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2024-11-17
Zelensky: «Facciamo finire il conflitto nel 2025. Abbiamo avuto poche armi»
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Mosca guadagna terreno, Kiev perde uomini. Stando a quanto accade sul fronte, in particolar modo nel Donbass, dove le forze armate russe hanno preso il controllo di Makarovka e Leninskoye, due località situate nella Repubblica popolare di Donetsk, l’inerzia del conflitto tra Russia e Ucraina sembra spostarsi giorno dopo giorno verso il Cremlino. Secondo un comunicato ufficiale diffuso ieri dal ministero della Difesa russo, inoltre, l’esercito di Mosca ha attaccato e inflitto perdite pesanti a 14 brigate ucraine nella regione di Kursk. Si parla di 255 soldati uccisi in 24 ore, oltre alla distruzione di quattro veicoli corazzati, un sistema missilistico terra-aria, un cannone trainato D-20 da 152 mm e un sistema di guerra elettronica. Segno che anche la controffensiva ucraina in territorio russo è prossima alla capitolazione.
Secondo il rapporto stilato dall’agenzia di stampa russa non governativa, Interfax, le truppe ucraine impegnate nel Kursk hanno perso finora oltre 32.930 militari, 213 carri armati, 136 veicoli da combattimento della fanteria, 115 mezzi corazzati per il trasporto delle truppe, 1.167 corazzati da combattimento, 951 automobili, 284 armi di artiglieria, 40 lanciarazzi multipli, 13 lanciamissili antiaerei, 65 sistemi di guerra elettronica, 13 radar di tracciamento delle armi e 4 radar di difesa aerea. Oltre a questo che rappresenta un bilancio di quanto accaduto nella regione russa presa di mira dall’esercito ucraino dal 6 agosto scorso, nella giornata di ieri le unità di difesa aerea russe hanno intercettato e abbattuto 15 droni ucraini, non solo nel Kursk, ma anche nelle regioni di Lipetsk, Bryansk e Oryol. Stessa sorte toccata ai 53 droni russi lanciati nella notte tra venerdì e sabato in Ucraina, nelle regioni di Kiev, Kharkiv, Zaporizhzhia, Odessa, Cherkassy, Sumy, Zhytomyr, Nikolaev, Poltava, Khmelnytsky e Kirovograd; mentre altri 30 sono caduti in zone aperte senza provocare danni.
Che il conflitto sia in una fase cruciale e complicata per l’Ucraina lo ha ammesso ieri anche Volodymyr Zelensky. Il presidente, intervistato da Radio Ucraina, ha detto che «la situazione al fronte è davvero difficile» e che «con una lenta, ma inesorabile, pressione dei russi le truppe ucraine che combattono in prima linea sono stanche» a tal punto da valutare «dei riposizionamenti» e «dei passi indietro». Il leader di Kiev ha attribuito queste défaillance alla mancanza di personale in armi ed equipaggiamento. «Aspettiamo la consegna di alcune armi da 12 mesi, dall’accordo nel Congresso americano», ha raccontato Zelensky, secondo cui il suo Paese avrebbe ricevuto meno della metà delle armi promesse dagli Stati Uniti.
Una situazione dunque sempre più critica per Kiev, che potrebbe solo peggiorare da qui ai prossimi mesi, in virtù dell’annunciato passo indietro degli Usa per quel che riguarda il sostegno militare, dopo la rielezione di Donald Trump, e del canale diplomatico ancora troppo incerto e bloccato. Ieri Zelensky, che ha ringraziato con un post su X Giorgia Meloni e i leader del G7 per aver «dimostrato ancora una volta il loro incrollabile sostegno all’Ucraina» che aiuta a «proteggere il suo popolo dal terrorismo» e a «salvare innumerevoli vite», ha lanciato un appello in chiave diplomatica, una sorta di exit strategy, dove auspica un ruolo attivo di Washington negli eventuali colloqui di pace con Vladimir Putin. «Da parte nostra dobbiamo fare di tutto per porre fine alla guerra l’anno prossimo con mezzi diplomatici», ha affermato il presidente ucraino. «Le condizioni per una trattativa sono che l’Ucraina non debba affrontare la Russia da sola e che l’Ucraina sia forte». Zelensky ha inoltre chiarito, però, che nella situazione attuale l’Ucraina si siederebbe al tavolo in uno «status da perdente» fin dall’inizio. «Come possono esserci trattative con un assassino?», si è chiesto Zelensky, in risposta al colloquio telefonico, non gradito da Kiev, avuto venerdì tra Putin e il cancelliere tedesco Olaf Scholz, in cui lo zar ha ribadito che parlerà di pace solo rispettando le conquiste territoriali ottenute in questi quasi mille giorni di guerra. Stando a quanto riferito da Konstantin Remchukov, direttore del quotidiano russo Nezavisimaya Gazeta, al Washington Post, Putin non è intenzionato ad avviare alcun negoziato di pace finché non avrà «cacciato fino all’ultimo soldato ucraino dal Kursk».
