momenti più delicati della storia del Paese.
Netanyahu spiana i droni di Teheran. E ora parte l’ultimatum ai libanesi
Israele ha risposto con forza alla quarantaduesima ondata dell’operazione Vera promessa dell’Iran che ha battezzato questo attacco Labbaik Ya Khamenei («al tuo servizio Khamenei»), in memoria della Guida suprema. Le forze di difesa israeliane hanno preso di mira la rete di lancio di droni di Teheran, dopo aver ridotto le capacità del loro sistema missilistico, e distrutto oltre 250 velivoli. L’attacco di Tel Aviv ha eliminato molti comandanti e operatori della rete di droni responsabili di numerosi lanci. L’Idf ha colpito l’impianto nucleare di Taleghan, a Sud di Teheran, con una serie di raid aerei. Qui il regime iraniano stava lavorando su capacità critiche nello sviluppo di armi nucleari e questo complesso era stato un obiettivo israeliano anche nell’ottobre del 2024, durante una rappresaglia per un attacco missilistico.
Stati Uniti e Israele hanno portato a termine un’operazione ad Al Qaim, alla frontiera fra Siria e Iraq, nella quale sono stati uccisi una ventina di miliziani delle forze di mobilitazione popolare, un gruppo sciita alleato di Teheran. Intanto l’Iran ha annunciato di aver condotto la prima operazione «congiunta ed integrata» con Hezbollah contro Israele andando a colpire diverse città ed istallazioni militari nei pressi di Tel Aviv e Haifa con il più massiccio attacco dall’inizio del conflitto. Da Iran e Libano sono stati lanciati 200 razzi e 20 droni, combinandosi con missili balistici. L’aviazione di Tel Aviv ha risposto martellando la periferia di Beirut, soprattutto la roccaforte sciita di Dahiyeh, la valle della Bekaa e tutte le posizioni del Partito di Dio nel governatorato di Tiro, al confine con Israele.
Tel Aviv ha lanciato un ultimatum al governo del primo ministro Nawaf Salam: se non impedirà ad Hezbollah di attaccare, Israele «prenderà il territorio e lo farà da sé». Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha dichiarato di aver avvertito il presidente libanese Joseph Aoun che se non saranno in grado di controllare il proprio territorio e di impedire a Hezbollah di minacciare le comunità del Nord, l’Idf agirà. Il responsabile della Difesa ha anche aggiunto di aver dato istruzioni alle forze armate di prepararsi a un’espansione delle attività in Libano con l’obiettivo di ripristinare la calma e la sicurezza nelle comunità del Nord.
L’esercito nazionale libanese è stato volutamente mantenuto debole perché le milizie dei partiti politici hanno sempre dominato la scena nel paese mediorientale. Il nuovo presidente Aoun ha cercato di dare ai governativi il monopolio della forza, ma le difficoltà nel processo di disarmo di Hezbollah hanno confermato la loro debolezza. Il capo di Stato maggiore delle forze armate israeliane, Eyal Zamir, ha definito la guerra contro Hezbollah come un altro settore principale, non un’arena secondaria.
Sul campo, le operazioni israeliane proseguono e nemmeno Ramlet El Baida, lungomare ricco di hotel e ristoranti di Beirut, è stato risparmiato dai droni con la Stella di David. Nell’attacco a questa zona, trasformata da settimane in rifugio per un migliaio di sfollati, sono morte 11 persone e altre 30 sono rimaste ferite. L’obiettivo era un’automobile di un dirigente di Hezbollah e la sua esplosione ha causato l’uccisione di tutti quelli che dormivano intorno. Il governo libanese ha allestito dei punti di ricovero improvvisato nella passeggiata più famosa di Beirut, ma la zona è stata sgomberata dall’esercito libanese per un allarme dovuto alla presenza di un missile di Israele inesploso. Anche l’Università di Beirut è stata colpita e due docenti hanno perso la vita.
Il ministro dell’Informazione, Paul Morcos, ha dichiarato che il numero delle vittime in Libano ha raggiunto quota 687, tra le quali 98 bambini. Morcos ha anche specificato che, dall’inizio del nuovo conflitto, sono stati uccisi anche 15 tra medici e soccorritori.
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