In tutto ciò l’Europa deve ancora capire che strategia adottare in merito al dossier degli aiuti militari da garantire a Kiev a partire dal prossimo gennaio, quando ci sarà il passaggio di consegne ufficiale tra Joe Biden e Trump alla Casa Bianca. Secondo il New York Times, invece, Boris Epshteyn si sarebbe proposto al tycoon come inviato speciale per la risoluzione diplomatica del conflitto. Una notizia che ha creato non poco scalpore, anche all’interno dell’entourage di Trump, non solo per la cittadinanza russa del consigliere legale del neo presidente americano, per cui è considerato non super partes, ma anche per la poca esperienza e l’accusa che lo vede coinvolto in Arizona per i tentativi di ribaltare l’esito delle elezioni del 2020, perse da Trump.
Nel frattempo, in vista del vertice che si terrà martedì prossimo a Varsavia tra i ministri degli Esteri e della Difesa di Italia, Germania, Francia, Regno Unito, Ucraina e l’alto rappresentante Ue designata Kaja Kallas, i leader del G7, su iniziativa del premier italiano Meloni che ne detiene la presidenza, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui si sostiene che «la Russia è l’unico ostacolo a una pace giusta in Ucraina».
Il taglio russo fa impennare il gas
I prezzi del gas tornano a salire mentre l’incipiente stagione fredda fa aumentare i consumi. Ad agitare i mercati è arrivata la notizia, in verità ampiamente attesa, della fine dei flussi di gas dalla Russia verso l’Austria. Omv, utility austriaca del gas, si è rivolta ad un arbitrato internazionale per ottenere un risarcimento dal fornitore russo monopolista, la Gazprom. La motivazione è che nel 2022 la filiale tedesca di Omv non aveva ricevuto più gas dalla Russia attraverso il Nord Stream 1 (prima dell’esplosione del gasdotto del settembre 2022), ricevendone un danno perché aveva dovuto reperire il gas sul mercato a prezzi folli. Omv si era rivolta all’arbitrato della Camera di commercio internazionale (Icc), che in questi giorni gli ha dato ragione e ha stabilito un risarcimento da 230 milioni di euro. Questa cifra è quanto Omv ha comunicato a Gazprom di voler recuperare dall’altra fornitura in corso, quella che arriva ancora a Omv direttamente in Austria passando per l’Ucraina.
Si tratta dello stesso gasdotto che trasporta il gas verso l’Italia, proprio attraverso l’Austria. Il punto di ingresso a Tarvisio quest’anno ha visto volumi di gas dalla Russia per 4,7 miliardi di metri cubi, pari al 9,7% del gas importato. Si tratta di volumi doppi rispetto a quelli del 2023, ma c’è una buona ragione per questo. Il rigassificatore di Livorno, che può rigassificare fino a 3,7 miliardi di metri cubi l’anno, è stato in manutenzione per lunghi mesi, dallo scorso febbraio, e dunque non era operativo. Dal 24 novembre il rigassificatore dovrebbe tornare in esercizio. Per compensare i mancati ingressi di Gnl da Livorno gli operatori hanno utilizzato il gas da Tarvisio. A novembre le importazioni di gas russo sono state di soli 63 milioni di metri cubi. Il nostro maggior fornitore resta l’Algeria, che copre il 35% del totale dell’import e che può fornire anche di più.
Il rialzo dei prezzi ha più a che fare con le aspettative piuttosto che con la realtà dei volumi in transito. Infatti, Omv già nei mesi scorsi aveva annunciato che potevano esserci problemi con Gazprom per questa vertenza, allora in corso. Inoltre, da mesi ormai si sa che il contratto a tre tra Russia, Ucraina e Ue per il trasporto del gas attraverso il gasdotto ucraino verso Slovacchia-Austria-Italia è comunque scaduto e non sarà rinnovato nel 2025. La cosa era già nei prezzi da tempo. Infine, l’Austria dispone di stoccaggi che complessivamente contengono un intero anno di consumi, anzi anche di più (103%), come certifica Agsi (Aggregated Gas Storage Inventory). Semmai, il tema del gas russo riguarda due altri aspetti: il Turkstream e il Gnl. Nel primo caso, si tratta di volumi ancora importanti che arrivano dalla Russia in Turchia e da lì in Bulgaria (circa 15 miliardi di metri cubi quest’anno, ancora molto). Nel secondo caso, si tratta di altri 20 miliardi di metri cubi che arrivano soprattutto ai rigassificatori di Francia, Belgio e Spagna (mentre qualche giorno fa il terminale tedesco di Brunsbuttel avrebbe rifiutato un carico di Gnl russo).
Questi flussi sono davvero critici: se venissero a mancare, per l’Europa sarebbero guai. Fisicamente non ci sarebbero problemi per l’Italia, che non importa Gnl dalla Russia, ma i prezzi schizzerebbero verso l’alto.
La sensibilità del mercato dunque si spiega con le nuove tensioni con la Russia. L’elezione di Donald Trump però potrebbe cambiare le carte in tavola. Da una parte, il conflitto in Ucraina potrebbe terminare presto, se è vero che Trump ha un piano per arrivare ad una rapida pace.
Dall’altra, nei giorni scorsi Ursula von der Leyen ha affermato che l’Ue è pronta a sostituire il Gnl russo con quello americano, il che potrebbe essere una merce di scambio nella questione degli annunziati dazi americani verso l’Ue.
La grande incognita è il meteo. Se dovesse esserci un inverno molto freddo, ci sarebbe competizione con l’Asia sui carichi Gnl: i prezzi ne risentirebbero, anche quelli per la prossima estate.
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Le forze di Mosca avanzano, il leader di Kiev sembra ormai rassegnato al negoziato: «Le truppe sono stanche. Trattiamo, ma se cominciamo adesso siamo perdenti».La notizia dello stop ai flussi di gas russo verso l’Austria agita i mercati. Dal Tarvisio niente più forniture da Gazprom, ma l’Italia sopperirà grazie al rigassificatore di Livorno.Lo speciale contiene due articoli.Mosca guadagna terreno, Kiev perde uomini. Stando a quanto accade sul fronte, in particolar modo nel Donbass, dove le forze armate russe hanno preso il controllo di Makarovka e Leninskoye, due località situate nella Repubblica popolare di Donetsk, l’inerzia del conflitto tra Russia e Ucraina sembra spostarsi giorno dopo giorno verso il Cremlino. Secondo un comunicato ufficiale diffuso ieri dal ministero della Difesa russo, inoltre, l’esercito di Mosca ha attaccato e inflitto perdite pesanti a 14 brigate ucraine nella regione di Kursk. Si parla di 255 soldati uccisi in 24 ore, oltre alla distruzione di quattro veicoli corazzati, un sistema missilistico terra-aria, un cannone trainato D-20 da 152 mm e un sistema di guerra elettronica. Segno che anche la controffensiva ucraina in territorio russo è prossima alla capitolazione. Secondo il rapporto stilato dall’agenzia di stampa russa non governativa, Interfax, le truppe ucraine impegnate nel Kursk hanno perso finora oltre 32.930 militari, 213 carri armati, 136 veicoli da combattimento della fanteria, 115 mezzi corazzati per il trasporto delle truppe, 1.167 corazzati da combattimento, 951 automobili, 284 armi di artiglieria, 40 lanciarazzi multipli, 13 lanciamissili antiaerei, 65 sistemi di guerra elettronica, 13 radar di tracciamento delle armi e 4 radar di difesa aerea. Oltre a questo che rappresenta un bilancio di quanto accaduto nella regione russa presa di mira dall’esercito ucraino dal 6 agosto scorso, nella giornata di ieri le unità di difesa aerea russe hanno intercettato e abbattuto 15 droni ucraini, non solo nel Kursk, ma anche nelle regioni di Lipetsk, Bryansk e Oryol. Stessa sorte toccata ai 53 droni russi lanciati nella notte tra venerdì e sabato in Ucraina, nelle regioni di Kiev, Kharkiv, Zaporizhzhia, Odessa, Cherkassy, Sumy, Zhytomyr, Nikolaev, Poltava, Khmelnytsky e Kirovograd; mentre altri 30 sono caduti in zone aperte senza provocare danni. Che il conflitto sia in una fase cruciale e complicata per l’Ucraina lo ha ammesso ieri anche Volodymyr Zelensky. Il presidente, intervistato da Radio Ucraina, ha detto che «la situazione al fronte è davvero difficile» e che «con una lenta, ma inesorabile, pressione dei russi le truppe ucraine che combattono in prima linea sono stanche» a tal punto da valutare «dei riposizionamenti» e «dei passi indietro». Il leader di Kiev ha attribuito queste défaillance alla mancanza di personale in armi ed equipaggiamento. «Aspettiamo la consegna di alcune armi da 12 mesi, dall’accordo nel Congresso americano», ha raccontato Zelensky, secondo cui il suo Paese avrebbe ricevuto meno della metà delle armi promesse dagli Stati Uniti.Una situazione dunque sempre più critica per Kiev, che potrebbe solo peggiorare da qui ai prossimi mesi, in virtù dell’annunciato passo indietro degli Usa per quel che riguarda il sostegno militare, dopo la rielezione di Donald Trump, e del canale diplomatico ancora troppo incerto e bloccato. Ieri Zelensky, che ha ringraziato con un post su X Giorgia Meloni e i leader del G7 per aver «dimostrato ancora una volta il loro incrollabile sostegno all’Ucraina» che aiuta a «proteggere il suo popolo dal terrorismo» e a «salvare innumerevoli vite», ha lanciato un appello in chiave diplomatica, una sorta di exit strategy, dove auspica un ruolo attivo di Washington negli eventuali colloqui di pace con Vladimir Putin. «Da parte nostra dobbiamo fare di tutto per porre fine alla guerra l’anno prossimo con mezzi diplomatici», ha affermato il presidente ucraino. «Le condizioni per una trattativa sono che l’Ucraina non debba affrontare la Russia da sola e che l’Ucraina sia forte». Zelensky ha inoltre chiarito, però, che nella situazione attuale l’Ucraina si siederebbe al tavolo in uno «status da perdente» fin dall’inizio. «Come possono esserci trattative con un assassino?», si è chiesto Zelensky, in risposta al colloquio telefonico, non gradito da Kiev, avuto venerdì tra Putin e il cancelliere tedesco Olaf Scholz, in cui lo zar ha ribadito che parlerà di pace solo rispettando le conquiste territoriali ottenute in questi quasi mille giorni di guerra. Stando a quanto riferito da Konstantin Remchukov, direttore del quotidiano russo Nezavisimaya Gazeta, al Washington Post, Putin non è intenzionato ad avviare alcun negoziato di pace finché non avrà «cacciato fino all’ultimo soldato ucraino dal Kursk». In tutto ciò l’Europa deve ancora capire che strategia adottare in merito al dossier degli aiuti militari da garantire a Kiev a partire dal prossimo gennaio, quando ci sarà il passaggio di consegne ufficiale tra Joe Biden e Trump alla Casa Bianca. Secondo il New York Times, invece, Boris Epshteyn si sarebbe proposto al tycoon come inviato speciale per la risoluzione diplomatica del conflitto. Una notizia che ha creato non poco scalpore, anche all’interno dell’entourage di Trump, non solo per la cittadinanza russa del consigliere legale del neo presidente americano, per cui è considerato non super partes, ma anche per la poca esperienza e l’accusa che lo vede coinvolto in Arizona per i tentativi di ribaltare l’esito delle elezioni del 2020, perse da Trump.Nel frattempo, in vista del vertice che si terrà martedì prossimo a Varsavia tra i ministri degli Esteri e della Difesa di Italia, Germania, Francia, Regno Unito, Ucraina e l’alto rappresentante Ue designata Kaja Kallas, i leader del G7, su iniziativa del premier italiano Meloni che ne detiene la presidenza, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui si sostiene che «la Russia è l’unico ostacolo a una pace giusta in Ucraina».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-facciamo-finire-conflitto-2025-2669896881.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-taglio-russo-fa-impennare-il-gas" data-post-id="2669896881" data-published-at="1731846978" data-use-pagination="False"> Il taglio russo fa impennare il gas I prezzi del gas tornano a salire mentre l’incipiente stagione fredda fa aumentare i consumi. Ad agitare i mercati è arrivata la notizia, in verità ampiamente attesa, della fine dei flussi di gas dalla Russia verso l’Austria. Omv, utility austriaca del gas, si è rivolta ad un arbitrato internazionale per ottenere un risarcimento dal fornitore russo monopolista, la Gazprom. La motivazione è che nel 2022 la filiale tedesca di Omv non aveva ricevuto più gas dalla Russia attraverso il Nord Stream 1 (prima dell’esplosione del gasdotto del settembre 2022), ricevendone un danno perché aveva dovuto reperire il gas sul mercato a prezzi folli. Omv si era rivolta all’arbitrato della Camera di commercio internazionale (Icc), che in questi giorni gli ha dato ragione e ha stabilito un risarcimento da 230 milioni di euro. Questa cifra è quanto Omv ha comunicato a Gazprom di voler recuperare dall’altra fornitura in corso, quella che arriva ancora a Omv direttamente in Austria passando per l’Ucraina. Si tratta dello stesso gasdotto che trasporta il gas verso l’Italia, proprio attraverso l’Austria. Il punto di ingresso a Tarvisio quest’anno ha visto volumi di gas dalla Russia per 4,7 miliardi di metri cubi, pari al 9,7% del gas importato. Si tratta di volumi doppi rispetto a quelli del 2023, ma c’è una buona ragione per questo. Il rigassificatore di Livorno, che può rigassificare fino a 3,7 miliardi di metri cubi l’anno, è stato in manutenzione per lunghi mesi, dallo scorso febbraio, e dunque non era operativo. Dal 24 novembre il rigassificatore dovrebbe tornare in esercizio. Per compensare i mancati ingressi di Gnl da Livorno gli operatori hanno utilizzato il gas da Tarvisio. A novembre le importazioni di gas russo sono state di soli 63 milioni di metri cubi. Il nostro maggior fornitore resta l’Algeria, che copre il 35% del totale dell’import e che può fornire anche di più. Il rialzo dei prezzi ha più a che fare con le aspettative piuttosto che con la realtà dei volumi in transito. Infatti, Omv già nei mesi scorsi aveva annunciato che potevano esserci problemi con Gazprom per questa vertenza, allora in corso. Inoltre, da mesi ormai si sa che il contratto a tre tra Russia, Ucraina e Ue per il trasporto del gas attraverso il gasdotto ucraino verso Slovacchia-Austria-Italia è comunque scaduto e non sarà rinnovato nel 2025. La cosa era già nei prezzi da tempo. Infine, l’Austria dispone di stoccaggi che complessivamente contengono un intero anno di consumi, anzi anche di più (103%), come certifica Agsi (Aggregated Gas Storage Inventory). Semmai, il tema del gas russo riguarda due altri aspetti: il Turkstream e il Gnl. Nel primo caso, si tratta di volumi ancora importanti che arrivano dalla Russia in Turchia e da lì in Bulgaria (circa 15 miliardi di metri cubi quest’anno, ancora molto). Nel secondo caso, si tratta di altri 20 miliardi di metri cubi che arrivano soprattutto ai rigassificatori di Francia, Belgio e Spagna (mentre qualche giorno fa il terminale tedesco di Brunsbuttel avrebbe rifiutato un carico di Gnl russo). Questi flussi sono davvero critici: se venissero a mancare, per l’Europa sarebbero guai. Fisicamente non ci sarebbero problemi per l’Italia, che non importa Gnl dalla Russia, ma i prezzi schizzerebbero verso l’alto. La sensibilità del mercato dunque si spiega con le nuove tensioni con la Russia. L’elezione di Donald Trump però potrebbe cambiare le carte in tavola. Da una parte, il conflitto in Ucraina potrebbe terminare presto, se è vero che Trump ha un piano per arrivare ad una rapida pace. Dall’altra, nei giorni scorsi Ursula von der Leyen ha affermato che l’Ue è pronta a sostituire il Gnl russo con quello americano, il che potrebbe essere una merce di scambio nella questione degli annunziati dazi americani verso l’Ue. La grande incognita è il meteo. Se dovesse esserci un inverno molto freddo, ci sarebbe competizione con l’Asia sui carichi Gnl: i prezzi ne risentirebbero, anche quelli per la prossima estate.
(iStock)
Quindi, dopo i saluti del sindaco (pardon della sindaca), con al fianco l’imprescindibile associazione «Linea Lesbica», si è entrati finalmente nel vivo della festa con il laboratorio di illustrazione erotica, «ideato per essere un ponte verso una nuova consapevolezza nella ricerca del piacere, verso un’analisi sia personale che collettiva del concetto di erotismo e di bellezza». Roba perfetta per i bambini, si capisce, mentre i più grandicelli hanno potuto partecipare al talk sul tema «Mondi immaginati e lo scardinamento dell’eteronorma». E dopo aver scardinato l’eteronorma, tutti a divertirsi con «piadine, tigelle e gozzoviglie», soprattutto gozzoviglie, in pieno «Carrà mood» (vera icona gay) con l’aiuto di Mister Pink. Ovvio, no? Cosa c’è di meglio per intrattenere i piccolini?
La festa, infatti, è stata patrocinata dal Comune. Siamo a Budrio, provincia di Bologna, e il sindaco (pardon: la sindaca) Debora Badiali ci ha tenuto assai, oltre che a sostenere, anche a inaugurare di persona questo «piccolo grande Pride» che si è tenuto, per ironia della sorte, nella frazione di Maddalena di Cazzano. Dico ironia della sorte perché qualcuno ha voluto ironizzare su quel «Cazz/ano» che sembrerebbe anch’esso un’icona gay. Ma tant’è: la festa si è tenuta proprio a Maddalena di Cazzano, sabato pomeriggio. E alla fine tutti vissero Lgbt e contenti, a parte s’intende qualche consigliere di opposizione che ha chiesto conto dell’eventuale dispendio di denaro pubblico. Come se il problema principale fosse chi ha pagato le tigelle. E non chi ha portato i bambini al mercato artigianale delle eccellenze queer ed erotiche.
In effetti al piccolo grande Pride di grande s’è visto ben poco, a parte lo scardinamento dell’eteronorma (qualsiasi cosa esso sia). E a parte l’ideologia Lgbt che a occhio e croce dev’essere stata grandissima nell’area gioco-laboratoriale di Genderlens, un’associazione che si occupa di «infanzia queer e trans» inseguendo un giorno dopo l’altro «carriere alias», «binarismo di genere», «euforia di genere» e presunti bebé cisgender. Ma a parte questo, il Pride non è stato grande. È stato invece piccolo. E per i piccoli. Di bambini, infatti, se ne sono visti molti: poveretti, forse pensavano di andare a una semplice festa nel parco. E invece si sono trovati davanti il mercatino delle eccellenze queer ed erotiche e il laboratorio di illustrazione erotica. Per carità: l’illustrazione erotica sarà pure un ponte verso la consapevolezza del piacere. Ma vuoi mettere, per un bimbo, il piacere di giocare a palla? O a nascondino? Magari persino, come una volta, all’orologio di Milano fa tic tac?
Niente: adesso l’orologio di Milano, al massimo, fa drag queen. Nascondino si può giocare solo dopo aver scardinato l’eteronorma (e guai a dire «tana libera tutti» perché già con la parola tana si profila il reato di molestia sessuale). Non parliamo poi del classico gioco della palla, perché «Linea Lesbica», a sentir parlare di palle, potrebbe già inalberarsi contro la deriva patriarcale con prevalenza del maschilismo fallocentrico. Possiamo solo immaginare, dunque, quali saranno state le «coloratissime attività» a cura dello staff Piccolo Pride: truccatevi da trans? Travestitevi da Platinette? Oppure una caccia al tesoro fra le eccellenze queer ed erotiche del piccolo mercato artigianale? Purtroppo temiamo non ci sia stato tempo per raccontare favole, con tutto quel popò di «tigelle e gozzoviglie», altrimenti sarebbero state quelle note per simili circostanze: Principessa col pisello, Cappuccetto Arcobaleno oppure Cenerentolo e il Principe Rosa. Accompagna le danze, in perfetto Carrà mood, mister Pink. Ton su ton, ça va sans dire.
Ora: noi non sappiamo se tutta questa bella festa all’insegna delle eccellenze erotiche e dello scardinamento dell’eternorma sia costata qualcosa alle casse pubbliche, e dunque sia stata finanziata dai contribuenti oppure no. Nel caso, ovviamente, sarebbe un’aggravante. Ma per la verità ci sembra già di per sé abbastanza grave che un Comune, quello di Budrio nella circostanza, metta il suo logo e il suo patrocinio su una manifestazione che coinvolge i bambini per infilarli nel laboratorio gestito dagli specialisti dell’infanzia trans e queer per fare le «coloratissime attività» del Piccolo Pride. E poi, come se non bastasse, circonda i medesimi bimbi con il mercato delle eccellenze queer ed erotiche, con il laboratorio di illustrazione erotiche, con la Linea Lesbica e le gozzoviglie mescolate alle tigelle, fino ad arrivare allo scardinamento dell’eternorma. Che poi, forse, più che scardinare l’eteronorma, questi hanno intenzione di scardinare la famiglia e la natura. Ma, intanto, ci hanno scardinato qualcos’altro.
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(Ansa)
L’affare, costruito, secondo la Procura, su assunzioni fantasma e pratiche amministrative solo formalmente impeccabili, aveva al centro una società: la Vittoria srls, della quale Megahed detiene la metà delle quote con il suo socio, egiziano pure lui, Mohamed Eid Abd Faragalla. Il gip Manuela Castellabate descrive le attività per aggirare le regole del decreto Flussi come «seriali». Al costo di 5.000 (a volte 6.000) euro a pratica. A volte in anticipo, altre con saldo finale dopo l’arrivo in Italia. Le conversazioni captate hanno un tono freddo, quasi commerciale. In cui i migranti diventavano delle «pratiche». Ma la storia che ricostruisce l’ordinanza con la quale la Castellabate ha disposto l’arresto per i due imprenditori egiziani, l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria e tre decreti di perquisizione nei confronti di quattro persone (tra cui la moglie di uno dei due arrestati), va oltre il presunto favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. È il racconto di una zona grigia in cui illegalità, idealismo radicale e burocrazia finiscono per sovrapporsi quasi perfettamente. Il motore dell’organizzazione sarebbe Megahed, l’uomo che cercava i clienti all’estero, prendeva contatti con persone interessate a entrare in Italia, organizzava le pratiche e gestiva i rapporti economici, era anche molto altro. Già il 4 ottobre 2024 Megahed, fino a quel momento imprenditore insospettabile, emerge «in contesti informativi in qualità di appartenente e militante alla dissidenza egiziana di area Fratellanza musulmana». Ma anche come «membro» dei Volontari dell’alleanza islamica d’Italia, «sodalizio», evidenziano gli investigatori, «di mutua assistenza, ramificazione del movimento della Fratellanza musulmana», impegnato «in attività di solidarietà consistenti nell’invio di aiuti umanitari in Palestina». L’indirizzo indicato è a Sesto San Giovanni, dove avrebbe sede anche l’Associazione giovani mussulmani d’Italia. È da qui che prende forma un’attività investigativa definita negli atti «serrata», sviluppata inizialmente attraverso il monitoraggio dei profili social dell’indagato. Gli accertamenti avrebbero consentito di documentare la partecipazione di Megahed a diverse manifestazioni organizzate dal comitato pro Pal. Gli investigatori sottolineano come il suo numero telefonico comparisse persino nei volantini degli eventi quale contatto di riferimento. E non solo Milano. La presenza dell’indagato sarebbe stata rilevata anche nel corso di iniziative fuori provincia e in attività promosse dall’Abspp di Mohammad Hannoun. L’inchiesta retrodata questa militanza almeno al 2017, quando Megahed frequentava il Centro islamico di Cinisello Balsamo. Ma gli investigatori scavano ancora. Nelle carte viene ricordato anche il suo coinvolgimento, nel 2016, nella nascita del «Consiglio rivoluzionario egiziano Cre», noto come Consiglio degli egiziani, formazione associativa sorta, riportano gli inquirenti, «a seguito di dissapori interni tra le correnti interne al Comitato libertà e democrazia per l’Egitto e Alleanza islamica d’Italia». Megahed, insomma, viene considerato uno della vecchia guardia. Uno degli elementi che colpiscono maggiormente gli investigatori è il contenuto del profilo Facebook attribuito all’indagato, identificato con il vanity-name Il Combattente. Nell’autunno del 2024 quel profilo avrebbe superato i 4.000 follower. Ed è proprio su quella pagina che, secondo la prima annotazione trasmessa al giudice, si assisterebbe a una «continua, e quasi ossessiva, pubblicazione di diversi contenuti dai toni radicali». «Nell’esprimere solidarietà al popolo palestinese di fronte all’escalation militare di Tel Aviv», l’indagato avrebbe, «anche attraverso l’aperta esaltazione di Hamas e altri gruppi armati palestinesi», tracimato «in esternazioni oltraggiose e discriminatorie nei confronti del popolo israeliano». Nella stessa annotazione si parla anche di «parziale minimizzazione del genocidio subito dal popolo ebraico». Ma l’attività di Megahed non si sarebbe limitata ai social network. La giudice richiama infatti una «militanza strettamente politica», sviluppata attraverso la partecipazione alle iniziative di piazza organizzate nel capoluogo lombardo dall’Abspp onlus, associazione che gli investigatori descrivono come «da sempre vicina alle posizioni politico-religiose della Fratellanza musulmana». Ed è qui che emerge un altro snodo delicato dell’inchiesta. Perché, secondo quanto riportato nell’ordinanza (che richiama alcune informative), la sede ligure della stessa onlus sarebbe stata oggetto nel 2021 di approfondimenti tecnici da parte dell’Antiriciclaggio «per presunti finanziamenti ritenuti destinati alle casse dell’organizzazione terroristica palestinese», circostanza che avrebbe portato «alla conseguente chiusura di alcuni conti bancari riferibili alla onlus». Finché l’egiziano non si è presentato allo Sportello unico per l’Immigrazione di Milano con una cinquantina di pratiche. È stato il passo falso.
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Lo sgomento e la rabbia dilagano a Belfast. Qui, a Kinnaird Avenue, un quartiere residenziale a Nord, un immigrato originario del Sudan ha provato a decapitare un quarantenne lo scorso lunedì sera. Solo il coraggio dei passanti ha evitato il peggio. Adesso la vittima è ricoverata in ospedale con gravi lesioni agli occhi, al collo e alla testa, mentre lo sgozzatore è stato arrestato.
Il capo della polizia nordirlandese, Jon Boutcher, ha dichiarato che si ritiene che il sospettato abbia viaggiato dal Sudan a Parigi, e poi da Parigi a Dublino, in date imprecisate, prima di prendere un autobus per Belfast nel febbraio 2023. Secondo quanto affermato da Boutcher, l’uomo ha immediatamente richiesto asilo e nel settembre del 2023 gli è stato concesso il permesso di soggiorno nel Regno Unito valido per 5 anni.
Tutto è avvenuto alle 22.30 dello scorso lunedì, quando un quarantenne nordirlandese è stato bloccato a terra e percosso, tra le strade della periferia di Belfast. Lo straniero ha mostrato l’intenzione di tagliare la testa al primo malcapitato e tra le mani teneva un coltello da cucina, poi rinvenuto dalle forze dell’ordine.
Un video girato da alcuni passanti e poi diffuso sul web ritrae la scena: la vittima è una maschera di sangue, prova a dimenarsi da terra, nella morsa dell’immigrato. Solo l’intervento di alcuni presenti, armati di bastoni da hurling, uno sport irlandese, ha salvato la vita dell’uomo, disarmato e allontanato l’aggressore. Successivamente l’arrivo della polizia ha consentito l’arresto e l’avvio delle indagini. L’ipotesi di reato riguarda il tentato omicidio, escludendo però la matrice terroristica, almeno per il momento.
«L’attacco di Belfast è rivoltante e orribile. I miei pensieri vanno innanzitutto alla vittima e ringrazio i primi soccorritori», ha dichiarato Keir Starmer, primo ministro del Regno Unito. Gli fanno eco gli altri politici di governo che invitano a mantenere la calma. In primis Michelle O’Neill, primo ministro dell’Irlanda del Nord, che ha pensato bene di lanciare appelli... contro il razzismo: «Questa è una società accogliente e inclusiva. Non voglio vedere nessuno vivere nella paura e dobbiamo dire no al razzismo e all’odio».
Sul Web, però, la protesta monta, soprattutto di fronte al video dell’accaduto. A legittimare il concreto malcontento sono soprattutto i leader dei partiti di opposizione. «Questo è stato un attacco medievale, barbarico e agghiacciante», la sentenza di Gavin Robinson, deputato di Belfast East, «l’autore, che viveva nel Regno Unito con un visto quinquennale, deve essere condannato e deportato con il primo volo di sola andata. La vittima appartiene a Belfast, l’aggressore no». «Ciò che è accaduto a Belfast ieri sera è orribile. Le autorità devono rivelare immediatamente l’identità e lo status dell’aggressore. Il pubblico ha diritto alla verità» ha dichiarato, invece, Nigel Farage, chiaramente riferendosi al rifiuto di Downing Street di confermare ufficialmente lo status dell’aggressore. Ma più in generale il riferimento è anche al clima generale che si respira al di là della Manica, nel segno continuo di reati commessi dagli immigrati e insabbiati dalle istituzioni.
Ieri sera l’onda di protesta ha investito anche le piazze: gruppi di patrioti e cittadini sono scesi tra le strade di diverse città del Regno Unito per chiedere maggiore sicurezza e una stretta sull’immigrazione clandestina. In primis a Belfast, diversi hotel e negozi commerciali hanno chiuso i battenti e le forze dell’ordine hanno aumentato i controlli. Dublin Express ha cancellato tutti i suoi servizi di autobus da e per Belfast in previsione delle proteste programmate.
Nel frattempo, le tensioni sono esplose durante la notte. Le manifestazioni contro l'immigrazione si sono trasformate in violenti disordini in diverse aree di Belfast, dove sono stati incendiati autobus, automobili e alcune abitazioni. La polizia nordirlandese è stata presa di mira con lanci di oggetti e costretta a intervenire in assetto antisommossa, mentre i vigili del fuoco hanno effettuato decine di interventi per spegnere i roghi divampati nei quartieri interessati dalle proteste. In alcune zone della città gruppi di uomini con il volto coperto hanno sfilato scandendo slogan contro gli immigrati e prendendo di mira soprattutto famiglie di origine africana, tanto che alcuni residenti hanno offerto protezione ai vicini stranieri.
Durissima la reazione della premier nordirlandese Michelle O'Neill, che ha definito i responsabili delle violenze «teppisti» e «delinquenti», parlando di attacchi condotti da «codardi disgustosi» contro persone indifese. Intanto il trentenne sudanese arrestato per il tentato omicidio del quarantenne dovrebbe comparire oggi davanti ai giudici, mentre le autorità mantengono alta l'allerta per il rischio di nuove rivolte. Anche il clima politico resta incandescente: Nigel Farage ha nuovamente chiesto piena trasparenza sullo status migratorio dell'aggressore, mentre sui social il caso continua ad alimentare polemiche e divisioni nel Regno Unito.
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Meloni: «Contro Salvini un gesto grave»
Il premier ha commentato sui social quanto avvenuto alla Sapienza di Roma dove alcuni studenti di Cambiare Rotta hanno bruciato manifesti con il volto del leader della Lega e vicepremier. «Solidarietà a Matteo Salvini per il grave episodio avvenuto oggi alla Sapienza. Bruciare il volto di chi la pensa diversamente non è protesta: è odio ideologico. Un gesto intollerante, che nulla ha a che vedere con il confronto democratico. Noi continueremo a portare avanti il nostro lavoro con determinazione e senza sconti, nonostante il clima di odio che qualcuno cerca di alimentare»